28 aprile, 2010

3 maggio 1967 - La studentessa Bertè sospesa perché porta la minigonna

Il 3 maggio 1967 il settimanale “Big” rivela che una studentessa dell’Istituto d’Arte di via Conte Verde a Roma è stata sospesa perché porta la minigonna. In realtà non si tratta di una ragazza qualsiasi e il provvedimento di sospensione non riguarda soltanto la minigonna. La studentessa infatti, oltre a indossare gonne corte balla in TV nelle Collettine di Rita Pavone e ha l’abitudine di protestare per i voti troppo bassi assegnati a lei e ai suoi compagni. Il nome della studentessa è Loredana Berté ed è destinato, comunque a diventare famoso indipendentemente dalle sospensioni scolastiche.

2 maggio 2000 - Si sveglia il “Battello a vapore” di Yellowstone

Il 2 maggio 2000, dopo nove anni di silenziosa quiete, torna a farsi sentire e, soprattutto vedere, lo Steamboat Geyser (battello a vapore) il più potente geyser del Parco Nazionale di Yellowstone, negli Stati Uniti, il luogo dove i disegnatori Hanna & Barbera hanno ambientato le avventure degli orsi Yoghi e Bubu. di tutta l’area. Il suo getto può raggiungere anche i cento metri di altezza ma le sue eruzioni sono rare e del tutto impossibili da prevedere a differenza del puntualissimo geyser chiamato Vecchio Fedele" (Old Faithful), le cui eruzioni sono annunciate anche da un antico pannello collocato nelle sue vicinanze. I due sono forse i più famosi geyser del parco di Yellowstone, situato in un'antica regione di forte attività vulcanica oggi in gran parte spenta ma ricco di manifestazioni residue caratterizzate da solfatare, sorgenti calde idrominerali e, appuntoo, geyser che si concentrano nella zona Ovest del Parco.

1° maggio 1917 - Danielle Darrieux, una straordinaria interprete istintiva

Il 1° maggio 1917 nasce a Bordeaux Danielle Darrieux. Attrice cinematografica con un piede anche nel teatro ha lasciato nel corso della sua lunga carriera una sequenza costante di piccoli, ma preziosi segni musicali. Non poteva essere diversamente, visto che fin da piccola la ragazza, nata in una famiglia di appassionati melomani coltiva una passione per la musica neppure tanto nascosta. Sua madre ha una voce deliziosa e ha studiato canto. Le sue esibizioni, però, sono riservate esclusivamente all’ambito casalingo, visto che il marito, medico, le ha proibito di esercitare la sua arte in pubblico ritenendo disdicevole il canto per una donna maritata e di buona società. Quando vanno tutti a vivere a Parigi il severo papà Darrieux dirige con polso fermo la vita della sua famiglia cui non fa mancare il necessario e quel poco di superfluo che fa la differenza tra la “buona società” e la gente normale. È convinto di aver pensato a tutto, ma invece non è così. Nel 1924 muore all’improvviso. Il tragico avvenimento cambia il destino della piccola Danielle, che all’epoca ha soltanto sette anni. La musica, che fino a quel momento era relegata nel ruolo di piacevole ma riservato intrattenimento famigliare diventa una preziosa fonte di sostentamento. La madre, infatti, per rinsanguare le modeste risorse garantite dall’eredità del marito, rispolvera le sue conoscenze musicali e si mette a dare lezioni di canto. Caduto il divieto paterno anche la bambina inizia a frequentare regolari corsi di pianoforte e violoncello al Conservatorio di Parigi. Quando viene interrogata sui suoi sogni la giovane Danielle Darrieux risponde incerta oscillando tra la speranza di una carriera da concertista e la tentazione dei grandi palcoscenici dei teatri e dei cabaret. Nel dubbio, sua madre si premura di tenerle aperte tutte le porte continuando a pagare la retta del conservatorio e dandole lezioni di canto. Come spesso accade, invece, il futuro segue strade diverse da quelle inizialmente previste. L’elemento destinato a cambiare per sempre il suo destino è un’allieva dei corsi di canto di sua madre che si chiama Marie Serta. Non è importante, non è particolarmente conosciuta, ma ha un marito che lavora nella nascente industria cinematografica francese. Grazie a lui, la non ancora quattordicenne Danielle Darrieux si ritrova nel cast del film musicale “Le bal” di Wilhelm Thiele. La sua prova convince il regista e, soprattutto, la produzione che le offre un contratto di cinque anni. La madre, preoccupata che la ragazza non si lasci suggestionare dall’ambiente, tenta di resistere alle lusinghe obiettando che la figlia non ha mai pensato di poter fare l’attrice e che, quindi, non ha alle spalle neppure un giorno di accademia o di scuola di teatro. Poi cede di fronte alla risposta degli interlocutori: «La ragazza non ha bisogno di studiare perchè è una straordinaria interprete istintiva!». In quegli anni il suo ruolo è quello della monella bizzarra e dispettosa che accompagna o fa da controcanto al protagonista della storia. I suoi partner sono artisti affermati come Jean-Pierre Aumont, Henri Garat, Charles Boyer e, soprattutto, quell’Albert Préjean con il quale gira ben sei film formando una delle più apprezzate coppie del cinema musicale francese del decennio che precede la seconda guerra mondiale. Celebrata come “la più brava debuttante del cinema francese dei primi anni Trenta”, Danielle, grazie alla sua abilità recitativa e alla sua bellezza riuscirà nel corso della sua lunga carriera a non smentire mai il giudizio positivo dei suoi estimatori. Tra i film che la vedono protagonista c’è anche “Mauvaise graine”, un lungometraggio uscito nelle sale italiana con il titolo “L’amore che redime”. Danielle Darrieux lo gira nel 1933 e il regista è un giovane austriaco fuggito dal suo paese per evitare la repressione nazista. Il suo nome è Billy Wilder. La sua interpretazione in questa pellicola non sfugge a un regista attento come Anatole Litvak che nel 1935 decide di affidare proprio a lei l’impegnativo ruolo della contessa Marie Vetsera in “Mayerling” al fianco di Charles Boyer. Il film ottiene un successo straordinario in tutto il mondo e le apre le porte di Hollywood. Considerata ormai un’interprete di rango internazionale Danielle, che nel frattempo ha sposato il regista e scenografo francese Henri Decoin, viene scritturata dalla Universal con un contratto di ben sette anni. Nel 1938 gira al fianco di Douglas Fairbanks Jr il suo primo film interamente statunitense. È “The Rage of Paris”, una commedia brillante diretta da Henry Koster che nella versione italiana porta il titolo “Allora la sposo io”. Nonostante il successo l’esperienza hollywoodiana è destinata a interrompersi prima del tempo. La nostalgia della Francia è più forte della seduzione della Mecca del cinema e l’attrice rompe il contratto con la Universal e torna nel suo paese non senza aver prima saldato la salata penale prevista dal contratto stesso. Tornata in Francia interpreta una lunga serie di film drammatici come “Katia” di Maurice Tourneur o brillanti come “Piccola ladra”, diretto da suo marito Henri Decoin. Sono anni difficili e sull’Europa riprendono a soffiare, forti, i venti di guerra. Parigi e la Francia subiscono l’onta della sconfitta e dell’occupazione nazista. Danielle Darrieux, a differenza di molti suoi colleghi, decide di non andarsene e resta a recitare nella Francia occupata. La decisione all’epoca appare incomprensibile e attira su di lei le critiche degli ambienti della resistenza. Alla fine del conflitto si scoprirà che la donna è stata costretta a restare dalla minaccia nazista di arrestare suo fratello se avesse rifiutato di collaborare. Come se non bastassero le implicazioni politiche delle sue scelte contraddittorie, trova modo di complicarsi la vita anche sul piano sentimentale. Alla fine del 1941, innamoratasi del diplomatico dominicano e noto donnaiolo Porfirio Rubirosa divorzia dal marito e sposa il suo nuovo amore il 18 settembre 1942. È l’inizio di una nuova, tremenda avventura. Rubirosa, accusato di essere una spia antinazista, nonostante il suo passaporto diplomatico viene costretto agli arresti domiciliari in attesa di un suo possibile internamento in un carcere tedesco. Danielle Darrieux, disperata accetta di esibirsi per gli occupanti in una lunga tournée in cambio della liberazione del marito. Ottenuto il suo rilascio, i due si rifugiano in Svizzera. Con la Liberazione anche il loro amore entra in crisi e Danielle che pure aveva accettato più d’un umiliazione per salvargli la vita, lo lascia definitivamente nel 1947. Un anno dopo la separazione da Porfirio Rubirosa Danielle Darrieux sposa il regista George Mitsikides, più volte da lei definito “l’uomo della sua vita”. I due vivranno insieme fino al 1991, anno in cui lui muore. Riprende anche a lavorare accettando la richiesta di Jean Cocteau di vestire i panni della Regina di Spagna nel film “Ruy Blas” del 1947. È l’inizio di una nuova stagione di successi. Più matura e consapevole dei suoi mezzi tende differenziare le interpretazioni spaziando in ruoli diversi. Il suo amico Joseph L. Mankiewicz la convince anche a ritornare a Hollywood per affiancare James Mason nel film “Operazione Cicero”. Nel 1955 fa scalpore la sua interpretazione di Constance Chatterley nella “scandalosa” versione cinematografica de “L’amante di lady Chatterley” diretta da Marc Allégret. A partire dagli anni Sessanta riduce progressivamente il suo impegno cinematografico dedicandosi anche al teatro dove ottiene grandi successi con opere come "La Robe Mauve de Valentine", una commedia messa in scena nel 1963, o “Coco” un musical di Broadway basato sulla vita di Coco Chanel nel quale sostituisce Katharine Hepburn. Il passare del tempo non scalfisce la popolarità e, nonostante gli anni, anche nel nuovo millennio non rinuncia a qualche presenza significativa in film come “Otto donne e un mistero” di François Ozon del 2002 o “Nouvelle chance” di Anne Fontaine del 2006.

