08 settembre, 2011

13 settembre 1955 - Due giorni per costruire il mito di Little Richard

Il 13 settembre 1955 Little Richard entra negli studi di registrazione J&M di New Orleans, accompagnato dal produttore Robert A. "Bumps" Blackwell. Da tempo alla ricerca di una precisa collocazione nel panorama musicale statunitense il cantante sembra destinato a un ruolo di secondo piano. L'unico a credere nelle possibilità di questo ragazzo nero nato a Macon in Georgia è proprio Blackwell, convinto che fino a quel momento non sia mai stato messo nella condizione di esprimersi al meglio. «Richard è un artista spontaneo ed emotivo. Non può essere ingabbiato. Devi saperlo se vuoi lavorare con lui». Per questa ragione ha scelto gli studi di New Orleans, famosi nell'ambiente musicale perché il tecnico del suono, l'italoamericano Cosimo Matassa, odia qualunque aggeggio elettronico che non sia l'effetto eco. Ha poi voluto in studio gran parte dei musicisti che già hanno lavorato con Fats Domino, tra cui il batterista Earl Palmer e il sassofonista Lee Allen. Prima di iniziare le raccomandazioni di Blackwell al giovane Richard sono improntate a un unico concetto: «Lasciati andare. La musica nei dischi non può essere artificiale. Tutto ciò che farai verrà registrato direttamente, come se fossi in concerto. Il rock and roll è energia, non può essere ingabbiato, altrimenti è plastica, immondizia che l'artista non vive». Negli studi J & M in due giorni di sedute Little Richard registrerà nove brani. Otto scompariranno nel nulla. Uno, però, entrerà nella leggenda. È Tutti frutti una sorta di esplosivo nonsense con un testo costruito da Dorothy La Bostrie con un occhio al be-bop e l'altro alla lezione del movimento dadaista. Ci sarà anche chi, con molta fantasia e qualche problema psicologico irrisolto, citerà per oscenità questa canzone che resta fondamentalmente una lunga filastrocca senza alcun senso compiuto. Una cosa è certa: rispetto alla generalità dei brani di quel periodo appare decisamente innovativo e non solo per il testo. Anche dal punto di vista musicale non si può dire che rispetti i codici canonici di un brano di rock and roll dell'epoca. Non c'è la chitarra, relegata in un ruolo di accompagnamento ritmico, e tutto il peso della struttura strumentale ricade sul pianoforte. Il riff martellante, sottolineato dalla tastiera percossa da Richard in maniera distruttiva, e l'impeto vocale travolgente del cantante sulla oscura frase «awopbopaloobop alop bam boom» faranno entrare questo brano nella storia del rock e consegneranno la figura di Little Richard al mito.

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