10 gennaio, 2013

11 gennaio 1999 – Ciao Faber

L’11 gennaio 1999 moriva Fabrizio De André. Ci rattrista l’idea che tra i tanti personaggi che ci hanno accompagnato nel nuovo millennio, molti dei quali ci sembrano così ridicolmente inutili, lui non ci sia. Da più di dieci anni ci ha salutato e se n’è andato. Restano i suoi brani, ricchi d’umori e di sapori, poesie lievi che paiono scritte di getto su un foglio di carta appoggiato sul tavolo di una taverna o su una panca ai bordi di una strada. Ora che non c’è più manca a molti, anche a chi non l’ha mai capito davvero ma l’ha guardato come uno strano fenomeno da baraccone in grado di salvare, solo per il fatto d’esistere, la canzone italiana dalla mediocrità e dalle costanti colonizzazioni. Lui non ha mai preso sul serio nessuno. Anarchico, come un gatto più che come Bakunin, si schiera con gli oppressi e gli emarginati senza la pretesa di infiammarne i cuori. Non gli piace essere strumentalizzato, neppure da quelli che considera suoi compagni di strada. Raramente si fa trascinare in discussioni politiche, ma quando accade preferisce partire dalla sua esperienza e fermarsi lì. «Le mie idee politiche? Dal punto di vista strettamente ideologico, se posso permettermi il lusso di un termine così impegnativo, sono sicuramente anarchico. Cosa vuol dire? Vuol dire che mi ritengo una persona che pensa di essere abbastanza civile da riuscire a governarsi per conto proprio e attribuisce agli altri, con fiducia, le sue stesse capacità. Utopia? Forse. Anzi con il tempo tendo a diventare pessimista. Credo che l’esperienza libertaria possa diventare concreta in piccole isole felici, ma è molto difficile da realizzare in queste società sempre più complesse, perché la specializzazione maledetta porta gli uomini a considerare se stessi come delle macchine con una determinata e specifica funzione». Quando parla non si prende mai completamente sul serio. Gli piace introdurre elementi di dubbio anche nelle sue affermazioni più convinte e lo stesso fa con gli altri. Accende gli occhi d’ironia di fronte alle lodi, anche se vengono da persone che lo amano davvero, come Fernanda Pivano che lo considera «il più grande poeta che l’Italia ha avuto negli ultimi 50 anni». Soprattutto negli ultimi anni, quando in molti tentano di santificarlo, la capacità di non prendere mai sul serio i giudizi diventa la sua preziosa alleata nella quotidiana battaglia contro l’adulazione. «Sono spaventato. Non molto, ma abbastanza. Sono abbastanza spaventato dall’eccesso di consensi, perché da ogni vertice di grazia si può prevedere che si scivolerà in disgrazia». E di fronte a chi con aria complice ma illuminata gli ricorda il suo essere scomodo, non s’atteggia a incompreso, nega la sua presunta scomodità ma, in ogni caso, risponde di preferire la scomodità all’inutilità. La sua cultura musicale spazia senza pregiudizi in ogni direzione. A sedici anni suona la chitarra nel gruppo jazz del pianista Mario De Santis, che si avvale con discontinuità anche di un sassofonista un po’ introverso che risponde al nome di Luigi Tenco. Passa poi ai Crazy Cowboy & Sheriff One, una band di country a metà strada tra la Genova dei Carrugi e Nashville e nel 1958 pubblica il suo primo singolo Nuvole barocche. Gli sono compagni d’avventura, anche se non sempre amici, cantautori e perdigiorno, come l’impiegato Paolo Villaggio, che lo aiuta a scrivere il testo di Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers, un brano che gli vale una denuncia all’autorità giudiziaria per “linguaggio osceno”. La grande popolarità arriva nel 1965 quando Mina pubblica il suo brano La canzone di Marinella che diventa uno dei motivi più popolari degli anni Sessanta e trova posto anche nelle antologie scolastiche. Eppure man mano che gli anni passano ama sempre di meno questa canzone e storce la bocca quando gli chiedono di eseguirla nei concerti. «Ognuno ha la sua croce, la mia si chiama Marinella». Si cimenta anche con concept album come La buona novella, ispirato ai Vangeli apocrifi, Non al denaro né all'amore né al cielo nel quale traduce in musica l'"Antologia di Spoon River" di Edgar Lee Masters e Storia di un impiegato in cui racconta la solitaria ribellione di un uomo infiammato da una canzone del maggio francese. Lui però non è un solitario come viene dipinto. Non rifiuta la collaborazione con altri artisti e, addirittura, si spende in prima persona in un lunghissimo tour, nel 1979 con la PFM, una delle rockband più popolari di quegli anni. Ama la musica e la sua capacità di dare forza alle parole e arricchirle d’umori. Non accetta le regole dell’industria discografica, non ne capisce le esigenze e, soprattutto negli ultimi anni della sua vita, può permetterselo. Pubblica dischi quando ha il materiale necessario, quando è convinto di avere davvero qualcosa da dire, non importa se devono passare sei anni come accade con Le nuvole nel 1990 o con Anime salve nel 1996. La sua è la storia di un artista vero, poeta e musicista completo, capace di entusiasmarsi ai suoni mediterranei e di inserire nelle sue canzoni in genovese le calde note di un bouzouki greco o di un oud arabo. Quando incontra la malattia che lo porterà alla morte la sua indulgenza nei confronti dell’umanità che lo circonda si arricchisce di nuove motivazioni. «Con l’andare del tempo ho scoperto che gli uomini sono, in fondo, dei meccanismi così complessi che spesso agiscono indipendentemente dalla loro volontà. Il risultato è che, in fondo, c’è ben poco merito nella virtù e ben poca colpa nell’errore. Questo voglio dire da tanti anni, ma solo adesso l’ho scoperto in modo chiaro». Ma quando s’accorge del rischio di interpretare la parte del profeta o del filosofo, torna a introdurre il dubbio: «Per la verità c’è anche un’altra spiegazione: che io mi stia semplicemente rincoglionendo…».

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