30 novembre, 2006

9 dicembre 1955 – Funerali jazz per Joe Kid Avery

Il 9 dicembre 1955 muore a Waggeman, in Louisiana, il trombonista Joe "Kid" Avery. Ha sessantatré anni. La sua carriera musicale inizia nel 1912 quando si trasferisce a New Orleans e comincia a prendere lezione di trombone da Dave Perkins, pilastro fondamentale della celeberrima Jack Laine’s Reliance Brass e appassionato scopritore di giovani talenti. Nel 1915 il giovane Kid Avery entra a far parte della Tulane Orchestra diretta da Amos Riley. Nonostante la precarietà del rapporto, mai contrattualmente definito, ci resta, con varie interruzioni, per quasi cinque anni. Passa poi alla Black Eagle Band del cornettista Evan Thomas. All’inizio degli anni Trenta è uno dei protagonisti dello straordinario successo della Young Tuxedo Brass Band, la formazione diretta dal clarinettista John Casimir destinata a lasciare un segno importante nella storia del jazz. Successivamente si mette in proprio con una band dalla formazione variabile che avrà una vita lunghissima e che porta impresse le caratteristiche della sua concezione musicale: un suono compatto, vigoroso e aggressivo, senza abbellimenti, assoli o break. Nonostante la buona fama di cui gode ottiene soltanto nel 1949 il primo vero contratto discografico. Glielo offre la Paradox, una delle etichette più importanti di New Orleans che, nel mese di maggio di quell'anno, registra le sue prime performance insieme agli Speakeasy Boys del clarinettista Raymond Burke, con Wooden Joe Nicholas alla tromba, Johnny St. Cyr al banjo e Bob Matthews alla batteria. Da quel momento diventa un ospite fisso delle sale di registrazione di New Orleans. Memorabile resta la seduta del 13 maggio 1954 con gli Hot Five di Johnny St. Cyr che, per l'occasione, schierano, oltre a lui, Thomas Jefferson alla tromba, Willie Humphrey al clarinetto, Jeanette Kimball al pianoforte e Paul Barbarin alla batteria. La sua morte coglie di sorpresa l'ambiente del jazz di New Orleans che si sposta massicciamente a Waggeman, la sua città natale, per i funerali. Durante le esequie funebri suonano l'Eureka Brass Band al gran completo e tutti i suoi vecchi partner della Young Tuxedo Brass Band, compreso il trombonista Bob Thomas che esegue da solo una commovente versione di Oh didn’t he ramble. Anni dopo entrambi i gruppi registreranno un brano in sua memoria: Joe Avery’s piece la Young Tuxedo Brass Band e Joe Avery’s blues l’Eureka Brass Band.

8 dicembre 1980 - Viva Litfiba!

L'8 dicembre 1980, proprio nel giorno in cui negli USA viene assassinato John Lennon, alla Rockteca Brighton di Firenze fa il suo debutto una nuova band destinata a diventare uno dei simboli della resistenza all’omologazione sulla scena rock italiana degli anni Ottanta. Sono i Litfiba, un gruppo nato dall’incontro tra il chitarrista Federico “Ghigo” Renzulli e il bassista Gianni Maroccolo, reduci dalle esperienza con Raf e i Café Caracas, con Piero Pelù l'ex cantante dei Mulinos Rock. La formazione è completata dal tastierista Antonio Taiazzi e dal batterista Francesco Calamai. Alla loro prima uscita pubblica i Litfiba mostrano inevitabili carenze d'impostazione. La loro musica, ricca di echi dark, appare debitrice nei confronti di band come i Cure e soprattutto i Joy Division. Pochi mesi dopo daranno alle stampe il loro primo progetto su vinile, un disco realizzato dalla Materiali Sonori di S. Giovanni Valdarno che comprenderà anche l'ipnotico Guerra, destinato a diventare il primo inno della band. Sono i primi passi, un po' incerti e confusi, di un band imperniata sul trio Pelù-Maroccolo-Renzulli che, con vari cambiamenti di formazione, diventerà una delle anime sonore delle esperienze alternative italiane degli anni Ottanta. La stessa storia dei Centri Sociali, in quel periodo divenuti preziose isole di resistenza alla progressiva individualizzazione delle giovani generazioni, si intreccerà spesso con la storia del gruppo. La fine del decennio terribile degli Ottanta vedrà la loro consacrazione definitiva e insieme l'inizio della disgregazione con una progressiva commercializzazione seguita dalla fuga di tutti i componenti storici tranne Ghigo Renzulli.

7 dicembre 1957 - Il Musichiere

Sabato 7 dicembre 1957 alle 21.05 da uno dei sei studi del nuovissimo centro di produzione RAI di via Teulada a Roma va in onda la prima puntata de "Il Musichiere", un programma televisivo di quiz musicali scritto da Garinei e Giovannini che originariamente doveva intitolarsi "Conosci questo motivo?", versione italiana della popolarissima trasmissione statunitense "Name this tune". Presentato come una sorta di "Lascia o raddoppia?" musicale, "Il Musichiere" è, in realtà, il primo grande varietà televisivo del sabato sera. Gran parte del suo successo è dovuta alla conduzione di Mario Riva, un comico romano garbato e intelligente. Le musiche sono tutte di Gorni Kramer, compresa la famosissima sigla di chiusura, "Domenica è sempre domenica" composta insieme a Garinei e Giovannini. I motivi da indovinare vengono cantati da una coppia di cantanti fissi composta da Nuccia Bongiovanni e Paolo Bacilieri, mentre le vallette della prima edizione sono Lorella De Luca e Alessandra Panaro che, negli anni successivi, verranno sostituite da Carla Gravina e Patrizia Della Rovere e, più tardi ancora, da Brunella Tocci e Marilù Tolo. Il programma è interamente dedicato alla musica. Gli ospiti d'onore, anche quelli non musicali, vengono costretti a cantare in diretta da Mario Riva in ossequio all'impostazione generale della trasmissione. I telespettatori italiani avranno così modo di assistere alle esibizioni canore di attori come Gary Cooper, Jack Palance e Totò, di calciatori e, soprattutto, dei due grandi rivali Fausto Coppi e Gino Bartali costretti a cimentarsi addirittura in duetto.

27 novembre, 2006

6 dicembre 1986 – Gli Europe, belli, svedesi, patinati e al vertice delle classifiche

Il 6 dicembre 1986 arriva la vertice della classifica britannica dei dischi più venduti l'album The final countdown degli Europe, una misconosciuta rockband svedese. Iniziano così le brevi fortune di un gruppo nato a tavolino, alfiere di un finto hard rock molto commerciale, ben confezionato e sostenuto dall'immagine patinata e curata dei suoi componenti, idolatrati dalle adolescenti. Il nucleo base degli Europe si forma nel 1982 quando il cantante e tastierista Joey Tempest, all'anagrafe Joakim Larsson, il chitarrista John Norum e il bassista Johnny Leven con il batterista Tony Reno danno vita ai Force, una band di hard rock il cui repertorio è composto quasi esclusivamente di cover dei brani più famosi. L'anno dopo vincono uno dei tanti concorsi per giovani talenti e diventano gli Europe, nome che diventa anche il titolo del loro primo album. Il disco non va molto bene ma attira l'attenzione di Thomas Ertman, uno dei più svegli talent scout svedesi che interviene direttamente sulla struttura del gruppo. Sostituisce Tony Reno con Ian Haugland e inserisce il tastierista Mic Micaeli per lasciare libero Tempest di dedicarsi soltanto al canto. L'album successivo Wings of tomorrow diventa un grande successo in Svezia e in Giappone. Il gruppo è ormai pronto per il grande lancio internazionale che la loro casa discografica programma nei minimi dettagli. La produzione viene affidata a Kelvin Elson, un abile manipolatore di suoni con all'attivo alcune importanti produzioni per i Kansas. Nel 1986 vede così la luce l'album The final countdown il cui successo va al di là delle più ottimistiche previsioni dei discografici e, con una sorta di "effetto domino" porta al vertice delle classifiche di tutti i paesi europei e poi degli Stati Uniti i singoli con i brani principali: The final countdown, Carrie, Rock the night e Cherockee. Quasi in concomitanza con la pubblicazione dell'album John Norum se ne va per tentare la sorte come solista e viene sostituito dal chitarrista Kee Marcello. Un'immagine impostata su abiti molto colorati, capelli lunghi e curati ondeggianti al vento e un'aggressività più simile a quella dei cartoni animati che alla ruvida scorza dei rocker affascinano il pubblico delle teen-ager, ma non bastano per restare a galla. Ben presto le copertine delle riviste adolescenziali vengono occupate da nuovi personaggi. Gli album successivi scandiranno per gli Europe un declino che sarà rapido come la conquista del successo. Si sciolgono e poi come molti altri gruppi si riuniscono sull'onda della nostalgia e delle tentazioni del business pubblicando dischi che non tolgono e non aggiungono nulla alla loro storia.

