25 settembre, 2007

10 ottobre 1934 - Elio Mauro, l'operaio dalla chitarra d'oro

Il 10 ottobre 1934 nasce ad Avezzano, in provincia de L'Aquila, il cantante e chitarrista Elio Mauro, all’anagrafe Aurelio Collacciani. Per lungo tempo per lui la musica resta soltanto un hobby da coltivare nel tempo libero che gli resta dopo il lavoro come operaio nelle Acciaierie di Terni. La svolta nella sua vita arriva inaspettatamente nel 1950 quando viene scritturato da una compagnia di varietà diretta Vichi De Roll e Anna Galento. Da quel momento lascia le Acciaierie di Terni per dedicarsi completamente alla musica. Dotato di una voce calda dall'impostazione moderna e di una buona tecnica chitarristica si adatta bene all'ambiente dello spettacolo anche perché non insegue particolari sogni di gloria. L'esperienza da operaio l'ha abituato ad accettare tutto quello che arriva senza guardare troppo per il sottile. Suona e canta con numerose orchestre ed è disponibile anche a sopportare le non sempre agevoli tournée nei locali da ballo di mezzo mondo. Proprio al ritorno da un lungo tour in terra straniera viene scritturato nel 1954 dalla Rupe Tarpea, un locale romano alla moda. Sono i tempi della "dolce vita" e Roma è un luogo d'incontro per le star hollywoodiane. Lui con la sua voce e la sua musica fa da colonna sonora ai frequentatori del suo locale, tra i quali c'è anche Ava Gardner. Proprio l'attrice, innamorata della sua musica, gli regala una chitarra d'oro. Nel 1955 vince un concorso alla RAI e inizia a cantare a Radio Roma, ma successivamente parte per un lungo tour negli Stati Uniti. Partecipa poi alla commedia musicale "Irma la dolce" con Vittorio Gassman e nel 1959 arriva secondo al Festival di Napoli cantando Padrone d''o mare. La sua popolarità è legata all’interpretazione di brani come Stella furastiera, Ave Maria no morro e, soprattutto La canzone del faro, sigla della famosa inchiesta televisiva "Viaggio nel Sud". La sua voce compare nelle colonne sonore di molti film tra cui il felliniano "Le notti di Cabiria".

9 ottobre 1967 – Una raffica uccide il Che Guevara, non le sue idee

Alle 13.30 del 9 ottobre 1967, a La Higuera, un paesino della Bolivia, una raffica del mitra Uzi di fabbricazione belga in dotazione al sottufficiale dell’esercito boliviano Mario Teran e un colpo di pistola al cuore pongono fine alla vita di Ernesto ‘Che’ Guevara. La sua morte è stata decisa in accordo con i servizi segreti statunitensi per evitare i contraccolpi propagandistici di un processo pubblico. Il rivoluzionario argentino, comunista e giramondo, tra i principali protagonisti della rivoluzione cubana, che era arrivato in Bolivia per guidare la guerriglia è stato catturato poche ore prima dai soldati in un agguato insieme ad altri compagni. Guevara ha trentanove anni. La fotografia del suo cadavere steso su un tavolo con gli occhi aperti fa il giro del mondo. Contrariamente a quello che pensano i suoi aguzzini la sua morte, lungi dal chiudere per sempre la questione, ne farà un mito destinato a sopravvivere nel tempo. Mario Teran, il sottufficiale che gli avrebbe sparato l’ultima raffica, morirà suicida nell’aprile del 1968 a La Paz.

8 ottobre 1941 – Alla radio debutta il Quartetto Cetra

L’8 ottobre del 1941 accompagnato dall’Orchestra Zeme, il Quartetto Cetra si esibisce per la prima volta ai microfoni della radio. Nati sull’onda del successo delle canzoni del “filone dell’allegria”, con il nome di Egie, sigla ottenuta assemblando le iniziali dei loro nomi, Enrico Gentile, Giovanni Giacobetti detto ‘Tata’, Iacopo Jacomelli e Enrico De Angelis, debuttano al teatro Valle di Roma il 27 maggio del 1940 con “Caccia al passante”, uno spettacolo ideato e scritto dal loro amico Agenore Incrocci, che si firma con lo pseudonimo di Age e che è destinato a diventare uno dei grandi autori della commedia italiana. Nelle loro esecuzioni si ispirano al quartetto vocale americano dei Mills Brothers. Qualche tempo dopo a Iacomelli subentra Virgilio Savona, per cui, dopo alcune discussioni interne si decide di cambiare il nome di Egie in Quartetto Cetra. L’esordio ai microfoni della radio avviene proprio l’8 ottobre del 1941, quando, accompagnati dall’Orchestra Zeme, cantano Il Visconte di Castelfombrone. Nello stesso periodo, però, anche Enrico Gentile, il solista, è costretto a lasciare i compagni per adempiere agli oblighi militari e al suo posto arriva un giovane di Fondi in provincia di Latina, Felice Chiusano. L’ultima cambiamento nella formazione è del 1947, quando se ne va Enrico De Angelis che viene sostituito dalla moglie di Savona, Lucia Mannucci

7 ottobre 1992 - Augusto non canta più

Stroncato da un male incurabile contro il quale stava lottando da tempo il 7 ottobre 1992 scompare Augusto Daolio, la voce e la figura-simbolo dei Nomadi, uno dei più longevi gruppi della storia della canzone italiana. La sua morte segue di pochi mesi quella del chitarrista dello stesso gruppo Dante Pergreffi, avvenuta il 14 maggio in un incidente stradale e sostituito nella formazione dalla giovanissima Elisa Minari. In loro memoria i compagni pubblicano il doppio album dal vivo Ma che film la vita - I nostri concerti. La morte di Daolio non segna però la fine dei Nomadi che, sotto la guida di Beppe Carletti, l’ultimo rimasto del nucleo storico della band, iniziano a scrivere un altro capitolo della loro lunga e straordinaria storia.

6 ottobre 1967 - Il funerale degli hippies

Il 6 ottobre 1967 tutte le comuni hippie situate nel circondario di San Francisco si radunano in città. Una moltitudine di ragazzi e ragazze vestiti a lutto si avvia in un lungo e silenzioso corteo che percorre le vie principali. Ai bordi delle strade percorse dalla singolare processione altri ragazzi distribuiscono volantini che spiegano ai passanti come tutte le comuni abbiano deciso di celebrare “la morte degli hippie”. Il movimento hippie fa il funerale a se stesso per protestare contro lo sfruttamento commerciale della sua immagine, delle sue idee e della sua stessa esistenza. «Questo mondo non ci piace. Siamo nati per cambiarlo e il consumismo ha scoperto che anche la nostra voglia di cambiamento può diventare merce. Per questo il movimento è morto e oggi lo accompagnamo nel suo ultimo viaggio». Basta guardarsi intorno per capire quali siano i fenomeni cui fanno riferimento i ragazzi delle comuni. Le vetrine di San Francisco, i bar, i ritrovi, tutto è stato colorato da fiori. La scritta "Peace and love" campeggia su un numero impressionante di oggetti e capi di vestiario in vendita. A partire dall'aprile di quell'anno la Greyhound, la più famosa compagnia statunitense di pullman, ha addirittura inaugurato un singolare giro turistico tra le varie comuni hippie di S. Francisco. «Adesso basta, non si possono vendere le idee». Un movimento culturale ed esistenziale nato dalla ribellione al consumismo sta diventando esso stesso oggetto di consumo. Al di là del gesto simbolico, il funerale segnerà davvero la fine di una fase nella storia degli hippies. Di lì a poco il movimento si spezzerà in due tronconi. Uno, sull'onda del "flower power", finirà per rifugiarsi sempre più in una sorta di individualismo di massa finalizzato alla felicità interiore e lontano dalle questioni sociali. L'altra scoprirà la politica e affiancherà l'impegno alle esperienze di vita comunitaria finendo poi per confluire nelle grandi battaglie pacifiste e per i diritti civili che di lì a poco infiammeranno gli States.

5 ottobre 1973 – La sorprendente vitalità di Alvin

Il 5 ottobre 1973 viene pubblicato in Gran Bretagna il singolo My coo ca choo, un brano scatenato e divertente in linea con il glam rock che in quel periodo fa impazzire i giovanissimi consumatori di musica di quel paese. I teen-ager britannici lo accolgono entusiasticamente e in breve tempo lo portano ai vertici della classifica dei dischi più venduti. C’è, però, un giallo legato all’identità dell’interprete. La copertina del disco attribuisce l’esecuzione a un certo Alvin Stardust, un nome che nessuno ha mai sentito e di cui nessuno sa nulla. Per un po’ i giornali si divertono a ipotizzarne l’identità immaginando che si tratti dell’avventura solistica del cantante di uno dei tanti gruppi glam del periodo, finché la verità viene a galla. In realtà dietro allo pseudonimo si cela il ritorno sulle scene di un adolescente di… trentun anni. È Bernard Jewry, che, con il nome di Shane Fenton era stato, insieme al suo gruppo, i Fentones, uno dei principali esponenti del rock and roll britannico prima del ciclone Beatles. La rivelazione preoccupa non poco i dirigenti della sua casa discografica, perché temono che l’età di Alvin Stardust possa comprometterne l’immagine e la popolarità presso il pubblico dei più giovani. I timori non sono infondati. La moda del glam, fatta di brani dalla grande cantabilità e dai testi disimpegnati, è soprattutto una scelta generazionale che contrappone i gusti degli adolescenti al rock più impegnato e concettuale dei loro fratelli maggiori. Il meno preoccupato è lui. «Perché dovrei? A parte l’età, cosa mi divide da gruppi come gli Slade o gli Sweet? Il glam segna il ritorno del rock al divertimento puro, senza ideologie e senza tante complicazioni. Io sono così». Non ha torto. Per un paio d’anni quell’adolescente un po’ stagionato dominerà le classifiche di vendita, ma poi i suoi giovani fans cresceranno e con la crisi del glam dovrà rassegnarsi a tornare nell'ombra. La sua storia, però, non finirà lì. Nel 1981 l’etichetta alternativa Stiff, incuriosita dalla storia di questo strano dinosauro del rock britannico, lo richiamerà in servizio. Per la terza volta in vent'anni Bernard Jewry, ancora con il nome di Alvin Stardust, tornerà al successo con una serie di brani come Pretend, I feel like Buddy Holly e I wan't run away ispirati al rock and roll delle origini.