30 aprile 1967 - Muhammad Alì non combatte contro i vietnamiti

Il 30 aprile 1967 a Louisville il pugile Cassius Clay, campione del mondo dei pesi massimi, rifiuta vestire la divisa dell'esercito degli Stati Uniti. Muhammad Alì, come si fa chiamare dopo la sua conversione alla religione musulmana, non intende derogare dalla sua decisione. Spiega che non ha alcuna intenzione di combattere contro gli oppressi del Vietnam vestendo la divisa di un paese nel quale vigono ancora forme di discriminazione razziale. A nulla valgono le grandi pressioni messe in atto dalle autorità e dall'apparato mediatico-sportivo. Incriminato per renitenza alla leva il 20 giugno 1967 viene privato del titolo di campione del mondo e condannato al carcere.

23 aprile, 2010

29 aprile 1986 - Chernobyl, una lezione da non dimenticare

Il 29 aprile 1986 i satelliti che sorvolano la terra segnalano che a Chernobyl, uno dei grandi impianti elettronucleari sovietici, situato a sessanta chilometri da Kiev, c’è stato un incidente di notevoli proporzioni. Mentre mancano ancora notizie ufficiali viene rilevata la formazione di grandi nubi radioattive che si stanno rapidamente spostando, seguendo le correnti in quota, verso i paesi dell’Europa occidentale. Le autorità sovietiche confermano che è accaduto un grave incidente a uno dei reattori di Chernobyl e gran parte dei paesi europei si attrezzano per evitare i rischi connessi all’aumento della radioattività. La nube arriva sull’Italia il 2 maggio e il governo, oltre a diffondere una serie di generiche raccomandazioni, proibisce la vendita delle verdure, in particolare di quelle "a foglia larga" e la somministrazione del latte fresco ai bambini.

28 aprile 1903 - Mafalda la canzonettista

Il 28 aprile 1903 nasce a Roma Mafalda Carta, destinata a restare nella storia dello spettacolo con il nome di Mafalda. Figlia di artisti del varietà debutta a soli otto anni in veste di canzonettista cantando Miette 'na mana ccà in un teatro della provincia di Venezia. Nella prima metà degli anni Venti con voce da contralto dai toni baritonali e in abiti maschili, si specializza in “canzoni di giacca” come Se ve vulesse bene, Guapparia, Femmena 'e malavita e L’acquaiola ‘e Margellina. Nel 1926 si trasferisce prima a New York e poi in Sudamerica, dove forma una compagnia specializzata in sceneggiate. Tornata in Italia nel 1935 riprende a lavorare nel varietà e nel dopoguerra se ne va in Argentina con una compagnia di cui fanno parte, tra gli altri, Oscar Carboni e Gianni Ravera. Sposatasi in Brasile, abbandona le scene e nel 1959, torna in Italia e si stabilisce a Napoli.

27 aprile 1947 - Salpa il Kon-Tiki

Il 27 aprile 1947 salpa il Kon-Tiki. Che cos'è? Forse è necessario fare un piccolo salto indietro «Tiki era un dio e un capo. Fu Tiki a portare i miei avi sue queste isole su cui noi ora viviamo. Prima vivevamo in una grande terra, lontana, al di là del mare». Appena l’aveva ascoltata, quella storia gli era entrata nel cuore. Lo studioso norvegese Thor Heyerdahl era a Fatu-Hiva, un’isola dell’arcipelago delle Marchesi, piccolo paradiso coperto di lussureggiante vegetazione, dove si era stabilito neo 1936 con la giovane moglie Liv per studiare la flora e la fauna di quelle sperdute isole del Pacifico. Adottati dal capo polinesiano Teriieroo i due finiscono per lasciarsi catturare dai costumi e credenze delle popolazioni isolane. La leggenda di Kon-Tiki ("Figlio del sole"), raccontata dal vecchio Tei Tetua, gli regala un sogno, un’idea bislacca. E se le prime popolazioni delle isole non fossero giunte dall'Asia? E se la migrazione verso la Polinesia si fosse affidata ai venti e alle correnti provenienti dal continente americano? Quel vecchio incanutito nelle dolci serate davanti alla capanna gli aveva parlato spesso della leggenda di Tiki, un dio fuggito con una zattera dalle coste del Perù per raggiungere le isole del Pacifico. La stessa storia gli avevano ripetuto, praticamente identica, alcuni abitanti delle Tuamotu. Thor Heyerdahl comincia a elaborare il progetto: con una fragile imbarcazione identica a quella usata dal dio di balsa ripeterà l’incredibile viaggio di Kon Tiki ricostruendo il più fedelmente possibile l’imbarcazione usata dal dio. Per l’equipaggio recluta cinque amici che si fidano ciecamente dei suoi sogni: Torstein Raaby, Hermann Watzinger, Bengt Danielsson, Knut M. Haugland e Erik Hesselberg. Taglia il legno di balsa necessario alla costruzione della zattera nella foresta equatoriale equadoregna, e lo trasporta fino alla costa con un complicato viaggio via fiume. Quando il 27 aprile 1947 il Kon-Tiki salpa dal porto di Callao ha a bordo sei uomini e un pappagallo. È una perfetta copia delle antiche zattere peruviane senza nessuna concessione alle moderne conoscenze di costruzioni navali e sulla grande vela ha impressa la figura del dio navigatore. 8000 chilometri di oceano lo dividono dalle splendide spiagge delle isole polinesiane. Una distanza ritenuta impossibile dallo scetticismo del mondo accademico che considera questa dimostrazione un sicuro e inutile fallimento. Dopo le prime settimane passate a navigare sulle ali della corrente di Humboldt, anche le più pessimistiche previsioni sulla tenuta della zattera lasciano il posto a un ottimismo temperato. Heyerdahl e i suoi compagni si rilassano e cominciano a osservare un mondo marino inaspettato e ricco di meraviglie per la ricchezza e il comportamento degli abitanti dell'oceano. I giorni, scanditi dalla pesca, da misurazioni e osservazioni scientifiche, dalla costante manutenzione e dalla lettura (Bengt Danielsson ha portato a bordo ben settantatre volumi di sociologia e etnologia). Non mancano momenti drammatici nei quali l’oceano mostra il suo volto terribile rovesciandosi sul piccolo guscio di balsa con rumore assordante di tuono e rischiando di trascinare con sé il timoniere. Il Kon-Tiki trema, si scuote, vacilla ma non cede. Asseconda la forza delle onde lasciandole sfogare fragorosamente sui tronchi di balsa. Qualche emozione suscitano anche alcune preoccupanti visite di squali curiosi. Il 30 luglio i sei navigatori avvistano l'isola di Puka Puka, nell'arcipelago delle Tuamotu ma non riescono ad approdare per difficoltà di manovra. Solo dopo un’altra settimana passata nel timore di vagare per sempre nell'oceano senza incrociare nuove isole, il Kon-Tiki si arena sulla barriera corallina dell'atollo di Raroia. Dopo centoundici giorni di viaggio e quattromilatrecento miglia nautiche il dio navigatore è tornato a casa.

