30 luglio, 2007

26 agosto 1981 - Lee Hays, un pericoloso comunista

Il 26 agosto 1981 un arresto cardiaco pone fine alla vita di Lee Hays nella sua casa di New York. Ammalato da anni di diabete è stato uno dei personaggi più significativi del folk politico statunitense. La sua vicenda artistica è strettamente legata con le battaglie politiche, antifasciste e sindacali degli Stati Uniti alla fine degli anni Trenta. Nel 1941 con Woody Guthrie, Pete Seeger e Millard Campbell fonda gli Almanac Singers, un gruppo di folk urbano che si esibisce nelle fabbriche occupate, nei picchettaggi e nei raduni sindacali. Il gruppo è anche l’inventore degli “Hootenannies”, concerti inframmezzati da storielle divertenti, discussioni politiche e slogan destinati a raccogliere fondi per le battaglie sindacali. Sotto l’incalzare della seconda guerra mondiale la band si scioglie e Hays fa dell’impegno antifascista lo scopo principale della sua attività. Nel primo dopoguerra il clima degli Stati Uniti è cambiato. I partiti della sinistra e i comunisti in particolare vengono guardati con crescente sospetto in una società che prepara la Guerra Fredda. Lee Hays non cambia bandiera e nel 1948 con Pete Seeger, Ronnie Gilbert e Fred Hellerman dà vita agli Weavers. La band ottiene un clamoroso successo commerciale con il brano Goodnight Irene che resta al primo posto della classifica dei dischi più venduti per ben tredici settimane vendendo oltre due milioni di copie. La storia degli Weavers viene, però, drammaticamente interrotta nel 1952 dalla caccia alle streghe scatenata dal senatore McCarthy contro i comunisti e gli oppositori di sinistra. Hays, dopo essere stato sottoposto a umilianti interrogatori dal Comitato contro le Attività Antiamericane e a vessazioni di ogni genere si vede messo al bando dalla vita civile. Inizia così a vivere ai margini del mondo musicale esibendosi in qualche campus universitario o nei circoli sindacali e riuscendo a vivere solo grazie alla silenziosa quanto efficace catena di solidarietà messa in piedi dalla sinistra statunitense. Quando muore i tempi duri sono ormai alle spalle, ma hanno lasciato un segno indelebile sulla sua salute, già minata dal diabete.

25 agosto 1979 - Finisce il sogno di Stan Kenton

Il 25 agosto 1979 muore al Midway Hospital di Hollywood all’età di sessantasette anni Stan Kenton o, come risulta dai dati anagrafici, Stanley Newcombe Kenton, uno dei protagonisti di primo piano della storia del jazz orchestrale. Nato a Wichita, nel Kansas, si trasferisce poi con i genitori in un sobborgo di Los Angeles. Non sa ancora scrivere compiutamente il suo nome quando la madre inizia ad avviarlo ai segreti della tastiera di un pianoforte. La musica diventa ben presto il suo mondo. Non si accontenta del piano. Studia armonia e composizione e nel 1928 ha da poco compiuto i sedici anni quando scrive le partiture del suo primo arrangiamento. Una lunga gavetta in gruppi dell'hinterland losangelino precede il primo regolare contratto. Glielo propone Everett Hoagland che, nel 1934, lo scrittura come pianista e arrangiatore. Suona poi per un anno circa con Gus Arnheim e, in seguito, con Vido Musso e Johnny Davis, ma la sua idea fissa, il sogno della sua vita, è la costituzione di una grande orchestra. È talmente sicuro di farcela che dedica gran parte del suo tempo a preparare arrangiamenti destinati alla sua big band. Nel 1940 il sogno inizia ad avverarsi. La sua formazione non va oltre nove musicisti, ma è un primo passo. Ci riesce l'anno dopo quando chiama accanto a sé un nutrito gruppo di musicisti che, pur non potendo contare su grandi nomi, riesce a conquistare larghe schiere di appassionati. È l'inizio di una straordinaria carriera scandita dalle collaborazioni con quasi tutti i grandi jazzisti del dopoguerra e di cui resta una traccia consistente in oltre cinquanta album. Abilissimo negli arrangiamenti e nella direzione Stan Kenton tratta l'orchestra come fosse uno strumento, quasi annullando le individualità dei singoli strumentisti in una sorta di sintesi superiore. Sono pochi, nel jazz, i casi di un leader capace di sostituire qualsiasi musicista senza cambiare il volto della formazione. Proprio questa sua pretesa di sottomettere a un progetto corale le individualità, che qualcuno battezza "jazz sinfonico", gli vale anche le maggiori critiche. Se da un lato gli si riconosce il merito di aver saputo superare la crisi delle big band, dall'altra lo si ritiene marginale nell'evoluzione del movimento jazzistico, basata innanzitutto sulla grande creatività dei singoli. Mentre la critica si accapiglia lui tira dritto per la sua strada fatta di arrangiamenti calibrati, di esecuzioni perfette e di particolarissime e riconoscibili sonorità orchestrali. Non si fermerà più fino alla morte.

24 agosto 1963 – Muore Ciro Formisano il primo interprete di "Varca napulitana"

Il 24 agosto 1963 in una modesta casa di Fuorigrotta a Napoli muore il cantante e attore Ciro Formisano. Ha settantacinque anni e, se si eccettua un breve commento nella cronaca locale, i giornali non danno neppure la notizia della sua morte. In quel periodo, infatti, sono pochi quelli che ancora si ricordano di lui, ma il suo nome è entrato di diritto nella storia della canzone per essere stato il primo interprete del famoso brano "Varca napulitana", un classico della canzone napoletana scritto da Frustaci e Sala. Nato nel capoluogo campano nel luglio del 1888 studia canto con il tenore Fernando De Lucia. Il suo sogno è quello di diventare una stella della lirica e proprio nell'opera all'inizio degli anni Venti fa il suo debutto in palcoscenico. Il destino, però, ha in serbo altre sorprese per lui. Nel 1924, mentre sta preparando un recital di romanze e canzoni da eseguire al Trianon di Napoli, gli viene proposto un brano mai eseguito. È Varca napulitana, una canzone che fino a quel momento è rimasta nel cassetto degli autori perché nessun cantante se l'è sentita di inserirla in repertorio. Formisano all'inizio è scettico, ma poi, cedendo alle insistenze dei due autori accetta di farla sua nel concerto del Trianon. Il brano diventerà un classico e lui resterà nella storia della canzone italiana per esserne stato il primo interprete. Sull'onda del successo decide di lasciare la lirica per dedicarsi alla canzone. A partire dal 1926 passa a tempo pieno al varietà, dove ottiene uno straordinario successo con un repertorio di classici napoletani. Negli anni Trenta e Quaranta è popolarissimo. La sua fama non si ferma a Napoli e neppure nei confini italiani. Numerosissime tournée in Europa e in Nordamerica costellano la sua intensa attività. Come molti protagonisti di quel periodo, però, all’inizio degli anni Cinquanta quando la fatica degli anni comincia a farsi sentire, lascia il palcoscenico e si ritira a vita privata nella sua Napoli.

23 agosto 1975 – Un Reynolds di troppo

Il 23 agosto 1975 in vetta alla classifica statunitense dei singoli c'è il brano Fallin' in love e l'indicazione degli interpreti sull'etichetta riporta un marchio abbastanza noto in quel periodo: Hamilton, Joe Frank & Reynolds. Il nome è quello del gruppo formato alla fine degli anni Sessanta da Dan Hamilton, Joe Frank Carollo e Tommy Reynolds, tre ex componenti dei T-Bones, la band di No matter what shape (Your stomach's in). Il trio, dato per scomparso nel 1972 dopo un paio d'album di buon successo sembra così tornare alla ribalta. Sembra, perché gli esperti di cose musicali sono perplessi. Si sa, infatti, che Tommy Reynolds da tempo preferisce le regole di un ordine religioso del Texas allo scintillante mondo dello show-business. La comparsa della sigla appare quindi sospetta. C'è chi sostiene che Fallin' in love sia un brano inedito registrato tre anni prima quando Reynolds faceva ancora parte della band, ma c'è anche chi parla esplicitamente di "gruppo fantasma". La pubblicazione di un album con lo stesso titolo complica ancora di più le cose. Quanti sono gli inediti del gruppo? La verità sta nel mezzo. Il disco è nuovo ed è stato registrato da due terzi del vecchio trio, cioè da Dan Hamilton e Joe Frank Carollo, con l'aggiunta di un nuovo componente: Alan Dennison. Il trucco è stato quello di non cambiare nome al gruppo. Il clamore suscitato dalle polemiche fa arrabbiare il buon Tommy Reynolds che chiede di togliere il suo nome dal marchio. I due ex compagni non gli rispondono neppure e a lui non resta che citarli in tribunale. La causa durerà un anno e nel frattempo il gruppo pubblicherà, ancora come Hamilton, Joe Frank & Reynolds, l'album Winners and losers. Nell'estate del 1976 Tommy Reynolds riuscirà a impedire al gruppo di continuare a usare il suo nome e la band diverrà Hamilton, Joe Frank & Dennison. Paradossalmente con il cambio del nome finirà il successo. I tre pubblicheranno ancora qualche disco, con scarsi risultati.

22 agosto 1988 - Aretha, la regina del soul

Fresca vincitrice di due Grammy Awards, Aretha Franklin assiste il 22 agosto 1988 alla presentazione di un film-documentario su di lei: “Aretha Franklin: The queen of soul” (Aretha Franklin, la regina del soul). Oltre a raccontarne la vita e le vicende artistiche, raccoglie le testimonianze di colleghi come Ray Charles, Eric Clapton, Whitney Houston e Smokey Robinson. Nata a Memphis il 25 marzo 1942 la Franklin inizia a cantare da giovanissima, insieme al fratello Cecil e alle sorelle Erna e Carolyn, sotto la guida del padre, il reverendo C.L. Franklin, cantante di gospel che la porta con sé nei suoi spettacoli itineranti. In questa mescola di musica, ritmo, fede e teatralità si forma la sua personalità artistica. Conosce grandi artisti come Mahalia Jackson e James Cleveland e pubblica il suo primo disco nel 1956 quando, appena quattordicenne, è la solista del coro della New Bethal Baptist Church di Detroit. Ben presto la sua fama travalica i confini dei concerti religiosi e di lei si accorge John Hammond, lo scopritore di Billie Holiday, che le procura il primo contratto discografico con la Columbia Records. Sotto la sua guida incide vari dischi gospel, ma i limiti di questo genere le stanno stretti. Nella seconda metà degli anni Sessanta passa alla Atlantic dove entra in contatto con i nuovi fermenti della musica nera. È il produttore John Wexler l’artefice del suo cambiamento. La lascia libera di spaziare come vuole, limitandosi a curare gli arrangiamenti e il tessuto orchestrale. Nel 1967 con I never loved a man (the way I love you) Aretha vola alta nelle classifiche e nel cuore del pubblico. La conferma arriva, qualche mese dopo da una drammatica versione di Respect, un brano di Otis Redding. Sono anni di forti tensioni razziali e di lotte per i diritti civili. La sua voce, potente e dolcissima, si leva sulla scena artistica statunitense di quel periodo e ne interpreta, come poche altre, la colonna sonora. Negli anni Settanta la formula ideata da Wexler sembra non funzionare più. Aretha ripiega allora sulle atmosfere eleganti e rilassate del pop orchestrale, imprigionando in parte la sua personalità e affidandosi a produttori abili come Quincy Jones. Sembra l’inizio del declino artistico, il progressivo adattamento a una tranquilla normalità, ma le apparenze ingannano. All’inizio degli anni Ottanta si rivede la vecchia e non sopita grinta in un’indimenticabile apparizione nel film “The blues brothers” che la rilancia come una delle più grandi interpreti del soul moderno.

