25 febbraio, 2010

4 marzo 2007 - Finisterre, inventore del calciobalilla, ribelle e amico di Guevara

Il 4 marzo 2007 muore a Zamora, in Spagna a ottantasei anni Alejandro Finisterre. Poeta, filosofo, editore, ballerino di tip tap, coraggioso oppositore del franchismo e tra i primi dirottatori aerei della storia dell'aviazione resta nella storia del costume per aver inventato quello che lui chiamava “futbolìn” e che in Italia è stato ribattezzato “calciobalilla”. Diffuso in tutto il mondo il gioco da tavolo nasce quando il suo inventore, che in realtà si chiama Alexandre Campos Ramírez, è ricoverato in ospedale dopo essere stato ferito da una bomba nel corso della guerra civile spagnola. Qui decide di fare qualcosa per alleviare le sofferenze degli altri ricoverati, adolescenti come lui, ma più sfortunati perché hanno subito l'amputazione degli arti inferiori. Appassionato di ping pong il giovane e intraprendente Alejandro si ispira a quel mini tennis giocato con le racchette su un tavolo verde per fare lo stesso con il calcio. A dargli una mano c’è un carpentiere che lavora nell'ospedale e che realizza i piccoli calciatori di legno da infilare in lunghe aste orizzontali. Costruita la struttura apre due aperture sui lati corti del piano di compensato e le circonda con una piccola rete come accade sui campi di calcio. L'invenzione viene registrata nel 1937 a Barcellona. La fine della guerra civile con la vittoria di Franco lo costringono a fuggire in Francia. Si dice che non abbia mai più giocato a calciobalilla con la sola eccezione di una sfida estemporanea con Ernesto Che Guevara.

3 marzo 1934 – Con la Traction Avant l’innovazione parla francese

Il 3 marzo 1934 la Citroën presenta la prima Traction Avant ai propri concessionari rivoluzionando gran parte dei concetti seguiti fino a quel momento dalla totalità delle case automobilistiche. Una serie di soluzioni tecniche che stanno alla base di quel modello e delle successive evoluzioni sono valide e applicate ancora oggi: trazione anteriore, carrozzeria-scocca senza telaio, sospensione a barre di torsione, motore a valvole in testa e camicie amovibili. In realtà il deus ex machina della casa francese, André Citroën, vede questo modello come il primo passo verso il sogno della PV (Petite Volture), l’auto a basso prezzo capace di far viaggiare su quattro ruote tutti i francesi. Fedele a questa impostazione crede che l’innovazione tecnologica possa rendere possibile l’abbattimento dei costi migliorando le prestazioni. Per questa ragione nel 1923 acquista dalla ditta statunitense Budd l’esclusiva del brevetto di fabbricazione delle carrozzerie “tout-acier”, tutto acciaio, composte da una scocca di lamiera rivestita a freddo e assemblata con saldatura in modo da formare un insieme unico e massiccio. Sulla robustezza di questa carrozzeria Citroën imposta anche una campagna pubblicitaria che, nel 1934, spiega ai francesi come «Solo le carrozzerie tout acier offrono ai passeggeri la sicurezza migliore. Solo le officine Citroën, in Francia, costruiscono queste carrozzerie perchè solo la Citroën si è dotata dell’attrezzatura necessaria, del valore di circa 200 milioni di franchi». La Traction Avant nasce quasi da una scommessa di André Citroën con il destino e contro il vento di crisi che ha già iniziato a spirare forte dagli Stati Uniti. Tra gli artefici c’è un giovane e ambizioso progettista arrivato alla sua corte dopo un paio d’anni passati con la concorrente Renault. Si chiama André Lefebvre e ha la fama di anticonformista incapace di adattarsi a regole precostituite. Il suo genio un po’ visionario conquista Citroën che nel mese di marzo del 1933 gli affianca una squadra di progettisti e gli dà dodici mesi di tempo per realizzare un’automobile a trazione anteriore con queste caratteristiche: consumo di sette litri per cento chilometri, velocità di 100 km/h, quattro posti, 800 kg di peso, prezzo non superiore ai 15.000 franchi, carrozzeria a scocca portante in acciaio, cambio automatico. La squadra che affianca Lefebvre è composta da specialisti come Sainturat per il motore, Forceau per il cambio, l’italiano Bertoni per la linea della carrozzeria, Lemaire e d’Aubarède per la sospensione motrice, Grégoire per i giunti cardanici. Non mancano momenti di sperimentazione un po’ folle come quando, per testarne la robustezza, Lefebvre e i suoi compagni decidono di lanciare un prototipo da una scarpata alta sette metri e, vita la inaspettata resistenza, di ripetere l’esperimento con un modello di serie, riprendendo il tutto per un breve film che a partire dal maggio del 1934 verrà proiettato ogni giorno nei Magasins Citroen degli Champs Elysées di Parigi. Tra follie e problemi la vettura è pronta nei tempi prefissati. Nel mese di marzo del 1934 viene presentata ai concessionari che la possono offrire ai clienti al prezzo di lancio 17.700 franchi. In pochi mesi vengono consegnate 25.000 Traction Avant, ma la definitiva consacrazione avviene al Salone dell’Automobile di Parigi nel mese d’ottobre quando i francesi fanno la fila davanti allo stand della Citroën per ammirare ben dieci modelli diversi di Traction Avant: tre 22 CV a otto cilindri, cinque 11 cv e due 7cv. L’occupazione nazista della Francia e le devastazioni della Seconda Guerra mondiale non riusciranno a cancellare la vettura dal cuore dei francesi. Alla fine della guerra la produzione ripartirà con immutato successo e la Traction Avant continuerà a restare tra le vetture più vendute fino agli anni Cinquanta quando uscirà di produzione.

2 marzo 2002 - Cher: in USA stiamo perdendo le nostre libertà

«Noi stiamo perdendo le nostre libertà, è incredibile e scioccante». La frase, diffusa il 2 marzo 2002 dalle agenzie di stampa, fa effetto perché quel noi significa "noi statunitensi". Ma fa ancora più effetto perché a pronunciarla non è personaggio legato alla cultura alternativa, come Patti Smith o Rickie Lee Jones, ma una tranquilla e convinta star a stelle e strisce come Cher, sempre pronta a schierarsi con l'establishment in nome del fatto che gli artisti «non fanno politica» o, come ha fatto, cantare un paio di brani per il Ross Perrot di turno. Lei, l'antica interprete di I got you babe, sopravvissuta al tempo più per la capacità di farsi gli affari suoi che per i pubblicizzati lifting, si è arrabbiata. Bersaglio della sua ira è il bigotto e ultraconservatore John Ashcroft, titolare della giustizia americana, che ha deciso di coprire con un velo bianco le nudità delle due statue in marmo raffiguranti la Legge e la Giustizia che accolgono i visitatori all’entrata del ministero. Non è l'unico moralizzatore che se la prende con l'arte. La titolare dell’Agenzia Federale per la Protezione dell’Ambiente, Christine Todd Withman ha coperto alcuni murales della sede di Washington perché erano raffigurate donne nude. Sono gesti da nulla in confronto alle limitazioni alla libertà delle persone introdotte dopo l'11 settembre, ma sono indicative di un vento reazionario che soffia forte e non si ferma davanti a nulla. Cher ha usato parole pesanti aggiungendo che se si va avanti così si finirà per coprire anche la Venere di Milo o il David di Michelangelo. C'è anche chi ha ricordato come l'atteggiamento culturale di chi copre le opere d'arte sia del tutto identico a quello che ha portato i talebani a distruggere le famose statue dei Buddha.

