12 maggio, 2010

24 maggio 1941 - Robert, detto Bob, il più popolare cantautore del Novecento

Il 24 maggio 1941 a Duluth, nel Minnesota nasce Bob Dylan, il più popolare cantautore del Novecento nasce. «Non vorrei essere Bach, Mozart, Tolstoj, Joe Hill, Gertrude Stein o James Dean. Sono tutti morti, i grandi libri sono stati scritti, i grandi detti sono stati pronunciati». È risaputo che il rapporto di Robert Zimmerman, in arte Bob Dylan, con la popolarità è sempre stato un po’ contraddittorio quando non decisamente problematico. Per questa ragione è difficile pensare che sia rimasto scosso dal curioso incidente capitatogli pochi anni fa a Long Branch, nel New Jersey, dove è stato fermato da una poliziotta ventiquattrenne che si è sentita presa in giro quando quel “vecchietto eccentrico in giacchetta blu” che vagabondava sotto la pioggia senza documenti ha detto di chiamarsi Bob Dylan e di essere lì per una tournée. L’elemento più curioso di questa storia è più nelle citazioni evocate che nei fatti nudi e crudi. Per esempoi, prendendo in prestito un verso di Like a rolling stone si può dire che Dylan è stato trattato “like a complete unknown”, come un tipo completamente sconosciuto. Il resto sono chiacchiere di stagione. L’unico elemento curioso è il fatto che una poliziotta in servizio non sappia che nel suo territorio sia in programma un concerto con tre “mostri sacri” della mitologia musicale statunitense come Bob Dylan, John Mellencamp e Willie Nelson. Non è invece scandaloso che una ragazza di ventiquattro anni non riesca a riconoscere nell’anziano signore trovato a vagabondare sotto la pioggia un protagonista della scena musicale del secolo scorso visto magari soltanto sulle copertine dei vecchi dischi dei suoi genitori. E si sa che sulle copertine dei dischi gli eroi restano sempre “giovani e belli” mentre il tempo passa per tutti. L’immagine del Dylan invecchiato degli ultimi anni è lontana anni luce dal magro ragazzino arrivato a New York dal Midwest all'inizio degli anni Sessanta. I segni del tempo si vedono sulla pelle del più popolare cantautore del mondo come su quella del nostro vicino di casa e sono un problema soltanto per chi è incapace di accettare i diversi tempi dell’esistenza. Se l’immortalità artistica nasce dalle opere e non dall’immagine o dal personaggio, per Bob Dylan la dimensione temporale non esiste più. L’immortalità è già un fatto acquisito nonostante i suoi ricorrenti e conclamati tentativi di non restare prigioniero dei suoi lavori. Figlio di Abraham Zimmerman e Beatty Stone, ha un unico fratello, David, più piccolo di lui. A sei anni si trasferisce con la famiglia a Hibbing, una cittadina mineraria non lontana dalla frontiera canadese, dove il padre ha aperto un negozio di materiale elettrico. Fin da ragazzo coltiva la passione per la musica e molto presto inizia a suonare pianoforte e chitarra. Dopo il diploma se ne va a Minneapolis per frequentare l’Università. Qui inizia a esibirsi in pubblico nei ritrovi culturali della New Left con il nome d’arte di Bob Dylan, in omaggio al poeta Dylan Thomas. Colpito dalla lettura di “Bound for glory”, l’autobiografia di Woody Guthrie, decide di ispirarsi a lui e di percorrere le strade del folk. Trasferitosi a New York canta e suona nei locali del Greenwich Village e alla fine del 1961 ottiene il suo primo contratto discografico con la Columbia, per la quale pubblica l’anno dopo il suo primo album intitolato, semplicemente, Bob Dylan. Il successo arriva l’anno dopo con The Freewheelin’ Bob Dylan, il disco che annuncia al mondo la nascita del nuovo menestrello della canzone popolare di protesta. Nel 1965, al Festival Folk di Newport, Dylan si presenta accompagnato da una band elettrica rompendo con i canoni della tradizione e provocando il risentimento dei puristi del folk. Incurante delle accuse di “tradimento” prosegue sulla sua strada sostenendo con la potenza di arrangiamenti sempre più rock brani di grande intensità poetica e musicale. All’inizio degli anni Settanta Dylan, tormentato da varie vicissitudini artistiche e personali, tenta di scrollarsi