4 ottobre 1970 – Addio piccola Janis

Il 4 ottobre 1970 Janis Joplin lascia per sempre la scena e vola via sulle ali di un’overdose di vita, più che di eroina, diventando suo malgrado un simbolo emblematico, come Jimi Hendrix, Brian Jones e Jim Morrison, del disagio esistenziale di una generazione. Janis è stata travolta un mondo duro e ostile da infrangere, più che domare. Per usare una terminologia politica non c’è riformismo possibile per una bambina nata in un buco del Texas agro-petrolifero come Port Arthur dove l’intelligenza e la curiosità sono guardati come un’espressione del diavolo e il canto è considerato «il primo passo verso la rovina». Se poi la bambina coltiva il sogno di andare via cavalcando le note di quella musica che racconta l’anima il peggio che le può toccare è scoprire che la sella è stata costruita su misura per i maschietti. Non è stata davvero tenera la vita per Janis, che dopo essersi fatta le ossa con i Walker Creek Boys molla le ancore e segue il sogno “on the road” dei beatniks trasferendosi ad Austin dove conosce Nick Gravenites e dove si esibisce alla Coffee Gallery, accompagnandosi con l'autoharp o con musicisti girovaghi, come Jorma Kaukonen, il futuro chitarrista dei Jefferson Airplane Nel 1962 entra per la prima volta in sala di registrazione per realizzare un jingle pubblicitario per una banca sulla melodia di This land is your land di Woody Guthrie. Nello stesso anno inizia a viaggiare tra le comuni hippie formatesi in quel periodo a San Francisco e Los Angeles. Alcuni brani di questo periodo, registrati da vivo ad Austin e a San Francisco verranno pubblicati nell'album Janis/Early Performances del 1975. Nell'estate del 1966 il poeta Chet Helms manager dei Big Brothers & The Holding Company le propone di diventare la voce solista della band. Per la prima volta nella sua breve carriera, quindi, Janis si esibisce con una band stabile formata dal bassista Peter Albin, dal batterista Dave Jetez, dal chitarrista James Gurley e dal chitarrista Sam Andrew. Con la sua voce graffiante e disperata il gruppo diventa, con i Grateful Dead, Country Joe & The Fish e i Quicksilver Messenger Service, uno dei protagonisti della scena musicale di San Francisco. Oggi parlare bene di lei è facile, ma all’epoca la critica storce il naso e la definisce anche «un incrocio fra una locomotiva a vapore, Calamity Jane, Bessie Smith, una trivella e un liquore disgustoso». Nel 1967 Janis e la band registrano il primo album, Big Brother & The Holding Company, uscito subito dopo il festival di Monterey, tenutosi in agosto, dove Janis ottiene uno straordinario successo personale. Nel mese di febbraio del 1968 Janis Joplin e la band tengono un memorabile concerto all'Anderson Theatre di New York e a settembre pubblicano lo splendido Cheap thrills. L’album, con la copertina disegnata dal fumettista underground Robert Crumb, è una delle migliori testimonianze dell'acid rock e si rivela un grande successo commerciale, ma segna anche l'inizio di un contrasto insanabile tra Janis e la band che sfocia nella definitiva rottura. L’irrequieta cantante decide di fare di testa sua. Riunisce musicisti come il chitarrista Sam Andrew, il tastierista Bill King, il bassista Brad Campbell, il batterista Ron Markovitz, il sassofonista Terry Clements e il trombettista Marcus Doubleday e li mescola in una band ad assetto variabile che prende vari nomi: Kozmic Blues Band, The Janis Revue e The Main Squeeze. Dopo I got dem ol'kozmic blues again mama del 1969 la fuga di Sam Andrew, sostituito in un primo momento da John Till, è il primo segnale di una crisi che sfocia nello scioglimento della banda. Su Janis, ormai entrata in un processo autodistruttivo condito da alcol e sostanze varie, piove anche una denuncia per linguaggio blasfemo comminatagli dalla polizia di Tampa al termine di un concerto. Il 12 giugno 1970 a Lexington, nel Kentucky, si esibisce con la sua terza e ultima band, la Full Till Boogie Band, composta dal chitarrista John Till, il pianista Richard Bell, l’organista Ken Pearson, il bassista Brad Campbell e il batterista Clark Pierson. Ormai la sua corsa sta per finire. Durante la registrazione dell'album Pearl, nella notte tra il 3 e il 4 ottobre del 1970, Janis Joplin muore in una camera dell'Hotel Landmark di Hollywood. Muore sola, nonostante il successo e la disponibilità a dare tutto di se stessa, nonostante l’amore regalato a uomini e donne in rapporti spesso consumati troppo in fretta. Il succo della sua vita è nascosto nella dichiarazione fatta dopo un concerto: «Mi sento come se avessi fatto l'amore con migliaia di persone e adesso so che devo tornare a casa da sola». Di lei restano meravigliose performance vocali e la capacità di interpretare il blues nella sua accezione originaria di musica dell’anima, della sofferenza, dell’insoddisfazione e del dolore.

3 ottobre 2002 – La musica USA si schiera contro la guerra

Il 3 ottobre 2002 un folto numero di musicisti statunitensi inizia con un concerto alla Great Hall di New York aperto dal "grande vecchio" Pete Seeger una serie di iniziative destinate a culminare il 6 ottobre (anniversario dell'attacco all'Afghanistan) in una lunga serie di concerti per la pace in Central Park, a Los Angeles, San Francisco e Seattle. Non era scontato, ma sta succedendo. Le corde del rock hanno ripreso a vibrare contro quelli che, negli anni Sessanta (un secolo fa!) Bob Dylan chiamava "Masters of war" (Signori della guerra). Su entrambi i lati dell'Oceano Atlantico la musica sta riscoprendo nuove e antiche parole per opporsi all'idea della guerra permanente invocata da Bush. Lo fa con due manifesti diversi, ma simili per i contenuti, sottoscritti da un numero impressionante di artisti. In Gran Bretagna porta il titolo di "Stop the War" (fermiamo la guerra) e negli Stati Uniti quello di "Not in our name" (non in nostro nome), ma la sostanza è la stessa, riassunta da Robert Del Naja dei Massive Attack: «Non possiamo stare a guardare gli Stati Uniti mentre uccidono sempre più persone per assicurarsi il monopolio del petrolio nel Medio Oriente». Scorrendo i nomi ci si accorge che qualcosa è davvero cambiato in un music system che per tanti, troppi anni, dopo le fiammate degli anni Sessanta e Settanta aveva guardato i movimenti pacifisti con indifferenza, quando non con aperta complicità. Chi mastica di musica ricorda ancora con raccapriccio l'orribile video realizzato da molti protagonisti della scena musicale per sostenere i "nostri ragazzi" impegnati nella Guerra del Golfo, mentre i piloti dei caccia statunitensi si vantavano di ascoltare in volo heavy metal ad altissimo volume. Allora solo una frangia importante ma ridotta aveva avuto il coraggio di dissociarsi. Oggi, invece, scorrendo la lista dei nomi, ci si accorge che non siamo di fronte a un'iniziativa un po' elitaria di pochi e illuminati artisti. Il vento della rivolta contro la guerra è alimentato in Gran Bretagna dalla popolarità di personaggi come i già citati Massive Attack, i Blur, Richard Ashcroft, i Primal Scream, Fatboy Slim, i Chemical Brothers, Billy Bragg, gli Elbow, Terence Trent D'Arby, i Coldplay, Brian Eno, i Radiohead e moltissimi altri. Non sono mancate le diserzioni e i distinguo dei musicisti più organicamente vicini al partito Laburista come Noel Gallagher degli Oasis che ha definito l'iniziativa «un tentativo inutile» e Paul Weller che, pur su posizioni simili a quelle del movimento, preferisce mantenere un ruolo autonomo, «forse per dare più spazio al suo nuovo disco» hanno ironizzato i colleghi. L'offensiva musical-pacifista britannica non si limita si concerti, alle manifestazioni e alle prese di posizione, ma tenta di allargare la sua azione con l'obiettivo di radicare un imponente movimento di massa. Damon Albarn dei Blur e i Massive Attack, per esempio, hanno acquistato due intere pagine del "New Musical Express", uno dei più diffusi magazine musicali del mondo, per dire che la guerra contro l'Iraq è ingiustificata e «rischia di provocare orribili ramificazioni, come l'apertura di un Vaso di Pandora che più nessuno poi riuscirebbe a richiudere». Sulla stessa onda i colleghi statunitensi pubblicano sul sito ufficiale le dieci ragioni per cui non si deve attaccare l'Iraq: 1) Non c'è alcuna vera giustificazione; 2) È falso che l'Iraq sia un pericolo reale; 3) Gli Stati Uniti faticano a trovare alleati; 4) La guerra, per definizione, rende tutti meno sicuri; 5) L'attacco all'Iraq viola le leggi internazionali; 6) L'attacco all'Iraq è costoso, difficile e pericoloso; 7) L'attacco all'Iraq uccide moltissime persone; 8) L'attacco all'Iraq viola la costituzione degli Stati Uniti; 9) La guerra non è mai la via giusta per la pace; 10) L'opposizione alla guerra cresce in tutto il mondo. Anche qui le firme sono tantissime, da Laurie Anderson ad Ani DiFranco, Michael Franti, Mos Def, Steve Earle, Tom Morello, Oscar Brown e moltissimi altri, compresi personaggi meno musicali come Jane Fonda, Susan Sarandon, Oliver Stone e Noam Chomsky. Tra le star che hanno fatto sentire la propria voce negli States contro la guerra ci sono anche (e come potevano mancare?) Bruce Springsteen, Moby e i Pearl Jam. L'onda, insomma, sta crescendo, impetuosa su entrambe le sponde dell'oceano sotto la spinta di un vento che torna a rianimare le piazze e a far sussultare le coscienze. E, come hanno detto i promotori di "Stop the War", questa volta non ci si fa intrappolare dalle parole, prima ancora di capire a chi si muove guerra bisogna capire che non esistono guerre giuste: bisogna cancellare l'idea stessa di guerra dalla coscienza dell'umanità.