21 agosto 1930 – La difficile carriera di Christiane Legrand

Il 21 agosto 1930 nasce ad Aix-les-Bains, in Francia, Christiane Legrand, una delle più importanti voci femminili del jazz europeo tra gli anni Cinquanta e Sessanta. La sua è una famiglia destinata a lasciare più d'una traccia nella storia musicale del Novecento. Il padre, infatti, è il clarinettista, sassofonista e compositore Raymond Legrand, mentre il fratello minore, il pianista Michel Legrand, otterrà uno straordinario successo sia come strumentista e compositore jazz che come autore e interprete di musiche e brani per il cinema. Chiusa tra i due talenti della famiglia Christiane fatica non poco a imporsi in un ambiente chiuso e un po' maschilista come la scena jazz francese degli anni Cinquanta. Dopo gli studi di piano non si rassegna alla carriera dell'insegnamento. A partire dal 1954 inizia a cantare in varie band, comprese quelle del fratellino. Contemporaneamente, nel 1955, trova ospitalità in un gruppo vocale considerato all'avanguardia per l'epoca. Sono i Blue Stars. Successivamente cambieranno nome in Double-Six e finiranno per essere osannati dalla critica come il primo gruppo europeo capace di cimentarsi in un nuovo stile vocale basato sui virtuosismi e l'arte quasi surrealista dell'allitterazione. Sono gli anni a cavallo tra i Cinquanta e i Sessanta e Christiane diventa una delle voci francesi più importanti di quel periodo. La sua popolarità non resta, però, confinata nei ristretti confini del jazz. Più volte spazia nel pop attraverso la porta del cinema. È sua la voce femminile che canta nel film "Les Parapluies de Cherbourg" di Jacques Demy, la cui colonna sonora porta la firma del "fratellino" Michel Legrand. L'avventura con i Double-Six finisce nel 1965. Per un po' si esibisce con Ward Swingle, ma poi lascia. Preferisce seguire da vicino i nuovi gruppi vocali che si ispirano allo stile che l'ha resa famosa. Del suo periodo con i Double Six resta una testimonianza straordinaria nell'album Dizzy Gillespie et Les Double-Six.

20 agosto 1977 – La prima volta dei Fischer-Z di John Watts

Il 20 agosto 1977 dopo vari tentativi debuttano finalmente i Fischer-Z, la band britannica nata da un progetto John Watts, un tipo sveglio che, oltre ad aver studiato sax, clarinetto e batteria ha anche fatto parte del coro della Reale Accademia Militare di Sandhurst. Da tempo lui e il suo inseparabile amico Steve Skolnik lavorano all’idea di questo gruppo. Conosciutisi all’università alcuni anni prima hanno dato vita a un duo chiamato The Onknow Band. Perennemente insoddisfatti e desiderosi di trovare nuove sollecitazioni si trasferiscono prima ad Amsterdam e poi in California, salvo decidere alla fine di ritornare in Gran Bretagna. Nel gennaio 1977 danno vita agli Sheep, una formazione che ancora non riesce a soddisfare appieno le loro aspettative. Con l'aiuto di alcuni annunci pubblicati su "Melody Maker", riescono finalmente a completare l'organico a dar vita ai Fischer-Z. La formazione che il 20 agosto si esibisce per la prima volta in pubblico oltre alla chitarra di John Watts e alle tastiere di Steve Skolnik, schiera il batterista Steve Liddle e il bassista David Graham. L’anno pubblicano i primi due singoli Wax dolls e Remember Russia, anche se i il successo tarda fino al 1979 quando il singolo The worker e l'album Word salad conquistano pubblico e critica. Nel 1980, dopo il buon successo di So long e del secondo album Going deal for a living, Skolnik lascia la band e viene sostituito da Bernard Newman. La sua sostituzione riguarda soltanto le esibizioni dal vivo, perchè nella registrazione del terzo album Red skies over paradise del 1981 è lo stesso Watts a occuparsi delle tastiere. La storia della band è però arrivata al capolinea. Nell'estate del 1981, infatti, John Watts, scioglie i Fischer-Z e decide di continuare pubblicando l'album One more twist e il singolo Speaking a different language. La breve avventura dei Fischer-Z non finisce qui. Sull’onda della nostalgia rivedranno, infatti, la luce una decina d’anni dopo, nel 1992, quando, riformatisi, pubblicheranno Destination paradise.

19 agosto 1906 - Il sogno di una vita ad Harlem

Il 19 agosto 1906 nasce a Putnam, nel Connecticut, Manzie Johnson, uno dei più eleganti ed essenziali batteristi del jazz di New Orleans. Pressoché sconosciuto al grande pubblico, anche per il suo carattere asciutto, incapace di autopromozione e di poche parole, gode invece di una notevole popolarità e stima nella ristretta cerchia degli appassionati di tutto il mondo. Per lui il jazz è un sogno coltivato da piccolo, così come il desiderio di lasciarsi alle spalle la vita difficile nella cittadina dove è nato. Nei suoi occhi ci sono i locali e i teatri di Harlem, scenari che la sua fantasia carica di colori e significati particolari. Ha da poco smesso di portare i calzoni corti quando lascia la città natale per cercare fortuna a New York. A differenza di altri trova davvero quello che cerca. Nella "grande mela", infatti, si fa conoscere suonando per molto tempo allo Small's Paradise con l'orchestra di quel Willie Gant che, in quell'epoca, è considerato uno dei giganti della scena di Harlem. Successivamente suona e registra con quasi tutti i più importanti gruppi degli anni Trenta, da Freddie Johnson a June Clark, da Frankie Newton a Don Redman, da Willie Bryant a Joe Sullivan, a Bobby Burnett. Ancora oggi le sue registrazioni del 1938 con la band di Tommy Ladnier e Mezz Mezzrow sono merce pregiata per i collezionisti. Il suo carattere lo porta a non mettersi in evidenza, spesso con il rischio di non valorizzare abbastanza il suo apporto solido ed essenziale, perfettamente inquadrato nello schema della scuola tradizionale. Non si pensi, però, che la sua esperienza musicale finisca con la fine del periodo d'oro dello stile New Orleans. L'incontro con le aperture dello swing e del grande jazz orchestrale ma anche con le forme più evolute del dopoguerra fornisce alla sua tecnica nuovi stimoli. Resta per tutta la carriera un batterista dalla formazione classica, ma non rinuncia ad aperture e variazioni che denotano una acuta sensibilità e la capacità di adattarsi con intelligenza alle evoluzioni del suo genere musicale. Se può non si sposta da New York. Fino alla morte, che lo sorprende nel 1971, trascorrerà, infatti, gran parte della sua vita in quella città che era nei suoi sogni di ragazzo e che gli ha dato la possibilità di vivere di musica. Del suo lavoro restano testimonianza preziosa alcune registrazioni al fianco dei grandi del jazz come una straordinaria Doin' what I please con Don Retman del 1932, Sixty street con Lil Armstrong del 1939 e The mooche con Sidney Bechet del 1941.

18 agosto 1966 - Paul Jones lascia i Manfred Mann

Il 18 agosto 1966 la notizia che da qualche giorno circola negli ambienti musicali britannici diventa ufficiale: il cantante Paul Jones lascia i Manfred Mann per continuare come solista e, pare, dedicarsi alla carriera cinematografica. Per sostituirlo verranno contattati prima Rod Stewart e Wayne Fontana, ma poi il posto verrà affidato a Mike D’Abo. A detta dei media la fuga del cantante rischia di essere però un duro colpo d'immagine per la band fondata dal sudafricano Mike Lubowitz, in arte Manfred Mann. Paul Jones appartiene, infatti, al nucleo storico del gruppo e la sua figura carismatica ha avuto un ruolo determinante nel suo successo. I tentativi di trattenerlo non ottengono risultati anche perché, stando alle dichiarazioni, non c'è nulla di personale nella scelta di abbandonare il suo vecchio amico Lubowitz. Paul Jones se ne va perché è stanco delle continue mediazioni imposte dalla vita di un gruppo. Ha in mente un progetto solistico che si concretizza nella pubblicazione di dischi di scarso rilievo con brani come High time e I've been a bad bad boy. Dal punto di vista musicale la sua scelta solistica non lascerà tracce consistenti almeno fino agli anni Ottanta, quando darà vita alla Blues Band con Tom McGuinness. Paul Jones trova, comunque un modo per caratterizzare con la sua personalità quegli anni anche al di fuori dell'esperienza dei Manfred Mann. Viene infatti scelto da regista Peter Watkins per interpretare la parte del protagonista in "Privilege", uno dei film simbolo degli anni Sessanta. Nell'interpretazione del personaggio di Steve Shorter, il cantante pop strumentalizzato dal music business e poi abbandonato a se stesso quando prende coscienza della sua condizione perde un po' del carisma scenico, ma si guadagna quel pezzetto d'immortalità che le sue esperienze solistiche probabilmente non gli avrebbero dato. Nonostante le previsioni fosche sul loro destino i Manfred Mann, sopravviveranno anche senza il loro storico cantante. Prima di inserire in organico una nuova voce solista tentano, per la verità, di lasciare le cose come stanno pubblicando due EP strumentali Instrumental asylum e Instrumental assassination che, però, lasciano indifferente il pubblico. Abbandonata rapidamente ogni velleità di rinnovamento e inserito in organico il già citato Mike D'Abo, ritroveranno la strada del successo con brani di facile consumo, pur se non privi di originalità come Ha! Said the clown, My name is Jack, Fox on the run e Ragamuffin man, oltre alle dylaniane Just like a woman e The Mighty Quinn.

17 agosto 1964 – You really got me

Il 17 agosto 1964 la Pye Records pubblica You really got me. Il brano sarà il primo grande successo dei Kinks, uno dei gruppi più spigolosi degli anni Sessanta che più di altri incarna lo spirito ribelle delle bande giovanili dell'epoca. La loro selvaggia irruenza sul palco piace ai Mods, ma è amata anche dai Rockers e verrà presa a esempio dai protagonisti del punk. I Kinks nascono, di fatto, nel 1962 attorno ai fratelli Davies, Ray e Dave soprannominati "Rock Brothers" per la mania di ascoltare i dischi ad altissimo volume. Entrambi chitarristi formano il primo nucleo della band con il batterista Mick Avory e il bassista Peter Quaife. Per un po' si fanno le ossa come gruppo d'accompagnamento del cantante Robert Wace, un onesto mestierante che diventerà il loro manager. La storia non va avanti per molto, perché alla fine del 1963 decidono di proseguire da soli. Notati dal produttore Shel Talmy ottengono il primo contratto discografico con la Pye Records e si mettono subito al lavoro in sala di registrazione. Nel mese di febbraio del 1964 pubblicano il loro primo singolo, una cover di Long tall Sally, il brano di Little Richard. Il disco passa quasi inosservato e non va meglio al successivo You do something to me. Decisi a non mollare i quattro lavorano all'idea di realizzare un brano che possa avere la stessa carica esplosiva delle loro esibizioni dal vivo. Nasce così You really got me. Nonostante sia già pronto alla fine della primavera la loro casa discografica prende tempo tentando di convincerli ad ammorbidirne l'impatto con un arrangiamento meno selvaggio e duro. Sono in molti a dubitare che quel selvaggio e grezzo miscuglio di rock urlato e blues nero possa interessare a un mercato che si sta ormai evolvendo in forme più raffinate, ma Ray Davies e i suoi compagni tengono duro. You really got me esce così com'è. In pochi mesi conquista i giovani di tutto il mondo e diventa uno dei più longevi brani della storia del rock.