26 novembre, 2006

5 dicembre 1959 - Gene Vincent a Londra

Il 5 dicembre 1959 Gene Vincent, il rocker statunitense di Be-bop-a-lula, sbarca in Gran Bretagna. Non è un buon momento per il "ribelle bianco". La sua popolarità è in calo e i media, che non gli sono mai stati amici, lo stanno distruggendo. Una forzata assenza dalle scene, dovuta a un ricovero ospedaliero a Norfolk, l'ha costretto a ricominciare praticamente da capo con un nuovo manager e con una nuova formazione della sua band, i leggendari Blue Caps, composta, oltre che dall'inseparabile batterista Dickie Harrell (l'unico che non l'ha mollato), da Paul Peek, Tommy Facenda, Bobby Lee Jones e dallo scatenato chitarrista Johnny Meeks. La violenza dei suoi concerti, la durezza dei suoi testi, la carica provocatoria dei suoi movimenti sul palco e l'ormai risaputa dipendenza dall'alcool sono i bersagli contro cui si scatena la stampa conservatrice. In più i tempi sembrano cambiare in peggio per i protagonisti del rock ribelle, cui le case discografiche e la maggior parte del pubblico sembrano preferire nuovi artisti perbene come Frankie Avalon e Ricky Nelson. Quando arriva in Gran Bretagna è intenzionato a trovare nuove strade per la sua musica. Viene accolto dal produttore televisivo Jack Good che gli suggerisce di rendere ancora più aggressiva la sua immagine con un completo di pelle nera. In breve Gene diventerà uno dei miti delle ragazze e dei ragazzi britannici. L'anno dopo un incidente automobilistico lo fermerà di nuovo ma il suo feeling con la gioventù d'oltremanica durerà fino al 1965 quando, afflitto da problemi d'alcolismo sempre più gravi, tornerà negli Stati Uniti.

4 dicembre 1928 – Louis Armstrong in “Basin Street Blues”

Basin Street è una strada di New Orleans che va da Canal Street all'attuale Beauregard Square, in passato chiamata Congo Square. Luogo di ritrovo di musicisti e perdigiorno è divenuta celebre nella storia del jazz grazie al brano Basin Street Blues composto nel 1928 dal pianista di New Orleans Spencer Williams. Il merito della sua popolarità non sta però tanto nella composizione di Williams quanto in una versione dello stesso brano entrata nella leggenda. È il 4 dicembre del 1928 e Louis Armstrong con i suoi Hot Five vive uno dei momenti migliori della sua carriera toccando vertici di creatività straordinari. In quel periodo sta costruendo il suo mito. Sono anni in cui oltre alla potenza dell’attacco e alla capacità di tenere la nota fino all'impossibile, il buon Satchmo mette in mostra una creatività e un linguaggio poetico che trovano gli accenti più alti proprio nelle versioni jazz di brani blues. Il trombettista, consapevole dello stato di grazia che sta attraversando, vive freneticamente il periodo quasi sapesse che non durerà per sempre. In questa felice situazione creativa la sera del 4 dicembre 1928 Armstrong decide di cimentarsi per la prima volta con Basin Street Blues. La performance resta nella storia e la versione diventerà una pietra miliare imitata innumerevoli volte nel corso degli ultimi settant'anni.

3 dicembre 1966 - Winchester Cathedral

Il 3 dicembre 1966 arriva al vertice della classifica statunitense dei dischi più venduti Winchester Cathedral, un brano ispirato agli anni Venti e Trenta, decisamente controcorrente per il periodo, e interpretato da un gruppo pressoché sconosciuto che si chiama New Vaudeville Band. La canzone è, in realtà, frutto della geniale creatività di Geoff Stevens, un eclettico londinese protagonista degli anni del beat, autore di pezzi di successo come Tell me when degli Applejacks e The crying game di Dave Berry nonché produttore anche dei primi tre dischi di Donovan. Il brano, nato quasi per scherzo, ripropone il clima e le sonorità dei cosiddetti "anni ruggenti" ed è stato registrato da un nutrito gruppo di musicisti ritrovatisi più per piacere che per obbligo in sala di registrazione. La canzone fa il giro del mondo e ottiene un successo incredibile. I problemi nascono quando iniziano a fioccare le richieste per comparsate in tv e qualche concerto. La band inventata deve diventare vera. Geoff non ha alcuna intenzione di sobbarcarsi le fatiche del caso e il suo posto dal vivo viene preso da Alan Klein. La band, vestita rigorosamente in stile gangster, viene composta poi, oltre che da Klein, dal Mick Wilsher, dal trombettista e sassofonista Bobby Kerr, dal trombonista Hugh Watts, dal bassista Neil Korner, dal batterista Harry Harrison e dal tastierista Stan Heywood. Il tour sarà un successo e Winchester Cathedral venderà sette milioni di dischi. L’avventura avrà un seguito con il successo dei brani Peek-a-boo e Finchley Central prima di finire.

2 dicembre 1955 – Muore Cow Cow Davenport

Il 2 dicembre 1955 a Cleveland nell’Ohio muore il bluesman Charles Davenport, conosciuto dagli appassionati con il nome di Cow Cow. Nato ad Anniston in Alabama il 23 aprile 1894 è uno dei grandi protagonisti della commistione tra il vaudeville di matrice francese e il blues. Il suo soprannome deriva dal grande successo ottenuto negli anni Trenta dal suo brano Cow Cow Blues, in cui mescola in un impasto sonoro di grande suggestione il linguaggio del ragtime con il calore delle barrelhouse, i locali dove si ritrovano i neri alla fine di una giornata di lavoro nei campi. Alla sua forza interpretativa non è estraneo il vagabondaggio dei bluesmen di quegli anni che si ritrova nei contenuti dei brani. Figlio di un pastore, impara presto a suonare il pianoforte e si esibisce giovanissimo nelle feste di Birmingham in Alabama. Successivamente se ne va al seguito del Barkoot's Show, uno spettacolo ambulante nel quale conosce il pianista Bob Davis che lo aiuta a migliorare il suo stile. All'inizio degli anni Venti si esibisce negli spettacoli per minatori e operai del Texas e nel 1924 viene scritturato dallo Star Theatre di Pittsburgh in Pennsylvania. La vita sedentaria, però, non è nelle sue corde. Per un po’ forma con la cantante Dora Carr il gruppo Davenport & Co ma il sodalizio dura poco e Cow Cow riprende i suoi vagabondaggi fra i grandi centri industriali terminali delle migrazioni nere del primo trentennio del secolo. Nel 1933 forma un gruppo itinerante, i Cow Cow's Chicago Steppers, con il quale riprende i suoi viaggi nel sud. Sono anni turbolenti e Cow Cow non sa stare lontano dai guai. Condannato a sei mesi di carcere per rissa li sconta tutti a Camp Kilby in Alabama. Al termine si stabilisce a Cleveland dove apre un negozio di musica, ma un ictus gli toglie per un po’ l’uso del braccio destro. L’infermità non lo spegne. Chiede aiuto al suo amico pianista Sammy Price e tiene fede al suo impegno contrattuale con la Decca registrando nel 1938 una serie di brani. Vagabondo per natura va poi a New York, quindi a Chicago e, infine, a Nashville, nel Tennessee, dove suona al Plantation Club. Nel 1955 è al Wheel Club in quello che è destinato a diventare il suo ultimo ingaggio. Le sue condizioni di salute, già precarie, peggiorano nuovamente e il 2 dicembre una nuova crisi lo uccide.