26 aprile 1938 - Maurice Williams, quello degli Zodiacs

Il 26 aprile 1938 nasce a Lancaster, nel South Carolina, Maurice Williams, uno dei protagonisti del grande successo del rhythm and blues alla fine degli anni Cinquanta. Ancora piccolo inizia a cantare nel coro della sua chiesa quando è studente alla Barr High School, forma una band con tre suoi compagni di scuola che si chiamano Charles Thomas, Willie Bennet e Henry Gasten. Dopo essersi dati il nome di Charms i quattro si trasferiscono a Nashville dove cambiano nome prima in Gladiolas e poi in Excellos. Proprio a Nashville pubblicano i loro primi dischi. Nel 1957 Williams ottiene un'inattesa popolarità come autore grazie al successo della sua canzone Little darlin', che scala le classifiche nella versione dei Diamonds. Sull'onda dell'improvvisa notorietà Maurice e la sua band nel 1959 cambiano ancora nome diventando Maurice Williams & The Zodiacs. Nel 1960 arrivano al primo posto della classifica statunitense dei dischi più venduti con Stay, uno dei grandi successi di quell'anno che alla fine degli anni Settanta torna ancora al vertice delle classifiche dopo essere stato ripreso da Jackson Browne. Il successo di Stay resta però un evento eccezionale per una band che non riesce a ripetersi con brani come May I, I remember e Come along. Tensioni interne e avvicendamenti, uniti allo scarso successo, finiscono per chiudere la storia della band. La sigla non muore ma viene utilizzata da Maurice Williams anche negli anni successivi in esperienze sostanzialmente solistiche.

22 aprile, 2010

25 aprile 1932 - Gator Jackson, il sassofonista inventore

Il 25 aprile 1932 nasce a Miami, in Florida il sassofonista Gator Jackson, all'anagrafe registrato con il nome di Willis Jackson. Inizia a studiare musica intorno ai dieci anni suonando dapprima il pianoforte e quindi il clarinetto. Quattro anni più tardi ottiene i primi ingaggi professionali in alcuni complessi locali suonando il sassofono tenore. Tra il 1950 e il 1955 si esibisce abitualmente al fianco del trombettista Cootie Williams e con lui incide Gator Tail una propria composizione dalla quale deriva il soprannome con cui verrà poi usualmente chiamato. Cessato il sodalizio con Williams, Gator inizia a lavorare e a dare concerti con una propria formazione, spesso con artisti e gruppi di rhythm & blues come Dinah Washington, Jackie Wilson, i Ravens e altri. Per circa otto anni è il marito della cantante Ruth Brown che in quel periodo si esibisce costantemente nel suo gruppo. Nel 1963 viene scritturato per la prima volta al Club Harlem di Atlantic City. Il suo stile è molto simile a quello di Illinois Jacquet. A lui si deve anche l'invenzione di un nuovo tipo di sassofono, il Gator Horn, che egli stesso utilizza in particolar modo per le ballad. Muore il 25 ottobre 1987

24 aprile 1993 - L'ultima volta di Radiofreccia

È il 24 aprile 1993 e davanti al microfono di un piccolo studio radiofonico Bruno Iori informa gli ascoltatori che quello è l'ultimo giorno di trasmissioni di Radiofreccia, l’emittente da lui fondata con il nome di Radio Raptus nel 1975 con l’aiuto di Tito, Iena, Boris e Ivan Benassi, detto Freccia il leader vero del gruppo. Proprio nel giorno in cui cessano per sempre le trasmissioni Bruno, solo nello studio dell’emittente che è stata la sua passione per quasi diciotto anni, vuole raccontare agli ascoltatori la vera storia della radio e la ragione per la quale ha cambiato nome da Radio Raptus a Radiofreccia. Torna indietro con la memoria alla metà degli anni Settanta quando bastava un trasmettitore da 5 watt per aprire una radio libera e ripercorre con la memoria il momento in cui, per la prima volta, cinque ragazzi di una cittadina della bassa padana si ritrovano nel bar di Adolfo e iniziano ad accarezzare l’idea di una radio libera da cui poter trasmettere tutto ciò che piace a loro… Non è una storia vera ma la trama del film "Radiofreccia", ispirato alle storie e ai personaggi di “Fuori e dentro il borgo”, un libro scritto da Luciano Ligabue. Pubblicato nel 1997 arriva nelle librerie italiane in un periodo in cui il cantante consolida il successo commerciale dell’album Buon compleanno Elvis, con il doppio live Su e giù da un palco. È una raccolta di quarantatre racconti scritti con stili e dinamiche molto diverse tra loro. Il filo conduttore è il “borgo”, cioè la cittadina di Correggio, una sorta di luogo dell’anima da cui attingere forza e ispirazione. Lo stesso Ligabue così lo descrive nella presentazione del libro: «Perchè questo è il borgo: racconto e memoria, memoria e racconto, e per questo il cantante sa cosa lo aspetta quando vi torna. Se stesso, lo aspetta. Se stesso, e le strade, la gente, perfino le cose, che lo guardano e lo interrogano non meno delle persone, e i "42 sassi" che gli appartengono di diritto, secondo il rigoroso calcolo fatto da Mandrake e Valvoline in un lungo, noioso pomeriggio invernale». Gli esterni vengono girati tra Correggio, Gualtieri, Guastalla, Carpi, Torre d’Oglio e altre località della bassa padana. Il 13 settembre "Radiofreccia" viene proiettato in pubblico per la prima volta in una sede importante come il festival del Cinema di Venezia, dove, presentato fuori concorso riscuote consensi di pubblico e di critica. Il successo dell’anteprima è confermato anche dalla programmazione nelle sale con un milione circa di spettatori paganti e un incasso complessivo superiore ai dieci miliardi di lire. Non mancano neppure premi e riconoscimenti. Tra i premi più prestigiosi vinti dal film ci sono tre David di Donatello 1999 (a Gaetano Carito per il miglior fonico di presa diretta, a Luciano Ligabue per il miglior regista esordiente e a Stefano Accorsi per il miglior attore protagonista), due Nastri d’argento 1999 (entrambi a Luciano Ligabue per il miglior regista esordiente e per la miglior canzone), Premio Flaiano 1999 alla regia, tre Ciak d’oro 1999 (per la miglior opera prima, per il miglior attore protagonista e per il miglior film in videocassetta) e tre Globi d’Oro (miglior film, miglior regia e miglior musica).

23 aprile 1948 - Angela Cracchiolo, anzi Bini, anzi Bi, no... Julie

Il 23 aprile 1948 nasce a Terrasini, in provincia di Palermo, Angela Cracchiolo, una cantante destinata a lasciare un piccolo, ma significativo segno nella storia della musica pop italiana, pur se con vari nomi. Nel 1962, appena quattordicenne, partecipa con il suo veno nome al concorso per esordienti "La voce della baia", classificandosi al secondo posto. Nel 1965 con il nome d'arte di Angela Bini, è finalista al Festival degli Sconosciuti di Ariccia con La notte di Salvatore Adamo. La sua esibizione viene notata da un talent scout della Dischi Ricordi, che la mette sotto contratto, cambiandole il nome d'arte in Angela Bi. Nel 1967 vince il Festival di Rieti in coppia con i Ribelli. Partecipa poi al Festival di Napoli del 1970 con il brano di Zanfagna e Barile Perdutamente, che si piazza all'ottavo posto in classifica e vince il premio della critica. Nello stesso anno è tra i partecipanti alla manifestazione "Un disco per l'estate" con Tu felicità. Nel 1971 torna al Festival di Napoli con Nun è straniero, scritta da Alberto Testa e Plinio Maggi e nel 1972 incide la versione in italiano di Floy Joy delle Supremes, intitolata Perché non vuoi, il cui il testo in italiano è scritto da Roberto Vecchioni. Negli anni seguenti cambia ancora in nome d'arte. Diventa Julie e con Giulio Todrani forma il duo Juli & Julie. Nel 1981 torna a incidere da solista e l'anno successivo partecipa al Festival di Sanremo 1982 con Cuore bandito ma non riesce ad andare in finale. Dopo una ripresa dell'attività con Todrani, nel 1989 si ritira dal mondo dello spettacolo.