2 ottobre 1957 – L’ultimo traguardo di Luigi Ganna il primo vincitore del Giro

Il 2 ottobre 1957 muore a Varese Luigi Ganna, il primo vincitore del Giro d’Italia. Nato il 1° dicembre del 1883 a Induno Olona, in provincia di Varese, Ganna è stato, con Cuniolo, Galetti e Pavesi, uno dei “quattro moschettieri”, come vennero chiamati, all’inizio del secolo i quattro campioni capaci di suscitare in Italia i primi entusiasmi per uno sport giovane come il ciclismo. L’anno migliore della sua carriera fu il 1909 quando, dopo aver vinto la Milano-Sanremo davanti a Georget e Cuniolo, si aggiudicò la prima edizione del Giro d’Italia con due punti di vantaggio sull’amico-rivale Galetti, vincendo anche le tappe di Roma, Firenze e Torino. Tra i suoi successi figurano anche il Giro dell’Emilia e la Milano-Modena nel 1910 e la Gran Fondo nel 1912. Lo scoppio della Prima Guerra Mondiale decretò la fine anticipata della sua carriera agonistica, ma non del suo rapporto con il ciclismo. Intuite le grandi potenzialità produttive del settore si impegnò nella costruzione di biciclette che, approfittando della popolarità conseguita, chiamò con il suo nome. Le biciclette Ganna vennero portate alla vittoria negli anni successivi da Bottecchia, Demuysière e Fiorenzo Magni. Luigi Ganna morì a Varese il 2 ottobre 1957.

1 ottobre 1908 – Nasce la Ford Model T

Il 1° ottobre 1908 un emozionato Henry Ford annuncia la nascita dell’auto dei suoi sogni. È la mitica Model T, che verrà soprannominato "Tin Lizzie" da milioni di americani. Un’automobile semplice nel funzionamento e brillante nelle prestazioni, destinata a essere insignita quasi cent’anni dopo del titolo di “Auto del secolo” da una giuria di esperti e giornalisti specializzati. Nei vent’anni di produzione la Ford costruirà 15.458.781 vetture del Modello T, un record che resterà imbattuto per oltre 50 anni! La capacità produttiva viene supportata da un’innovazione destinata a lasciare il segno quando Henry Ford adatta il concetto di catena di montaggio alla produzione automobilistica riuscendo ad abbattere i tempi di produzione a livelli mai visti prima. L’innovazione produttiva è affiancata da un’altra serie di innovazioni sul piano dei rapporti sociali: la casa automobilistica raddoppia la paga giornaliera dei suoi operai e riduce l’orario di lavoro a otto ore giornaliere. Anche la frase con cui Ford convince i riottosi soci è rimasta emblematica: «Se riduci le paghe, riduci il numero dei tuoi clienti». I parametri della linea di montaggio fordista trascinano tutta l’industria statunitense. La morte del fondatore, avvenuta nel 1947, non ferma la marcia della Ford Motor Company che, riorganizzata da Henry Ford II, rinnova la sfida al mercato con modelli di grande successo e suggestione come la Thunderbird del 1955, la Mustang lanciata nel 1964 e la celebre Fairlane. Viene potenziata anche la produzione europea che, nel 1976, vede il lancio della Fiesta, uno dei maggiori successi tutti i tempi di casa Ford con oltre 12 milioni di esemplari prodotti finora. A più di cent’anni dalla nascita la leggenda continua.

15 settembre, 2007

30 settembre 1950 – Natalità Zero

Il 30 settembre 1950 nasce a Roma Renato Fiacchini, destinato a ottenere un notevole successo con il nome di Renato Zero. Deciso a sfruttare l’immagine di personaggio ambiguo, sullo stile del David Bowie del periodo glam, debutta come cantante nel 1974 con l'album No mamma no, seguito l’anno dopo da Invenzioni. Dotato di grande carisma diventa protagonista, in breve tempo, di un vero e proprio culto di massa che decreta il successo delle sue canzoni e l'affollamento fino all'inverosimile dei suo spettacoli. Dopo Trapezio del 1976, gli album Zerofobia del 1977 e Zerolandia dell’anno dopo segnano la sua definitiva consacrazione tra i grandi della musica italiana. I suoi fans, da lui chiamati "sorcini" lo considerano il capo di una grande famiglia che viene raccolta sotto il tendone dei suoi spettacoli. I suoi successi di questo periodo non si contano. Verso la metà degli anni Ottanta il suo personaggio pare declinare, con l'affermarsi di nuovi miti e nuove mode musicali. Addirittura il 30 settembre del 1990 dichiara la sua intenzione di esibirsi per l'ultima volta in un grande concerto, ma non mantiene la parola. L'anno dopo, infatti, va al Festival di Sanremo dove presenta Spalle al muro, un brano scritto per lui da Mariella Nava che segna, a pochi mesi di distanza, un nuovo inizio della sua carriera. Nel 1995, recuperata la sua antica voglia di stupire torna a esibirsi in un lungo tour tutto esaurito. È un nuovo inizio.

29 settembre 1924 – Un giovane trombettista a New York

Il 29 settembre 1924 il Roseland Ballroom di New York, il locale da ballo più prestigioso della metropoli statunitense, ha in cartellone l’orchestra di Fletcher Henderson. In sé non è un evento particolare. Pur essendo una band popolarissima in quel periodo, infatti, l’orchestra di Henderson è quasi di casa al Roseland, per cui la sua esibizione non suscita particolare entusiasmo fra gli abituali frequentatori del locale. Accolta dagli applausi di rito la band parte con sua sigla, ma i più attenti si accorgono che c’è una novità nella formazione. Si tratta di un giovane trombettista nero cui Henderson lascia nel corso della serata sufficiente spazio per mettersi in mostra. Il suo nome è Louis Daniel Armstrong e ha da poco compiuto ventiquattro anni. Originario di New Orleans, città dove la musica è quasi un elemento costitutivo come l’aria o l’acqua del Mississippi, ha mosso i suoi primi passi sotto la guida di Mr. Davis, un maestro di musica molto famoso nei primi anni del Novecento. Armstrong arriva a New York da Chicago, città nella quale si è trasferito quando è stato ingaggiato dalla Creole Jazz Band di King Oliver. Proprio nel gruppo di Oliver ha incontrato la pianista Lil Hardin, un personaggio chiave della sua vita che si è innamorata di lui e lo ha aiutato a migliorare il suo patrimonio tecnico perfezionandone lo stile e la padronanza dello strumento. L’Armstrong che debutta il 29 settembre al Roseland Ballroom è un artista sicuro di sé e che ha ben chiari in testa gli obiettivi da raggiungere. La sua presenza, però, crea non pochi problemi a un gruppo orchestrale composto in gran parte da permalosi e affermati solisti come Buster Bailey, Charlie Green, Don Redman e Coleman Hawkins. Soprattutto quest’ultimo che, malgrado la giovane età, è già protagonista delle scene musicali di Broadway non accoglie con entusiasmo l’arrivo di Louis. Fortunatamente non la pensa così il capo-orchestra Fletcher Henderson, abituato a lavorare con grandi artisti e impermeabile ai mugugni. È lui che ha proposto ad Armstrong di entrare nel suo gruppo. Ne intuisce le qualità e lo stima al punto da lasciargli, fin dalla serata del debutto, uno spazio vocale. Proprio il 29 settembre, infatti, per la prima volta nella sua carriera Louis Armstrong si esibisce in un breve inserto vocale nel brano Everybody loves my baby.

28 settembre 1953 - L'eclettico Jim Diamond

Il 28 settembre 1953 nasce a Glasgow, in Scozia, Jim Diamond, uno dei più eclettici e sorprendenti personaggi del rock degli anni Settanta e dei primi anni Ottanta. Scopre la musica grazie al fratello maggiore, Lawrence, batterista e a sedici anni è già musicista a tempo pieno. Nel 1975 entra per la prima volta in uno studio di registrazione con i Bradley e due anni dopo pubblica l'album Bandit con la band omonima, in quel periodo composta, oltre che da lui, dal chitarrista James Litherland, dal bassista Cliff Williams e dal batterista Graham Bond. Successivamente canta nella band di Alexis Korner, con cui realizza nel 1978 l'album Just easy poi cambia paese e stile. Se ne va a Los Angeles, dall'altra parte dell'oceano, per formare un gruppo heavy con Carmine Appice, ex batterista dei Vanilla Fudge e di Rod Stewart, e con Earl Slick, ex chitarrista di David Bowie. All'inizio degli anni Ottanta torna in Gran Bretagna deciso a impegnarsi solo nella composizione e nella produzione. Se ne sta tranquillo per poco. Nel 1982, infatti, forma il duo dei PhD con il tastierista Tony Hymas, pubblicando un album e un paio di singoli di successo. La sua proverbiale irrequietezza non gli consente di godere a lungo dei risultati raggiunti. Colpito da un'epatite che lo costringe a cancellare il tour promozionale dell'album Is it safe? scioglie i PhD e decide di continuare da solo. In due anni raggiunge i migliori risultati di tutta la sua carriera. Nel 1984 pubblica l'album Double crossed e arriva al vertice della classifica britannica con il singolo I should have know better, confermandosi l'anno dopo con Hi-ho silver. Sempre nel 1986 partecipa al progetto dei Crowd, un gruppo di cinquanta popolari musicisti riunitisi per incidere il brano You'll never walk alone il cui ricavato va alle famiglie degli spettatori morti nel 1985 nello stadio di Bradford. È l'ultimo vero sussulto. Da quel momento preferisce continuare come autore e produttore con qualche ritorno senza troppe ambizioni.