1° marzo 2008 - I REM cambiano registro

1° marzo 2008 esce negli Stati Uniti l’atteso nuovo album dei R.E.M.. Si intitola Accelerate e la band guidata da Michael Stipe ci sta lavorando da più di un anno. Dopo l'autocritica pubblica dello stesso Stipe sul precedente Around the sun è cresciuta l'attesa di critica e fans del gruppo nei confronti della nuova esperienza. Il disco si rivela all'altezza delle aspettative. Il gruppo appare in grande forma e carico d'energia e regala trentaquattro minuti di musica piena, tirata e veloce. Stipe e compagni nella conferenza stampa confessano di aver scritto le canzoni in poco tempo: «siamo una live-band che si diverte e ci siamo accorti di aver trascorso troppo tempo negli studi di registrazione, in passato». Nei testi non mancano i riferimenti alla politica di Bush, al disastro di New Orleans e ai temi ecologici anche se appaiono un po’ meno espliciti di quanto è accaduto nel recente passato

28 febbraio 1934 - Willie Bobo, l'autodidatta

Il 28 febbraio 1934 nasce a New York il percussionista Willie Bobo, all'anagrafe William Corre. Figlio di un chitarrista, dopo avere imparato da solo a suonare la batteria entra nell'orchestra cubana di Machito, passando poi in quella di Tito Puente dove resta dal 1954 al 1958 quando inizia a collaborare con il vibrafonista Cal Tjader con cui resta fino al 1961, anno in cui entra nella formazione diretta da Herbie Mann. A partire dal 1963 rifiuta i legami fissi e preferisce l'attività di free lance suonando e registrando con musicisti come Miles Davis, Herbie Hancock, Cannonball Adderley e Chico Hamilton. Nel 1966 forma un proprio gruppo, nella zona di Los Angeles, che unisce alla lezione del jazz le suggestioni dei balli latino americani. Nel 1970 ottiene anche un grande successo come cantante con il brano Dindi. Le evoluzioni e le mescole non lo spaventano e negli anni successivi suona con musicisti di vari stili, come Cal Tjader o Carlos Santana. Muore a Los Angeles il 15 settembre 1983

27 febbraio 2001 - Al Festival di Sanremo è l'anno di Elisa

È la giovane Elisa la trionfatrice della cinquantunesimo edizione del Festival della Canzone Italiana di Sanremo che si svolge dal 27 febbraio al 3 marzo 2001. La manifestazione è presentata e condotta da Raffaella Carrà, per l'occasione affiancata dalla top model australiana Megan Gale, Massimo Ceccherini ed Enrico Papi con una serie di interventi comici affidati a Piero Chiambretti. Molto scalpore suscita la partecipazione di Eminem i cui testi vengono da più parti ritenuti "inadatti" a una rassegna così popolare come quelle che si svolge sul palcoscenico dell'Ariston. In realtà, smentendo le previsioni, il rapper bianco evita ogni provocazione ed è protagonista di un'esibizione assolutamente irreprensibile. Non così accade per i Placebo il cui leader Brian Molko rompe la chitarra durante l'esibizione provocando poi il pubblico. La vincitrice del Festival è Elisa, che conquista pubblico e critica con la canzone Luce (Tramonti a nord est), composta da lei stessa insieme a Zucchero. Lo stesso Zucchero firma anche Di sole e d'azzurro, il brano che si piazza al secondo posto nell'interpretazione di Giorgia. Per la categoria Nuove Proposte vincono i Gazosa con Stai con me (Forever).

26 febbraio 1978 - La fine dell’esilio di Bob Marley

All’inizio del 1978 la notizia dell’anno, quella che appassiona le gente di Kingston e di tutta la Giamaica è l’annunciato ritorno di Bob Marley in patria. Da due anni, infatti, dopo essere stato lui stesso oggetto di un attentato il profeta del reggae ha deciso di non tornare più nel paese dove è nato per protestare contro il clima di violenza politica che si è instaurato. Da qualche tempo di dice che la sua decisione stia per essere rivista e corretta. Man mano che passa il tempo quelle che erano indiscrezioni trovano conferma L’illustre esule torna, dopo l’attentato di due anni prima, per dare il suo contributo al tentativo di porre un freno all’escalation di violenza e di odio politico che sta travagliando la Giamaica. L’aereo che lo riporta nel suo paese atterra all’aeroporto di Kingston il 26 febbraio. Già il giorno dopo Bob prende contatto con gli esponenti dei due principali partiti giamaicani: «Il mio concerto deve dare un segnale concreto, altrimenti non servirà a nulla. Voglio che sul palco con me salgano sia il primo ministro Michael Manley che il capo dell’opposizione Edward Seaga e voglio anche che si stringano la mano...». La sera del 22 aprile, sotto gli auspici delle Dodici Tribù di Israele, Kingston ospiterà lo “One Love Peace Concert” cui saranno presenti tutti i maggiori artisti e gruppi reggae della Giamaica, ma questa è già un'altra storia...

23 febbraio, 2010

25 febbraio 2003 - Alberto Sordi, un borghese piccolo piccolo

Il 25 febbraio 2003 all’età di 82 anni muore Alberto Sordi. Nato a Roma nel 1920, quarto figlio di Pietro, professore di musica e suonatore di basso tuba nell’Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma, dai sei ai dieci anni fa parte del coro delle voci bianche della Cappella Sistina diretto da Lorenzo Perosi. Dopo varie esperienze nel 1936 decide di dedicarsi a tempo pieno al mondo dello spettacolo e partecipa alla realizzazione di un disco di fiabe musicali per bambini della Fonit. Nel 1937 vince il concorso della Metro Goldwyn Mayer come doppiatore in italiano di Oliver Hardy nelle comiche di Stanlio e Ollio. Nel 1948 ottiene uno straordinario successo con la trasmissione radiofonica “Vi parla Alberto Sordi” e all’inizio degli anni Cinquanta anche il cinema si accorge di lui. È Federico Fellini il primo a intuire le potenzialità della sua maschera. Lo vuole come protagonista nei film “Lo sceicco bianco” del 1952 e “I vitelloni” del 1953 dove perfeziona il suo personaggio allo stesso tempo tragico e ridicolo dell’italiano provinciale, un po’ vigliacco, conformista e mammone che si nutre di fantasie e sogni spesso irrealizzabili. Da quel momento Sordi, in collaborazione con il suo sceneggiatore Rodolfo Sonego elabora, in un centinaio di film, una galleria di personaggi capaci di essere, di volta in volta, lo specchio della società italiana del momento. Non mancano episodi in cui l’attore supera il macchiettismo per una più complessa elaborazione del personaggio dimostrandosi attore vero e completo. Nella gigantesca mole di film da lui interpretati spiccano le perle di “Un americano a Roma” (1954) di Steno, “Un eroe dei nostri tempi” (1955) di Luigi Comencini, “Il marito” (1958) di Nanni Loy e Gianni Puccini, “La grande guerra” (1959) di Mario Monicelli, “Gastone” (1960) di Mario Bonnard, “Tutti a casa” (1960) di Luigi Comencini, “Una vita difficile” (1961) di Dino Risi, “Il diavolo” (1963) di Gianni Polidori, “Il maestro di Vigevano” (1963) di Elio Petri, “Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa?” (1968) di Ettore Scola, “Detenuto in attesa di giudizio” (1971) di Nanni Loy, “Lo scopone scientifico” (1972) di Luigi Comencini, “La più bella serata della mia vita” (1972) di E. Scola, “Un borghese piccolo piccolo” (1977) di Mario Monicelli, “Il testimone” (1979) di Jean-Pierre Mocky, “Il malato immaginario” (1979) di Tonino Cervi, “Il Marchese del Grillo” (1981) di Mario Monticelli, “Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno” (1984) sempre di Monticelli, “Troppo forte” (1985) di Carlo Verdone, “L’avaro” (1989) di Tonino Cervi, “In nome del popolo sovrano” (1990) di Luigi Magni e “Romanzo di un giovane povero” di Ettore Scola. Tra quelli da lui stesso diretti vanno ricordati in particolare “Fumo di Londra” (1966), “Polvere di stelle” (1973), “In viaggio con papà” (1982), “Il tassinaro” (1983), “Tutti dentro” (1984), “Assolto per aver commesso il fatto” (1992) e “Nestore, l’ultima corsa” (1994). Dopo una lunga malattia Alberto Sordi si spegne il 25 febbraio 2003 all’età di 82 anni. Ai suoi funerali partecipa tutta Roma.