16 aprile, 2010

22 aprile 2007 - Torna in TV Enzo Biagi

«Buonasera, scusate se sono un po’ commosso e magari si vede. C’è stato qualche inconveniente tecnico e l’intervallo è durato cinque anni. C’eravamo persi di vista, c’era attorno a me la nebbia della politica e qualcuno ci soffiava dentro… Vi confesso che sono molto felice di ritrovarvi. Dall’ultima volta che ci siamo visti, sono accadute molte cose. Per fortuna, qualcuna è anche finita...» Così il 22 aprile 2007 Enzo Biagi apre su Rai3 la prima puntata di "RT - Rotocalco Televisivo", il programma che segna il suo ritorno in Rai dopo un'esclusione per ragioni politiche durata cinque anni. Il titolo è lo stesso del primo rotocalco televisivo italiano condotto sempre da Biagi che andava in onda sul secondo canale ogni sabato in seconda serata nel 1962. La nuova edizione, articolata su sette puntate termina l'11 giugno. Sarà l'ultima conduzione televisiva del popolare giornalista prima della sua morte.

21 aprile 1932 - Jula De Palma ritmo e sensualità

Il 21 aprile 1932 nasce a Milano Jula De Palma, all’anagrafe Iolanda De Palma. Giovanissima diventa popolarissima come cantante nei locali jazz della sua città. Tra i suoi estimatore c’è Lelio Luttazzi che nel 1950, a soli diciotto anni, la aiuta a entrare nel ristretto gruppo dei cantanti RAI. Con uno stile ispirato alle grandi vocalist del jazz e una voce carica di sensualità si impone ben presto all’attenzione di critici e pubblico come una delle più innovative cantanti della musica leggera italiana di quegli anni. Nel 1955 debutta al Festival di Sanremo cantando ben quattro canzoni: L'ombra, in coppia con Marisa Colomber, Cantilena del trainante, Che fai tu luna in ciel e Sentiero, tutte e tre insieme a Bruno Pallesi. Partecipa poi altre quattro volte alla rassegna sanremese lasciando un segno indelebile nel 1959 quando la sua interpretazione di Tua, ricca di sensualità e trasporto, viene accusata di essere scandalosa al limite dell’offesa al pudore. L’accusa nell’Italia bigotta degli anni Cinquanta è di quelle che lasciano il segno e le condiziona la carriera. Per molto tempo radio e televisione faticano a darle spazio vedendo nel suo personaggio artistico un problema di censura. Nel 1972 dà l’addio al palcoscenico con un recital al Teatro Sistina di Roma e un paio d’anni dopo decide di lasciare l'Italia con il marito Carlo Lanzi per stabilirsi in Canada. Nel 2001 torna eccezionalmente a cantare in una delle due trasmissioni monografiche sulla sua carriera trasmesse dalla Rai e condotte da Paolo Limiti

20 aprile 1875 - Walter P. Chrysler l'ex ferroviere con la passione dei motori

il 20 aprile 1875 nasce a Wamego, nel Kansas, Walter P. Chrysler un tipo intraprendente che, dopo essersi fatto le ossa in ferrovia si fao catturare dalla passione dei motori. Nel 1924 fonda a Detroit una casa automobilistica cui dà il suo nome. Nell’anno della nascita della società viene messa sul mercato la Chrysler Six, una vettura potente e relativamente ingombrante per l’epoca ma, quel che più conta, viene venduta a un prezzo molto inferiore alla concorrenza anticipando le intuizioni relative alla possibile motorizzazione di massa. La linea dei modelli Chrysler si allarga subito su quattro serie separate, una delle quali è l’Imperial, un’automobile di lusso dalle prestazioni eccezionali, mentre l’intera produzione inizia a definire quelle che saranno le caratteristiche principali della casa automobilistica: affidabilità e innovazione tecnica. Le vetture dimostrano anche di poter competere sul piano sportivo tanto che nel 1928 due Chrysler ottengono il terzo e il quarto posto assoluto alla tremenda 24 di Le Mans. Nel 1934 la Airflow stupisce per l’azzardo tecnico e concettuale. Si tratta di un’automobile destinata a essere prodotta su larga scala progettata con l’aiuto di una galleria del vento. Con questa vettura vengono ridefinite le regole di progettazione delle automobili e l’innovazione trova un’applicazione più convenzionale l’anno successivo nei modelli Airstream. Negli anni seguenti arrivano la Fluid Drive, una frizione idraulica abbinata al cambio semiautomatico Vacamatic che elimina il 95% dei cambi di marcia. All’inizio degli anni Quaranta l’intera gamma viene rinnovata esteticamente mentre la presa d’aria del radiatore si amplia sino a coprire l’intera superficie frontale. Nello stesso periodo nasce il modello Town & Country, prodotto in serie limitata con cornici di intelaiatura in legno, che può essere considerato la prima station wagon di alta qualità. Proprio nel 1940 muore Walter P. Chrysler ma la sua azienda non si fermerà.

14 aprile, 2010

19 aprile 2003 – Nascondersi non paga mai. Parola di Ani Di Franco

Il 19 aprile 2003 arriva nei negozi italiani l’album Evolve di Ani DiFranco. La cantante ha detto «Nascondersi non paga mai». E per dimostrarlo è tornata in sala di registrazione la ribelle, femminista, anticonformista e, in fondo, un po' comunista, alfiera di quel pugno di ragazze sospese tra la ribellione del punk e le radici del folk chiamate "riot grrrl". Evolve è il suo nuovo album che, come il precedente doppio Revelling Reckoning, dal folk sembra spostare la ricerca musicale verso umori funky. «I’m trying to evolve» (sto cercando di evolvere). In queste parole, che regalano il titolo al disco c'è il senso della vita e della carriera di Ani DiFranco, in continua fuga dai compromessi e dalle trappole della normalità quotidiana, non per snobismo o per scarso senso di responsabilità, ma perché vive le lezioni del femminismo e sa bene che il mondo si cambia cominciando da sé. Evolve è arrivato inaspettato, ad appena sei mesi dal doppio live So much shouting, so much laughter, smentendo quei critici che vedevano il live come la chiusura di una tappa del percorso musicale della cantautrice. Non è un caso che con lei nel disco ci sia la band che l'ha accompagnata negli ultimi concerti, composta da Julie Wolf, Jason Mercer, Daren Hahn e Hans Teuber più il trio di trombe formato da Ravi Best, Shane Endsley e Todd Horton. Che l'ultima tappa sia questa e dopo ci sia un ritorno alle esibizioni solitari con chitarra e sentimento? In fondo se anche fosse così a chi importa? Ani DiFranco fin dal debutto si è sempre sottratta alle regole del music business seguendo più l'ispirazione che gli uffici marketing. Oggi torna puntuale a regalarci una serie di preziose perle musicali condite da testi mai banali in un disco che spazia dal folk nero al talkin’ blues al jazz passando per le sue ballate tenere e cattive nello stesso tempo. L'uscita del disco e l'inevitabile campagna promozionale non le hanno impedito di prendere posizione sulla guerra che, come chi la conosce poteva immaginare, è stata dura, diretta e senza alcuna mediazione: «George W. Bush non è un presidente, l'America non è una vera democrazia. I mass media non mi prendono in giro e questa guerra fa schifo». Chiaro? Nessuno può permettersi di dubitare sulla capacità di discernimento della "riot grrrl", che, sia detto per inciso, nel 1999, ha inciso una versione de L'internazionale insieme a un altro folk singer, Utah Phillips, in un album dal titolo Fellow Workers (compagni lavoratori). Del resto chi può permettersi di farla tacere? Le minacce dello star system fanno il solletico a una come lei, che si autogestisce fin dal primo album, e, senza venire mai a patti con il music-business, è riuscita ugualmente a vendere milioni di dischi. La radicalità è parte essenziale della sua stessa concezione artistica, aggressiva quando è necessario («…ogni cosa può essere un’arma, se tu ti aspetti che lo sia»), ma capace di slanci solidaristici e di un rapporto profondo con gli emarginati del suo paese. L'America nella quale lei si riconosce è la stessa di Woody Guthrie e dei grandi folksinger di strada, anima e voce della lotta di classe e per i diritti civili. «Mi sento figlia dell’esperienza storica del folk. Ho cominciato come tanti folksinger a suonare nelle "coffee house" e il mio percorso è stato simile a moltissimi altri: son partita da una comunità ben definita per poi cercare di parlare al numero maggiore di persone possibile». Il suo ultimo album ne conferma la capacità straordinaria di leggere la realtà, di interpretarla e di non farsi trascinare nel gorgo dell'acquiescenza al buon senso comune. È un modo di capire la realtà per trasformarla, per scovarne le contraddizioni e farle esplodere. In politica si chiama "militanza", termine che conviene usare con giudizio quando si parla con lei, perché la risposta è già stata scritta: «Militanza è una parola che, in astratto, non mi dice niente, ma convengo che abbia un senso se significa una ricerca di identità forte».