27 settembre 1966 – Nasce Jovanotti

Considerato agli esordi poco più di una geniale invenzione dell’industria discografica e bersagliato come l’interprete della superficialità disimpegnata degli anni Ottanta, Jovanotti riesce, nel tempo, ad affinare la sua tecnica e a riempire i suoi brani di contenuti, fino a diventare interprete impegnato e colto, senza mai perdere il successo commerciale. Il suo vero nome è Lorenzo Cherubini e nasce a Roma il 27 settembre 1966. Inizia giovanissimo a lavorare come disc jockey e conduttore radiofonico. Nel 1987 debutta come cantante su suggerimento di Claudio Cecchetto che lo convince a interpretare brani disimpegnati che si rivolgono a un pubblico di adolescenti come 1...2...3... casino, Siamo o non siamo un bel movimento? , Go Jovanotti go e Gimme Five. Nel 1988 pubblica l'album Jovanotti for president che vende più di cinquecentomila copie e fa di lui uno dei più grandi fenomeni commerciali della fine degli anni Ottanta. Nel 1989 partecipa al Festival di Sanremo con l'ironica Vasco, una rassicurante e un po' codina presa in giro di Vasco Rossi, cui segue l'album La mia moto, un disco in cui la dance music lascia trasparire qua e là riferimenti alla cultura hip hop, non sufficienti però a conquistare il pubblico più esigente che vede in lui un simbolo della superficialità degli anni Ottanta. Non a caso il brano che dà il titolo all’album viene ripreso dal gruppo ragamuffin veneto dei Pitura Freska che lo incidono con un nuovo testo pesantemente ironico nei confronti del cantante. Nel 1990 realizza l'album Giovani Jovanotti cui collaborano musicisti come Keith Emerson, Billy Preston, Mick Talbot, Pino Palladino e i Memphis Horms, che segna una svolta nella sua carriera. A partire dal 1991 con l’album Una tribù che balla la sua produzione si fa via via più matura e ricca sia dal punto di vista musicale che da quello dei contenuti. Nonostante qualche problema di credibilità, soprattutto all’inizio degli anni Novanta, a lui va riconosciuto l'indubbio merito di aver saputo fondere in modo efficace l’esperienza della canzone italiana con le nuove tendenze della musica internazionale, contribuendo a un grande rinnovamento generazionale della musica popolare del nostro paese.

26 settembre 1991 – I Pogues con sorpresa a New York

Il 26 settembre 1991 i cronisti guardano divertiti il pubblico che si accalca davanti ai botteghini del Beacon Theatre di New York. Sembra che si siano dati convegno i tipi più strani. C’è il cinquantenne rubizzo con la maglietta verde dell’Irlanda accanto al giovane punk un po’ démodé con i capelli a cresta e alla ragazza vestita con la bandiera scozzese. Le giacche, le cravatte, le scarpe lucidate di fresco e gli abiti lunghi da grande occasione si mescolano con indifferenza a minigonne, calzoni da jogging, scarpe da ginnastica e anfibi militari. L’occasione per l’insolito e stravagante raduno non è una festa mascherata, ma il primo di due concerti annunciati da tempo dei Pogues, una band britannica nata dalla ceneri del punk che propone un folk rock ruvido e singolare, una sorta d'incrocio tra generi diversi, dal rockabilly al country, al folk irlandese e scozzese passati attraverso una sorta di tritatutto e riproposti con l’energia del punk dei primi tempi. Il gruppo si forma a Londra nel 1983 con il nome di Pogue Ma Hone (espressione che in gaelico significa «baciami il culo»). Ne fanno parte Shane MacGowan, James Fearnley, Spider Stacy, Jem Finer e Andrew Ranken. Pochi mesi dopo, quando firmano il loro primo contratto discografico con la Stiff, sono costretti a cambiare il nome nel più semplice e meno problematico The Pogues. Ampliano anche la formazione con l’arrivo della bassista Caitlin O'Riordan. La loro attività va di pari passo con l’impegno politico e sociale. Innumerevoli sono i concerti di solidarietà con vari movimenti di liberazione, soprattutto con i sandinisti del Nicaragua, e le iniziative contro il razzismo. Nel 1985 gli ambienti musicali britannici accolgono con un po’ di preoccupazione l’annuncio che il loro secondo album si intitola Rum, sodomy and the lash, una definizione della vita nella marina militare inglese presa a prestito da una frase di Winston Churchill. Naturalmente, nonostante il crescente successo, la vita interna della band è tutt’altro che rose e fiori, tanto che le liti e i cambiamenti nella formazione sono all’ordine del giorno. Il concerto al Beacon Theatre di New York del 26 settembre 1991 segna il ritorno dei Pogues negli Stati Uniti dopo un’assenza di tre anni. Nel breve tour precedente la band aveva colpito il pubblico schierando in formazione a sorpresa, fin dalla prima esibizione, un ospite di riguardo: l’ex chitarrista dei Clash Joe Strummer che aveva irrobustito la scaletta dei concerti con le scatenate versioni di due brani del suo vecchio gruppo come London calling e I fought the law. Per qualche tempo si è parlato di un suo ingresso a tempo pieno nei Pogues, ma l’episodio che non ha avuto seguito e la collaborazione non si è più ripetuta. Qualcuno, però, giura di aver visto Strummer entrare nei camerini del teatro. I giornalisti sono qui soprattutto per quello, ma anche perché, in genere, quando sono di scena i Pogues qualcosa da raccontare c’è sempre. Con notevole ritardo e con la faccia furba della grandi occasioni Shane MacGowan si presenta sul palco. Rivolto alla platea annuncia con aria solenne: «Ascoltando la nostra musica potete capire quanto a noi piacciano le belle tradizioni. Nel tour precedente avevamo invitato a suonare con noi un amico come ospite provvisorio. Una di quelle teste calde del punk, un tipo un po’ strano che si chiamava Joe Strummer. Ve lo ricordate? Per restare fedeli alla tradizione anche questa volta abbiamo una sorpresa, ma non si tratta di un ospite. È uno strumentista destinato a restare a lungo con noi. La grande famiglia dei Pogues ha un nuovo componente. Accoglietelo bene, mi raccomando, è un pivellino timido e ha bisogno di essere incoraggiato!» Inutile dire che si tratta sempre di Joe Strummer. MacGowan non ha mentito sull’intenzione del chitarrista di far parte a tempo pieno del gruppo, ma il suo pacato discorsetto iniziale non può evitare che l’arrivo dell’ex Clash apra qualche crepa nei rapporti interni. La prima vittima di questa situazione è proprio lui: MacGowan. Due mesi dopo, infatti, si ferisce seriamente in Giappone mentre sta smaltendo i postumi di una colossale sbronza a base di sakè. Preoccupati dall’imminente avvio di un lungo tour britannico, i Pogues chiedono a Strummer di assumere la leadership del gruppo in attesa del ritorno di MacGowan. Joe accetta e l’altro, offeso, annuncia ai quattro venti l’intenzione di lasciare quegli ingrati dei suoi ex compagni e di continuare come cantante solista. Nessuna delle decisioni prese sarà definitiva e la formazione del gruppo cambierà spesso e volentieri perché quando si tratta dei Pogues non c’è mai niente di definitivo.

25 settembre 1956 – Nasce Zucchero Fornaciari

Il 25 settembre 1956 a Roncocesi, in provincia di Reggio Emilia, nasce Adelmo Fornaciari, destinato a grandi fortune artistiche con il nome di Zucchero. Quando, nel 1981, vince il Concorso per voci nuove di Castrocaro, Zucchero ha già alle spalle anni di oscuro lavoro in vari gruppi di musica da ballo. Partecipa poi alle edizioni del 1982 e del 1983 del Festival di Sanremo con due brani di stucchevole pop melodico come Una notte che vola via e Nuvola, non particolarmente brillanti né originali. L’inizio della sua metamorfosi artistica avviene nel 1985 con la presentazione proprio sul palcoscenico sanremese del brano Donne, accompagnato dalla Randy Jackson Band. Pur non particolarmente fortunata con le giurie, la canzone attira l’interesse di pubblico e critica sul lavoro del cantautore e sul suo album Zucchero & the Randy Jackson Band. L’anno dopo arriva anche il successo commerciale con Rispetto che prelude alla definitiva esplosione nel 1987 dell’album Blue's, che vende oltre un milione di copie e lo fa conoscere in tutto il mondo. Si apre così un periodo ricco di collaborazioni di prestigio con artisti di valore internazionale come Joe Cocker, Eric Clapton, Al Di Meola, Miles Davis, Rufus Thomas, Solomon Burke, Paul Young, Sting, i Queen e Luciano Pavarotti. Vari album milionari lo consacrano come uno dei più importanti interpreti della scena musicale internazionale, tanto da essere invitato nel 1992 al mega show in memoria di Freddy Mercury a Londra e, nel 1994, al remake del Festival di Woodstock.

06 settembre, 2007

24 settembre 2004 – Stradarolo, migliaia di scarpe appese al cielo

Dalla sera del 24 settembre 2004 e per tre giorni un lungo filo di acciaio viene sospeso tra i vicoli e le piazze dei paesi di Genazzano e Zagarolo. Attaccate al filo, illuminate nella notte, ci sono migliaia di scarpe usate provenienti da tutto il mondo. Ciascuna di esse ha una storia, è stata cercata, è arrivata per posta, è stata scambiata dai bambini nelle scuole. Rappresentano l’impronta dei passi, del lento avanzare dell’umanità sulle polverose strade della storia. Dove c’è un’impronta di una scarpa, lì c’è il segno della vita e del passaggio di una persona. A Genazzano e Zagarolo sono migliaia i passi sospesi nel cielo per accompagnare l’edizione 2004 di “Stradarolo”, la rassegna artistica ideata qualche anno prima dai Têtes de Bois e divenuta uno degli appuntamenti culturali più interessanti della penisola. A Stradarolo le arti si confondono, la danza si mescola con la poesia e la musica con l’illusione della parola e delle immagini. E se chiedete ai Têtes de Bois di spiegarvi la scelta del tema “Passi”, delle scarpe appese, vi rispondono con una visione: «C’è un passo che appartiene a ogni uomo, un verso, una piega ed è appeso sopra la tua testa, è arte e testimonianza. La scarpa di un uomo che forse oggi è felice, è triste, è in carcere, è morto per la libertà o per amore o per dolore, è un assassino o un torturatore, una donna che è diventata madre o magari vive da poche ore a poche metri da te e a migliaia dalla compagna sperduta della scarpa che vedi appesa». Non servono altre parole per capire che la suggestione visiva trova solidi agganci nella mente e nel cuore. Tu chiamale, se vuoi, emozioni… In mezzo a tutto c’è una tavola rotonda visionaria, grande sette metri, una tovaglia di lenzuola usate e cucite disegnate dai bambini con piedi colorati. È un simbolo d’incontro tra persone che tengono il passo ma non mancano di memoria. Intorno si parla, si canta, si suona, si raccontano passione e compassione, passi e passeggiate, storie spassose e sogni appassiti. Tutto comincia il 24 settembre al Ponte di Genazzano con “The bridge”, uno spettacolo aereo di danza acrobatica e prosegue il 25 e il 26 con le presenze o, per restare in tema, i passaggi musicali e parlati di Sergio Endrigo, Francesco Di Giacomo del Banco del Mutuo Soccorso, Ricky Gianco, Marco Paolini e i Mercanti di Liquore, Giuseppe Cederna, Giancarlo Dotto, Luca Madonia, Enzo Pietropaoli, Pinomarino, Giovanna Summo, Massimo Pasquini, Giampaolo Ceroni, Canio Loguercio, Emilio Casalini, Jonathan Giustini, Tiziana Dal Pra, Giovanni Lo Cascio, Francesco Lo Cascio, la Banda dei Falsari e l’astronauta Guidoni in diretta telefonica… C’è anche la radio, con un’edizione in loco del programma “Radioscrigno” condotto da Dario Salvatori.