1 dicembre 1981 – Vince Clarke lascia i Depeche Mode

«Non capisco perché mi facciate tutte queste domande. Me ne vado e basta. Sì, lascio il gruppo, ma non mi sembra poi un fatto sorprendente. Ho voglia di fare altre cose, di inseguire nuovi progetti. Non deve esserci necessariamente un motivo particolare. Non ho litigato con nessuno e non c’è alcuna divergenza con i miei compagni che, del resto, possono continuare tranquillamente senza di me… » Scorbutico e indisponente il 1° dicembre 1981 il leader dei Depeche Mode Vince Clarke così replica alle imbarazzanti domande dei giornalisti dopo il suo annuncio di voler lasciare la band di cui è stato fondatore e anima fino a quel momento. Al di là dell’insistenza della stampa specializzata nel voler ricercare cause nascoste, la decisione suscita sorpresa perché arriva a meno di un mese dalla pubblicazione del fortunato album Speak and spell. Ci si chiede anche quale sarà il destino di una delle più geniali band del tecno-pop dopo l’abbandono di Clarke, autore dell’intero repertorio del gruppo e artefice della inusuale struttura strumentale composta soltanto da un set di sintetizzatori. La notizia sembra preludere allo scioglimento e non manca chi lo dà per scontato. Non sarà così. La leadership dei Depeche Mode passerà a Martin Gore che si mostrerà all’altezza del compito guidando il gruppo in una lunga e fortunata serie di successi. Clarke, invece, ricomincia da capo dando vita agli Yazoo insieme alla cantante Alison Moyet, che in quel periodo si fa chiamare con il curioso nomignolo di Alf. Coronata da un rapido successo, la scelta non placa la sua irrequietezza creativa e la voglia di misurarsi con sempre nuove imprese. Dopo aver piazzato tre singoli e due album nelle prime tre posizioni della classifica, il progetto Yazoo si chiude all’apice del successo nell'estate del 1983, a soli diciotto mesi di distanza dalla nascita. Clarke dà quindi vita agli Assembly insieme all’ex Undertones Feargal Sharkey, ma anche questa avventura è solo una tappa di passaggio nella sua incredibile carriera. Nel 1984 pubblica un’inserzione sulla rivista “Melody Maker" per cercare un cantante all’altezza del suo nuovo progetto. Rispondono in quarantadue. Li ascolta tutti, poi sceglie Andy Bell con il quale formerà l’ennesimo gruppo di successo: gli Erasure.

19 novembre, 2006

30 novembre 1943 – Il King Cole Trio registra "Straighten up and fly right "

Il 30 novembre 1943 il King Cole Trio, composto dal pianista e cantante Nat King Cole con Wesley Prince al contrabbasso e Oscar Moore alla chitarra, registra il brano Straighten up and fly right negli studi della neonata Capitol Records. Non è la prima esperienza discografica per il gruppo che ha già all’attivo alcune collaborazioni in sala di registrazione con Lionel Hampton e qualche brano pubblicato su disco dalla Decca. Come tanti altri nell’ambiente del jazz i tre sembrano destinati a una tranquilla carriera senza particolari scosse. Non la pensano così due dirigenti della Capitol, Glenn Wallachis e Johnny Mercer, che fanno firmare a Nat King Cole un contratto in esclusiva. Hanno ragione. Il brano registrato il 30 novembre, pubblicato su disco, attira l’attenzione del pubblico e, soprattutto, della critica che parla dell’abilità pianistica di Nat come di «una sintesi degli stili di Earl Hines, Fats Waller e Teddy Wilson, ma con maggiore semplicità e immediatezza». La formula stilistica proposta dal trio è destinata ad avere numerosi imitatori anche se nessuno riuscirà mai a eguagliarne l’efficacia. Importante è anche l’apporto di Oscar Moore, considerato, insieme a Charlie Christian, uno dei pionieri della chitarra elettrica, anticipatore di soluzioni che più tardi verranno applicate dai boppers. Il personaggio più singolare resta però Nat King Cole, l’artefice e leader del gruppo. Nonostante i giudizi lusinghieri della critica non passerà alla storia per le sue doti di pianista, ma per la sua voce. I virtuosismi al piano in campo jazzistico sono destinati a essere oscurati dallo straordinario successo ottenuto come cantante confidenziale negli anni Cinquanta. Per quasi quindici anni la sua voce farà impazzire gli americani rendendolo ricco e famoso. I soldi e gli onori della musica di consumo non gli faranno, però, dimenticare il jazz, cui torna periodicamente a dedicare parte del suo tempo, come nel 1956 quando la Capitol gli propone di aprire una nuova, importante, parentesi jazzistica nella sua carriera. Il cantante accetta e registra After midnight, un album che ancora una volta stupisce tutti, realizzato in quartetto con il chitarrista John Collins, il contrabbassista Charlie Harris e il batterista Lee Young.

14 novembre, 2006

29 novembre 1994 - Addio Hi-de-ho man

Il 29 novembre 1994 in una casa di riposo dello stato del Delaware, negli Stati Uniti, muore a ottantasei anni il grande musicista jazz Cab Calloway, uno dei protagonisti della grande stagione del Cotton Club di Harlem e dello scat, interprete di Minnie the moocher e conosciuto anche come "Hi-de-ho man". Tornato alla ribalta nel 1980 per la sua partecipazione al film “The blues brothers” di John Landis, era popolare anche presso le nuove generazioni. La morte non arriva inaspettata perché da giugno, quando era stato colpito da ictus cerebrale nella sua casa di White Plains, non si era più ripreso. Cabel Calloway, questo è il suo nome completo, nasce a Rochester, New York, nel 1907, trascorre l'infanzia a Baltimora poi si trasferisce a Chicago dove, spinto dai genitori, si dedica agli studi legali. Ai libri, però, preferisce il canto e il ballo sulle orme della sorella Blanche. Quando, per motivi economici, la famiglia rinuncia all'idea di avere un figlio avvocato, lui non si strappa i capelli. Dopo aver lavorato nei locali di Chicago, nel 1928 viene scritturato da Marion Hardy negli Alabamians con i quali suona al Savoy Ballroom di New York. Prima della fine del 1929 entra a far parte dei Missourians, un gruppo costituito da musicisti di St. Louis e Kansas City, che dopo varie stagioni al Savoy vengono scritturati dall'impresario Irving Mills per il Cotton Club dove nel 1932 sostituiscono l'orchestra di Duke Ellington. Proprio in questo club destinato a dare anche il titolo a un film nasce "Hi-de-ho man", un soprannome preso dalle sillabe più frequenti nel suo canto scat. La morte lo trasforma in una delle tante leggende del jazz.

28 novembre 1889 – Ray Lopez, la cornetta del jazz commerciale

Il 28 novembre 1889 nasce a New Orleans, in Louisiana, il cornettista Ray Lopez, uno degli esponenti più originali del "lato melodico" e più commerciale del jazz. Delle sue origini musicali non si sa molto. Il suo nome comincia a circolare insistentemente nell'ambiente alla fine del primo decennio del Novecento quando suona nella Reliance Brass Band di Jack Papa Laine, considerata un po' la culla dei più importanti dixielanders bianchi di New Orleans. Lì son passati tutti: da La Rocca a George Brunis, da Tom Brown a Leon Roppolo, da Larry Shields a Tony Sbarbaro. Ray si fa apprezzare per la morbidezza del suono e la capacità di adattarsi alle esigenze dell'orchestra senza rinunciare a sprazzi di intelligente iniziativa. Quando chiude con la Reliance entra a far parte della Tom Brown's Band From Dixieland, la jazz band fondata dal trombonista Tom Brown. Questo gruppo, di cui fanno parte, oltre a Brown e a lui, Larry Shields, Deacon Loyacono e Billy Lambert, nel 1915 se ne va a Chicago e trova la gloria. Il successo è tale che il gruppo si sdoppia per partecipare anche agli spettacoli di vaudeville senza pagare penali alle sale da ballo da cui è stato scritturato. Negli spettacoli si chiamano The Five Rubes, mentre nelle serate in sala riprendono il loro nome originale. Alla fine del decennio Ray se ne va e nei primi anni Venti è sulla West Coast, al California Ambassador Hotel di Los Angeles con l'orchestra di Abe Lyman, un'altra famosa formazione da ballo. In questo periodo incide anche qualche disco, ma negli anni successivi le sue tracce diventeranno sempre più confuse.

27 novembre 1970 - Dimenticate i Beatles, ascoltate George!