18 aprile 1946 – Georges Ulmer registra "Pigalle"

Per Georges Ulmer Pigalle rappresenta il più grande successo della sua carriera. La canzone destinata a regalargli l’immortalità viene depositata alla SACEM, l’ente francese che tutela i diritti d’autore, nel 1945 ed è firmata da lui per la musica e da Géo Kroger per le parole. Registrata per la prima volta il 18 aprile 1946 in una fortunata seduta nella quale vengono fissate su disco anche canzoni come Un petit bout de femme e C’est loin tout ça, Pigalle si tramuta in breve tempo in un successo mondiale. Ulmer, però, non è il tipo da dormire sugli allori. Incassato il successo di Pigalle non si ferma. Lavora a nuove canzoni e soprattutto si guarda un po’ in giro per annusare l’aria, cercare nuovi stimoli e ascoltare nuove musiche. In questo suo vagabondaggio culturale incontra una coppia di cantanti e autori che sta cominciando a farsi notare nei locali parigini. Si chiamano Pierre Roche e Charles Aznavour. A loro chiede in prestito un brano e lo incide su disco. Si intitola J’ai bu e gli varrà la conquista del Grand Prix di Disque.

17 aprile 1999 – Silvana Simone per la libertà del popolo curdo

Il 17 aprile 1999 a Bonn, in Germania, alla manifestazione per la libertà del popolo Curdo, di fronte a duecentocinquantamila persone appare una cantante dalla testa bionda e con una chitarra. Inizia a cantare e pian pian piano conquista l’immenso pubblico. In Italia il sitema non la ama troppo eppure la sua è una voce importante, dall'estensione straordinaria e dai mille colori, che si arrampica agile su canzoni mai banali che parlano d'amore, di pace, di utopia e di battaglie "dalla parte del torto". C'è chi ha scritto di lei che «è una cantautrice che spiazza» con le sue poesie in musica per la capacità di raccontare storie e sensazioni, senza indulgere in ammiccamenti. Sarà per questo che non ha mai avuto vita facile nel music business, nonostante le belle parole e le pacche sulle spalle. Ricordo di avere ascoltato per la prima volta alla metà degli anni Ottanta, poco tempo dopo la pubblicazione la demo del suo brano "Non si interrompono i sogni". Perché potesse finire su disco c'è voluto più di un decennio, tanti sono gli anni che separano il suo primo album Almeno tentare dal secondo L'utopia ti cingerà la vita del 1997. Incapace di scendere a patti con la sua coscienza ha vissuto di concerti dal vivo. Nel 2001 due anni dopo il concerto di Bonn riesce finalmente a pubblicare un nuovo CD, anzi due: un album intitolato Armonia novella e una sorta di singolo con la versione italiana della Marcia mondiale delle donne scritta dalle canadesi Karen Young e Janet Lumb, cui sono abbinati altri quattro brani scelti "non a caso" tra quelli già pubblicati. In entrambi i lavori la affiancano quelli che per qualche tempo sono diventati i suoi inseparabili compagni di strada: il nero e massiccio percussionista Karl Potter e il bianco ed etereo chitarrista e tastierista Roberto Genovesi. La linea e l'ispirazione dei due CD sono identiche. Sono nati sotto la stessa stella e hanno anche un brano che li unisce: è Merci (Grazie), una canzone in francese che sembra una preghiera laica. Ma mentre Marcia mondiale delle donne gira inevitabilmente tutto intorno all'inno che gli dà il titolo, Armonia novella è un disco più complesso e con maggior respiro. Si apre con La danza nel freddo, il brano ispirato al calvario del popolo curdo e si chiude con Sulla sabbia una delicata (ma non troppo) poesia d'amore. In mezzo c'è la tenerezza, la rabbia e la voglia di lottare di un'artista che non rinuncia coniugare l'impegno con la gioia di vivere perché anche nei momenti più difficili, nel «delirante frastuono, c'è dell'altro nell'aria…». E poi c'è l'ironia, un'arma che Silvana usa in modo devastante in Mercati mentali («com'è bello il discografaro/ha tutto il genio del somaro»), con ottimismo e determinazione. I due dischi sono un po' la trasposizione delle due facce di una cantautrice che fatica a farsi accettare per quello che è: una donna che canta e scrive parole e musica senza pensare allo sbocco commerciale. In altri paesi probabilmente, sarebbe un personaggio importante. Da noi fatica a trovare spazio.

07 aprile, 2010

16 aprile 2004 - Punk (prima di te)

Il 16 aprile 2004 Enrico Ruggeri pubblica l'album Punk (Prima di te). «Sono stato punk prima di te/sono stato più cattivo io/Suonavo l’heavy metal quando tu/eri chiuso nell’asilo… Sono stato punk prima di te/e mi sono fatto male…». Nel 1990 Enrico Ruggeri inseriva nell’album Il falco e il gabbiano il brano Punk (prima di te) una sorta di rivendicazione del proprio passato diretta ai cloni di ritorno del punk rock targato MTV. Era un sussulto d’orgoglio nell’anno in cui apriva gli occhi al mondo suo figlio Pico. Oggi quella canzone diventa il titolo di un album che, come un vecchio Lp, è diviso in un due parti. Nella prima ci sono sette brani pescati nel proprio repertorio degli anni Settanta con i Decibel e nella seconda sette cover dei “maestri”: Sex Pistols, David Bowie, Clash, Velvet Underground, Ramones, Mott The Hoople e Stranglers. Chi conosce l’epoca in cui ha mosso i primi passi l’intelligente cantautore milanese sa che è figlio di una generazione che ha spesso preso vie oblique, attraversando la musica con la curiosità dei neofiti e, qualche volta, è approdata sul lido dei furbi smentendo se stessa e le proprie scelte passate. Chi, vedendo Jo Squillo, potrebbe collegarla oggi alla leader delle Kandeggina Gang, la più arrabbiata e alternativa band femminile della Milano degli ultimi anni Settanta? E chi potrebbe credere che lei fosse una delle anime del Centro Sociale Occupato Santa Marta, un perno della musica alternativa in cui si agitavano Alberto Camerini, Eugenio Finardi, i Kaos Rock e molti artisti oggi incamminati su strade diverse. Molti di quelli che hanno provato a scrivere la storia di quegli anni si sono fatti catturare dai pregiudizi sul destino di tanti protagonisti o dal fatto che il punk italiano dell’epoca si interseca con l’ultimo drammatico sussulto dei movimenti prima dei devastanti anni Ottanta. Il merito di Enrico Ruggeri è quello di avere aperto uno scrigno personale senza temere che fosse un Vaso di Pandora. Lo fa con il pretesto di “erudire il pupo”, di mostrare, cioè a suo figlio Pico, all'epoca quattordicenne e ritratto sulla copertina con i vecchi occhiali bianchi del padre, che nella musica, come nella vita, quanto accade oggi non nasce dal nulla, ma è figlio di ciò che è stato ieri. Il risultato è un disco che, senza indulgere nella nostalgia, può fare da apripista a una riscoperta delle perle nascoste nelle pieghe della nostra storia musicale. Gli danno una mano il fedele Luigi Schiavone, già nei Kaos Rock e poi con lui al tempo dell’avventura degli Champagne Molotov, il tastierista Pino Di Pietro, il bassista Lorenzo Poli e il batterista Nano Orsi.