24 febbraio 1968 - La scintilla diventa un incendio

Il 24 febbraio 1968 le università italiane occupate sono già ventisette. L’ondata di nuove occupazioni è iniziata il 10 gennaio 1968 a Torino, quando gli studenti hanno invaso Palazzo Campana, sede delle facoltà umanistiche del capoluogo piemontese per protestare contro un insegnamento considerato vecchio e classista. Il 1° marzo a Valle Giulia gli studenti di architettura di Roma impegnano la polizia in durissimi scontri con centinaia di feriti da entrambe le parti. All’episodio il cantautore Paolo Pietrangeli dedicherà il brano Valle Giulia. Il 16 marzo, sempre a Roma un gruppo di neofascisti assalta l’Università occupata. Il bilancio degli scontri è di un centinaio di feriti. Il 26 marzo anche a Milano gli studenti si scontrano con la polizia: una settantina i feriti e cinquantuno gli arrestati, tra cui Mario Capanna, uno dei leader della rivolta studentesca. Nel capoluogo lombardo il 24 maggio scatta l’occupazione dell’università Cattolica e il 29 quella della Statale.

17 febbraio, 2010

23 febbraio 2003 - Pressioni sugli artisti pacifisti alla consegna dei Grammy

Il 23 febbraio 2003 al Madison Square garden di New York si svolge la cerimonia di consegna dei Grammy Awards, gli Oscar della musica. Tutti i cantanti che prendono parte alla manifestazione vengono preventivamente avvertiti di non parlare di guerra. Ciascuno deve occuparsi di quello che gli compete: i musicisti di musica, governanti e guerrieri. Questa, in sintesi, la filosofia che sembra ispirare le "discrete" pressioni sui protagonisti della cerimonia perché lascino fuori dal palco le loro idee sulla guerra contro l'Iraq. Molte dichiarazioni degli artisti nei giorni successivi confermano la tesi di chi sostiene che sul palco delle premiazioni, la guerra non "è gradita". Nell'occhio del ciclone gli artisti più schierati con il movimento pacifista. La cantautrice Sheryl Crow, per esempio, racconta che gli organizzatori dei Grammy avrebbero voluto sapere in anticipo se avrebbe indossato una maglietta pacifista, come agli ultimi American Music Awards, mentre Peter Gabriel, che durante la sua esibizione ha sfoggiato uno straccio bianco come simbolo pacifista, racconta di essere stato preventivamente avvisato di non parlare del conflitto: «Alla serata di Rock The Vote mi è stato detto che durante i Grammy sarebbe stato censurato qualsiasi riferimento alla guerra, per questo ho indossato lo straccio bianco alla consegna dei premi…». Se censura c'è stata non ha però funzionato benissimo, visto che Fred Durst dei Limp Bizkit, durante la sua esibizione ha dichiarato: «Spero di non essere il solo a volere allontanare questa guerra il più possibile». Un po' imbarazzate sono apparse le smentite degli organizzatori. Neil Portnow, presidente del NARAS, ha infatti replicato «Nessuno di noi ha voluto imporre il silenzio. Avevano tutti assoluta libertà di esprimere il loro pensiero. L’unico problema era semmai il tempo, misurato e limitato per ciascuna esibizione», come dire: state buoni ragazzi, non parlate di guerra oggi non c'è tempo, domani chissà…

22 febbraio 1997 - A Sanremo vincono i Jalisse. Fuori Carmen Consoli e Caparezza

Il Festival di Sanremo del 1997 si svolge dal 18 al 22 febbraio. Lo presenta Mike Bongiorno affiancato da Valeria Marini e Piero Chiambretti. Per giorni i giornali parlano della vittoria sicura di Anna Oxa e invece a sorpresa gli sconosciuti Jalisse vincono a mani basse con la canone Fiumi di parole. Tra le nuove proposte vincono Paola e Chiara con Amici come prima. Tra i vari brani eliminati dalle giurie c'è Confusa e felice di Carmen Consoli destinato a ottenere in futuro un grande successo. Al Festival partecipa anche Mikimix, un giovane cantante pugliese il cui nome vero è Michele Salvemini, destinato a diventare molto più che famoso qualche anno più tardi con il nome d'arte di Caparezza.

21 febbraio 1932 - Eddie Higgins, pianista e compositore

Il 21 febbraio 1932 nasce a Cambridge, in Massachusetts, il pianista e compositore Eddie Higgins, il cui nome vero è Haydn Higgins. La sua è una famiglia di musicisti. Sua madre, infatti, è una pianista classica e suo padre un appassionato cultore di musica indiana. Negli anni Cinquanta compie regolari studi musicali presso la Northwestern School of Music. Nello stesso periodo comincia a suonare con vari gruppi dixieland. Durante il servizio militare suona con orchestre latino-americane a Puerto Rico e sul finire del 1956 forma un proprio gruppo con il quale si esibisce al Blue Note, al Playboy Club, al Cloister Inn e in altri club di Chicago. Nel 1958 registra vari brani in trio con ave Poskonka al contrabbasso e Jack Norën alla batteria. Tra il 1962 e il 1963 suona con Jack Teagarden. A partire dalla seconda metà degli anni Sessanta si dedica maggiormente agli arrangiamenti e alla composizione. Muore il 31 agosto 2009.

20 febbraio 1962 - Addison Farmer, un contrabbasso di classe

Il 20 febbraio 1962 muore a New York il contrabbassista Addison Farmer. Nato a Council Bluffs, nello Iowa, il 21 agosto 1928 Addison Gerald Farmer, questo è il suo vero nome, è il gemello del più noto trombettista Art e studia contrabbasso con Fred Zimmermann, dedicandosi anche al piano e alla teoria alla Juilliard e alla Manhattan School of Music. Nella sua carriera suona con grandissimi musicisti come suo fratello, Jay McShann, Benny Carter, Howard McGhee, Gerald Wilson, Teddy Charles, Lucky Thompson, Charlie Parker e Miles Davis, senza però raggiungere una consistente notorietà. Nel 1949 incide a Los Angeles il suo primo disco con Teddy Edwards e poi si trasferisce a New York dove suona con quasi tutti i gruppi più popolari del periodo. Nell'ottobre del 1959 entra a far parte del Jazztet costituito dal fratello e da Benny Golson che lascia l'anno dopo per suonare poi con varie formazioni fino alla morte.