Il 27 novembre 1970 George Harrison pubblica All thing must pass, un triplo album prodotto dallo stesso Harrison con Phil Spector. Se si eccettua la deludente colonna sonora del film “Wonderwall” composta nel 1968, si tratta del primo vero lavoro da solista dell’ex Beatle. I commenti della critica sono entusiastici. «Dimenticate i Beatles, ascoltate George!» scrive Melody Maker. La foto di copertina è uno sberleffo per i suoi ex compagni. Harrison appare seduto in mezzo a un prato circondato da quattro gnomi di gesso (i Beatles?) che lo guardano. Nei primi due dei tre dischi contenuti nell'album è raccolta la produzione accumulata negli ultimi anni di contrastata vita dei Beatles. Il terzo invece è interamente dedicato a una narcisistica session con vari musicisti, da Eric Clapton a Dave Mason, a Ringo Starr e Jim Gordon che la leggenda vuole si sia svolta sotto l’effetto di droghe. È una sorta di bonus di cui non si sentiva il bisogno anche se nessuno ha il coraggio di dirlo apertamente. Gli altri due dischi del triplo album, però, sono davvero una sorta di parco delle meraviglie, a partire dal brano d'apertura, I'd have you anytime, il cui testo è stato scritto da Bob Dylan. Canzoni dolenti e colme d'emozione come Isn't it a pity si alternano ad altre scanzonate e ricche di allegria come Wah wah, che sempre la leggenda vuole sia stata scritta per sbeffeggiare Paul McCartney. Nell'album c'è anche la famosa My sweet Lord, che verrà pubblicata anche in singolo, conquisterà le classifiche di tutto il mondo, ma regalerà a George Harrison una condanna per plagio.

26 novembre 1955 – Lascia o raddoppia? L’Italia è un quiz

Dopo una puntata di prova trasmessa il sabato precedente, giovedì 26 novembre 1955 alle ore 21.05 va in onda sugli schermi televisivi di tutt’Italia la prima puntata di “Lascia o raddoppia?”, telequiz settimanale liberamente ispirato al programma televisivo statunitense “The 64 thousand dollar question”, presentato da Mike Bongiorno e destinato a durare fino al 1959. La regia è di Romolo Siena e la valletta è Maria Giovannini, Miss Roma, che verrà sostituita dopo qualche puntata da Edy Campagnoli. Il notaio, che sovrintende alla regolarità del gioco si chiama Niccolò Livreri. Ogni concorrente parte da una quota di duemila e cinquecento lire e la cifra può salire, attraverso un meccanismo di progressivi “raddoppi” fino al premio massimo di cinque milioni e centoventimila lire. I concorrenti hanno trenta secondi per rispondere alle domande di Mike Bongiorno e i più sfortunati vengono ricompensati con un premio di consolazione di quarantamila lire. Il programma, seguitissimo, entrerà nella storia della televisione e i partecipanti acquisteranno, grazie alle loro performance sul teleschermo, grande notorietà. Il suo successo cambia le abitudini degli italiani e porta la televisione al centro della vita sociale al punto che anche nelle sale cinematografiche il giovedì sera si sceglie di sospendere le proiezioni e di allestire speciali salette con la televisione per consentire agli spettatori di guardarsi “Lascia o raddoppia?”. È l’inizio di una vera e propria rivoluzione. Il quiz televisivo diventa un punto d’incontro per dialoghi, discussioni e anche liti. Le domande, le risposte, le gaffe di Mike Bongiorno e lo stesso atteggiamento dei protagonisti vengono vivisezionati, analizzati e commentati nelle chiacchiere nei bar, nei quartieri, nei caseggiati e sui mezzi pubblici.

25 novembre 1976 – L’ultimo valzer della Band

Il 25 novembre 1976 la Band di Robbie Robertson tiene al Winterland di San Francisco il suo concerto d’addio. Per l’occasione il gruppo decide di fare le cose in grande. Mentre l’impresario Bill Graham offre tacchino e pane azzimo agli spettatori, quasi si trattasse di una veglia religiosa, davanti alla cinepresa di Martin Scorsese si svolge un avvenimento eccezionale, immortalato dal film “The last waltz” e dall’album omonimo. Con la Band si alternano sul palco, nel corso di un lunghissimo concerto, Paul Butterfield, Bobby Charles, Eric Clapton, Neil Diamond, Bob Dylan, Ronnie Hawkins, Dr. John, Muddy Waters, Stephen Stills, Joni Mitchell, Van Morrison, Ringo Starr, Ron Wood e Neil Young. È il saluto del mondo del rock a uno dei gruppi più significativi di quel periodo. Affermatisi come gruppo d’accompagnamento di Bob Dylan, riescono successivamente a emanciparsi e a costruirsi una posizione autonoma circondati da un rispetto inusuale per l’ambiente. Greil Marcus così parla di loro nel suo libro “Mistery train”: «…contro le tendenze e gli stili degli anni Sessanta loro cercano le tradizioni… la loro posizione è quella di un gruppo che rifiuta la scena pop fatta di mode effimere. Sono solidi lavoratori con anni di gavetta alle spalle». Parole che vengono confermate dalla polemica innescata dal leader del gruppo Robbie Robertson nei confronti di un giornalista che accusa la Band di rincorrere sonorità più adatte ai cantautori che a un gruppo: «Vedi, amico, io sono fatto a modo mio. Voglio scrivere e cantare soltanto cose vere e che hanno un peso reale. Per questo preferisco rifarmi ai contadini che si univano ai sindacati durante la depressione che a te che vai a San Francisco a metterti un fiore fra i capelli». Le loro canzoni raccontano storie, sensazioni, paesaggi e sentimenti filtrati attraverso gli occhi delle classi subalterne, della gente semplice. La serata al Winterland sarà davvero l’ultima del gruppo. I componenti prendono strade diverse e non torneranno più sui loro passi anche se non mancheranno riunioni occasionali come quella del 1990, senza Robertson, in “The wall” nella Potzdamer Platz di Berlino.

12 novembre, 2006

24 novembre 1928 – Giuseppe Sboto, il romano innamorato del jazz

Il 24 novembre 1928 nasce a Roma il vibrafonista e pianista Giuseppe "Puccio" Sboto, una delle più singolari figure del jazz italiano, irregolare nell'impegno, ma fondamentale nella formazione di una lunga serie di giovani musicisti come, tra gli altri, Bruno Biriaco, Riccardo Del Fra, Nicola Stilo, Danilo Rea e Francesco Puglisi. Nel 1934, quando non ha ancora compiuto sei anni, inizia studiare pianoforte classico incoraggiato dai genitori. Che la carriera del concertista non faccia per lui appare evidente quando, a quattordici anni, dopo aver ascoltato Gorni Kramer decide di passare provvisoriamente a un'altra tastiera, quella della fisarmonica. Nell'immediato dopoguerra è uno dei protagonisti del grande fermento jazzistico della capitale. Memorabili restano le sue jam session con Carletto Loffredo, Enzo Grillini, Umberto Cesari, Franco Mingrino e i fratelli Letteri. Volubile e poco incline a lasciarsi coinvolgere da "impegni fissi" soltanto nel 1956 accetta di entrare in pianta stabile nella Roman New Orleans Jazz Band con la quale partecipa anche a due edizioni del Festival Mondiale della Gioventù (Mosca e Vienna). Dal 1960 al 1963 è uno dei componenti della Modern Jazz Gang. Successivamente il suo nome ricompare qua e là accanto a personaggi come Gato Barbieri, Don Byas e tanti altri, pur senza cercare riferimenti fissi. Per tutta la sua vita si comporta come un musicista innamorato più del jazz che della carriera. Le apparizioni discografiche, tutte di altissima qualità, sono discontinue e irregolari. Tracce del suo lavoro appaiono, oltre che nei dischi delle orchestre già citate, anche in varie incisioni del quartetto di Mario Cantini o di musicisti come Gianni Sanjust, Marcello Riccio, Carletto Loffredo, Mario Schiano e molti altri. In più sembra divertirsi a spaziare tra i generi, dal mainstream moderno all'hard bop, senza curarsi troppo di seguire un percorso logico. Negli anni Settanta, quando tutti lo danno per scomparso, riemerge improvvisamente a capo di varie formazioni di giovanissimi musicisti. Lo fa per scelta perché crede nelle possibilità di liberare il jazz italiano dalle ruggini del periodo semiclandestino degli anni del fascismo e da un dopoguerra un po' troppo condizionato dagli influssi d'oltreoceano. Esemplare in questo senso resta il suo apporto, non solo musicale, a un gruppo di svolta come quello formato da Mauro Zazzerini, Danilo Rea, Piero Cardarelli e Lucio Turco.

