24 dicembre, 2012

25 dicembre 1954 – Johnny Ace, il primo morto del rock


Il giorno di Natale del 1954 Johnny Ace finisce la sua vita a ventidue anni con un buco in testa e passa inconsapevolmente alla storia come il primo dei “morti del rock”. Dopo di lui la lista delle morti violente si allungherà all’infinito alimentata senza soluzione di continuità da processi di autodistruzione personale, fenomeni di fanatismo assassino e storie di vite bruciate in un mattino. Johnny diventerà il simbolo di tutto questo, il primo passo di una storia drammatica, la faccia oscura del music business e Paul Simon nel 1983 gli regalerà The late great Johnny Ace una delle canzoni più intense dell’album Heart and Bones. Il ragazzo muore nei camerini del City Auditorium di Houston, mentre insieme ai suoi Beale Streeters sta partecipando al Negro Christmas Dance, un concerto a più voci con tutti i protagonisti di quel genere di rhythm and blues che ancora non ha un nome e che tra qualche anno si chiamerà rock and roll. Si spara per un gioco stupido, una roulette russa apparentemente senza rischi dove il peso dell’unico proiettile dovrebbe ruotare l’oliatissimo tamburo della sua calibro 22 verso il basso in modo da non mettere mai il colpo in canna. Qualcosa si inceppa e Johnny ci lascia le penne. Una fine stupida favorita da quello stesso amore per le armi da fuoco che in questi anni sta decimando i protagonisti dalla scena rap e hip hop. Anche il suo funerale segnerà l’inizio di un rito destinato a ripetersi. Più di cinquemila persone accorreranno al Clayborn Temple di Memphis per accompagnare nell’ultimo viaggio la bara trasportata a mano e scortata da personaggi destinati a diventare protagonisti del rock e del rhythm and blues come Little Junior Parker, Roscoe Gordon, Harold Conner, Don Robey, B.B. King e Willie Mae Thornton. Sull’onda dell’emozione i suoi dischi arriveranno al vertice della classifica delle vendite e il music business scoprirà come, a volte, la morte per i padroni della musica renda di più della vita. Pezzi gradevolmente commerciali come My song, The clock e Pledging my love, che in condizioni normali non sarebbero durati più a lungo di una stagione, vengono consacrati dalla fine tragica del loro interprete e si trasformano in long sellers, cioè in un affare di lunga durata per i detentori dei diritti. E anche il giovane John M. Alexander, in arte Johnny Ace, ex pianista prodigio dei gruppi di Memphis inventatosi balladeer un po’ per gioco e un po’ per sfida, entrerà nella storia e, contemporaneamente, insegnerà agli squali della nascente industria discografica una lezione di cui faranno tesoro. Gli eccessi, i drammi e le tragedie personali cessano di essere un fatto privato, come accaduto fino a quel momento nel jazz e anche nella musica classica, per diventare uno dei tanti elementi promozionali di quel grande affare costruito attorno alla diffusione di massa della musica e dei prodotti collegati. Tutto ciò comincia nel 1954 in un camerino quando un ragazzo di ventidue anni uccidendosi in un gioco stupido entra nella storia. È da quel momento che la morte dei protagonisti della scena musicale inizia a entrare nei bilanci del music business sotto la voce “promozione”.

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