di dosso l’ingombrante ruolo di “profeta” prendendo progressivamente le distanze dalla canzone di protesta e aprendosi a esperienze diverse e meno impegnate. Il pubblico non la prende bene e la sua popolarità sembra incrinarsi, ma è un fenomeno passeggero. Il singolo Hurricane, la partecipazione al film “Pat Garrett & Billy The Kid” e un lungo tour con la Band sanciscono il ritrovato amore del suo pubblico. Nei primi anni Ottanta la sua produzione, condizionata dalla conversione al cristianesimo, dà l’impressione di essere ormai prigioniera delle tematiche religiose sia dal punto di vista dei testi che della parte musicale, spesso ridondante di eccessi in chiave gospel. Non dura per molto. Chiuso il periodo mistico, Bob Dylan torna di nuovo sui suoi passi in una continua alternanza di sfide, ispirazioni musicali e suggestioni poetiche che con molte variazioni dura fino a oggi. È difficile pensare agli anni Sessanta e Settanta senza le parole scritte da Dylan, senza quella sua poetica che mescola i poeti simbolisti dell'Ottocento, il talkin' blues di Woody Guthrie e il linguaggio frantumato ed essenziale della pubblicità. Dylan più di altri è riuscito nel difficile compito di rivoluzionare il linguaggio della canzone popolare attingendo a materiali più disparati. I suoi versi sono musicali ancor prima di essere cantati. In più c'è la musica. Il ruolo della musica nella costruzione del mito di Dylan è stato spesso sottovalutato, eppure non si può dimenticare che si devono a lui alcune tra le più belle canzoni rock degli anni Sessanta. Infine non si può sottovalutare la sua voce. Nasale, roca, piagnucolosa e strascicata, del tutto fuori dalle regole conclamate dei cantanti di quegli anni, finisce per diventare parte del fascino delle sue canzoni. La sua grandezza artistica non è oscurata neppure dalla contraddittoria e per molti aspetti sconcertante personalità. Ogni volta che la critica alzato il tiro considerandolo arrivato al capolinea della sua creatività, quello che qualcuno ha definito “il cantautore delle svolte" (la svolta elettrica, la svolta country, la svolta mistica e via svoltando…), sorprende tutti tornando a vestire i panni dell’unico personaggio che gli riesce meglio: se stesso e basta. Allievo prediletto dei grandi folksinger dell'America pacifista e di sinistra, che lo sostengono sfidando le ire dei tradizionalisti nella sua "rivoluzione elettrica", vive da protagonista il periodo dei grandi movimenti studenteschi e giovanili che infiammano gli States. Brani come The times they are a-changin', Masters of war o Blowin in the wind sono un pugno nello stomaco della grassa America conservatrice, diventano un simbolo, il punto più significativo di un profondo cambiamento culturale e politico. Dal momento in cui sono state concepite vivono di vita propria e non perdono di significato neppure quando il loro creatore inizia a dare segni di ripensamento sulle sue scelte politiche e ad assumere irritanti atteggiamenti divistici provocando le prime contestazioni feroci come quella violentissima dei giovani francesi del 1966. Quando nel 1968 muore Woody Guthrie lui partecipa controvoglia al concerto dedicato a quello che da sempre aveva additato come il suo maestro e due anni dopo, in occasione del secondo raduno in memoria del grande folksinger, dà addirittura forfait. Il suo tentativo di liberarsi dell’ingombrante personaggio del cantautore impegnato tocca il culmine alla fine del 1969 quando in un'intervista alla rivista Rolling Stone dà l'idea di avere come unica preoccupazione quella del denaro, senza curarsi di ciò che gli sta attorno, né del mondo in generale. Per ritrovarlo sul terreno dell'impegno civile bisognerà attendere la pubblicazione nel 1971 di George Jackson, un'aperta denuncia sulla morte del leader nero ucciso in prigione. Da quel momento la sua attività segue le costanti oscillazioni ideologiche e personali in un'alternarsi di atteggiamenti contraddittori che anche quando verranno portate all’estremo non riusciranno mai a oscurarne i meriti artistici.

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