19 febbraio 1972 - Lee Morgan ucciso a colpi di pistola

Il 19 febbraio 1972 mentre sta suonando allo Slugs di New York il trentatreenne trombettista Lee Morgan viene ucciso a colpi di pistola dalla sua ex compagna. Nato a Philadelphia, in Pennsylvania il 10 luglio 1938 e figlio di un pianista che accompagna il coro della chiesa del suo quartiere impara prestissimo a suonare e a quindici anni già si fa notare come leader di varie formazioni locali. Dopo aver suonato al Music City nel 1956 entra a far parte dell'orchestra di Dizzy Gillespie con la quale resta fino al gennaio del 1958. Pochi mesi più tardi si unisce ai Jazz Messengers di Art Blakey e ci resta per tre anni. Successivamente si esibisce in molti gruppi della zona di Philadelphia. Solo nel 1963 riprende la via di New York e tra il 1964 e il 1965 si unisce nuovamente ad Art Blakey. Musicista inizialmente influenzato da Dizzy Gillespie, riesce poi a liberarsi intelligentemente dal condizionamento mettendo in mostra motivazioni e caratteristiche solistiche molto originali e autonome destinate a farlo diventare uno dei migliori musicisti del jazz del periodo tra la fine degli anni Sessanta e l'inizio dei Settanta. Tra le sue innovazioni tecniche c'è l'utilizzo dei pistoni in modo particolare.

18 febbraio 1922 - Hazy Osterwald, quello di "Kriminaltango"

Il 18 febbraio 1922 nasce a Berna il trombettista e direttore d'orchestra Hazy Osterwald. Il suo vero cognome è Osterwalder e suo padre è Adolf Josef Felix Osterwalder, uno dei componenti della quadra nazionale di calcio elvetica. Appassionato di musica frequenta il Conservatorio di Berna e prima ancora di diventare maggiorenne scrive numerosi arrangiamenti per vari musicisti, in particolare per Teddy Stauffer. Dal 1941 ottiene vari ingaggi nelle orchestre svizzere più popolari di quel periodo, come quelle di Fred Böhler, Edmond Cohanier e Walter Baumgartner. In qualche caso si esibisce anche come tromba solista. Nel 1944 forma il suo primo gruppo che ben presto trasforma in una grande orchestra con l'apporto di musicisti come Ernst Höllerhagen, Stuff Combe, Eric Brooke, Geo Voumard e altri. Dopo il declino delle grandi orchestre jazzistiche, nel 1949 dà vita all'Hazy Osterwald Sextett, che debutta al festival del jazz di Parigi del 1949 e con il quale riscuote un grande successo internazionale. Tra i suoi brani più conosciuti c'è Kriminaltango inciso per la prima volta nel 1959 e divenuto un successo mondiale.

15 febbraio, 2010

17 febbraio 1955 - Gilbert Bécaud diventa "Monsieur 100.000 Volts"

Verso la metà degli anni Cinquanta Gilbert Bécaud è alla ricerca di conferme in patria. La buona accoglienza che la critica riserva ai suoi dischi, i buoni risultati commerciali, i passaggi radiofonici e qualche concerto nei locali notturni non bastano ancora a far di Gilbert Bécaud un grande della musica francese. In quel periodo è più popolare negli Stati Uniti di quanto non lo sia in patria dove gli manca il vero, grande, travolgente successo dal vivo. L’occasione della vita arriva nel 1955 quando riapre l'Olympia e Bruno Coquatrix, il proprietario del celebre teatro parigino lo scrittura. È la svolta. Il 17 febbraio 1955 la sua esibizione all'Olympia viene "festeggiata" da quattromila fans urlanti che. Trascinati dalla carica dell’esibizione, distruggono parte della sala. È un evento che non ha precedenti. La stampa si scatena, affibbiando all'artista soprannomi come "Monsieur Dynamite", "Le Champignon Atomique" e il più celebre, "Monsieur 100.000 Volts", che l’accompagnerà per tutta la vita. In quel periodo Bécaud è artefice in Francia di una rivoluzione musicale simile a quella che Domenico Modugno replicherà in Italia qualche anno: contrapporre al bel canto, all'interpretazione a fil di voce, l’espressività vocale libera da regole, il trasporto emotivo e la gestualità trascinante. È una lezione che lascia segni profondi e che innova fortemente l’intera scena musicale. Un anno dopo anche il mondo del cinema si accorge di lui e gli regala un'entrata trionfale con il film "Le pays d'où je vien" (proiettato in Italia con il titolo "Il fantastico Gilbert") diretto da Marcel Carné di cui compone anche la colonna sonora.

16 febbraio 2002 - Patti Smith, la ribelle è più in forma che mai

Il 16 febbraio 2002 a Terni c'è Patti Smith. La cantautrice, che si ferma in Italia solo due giorni (il 16 a Terni e il 17 a Mestre) è impegnata nella preparazione della sua prima opera antologica la cui pubblicazione è annunciata per marzo. Al di là dei dettagli produttivi (si tratterà di un cofanetto contenente, oltre al CD, varie opere d’arte firmate dalla stessa Smith, foto inedite della cantautrice e un volumetto) l'ex sacerdotessa underground del rock newyorkese è intenzionata a farne un elemento della sua quasi solitaria battaglia contro la scelta di guerra operata dall'amministrazione Bush dopo gli attentati dell'11 settembre. Pochi giorni fa ha, infatti, annunciato ufficialmente che i testi del volumetto contenuto nell'antologia sono stati affidati alla scrittrice Susan Sontag. L'annuncio ha fatto scalpore perché la Sontag, vincitrice del National Book Award nel 2000, oltre a prendere posizione contro l'aggressione all'Afganistan, ha direttamente attaccato il sistema politico del paese nel quale vive scrivendo che «…l'unanimità dell'untuosa retorica di cancellazione della realtà operata in questo periodo da quasi tutti i politici americani è indegna di una democrazia matura». Vengono così contraddetti i profeti di sventura che avevano pronosticato un rapido declino della Smith dopo la sua scelta di tenersi ben distante dai concerti a stelle e strisce destinati, più che a commemorare le vittime dell'11 settembre, ad affiancare le scelte guerrafondaie dell'amministrazione Bush. La ribelle è più in forma che mai e, anzi, ha trovato anche nuove alleanze.