23 novembre 1950 - Richard Raux: la musica non è solo l'America

Il 23 novembre 1950 nasce il sassofonista Richard Raux. Creolo, passa l'infanzia nel Madagascar, un luogo dove la musica si abbevera alle tradizioni africane, indiane e cinesi. Questa ricchezza sonora dominata dal ritmo influenzerà tutta la sua ispirazione come e più dei dischi di Parker e di Coltrane. A tredici anni è il batterista della migliore orchestra malgascia di jazz, diretta da Jeannot Rabéson, ma il suo sogno è quello di imparare a suonare il sassofono. Si mette di impegno e ce la fa. Frequenta per due anni i corsi di sassofono e composizione al conservatorio (anche se in epoche successive si farà passare per un autodidatta) e alla fine degli anni Sessanta è a Parigi dove si esibisce in un trio al Gill's Club e successivamente suona nei Magma, la formazione di Christian Vander. Non rinuncia, però, a qualche esperienza in proprio come gli Stuff, una band di cui fanno parte, oltre a Vander, Paco Charleri e Claude Engel. Entrerà poi nel progetto Faarmadin poi negli Hamsa e poi in tanti altri progetti che si muoveranno verso il suo obiettivo: liberare la musica jazz dal peccato originale dell'influenza statunitense. Negli anni Settanta così spiega i suoi progetti: «Vorrei dare al pubblico l'equivalente della soul music, ma nel senso più universale, non solo ristretta all'anima nera americana». Nel suo sogno musicale c'è spazio per l'Africa e l'oriente e soprattutto per le suggestioni della musica indiana che si sforza di rendere comprensibile al grande pubblico. Ecco perché ama Shepp ma esprime riserve sul free jazz il cui tempo irregolare non lo convince affatto.

09 novembre, 2006

22 novembre 1950 – Per Miami Little Steven il rock è motivazione più che intrattenimento

Il 22 novembre 1950 nasce a New York "Miami" Little Steven, all'anagrafe Steven Van Zandt, il chitarrista considerato per anni la spalla ideale del Boss Bruce Springsteen. Nonostante sia stato fondamentale per l'allargamento della sua popolarità, il rapporto professionale con Springsteen ha finito, però, per condizionare, non sempre positivamente, la sua carriera. Little Steven muove i primi passi musicali sotto la guida del nonno, l'italoamericano Sam Lento, che gli insegna i segreti della chitarra sulle note dei ritornelli popolari calabresi. La sua formazione musicale si alimenta al calore del rhythm and blues di Gary Davis e Robert Johnson oltre che al jazz tradizionale di Louis Armstrong. A soli quindici anni diventa il cantante e chitarrista degli Shadows, un gruppo del New Jersey da non confondere con la più illustre e omonima band britannica. Un anno d'esperienza gli basta per sentirsi finalmente pronto a formare un proprio gruppo, The Source. Sono gli anni della grande mobilitazione contro la guerra nel Vietnam e Little Steven con la sua band è tra i protagonisti di lunghe kermesse musicali sull'argomento. Suona dovunque, anche se la sua tana è lo Stone Pony, un locale di Asbury Park. Nel 1974 entra a far parte dei Southside Johnny & The Asbury Jukes il gruppo di "Southside" Johnny Lyon. L'anno dopo incontra Bruce Springsteen, artista che ammira da tempo, che lo chiama a far parte della sua E Street Band, in quel periodo impegnata a completare la registrazione dell'album Born to run. Resterà con il Boss per nove anni consecutivi, senza rinunciare però a qualche esperienza per conto suo, prima con gli Asbury Dukes e poi con i Disciples of Soul. Il suo impegno sociale e, soprattutto, la voglia di sperimentarsi senza l'ingombrante presenza di Springsteen lo portano a separarsi amichevolmente dal Boss nel 1984. «Il rock non è intrattenimento, è motivazione». Per questo lui farà sul serio. Pubblicherà album come Freedom no compromise, caratterizzato da un deciso impegno sociale in difesa delle popolazioni oppresse del Sud America e del Sud Africa, ma si mobiliterà anche in progetti più ampi come la registrazione, con decine di stars tra cui lo stesso Springsteen, di Sun City, un brano contro l'apartheid sudafricano. La separazione dal Boss non sarà definitiva. Dopo una lunga serie di "incontri casuali" alla fine degli anni Novanta i due torneranno a esibirsi insieme.

08 novembre, 2006

21 novembre 1987 – T'Pau, la band dal nome vulcaniano

Il 21 novembre 1987 arriva al vertice della classifica dei singoli più venduti in Gran Bretagna China in your hand. Il brano rappresenta la definitiva conferma del successo commerciale dei T'Pau, una band che ha poco più di un anno di vita e che ha ispirato il suo nome a quello di una principessa vulcaniana della serie televisiva "Star Trek". Pur essendo di fresca costituzione il gruppo è composto da una serie di navigati musicisti con una lunga esperienza: la più "vecchia" è la trentenne cantante Carol Decker, ma gli altri non scendono sotto i venticinque anni. Al momento della sua nascita la formazione comprende, infatti, il bassista Paul Jackson, il tastierista Michael Chetwood, il batterista Tim Burgess e i chitarristi Ronnie Rogers e Taj Wyzgowski, quest'ultimo sostituito dopo qualche mese da Dean Howard. L'idea originaria è quella di formare una band che consenta loro di divertirsi suonando la musica che più amano, ma di non rinunciare alla possibilità di guadagnare anche qualche soldo in più. I risultati vanno al di là delle più rosee previsioni. Dopo un paio di singoli passati inosservati i T'Pau diventano una delle band-rivelazione del 1987 grazie al successo del singolo China in your hand e, soprattutto, dell'album Bridge of spies. L'improvviso e un po' imprevisto successo spinge la loro casa discografica a tentare il lancio della band anche negli Stati Uniti dove l'album, pubblicato con il titolo inspiegabilmente cambiato in T'Pau, pur entrando nella classifica dei dischi più venduti, non ripete i trionfi britannici. Meglio va al singolo Heart and soul, ma complessivamente si ha l'impressione che la loro musica non sia fatta per gli States. A dispetto di chi prevede una lunga carriera di successi, i T'Pau, dopo la pubblicazione del secondo album Rage, fortunato almeno quanto il primo, e di una terna di singoli, scompaiono praticamente nel nulla. Il silenzio discografico durerà per ben tre anni e, nel 1991, il ritorno in sala di registrazione delude le attese. Il loro terzo album The promise, infatti, appare stancamente ripetitivo e privo della freschezza che caratterizzava le loro precedenti registrazioni, viene stroncato dalla critica e ignorato dal pubblico. Pochi mesi dopo i T'Pau si sciolgono. Nel 1993 si parlerà ancora di loro quando verrà pubblicato l'antologico Heart and soul - The very best of T'Pau, con alcuni brani registrati dal vivo all'Hammersmith di Londra nel mese di marzo del 1988.

20 novembre 1997 - Tito Puente in paradiso

Il 20 novembre 1997 Tito Puente, detto anche "l'imperatore del mambo", ha la soddisfazione di vedere il suo nome inserito nella Hall of Fame del Jazz, una sorta di paradiso delle celebrità accanto a personaggi come Nat King Cole, Miles Davis, Ray Charles e tanti altri. Il vecchio leone è commosso, ma non lo dà a vedere, anzi finge una maschera da duro che non gli è propria: «La mia è una generazione che ne ha viste tante da non stupirsi più di nulla». Figlio di emigrati portoricani, non ha mai nascosto le sue umili origini: «Rivendico il fatto di essere nato nel Barrio di New York, un posto dove si passava indifferentemente dal jazz alla musica latina. Per questo amo entrambi i generi senza distinzioni. Il mambo è la somma dei due e io, quando me lo posso permettere, tengo i piedi in… due orchestre». L'inserimento nella Hall of Fame del Jazz è un riconoscimento ufficiale per il musicista che ha il merito di aver arricchito dei ritmi latino-americani il jazz orchestrale e uno schiaffo per chi periodicamente lo descrive come un artista in declino. Come accade nei primi anni Sessanta quando il mambo sembra diventare un cimelio da museo, roba buona solo per le nostalgie dei poveri latino-americani. Lui non si arrende. Continua a comporre brani e a suonare con piccole orchestre nelle feste di battesimo e nei matrimoni della comunità latina di New York. Torna alla ribalta quando Carlos Santana porta al successo due suoi brani, Oye como va e Para los rumberos, realizzando una nuova sintesi tra il rock e le musiche del Caribe. È l'inizio della rinascita che, questa volta, sarà definitiva.