16 agosto 1968 – L’inaspettata morte di Cutty Cutshall

Il 16 agosto 1968 a Toronto, in Canada, dove si trova in tournée con gli All Stars di Eddie Condon, muore improvvisamente il trombonista Cutty Cutshall. Ha cinquantasette anni. Nato a Huntington County, in Pennsylvania, 29 dicembre 1911 è registrato all’anagrafe con il nome di Robert Dewee Cutshall. Giovanissimo comincia l'attività professionale a Pittsburg suonando nell'orchestra sinfonica comunale e in vari gruppi da ballo. Nel 1934 viene ingaggiato da Charley Dornberg e dal 1938 al 1940 suona con il gruppo della cantante Jan Savitt Successivamente entra nell’organico dell'orchestra di Benny Goodman e ci resta fino alla fine del 1946 sviluppando un rapporto di amicizia e rivalità professionale con Lou McGarity. Nella band di Goodman Cutshall si fa conoscere e apprezzare sia dai critici sia dal grosso pubblico. Nel 1948 ottiene un importante ingaggio al Nick's, il tempio dei dixielanders di New York, dove suona prima con Billy Butterfield. A partire dal 1949 entra a far parte degli All Stars di Eddie Condon diventandone un componente fedele e quasi inamovibile. Verso la fine degli anni Cinquanta, Cutshall suona anche con le orchestre di Bob Crosby, ancora una volta a fianco di McGarity, e di Wild Bill Davison pur senza abbandonare l’impegno primario con il "clan” di Condon. Nel 1965 entra partecipa a una serie di registrazioni della band di Yank Lawson e Bob Haggart che dal punto di vista stilistico anticipano la nascita della World Greatest Jazz Band nella quale ha ancora una volta al suo fianco McGarity. Non riuscirà però a prender parte alle prime incisioni di quest’orchestra perchè la morte lo sorprende a Toronto dove avrebbe dovuto esibirsi per l’ultima volta con gli All Stars di Condon.

15 agosto 1969 - Il primo giorno di Woodstock

Alle cinque del pomeriggio del 15 agosto 1969, sono duecentomila le persone che affollano a Bethel i prati della fattoria di Max Yasgur. Il Woodstock Music and Art Fair sembra destinato a non avere mai inizio, ma i giovani arrivati fin lì non danno l’impressione di preoccuparsene. Non c’è il nervosismo che precede eventi di questo genere. Nella confusione indescrivibile ciascuno aspetta con pazienza che qualcosa succeda. Improvvisamente qualcuno arriva sul palco. È un emozionatissimo Richie Havens che, afferrato il microfono intona con voce tremante la sua Freedom. Inizia così, con un ritardo di molte ore e con la scaletta rivoluzionata, il festival di Woodstock, destinato a entrare nella leggenda come “Tre giorni di pace, amore e musica”. Secondo quanto annunciato dal programma non avrebbe dovuto essere Havens il primo a esibirsi e neppure si sarebbe dovuto attendere il pomeriggio per poter ascoltare le prime note. La manifestazione doveva aprirsi nella mattinata con Joan Baez, seguita da Arlo Guthrie e da Tim Hardin, quindi Havens, poi la Incredible String Band, Ravi Shankar, Bert Sommer e gli Sweetwater, cui era affidato il compito di chiudere la prima delle tre giornate. Già all’alba del 15 agosto, però, si capisce che tutte le previsioni sono saltate. Fin dal giorno prima tutte le linee viarie di comunicazione sono saltate. Una folla immensa sta intasando le strade con ogni mezzo nel tentativo di raggiungere i prati della fattoria di Max Yasgur, incurante degli elicotteri della polizia che con gli altoparlanti invitano a tornare indietro annunciando che l’area del festival è già al limite della capienza. Le autorità preposte all’ordine pubblico fanno diffondere via radio la notizia che la zona viene considerata “area disastrata”, ma non serve a molto. Ogni passaggio degli elicotteri viene accompagnato da gesti di scherno e il fiume umano continua ad avanzare. L’intasamento diventa definitivo quando, vista la situazione, molti ragazzi decidono di abbandonare i propri mezzi di locomozione in mezzo alle strade per continuare a piedi. La situazione che si crea rende, però, difficile, se non impossibile per gli artisti raggiungere l’area del festival. Qualcuno arriverà a piedi, altri riusciranno a garantire la loro presenza solo grazie all’intervento degli elicotteri della polizia. Mentre la fiumana di gente continua ad affluire, l’area destinata al Festival, controllata dai ragazzi della Hog Farm, una comunità hippy che si è assunta l’impegno del servizio d’ordine, ospita già duecentomila giovani, ai quali vengono consegnate razioni gratuite di riso integrale per sopperire alla mancanza di cibo. Alle cinque del pomeriggio il clima non è teso, ma la musica deve iniziare. L’unico cantante presente è Richie Havens, non ci sono dubbi che gli tocchi l’apertura. «Continua fin che ce la fai», gli dicono gli organizzatori e lui va avanti per tre ore, fino allo sfinimento, in attesa che arrivi qualcuno a dargli il cambio. Fortunatamente, quando già il povero Richie comincia a temere di dover cantare per tre giorni da solo, arriva quel folle di Country Joe McDonald che, senza la band, ancora dispersa nel traffico, sale sul palco e intona una lunghissima versione di I feel like I’m fixin’ to die rag, il suo brano contro la guerra del Vietnam, concluso da un coro di centinaia di migliaia di persone che all’unisono con lui urlano un sonoro «Fuck». Anche Country Joe, però, non è di ferro e prima o poi bisognerà pur dargli il cambio, ma non si hanno notizie degli altri artisti previsti dal programma. Gli organizzatori non sanno che pesci pigliare, ma la fortuna è decisamente dalla loro parte. Non si sa bene come, ma scovano tra il pubblico John Sebastian, il leader dei Lovin’ Spoonful, arrivato lì in veste di spettatore. Lo convincono a salire sul palco e guadagnano un’altra preziosa mezz’ora. Nel frattempo comincia ad arrivare qualcuno, sia pure alla spicciolata e senza rispettare l’ordine originario. Dopo Sebastian tocca a Bert Sommer, quindi a Ravi Shankar, la cui esibizione si svolge quasi interamente sotto una pioggia battente e improvvisa. Seguono Arlo Guthrie e gli Sweetwater. Manca sempre Joan Baez. Non c’è problema. Come già per John Sebastian, viene recuperata tra il pubblico Melanie, anche lei arrivata come spettatrice e spedita velocemente sul palco mentre calano le prime ombre della sera. Finalmente arriva anche Joan Baez. Quando la folksinger inizia a cantare è ormai notte fonda e, teoricamente, la prima giornata di Woodstock dovrebbe già essersi chiusa da qualche ora, ma chi ha tempo o voglia di guardare l’orologio?

14 agosto 1971 – King Curtis accoltellato

Il 14 agosto 1971 il sassofonista King Curtis viene accoltellato a morte da un ladro sorpreso davanti alla porta del suo appartamento a New York. Ha trentasei anni e negli ultimi tempi è divenuto, nei fatti, il direttore musicale di Aretha Franklin, di cui accompagna le esibizioni con la sua band, The King Pins. È sua la tromba che si può ascoltare nell'album Live at the Fillmore West, uno dei migliori della Franklin. Talento precoce, a quindici anni è già un musicista professionista in vari gruppi commerciali della zona di Fort Worth, in Texas, dove è nato. Si trasferisce a New York nel 1952 quando Lionel Hampton lo invita a far parte della sua band. Negli anni successivi lavora con jazzisti di grande valore come Wynton Kelly, Nat Adderley, Sam Jones e molti altri. Parallelamente non disdegna il fronte del rhythm and blues, collaborando con quasi tutti i maggiori esponenti del genere. Eclettico e geniale non vive di sole collaborazioni. Alla testa del suo gruppo si esibisce anche in modo autonomo entusiasmando pubblico e critica con la sua sonorità asciutta e ricca di grinta, con evidenti richiami alla grande scuola del folk blues. Alla fine degli anni Sessanta la sua popolarità si allarga grazie alle musiche scritte per la serie televisiva "Soul", in particolare per il brano Soulful 13 che fa da sigla al programma. Tra le sue composizioni maggiormente conosciute ci sono Soul serenade, Instant groove e Memphis soul stew. La sua morte violenta suscita grande emozione nella scena musicale newyorkese. Tre giorni dopo, il 17, a New York si svolgono i suoi funerali di fronte a una grande folla di musicisti, appassionati e semplici cittadini. Nel corso della cerimonia funebre celebrata dal reverendo Jesse Jackson, sono moltissimi gli artisti che vogliono cantare e suonare per lui. Ci riescono, tra gli altri, Aretha Franklin, Stevie Wonder, Cissy Houston, Brook Benton e Arthur Prysock, Delaney & Bonnie Bramlett, Duane Allman ed Herbie Mann.

13 agosto 1953 – Rosalino Cellamare, anzi Ron

Il 13 agosto 1953 a Dorno, in provincia di Pavia, nasce Rosalino Cellamare, destinato a diventare uno dei protagonisti della scena musicale italiana degli anni Ottanta e Novanta. Fin da piccolo vince vari festival per voci nuove e nel 1970 con il nome di Rosalino, partecipa al Festival di Sanremo in coppia con Nada con Pà diglielo a mà, e nel 1971 porta a "Un disco per l'estate" il brano Il gigante e la bambina scritto da Lucio Dalla su un testo della poetessa Paola Pallottino. Nello stesso anno debutta anche come autore, scrivendo, con lo stesso Dalla, la canzone Piazza grande. Nel 1972 pubblica Il bosco degli amanti, il primo album della sua carriera. Nonostante la sua giovane età, anche per difetti di una promozione legata al personaggio di “adolescente prodigio”, i suoi dischi non riescono a ottenere riscontri significativi. Nel 1973 porta in scena “Dal nostro livello”, uno spettacolo musicale e teatrale basato sui temi degli alunni delle scuole elementari di Cinisello Balsamo. Dopo alcuni lavori teatrali e cinematografici, cambia nome in Ron, pubblica un paio di singoli come I ragazzi italiani e, nel 1979 partecipa al tour di Lucio Dalla e Francesco De Gregori. L'anno dopo, con l'album Una città per cantare, conquista definitivamente pubblico e critica. Da quel momento l'appuntamento con il successo è diventato una costante della sua carriera tanto da farlo diventare, negli anni Novanta, un punto di riferimento per molti giovani autori.

