Il 18 febbraio 1965 in Via Tagliamento 9, a Roma, apre per la prima volta i battenti, il "Piper Club", una sala da ballo ideata da Alberigo Crocetta e Giancarlo Bornigia che può contenere fino a millecinquecento persone con un impianto audio di ben novanta altoparlanti, un record per l’epoca. In breve tempo il locale è destinato a diventare il punto di riferimento del nascente beat italiano e il più famoso ritrovo giovanile d’Italia, simbolo di una trasgressione generazionale senza precedenti, pur se ancora pre-politica, che si esprime con minigonne, capelli lunghi, abiti variopinti e musica ad alto volume. Le tre scale che portano nell’enorme garage sotterraneo trasformato in una sorta di “tempio della musica” divengono rapidamente una simbolica discesa verso “l’inferno della droga, del rumore e del sesso libero” per l’opinione pubblica conservatrice. Non così per i ragazzi e le ragazze che vedono nel locale una sorta di “porto franco” in cui dar sfogo alla propria creatività e alla voglia di stare insieme fuori dalle convenzioni dell’epoca. Ricorda il giornalista Fabrizio Zampa, in quel periodo batterista di uno dei tanti gruppi che animavano la scena musicale romana, che il Piper era come una grande nave in viaggio «…verso un mondo dove chiunque fosse o si sentisse giovane sperava di trovare la libertà: di vivere, di pensare, di ballare, di gridare, di suonare la musica che gli piaceva di più, di viaggiare con la fantasia, di vestirsi secondo il proprio gusto, di portare i capelli lunghi, di mettere un fiore nei cannoni, di alzare una chitarra contro la guerra…». Per quello spazio aperto passeranno interpreti leggendari e illustri sconosciuti, in una caleidoscopica mescolanza di generi quasi impossibile da realizzare altrove e che vedrà alternarsi gli Who e Claudio Villa, Joe Tex e Gabriella Ferri, Duke Ellington e Renato Zero, Patty Pravo e Josephine Baker, Little Tony e Severino Gazzelloni. Il Piper catalizza la voglia di stare insieme di una generazione, anticipando di qualche anno il fenomeno dei grandi raduni rock. In quell’antro fumoso ma pieno di musica e colori i giovani delle borgate romane incontrano i loro coetanei di Pavia o di Lecce, arrivati fin lì con l’autostop o a bordo di utilitarie cariche all’inverosimile. Non è la rivoluzione e nemmeno nasce per esserlo. È soltanto un locale dove si incontrano le speranze e le illusioni di una generazione che nel 1965 si accontenta ancora di un sogno in musica e che qualche anno dopo tenterà di dare la scalata al cielo.15 febbraio, 2011
18 febbraio 1965 – A Roma si inaugura il Piper
Il 18 febbraio 1965 in Via Tagliamento 9, a Roma, apre per la prima volta i battenti, il "Piper Club", una sala da ballo ideata da Alberigo Crocetta e Giancarlo Bornigia che può contenere fino a millecinquecento persone con un impianto audio di ben novanta altoparlanti, un record per l’epoca. In breve tempo il locale è destinato a diventare il punto di riferimento del nascente beat italiano e il più famoso ritrovo giovanile d’Italia, simbolo di una trasgressione generazionale senza precedenti, pur se ancora pre-politica, che si esprime con minigonne, capelli lunghi, abiti variopinti e musica ad alto volume. Le tre scale che portano nell’enorme garage sotterraneo trasformato in una sorta di “tempio della musica” divengono rapidamente una simbolica discesa verso “l’inferno della droga, del rumore e del sesso libero” per l’opinione pubblica conservatrice. Non così per i ragazzi e le ragazze che vedono nel locale una sorta di “porto franco” in cui dar sfogo alla propria creatività e alla voglia di stare insieme fuori dalle convenzioni dell’epoca. Ricorda il giornalista Fabrizio Zampa, in quel periodo batterista di uno dei tanti gruppi che animavano la scena musicale romana, che il Piper era come una grande nave in viaggio «…verso un mondo dove chiunque fosse o si sentisse giovane sperava di trovare la libertà: di vivere, di pensare, di ballare, di gridare, di suonare la musica che gli piaceva di più, di viaggiare con la fantasia, di vestirsi secondo il proprio gusto, di portare i capelli lunghi, di mettere un fiore nei cannoni, di alzare una chitarra contro la guerra…». Per quello spazio aperto passeranno interpreti leggendari e illustri sconosciuti, in una caleidoscopica mescolanza di generi quasi impossibile da realizzare altrove e che vedrà alternarsi gli Who e Claudio Villa, Joe Tex e Gabriella Ferri, Duke Ellington e Renato Zero, Patty Pravo e Josephine Baker, Little Tony e Severino Gazzelloni. Il Piper catalizza la voglia di stare insieme di una generazione, anticipando di qualche anno il fenomeno dei grandi raduni rock. In quell’antro fumoso ma pieno di musica e colori i giovani delle borgate romane incontrano i loro coetanei di Pavia o di Lecce, arrivati fin lì con l’autostop o a bordo di utilitarie cariche all’inverosimile. Non è la rivoluzione e nemmeno nasce per esserlo. È soltanto un locale dove si incontrano le speranze e le illusioni di una generazione che nel 1965 si accontenta ancora di un sogno in musica e che qualche anno dopo tenterà di dare la scalata al cielo.
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