11 febbraio, 2010

15 febbraio 2003 – La guerra non ha più posto nella musica del mondo

Il 15 febbraio 2003 tocca l’apice la mobilitazione della musica contro l’idea stessa di una nuova guerra contro l’Iraq. All’'inizio erano pochi sassolini, poi, rotolando rotolando sono diventati una valanga inarrestabile che aumenta di volume ogni giorno di più. La mobilitazione dei musicisti contro la guerra, per numero e qualità delle adesioni, sta regalando una straordinaria aggressività mediatica al più grande movimento per la pace mai visto da decenni. A parte qualche patetico sussulto bellico dei dinosauri della scena metal e alcuni silenzi timidi e interessati, la guerra non trova più posto nella musica del mondo. Poco più di un anno dopo la grande chiamata alle armi seguita al crollo delle Twins Towers, posatasi la polvere mefitica delle macerie, l'aria è cambiata radicalmente. Il piccolo nucleo dei dubbiosi è diventato una schiera immensa di partigiani della pace. L'idea della guerra è stata espulsa dalla musica, chi non è contro scompare oppure fa la figura del mentecatto. Ogni giorno arrivano nuove e inaspettate adesioni, magari un po' tardive, ma sempre bene accette da un movimento che, in sintonia con quello che si muove nelle piazze, non si nutre del gusto per le primogeniture, ma di quello della sostanza. Tra gli ultimi arruolati ci sono nomi importanti come quelli di Madonna e Michael Jackson, in qualche modo indicativi della perdita di forza da parte dell'onda guerrafondaia in ogni settore della società. In molti hanno sottolineato la somiglianza con quanto accaduto all'epoca della guerra del Vietnam quando un'intera generazione seppe sviluppare un movimento sociale, culturale e ideale capace di inceppare una guerra d'aggressione. Le somiglianze sono molte, ma questa volta ci trova di fronte per molti versi a un fenomeno nuovo. Se allora la musica si era limitata ad affiancare e a interpretare le aspirazioni e i motivi di un grande movimento di massa, oggi non è solo così. La musica si è mossa in parallelo con il movimento fin dall'inizio, lo ha affiancato e ne ha vissuto, in autonomia, le contraddizioni, le difficoltà e i successi. Non ci troviamo di fronte a una sorta colonna sonora che accompagna un film, ma a un vero e proprio movimento che si è preso sulle spalle il compito di sfruttare le proprie potenzialità comunicative e che si è rapportato da pari a pari con chi si muove nella stessa direzione in altri campi. La musica non fornisce più solo la colonna sonora a un film interpretato da altri, ma vive essa stessa giorno per giorno, le fatiche della costruzione della storia. Non c'è separazione tra il momento "alto" della politica e il "contorno" della comunicazione mediatico- spettacolare. La musica diventa un pezzo significativo della politica alla quale regala anche un linguaggio nuovo. In parole povere, quello che sta accadendo impone anche un ripensamento delle stesse strutture tradizionali di "utilizzo politico della musica". Il concerto dopo il comizio o dopo la manifestazione non può più essere considerato un modo per ritemprare il popolo, ma è un pezzo di comunicazione "diverso", un contributo allo sviluppo del tema con un linguaggio meno tradizionale. Oggi impegno degli artisti non si esaurisce con la fine del concerto ed essi nuotano nel movimento come pesci nell'acqua. Basta scorrere le loro dichiarazioni per capire che la simbiosi è totale. «Bush è colpevole di crimini di guerra» e se aggredirà l'Irak «dovrà essere giudicato da una corte internazionale. Le cause principali del terrorismo sono l’economia americana e la dominazione militare nel Medio Oriente. Il vero asse del male è rappresentato dalla povertà e dalla corsa agli armamenti che rappresenta un buon profitto per poche grandi società». Parole di fuoco, più pesanti del piombo che stabilizza le ali dei bombardieri. Chi le ha pronunciate non è un esponente politico, ma il chitarrista Tom Morello degli Audioslave, che, utilizzando la maggior esposizione mediatica regalatagli dal suo mestiere, regala spazio agli argomenti dell'opposizione contro la guerra. Come lui in migliaia si muovono nella stessa direzione, tanto che fare un elenco compiuto è pressoché impossibile. Ogni artista non si limita a dare l'adesione a un appello, ma mette a disposizione di tutti il proprio sito Internet, mobilita i fans club, insomma muove altre forze nel tentativo di rafforzare il movimento. La filosofia che ispira questo modo di agire trova un efficace riassunto nelle parole di Eddie Vedder, la voce dei Pearl Jam: «Le cose non cambiano subito. L’ho imparato nel corso di questi ultimi dieci anni. Ma la gente può fare qualcosa se impara che il destino del mondo non può essere lasciato nelle mani di chi detiene il potere. I risultati prima o poi arrivano». È questa consapevolezza di poter cambiare i destini del mondo la novità vera della mobilitazione pacifista della scena musicale e nessuno gioca a fare la primadonna. Nel sito dei Green Day si può leggere questa frase: «Chi non vuole una guerra in Iraq può firmare questa petizione… se conosci qualcuno a lavoro o a scuola che non sa neppure chi sono i Green Day, digli di firmare ugualmente...». Ciascuno sceglie di comunicare con un proprio stile. Un cantautore come Moby punta a far ragionare i suoi fans: «Perché Bush si accanisce solo ora contro Hussein? È un cattivo governante da almeno venti anni. Non è certo diventato più cattivo adesso. O forse dovremmo parlare degli interessi di Bush e di Cheney per il petrolio... L’Iraq, lo sappiamo tutti, ha immense riserve e questo non è certo irrilevante..». Sono alcuni significativi, esempi di una mobilitazione che utilizza le armi della creatività per bucare il muro di silenzio. Gli italiani non sono da meno. C'è chi, come la banda di "Storie di note" o gli Al Mukarawa, è andato direttamente in Iraq per parlare di pace. Altri fanno da cassa di risonanza agli argomenti a favore della pace. Anche da noi la musica sta costruendo i pezzi di un nuovo linguaggio che oggi sviluppa le ragioni della pace e domani può contribuire alla costruzione di un nuovo mondo. Già, perché questa volta forse si è davvero capito che il discorso non inizia e non finisce in Iraq.

14 febbraio 1989 - Uccidete Salman Rushdie!

Il 14 febbraio 1989 l'ayatollah Khomeini, leader supremo della Repubblica Islamica dell'Iran, diffonde via radio una fatwa (sentenza in base alla sharia) contro lo scrittore lo scrittore angloindiano Salman Rushdie, accusato di aver offeso gravemente la figura di Maometto e l’intero Islam con il suo libro “I versetti satanici”. La condanna a morte è estesa anche agli editori e ai traduttori che collaborano alla diffusione del libro. Essa, pur non colpendo mai Rushdie, immediatamente messo sotto protezione dai servizi di sicurezza britannici, provocherà la morte di Hitoshi Igarashi, traduttore giapponese del romanzo e il ferimento del traduttore italiano Ettore Capriolo e di William Nygaard, l’editore norvegese di Rushdie.

07 febbraio, 2010

13 febbraio 1941 - Tace il blues di Blind Boy Fuller

Il 13 febbraio 1941 muore a Durham, nel North Carolina, Blind Boy Fuller, uno dei bluesmen più noti e di maggior successo nell'America degli anni Trenta. Nato a Wadesboro, sempre nel North Carolina, nel 1908 o nel 1909 Allen Fulton, questo è il suo vero nome deve la sua fama sia ai versi densi di sarcasmo e di ironia, nel corso dei quali molto largo risultava l’impiego del double talk, il doppio linguaggio che consentiva ai neri di ironizzare sulla loro vita, che al particolare sound, molto triste e doloroso della sua musica. Fuller è cieco a causa di un'ulcera agli occhi che ed è costretto a circondarsi di accompagnatori che lo seguano sempre. In gran parte sono bluesmen. Inizialmente si fa accompagnare da George Washington, detto Bull City Red e in seguito forma un interessante e proficuo sodalizio con Gary Davis con cui effettua anche le prime registrazioni discografiche. Nel 1934 stringe amicizia con Sonny Terry che va a vivere con lui a Durham. Alla fine degli anni Trenta viene colpito da una grave malattia ai reni, che indirettamente è causa della sua morte avvenuta durante un intervento chirurgico.