19 novembre 2001 – Gli Zen dal web a "Pornstar"

Il 19 novembre 2001 la casa discografica High Tuned Records pubblica Pornstar, il primo album degli Zen, una band romana divenuta in poco tempo popolarissima senza avere ancora pubblicato un disco. La storia inizia nel 1998 quando quattro amici dell’hinterland di Roma formano un gruppo cui danno, appunto, il nome di Zen. Dopo un paio d’anni di gavetta fra Roma e dintorni, si iscrivono più per scherzo che per reale convinzione all’edizione di Emergenza Festival del 2000. Man mano che le esibizioni si susseguono gli Zen prendono sempre maggiore confidenza con il palco e attirano la simpatia del pubblico. L’avventura finisce la vittoria nella finale del festival a Roma. Ormai ci hanno preso gusto. Per questo nell’agosto dello stesso anno partecipano all’annuale Taubertal Open Air Festival, una rassegna che si svolge nella deliziosa città medioevale tedesca di Rothenburg. In quell’edizione condividono lo stage con band come No Fun At All, Oomph! e Guano Apes. Nel settembre del 2000 suonano a Parigi insieme ai tedeschi Emil Bulls. Sempre in quel periodo, gli Zen incidono alcuni provini che promuovono via web attraverso il proprio sito e altri specializzati. È proprio il web a trasformarli in una sorta di fenomeno mediatico. In poche settimane il loro brano (This’s) the end of the world viene scaricato da centinaia di ragazzi da tutta Europa e la loro popolarità cresce in maniera esponenziale. La stessa High Tuned Records, dopo aver ascoltato il brano in rete, decide di scritturarli per il loro album d’esordio. Pornstar segna l’inizio di una bella avventura. Pochi mesi dopo gli Zen vinceranno Sanremo Rock & Trend.

07 novembre, 2006

18 novembre 1965 – Lou Black, il banjoista che non amava i viaggi

Il 18 novembre 1965 muore a Rock Island, nell’Illinois, il banjoista Lou Black. Ha sessantaquattro anni e da qualche giorno è ricoverato in ospedale dopo aver riportato gravi ferite in un incidente stradale. La causa della morte è da ricercare in una serie di complicazioni cardiache. Finisce così la carriera musicale di Lou o, per essere precisi, di Louis Thomas Black, come risulta dal registro anagrafico della stessa Rock Island, dove è nato. La sua storia musicale inizia nel 1919 quando, dopo aver imparato praticamente da solo a suonare il banjo, accompagna il pianista Carlisle Evans sull'S.S. Capitol, un vaporetto che ospita pochi turisti e tante sale gioco. Lascia l'instabile palcoscenico nel 1921 per entrare a far parte dei New Orleans Rhythm Kings che, in quel periodo, sono impegnati stabilmente con un lungo contratto al Friars’ Inn di Chicago. L'anno dopo, sempre insieme alla stessa band registra vari brani destinati a essere pubblicati in dischi che recano sull'etichetta la dicitura: Friars Society Orchestra. Il suo apporto si fa sentire in particolare nel corso della seduta di registrazione che si svolge il 20 agosto 1922 durante la quale la band esegue due brani leggendari come Tiger Rag e Panama esaltando gli assoli del clarinettista Leon Rappolo, vera e propria star di giornata. Anni dopo più di un critico rileverà come la geniale e ispirata esecuzione di Rappolo sia ampiamente debitrice all'apporto ritmico-armonico del banjo di Lou Black. La sua avventura con i New Orleans Rhythm Kings finisce nel 1923 quando entra a far parte degli Original Memphis Melody Boys di Elmer Schoebel. Il suo stile, fatto di leggerezza e senso del ritmo, piace a Schoebel che lo vuole anche nelle formazioni della Chicago Blues Dance Orchestra e della Midway Garden Orchestra. Nel 1924, colto da improvvisa nostalgia, ritorna al fianco di Carlisle Evans. Lou, però, è stanco di vagabondare e cerca un impiego fisso o qualcosa che gli assomigli. Lo trova nel 1925 quando viene scritturato dall’orchestra della stazione radio WHO di Des Moines nell'Iowa. Ci resta fino al 1931 quando decide di lasciare la musica. Non è un addio definitivo. Periodicamente accetta qualche rimpatriata con i suoi vecchi compagni. Memorabili restano le sue esibizioni a nel 1961 e nel 1963 a Moline, in Illinois. Pochi giorni prima di morire smentisce le voci che lo vogliono alla vigilia di un rientro sulle scene a tempo pieno.

17 novembre 1962 - Rita Pavone nel pallone

Il 17 novembre 1962 arriva al primo posto della classifica italiana dei dischi più venduti una canzone destinata a diventare una sorta di longseller senza età. Il brano si intitola La partita di pallone. Ne sono autori Carlo Alberto Rossi ed Edoardo Vianello e non è neppure una novità, visto che qualche tempo prima è stato inciso da Cocky Mazzetti senza risultati apprezzabili. Se la canzone è la stessa, cosa è cambiato? Tutto. Per prima l'interprete. Al posto dell'urlatrice melodica Cocky Mazzetti c'è Rita Pavone, una scatenata e lentigginosa diciassettenne torinese dalla voce esplosiva scoperta da Teddy Reno al Festival degli Sconosciuti di Ariccia. La RCA italiana, intenzionata a catturare il pubblico degli adolescenti, capisce fin dal primo momento che la ragazza può rompere gli schemi che fino ad allora hanno caratterizzato la presenza femminile nella canzone italiana e si adegua. Il secondo elemento di novità, funzionale al primo, è l'arrangiamento del brano affidato a Luis Enriquez Bacalov e costruito apposta per far suonare il disco a volume altissimo nei juke box. L'intenzione è esplicita fin dai quattro colpi di cassa che ne costituiscono l'avvio. Il livello della registrazione, superiore di quasi quattro volte alla norma, fa il resto. Quando viene gettonato nei juke box il brano non può non essere notato. In pochi giorni il disco vende più di un milione di copie e Rita Pavone diventa una star grazie anche al fatto che viene scelta, insieme a Gianni Morandi, come conduttrice di "Alta pressione", il primo programma televisivo scritto e pensato per gli adolescenti.

06 novembre, 2006

16 novembre 1956 - Arriva "Love me tender", in italiano "Fratelli rivali"

Il 16 novembre 1956 viene distribuito nelle sale cinematografiche statunitensi il primo film di Elvis Presley, "Love me tender", che verrà esportato anche in Italia con il sorprendente titolo di "Fratelli rivali". Il lungometraggio segna il debutto sul grande schermo del ragazzone bianco amato dalle teen-ager che ha saputo addomesticare il rock and roll. Artefice dell'incontro di Elvis con il cinema è stato Hal Wallis, il magnate che l'anno prima l'ha convinto a firmare un sostanzioso contratto con la 20th Century Fox. Con la tipica programmazione hollywoodiana nulla è stato lasciato al caso. Anticipazioni e scandaletti inventati dagli abili uffici stampa hanno costellato le cronache per tutta la lavorazione dei film. Molto tempo prima della sua uscita nelle sale nella centralissima Times Square di New York è stata collocata una sagoma bianca alta più di quindici metri con un enorme punto interrogativo al centro. Giorno dopo giorno sono stati aggiunti i contorni, poi lo sfondo e, infine, l'immagine di Elvis. Le cronache riportano che nel giorno in cui l'immagine del cantante è stata collocata al centro della sagoma il traffico è rimasto bloccato a lungo da un numero crescente di giovani fans entusiasti. Anche l'improbabile diventa vero nel lancio di quello che viene presentato come l'evento cinematografico dell'anno. Una volta preparato il terreno la Fox provvede a stampare un numero record di copie della pellicola in modo da poter invadere tutti i principali cinema degli Stati Uniti. Il risultato è all'altezza delle aspettative: in tre giorni di programmazione il fílm copre le spese d'incasso. La storia, d'ambientazione western, racconta le vicende di due fratelli innamorati della stessa ragazza alla fine della Guerra di Secessione. Probabilmente, senza la presenza di Elvis Presley, il film non avrebbe retto neppure un giorno di programmazione. Ma Elvis c'è e questo ai suoi fans basta. Quel 16 novembre 1956 segna l'inizio del cosiddetto "Presley business", una vera e propria organizzazione commerciale che nasce per sfruttare al meglio il fenomeno di massa. Magliette, jeans, pupazzi, giubbotti, stivali, cuscini e altri getti trovano spazio sul mercato grazie all'immagine del cantante. Sul piano musicale il film rappresenta un passo in più verso la definitiva normalizzazione del (ribelle?) Elvis Presley che, nonostante la forza della canzone che dà il titolo al film, appare sdolcinato e sempre più uguale ai tradizionali interpreti bianchi di country.