23 settembre 1970 – Muore Bourvil

All’una di notte del 23 settembre 1970 a Parigi chiude gli occhi e se ne va Bourvil. Pur essendo considerato in tutto il mondo uno dei caratteristi più apprezzati del cinema francese non è un frequentatore casuale della canzone e le sue interpretazioni non sono da considerarsi come un fenomeno estemporaneo nato per sfruttare la sua popolarità d’attore ai margini dell’epopea degli chansonniers. Il povero diavolo un po’ stordito che il mondo intero ha conosciuto sullo schermo come compagno d’avventure di Louis De Funés è soltanto una parte, universalmente più nota, della grande versatilità artistica di un uomo che è stato amico e ammiratore di Georges Brassens. Il rapporto di Bourvil con la canzone è solido e duraturo, non un flirt stagionale nato sull’onda di un periodo di particolare effervescenza e non è un caso se ancora pochi mese prima di morire registra con Jacqueline Maillan un’esilarante parodia della famosa Je t’aime, moi non plus, il successo della coppia formata da Serge Gainsbourg e Jane Birkin. Ed è proprio la musica la compagna inseparabile con la quale divide ogni istante della sua vita, dagli esordi nei cabarets negli anni dell’occupazione, al grande successo cinematografico, fino ai giorni della malattia che lo porterà alla morte. Bourvil nasce il 27 luglio 1917 a Prétot-Vicquemare e viene registrato all’anagrafe con il nome di André Robert Raimbourg. Quando la madre lo mette al mondo suo padre è lontano, richiamato al fronte per combattere una guerra assurda e sanguinosa che i posteri chiameranno prima Guerra Mondiale. Come centinaia di migliaia di suoi compagni lascia sogni, speranze e, soprattutto, la vita nelle trincee. Non torna più. Suo figlio André cresce così a Bourville, un paese della Normandia, orfano senza aver mai neppure conosciuto l’uomo che gli ha dato il cognome. A scuola se la cava con facilità. Dotato di un’intelligenza vivace e di una memoria di ferro riesce a eccellere abbastanza agevolmente nelle materie di studio, nonostante dal punto di vista disciplinare le autorità scolastiche abbiano più di una riserva sul suo comportamento. Gli piace fare il buffone per i suoi compagni e non disdegna di esibirsi nelle feste scolastiche anche se, come racconta lui stesso, «...avevo dieci, undici anni e talvolta intonavo canzoni un po’ troppo salaci e scollacciate...». L’inevitabile arrivo di qualche punizione fa parte dei rischi... artistici. Crescendo impara a suonare prima la fisarmonica e poi la cornetta e si esibisce quando può in canzoni divertenti come Ignace o La caissière du Grand café, “rubate” al repertorio del suo idolo Fernandel. A vent’anni trova modo di unire l’utile al dilettevole prestando servizio militare come ... trombettista nella banda del 24° Reggimento di Fanteria a Parigi. La divisa gli resta appiccicata più del previsto perchè la Germania nazista invade la Francia e l’esercito è mobilitato per resistergli. Non ci sono congedi né licenze e André viene trasferito con il suo reggimento ad Arzacq, sui Pirenei. Qui incontra il fisarmonicista Etienne Lorin destinato a diventare suo amico e compagno d’avventure musicali per lungo tempo. Nel 1940 la Francia si arrende alla ferocia nazista e l’esercito viene smobilitato. André, dopo aver scelto il nome d’arte di Andrel, in omaggio a Fernandel, se ne va a Parigi a cercare fortuna nel mondo dello spettacolo insieme al suo amico Etienne. La musica non basta per vivere e per un po’ il giovane si adatta a fare l’idraulico e altri mestieri. Alla sera si esibisce nei cabarets parigini con spettacoli di gag e canzoni composte insieme all’inseparabile Etienne. Il suo nome d’arte è ormai diventato quello, definitivo, di Bourvil, quasi un omaggio al paese della Normandia che l’ha visto crescere, ma la sua attività nel mondo dello spettacolo resta frenetica, spezzettata e tutt’altro che esaltante. Passa dall’attività di presentatore al Préludes di Pigalle a quella di comico popolare al Libertys e fa l’intrattenitore musicale per il Petit Casino. Proprio la diversità dei ruoli, che in genere rischia di essere un elemento negativo nella scalata verso il successo, finisce per arricchire straordinariamente il suo bagaglio artistico. La prima svolta nella sua carriera arriva quando Pierre-Louis Guérin, l’impresario di Tino Rossi, lo scrittura per il Club, un locale di cui è direttore artistico. Il contratto prevede che Bourvil ci resti per una settimana ma il successo è tale che, di rinnovo in rinnovo, continuerà a esibirsi su quel palcoscenico per quasi un anno! La sua popolarità attira anche l’attenzione di Jean-Jacques Vital, uno dei personaggi più influenti del mondo radiofonico, che lo vuole con sè a Radio Luxembourg. Nel 1946 Bourvil firma il suo primo contratto discografico e registra per la Pathè alcuni monologhi e una serie di canzoni come Timichiné la pou pou e Houpetta la bella, due esempi di ironiche prese in giro della vena esotico-romantica che caratterizza il repertorio di chansonniers come Tino Rossi. Il primo grande successo discografico arriva però con Les crayons, una irresistibile e sarcastica rivisitazione della chanson réaliste il cui testo porta la sua firma e la musica quella del suo inseparabile amico e fisarmonicista Etienne Lorin. Il brano, che Bourvil canta anche nel film “La ferme du pendu” di Jean Dréville, finisce per aprirgli anche le porte del cinema. Nel 1946 il compositore Bruno Coquatrix, futuro direttore dell’Olympia, lo scrittura per una tournée con l’orchestra di Ray Ventura e nello stesso anno Bourvil vede per la prima volta il suo nome sui manifesti come attrazione principale all’ABC al fianco di Georges Ulmer. Ormai divenuto una vedette del music hall debutta con successo anche nell’operetta che in quel periodo è una delle forme spettacolari di maggior successo. Proprio nell’ambiente dell’operetta incontra Pierrette Bruno, la compagna di una serie di duetti indimenticabili, ma anche altri personaggi destinati ad accompagnarlo per gran parte della sua carriera, come Luis Mariano, Georges Guétary o Annie Cordy. La sua immagine comica non aliena da qualche pungente affondo satirico è l’aspetto che maggiormente cattura il pubblico e che regala a Bourvil grandi successi con canzoni come La tactique du gendarme e À bicyclette. In realtà nel suo repertorio non mancano momenti diversi, ricchi di tenerezza e sentimento e spesso sottolineati da interpretazioni di grande suggestione come quelle di Le petit bal perdu, una canzone scritta da Robert Nyel e entrata poi nel repertorio di Juliette Gréco, o La tendresse. All’elenco c’è anche da aggiungere La ballade irlandaise, uno struggente e delicato brano scritto da Emil Stern su un testo di Eddy Marnay che Bourvil interpreta quasi per scommessa visto che nessun altro sa o vuole misurarsi con la sua complessità interpretativa. Il successo inaspettato della sua versione lo spinge ad affiancare sempre più spesso al lato comico del suo repertorio canoro una serie di momenti più riflessivi con canzoni ricche di poesia e talvolta anche di impegno sociale. A ben vedere la sua storia musicale contrasta un po’ con quella del paesanotto cocciuto e pasticcione che ha di lui il pubblico che l’ha conosciuto soltanto nei film di De Funés. Bourvil è un artista vero e, come tale, capace di non farsi condizionare da lusinghe e santificazioni, soprattutto a partire dal dopoguerra quando, grazie al successo, le risorse per vivere non sono più un problema. I suoi strali satirici vengono spesso messi al servizio di cause nobili come quando minaccia di non esibirsi se prima non vengono riconosciute le richieste sindacali dei dipendenti dell’ABC. I suoi spettacoli e le sue canzoni sono un dito puntato contro l’imbecillità e l’arroganza degli uomini, soprattutto di quelli che detengono, magari ingiustamente, posizioni di potere. Nel 1968 si accorge di avere un nemico potentissimo come la Sindrome di Kahler, una malattia mortale che uccide progressivamente attaccando il midollo osseo, ma non si arrende. Resta sulla breccia fino all’ultimo terminando di girare proprio poche settimane prima di morire lo splendido e drammatico film “I senza nome” di Jean Pierre Melville. All’una di notte del 23 settembre 1970 a Parigi chiude gli occhi e se ne va.

22 settembre 1937 - Ennio Sangiusto, il triestino che importa il twist

Il 22 settembre 1937 nasce a Trieste Ennio Reggente, destinato a godere di una buona popolarità negli anni Cinquanta con il nome d'arte di Ennio Sangiusto. Muove i suoi primi passi artistici nella sua città, dove frequenta corsi di canto, musica e danza. Per lungo tempo non si muove da Trieste dove s'accontenta di sbarcare il lunario esibendosi in vari locali che quasi mai lo pagano in denaro. Il suo destino sembra cambiare quando riesce a strappare un regolare contratto dalla sede triestina della Rai che lo scrittura come cantante melodico - moderno. La routine quasi impiegatizia, però, non fa per lui. Appena ha racimolato il denaro necessario saluta tutti e se ne va. Il suo lungo girovagare per l'Europa si ferma a Marsiglia dove, più per necessità che per aspirazione, decide di fermarsi per qualche tempo. Per sopravvivere accetta di esibirsi in veste di cantante e ballerino in locali non proprio di prim'ordine. Qui incontra strumentisti che propongono i nuovi ritmi che arrivano d'oltreoceano e modifica profondamente il suo repertorio. Il vecchio cantante melodico moderno lascia spazio a un brillante intrattenitore capace di confrontarsi con melodie e ritmi che affondano le loro radici nel repertorio tradizionale afrocubano e nelle sonorità derivate dal jazz strumentale. A Marsiglia impara anche il twist, una nuova danza arrivata dagli Stati Uniti dove è stata lanciata dal nero Chubby Checker. Quando ancora nessuno crede che quel "movimento selvaggio" possa attecchire in Italia, lui ne diffonde i passi e ne interpreta le prime canzoni, anche se negli anni successivi altri si attribuiranno il merito dell'affermazione del twist nel nostro paese. La sua carica di simpatia e la sua voce molto ritmata ne fanno l'interprete ideale di una lunga serie di brani destinati al successo. Scanzonato e sorridente non pare mai prendersi sul serio, quasi che cantare e ballare sia per lui più un'esigenza personale che una professione. Indimenticabili restano le sue interpretazioni di brani come Ay che calor, una sorta di cha cha cha dalle accentuate sfumature melodiche e, soprattutto, la curiosa versione di Lanterna blu, un vecchio slow ripresentato nell'inedita veste di un samba melodico. All'inizio degli anni Sessanta sotto l'incalzare di nuove mode la sua popolarità inizia declinare. Tenterà di risalire la china nel 1963 partecipando al festival di Sanremo con un paio di canzoni tra cui l'innovativa e ironica La ballata del pedone una sorta di sceneggiata in musica che viene sonoramente bocciata dalle giurie.