15 aprile 1987 - La prima di "Genesi" di Battiato

Il 15 aprile 1987 Franco Battiato presenta la sua prima opera lirica. La storia della canzone italiana è ricca di esempi di compositori lirici che si sono cimentati nella composizione di canzoni. La stessa storia della canzone affonda le sue radici nel melodramma. Nessun compositore ‘leggero’, però, ha mai fatto il percorso inverso passando dalla canzone alla lirica. Il compito di colmare la lacuna se lo assume Franco Battiato che il 15 aprile 1987 al teatro Regio di Parma, uno dei templi del melodramma italiano, presenta in prima assoluta l’opera “Genesi” che segna il suo debutto nel mondo della musica lirica. Il cantautore siciliano non è nuovo ad avventure "musicali" diverse dalla semplice "canzone" sia pur colta, come dimostrato dalla parentesi "sperimentale" degli anni Settanta.

14 aprile 1932 - Bobby Davis, detto Top Hat, un bluesman alla batteria

Il 14 aprile 1932 nasce a Dallas, in Texas, il bluesman Bobby Davis, detto "Top Hat". Batterista con un buon talento anche per le tastiere è un cantante dalle ricche sfumature. Rappresentante del moderno blues di Chicago, muove i primi passi nel mondo dello spettacolo esibendosi come ballerino nei club di Dallas. Nel 1949 passa alla batteria e debutta con il sassofonista Buster Smith. Suona poi con Red Calhoun e dai primi anni Cinquanta con Zuzu Bollin, Adolphus Sneed, Li'l Son Jackson, Big Bo Thomas e Danny Davis. Nella seconda metà degli anni Cinquanta alla batteria affianca anche qualche escursione al pianoforte. In quel periodo suona con le orchestre di Roscoe Gordon, Class Evans e T -Bone Walker e nel 1958 si trasferisce a Houston nel Texas, dove si esibisce con Albert Collins, al Down Beat Club e con Wademouth Brown al Melody Club. Dopo un breve giro nell'Arkansas, all'inizio degli anni Sessanta si stabilisce a Chicago. Qui lavora come free-lance al fianco di Willie Mabon, Jimmy Rogers, Mighty Joe Young e Charles Brown. Nel 1962 forma il Big Three Trio con Jody Williams. Nel 1966 lascia la batteria per passare all'organo e da' vita a un gruppo che comprende la sorella Loretta alla batteria e Dorothy "Foots" Jones, una ballerina e suonatrice di wash-board. Negli anni Settanta si sperimenta su nuove contaminazioni con il pop incurante delle accuse dei tradizionalisti che gli rimproverano di essere scivolato su registri troppo commerciali.

13 aprile 1938 - Lucia Altieri, la cantante italiana di Cuba

Il 13 aprile 1938 nasce a Foggia la cantante Lucia Altieri. Il suo vero nome è Lucia Nasillo e nei primi anni di carriera si esibisce con quel nome. Diventa Altieri soltanto dopo il matrimonio con Gianni Altieri. Dopo aver ottenuto buoni risultati in vari concorsi per voci nuove nel 1961 partecipa al IX Festival della Canzone Napoletana dove arriva in finale con 'O passato. Al Festival di Sanremo del 1962 interpreta in coppia con Wilma De Angelis, Lumicini rossi e nello stesso anno torna al Festival di Napoli con Tu staje sempre cu mme. Nel 1965 vince con Thanks il festival di Malta e nel 1967 rappresenta l'Italia al primo Festival Internazionale della Canzone Popolare dove arriva al secondo posto con la canzone Se potessi amare te. Negli anni Settanta si trasferisce a Cuba, dove organizza, in collaborazione con il Ministero della cultura, rassegne e concerti di musica internazionale.

12 aprile 1923 - Lelio Luttazzi, il musicista divenuto anche presentatore

Il suo urlo “Hiiiiit Parade” strascicato all’inverosimile sulla “i” di “hit” diventa un po’ il simbolo dell’omonimo fortunato programma radiofonico, ma Lelio Luttazzi è molto di più di un presentatore. Musicista, compositore e direttore d’orchestra, nasce a Trieste il 12 aprile 1923 e quando è ancora studente universitario un po’ per passione e un po’ per raggranellare qualche soldino suona il pianoforte in vari locali della sua città natale. In quel periodo riesce anche a trovare un posto, sempre come pianista, a Radio Trieste. Appassionato di jazz fa sua la lezione dello swing e nel 1944 compone Il giovanotto matto, portata al successo da Ernesto Bonino. Alla sua genialità si devono molti brani destinati al successo come Una zebra a pois di Mina, Souvenir d’Italie e Vecchia America del Quartetto Cetra. Sempre in bilico tra la passione per il jazz e la musica leggera nel 1961 realizza il suo primo singolo come cantante con due canzoni, Canto (anche se sono stonato) e Senza cerini. Brillante intrattenitore si diverte a interpretare, di tanto in tanto, il ruolo di presentatore in programmi radiofonici e televisivi di successo. Memorabili restano le sue apparizioni sul piccolo schermo al fianco di Mina in “Studio Uno”. Il grande successo di “Hit Parade” sembra l’apice di una strepitosa carriera ma lo scandalo provocato da un’indagine giudiziaria legata alla droga che lo coinvolge finisce per comprometterne la carriera. Vittima di un errore giudiziario è costretto a lasciare il mondo dello spettacolo per quasi un ventennio. Tornerà in televisione nel 1991 per il varietà “Festa di compleanno”.

11 aprile 1949 - Herbie Haymer, uno dei migliori tenorsassofonisti degli anni Trenta e Quaranta

L'11 aprile 1949 mentre sta tornando da una seduta in studio di registrazione muore in un incidente d'auto a Santa Monica, in California, il tenorsassofonista e clarinettista Herbie Haymer. Il suo vero nome è Herbert Haymer ed è nato a Jersey City, nel New Jersey, il 24 luglio 1915. Inizia giovanissimo e negli anni Trenta viene scritturato dalla Carl Sears-Johnny Watson Band a New York. Dopo un breve periodo trascorso con le orchestre di Rudy Vallee e di Charlie Barnet, nel 1936 entra a far parte del gruppo di Red Norvo con il quale rimane per due anni. Nel 1938 si unisce alla big band di Jimmy Dorsey con sui resta fino al 1941. Dal 1942 al 1944 suona con le formazioni di Woody Herman, Kay Kyser, Benny Goodman e Dave Hudkin. Dopo un breve periodo di ferma militare nel 1944 entra nella formazione di Red Nichols e nel 1947 passa con Benny Goodman nel 1947. È considerato uno dei migliori tenorsassofonisti degli anni Trenta e Quaranta.