05 novembre, 2006

15 novembre 1913 – Gus Johnson, il batterista prodigio

Il 15 novembre 1913 nasce a Tyler, nel Texas, il batterista Gus Johnson. Ha ancora i calzoncini corti quando, viste le sue inclinazioni musicali, la famiglia vorrebbe farne un concertista di pianoforte, ma il bambino ha già altre idee. Alle noiose ore di studio dietro la tastiera preferisce la dirompente semplicità delle strutture ritmiche. Appena può si dedica allo studio di basso e batteria. È soprattutto quest'ultima a solleticare la sua curiosità. Ben presto anche la sua famiglia si deve arrendere all'evidenza, soprattutto dopo averlo visto all'opera al Lincoln Theatre di Houston. È il 1923 e il piccolo Gus Johnson ha soltanto dieci anni ma percuote rullanti, tamburi e piatti con il piglio del professionista consumato. La popolarità del batterista prodigio si allarga finché nessuno fa più caso alla sua età, tanto che nel 1925 il dodicenne Johnson suona con i McDavid’s Blue Rhythm Boys. Negli anni successivi lo si ritrova con le band di alcuni dei personaggi più significativi di quel periodo come Lloyd Hunter o Ernest "Speck" Redd. Nel 1938 viene scritturato a Kansas City dalla grande e popolarissima orchestra di Jay Mc Shann, con la quale rimane fino al 1943, anno in cui gli Stati Uniti gli mettono una divisa e lo mandano a combattere nella Seconda Guerra Mondiale. Due anni dopo torna alla vita civile e cerca di ritessere i contatti con l'ambiente musicale. Per la verità non deve faticare molto per trovare il primo ingaggio da parte della band di Jesse Miller. Nel 1947 suona nell’ultima grande orchestra di Earl Hines e, successivamente, con Cootie Williams. A partire dal 1949 diventa il batterista preferito di Count Basie che lo vuole con sé sia nella sua big band che nei gruppi più ristretti. Il sodalizio con Basie dura un quinquennio, poi se ne va, deciso a lavorare come indipendente sulla piazza di New York. Varie esperienze in studio precedono il suo ritorno dal vivo. Dopo una breve collaborazione con Lena Horne, nel 1957 accetta le offerte di Ella Fitzgerald con la quale resta per un paio d'anni. Nel 1959 è il batterista dell’orchestra di Woody Herman, ma anche questa esperienza non durerà più di un anno. Orgoglioso della sua indipendenza preferisce il lavoro in studio di registrazione ai ritmi forzati delle tournée. Dopo aver suonato con Gerry Mulligan alla fine degli anni Sessanta è uno dei protagonisti della World’s Greatest Jazz Band. Nel 1974 se ne andrà a Denver ma non terrà mai completamente fede ai ripetuti annunci di ritiro dalle scene.

14 novembre 1970 - L'irrequieto Ian Matthews al vertice delle classifiche di vendita

Il 14 novembre 1970 al vertice della classifica britannica arriva Woodstock, un suggestivo brano scritto da Joni Mitchell. Non lo interpreta la sua autrice, ma una band fino a quel momento sconosciuta che risponde al nome di Matthew's Southern Comfort. Dietro alla sigla c'è l'irrequieto Ian Matthews che ha appena lasciato i Fairport Convention per debuttare come solista. La band è nata quasi per caso assemblando i musicisti che hanno lavorato con lui alla registrazione del suo primo album: il chitarrista Mark Griffiths, il chitarrista Carl Barnwell, il bassista Andy Leigh, il batterista Ray Duffy e il percussionista Gordon Huntley. L'inaspettato successo di Woodstock lo convince a rinviare per un po' i progetti solistici e a dare continuità al lavoro di gruppo. Quando se ne andrà i suoi compagni, diventati semplicemente Southern Comfort, andranno avanti per conto loro fino al 1972 pubblicando ben tre album: Southern Comfort, Frog city e Stir don't shake. La carriera solistica di Ian Matthews, invece, non sarà accompagnata da troppa fortuna tanto che, dopo due album di scarso successo, il ragazzo cambierà idea e formerà una nuova band, i Plaisong, insieme ai tre chitarristi Dave Richards, Andy Roberts e Bobby Ronga. Scontento e deluso anche da questa esperienza continuerà da solo per il resto degli anni Settanta. All'inizio del decennio successivo una controversia legale con la casa discografica Mushroom lo costringerà a un forzato periodo di silenzio discografico, durante il quale lavorerà al Dipartimento Arte e Repertorio della Island di Los Angeles.

13 novembre 2000 - "One" dei Beatles? Un affare commerciale

Dopo molte anticipazioni e annunci il 13 novembre 2000 esce One, l'antologia dei successi dei Beatles che, come recita il comunicato stampa della EMI, «riunisce i loro ventisette singoli numeri uno in classifica». Si completa così una grande operazione di marketing iniziata con il volume dell'autobiografia "ufficiale". L'album, che schizza rapidamente i vertici delle classifiche di vendita in moltissimi paesi, punta chiaramente a strappare a Thriller di Michael Jackson il record del "disco più venduto di tutti i tempi". In realtà One non aggiunge niente di nuovo alla leggenda dei Fab Four, anche se i brani sono conosciuti, belli e rimasterizzati con cura. In più, a dispetto dei comunicati stampa, il disco non raccoglie davvero «tutti i singoli arrivati al primo posto in classifica». Nella track list infatti c'è da rilevare l'assenza, apparentemente inspiegabile, di Rain e Strawberry fields forever. In realtà una ragione c'è ed è spiegabilissima: l'intera operazione è stata accuratamente studiata a tavolino per arivare al vertice delle classifiche e tentare il record. In breve: con ventisette brani si arriva al limite della capienza di un normale compact disc. Con l'inserimento dei due brani mancanti l'album avrebbe dovuto essere sdoppiato in due Cd e il maggior costo di vendita avrebbe reso impossibile l'assalto al record di "disco più venduto di tutti i tempi". Si è perciò preferito una sorta di "falso storico" di successo a un'antologia corretta, ma non da record. Nonostante tutto però One un modesto valore aggiunto ce l'ha: contiene le famose foto di John, Paul, George e Ringo scattate da Richard Avedon. Per chi s'accontenta...

12 novembre 1988 – Wild wild west

Il 12 novembre 1988 al vertice della classifica statunitense dei dischi più venduti c’è il brano Wild wild west realizzato da una band britannica poco conosciuta al grande pubblico. Sono gli Escape Club e sono stati formati a Londra cinque anni prima dal cantante Trevor Steel, dal chitarrista John Holliday, dal bassista Johnnie Christo e dal batterista Milan Zekavica. Agli inizi della loro storia i quattro non se la passano benissimo. Come molti altri suonano nei locali e sognano di diventare famosi con i dischi. Le prime esperienze in sala di registrazione avvengono tra le accoglienti ma poco significative mura di un'etichetta indipendente che pubblica il loro primo singolo destinato a restare una sorta di demo. Va meglio il passo successivo quando il secondo singolo Rescue me e l'album White fields riescono a trovare spazio nella ristretta cerchia degli appassionati e portano in regalo l’inserimento degli Escape Club in qualche elenco dei i gruppi - rivelazione del momento elaborato dalle riviste di nicchia. Pur apprezzati sembrano destinati a una tranquilla carriera nei club e in qualche concerto senza grandi exploit né sul piano commerciale né su quello della popolarità planetaria. Quando non se l’aspettano più arriva la svolta. Nel corso di un’esibizione vengono notati da Chris Kinsey, un produttore che ha all’attivo, tra gli altri, alcune cose dei Rolling Stones, di Peter Frampton e degli Psychedelic Furs. Kinsey capisce che i ragazzi hanno qualità da vendere e li convince a mollare gli stretti confini della Gran Bretagna per attraversare l’oceano. Profondo conoscitore del grande business degli States li segue con cura nella realizzazione dell’album che dovrebbe segnare l’inizio del grande successo. Il risultato è all’altezza delle aspettative. La canzone Wild wild west si piazza al vertice della classifica dei dischi più venduti seguita dall'album omonimo che fa faville nei negozi. Osannati dal pubblico e trattati con garbo dalla critica gli Escape Club non manterranno le promesse. Wild wild west resterà un episodio isolato. Tre anni dopo, nel 1991 l’album Dollars and sex verrà accolto piuttosto freddamente nonostante il discreto successo di vendita del singolo I'll be There.