12 agosto 1982 - Il cantante che parlava sulle note alte

Il sorriso ironico e la carica vitale di Joe Tex, uno dei personaggi più emblematici della black music degli anni Sessanta e Settanta, si spengono il 12 agosto 1982. Colpito da un attacco cardiaco il quarantanovenne soulman muore a Navasota, in Texas, pochi giorni dopo la conclusione della "Soul Clan Revue", un lungo tour che l’ha visto esibirsi in compagnia di Wilson Pickett, Solomon Burke, Don Convay e altri veterani del soul. Cresciuto in un sobborgo di Houston, Joe Tex, all’anagrafe Joseph Arrington jr, per sopravvivere si adatta a fare di tutto: lustrascarpe, venditore di giornali, ballerino e cantante. Non dà molto credito alla possibilità che quella di cantante possa essere la sua professione futura. Si fa conoscere come autore e scrive successi per Jerry Butler ed Etta James, ma la svolta nella sua carriera inizia nel 1964 quando un impresario di country, Buddy Killen, gli propone di registrare una versione di Baby you're right di James Brown. Dotato di una voce rauca e inadatta alle note alte Joe è costretto a eliminare le parti difficili delle canzoni introducendo brani di parlato sulla musica. Il risultato non gli piace. Se ne va, ma prima si fa promettere che l’incisione non verrà mai utilizzata. Bugiardo matricolato, Killen, convinto delle qualità del ragazzo, gli dice di sì ma poi autorizza la pubblicazione del brano in un singolo che in pochi giorni scala la classifica dei dischi più venduti. È il successo. Con i primi quarantamila dollari Joe regala una casa alla sua vecchia nonna. Sono gli anni del grande successo del soul e lui ne diviene uno degli interpreti più originali con brani come Hold what you've got, A sweet woman like you, You're right Ray Charles e, soprattutto I gotcha. All'apice del successo, però, abbandona la scena musicale per diventare predicatore della Chiesa dei Musulmani Neri, con il nome di Joseph Hazziez. Tornerà sulle scene nel 1975 dopo la morte di Elijah Muhammad, il capo dei Musulmani Neri. I tempi, però, sono ormai cambiati. Ottiene un buon successo con Ain’t gonna bump no more, ma non riuscirà più a ripetersi sui livelli precedenti.

11 agosto 1966 - Vade retro Lennon!

L’11 agosto 1966 all’Astor Towers Hotel di Chicago si svolge una burrascosa conferenza stampa dei Beatles, sbarcati negli Stati Uniti per esibirsi in quello che è destinato a essere il loro ultimo tour oltreoceano. Per una volta, però non sono i giornalisti a creare grattacapi ai quattro ragazzi di Liverpool. Anzi, c’è chi rileva come siano “più o meno le stesse del tour precedente”. Quello che disturba è la presenza vociante e aggressiva fuori dall’albergo di varie organizzazioni cristiane integraliste che alzano cartelli in cui si chiede a John Lennon di pentirsi e alle autorità americane di espellere i “blasfemi inglesi”. Allieta l’ambiente un grande falò di dischi e manifesti della band in puro stile Ku Klux Klan. La ragione di tanto trambusto è da ricercare in una non recentissima intervista rilasciata da John Lennon a Maureen Cleave, una giornalista dell’”Evening Standard”, nella quale il musicista rileva, tra l’altro, che “i Beatles sono oggi più conosciuti nel mondo di quanto non sia Gesù Cristo.” In quello stesso 11 agosto, mentre si sta svolgendo la conferenza stampa, un’associazione conservatrice di Memphis chiede che venga annullato il concerto che i quattro di Liverpool dovrebbero tenere nella città. In caso contrario si promettono disordini e contestazioni, oltre che la dannazione eterna per i responsabili del sacrilegio. E mentre il Sudafrica, che non ha mai sopportato John Lennon per il suo impegno antiapartheid, coglie l’occasione per mettere al bando i dischi dei Beatles, i vertici della Chiesa Cattolica tentano di riportare un po’ tutti alla realtà. Su “L’Osservatore Romano” e il “Catholic Herald” compaiono due editoriali molto simili che rilevano come, pur se sbagliate nel tono, le dichiarazioni Lennon siano sostanzialmente vere. Forse perché non leggono, ma più probabilmente perché non capiscono, varie organizzazioni di estrema destra, non tutte a sfondo confessionale, si daranno appuntamento a Memphis il 20 agosto, data del concerto dei Beatles in quella città, per limitarsi a bersagliare con frutta marcia e immondizia la band. I disordini promessi finiranno lì.

10 agosto 1985 - Le canzoni non hanno autori, solo padroni

Il 10 agosto 1985 una società di cui è proprietario Michael Jackson acquista per la bella cifra di quarantasette milioni e cinquecento mila dollari l’intero catalogo delle canzoni dei Beatles scritte dalla coppia Lennon-McCartney. Per una serie di complicate vicende economico-finanziarie conseguenti allo scioglimento del quartetto di Liverpool, tutti brani, oltre duecentocinquanta, nati dalla geniale vena creativa dei due musicisti erano finiti all’asta e il cantante li ha acquistati. Non è stata però un’operazione tranquilla e indolore. Gli esperti incaricati da Michael Jackson di portare a termine l’affare hanno dovuto sudare le proverbiali sette camicie perché contro di loro si era scatenata l’opposizione di Paul McCartney e di Yoko Ono, vedova di John Lennon e, come tale, titolare dei suoi diritti d’autore. Alla fine, però, il denaro ha avuto la meglio sul desiderio di uno degli autori e dell’erede dell’altro di rientrare in possesso del frutto di anni di lavoro. Di fronte al peso della potenza economica di Jackson nulla hanno potuto gli appelli sentimentali e i tentativi di contestare la legittimità degli atti. La vicenda è certamente emblematica del clima culturale degli anni Ottanta, nei quali garrisce al vento sul pennone più alto la bandiera dell’individualismo e della competizione selvaggia. La lezione che se ne trae è che i soldi diventano un Valore superiore alla creatività e ai diritti degli autori. Anzi, si può dire che le canzoni non hanno più autori, ma solo padroni, che possono disporne come e quanto meglio credono. Nello specifico significa che ogni volta che qualcuno canterà o suonerà uno dei brani dei Beatles scritti da Lennon e McCartney farà un po’ più ricco Michael Jackson. Sembra ridicolo ma è così. L’altra lezione da imparare è che i rapporti personali e le amicizie non contano quando si tratta di fare un affare. Per arrivare a questo risultato, infatti, Jackson non ha esitato a mettere in crisi il suo fecondo rapporto di collaborazione con Paul McCartney che aveva dato negli anni precedenti apprezzabili risultati sul piano artistico ed era culminato in una serie di brani interpretati in duetto. Ma si sa: un affare è un affare.

9 agosto 1957 - Nina, la cantante della Sala Imperio

Il 9 agosto 1957 muore la sessantunenne Anna Benedetti. L'avvenimento non fa notizia e nel mondo dello spettacolo a nessuno quel nome dice niente. In realtà la signora Benedetti è stata Nina Imperio, dal 1915 al 1920 una delle cantanti napoletane del varietà più popolari in Italia e in Europa. Figlia del maestro Michele Benedetti, direttore d'orchestra "dei balli" presso il San Carlo di Napoli, canta per la prima volta in uno spettacolo di varietà nel capoluogo partenopeo nel 1911, a soli quindici anni. Il luogo del debutto, la Sala Imperio, resta nel suo nome d'arte. Nina Imperio si fa presto apprezzare per la sua sobrietà altera sul palco e l'eleganza della presenza scenica. La sua voce fa il resto. Irrobustita dagli studi di canto iniziati nella più tenera età, ricca di sfumature e capace di far vibrare le corde dei sentimenti negli ascoltatori, si adatta perfettamente al repertorio classico napoletano. In breve tempo diventa una delle beniamine del pubblico napoletano. La sua popolarità, però, non si ferma alle falde del Vesuvio. Insieme ad alcune tra le migliori compagnie di varietà dell'epoca inizia a girare l'Italia. A diciott'anni, nel 1913, entusiasma il pubblico romano che saluta la sua prima esibizione in assoluto all'Eden tributandole una lunghissima ovazione. Il suo peregrinare in Italia e in vari paesi europei non le fa dimenticare Napoli cui resta legata da un affetto profondo. Nelle sue tournée, infatti, è prevista sempre la possibilità di un suo ritorno a Napoli in occasione dell'annuale rassegna canora di Piedigrotta. Innumerevoli sono le edizioni della manifestazione che la vedono protagonista e molte delle canzoni lanciate per l'occasione entrano stabilmente nel suo repertorio. La parabola ascendente di Nina Imperio sembra destinata a non fermarsi mai quando, improvvisamente, nel 1920 annuncia la sua intenzione di ritirarsi dalle scene. La donna che ha davanti al suo camerino lunghe file di ammiratori e spasimanti, per la quale gli impresari sono ormai disposti a fare follie è intenzionata a lasciare tutto per… amore. S'è, infatti, innamorata di un uomo che non fa parte del mondo dello spettacolo e intende stare con lui. Dal momento dell'annuncio si esibisce soltanto negli spettacoli previsti dai contratti già firmati, poi se ne va per sempre. Nina Imperio muore con la sua scelta. Non calcherà più il palcoscenico e quando, nel 1957, anche Anna Benedetti scompare più nessuno ricorda la cantante che fece impazzire con il suo talento il pubblico di mezza Europa.