12 febbraio 1968 - Jimi Hendrix torna a scuola

Il 12 febbraio 1968 Jimi Hendrix torna da trionfatore a Seattle, la sua città natale, e si toglie lo sfizio di esibirsi in concerto proprio nei locali della Garfield High School, la scuola che aveva abbandonato da adolescente. Ritrova le strade dove la chitarra era divenuta la sua compagna di vita a undici anni quando, persa la madre, aveva trovato in quelle corde sottili uno sfogo per il dolore e la rabbia che sentiva dentro. In quell'età difficile la musica pian piano prende il posto degli affetti fino a divenire la sua unica ragione di vita tanto che decide di farne la sua sposa iniziando un vagabondaggio musicale al servizio di chiunque sia disponibile a pagarlo per suonare, anche soltanto per una sera. Ha sedici anni quando sceglie di non andare più a scuola e di iniziare a camminare sulle strade della vita. La rottura con l'ambiente scolastico non è indolore. Niente nella sua vita è indolore, neppure il lungo periodo passato a prestare il suo genio ad altri per qualche dollaro e molte pacche sulle spalle. Probabilmente il suo talento sarebbe rimasto nascosto e inespresso negli Stati Uniti, se la sua strada non avesse incrociato un giorno quella dell'ex Animals Chas Chandler, un tipo rude dal grande fiuto, che lo convince a lasciare la sua terra per seguirlo nella lontana Gran Bretagna. Il resto è storia conosciuta, dai deliri del pubblico britannico all'apoteosi di Woodstock, alle incomprensioni, alla scoperta della politica, alla consapevolezza lucida di un destino che sta per concludersi. «È strano come la gente finisca per essere affascinata dai morti. Chissà, forse devi morire perché gli altri si convincano che valevi qualcosa…».

11 febbraio 1966 - Bob Marley emigrante

Nei primi giorni del 1966 Bob Marley riceve un messaggio dagli Stati Uniti. È di Cedella, sua madre. Sta bene, ha ottenuto la “green card”, il permesso di soggiorno e di lavoro, e porta un nuovo cognome, il terzo della sua vita. Prima Malcom, poi Marley e ora si chiama Booker. Gli chiede di raggiungerlo. Marley è perplesso. Non sa cosa fare.. La sua carriera musicale sta andando a gonfie vele, è innamorato, perché lasciare tutto per andare negli Stati Uniti da una madre che da anni non vede? La ragione gli consiglia di restare in Giamaica, ma un uomo non è solo ragione. Rita lo vede turbato, sempre più chiuso in se stesso. Sa che non potrebbe mai rompere con sua madre e lo incoraggia a seguire quello che gli dice il cuore. Ne parlano a lungo. Alla fine Bob decide di partire. L’11 febbraio, il giorno dopo il suo matrimonio parte per gli Stati Uniti. Come suo padre, lascia la moglie ventiquattr’ore dopo averla sposata. Porta nel cuore il volto e il sorriso di Rita, ma se ne va. Quando arriva all’aeroporto di Philadelphia, dove sua madre l’attende per portarlo a Wilmington, ha un buco nel cuore. Fin dal primo momento Cedella se ne accorge: Bob non è come suo padre Norman, lui è davvero follemente innamorato di Rita. Né il tempo, né la lontananza potranno cambiare i suoi sentimenti. La sua permanenza negli Stati Uniti non è facile. In Giamaica è un personaggio popolare, un idolo per i giovani delle periferie, ma qui nessuno lo conosce. In più si rende conto di non poter pesare sulle spalle della madre. Decide quindi di lavorare. Prima fa il cameriere, poi viene assunto come manovratore di un carrello elevatore, quindi entra in fabbrica e lavora alla catena di montaggio di uno dei tanti stabilimenti della Chrysler. Mentre Bob è negli Stati Uniti, Rita continua a cantare con le Soulettes.

01 febbraio, 2010

10 febbraio 1922 - Raymond Blum, l’inventore della stenografia musicale

Il 10 febbraio 1922 nasce a La Chaux-de-Fonds, in Svizzera, il trombonista Raymond Blum. Le sue prime esperienza musicali risalgono al periodo scolastico quando i genitori lo incoraggiano a suonare il pianoforte. Si racconta che proprio in quel periodo abbia inventato un modo per stenografare la musica, senza utilizzare né note né portamenti, utilissimo per trascrivere immediatamente i motivi che ascolta. A diciotto anni forma i Merry Swing Makers, il primo gruppo della sua carriera. Nel 1941, il clarinettista Charles Wilhelm, che all'epoca dirige i New Hot Players, un’orchestra molto popolare a La Chaux-de-Fonds e Neuchatel, gli offre un posto nella formazione ma non al pianoforte. Gli manca un trombonista per questo, attratto dal suo talento musicale, gli propone di studiare il trombone. Blum non si fa problemi.. Accetta e dopo qualche mese entra a pieno titolo nell’orchestra che in quel periodo suona in uno stile dixieland ispirato ai gruppi di Eddie Condon, Spanier, Bob Cats. È l’inizio di una straordinaria carriera che lo vede al fianco dei migliori jazzisti europei. Dal 1947 diventa il leader dei New Hot Players.

9 febbraio 2008 – Workin’ class heroes: Torino è la mia città

Nella serata di sabato 9 febbraio 2008 in una tensostruttura costruita di fronte alla Thyssenkrupp si svolge la manifestazione “Workin’ class hero: Torino è la mia città”, musica e parole di solidarietà con il lavoro e la lotta quotidiana di quella Torino operaia divenuta da tempo invisibile. Sul palcoscenico le parole di Ulderico Pesce e Beppe Rosso si alternano alle note di Fratelli di Soledad, Carlo Pestelli, Mao e i Santabarba, oltre che di oSKAr e i Cappuccino, cioè gli Statuto in formazione ridotta e senza riferimenti al marchio principale per mantenere fede al giuramento solenne di non esibirsi più nella propria città in segno di protesta contro la prepotenza del music business locale. Evento nell’evento, tutti i musicisti hanno condiviso la proposta di suonare in acustico (“absolutely unplugged”, per chi ama la lingua ufficiale dei dominatori del pianeta), adeguando formazioni e arrangiamenti all’occasione. Il risultato è una sorta di “esibizione unica” che, se registrata, potrebbe finire felicemente in un disco magari destinato a rafforzare il “fondo di solidarietà con i lavoratori Thyssenkrupp”. La musica sceglie così di presentarsi al pubblico nuda, senza fronzoli e merletti, in un rapporto di intimità con il pubblico quasi a sottolineare che i sentimenti, i sogni e le speranze degli artisti e del pubblico si tengono per mano, sono le stesse. E se i Fratelli di Soledad salgono sul palco soltanto con «…chitarra e voce come nascono le canzoni», il popolo mod ha la sorpresa di vedere e ascoltare un inedito oSKAr accompagnato dai soli Ennio Teen Mod alla chitarra acustica e Jerry al sax. È proprio in questo particolare apporto creativo che la parte più attenta e impegnata della cultura torinese fa una dichiarazione precisa di appartenenza. Per oSKAr una serata come quella di sabato contribuisce anche a riaffermare le radici operaie della città «…Per anni gli organi di informazione cittadini hanno tentato di farci credere che il concetto di “classe operaia” non indicava più nulla e che Torino si muoveva su nuovi indirizzi economici e sociali ma è bastata la tragedia della Thyssen per dimostrare che la classe operaia esiste e regge l’economia della città, ma che la favola della "Torino non più operaia" ha finito per coprire vergognose mancanze di sicurezza e controllo delle condizioni di lavoro...». C’era un tempo in cui non erano soltanto gli artisti “impegnati” a metter in musica le parole dell’alienazione della catena di montaggio o della condizione operaia. Dai juke box si potevano ascoltare i Rokes raccontare i sogni di Bartolomeo (…millecentododici buchi tutti in fila in questo pezzo di ferro così.../pensare che il mio sogno è la poesia…), e i Giganti farsi interpreti delle delusioni di un giovane metalmeccanico (Mi chiamo Brambilla e faccio l’operaio/lavoro la ghisa per pochi soldi/e non ho in tasca mai la lira per potere fare un ballo con lei…). Erano “canzonette”, non servivano a fare la rivoluzione e neppure ne avevano l’intenzione, ma segnalavano un’attenzione diversa verso il lavoro e i lavoratori. Oggi non è così. Gli operai sono invisibili e parlarne è considerato poco alla moda. La serata di sabato 9 febbraio 2008 traccia un piccolo segno diverso, in controtendenza. E se è vero che con le canzoni non si possono cambiare le cose, ci sono momenti in cui anche la musica può servire a rompere il guscio dell’indifferenza e dell’ignoranza.