11 novembre 1944 – Jesse Colin Young, l’anima degli Youngbloods

L’11 novembre 1944 nasce a New York Jesse Colin Young, registrato all’anagrafe con il nome di Perry Miller, l’anima e il cuore degli Youngbloods, uno dei gruppi più rappresentativi del folk-jazz della costa dell’Est statunitense. La sua avventura musicale muove i primi passi all’inizio degli anni Sessanta quando abbandona l'università per cantare, accompagnandosi con la chitarra, nei folk club. Nel 1964 pubblica il suo primo album, Soul of a city boy, seguito, l'anno dopo, da Youngblood, un titolo premonitore. Proprio nel 1965, infatti, Jesse conosce il chitarrista Jerry Corbitt con il quale forma, insieme al batterista di scuola jazz Joe Bauer, il primo nucleo degli Youngbloods. Il gruppo attira rapidamente l'attenzione di pubblico e critica grazie alla sua originale fusione di folk e jazz. La sua qualità artistica si fa ancora più solida e convincente dopo l’arrivo di un quarto componente, il chitarrista e tastierista “Banana” Lowell Levinger. Nel 1966 gli Youngbloods, ormai considerati una delle band più interessanti della East Coast, iniziano a lavorare alla registrazione del loro primo album. Il perfezionismo di Jesse e dei suoi compagni ritarda a lungo l’uscita del disco e solo all’inizio del 1967 vede la luce The Youngbloods, accompagnato dal singolo Grizzly bear. Pochi mesi dopo viene messo sul mercato un secondo album, ma la band è ormai affascinata dai nuovi fermenti musicali e culturali che stanno attraversando l’intero panorama musicale statunitense. Lasciano New York, città che sentono stretta e troppo statica per potersi esprimere compiutamente, e se ne vanno a San Francisco. Qui gli Youngbloods perdono Jerry Corbitt, che tenterà senza grande fortuna la carriera di solista, e diventano un trio. Nel 1969 centrano il maggior successo commerciale della loro storia con una nuova versione di Get together, un brano già inserito nel loro primo album del 1967. Nonostante i buoni risultati il gruppo è ormai entrato in fase calante. A nulla serve l'inserimento in formazione del bassista Michael Kane. Gli Youngbloods si separano alla fine del 1971. L’ultimo album ufficiale, Good and dusty vede la luce dopo lo scioglimento della band. Jesse Colin Young continua come solista ma non rinuncia all’idea di riformare il gruppo. Ci riuscirà negli anni Ottanta, ma gli scarsi risultati lo convinceranno a lasciar perdere e a continuare da solo sulla sua strada.

10 novembre 1967 – Il blues doloroso di Ida Cox

Il 10 novembre 1967 muore a Knowille nel Tennessee, la città dove è nata settantadue anni prima, la cantante Ida Cox, una delle "grandi signore" del blues classico. Interprete profonda degli aspetti più dolorosi della musica afroamericana, dà voce alla tragicità della condizione di chi vive nei ghetti e nelle periferie delle grandi città del nord degli Stati Uniti. La sua Death letter blues resta nella storia del blues come una sorta di tragico rituale di dolore e di pena che più di tante parole riassume il lungo calvario dei neri d'America. Ida Cox, come Bessie Smith, Ma Rainey e tante altre signore del blues, quando canta parla di se stessa, delle difficili condizioni di un'infanzia e un'adolescenza da cui non si può uscire indenni. I successi non cancellano le tracce e le cicatrici, non solo spirituali, dei periodi difficili. La musica sembra un'ancora di salvezza per lei che ha pensato spesso di farla finita, anche se arriva troppo tardi per risparmiarle qualche umiliazione di troppo. Nel 1922, quando a Chicago registra una serie di classici per la Paramount che le regalano la popolarità e danno il via al periodo migliore della sua carriera, ha già superato i trent'anni. L'anno dopo entra nei leggendari Blues Serenaders di Lovie Austin. La sua voce commuove il mondo intero sulle note di brani struggenti come Graveyard dream blues o Worried mama blues e le dà la possibilità di buttare alle spalle i tempi difficili. Lei però non dimentica, non ce la fa a dimenticare. Il contrasto tra lo sfavillare delle luci dei grandi locali alla moda e la sua esperienza precedente la porta ben presto ad avere ricorrenti crisi di rigetto. Nelle sue canzoni parla con la morte, vista come una presenza liberatoria e tutt'altro che tragica. Nel 1929 rompe definitivamente con l'ambiente che la circonda. Insieme al pianista Jessie Crump, divenuto anche suo compagno di vita, organizza uno show ambulante che gira in tutti gli stati del Sud, i più vicini al grande padre Mississippi cui si rivolge spesso nelle sue canzoni. Il successo dell'iniziativa convince John Hammond a scritturarla per i suoi memorabili concerti newyorkesi intitolati "Dallo spiritual allo swing". Come accade alle altre "signore del blues" anche Ida verso gli anni Cinquanta decide di ritirarsi a vita privata nella sua casa di Knowille. Non torna più sul palcoscenico e raramente accetta di entrare in sala d'incisione fino alla morte che arriva il 10 novembre 1967.

9 novembre 1968 - Aphrodite's Child, tre greci al vertice delle classifiche

Il 9 novembre 1968 per la prima volta nella breve storia discografica italiana un brano interpretato da un gruppo greco arriva al vertice della classifica dei singoli. È Rain and tears degli Aphrodite's Child, un trio formato dal tastierista Evanghelos Papathanassiou, dal bassista Lucas Sideras e dal cantante e chitarrista Demis Roussos. La band nasce in quel di Parigi, città nella quale avrà per molto tempo la sua sede operativa. Nati formalmente nel 1968 trovano rapidamente un contratto discografico e in pochi mesi,passano dall'anonimato alla notorietà mondiale. Dopo un primo disco passato quasi inosservato dal titolo I want to live, infatti, centrano con Rain and tears il grande successo internazionale. La canzone, ricca di echi mediterranei e giocata sulla particolare vocalità di Demis Roussos, deve gran parte della sua efficacia all'arrangiamento di Papathanassiou, che attinge a piene mani al "Canone" dell'organista tedesco Johann Pachelbel. L'avventura della band continuerà per un paio d'anni con grandi successi, ma finirà per interrompersi a causa delle divergenti opinioni musicali dei componenti. Dopo lo scioglimento Demis Roussos continuerà come cantante solista sulla strada del pop raffinato con ottimi risultati, mentre Papathanassiou inizierà a percorrere le vie della ricerca strumentale con il nome di Vangelis e diventerà uno dei principali autori di colonne sonore del Novecento. Meno fortuna avrà il bassista Lucas Sideras. Dopo un primo pubblicizzatissimo album le sue tracce si confonderanno con quelle di migliaia di altri buoni musicisti di quel periodo.

8 novembre 1927 - Nasce Clara, in arte Patti Page

L'8 novembre 1927 nasce in Oklahoma Clara Ann Fowler destinata a diventare con il nome di Patti Page, una delle cantanti pop statunitensi di maggior successo dell'epoca immediatamente precedente all'esplosione del rock and roll. Al contrario di altre stelle di quel periodo, però, non verrà travolta dalle nuove mode. Dotata di una voce calda e molto duttile si adatterà all'idea di non essere più un personaggio di copertina, continuerà a cantare mantenendo una buona popolarità fino alla fine degli anni Sessanta. Nata in una famiglia numerosa composta da undici tra fratelli e sorelle, passa i primi anni della sua vita a Tulsa prendendo lezioni di canto come si conviene in quegli anni alle signorine di buona famiglia. Pian piano il canto da obbligo diventa hobby e poi professione. La sua voce viene notata da un talent scout che le procura un contratto "di soccorso": deve sostituire per breve tempo la cantante che interpreta il ruolo di una ragazza che si chiama Patti Page nel Page Milk Company Show, un programma della stazione radio KTUL. La sostituzione momentanea diventa definitiva e il nome del personaggio anche. Da quel momento, siamo nel 1947, diventa per tutti Patti Page. Fino alla metà degli anni Cinquanta la sua voce imperversa in quasi tutti gli show radiofonici degli Stati Uniti. Nel 1955 anche la televisione le affida la conduzione triennale di un suo spettacolo mentre il cinema cerca di sfruttarne la popolarità con una partecipazione al film "Il figlio di Giuda". I tempi stanno, però, cambiando. Il rock irrompe sulla scena. Lei capisce che il suo momento migliore è ormai alle spalle e si adatta.