10 aprile 1930 - Claude Bolling, pianista precoce di provenienza classica

Il 10 aprile 1930 nasce a Cannes, in Francia, il pianista Claude Bolling. Musicista precoce cresce nell'ambito della musica classica e nel 1944 dopo aver vinto il Tournoi des Amateurs, prende parte ai concerti organizzati dall'Hot Club di Francia all'École Normale di Musica. Nel 1945 forma un gruppo di jazz tradizionale, considerato insieme a quelli di Claude Abadie e Claude Luter, uno dei primi tre ensemble tradizionali sorti in Francia nel secondo dopoguerra. Nel 1948 accompagna la cantante Bertha “Chippie” Hill nell'esibizione per la Grande Settimana del Jazz. Successivamente suona con personaggi come Roy Eldridge, Lionel Hampton, Rex Stewart, Albert Nicholas, Cat Anderson Paul Gonsalves, Carmen McRae, Thad Jones e tanti altri. Nel 1955 forma la sua prima big band la cui esistenza è resa instabile da difficoltà di ogni tipo. Dopo aver constatato che in quegli anni il permanere di una grande orchestra stabile di jazz in Francia è estremamente difficile, riesce periodicamente a riunire alcuni dei migliori musicisti francesi in una formazione che sotto il nome di Show Bizz Band si esibisce in concerti, alla radio, alla televisione, incidendo dischi di grande qualità. Parallelamente lavora spesso con musicisti classici realizzando brani famosissimi come la Sonate pour Deux Pianos con Jean Bernard Pommier, il Concerto pour Guitare con Alexandre Lagoya e la Suite pour Flute et Piano Jazz. Compone anche numerose colonne sonore.

06 aprile, 2010

9 aprile 2004 - Ama la musica odia il razzismo

Il 9 aprile 2004 molti giornali riferiscono della nascita di un nuovo significativo movimento musicale. Si chiama “Love Music, Hate Racism” (Ama la musica, odia il razzismo), è nato da qualche mese in Gran Bretagna ma sta già dimostrando grande vitalità. È figlio dichiarato dell’associazione Rock Against Racism fondata alla fine degli anni Settanta da artisti come Billy Bragg, Clash, Tom Robinson, X-Ray Spexs, i Buzzcocks e Steel Pulse per contrastare l'estrema destra aggressiva e xenofoba. Oggi, di fronte alla ripresa di consensi del British National Party e soprattutto dopo la incredibile scelta di Eric Clapton di difendere pubblicamente le posizioni del razzista Enoch Powell la musica ha deciso di tornare in piazza. Tra i primi a prendere l’iniziativa spiccano i nomi della dominatrice delle classifiche Ms. Dynamite e dei Libertines, uno dei gruppi di maggior successo dell’ultima generazione. La strada che intendono seguire è quella percorsa nel passato: spendere la propri popolarità e la propria musica per una mobilitazione delle coscienze e delle persone contro i rigurgiti razzisti e nazisti. Fin dai primi, affollatissimi, concerti molti dei “vecchi" protagonisti si sono affiancati ai giovani, compreso Mick Jones dei Clash che non ha perso l’occasione per salire sul palco e suonare con i Libertines.

8 aprile 1938 – Muore King Oliver, una leggenda del jazz

L’8 aprile 1938 a Savannah, in Georgia, muore il cornettista Joseph Joe Oliver, considerato una leggenda del jazz con il nome d’arte di King Oliver. Nato a New Orleans, Louisiana, il 11 maggio 1885 con lui il jazz cessa di essere un emento del folclore di New Orleans per assurgere al rango di genere musicale universalmente riconosciuto. Il fraseggio e la sonorità della sua cornetta sono rimasti un punto di riferimento per molte generazioni di musicisti a lui succedute. Muove i primi passi musicali in varirie brass band popolarissime nella sua città come la Olympia, la Eagle e la Magnolia Band. Successivamente passa con i Four Hot Hands di Richard M. Jones, imponendosi al pubblico come il più agguerrito rivale di Freddie Keppard, dominatore della scena jazzistica della Louisiana degli anni Dieci. Quando Keppard lascia New Orleans, Oliver si installa stabilmente al Pete Lala Saloon, uno dei locali più in vista della città dove conosce Clarence Williams, uno dei musicisti-impresari più importanti della musica nera di quegli anni che nel 1914 lo vuole con sé in una lunga tournée negli stati del sud che regala al cornettista popolarità e successo. Tornato a New Orleans inizia a collaborare con il trombonista Kid Ory fino a quando l'avvento del proibizionismo e la chiusura di gran parte dei locali lo costringe come altri a emigrare verso Chicago. Qui King Oliver suona contemporaneamente in due club: il Royal Gardens e il Dreamland Café. Per lui sono anni di grande fortuna. Diventa nei fatti il direttore e manager del Dreamland, suona al Pekin Cabaret, manda in vibilio critica e pubblico al Pergola Dancing Pavillon di San Francisco e poi se ne va a Los Angeles dove incontra un altro grande emigrato da New Orleans, Jelly Roll Morton. La sua Creole Jazz Band all’inizio degli anni Venti schiera una formazione stellare con lui e Louis Armstrog alla cornetta, Johnny Dodds al clarinetto, Honoré Dutrey al trombone, Lil Hardin al pianoforte, Baby Dodds, fratello di Johnny, alla batteria e Bill Johnson al basso. Nel 1924 inizia la parabola discendente. Uno dopo l'altro lo abbandonano i suoi migliori solisti. Honoré Dutrey viene sostituito da Calvin “Zue" Robertson, Dodds da Buster Bailey e Rudy Jackson. Lo stesso Armstrong, ormai marito di Lil Hardin, la raggiunge a New York e si lascia coinvolgere nella nuova avventura dell'orchestra di Fletcher Henderson. A tutte queste defezioni si aggiungono i colpi del destino. Un incendio scoppiato mentre sta per debuttare con una grossa orchestra al Lincoln Gardens rinnovato lo manda sul lastric. Kin non s’arrende. Accessta di suonare nell'orchestra di Dave Peyton al Plantation Café, fin quando non riesce a rimettere in piedi una propria formazione, i Dixie Syncopators. Incredibile, ma vero, anche il Plantation Café viene distrutto dalle fiamme e Oliver per l'ennesima volta si ritrova senza lavoro. I Dixie Syncopators girano per gli Stati Uniti ma i tempi stanno cambiando. Pian piano quasi tutti i musicisti che stanno con lui se ne vanno a cercare fortuna altrove mentre Oliver comincia a essere perseguitato da una malattia terribile per chi deve suonare la cornetta: la piorrea, che colpisce le gengive e progressivamente fa cadere i denti. Negli ultimi anni di vita King Oliver non incide più un disco, suona saltuariamente e in loocali fuori dal giro. La più terribile e cruda testimonianza del tramonto del vecchio re è evidente nelle lettere scritte alla sorella da Savannah, in Georgia, dove si è rifugiato adattandosi a fare ogni tipo di mestiere dopo aver venduto la preziosa tromba per comprare una dentiera. Scrive nel novembre del 1937: «Se mi accadesse qualcosa desidereresti avere il mio corpo? Fammelo sapere al più presto perché non penso che vivrò ancora a lungo, soprattutto se non posso curarmi. Qui non è come a New York o a Chicago... Se vuoi farti curare devi sborsare un mucchio di banconote verdi...». Quando muore per emorragia cerebrale fa il custode di una sala da biliardo.

01 aprile, 2010

7 aprile 1979 – Luciano Tajoli, un re a Toronto

Accolto come un re, nel 1979 Luciano Tajoli torna per l’ennesima volta in Canada. Lo attendono sei concerti organizzati da Bob Vinci, uno dei maggiori impresari del paese. Il debutto è previsto per sabato 7 aprile a Toronto, ma da tempo i biglietti per il concerto sono esauriti. I giornali parlano di lui come di un «...artista che in quarant’anni di carriera è riuscito ad assurgere all’Olimpo dello spettacolo internazionale» e lo paragonano a Louis Armstrong, Marlene Dietrich e Duke Ellington. Luciano legge e commenta: «Se raccontassi questi giudizi ai giornalisti italiani, probabilmente mi prenderebbero per matto, ma da noi c’è sempre questa strana voglia di distruggere l’immagine dei personaggi pubblici dopo averla costruita magari artificialmente. In fondo nel mio paese i personaggi veri e quelli inventati si confondono». La vena polemica non è del tutto ingiustificata, ma occorre aggiungere che la stima di cui gode nel nordamerica gli lascia anche maggior libertà interpretativa, consentendogli esperienze musicali diverse da quelle abituali. Si può dire che il pubblico canadese e statunitense conosce un Tajoli diverso dall’immagine che il cantante ha in Italia. Nei suoi concerti, per esempio, si diverte a presentare alcune canzoni tradizionali riarrangiate su schemi ritmici jazzati, alla maniera dei ‘crooner’.