8 febbraio 1919 – Il trombone dal fraseggio raffinato di Buddy Morrow

L’8 febbraio 1919 a New Haven, nel Connecticut, nasce il trmbonista Buddy Morrow, registrato all’anagrafe con il nome di Muni "Moe" Zudekoff. Inizia a suonare il trombone all'età di dodici anni cominciando esibendosi giovanissimo anche con varie formazioni della sua zona. Dopo aver perfezionato gli studi alla Juilliard University di New York nel 1936 ottiene il suo primo importante ingaggio nella jazz band del trombettista Sharkey Bonano. Negli anni successivi suona poi con Artie Shaw, Vincent Lopez, Bunny Berigan, Tommy Dorsey e Paul Whiteman, mettendosi in luce come solista di trombone dal fraseggio raffinato e dalla sonorità morbida e vellutata. All'inizio degli anni Quaranta si unisce alla formazione di Bob Crosby e, dopo la parentesi della seconda guerra mondiale, a quella di Jimmy Dorsey. Alla fine del 1945 si mette in proprio è dà vita a una propria orchestra che riscuote un buon successo commerciale nel corso degli anni Cinquanta. Nel 2009 l’International Trombone Association l’ha premiato, in occasione dei suoi novant’anni con un riconoscimento alla carriera.


7 febbraio 1986 – Muore a Padova Claudio Villa

Il 7 febbraio 1986 muore Claudio Villa, uno dei simboli della canzone melodica italiana. Tremiladuecento brani registrati, quarantadue milioni di dischi venduti in tutto il mondo, ventisette film, tredici partecipazioni al Festival di Sanremo con quattro vittorie e due trionfi a Canzonissima sanciti a furor di popolo dall’invio di milioni di cartoline-voto sono la testimonianza concreta della sua straordinaria popolarità. Oggetto di amore incondizionato, di passioni, ma anche di contestazioni accese costruisce il proprio successo con la determinazione di chi ha imparato presto a combattere per la sopravvivenza. I suoi successi, le sue aspre polemiche, le contestazioni, ma anche la sua grande e generosa umanità sono solo alcune delle tante sfaccettature di un personaggio che ha saputo essere innovatore e conservatore al tempo stesso. Anche se il suo modo di cantare ha rappresentato, un’innovazione nel panorama melenso della melodia italiana del dopoguerra, negli anni successivi Villa ha scelto d’incarnare il ruolo del custode dei valori fondanti della canzone all’italiana, pur senza mai scadere nell’immobilismo. A dispetto delle impressioni non rifiuta però la contaminazione con nuove sonorità, lasciando che la sua voce si arrampichi anche sui sentieri tracciati da arrangiamenti elaborati e moderni. La sua capacità di anticipare i tempi è impressionante. È il primo cantante italiano in grado di trasformare la folla sterminata dei suoi ammiratori in una vera e propria organizzazione ramificata in tutto il territorio nazionale qualche decennio prima della nascita dei fans club delle moderne popstar. La sua verve polemica, alimentata e sorretta da una spregiudicata e schietta irruenza popolana, divide e fa discutere anche il mondo degli intellettuali, così lontano dagli ambienti popolari in cui affondano e traggono linfa le radici del suo successo. Sempre pronto a prendere posizione è anche un grande protagonista della battaglie civili della società italiana. «Se mi costringono a battagliare ho la forza di cento tori e il carattere non mi manca; logico, l’uomo e l’artista sono la stessa cosa. E se sono forte nel cantare, devo anche saper menare» dice a Lietta Tornabuoni che l’intervista per l’”Europeo”. Lui si vanta di essere un trasteverino. Trastevere negli anni Venti è il cuore pulsante di una Roma popolare che fatica ad adattarsi ai cambiamenti di quella che viene chiamata Città Eterna. È più di un quartiere, è una città nella città. Qui i grandi viali e i palazzi del potere cedono il passo a selciati polverosi percorsi da carretti e biciclette sui quali si affacciano piccole botteghe artigianali e banchetti che espongono mercanzie destinate a soddisfare semplici bisogni di gente povera. Qui gli antichi mestieri sopravvivono al passare del tempo e le stagioni si riconoscono dagli odori, più che dalle date del calendario. In questo quartiere, al n° 25 di Via della Lungara, in un caseggiato che sembra formare un blocco unico con il carcere di Regina Coeli, il 1° gennaio del 1926 Ulpia Urbani e Pietro Pica festeggiano la nascita del loro figlio Claudio. Inizia così la vicenda di Claudio Pica, in arte Claudio Villa, un ragazzo romano di borgata destinato a lasciare un segno indelebile nella storia della canzone italiana. A soli undici anni sale per la prima volta su un palcoscenico. È il 1937 quando si esibisce, quasi per scherzo, durante uno spettacolo della compagnia di Mimì Maggio al teatro Aurora. Tutti gli dicono che ha una bella voce e lui comincia a pensare che quella del cantante possa diventare la sua professione. Sono pensieri segreti da non rivelare a nessuno. Si sa però che per le mamme non ci sono segreti che tengano e nonostante le ristrettezze famigliari mamma Ulpia riesce a sottrarre al bilancio famigliare qualche soldo per mandare Claudio a scuola di canto… «Tutti devono avere un nome d’arte nel mondo dello spettacolo». È il direttore del teatro Ambra Jovinelli, il napoletano Tommaso Pastore, che nel 1945 cambia il nome del cantante da Pica in Villa. Dopo aver vinto con la Chitaratella un concorso di voci nuove che si svolge al salone Esedra ottiene la sua prima scrittura “vera” nella compagnia Libianchi che ha in cartellone uno spettacolo al cinema-teatro Altieri. La sua voce non è ancora definita. È ben lontana dal timbro potente che lo caratterizzerà in seguito, ma sa già adattarsi all’esigenze del falsetto “di grazia” in voga in quel periodo. La sua popolarità cresce di giorno in giorno e le scritture si moltiplicano. Si esibisce in molti locali romani con un repertorio composto principalmente dalle canzoni di Romolo Balzani e Alfredo Del Pelo. Il primo è un autore popolarissimo cui si deve la musica di brani come Barcarolo romano e L’eco der core, mentre il secondo, trasteverino verace come Villa, è uno degli autori della famosissima Casetta de Trestevere. All’aumento della popolarità non corrisponde però un proporzionale irrobustimento del bilancio personale. Un’eccezione è rappresentata dal compenso di ben diecimila lire ottenuto per l’incisione della colonna sonora del film “Sotto il sole di Roma” di Renato Castellani, composta da Nino Rota. Nel 1946 l’orchestra del maestro Ferroni nella quale canta Claudio Villa partecipa a un programma radiofonico destinato ai militari. Il cantante fa così il suo debutto alla radio. La grande occasione arriva però qualche tempo dopo grazie a una fortunata serie di combinazioni. L’orchestra Ferroni oltre che su Claudio Villa può contare anche sulla voce femminile di Ida Bernasconi, una cantante italo-greca sentimentalmente legata a tale Giacomo Gabrielli. Quest’ultimo, accanito ammiratore di Villa, convince i proprietari del night “Le grotte del piccione” a scritturarlo per cinquecento am-lire (la moneta introdotta dalle truppe alleate) più il pasto serale. Il locale, frequentato da molti funzionari RAI, è uno di quelli scelti per un programma radiofonico che porta a casa degli ascoltatori la musica delle orchestre che si esibiscono nella serata del collegamento. Si tratta di un appuntamento importante e molto seguito perché va in onda alle ventitré dopo la rubrica “Oggi al parlamento” e consente di ascoltare in diretta le ultime novità musicali. La voce di Villa risuona così per la prima volta negli apparecchi radiofonici di tutta Italia e inizia a diventare popolare anche al di fuori di Roma. Nell’agosto del 1947 Claudio Villa pubblica il suo primo disco. Assistito da Luciano Luigi Martelli e dallo staff di produzione della Carish il cantante lavora sodo in sala di registrazione. Dopo un’attenta valutazione vengono scelti per il suo debutto discografico i brani Canzoncella e Serenatella dolce e amara. Quest’ultimo, che ha tra gli autori lo stesso Martelli, è molto orecchiabile e diventa ben presto uno dei più richiesti e apprezzati dal pubblico radiofonico. Gran parte del segreto del successo di questa canzone sta nella sapiente miscela di tradizione e innovazione che la caratterizza. Su un testo tradizionale, che riecheggia i temi cari alla tradizione della canzone italiana classica, si sviluppa una melodia fresca e ricca d’aperture, costruita sul ritmo esotico della rumba. L’interpretazione di Villa, pulita e senza sbavature, fa il resto. Il successo di questo primo disco incoraggia la Carish a continuare nella produzione del cantante. Per far fronte alle continue richieste del pubblico che torna ad appassionarsi per la canzone all’italiana non c’è tempo per scrivere nuove canzoni. Buona parte dei brani registrati in questo periodo da Claudio Villa non vengono, quindi, composti appositamente per lui, ma appartengono al repertorio di interpreti come Carlo Buti, Otello Boccaccini, Luciano Tajoli e Oscar Carboni, anche se spesso la versione di Villa è destinata a diventare più famosa delle originali. È l’inizio del successo. Nel 1955 Claudio Villa partecipa al Festival di Sanremo cantando Incantatella con Narciso Parigi e Buongiorno tristezza e Il torrente, entrambe in coppia con Tullio Pane, che si piazzano al primo e al secondo posto. Sempre insieme a Pane vince anche la “Finale degli indipendenti” con Il torrente. Nello stesso anno partecipa al Festival di Napoli con ben sette canzoni, classificandosi al terzo posto con Dincello tu, mentre nascono centinaia di fan club a suo nome. Nel 1957 torna al Festival di Sanremo aggiudicandosi il primo e il secondo posto con Corde della mia chitarra in coppia con Nunzio Gallo e Usignolo, insieme a Giorgio Consolini. Alla fine degli anni Cinquanta, di fronte all'affermarsi di nuove mode e di nuovi personaggi, può comunque contare su milioni di ammiratori devoti che lo accompagneranno per tutta la carriera. Nel 1962, in coppia con Domenico Modugno, vince di nuovo il Festival di Sanremo con Addio addio e l'anno dopo arriva al secondo posto con Amour mon amour my love in coppia con Eugenia Foligatti. Sempre nel 1963 vince il Festival di Napoli con Jamme ja in coppia con Maria Paris e nel 1965 vince "Canzonissima" con 'O sole mio sostituendo all'ultimo minuto Mario Del Monaco. Nel 1967, dopo aver vinto "Canzonissima" con Granada, torna a vincere anche il Festival di Sanremo con Non pensare a me, in coppia con Iva Zanicchi. Nel 1982, eliminato dal Festival accusa Gianni Ravera e l'ambiente sanremese di brogli. Il 7 febbraio 1986, proprio mentre a Sanremo è in programma l'ultima serata del Festival muore a Padova. La cassetta di mogano che contiene le sue ceneri viene tumulata, come da lui richiesto, nel cimitero di Rocca di Papa accanto alla tomba di mamma Ulpia. Sulla lapide che la copre sono incise le parole “Vita sei bella, morte fai schifo” da lui stesso dettate.