8 agosto 1970 - Grazie, piccola Bessie. Firmato Janis

L’aveva promesso a se stessa e lei è una che mantiene le promesse. Janis Joplin nell’estate del 1970 è ormai una cantante di successo, sia pur tormentata da una serie lunghissima di angosciosi problemi esistenziali. Da poco ha debuttato con la Full Tilt Boogie Band e tra pochi giorni deve iniziare le sedute di registrazione del suo nuovo album. Da tempo, però, continua a dire agli amici di voler saldare un misterioso debito. Approfittando di un momento di pausa nei suoi impegni, l’8 agosto 1970 fa collocare a sue spese una lapide di ringraziamento e di saluto sulla tomba della grande cantante Bessie Smith, l’Imperatrice del blues che riposa dal 1937 nel cimitero di Mount Lawn presso Derby, in Pennsylvania. Lo fa senza grande clamore, ma la notizia trapela ugualmente. A chi gliene chiede la ragione Janis spiega “L’ho sentita molte volte vicino a me. Devo tutto a lei: il mio modo di cantare, la mia passione per la musica, i suoni e i colori della mie interpretazioni. È stata Bessie Smith l’esempio che ho scelto quando ho cominciato a cantare e lei mi ha insegnato la strada.” Stimolata sull’argomento si lascia poi andare a una serie di considerazioni violente contro la vergogna della discriminazione razziale. Sono parole di fuoco che bollano l’intera società americana. Il razzismo, a suo dire, è una vergogna che dovrebbe pesare come un macigno su tutti i bianchi che vivono negli Stati Uniti. Le parole di Janis non sono generiche manifestazioni di solidarietà a favore dell’integrazione razziale, ma si riferiscono direttamente alle scandalose circostanze che hanno provocato la morte di Bessie Smith, sulle quali, peraltro, nessuno ha mai aperto un’inchiesta degna di questo nome. La morte della cantante viene solitamente attribuita a un generico “ritardo nei soccorsi”, quando non a “circostanze oscure”. Eppure non c’è niente di più vergognosamente chiaro delle circostanze che hanno determinato la morte di Bessie Smith. Siamo nel 1937. Mentre è impegnata in una lunga tournée nel Sud degli Stati Uniti, la cantante viene coinvolta, nella notte tra il 25 e il 26 settembre, in un terribile incidente stradale nelle vicinanze di Clarksdale, nello stato del Mississippi. Come si può immaginare non sono ancora molte, negli anni Trenta, le auto che viaggiano di notte, per cui passa molto tempo prima che qualcuno si accorga dell’incidente. Ali occhi dei primi soccorritori le condizioni della cantante appaiono molto gravi tanto che si decide di non attendere l’ambulanza per trasportarla al pronto soccorso del più vicino ospedale. La lunga corsa contro il tempo di Bessie Smith è, però, solo all’inizio. Pur essendo stato avvertito per tempo e avendo preparato il necessario per prendersi cura della ferita, il personale di turno dell’ospedale si rifiuta di accettare il corpo martoriato della cantante quando si accorge che è nera. In quegli anni in molti stati del Sud vige ancora un rigido regime di separazione razziale e viene considerato un fatto del tutto normale per una clinica riservata ai bianchi rifiutare di prendersi cura a un corpo sofferente dalla pelle nera. A nulla valgono le violente proteste dei più decisi tra i soccorritori, accusati dai loro interlocutori di aver perso del tempo prezioso per non aver voluto portare subito la ferita nel più lontano ospedale per neri. In ogni caso è “evidente” che i medici e gli infermieri della clinica “bianca” non c’entrano perché Bessie Smith non è un problema loro. Gli stupefatti soccorritori risalgono sulle auto e tentano una nuova disperata corsa verso l’ospedale afro-americano di Clarksdale. Dopo una notte intera senza soccorsi, le cure dei medici non possono far altro che alleviare i dolori dell’agonia. Alle prime ore dell’alba la donna che era stata insignita del titolo di “Imperatrice del blues” e applaudita in tutti gli States cessa di vivere. Questa è la storia che con le sue parole Janis Joplin tenta di far rivivere nella coscienza dell’America degli anni Settanta. Ci riesce, ma solo per il breve spazio di un respiro, perché poi, si sa, la vita continua.


26 luglio, 2007

7 agosto 1964 - Il film dei Beatles? Pura immondizia!

Il 7 agosto 1964 la prestigiosa rivista statunitense “Time” stronca “A hard day’s night”, il primo film dei Beatles, arrivato anche nelle sale italiane con il curioso titolo di “Tutti per uno”. Il critico del giornale, lasciandosi un po’ scappare la mano, arriva e definirlo “Immondizia”. Si ritrovano nelle parole e nello spirito dell’articolo gli umori scandalizzati di chi non sopporta il divertente gioco di citazioni e l’atteggiamento irridente verso l’ordine costituito che costituiscono l’ossatura fondamentale della pellicola. Fortunatamente, pochi giorni dopo, il magazine “Life” pubblicherà una recensione molto meno umorale e astiosa. invitando i propri lettori a non perdere “questo divertente viaggio surreale nello stile dei fratelli Marx”. Pur non essendo un capolavoro il film, diretto con mano leggera da un giovane Richard Lester deciso a non lasciarsi prendere la mano dai Beatles, è ricco di inventiva affabulatoria e costellato da gag fulminanti. Costruito come un finto documentario musicale in sintonia con il “free movie” inglese di quel periodo, racconta le strampalate e improbabili peripezie del quartetto di Liverpool cui vengono affiancati due personaggi-guida: il nevrastenico manager Norm, interpretato da Norman Rossington e John Mixing, il folle nonno di Paul McCartney, affidato all’esilarante interpretazione di Wilfrid “Steptoe” Brambell. Girato in poche settimane tra marzo e aprile del 1964 con un budget di appena duecentomila sterline il film vola sulle ali della popolarità dei Beatles e incassa solo nella prima settimana di programmazione più di un milione di sterline. Il lungometraggio, nato per rompere lo schema delle esperienze cinematografiche delle star del rock and roll, caratterizzate da trame inesistenti inframmezzate da canzoni, suscita l’attenzione del mondo intellettuale londinese che ne apprezza la struttura d’avanguardia. Porterà bene anche al regista Richard Lester, destinato a diventare uno dei più apprezzati e geniali campioni del divertimento intelligente.

6 agosto 1994 – Mister Volare se ne va

Il 6 agosto 1994 muore a Lampedusa Domenico Modugno, conosciuto nel mondo come "Mister Volare", il cantante italiano più popolare nel mondo dopo Enrico Caruso. La sua è una fine più volte annunciata e altrettante miracolosamente smentita dai fatti. Da anni, infatti, gli fanno compagnia i fastidiosi postumi di una trombosi che lo aveva colpito durante le prove di un programma televisivo. Solo dopo un lunga e faticosa terapia di recupero, è tornato in attività e nel 1987 è stato anche eletto al Parlamento nelle liste del Partito Radicale. Con l’uomo scompare anche l’artista che alla fine degli anni Cinquanta ha cambiato la canzone italiana. Nato a Polignano a Mare, in provincia di Bari aveva iniziato a muoversi nel mondo dello spettacolo come attore e come compositore di canzoni spesso destinate a esaltare il talento di altri quali Musetto interpretata da Gianni Marzocchi, Lazzarella, portata al successo nel 1957 da Aurelio Fierro, Resta cu 'mme per Roberto Murolo e, soprattutto, La donna riccia, uno dei cavalli di battaglia di Renato Carosone. Per gran parte degli anni Cinquanta, però, neppure qualche disco inciso in proprio riesce a farlo affermare come cantante. La svolta avviene nel 1958, al Festival di Sanremo che si svolge dal 30 gennaio al 1° febbraio. Domenico Modugno presenta Nel blu, dipinto di blu un brano che nei giorni delle prove suscita più d'una perplessità in critici ed esperti. Anche a un musicista di scuola jazz aperto alle innovazioni come il maestro Gorni Kramer sembra sfuggire la portata della composizione, tanto da sbottare in un commento indelicato: «Ma che pazzia è questa canzone? Non ha stile, non esiste». Non diversa è l'opinione dei critici presenti, con qualche eccezione come quella di Mario Casalbore che difende Modugno. La canzone è davvero insolita perché, oltre ad avere un testo con evidenti riferimenti surrealisti, introduce per la prima volta sul palcoscenico di Sanremo una mescola di generi diversi, compresi gli echi delle novità ritmiche che arrivano d'oltreoceano. Il pubblico saluta con una vera e propria ovazione l'esibizione di Modugno che sul ritornello allarga le braccia come se volesse levarsi in volo. Tutti si alzano in piedi sventolando i fazzoletti e lo accompagnano in coro. Nei giorni successivi il ritornello «Volare, oh, oh....» diventa il nuovo inno nazionale. Il successo di Nel blu, dipinto di blu è clamoroso ed è destinato a non restare rinchiuso nei confini italiani. La canzone, in varie versioni, fa il giro del mondo e vende venticinque milioni di dischi. Solo Bianco Natale di Bing Crosby è riuscito a fare meglio. Tra i primi a capire "fenomeno" Modugno c’è Massimo Mila che scrive «Nella sua invenzione melodica confluiscono tumultuosamente ogni sorta di detriti popolari del bacino mediterraneo, agli affioramenti di schietti strati di musicalità popolare si mescolano movenze canzonettistiche di ballabili moderni, echi di banda municipale, come quella che dirigeva Mascagni a Cerignola, e spunti operistici nazionali: Rossini dà il braccio a Duke Ellington, e tutta questa baraonda è fusa come una lava nel fuoco di un contatto schietto con la realtà». Insomma, il 6 agosto 1994 se ne va un genio capace di spezzare la coltre di ghiaccio che teneva inchiodata al suolo la canzone italiana per farla… volare in alto.

5 agosto 1975 - Stevie Wonder, quel miliardario ragazzo del ghetto

C’è chi pensa sia una vergogna, chi invece sostiene che è la rivincita di un ragazzo nero non vedente contro il suo destino. In ogni caso la notizia è di quelle che sembrano nate apposta per far discutere. Il 5 agosto 1975 Stevie Wonder rinnova il contratto discografico con la Motown per sette anni. Per quel che riguarda l’entità finanziaria del contratto, non vengono emessi comunicati ufficiali, ma voci bene informate parlano di una cifra che si aggira intorno ai tredici milioni di dollari. È una somma da capogiro, un record per quegli anni, il più ricco contratto mai stipulato fino ad allora tra un artista e una casa discografica. Non resterà né l’unico, né il più alto, ma tredici milioni di dollari sono decisamente troppi, anche per un personaggio come Wonder cui sembrava che la vita non dovesse regalare nulla. Nato prematuro a Saginaw, nel Michigan, Steveland Morris, questo è il suo vero nome, perde l’uso della vista per il malfunzionamento della sua incubatrice. È l’ultimo di tre fratelli e la madre, Lula Hardway, giura a se stessa di non fargli pesare la sua condizione. Mantiene il giuramento anche quando il padre se ne va. Stringe i denti e con i tre figli si trasferisce a Breckenridge, uno dei quartieri più poveri di Detroit. Il piccolo Stevie passa il tempo con il gioco che più gli piace: la musica. Il suo primo strumento musicale è una batteria giocattolo con la quale batte il tempo delle canzoni della radio. I regali dei vicini arricchiscono la sua strumentazione. Il piccolo canterino anima con la sua voce il quartiere finché, un giorno, un altro ragazzo del ghetto, Gerald White parla di lui a suo fratello Ronnie, che canta nei Miracles di Smokey Robinson. “Fammi sentire quello che sai fare con la voce, ragazzo!” Quello che ascolta lo lascia di stucco. Lo porta negli studi della Motown per farlo ascoltare da Brian Holland. A dodici anni Stevie Wonder ottiene così il suo primo contratto discografico. D’ora in poi la sua famiglia non avrà più problemi economici.

4 agosto 1947 - L'elettrocosmico Schulze

Il 4 agosto 1947 nasce a Berlino Klaus Schulze, considerato uno dei maestri negli anni Settanta di quella corrente musicale un po' banalmente definita "elettro-cosmica". Allievo di John Cage, appassionato cultore di Wagner e di Stockhausen, polistrumentista e abile tastierista, resta affascinato dalle nuove sonorità ottenibili attraverso l'uso di sintetizzatori, generatori e oscillatori di frequenza. Nasce così una musica molto ricca ed elaborata a partire dalle strutture ritmiche complesse. Le sue origini musicali non sono diverse da quelle di tanti altri suoi coetanei. Sensibile al fascino dei Beatles nel 1962 è il quindicenne chitarrista degli Psy, un gruppo beat molto popolare tra i ragazzi berlinesi. Negli anni successivi passa alla batteria e proprio con questo strumento partecipa alla registrazione del primo album dei Tangerine Dream, entrando poi a far parte degli Ash Ra Tempel, il gruppo berlinese da molti considerato precursore della musica elettro-cosmica. All'inizio degli anni Settanta decide di realizzare da solo i suoi progetti. Il debutto come solista avviene nel 1972 con l'album Irrlicht. Due anni dopo arriva anche il grande successo commerciale con Black dance un disco di compromesso tra musica sperimentale e dance. Parallelamente all'attività solistica non rinuncia a coltivare progetti originali e più complessi come quello dei Go, una collaborazione tra lui e una serie di strumentisti molto diversi uno dall'altro come Stomu Yamashta, Steve Winwood, Michael Shrieve e Al Di Meola. Alla fine degli anni Settanta fonda la Innovation Communication, un'etichetta nata per promuovere la New Age Music, e continua a pubblicare album inseguendo atmosfere sempre più rarefatte, in ossequio al progressivo affermarsi della New Age come un business più ampio del solo settore musicale. Molti album prodotti dalla sua casa discografica sono suoi anche se portano nomi di fantasia come quelli di Richard Wahnfried, Rainer Bloss e Jyl.