21 settembre 1980 - Il malore di Marley

La mattina del 21 settembre 1980 Bob Marley è a New York, dove la sera prima si è esibito al Madison Square Garden. Sua moglie Rita gli chiede di accompagnarla, come ogni giorno, a una funzione nella Chiesa Ortodossa d’Etiopia della città, ma Bob risponde che non se la sente. Non sta bene. Si sente strano e molto confuso. Deciso a scuotersi dallo strano torpore che lo opprime chiede a un gruppo di tecnici e compagni di tournée di accompagnarlo a fare un po’ di jogging nel Central Park. Sta correndo da qualche minuto quando, improvvisamente, cade a terra privo di sensi. Soccorso dagli amici che lo stanno accompagnando si riprende ma è profondamente turbato e sente il collo irrigidirsi in una posizione innaturale. Viene visitato da un’équipe medica che gli diagnostica quello che probabilmente Bob intuiva già da tempo: il suo cervello è stato aggredito da una massa tumorale. I medici sono ugualmente spietati per quel che riguarda la probabile evoluzione della malattia: la sua speranza massima di vita è di tre settimane. Marley accoglie in silenzio la sentenza. Non fa commenti e decide di continuare il tour statunitense e di partire ugualmente per Pittsburg dove è programma il concerto successivo a quello di New York. Quando Rita viene a conoscenza della sua condizione cerca in tutti i modi di impedire l’esibizione, ma invano. Nonostante il dolore Bob resterà sul palco per un'ora e mezza. Le sue condizioni di salute peggioreranno rapidamente tanto da vincerne anche la cocciuta determinazione ad andare avanti. Il tour verrà sospeso con un comunicato stampa che attribuirà la cancellazione delle date restanti a un non meglio precisato “stato d’esaurimento” di Bob Marley. Da quel momento inizierà una solitaria battaglia contro la morte fidando quasi esclusivamente sulla sua volontà e sulle risorse interiori di cui dispone. Smentirà le previsioni dei medici che gli avevano dato solo tre settimane di vita, ma non ce la farà a sconfiggere la malattia.

20 settembre 1950 – Nasce Loredana Berté

Il 20 settembre 1950 a Bagnara Calabra, in provincia di Reggio Calabria, nasce Loredana Berté. La ragazza debutta giovanissima sulle scene come corista e ballerina nel gruppo delle Collettine che accompagna Rita Pavone. Successivamente partecipa a musical come "Orfeo 9", "Ciao Rudy" e la versione italiana dello scandaloso, per l’epoca, "Hair". Nel 1974 il suo primo album come solista, Streaking, suscita accese polemiche per la foto di copertina che la ritrae nuda e per gli accenni di turpiloquio in alcuni brani. Interprete inquieta fa della provocazione una costante della sua carriera, incorrendo spesso nei fulmini della censura. Non fa eccezione il suo primo singolo di successo, Sei bellissima, per lungo tempo escluso dalle programmazioni radiofoniche e televisive della Rai a causa del testo, giudicato troppo audace. La definitiva consacrazione arriva nel 1979 con il grande successo commerciale dell'album Bandabertè, trascinato dal reggae del singolo E la luna bussò. Nel 1982 vince il Festivalbar con Non sono una signora e, nell'autunno dello stesso anno, pubblica l'album Traslocando che, tanto per cambiare, suscita polemiche per la copertina in cui compare vestita da suora e truccata di tutto punto. Si conferma poi interprete di valore con canzoni di notevole spessore musicale e artistico, ma all’inizio degli anni Novanta vari problemi personali si sommano alla fama di “personaggio scomodo” fino a renderle sempre più difficili i rapporti con il mondo discografico italiano. Con il nuovo millennio trova nuovi stimoli e nuove persone che credono nelle sue possibilità e inaspettatamente torna al successo.

19 settembre 1960 - Signori, ecco il twist!

Il 19 settembre 1960 Chubby Checker, uno dei tanti sconosciuti cantanti dell'etichetta Cameo-Parkway, entra per la prima volta nella classifica dei dischi più venduti negli Stati Uniti con la canzone The twist, destinata a cambiare per sempre la sua vita. Il ragazzone nero non doveva neppure interpretare quel brano, originariamente registrato da Hank Ballard. La fortuna ci mette, però, lo zampino. Tutto inizia quando Chubby, che in quel periodo si chiama ancora Ernest Evans, sta bighellonando negli studi di registrazione del programma televisivo "American bandstand". Proprio mentre è lì Hank Ballard comunica che non può arrivare in tempo per cantare The twist. Il presentatore Dick Clark chiede se sul posto ci sia qualcuno in grado di sostituirlo. Le alternative possibili risultano due: Danny & the Juniors e Chubby Cheker. La scelta cade su Chubby. Sulla base registrata dai musicisti dello show il ragazzone fa del suo meglio per non sfigurare. Da quel momento diventa il profeta del twist, un ballo che fa impazzire il mondo e che lui descrive così: «Il twist è talmente facile che non lo puoi insegnare. All'inizio ti devi mettere nella stessa posizione di un pugile all'inizio dell'incontro, poi devi muovere le anche come se ti stessi strofinando il corpo con un asciugamano e mentre il corpo si muove avanti e indietro, le braccia fanno lo stesso nella direzione opposta. Il twist è tutto qui». Già, è tutto lì. Forse proprio per la sua semplicità il ballo, nato da una variazione del preesistente Jive, diventa in una mania sconvolgente, una moda che non conosce confini. Sulle sue ali Chubby Cheker gira il mondo intero mentre anche il cinema sfrutta la sua popolarità chiamandolo a interpretare film come "Twist around the clock" e "Don't knock the twist". Nonostante tutto, però, il ballo che lo porta al successo finirà per trasformarsi in una condanna. Nella sua carriera tenterà varie strade ma non riuscirà mai a scrollarsi di dosso l'etichetta di "re del twist".

18 settembre 1926 – Nasce la voce di Clint Eastwood e di Gesù

Il 18 settembre 1926 nasce a Milano Enrico Maria Salerno. È ancora studente quando per seguire il desiderio di fare l’attore comincia muovere i primi passi nel mondo del teatro della sua città e nel 1949 ottiene la sua prima scrittura regolare con la Compagnia Adani-Tofano-Cimara. Negli anni seguenti passa dal Piccolo Teatro di Milano dove interpreta “La morte di Danton”, al Piccolo Teatro della Città di Roma e, a partire dal 1954, al Teatro Stabile di Genova dove ottiene eccellenti critiche in opere di Cechov, Dostojevskij, Pirandello e altri autori importanti. Negli anni Cinquanta inizia a lavorare anche nel cinema dove dopo essersi fatto conoscere per in una serie di lungometraggi di genere viene scritturato per uno dei ruoli principali nel film Estate violenta di Valerio Zurlini. Nel 1960 con Gino Cervi, Marcello Mastroianni, Nino Manfredi, Giancarlo Sbragia e Arnoldo Foà dà vita al primo vero Sindacato degli attori Italiani. Ormai considerato uno dei grandi personaggi dello spettacolo italiano alterna gli impegni teatrali con quelli televisivi e cinematografici. Nel cinema oltre che come attore, ottiene un buon successo come doppiatore (è sua la voce di Clint Eastwood nella “trilogia del dollaro di Leone” e quella di Cristo ne Il Vangelo Secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini) e come regista. Muore a Roma il 28 febbraio 1994 dopo aver interpretato centodue spettacoli teatrali, novantadue film per il grande schermo e un’infinità di spettacoli per la televisione.

17 settembre 1952 - Muore Leonard V. Bechet, dentista e trombonista

Il 17 settembre 1952 muore nella sua città natale, cioè a New Orleans, in Louisiana, il trombonista Leonard V. Bechet. Nato il 25 aprile 1877 è il fratello del clarinettista Sidney Bechet, più popolare di lui. Di lui non si sa molto. All’inizio del Novecento è il leader della Silver Bells Band, un ensemble che si esibisce a New Orleans dal 1903 al 1907. Poi divide la passione musicale con il mestiere di dentista. Negli anni Venti è il direttore e leader della Young Superior Brass Band, un’orchestra che oltre a lui comprende il trombettista Arthur Derbigny, il clarinettista Andrew Morgan, il banjoista Whitey Arcenaux, il bassista (contrabbasso e tuba) Tommy Hudson e il batterista Arthur Joseph.