6 aprile 2002 – Ken Livingston e Londra città della musica

Il 6 aprile 2002 la notizia arriva anche in Italia. Ken "The Red" Livingston, l'uomo che amministra Londra dopo aver sconfitto "da sinistra" laburisti e conservatori, non cessa di stupire. L'ultimo suo annuncio riguarda l'intenzione di rendere stabile e consolidato il rapporto già intenso con il mondo della musica. "Ken il rosso", dopo aver finanziato i progetti di educazione e di elaborazione musicale per i giovani delle periferie, ha deciso di andare oltre. Il suo progetto, infatti, è quello di «trasformare Londra nella culla mondiale della musica, delle arti e delle industrie “creative”». Forte dell'esperienza e del prestigio acquisito sul campo, nonché dell'appoggio di un elenco impressionante di artisti, il sindaco londinese ha avviato una serie di confronti per raccogliere idee, suggerimenti e progetti impegnandosi a modificare i piani di sviluppo economico della città. Non mancano le critiche. Gli ambienti conservatori lo accusano di muoversi «solo sul piano della propaganda", mentre una parte dei laburisti osserva che la proposta pecca di «scarsa concretezza». Imperturbabile, come sempre, Ken il Rosso non si è lasciato impressionare e ha risposto per le rime. Ricordando il prezioso valore sociale assunto in questi anni dalla musica e dalle arti in genere, ha rigettato al mittente le accuse di "scarsa concretezza": «I settori creativi sono il cuore della capitale e rappresentano per Londra una delle sorgenti di crescita economica più significative e a più rapido sviluppo. Il loro futuro stato di salute è di estrema importanza, considerando che questo comparto dà lavoro a oltre quattrocentomila persone». Non lo dice, ma si capisce che alla base di tutto c'è l'idea di fondo del suo programma elettorale: insieme alla lotta contro le privatizzazioni dei servizi e alla difesa degli spazi pubblici della città, è la creatività culturale e la sua capacità di parlare con molte lingue la linfa che può alimentare il "rinascimento" sociale e civile della città.

5 aprile 1925 - Stan Levey, uno dei migliori batteristi di scuola moderna

Il 5 aprile 1925 nasce a Philadelphia, in Pennsylvania, il batterista Stan Levey. Considerato tra i migliori batteristi di scuola “moderna" comincia a interessarsi di musica studiando piano e arrangiamento alla high school. La prima scrittura di un certo rilievo la ottiene nel 1942 al Down Beat Club di Philadelphia con Dizzy Gillespie e l’anno dopo suona a New York con Oscar Pettiford e Barney Bigard. Quando nel mondo del jazz inizia a farsi strada la rivoluzione dei boppers Stan Levy suona al Three Deuces, un club della 52a strada di New York, in trio con il pianista italo-americano Joe Albany e il contrabbassista Curly Russell. Al trio si aggiunge poi Charlie Parker e qualche tempo dopo Dizzy Gillespie. Levy ha così l'opportunità di suonare accanto a due dei padri fondatori del be bop destinati ad avere una grande influenza sulla sua maturazione stilistica. Con il quintetto di Parker e Gillespie resta fino a tutto il 1945. Successivamente suona con Gillespie al Billy Berg's di Hollywood. Negli anni dal 1946 al 1952 suona con Woody Herman, George Auld, Charlie Ventura e George Shearing. Nel 1952 viene scritturato da Stan Kenton per sostituire Shelly Manne. Nel 1954 suona con il contrabbassista Howard Rumsey alla Lighthouse di Hermosa Beach divenendo ben presto una delle figure di primo piano della West Coast. Muore a Van Nuys, in California, il 19 aprile 2005

4 aprile 1949 - L’Italia nella NATO

Il 4 aprile 1949 l’Italia entra a far parte della NATO. «De Gasperi paga all’America il debito della sua campagna elettorale svendendo la sovranità italiana». Così titolano i giornali di sinistra in un’Italia che si spacca in due di fronte alla prospettiva di aderire a un sistema integrato di difesa contro i paesi dell’Est sotto il comando degli Stati Uniti. Grandi manifestazioni di piazza, scioperi e una massiccia mobilitazione delle forze contrarie al cosiddetto ‘Patto Atlantico’ precedono un dibattito parlamentare il cui esito appare scontato, alla luce del peso preponderante che la Democrazia Cristiana ha in entrambe le camere. Nasce anche il Movimento dei Partigiani della Pace, animato innanzitutto da comunisti e socialisti, di cui fanno, però, parte gruppi significativi d’ispirazione laica e cattolica. L’idea di una forza militare coordinata evoca scenari di guerra in un periodo in cui ancora troppo fresche sono le ferite umane e materiali e i segni delle distruzioni del recente conflitto. Una grande parte degli intellettuali lancia appelli e si mobilita in prima persona chiedendo al parlamento italiano di operare una scelta di neutralità. Le forze politiche e gli ambienti favorevoli all’accordo, invece, sostengono l’ineluttabilità di questa scelta per difendersi dal ‘pericolo rosso’ e paventano il rischio di invasioni da est contro le quali un’Italia disarmata non potrebbe reagire. Il clima è quello della guerra fredda tra due grandi potenze, USA e URSS, che si sono già accordate per divisione del mondo in due diverse aree di influenza. Un’Italia neutrale non rientra nei disegni dei nuovi occupanti statunitensi, vista anche la sua collocazione geografica di primaria importanza strategica nello scacchiere del Mediterraneo. Qualche perplessità sulla scelta emerge anche nello schieramento governativo, ma la ragion di Stato alla fine prevale. Dopo un’aspra battaglia parlamentare delle sinistre, che usano anche lo strumento dell’ostruzionismo, la decisione viene infine assunta e il 4 aprile 1949 l’Italia entra a far parte del ‘Patto Atlantico’.

3 aprile 1922 - Carlo Lizzani, un regista cresciuto alla scuola del neorealismo

Carlo Lizzani nasce a Roma il 3 Aprile 1922. Il suo primo incontro con il cinema avviene all’inizio degli anni Quaranta quando scrive articoli di critica per le riviste “Cinema” e “Bianco e nero”. Nel 1946 partecipa attivamente al neorealismo sceneggiando “Il sole sorge ancora” di Aldo Vergano cui partecipa anche come attore insieme a Gillo Pontecorvo. Varie sceneggiature al fianco di De Santis, Rossellini, Lattuada precedono il debutto alla regia nel 1951 con “Achtung, banditi”, il primo di una lunga serie di lavori sul tema dell’antifascismo. Nel 1954 ottiene un grande successo con “Cronache di poveri amanti”, riduzione cinematografica dell’omonimo romanzo di Vasco Pratolini. Negli anni successivi si misura con vari generi, dal comico al documentario, al western anche se la grande scuola del neorealismo gli consente di esprimersi al meglio nella trasposizione filmica della storia e della cronaca. Tra i film più importanti della sua carriera ci sono “Lo svitato” nel 1954, “Il processo di Verona” e “La vita agra” nel 1963, “Svegliati e uccidi” nel 1965, “Banditi a Milano” e “Requiescant” nel 1967, “L’amante di Gramigna” nel 1968, “Roma bene” del 1971, “Mussolini ultimo atto” del 1974, “San Babila ore 20 un delitto inutile” nel 1976, “Nucleo Zero” nel 1984, “Cattiva” nel 1991, “Celluloide” nel 1995 e “Hotel Meina” del 2007.

2 aprile 2007 - Nasce l’Auditel del satellite

Il 2 aprile 2007 per la prima volta nella storia della televisione italiana, l’Auditel, l’ente specializzato nella rilevazione dei dati relativi all’ascolto televisivo, comunica gli indici d’ascolto dettagliati di ciascun canale satellitare e non più soltanto il dato complessivo della piattaforma Sky. La pubblicazione dei risultati dei rilevamento evidenzia alcune sorprendenti novità con una radicale modifica delle gerarchie che fino a quel momento hanno regolato il mercato pubblicitario.