3 agosto 1996 - Luciano Tajoli, un mito ucciso dalla televisione

Alle ore 19.30 di sabato 3 agosto 1996, nella sua casa di Merate, in Vicolo Carbonini muore a settantasei anni Luciano Tajoli uno dei protagonisti della canzone italiana del dopoguerra. Affetto da un grave handicap fisico conseguente a una poliomielite infantile ha pagato un prezzo altissimo alla discriminazione operata dalla televisione nei suoi confronti perché "zoppo e non telegenico". Eppure nell’Italia del dopoguerra è, più di altri, il simbolo della riscossa della tradizione contro le mode culturali d’importazione arrivate insieme alle truppe alleate. Sotto l’incalzare del jazz e delle musiche di Glenn Miller le fortune del genere melodico all’italiana sembrano finite per sempre. Non è così. «Americano non voglio cantar/ o miei signori mi dovete scusar/ questa sera canto in italian…», queste semplici frasi cantate dalla voce appassionata di Tajoli diventano il segnale di riscossa della tradizione italiana. In lui, però, la tradizione è qualcosa di dinamico, non un punto d’arrivo. Non sarà mai un rivoluzionario innovatore, ma non sceglierà nemmeno di rinchiudersi nel recinto tranquillo della conservazione. La purezza del suo timbro unita a una notevole capacità di virtuosismi vocali, gli consentono di adattarsi via via alle nuove sonorità senza tradire l’ispirazione di fondo. Non ha problemi ad accettare l’utilizzo del microfono nelle esibizioni dal vivo negli anni Quaranta e non si oppone quando, negli anni Settanta, le nuove orchestrazioni rovesciano l’impostazione tradizionale portando in primo piano la sezione ritmica. Leggendaria rimane la sua capacità di passare dalla mezza voce al falsetto creando quegli "svolazzi" vocali che saranno un po' il suo "marchio di fabbrica". Stupefacente è, infine, la sua longevità artistica che gli consente di arrivare, ancora sulla breccia, fino agli anni Novanta, a dispetto delle rare apparizioni televisive che gli vengono concesse a causa della scarsa "telegenicità" della menomazione fisica.

2 agosto 1951 - Andrew Gold, figlio della musica da film

Il 2 agosto 1951 nasce a Burbank, in California, il cantante e autore Andrew Gold, definito scherzosamente "figlio della musica da film". Suo padre, infatti, è il compositore Ernest Gold, autore di colonne sonore di film famosi, primo fra tutti "Exodus". La vicinanza con la musica che fa da sfondo alle vicende cinematografiche non si ferma qui. Anche sua madre, la cantante Marni Nixon, ha una lunga serie di trascorsi vocali con le tracce da film. Sua è la voce prestata a Natalie Wood in "West Side Story" e sempre lei canta le canzoni che finge d'interpretare Audrey Hepburn in "My fair lady". Con queste premesse è inevitabile che il piccolo Andrew finisca per considerare la musica come un elemento essenziale della sua vita e gli strumenti musicali il complemento ideale dei suoi giochi. Ancora adolescente è già considerato nell'ambiente un polistrumentista di valore. Appena riesce a liberarsi dal condizionamento famigliare forma la sua prima band, i Bryndle, insieme a un altro talento precoce come la cantante Karla Bonoff. L'esperienza non dura molto. Negli anni successivi, dopo aver suonato il basso con Maria Muldaur, inizia una lunga collaborazione con Linda Ronstadt che gli dà modo di liberarsi dell'immagine di "figlio d'arte" e di conquistarsi la fama di musicista capace di garantire buoni risultati sia a livello esecutivo che creativo. Nel 1975 riesce anche a convincere i discografici a dargli più spazio e consentirgli finalmente di pubblicare il suo primo album da solista. Il disco, intitolato semplicemente Andrew Gold, non è un fulmine di guerra, ma non va nemmeno tanto male, per cui continuerà a pubblicare senza troppi assilli un album all'anno. Nel 1980 ottiene un inaspettato successo commerciale con il singolo Lonely boy. Negli anni successivi lavorerà con vari artisti tra cui Carly Simon e Art Garfunkel e nel 1986 formerà insieme all'ex 10CC Graham Gouldman il duo dei Wax. Visti i risultati non esaltanti tornerà a lavorare da solo.

1 agosto 1950 – Si ferma il cuore di Mouse Burroughs

Il 1° agosto 1950 a Chicago, nell'Illinois, muore per un'improvvisa crisi cardiaca il batterista Mouse Burroughs, all'anagrafe Alvin Burroughs. Non ha ancora compiuto trentanove anni. Nato a Mobile, in Alabama, cresce nei sobborghi di Pittsburgh e fin da piccolo passa gran parte del suo tempo a percuotere barattoli, pentole, scatole di cartone e tutto ciò che può produrre un suono. Quando qualcuno gli mette tra le mani una batteria capisce che quella sarà la sua vita. A sedici anni suona a Sharon in Pennsylvania insieme a un altro giovane e promettente strumentista che risponde al nome di Roy Eldridge. Nel 1929, quando non ha ancora diciannove anni, ottiene la sua prima importante scrittura. Viene, infatti, chiamato a Kansas City per essere inserito nella formazione dei Blue Devils del contrabbassista Walter Page, considerata una delle migliori formazioni di quel periodo e destinata a diventare la culla della futura orchestra di Count Basie. È sua la batteria che si ascolta in Blue Devil blues e Squabblin’, due delle incisioni più conosciute della band di Page. La sua avventura musicale è, però solo all'inizio. Ben presto se ne va anche da Kansas City e dopo un breve periodo alla corte di Alphonso Trent, si trasferisce a Chicago dove suona con Walter Fuller, Omer Simeon, Budd Johnson e molti altri protagonisti del circuito jazz di quella città. Nel 1938 prende parte a una seduta di incisione organizzata e diretta dal vibrafonista Lionel Hampton, che, non disponendo ancora in quel periodo di una formazione stabile, si affida di volta in volta a gruppi di musicisti reperiti sulla piazza chicagoana. L’anno dopo se ne va a New York per suonare con l'importante orchestra di Earl Hines in sostituzione di Wallace Bishop. Il suo nome è stato suggerito al grande Hines da tre suoi strumentisti, Fuller, Simeon e Johnson, vecchi compagni di Burroughs a Chicago. Con questa orchestra il batterista registra per la Bluebird tra il mese di luglio del 1939 e l’inizio del 1941 una lunga serie di dischi che lo fanno conoscere a livello internazionale. Nonostante i successi la sua inquietudine artistica lo porta a nuove migrazioni. Nel 1941 suona con l’orchestra di Milton Larkin al “Rhumboogie” di Chicago e nel 1942 passa alla formazione di Benny Carter. Dopo un periodo in proprio, nel 1945 entra a far parte del gruppo di Red Allen dove rimane fino al 1946. Nel 1949 diventa il batterista del quartetto di George Dixon con il quale resta fino alla crisi cardiaca che lo uccide.

15 luglio, 2007

31 luglio 1967 - Fuori gli Stones dalle galere!

Dopo una mobilitazione senza precedenti dei più popolari personaggi del beat britannico, il 31 luglio 1967 la Corte d'Appello di Londra libera dal carcere Mick Jagger e Keith Richards dei Rolling Stones. Cosa ci fanno in prigione due protagonisti di primo piano della musica pop di quel periodo? Facciamo un passo indietro fino al 29 giugno, quando il giudice Lesley Block condanna Jagger a tre mesi di reclusione e cinquecento sterline di multa e Richards a un anno di carcere più cento sterline di multa. L’imputazione è di detenzione e uso di marijuana. La sentenza è immediatamente operativa. Mick Jagger viene rinchiuso nel carcere di Brixton e Keith Richards in quello di Warmwood Scrubs. La notizia fa rapidamente il giro di Londra e immediata scatta la solidarietà. Alla faccia delle finte rivalità e nonostante gli inviti alla prudenza dei loro discografici, i primi a prendere pubblicamente posizione sono gli Who, che, convocata in fretta e furia una conferenza stampa, annunciano l’intenzione di pubblicare un disco con due brani degli Stones, Under my thumb e The last time per “mantenere desta l'attenzione del pubblico” sul lavoro del gruppo. Tre giorni dopo la sentenza il prestigioso Times in un editoriale firmato da William Rees-Moog parte dalla carcerazione dei due artisti per attaccare duramente il sistema giudiziario britannico. La mobilitazione raggiunge il culmine quando, cinque giorni prima del processo d’appello, lo stesso Times ospita in un’intera pagina a pagamento un appello per la legalizzazione della marijuana firmato da tutti e quattro i Beatles, dal loro manager Brian Epstein e da altri personaggi della scena musicale britannica. Questo è il clima nel quale il 31 luglio si svolge l’udienza conclusiva dell’appello. Tra il tripudio dei presenti, dopo la lettura della sentenza il giudice, Lord Parker, con motivazioni tecniche diverse, revoca la condanna al carcere e ordina l’immediata liberazione dei due musicisti.