16 settembre 2005 – Nome e cognome di Ligabue

«Ognuno di noi è la somma di tutti i momenti della propria vita. Quel risultato è, nel bene e nel male, unico». Scandisce bene le parole il Liga, per non essere frainteso perché vuol far capire che nel nuovo album c’è lui e la sua vita. Si intitola Nome e Cognome, ed esce il 16 settembre 2005 con qualche brano anticipato dal vivo in un concertone tenuto il 10 settembre a Reggio Emilia e un singolo, Il giorno dei giorni, già in rotazione sulle radio da una settimana. A distanza di tre anni e mezzo da Fuori come va il rocker emiliano ci riprova. Non è la prima volta che Ligabue si racconta nelle canzoni, anzi si può dire che gli spunti biografici siano un po’ la specialità delle sue storie in musica. Questa volta però le emozioni, le riflessioni e qualche considerazione sembrano prevalere sul gusto dell’affabulazione e del racconto. In qualche momento rischiano addirittura di essere eccessive tanto da far apparire il Liga nel ruolo inusuale di predicatore dispensatore di consigli. Forse questo è un po’ il limite di un disco nato dall’esigenza del cantautore di fare un punto sulla propria vita. Più che un’autobiografia sembra un’istantanea scattata con una macchina fotografica non digitale. Un autoritratto? Lui non si schernisce per il paragone perché in fondo «ogni artista, quando si esprime, disegna il proprio autoritratto. È un autoritratto “interno”, l’autoscatto alla propria anima. Mi è capitato di farlo anche in passato, quando ripenso ai miei dischi precedenti, ai temi che contengono mi sembra proprio di vedere delineati i miei tratti, la mia vita di allora…». Questa volta, però, la scelta autobiografica sembra rispondere a un disegno voluto che si intuisce anche dal punto di vista musicale nei passaggi morbidamente liquidi che sembrano sottolineare i momenti più intimamente emotivi dell’album. Sono sfumature che non passano inosservate quando la struttura musicale è quella classica del rock con chitarra, basso, batteria e giusto qualche sprazzo di tastiere. Siamo sul terreno del rock mainstream, quello in cui Ligabue da sempre si trova a suo agio, ma il tocco appare più delicato del solito e, in qualche caso, addirittura struggente, come in Lettera a G. in cui il Liga riflette sulla vita e sulla morte: «G. era un cugino, ma era come se fosse un fratello per me. È lo stesso di cui ho parlato in “Una delle storie d’amore di Via Cairoli”, un racconto di “Fuori e dentro il Borgo”. Siamo stati bambini insieme, adolescenti insieme, adulti insieme. Abbiamo avuto gli stessi sogni, gli stessi desideri e, a volte, le stesse ragazze. In questi anni ho visto andarsene prima mio padre, poi qualcuno che ha condiviso il palco con me e ora G. La sua morte mi ha spinto a una profonda riflessione sulle strade che prende la vita…». Nell’album c’è anche una chissà quanto involontaria risposta/citazione al Jannacci di Ci vuole orecchio, in Vivere a orecchio, una tirata un po’ funk che inneggia alla sua voglia di percorrere le strade della vita senza lasciarsi condizionare da altri con la capacità di «metterci tutto/e forse stonare di brutto…». Il buon Luciano sostiene che si tratta di «…una canzone dove racconto la mia maggior ambizione, il traguardo verso il quale cerco di pedalare da una vita: vivere a orecchio, senza spartiti o ricette prescritte da altri…». Il Ligabue-pensiero con la solita voglia di essere un po’ profeta e un po’ chiassoso amicone trova spazio anche in brani come il già citato singolo Il giorno dei giorni, dove torna l’ossessione di vivere intensamente senza sprecare un attimo del proprio tempo e la consapevolezza che si può vivere così solo «…se sei di fianco alla persona giusta…». Simile nel titolo, ma non nel clima musicale è Giorno per giorno, mentre Happy Hour gioca con i paradossi del «si dice che…», una frasettina che può cambiare una vita. Molto più interiori appaiono Cosa vuoi che sia e anche l’innodica Le donne lo sanno. In un disco così intimista non poteva mancare l’amore. Il Liga lo attraversa spaziando dall’ossessione febbrile di un uomo la cui donna passa la notte con un altro in È più forte di me, alla pace del sentimento appagato di Sono qui per l’amore, passando per l’incontro tra due anime che si ritrovano dopo una burrascosa separazione in L’amore conta. L’album è stato registrato a Correggio con l’inusuale presenza di ben due co-produttori. Allo storico collaboratore Fabrizio Barbacci si è aggiunto, infatti, anche Luca Pernici. Tre capocce per un disco solo non sono un po’ troppe? «Beh – confessa Ligabue - vista dopo questa idea dei due co-produttori è stata forse azzardata ma alla fine si è rivelata vincente. Devo confessare che tre teste per pensare a un solo album in certi momenti sono sembrate anche a me troppe, ma sentivo il bisogno di aprire gli orizzonti, di provare qualcosa di nuovo, di aggiungere quella testa in più che potesse mettere in discussione il nostro metodo abituale». Infine il titolo Nome e Cognome vuole essere un manifesto, un segno per difendere l’unicità di ogni persona: «Si affannano a metterci tutti dentro grandi contenitori appiattenti: generazione, pubblico, audience, gente… E poi a fianco di parole così generiche si mettono un paio di aggettivi pretendendo di descriverci tutti: la generazione annoiata, sognatrice, rassegnata e via così. Io credo che chiamare gli uomini e le donne per Nome e Cognome sia un gesto di rispetto verso la diversità e la storia personale di ciascuno…».

15 settembre 1965 - Muore Steve Brown, il campione dello slap

Il 15 settembre 1965 muore all'età di settantacinque anni il contrabbassista Steve Brown, all'anagrafe Theodore Brown, fratello minore del trombonista Tom Brown. Protagonista di primo piano del revival dixieland degli anni del dopoguerra, si fa notare per la prima volta nel 1923 quando sostituisce il contrabbassista Arnold Loyacano nell'orchestra dei New Orleans Rhythm Kings. Nello stesso periodo suona anche con il gruppo del cornettista Murphy Steinberg al "Midway Gardens" di New Orleans. All'inizio degli anni Trenta se ne va a Detroit dove ha modo di allargare la sua popolarità con vari gruppi, alcuni dei quali lo vedono nel ruolo del leader. Verso la metà degli anni Cinquanta si unisce alla band del fratello Tom senza però rinunciare a qualche esperienza autonoma. Legato agli schemi del jazz più morbido e tradizionale è uno dei campioni della tecnica contrabbassistica dello "slap" tanto che c'è chi lo definisce, a torto, «l'inventore dello slap». Che cos'è lo slap? La parola, che significa "schiaffo", indica una tecnica particolare per suonare il contrabbasso nata all'inizio del secolo e che consiste nello "schiaffeggiare" corde e cordiera dello strumento sui tempi pari della battuta in 4/4 dopo aver pizzicato la nota sui tempi dispari. Quando lo slap viene dato "in levare" fra tutti e quattro i tempi della battuta si crea una sorta di raddoppio del tempo iniziale. Brown, dunque, non l'ha inventata, visto che esiste già quando lui inizia a suonare, ma ne ha sviluppate le possibilità. Non si limita, infatti, a utilizzare lo slap in modo rigido, ma ne fa una componente sonora dell'esecuzione. Invece di pizzicare le corde trasversalmente, lo fa tirandole verso l'esterno in modo che la corda ribatta contro la cordiera producendo, oltre alla nota voluta, un rumore secco come una frustata. È ancora oggi possibile verificarne l'efficacia in brani divenuti leggendari come Dinah o My pretty girl da lui registrati con l'orchestra di Goldkette.



04 settembre, 2007

14 settembre 1968 – Un giocatore di flipper sordo, muto e cieco

«So che non mi crederà nessuno, ma io sto davvero pensando di scrivere un’opera rock che abbia per protagonista un giocatore di flipper sordo, muto e cieco. Non sto scherzando, anche se per ora è solo un’idea che ho in testa. Non c’è niente di definito». In questa dichiarazione, rilasciata il 14 settembre 1968 alla rivista Rolling Stone, Pete Townshend, chitarrista e leader degli Who annuncia in anteprima la sua intenzione di comporre “Tommy”, un affresco musicale destinato a entrare nella storia del rock. Come spesso accade la notizia passa inosservata perché nessuno se la sente di prenderla sul serio. Dopo la pubblicazione, da parte dei Beatles, di Sgt. Pepper’s lonely hearts club band molti gruppi hanno iniziato a considerare gli album non più come un contenitore per tante canzoni slegate tra loro, ma come uno spazio per brani diversi legati da un filo conduttore. Gli stessi Who con Sell out sembrano aver voluto raccogliere la sfida lanciata dai quattro baronetti di Liverpool. Proprio mentre sta parlando con i giornalisti dell’ultimo lavoro del gruppo Pete Townshend accenna alla sua intenzione di sfruttare meglio e in modo originale la dimensione del concept-album, ritenendo l’esperienza dell’album Sell out un punto di passaggio, non un approdo definitivo. I giornalisti che lo ascoltano si appuntano le considerazioni generali ma ritengono che la storia del giocatore di flipper muto, cieco e sordo sia una delle tante stramberie provocatorie tipiche degli Who e non gli danno peso. Hanno torto. Profondamente influenzato dalle filosofie orientali e dalla dottrina del guru indiano Meher Baba, il musicista sta vivendo un periodo di grandi cambiamenti e di ricerca artistica. L’indifferenza dei giornalisti lo ferisce. A parte qualche accenno generico evita di parlare ancora del progetto e lavora in silenzio a Tommy che vede la luce nel 1969. Proprio come anticipato l’opera rock narra la storia di un ragazzo divenuto sordo, cieco e muto in seguito a un trauma infantile che, inaspettatamente diventa un asso del flipper. La vicenda affascinerà anche il regista Ken Russell che cinque anni dopo la trasformerà in un geniale e visionario film.