6 febbraio 2004 - Illazioni vietate sulla morte di Elliott Smith

Il 6 febbraio 2004 molti giornali diffondono la notizia di una singolare diffida. È vietato formulare ipotesi sulla morte di Elliott Smith. La famiglia del cantautore statunitense scomparso nell'ottobre scorso ha infatti formalmente diffidato chiunque a qualunque titolo a non fare illazioni sulle cause della morte dell'artista. La diffida è stata notificata anche alla compagna di Elliott. Il provvedimento, che lascia perplessi sia sul piano giuridico che dal punto di vista del merito, visto che colpisce i cardini della libertà d'informazione, è stato assunto non a caso dopo la pubblicazione della perizia disposta dal coroner sul corpo del cantautore. Quest'ultima, infatti, ha riaperto molti interrogativi sulla causa del decesso, in un primo momento frettolosamente attribuito a suicidio. In essi si sostiene che non vi siano «elementi sufficienti» per determinare con certezza nel suicidio la causa della morte. La presa di posizione della famiglia, eclatante quanto incomprensibile, alimenta l'alone di mistero che circonda la scomparsa del povero Elliott Smith.

5 febbraio 1946 – Il sassofono contralto di Gianni Oddi

Il 5 febbraio 1946 nasce a Genova il sassofonista Gianni Oddi. I primi studi musicali non riguardano lo strumento che lo farà diventare famoso. Inizia infatti a studiare pianoforte a soli dodici anni e nel 1968 si diploma al conservatorio di Genova. Proprio mentre è impegnato negli studi inizia, prima per gioco e poi sempre con maggior passione, a esercitarsi col sassofono contralto. Nel 1965 comincia a farsi conoscere dagli appassionati di jazz della sua città suonando al Louisiana Jazz Club di Genova sia il pianoforte che il sassofono con Dany Lamberti, Alessandro Armanino r gli altri strumentisti che frequentano il locale. Nel 1970 si trasferisce a Roma e decide di dedicarso soltanto al sassofono contralto di cui nel 1973 consegue anche il diploma al conservatorio dell'Aquila. Nel 1977 entra a far parte dell'Orchestra di Ritmi Moderni della Rai di Roma. Nel gennaio dell’anno è un componente dei Saxes Machine di Bruno Biriaco con i quali incide anche l’album Nouami. Nel 1980, pur non abbandonando l'Orchestra della Rai fa parte anche della big band Swing diretta da Maurizio Majorana. Nel 1981 è tra i promotori dei Bop Gentlemen. Negli anni Novanta suona con il Roma Jazz Ensemble e nel 1991 fonda lo Ialsax Quartet. Da alcuni anni dirige anche la St. Louis Big band