30 luglio 2004 - “Pace e male” dei Têtes de Bois

Il 30 luglio 2004 i Têtes de Bois presentano il loro nuovo lavoro intitolato Pace e male. Visto il successo ottenuto con l’album Ferré, l’amore e la rivolta potevano vivacchiare di rendita sfruttando ancora per un po’ il “giocattolo” Ferré attingendo alla corposa produzione del cantautore francese, ma il gruppo non è fatto così. Il suo volo non è quello degli uccelli rapaci che girano in tondo attorno alla preda. Non ci sono prede, ma passioni, nel cuore di questa band che da tempo viaggia lungo le imperscrutabili rotte degli stormi migranti. «Ferré ce l’abbiamo sempre vicino, è nel nostro cuore e nella nostra musica – ci dice Andrea Satta, la voce del gruppo non solo sul palco – viaggia con noi sulle nuove strade. È un amico vivo, un compagno d’avventure, e gli amici e i compagni non si mummificano nel ricordo». E così dopo due anni ci regalano Pace e male, un doppio album che ha il sapore della strada, degli spazi liberi, il gusto del confronto e della contaminazione unito alla leggerezza del pensiero aperto. «In questa avventura abbiamo imbarcato un sacco di amici, ciascuno dei quali ha regalato un pezzo di sé». Sono davvero tanti e diversi gli apporti in voci, idee e suoni, un lungo elenco che comprende musicisti come Daniele Silvestri, Mauro Pagani, Ugolino e Antonello Salis, attori come Paolo Rossi e Marco Paolini, giornalisti ad assetto variabile come Gianni Mura e un ex ciclista, Davide Cassani. Come sempre il lavoro dei Têtes de Bois fa impazzire gli ostinati amanti delle classificazioni rigide. C’è di tutto, rock, classica, teatro, strada, un caleidoscopio musicale in cui tutto si mescola senza violenza per generare nuovi e differenti colori. È musica colta che parla della realtà quotidiana, la racconta attraverso piccole storie che in cui vive la forza dei grandi temi, dal lavoro (Buongiorno Arturo) alla guerra, all’imperialismo (Abbasso Nixon), alla critica sociale. A ben vedere è proprio questa capacità di raccontare la realtà minuta attraverso il linguaggio poetico l’eredità vera di Ferré, un modo di farlo rivivere rifuggendo dagli scimmiottamenti delle cover. È anche un modo di legare il presente con il passato senza trasformare quest’ultimo in un album di fotografie, perché, come ricorda Andrea Satta, la memoria è un elemento strategico nella battaglia per cambiare lo stato delle cose possibili: «La memoria è l’elemento che può fare la differenza in un mondo in cui il video, i sistemi di comunicazione e di persuasione di massa tendono a cancellare la capacità di discernere e di pensare. Anche l’indignazione è pilotata. Spesso mi sorprendo a pensare che quando non ci sarà più mio padre che è stato in campo di concentramento anche il nazismo diventerà una figurina innocua. Mi fa paura un mondo in cui i mass media controllano anche la nostra capacità critica, scegliendo i temi sui quali scatenare l’indignazione dell’opinione pubblica. Il nostro lavoro sulle storie, sulle piccole vicende quotidiane è un modo di recuperare la memoria guardando avanti, di uscire dal sapere enciclopedico, la vera tragedia della cultura di questo tempo che riduce a sintesi e cancella la molteplicità». Chissà, forse è per questo che l’album è doppio, per non cadere nella trappola della sintesi forzata…

29 luglio 1974 – Addio a Mama Cass

Il 29 luglio 1974 muore improvvisamente nel suo appartamento di Londra, stroncata da un infarto, Cass Elliott, più conosciuta con il nome di Mama Cass, una delle componenti, insieme a John Phillips, Holly Michelle Gillian e Denny Doherty, di uno dei gruppi storici della ventata pacifista hippie degli anni sessanta: i Mamas & Papas. La grossa e simpatica Cass, che non ha ancora compiuto trentun anni, da tempo soffriva di disturbi legati alla sua obesità, ma alla sua morte iniziano a circolare le voci più disparate. Alcuni tabloid parlano di overdose, altri di soffocamento da cibo, ma la realtà è quella che i suoi pochi amici avevano intuito fin dall'inizio: il grande corpo della cantante ha finito per soffocare il suo fragile cuore. Nata a Baltimora, nel Maryland, si trasferisce giovanissima a New York dove studia musica e recitazione. All'inizio degli anni Sessanta canta con i Big Three ed è considerata una delle migliori voci del Greenwich Village. È proprio in questo periodo che la sua obesità, portata quasi con ostentazione, diventa uno degli elementi caratteristici del suo personaggio, quasi quanto la sua voce. Quando prende il via l'esperienza dei Mamas & Papas diventa per tutto il mondo "Mama" Cass. Vive con entusiasmo l'avventura della band e quando si conclude patisce più dei suoi tre compagni l'inevitabile strascico di polemiche e tensioni. Ciononostante arrotola le maniche e riprende la carriera da dove l'aveva lasciata al momento della formazione dei Mamas & Papas. Tra i membri del disciolto gruppo storico è sicuramente quella che raccoglie i migliori risultati come solista. Nel 1968 pubblica con successo il singolo Dream a little dream of me, seguito dall'album omonimo. I vari tentativi di rimettere in piedi i Mamas & Papas la portano a sospendere per un paio d'anni le iniziative solistiche. Torna in sala di registrazione nel 1971 per contribuire con la sua voce alla realizzazione dell'album Dave Mason and friend dell'ex Traffic Dave Mason e due anni dopo pubblica nuovamente come solista, il singolare e ironico The road is no place for a lady (La strada non è un posto per una signora). La sua ironia sembra in linea con il suo personaggio di cicciona simpatica, ma i problemi fisici iniziano a farla entrare in conflitto con se stessa e con quel fisico ingombrante. Pochi mesi prima di morire dà alle stampe il suo nuovo album Don't call me Mama anymore (Non chiamarmi più Mama). È un grido disperato destinato a perdersi nel vuoto.

28 luglio 1962 – Muore Eddie Costa, il pianista con la passione del vibrafono

Il 28 luglio 1962 a New York muore in un incidente automobilistico il trentaduenne pianista e vibrafonista Eddie Costa. Si chiude così prematuramente la carriera di uno dei più promettenti strumentisti di quel periodo. Nato ad Atlas il 14 agosto 1930 Edwin James Costa, questo è il suo nome completo, inizia giovanissimo a studiare pianoforte. Ben presto, però scopre il vibrafono e, senza abbandonare gli studi pianistici, decide di dedicarsi anche al nuovo strumento, di cui impara l'uso da solo mettendo a frutto le tecniche apprese sulla tastiera del pianoforte. A diciassette anni esordisce con il trio di Frank Victor suonando un paio di anni nei club della Pennsylvania, ma ben presto decide che la vita di provincia non fa per lui. Sempre con il gruppo di Victor se ne va a New York dove incontra Joe Venuti con il quale sembra destinato a far coppia fissa quando arriva, in parte inaspettata, la chiamata di leva. Il servizio militare blocca la sua carriera per due anni, dal 1951 al 1952, ma non ne cancella la popolarità. Dopo il congedo suona in quasi tutti i migliori locali del circuito jazz con le formazioni di Sal Salvador, Johnny Smith, Tal Farlow, Kai Winding e Don Elliott. Parallelamente forma un suo trio con il quale partecipa al festival di Newport del 1957. Alla fine degli anni Cinquanta suona più volte nella grande orchestra di Woody Herman. Considerato da pubblico e critica come uno del giovani di maggior talento del nuovo jazz, nel 1957 vince anche il referendum indetto dalla rivista specializzata Down Beat come miglior "new star" dell'anno. Non sceglie tra i suoi due strumenti, ma cerca di assimilare il meglio di ciascuno per migliorare il proprio bagaglio tecnico. Suona il piano in uno stile originalissimo chiaramente derivato dallo studio del vibrafono, utilizzando, per esempio, la mano sinistra per creare suggestivi unisoni di ottave. La sua tecnica al vibrafono non è da meno e si caratterizza per l'originalità di un tappeto sonoro che non rinuncia alle tentazioni ritmiche. Non è un caso che un grande chitarrista come Tal Farlow quando può contare sul suo apporto rinuncia alla batteria. Il suo rapporto con i chitarristi in genere è però speciale tanto che nella sua brevissima carriera suona praticamente con tutti i più grandi: da Farlow a Smith, da Wayne a Salvador, a Joe Puma. L'incidente mortale lascia per sempre in sospeso l'interrogativo sulle sue possibili future evoluzioni.

27 luglio 1992 – Gli Erasure non si sciolgono

Sono tanti i fans che accolgono all’Hammersmith Odeon di Londra il 27 luglio 1992 gli Erasure nel concerto che conclude l’ennesimo tour britannico di uno dei gruppi più importanti della fine degli anni Ottanta. Il successo della tournée ha smentito i corvi che parlavano di loro come di un duo ormai in disarmo, senza più nulla da dire e, nei fatti, alla vigilia dello scioglimento. C’è anche chi ha scritto che la partecipazione al doppio album “Red Hot & Blue” del 1991, una compilation per raccogliere fondi da destinare alle cure dei malati di AIDS, fosse da considerarsi il loro canto del cigno. Il concerto all’Hammersmith Odeon assume così un significato particolare per una coppia nata dall’idea dell'instabile e perennemente insoddisfatto Vince Clarke, famoso per la sua capacità di creare e, con la stessa facilità, abbandonare a se stesse band di grande successo. Nella sua intensa carriera, infatti, dà il suo apporto fondamentale alla nascita e ai primi successi di gruppi come i Depeche Mode e gli Yazoo che lascia prima ancora di poter godere i risultati del suo lavoro. Irrequieto al limite del masochismo, nel 1983 tenta di dar vita con Eric Radcliffe a un progetto chiamato The Assembly: un album con dieci canzoni interpretate da altrettanti cantanti. L'idea, però, si scontra con gli interessi delle case discografiche e con i vincoli contrattuali degli interpreti per cui, nonostante l’ingente mole di materiale registrato, vede la luce soltanto il singolo Never never interpretato da Feargal Sharkey. Dall’ennesimo fallimento nascono gli Erasure, un duo composto da lui e dal cantante Andy Bell, reperito con un’inserzione sulla rivista "Melody Maker". L’esperimento diventa la più longeva esperienza di Clarke, forse stimolato dal clamoroso insuccesso che caratterizza il debutto discografico della coppia con il singolo Who needs love like that alla fine del 1985. Non meglio va ai due dischi successivi. Gli Erasure devono aspettare l’album Wonderland nel 1986 per trovare credito e consensi. Dopo essere stati proclamati “miglior gruppo del 1989” diminuiscono progressivamente la produzione discografica. Per questo quando iniziano il tour britannico del 1992 in pochi credono che manterranno gli impegni. Il concerto dell’Hammersmith Odeon smentisce tutti e diventa un tributo ai fans che hanno creduto in loro.

26 luglio 1943 – Mick Jagger, la pietra che rotola anche da sola

Il 26 luglio 1943, a Dartford, in Gran Bretagna, nasce Mick Jagger, il leader carismatico dei Rolling Stones, capace di interpretare fino in fondo il ruolo di discusso e sorprendente uomo-immagine di uno dei gruppi più graffianti, spettacolari e provocatori della storia del rock. Come e meglio degli altri Stones Mick è riuscito a brillare anche di luce propria al di fuori dell’attività del gruppo. In questo, più che nelle, spesso ripetitive, avventure discografiche della sua band, c’è, forse, il segreto di un longevità artistica che non si nutre soltanto di nostalgia. Parallelamente alle vicende degli Stones riesce, infatti, a sviluppare, con intelligenza ed equilibrio, esperienze individuali. L'esordio di Jagger come solista avviene nel 1970, mentre la sua band è all'apice del successo, con Memo from Turner, un brano della colonna sonora di "Performance", il film che segna il suo debutto come attore. L’esperienza si ripete poco tempo dopo con la colonna sonora di "Ned Kelly", il suo secondo film. Incurante delle raccomandazioni dei produttori, che temono che il suo comportamento possa alimentare le ricorrenti voci di scioglimento degli Stones, non rinuncia neppure alla collaborazione con altri artisti. Alla fine degli anni Settanta dà una mano al nuovo profeta giamaicano del reggae Peter Tosh interpretando con lui il brano Don't look back, inserito nell'album Bush doctor dello stesso Tosh. Nel 1984 registra con Michael Jackson State of shock e, l'anno successivo, canta con David Bowie una infiammata versione di Dancing in the street, un brano soul degli anni Sessanta. Si dice sia stato lui a convincere un refrattario Bowie ad accompagnarlo in occasione del Live Aid, il concerto organizzato da Bob Geldof per raccogliere fondi per le popolazioni etiopiche. Alla fine l’attività di solista convince anche il music business tanto che, alla fine degli anni Ottanta, quando stipula il miliardario contratto con gli Stones, la CBS prevede l’obbligo per Jagger di realizzare alcuni dischi in proprio. Il dovere contrattuale sembra però spegnere la creatività di Mick che nei primi due album, molto pubblicizzati, non aggiunge niente di nuovo al lavoro degli anni precedenti. Ritroverà la vecchia grinta nel 1993 quando realizzerà Wandering spirit con la collaborazione di un gran numero d’amici, tra i quali Lenny Kravitz, Billy Preston, Flea dei Red Hot Chili Peppers e Doug Wimbish dei Living Colour.