13 settembre 1997 – Muore Georges Guétary, il re dell’operetta francese

Il 13 settembre 1997 a Mougins, nelle Alpi Marittime, una crisi cardiaca spegne per sempre la voce e la vita del re dell’operetta francese. All’epoca in cui inizia a cantare quelli come lui vengono ancora chiamati “tenorini” con un termine italiano che per secoli è stato utilizzato così, senza traduzione, in tutto il mondo. Poco considerati dai puristi e dagli appassionati di lirica nei primi anni del Novecento erano destinati, se bravi, a diventare protagonisti sui palcoscenici dell’operetta considerati una sorta di paradiso minore dai conservatori. In realtà proprio su quelle scene si stavano mettendo le basi alle moderne commedie musicali, quelle che gli anglosassoni chiamano musicals, cioè a una forma di mescola tra musica, spettacolo, teatro e canzone destinata a rifulgere di gloria internazionale dalla seconda metà del Novecento in poi. L’immigrato greco-egiziano Guétary frutto, come Georges Moustaki, di una delle tante migrazioni interne all’Impero Ottomano, oltre alla voce da “tenorino” ha anche un talento quasi istintivo nel canto a “mezza voce”, un altro termine universale di origine italiana che definisce la capacità di emissione smorzata del suono. Per evitare, però, il rischio che le descrizioni tecniche troppo insistite finiscano per mettere un po’ in ombra la sostanza delle qualità del personaggio, è necessario ricordare che, grazie alle sue particolari qualità vocali e a una presenza scenica che si è alimentata allo charme da tombeur de femmes, Georges Guétary per più di sessant’anni ha saputo rappresentare il punto di contatto tra gli chansonniers e la tradizione. Interprete di grande fascino, nel corso della sua carriera è riuscito a passare con disinvoltura da Trenet a Offenbach, da Aznavour a Brahms, a Granados, unificando nella sua interpretazione culture musicali diverse in un mélange di grande suggestione nel quale le differenze hanno finito per trasformarsi in una ricchezza e non in una barriera. Il futuro Georges Guétary nasce ad Alessandria d’Egitto l’8 febbraio 1915 con il nome di Lambros Worloou. I suoi genitori appartengono alla numerosa colonia di greci trasferitisi nella grande città egiziana nel periodo in cui gran parte delle aree mediorientali e del nordafrica è sotto il dominio dell’Impero Ottomano. Il loro sogno è quello di vedere il piccolo Lambros diventare un pezzo grosso dell’economia. Per questa ragione nel 1937, quando ha diciassette anni, lo spediscono in Francia con i soldi necessari a completare gli studi in materia di commercio internazionale. Per evitare che si senta troppo solo e per ogni altra necessità gli consigliano di prendere contatto con uno zio che si chiama Tasso Janopoulo che di mestiere fa il pianista nelle sale da concerto e in quel periodo è l’accompagnatore fisso di Jacques Thibaud, uno dei più popolari virtuosi del violino dell’epoca. L’incontro con lo zio finisce per cambiare la sua vita. Grazie a lui, infatti, il giovane Lambros entra in contatto con il mondo dello spettacolo della capitale e inizia a diventare una presenza fissa nei locali in cui i musicisti si ritrovano a notte fonda quando hanno finito di suonare. Proprio in uno di questi incontri un giorno, un po’ per gioco e un po’ per curiosità, si ritrova in piedi accanto al pianoforte a cantare una melodia tradizionale greca accompagnato dall’illustre parente. Tra i musicisti che l’ascoltano c’è la cantante lirica Ninon Vallin che resta colpita dall’esibizione: «Ragazzo mio, tu hai del talento. Dovresti coltivarlo invece di perdere tempo sui libri di una materia di cui non t’interessa niente…». Anche Jacques Thibaud si unisce all’invito e il ragazzo molla gli studi di commercio internazionale, che già frequentava con una certa fatica, e si dedica anima e corpo alla musica. Oltre ai corsi di canto tenuti dalla sua prima sostenitrice Ninon Vallin, prende lezioni d’armonia, solfeggio e pianoforte nella scuola Cortot-Thibaud e frequenta anche i corsi d’arte drammatica di René Simon. Nel 1938, quando non è ancora passato un anno dal suo arrivo a Parigi, è già stato scritturato come cantante dall’orchestra di Jo Buoillon. Qualche mese dopo, notato da Henri Varna, direttore del Casino de Paris, diventa uno dei boys della mitica Mistinguett. Quando la strada verso una carriera luminosa sembra ormai spianata arriva la guerra con l’occupazione nazista della Francia. Lambros, straniero e tutt’altro che bendisposto verso gli occupanti, abbandona precipitosamente Parigi e si rifugia nella zona di Tolosa dove lavora in un ristorante. Le sorprese non sono però finite. Proprio nel locale in cui lavora incontra il fisarmonicista Fredo Gardoni che gli chiede di unirsi a lui come cantante e gli fa incidere il primo disco della sua carriera. Per evitare storie con poliziotti e spioni gli chiede di scegliere un nome d’arte. Lambros diventa così Georges e il cognome Worloou viene sostituito da Guétary, il nome d’un paese basco. In quegli anni difficili lavoricchia nell’operetta e, soprattutto, conosce il compositore Francis Lopez destinato a diventare l’uomo chiave per la sua scalata al successo. Proprio lui, infatti scrive nel 1943 i brani Caballero e Robin de Bois che regalano a Guétary il primo grande successo. Dopo la Liberazione la sua popolarità si allarga al di là dei confini francesi. Le sue esibizioni entusiasmano il pubblico dei teatri di Londra e Broadway e attirano l’attenzione dei produttori cinematografici che nel 1945 gli affidano il ruolo del protagonista in “Le cavalier noir” un film ricco di canzoni composte dal suo amico Francis Lopez che ottiene un successo strepitoso. All’inizio degli anni Cinquanta Gene Kelly lo vuole con lui nella versione cinematografica del musical “Un americano a Parigi” di Vincente Minnelli premiata con sei Oscar. Georges Guétary è ormai una stella internazionale quando Maurice Lehmann lo convince a tornare in Francia per interpretare il protagonista nell’operetta “Pour Don Carlos” scritta quasi appositamente per lui dal suo amico Francis Lopez. Lo spettacolo, rappresentato per la prima volta il 17 dicembre 1950 al Théâtre de Châtelet, totalizza ben quattrocentoventi repliche. Il successo di “Pour Don Carlos” fa di Georges Guétary l’indiscusso re dell’operetta francese. Due anni dopo si ripete con “La route fleurie”, un altro lavoro con le musiche di Francis Lopez che viene rappresentato per la prima volta all’ABC il 19 dicembre 1952 e resta in cartellone per ben quattro anni. Alla fine degli anni Cinquanta chiude provvisoriamente la collaborazione con Francis Lopez e mette la sua popolarità al servizio di lavori decisamente più sperimentali dei precedenti come “La polka des lampions” di Gérard Calvi del 1961 e “Monsieur Carnaval” di Charles Aznavour nel 1965. Proprio queste due opere in particolare sembrano delineare una nuova strada per quella che alcuni critici cominciano a chiamare “commedia musicale alla francese”. Dopo “Monsieur Pompadour” del 1971 Georges Guétary pensa sia venuto il tempo di adeguare repertorio e ruoli alla sua età. Non è più un ragazzino e si sente un po’ ridicolo nel ruolo del dinamico e giovane conquistatore di ragazze che, in qualche caso, hanno la metà dei suoi anni. Il pubblico, però, sembra non gradire questa svolta e nel 1974 boccia clamorosamente “Les aventures de Tom Jones”. Per scoraggiare un tipo come Guétary ci vuole ben altro. Alla fine degli anni Settanta chiama di nuovo al suo fianco quel Francis Lopez che è stato l’artefice dei suoi primi successi e nel 1981 mette in scena “Aventure à Monte-Carlo”, la prima di quattro creazioni che caratterizzeranno la carriera di Georges Guétary negli anni Ottanta. A partire dalla fine degli anni Cinquanta la sua teatrale si alterna con tour musicali con la conduzione di alcuni programmi televisivi di successo. Nel 1996, a ottantun anni suonati, stupisce tutti presentando un recital di canzoni di un’ora e mezza al Bobino accompagnato dai Paradisio, un gruppo di giovani musicisti. Secondo le sue intenzioni, nell’autunno del 1997 lo spettacolo dovrebbe lasciare Parigi per una lunga serie di concerti in tutto il territorio francese. Non sarà così perchè la morte chiude la sua carriera.

12 settembre 2004 – In 25.000 a Londra per la “La corazzata Potemkin” dei Pet Shop Boys

In una serata da lupi, con una pioggia e un vento da far rabbrividire solo a guardare, il 12 settembre, venticinquemila spettatori si ritrovano a Londra in Trafalgar Square per assistere alla proiezione su grande schermo del film “La corazzata Potemkin” con la nuova colonna sonora scritta e per l’occasione eseguita dal vivo dai Pet Shop Boys accompagnati dai ventisei elementi della Dresden Sinfoniker Orchestra. Sembrava un’accoppiata davvero improbabile quella tra lo storico duo elettronico britannico e il film realizzato da Sergej Ejzenstejn nel 1925 che seimila cineasti europei una decina d’anni fa hanno consacrato “miglior film di tutti i tempi” e che Paolo Villaggio nel primo Fantozzi ha santificato a icona del cineforum noioso. Eppure funziona, confermando l’intuizione geniale dall’Istituto di Arte Contemporanea di Londra. È stato proprio il prestigioso istituto britannico a scegliere i Pet Shop Boys, il duo di elettro-pop sfavillante che aveva ricamato gli anni Ottanta con brani destinati a restare nell’immaginario collettivo, per l’impresa di accompagnare le gesta degli ammutinati della “Potemkin” a Odessa. La decisione era stata presa in ossequio al desiderio di Ejzenstejn che ogni nuova generazione creasse una colonna sonora per il suo capolavoro. L’opera di Neil Tennant e Chris Lowe si affianca così alle due precedenti colonne sonore che portano le prestigiose firme di Edmund Meisel e Dimitri Shostakovich. La nuova versione mescola pop e musica classica e, più che rappresentare una rottura rispetto alle due precedenti, utilizza nuove sonorità e strumentazioni per sottolineare le emozioni raccontate dallo schermo in un modo più rispondente alla sensibilità musicale del pubblico del nuovo millennio. L’entusiasmo e la lunghissima ovazione che salutano i Pet Shop Boys quando il proiettore che illumina le immagini sullo schermo gigante si spegne insieme all’eco dell’ultima nota sono la riprova più evidente del successo. Un po’ spaventato dagli eccessi di complimenti Neil Tennant assume un atteggiamento piuttosto defilato ricordando che è impossibile ragionare del valore musicale di una colonna sonora senza considerare il valore del film. In questo senso lui e il suo socio non avrebbero poi inventato granché visto che «In fondo ci siamo solo ingegnati a mettere in evidenza il lato più moderno del film». Invece la colonna sonora rappresenta l’ennesima conferma dell’intelligenza e della genialità di un duo che lungi dal restare prigioniero del proprio effimero e datato mito, ha scelto di misurarsi con sempre nuove sfide. Dèi del rutilante firmamento degli anni Ottanta, amatissimi in ugual modo dalle comunità gay e dagli yuppies della City, hanno rotto le catene di chi voleva agganciarli per sempre a un genere e hanno iniziato a percorrere nuove strade senza l’assillo di vedere prima dove portassero. Con il passare del tempo l’elettro-pop sfavillante si è mutato in una produzione artistica ricca di richiami interdisciplinari e prende sottobraccio Ejzenstejn. Forse è anche per questo che il Guardian li definisce "l'ultimo baluardo del pop intelligente".