25 luglio 1981 – Orchestral Manoeuvres In The Dark

Il 25 luglio 1981, quasi un anno dopo la sua prima pubblicazione in Gran Bretagna, il brano Enola gay arriva al vertice della classifica dei singoli più venduti in Italia. Sia pur in ritardo il disco ha un successo commerciale più eclatante di quello ottenuto in patria, dove non è andato oltre l'ottavo posto in classifica. Gli interpreti del brano si fanno chiamare Orchestral Manoeuvres In The Dark. Dietro questa sigla si nascondono, in realtà, due ingegneri del suono di Liverpool, Paul Humphreys e Andy McCluskey, provenienti dall'esperienza della cool wave. Definiti, forse con un po' di precipitazione, "alfieri della tecno pop", con il loro sound, basato su un ampio uso di tutte le soluzioni tecnologiche più avanzate disponibili in campo musicale, tende a superare gli angusti limiti di una definizione schematica. Enola gay è uno dei brani del loro secondo album Organisation, realizzato con la collaborazione di un gruppo di strumentisti che comprende, tra gli altri, il percussionista Malcolm Holmes, il sassofonista Martin Cooper e il tastierista Michael Douglas, un trio che li supporta anche nelle esibizioni dal vivo. Quando Enola gay arriva al vertice della classifica italiana in patria la band ha già pubblicato il nuovo album, Architecture and morality, con i singoli Souvenir e Joan of Arc (Maid of Orleans). Chi pensa che gli Orchestral Manoeuvres In The Dark, il cui nome si è nel frattempo accorciato in O.M.D. siano destinati a ripetersi all'infinito si sbaglia. Nel 1983 con l'album Dazzle ship e il singolo Genetic engeneering, i due di Liverpool inizieranno a prendere le distanze dalle facili tentazioni del pop. Non sarà, però, una scelta definitiva. Per qualche anno alterneranno brani decisamente sperimentali e ostici a parentesi commerciali. Alla fine degli anni Ottanta Humphreys se ne andrà per formare i Listening Pool. Quella degli Orchestral Manoeuvres In The Dark diventerà così una sigla nelle mani del solo McCluskey.

24 luglio 1987 - Il rock chicano di Ritchie Valens

Venerdì 24 luglio 1987 viene presentato in prima visione negli Stati Uniti il film “La bamba” di Taylor Hackford, ispirato alla vita del cantautore e chitarrista Ritchie Valens, interpretato sullo schermo da Lou Diamond Phillips. Il titolo della pellicola è preso a prestito alla sua canzone più conosciuta, una rielaborazione in chiave rock and roll di un brano tradizionale messicano. La presentazione del film riapre una vecchia polemica tra i critici anglofoni e la comunità degli immigrati di lingua ispanica, in particolare quelli di origine messicana. Questi ultimi accusano di colonialismo culturale e anche di razzismo quella parte della critica che continua a considerare minore il genere di musica elaborato da Ritchie e a chiamarlo con l’appellativo di “tex-mex”. Le radio ispanoamericane di Los Angeles guidano l’offensiva contro la discriminazione: «Quel genere è nostro, affonda le radici nella nostra tradizione, è ‘rock chicano’. Se non vi piace non ascoltatelo, ma smettetela di gettare merda su tutto ciò che non è in linea con la vostra barbosa tradizione anglosassone. Questo paese è anche nostro!». Chi, molto probabilmente non avrebbe mai pensato di diventare una bandiera, è Richard Steven Valenzuela, in arte Ritchie Valens, il protagonista involontario di questa disputa. Nato a Pacoima, un sobborgo d’immigrati perduto nella periferia della grande Los Angeles il 13 maggio 1941. Chitarrista acustico istintivo e buon cantante, viene scoperto dal produttore Bob Keene in una festa scolastica. Scritturato per pochi dollari, nel 1958, ancora adolescente arriva al successo con brani che mescolano la gioiosa armonia latina della tradizione messicana con le nuove strutture ritmiche del rock and roll. Il destino non gli consente di godere a lungo della popolarità. Il 3 febbraio 1959, infatti, non ancora diciottenne, muore in un incidente aereo insieme ad altre due star del rock and roll come Buddy Holly e Big Bopper, con i quali è impegnato in una tournée nel Midwest.

23 luglio 1974 – Muore Gene Ammons

Il 23 luglio 1974 il sassofonista Gene Ammons muore a Chicago, nell’Illinois, la città dove è nato il 14 aprile 1925. Figlio del celebre pianista di boogie-woogie Albert Ammons, ha vissuto una esistenza complicata dall'uso e soprattutto dall'abuso di stupefacenti che talvolta lo hanno costretto anche al silenzio. Cresciuto al fianco del padre in una Chicago che sta vivendo uno dei periodi musicalmente più interessanti della sua storia, Gene diventa uno dei protagonisti del rinnovamento della musica jazz. A diciassette anni è nell'orchestra di King Kolax e dal 1944 al 1947 fa parte integrante della Star Orchestra di Billy Eckstine, una delle formazioni più celebri d'America di quegli anni. Proprio in quel periodo il sassofono di Ammons inizia a innestarsi nel processo di rottura degli schemi tradizionali assimilando anche la lezione di Lester Young. Il suo stato di perenne tensione e d’irrequietezza, per molti versi non dissimile da quello che porta alla morte Parker, fa sì che nel 1948 Ammons lasci Eckstine e cominci a lavorare con piccoli gruppi indipendenti, più adatti al suo carattere volubile e all'insicurezza che la sua situazione psichica gli provoca. Nel 1949 sostituisce Stan Getz nel gruppo di Woody Herman, ma non resiste a lungo alla rigida disciplina dei quella band. L’anno dopo è con Sonny Stitt in una sorta tenor battle a due sassofoni. Le esibizioni dei due al Birdland di New York, una parte delle quali è stata registrata e pubblicata su disco, sono rimaste nell’immaginario dei cultori di jazz come emblematiche della componente più “folle” della stagione del bop. Per un tipo inquieto come Ammons, però, il linguaggio del be bop non è un punto d’arrivo, ma il passaggio verso nuove forme espressive che lo portano prima a sperimentare il cool jazz e poi nel territorio meno accidentato e più meticciato del rhythm & blues.

08 luglio, 2007

22 luglio 1954 – Al Di Meola, batterista mancato

Il 22 luglio 1954 nasce a Bergenfield, nel New Jersey, il chitarrista Al DiMeola. A cinque anni comincia a picchiare sui tamburi di una batteria tra la disperazione dei famigliari e dei vicini di casa. Le proteste e la crescente insofferenza del quartiere fanno sì che, dopo qualche anno, le lezioni di batteria lascino il posto allo studio di un nuovo e meno problematico strumento: la chitarra. Proprio con le corde e la cassa armonica ha modo si svilupparsi lo straordinario e precoce talento musicale del piccolo Al. Ha soltanto undici anni, anche se ne dimostra qualcuno di più, quando forma la sua prima rockband. Inizialmente non proprio disposti ad assecondare quello che considerano un hobby, i suoi famigliari cedono alle insistenze del ragazzo e gli passano il sostegno economico necessario a frequentare il prestigioso Berklee College of Music di Boston. Qui Al DiMeola si trova a suo agio. Alterna gli studi alle esibizioni e ben presto riesce a conquistarsi un posticino nella band di Barry Miles. L'avventura dura soltanto qualche mese ma si rivela un passaggio decisivo per la sua carriera. Grazie ai buoni uffici del suo amico ed estimatore Larry Coryell a soli diciannove anni entra a far parte dei Return To Forever di Chick Corea. I suoi virtuosismi e la magica purezza del suo tocco vengono esaltati dall'esplosione del jazz rock. La critica è unanime nel considerarlo uno chitarristi più importanti del genere. La conclusione dell'esperienza dei Return To Forever non cambia la sua vita. Nel 1976 debutta come solista con l'album Land of the midnight sun. L'anno dopo per la realizzazione del suo secondo album Elegant gypsy può contare sulla collaborazione attiva e sulla partecipazione di grandi musicisti come Jan Hammer, Lenny White, Steve Gadd, Mingo Lewis e il chitarrista classico spagnolo Paco de Lucia. Superata indenne anche la fine del periodo d'oro del jazz rock, si presenta all'appuntamento degli anni Ottanta pubblicando il doppio album Splendido Hotel con la collaborazione, tra gli altri, di Chick Corea. In quel periodo oltre al lavoro in solitario realizza un'interessante collaborazione con i chitarristi John McLaughlin e Paco de Lucia che sfocia in una lunga serie di concerti dal vivo. Appassionato ricercatore, Al DiMeola svilupperà negli anni successivi innovative esperienze con moltissimi musicisti, compreso il geniale giapponese Stomu Yamashta.

21 luglio 1981 – Snub Mosley, lo showman del trombone

Il 21 luglio 1981 muore a New York il trombonista Snub Mosley, all’anagrafe Lawrence Leo Mosely. Nato a Little Rock, nell'Arkansas, ha settantun anni. È adolescente e sta ancora studiando per migliorare la sua tecnica quando Alphonso Trent lo vuole nella sua orchestra. Il suo debutto professionale avviene proprio nella formazione di Trent a Dallas e prosegue con un'intera stagione all'Adolphus Hotel. Con la stessa band se ne va a Richmond dove, alla fine del 1928, registra i primi dischi. La sua presenza scenica e la capacità di divertire il pubblico ne fanno lievitare le azioni e, nel 1934, entra a far parte della formazione di Claude Hopkins. Non ci resta per molto perché non tardano a bussare alla sua porta personaggi leggendari del jazz di quel periodo come Fats Waller e Louis Armstrong. Snub non dice mai di no, ma non accetta contratti a lungo termine. Il suo sogno è quello di mettersi in proprio. Ci riesce nel 1936 quando dà finalmente vita a un'orchestra che porta il suo nome e che riesce a tenere unita per molti anni. Alla testa dei suoi strumentisti diventa l'attrazione di locali come il Woodmere Country Club e il Queen's Terrace di Long Island. Tra lui è il gruppo c'è amore vero, come emerge anche dalla cura con la quale prepara le numerose sedute di registrazione per la Decca nelle quali suona sia il suo trombone, stilisticamente influenzato da Tommy Dorsey, che come vocalist e anche come solista di slide-sax, un sassofono inventato da lui al quale è dedicato il brano The man with the funny little horn. Nel corso degli anni Quaranta e Cinquanta la sua popolarità si allarga anche al di fuori dei confini degli Stati Uniti, in Oriente e in Europa dove colpisce l'immaginazione del pubblico più per le doti di showman che per le sue qualità artistiche. Con la crisi delle big band si dedica alle orchestre-spettacolo, capaci di esaltarne le doti di simpatia e d'intrattenimento sulle note del suo brano più famoso: Snub's blues.