30 aprile, 2013

1° maggio 2000 – Il concertone di Roma spostato per il Giubileo


C’è chi si scandalizza, chi protesta e chi grida al miracolo. Il “diabolico” Lou Reed insieme a un nutrito manipolo di personaggi di primo piano dello “star system” del rock e del pop mondiale darà lustro al Primo Maggio del 2000, giubilare e lontanissimo dal significato vero di questa giornata. Nel millennio che si apre i conflitti sembrano non avere più diritto d’esistenza. Quando non si può cancellarli li si nasconde sotto il tappeto, come si fa con la polvere nei salotti buoni. Il concerto dei “buoni sentimenti” del Primo Maggio a Tor Vergata corre e si alimenta sul filo della sottile eccitazione data, oltre che dai cantanti e dai musicisti, dalla ridda di annunci sulla presenza/non presenza di Woitila. Il Papa, “l’uomo in bianco” che abbracciava Pinochet “al di là della barricata” in Santiago dei Litfiba, benedice la giubilare riconciliazione universale in una sorta di gigantesco evento musicale che più che a una nuova Woodstock assomiglia, al massimo, a un grande Festival di Sanremo. Niente è lasciato al caso. La preparazione è stata accurata e minuziosa, frutto di un perfetto raccordo tra gli uffici stampa delle case discografiche, il management degli artisti e l’apparato dei media. Anticipazioni, mezze notizie, vecchie polemiche di cui nessuno si ricordava più: con la complice simpatia dei mezzi di comunicazione e la colpevole arrendevolezza dei vertici sindacali, l’evento ha preso corpo. Il Primo Maggio è diventato un elemento confuso sullo sfondo e il concerto ha iniziato a vivere di vita propria. La verità è che in quei giorni si è parlato di tutto fuorchè di quelle che sono le vere motivazioni della kermesse. In ballo non c’è l’universalità ecumenica della musica, la sua capacità di parlare alle coscienze, ma un colossale affare economico che va ben al di là del music business. C’è il lancio in grande stile di quel Giubileo che sul piano economico non sta producendo le entrate previste. Basta dare un’occhiata agli artisti e ai generi che sfilano sul palco di Tor Vergata per capire che attraverso il concerto del Primo Maggio si intende lanciare un formidabile messaggio promozionale in tutto il mondo, un lungo colorato spot sonoro capace di ridare slancio al business giubilare. Soldi, dunque, tanti soldi in nome della fratellanza universale e, magari, della remissione del debito ai paesi poveri. Soldi veri che arrivano dai diritti televisivi e soldi probabili dal rilancio del gigantesco indotto costruito intorno al Giubileo del Duemila. Le multinazionali della musica che hanno da tempo ingurgitato tra il silenzio generale, tutto l’apparato produttivo del nostro paese, fanno da sponsor interessato all’operazione. Il lungo spot vale anche per i loro artisti, per il rilancio di qualche asfittica star dal grande passato ma dalla modesta produzione, e per conquistare, senza troppa spesa, nuovi mercati. Non ci sono gesti trasgressivi, ma questa non è una novità. Già nei concerti del Primo Maggio organizzati dai sindacati c’erano stati clamorosi casi di esclusione nei confronti di chi aveva alzato il livello della critica (quelli dei Gang e di Elio e le Storie Tese, per esempio). Ci vorrebbe lo scomparso Ivan Graziani con il suo grido disperato «Tutto questo cosa c’entra con il rock & roll?» per interpretare i sentimenti di chi assiste impotente a un evento che riesce nello stesso momento a cancellare l’essenza del Primo Maggio, del rock e dei grandi concerti. C'è una lezione che deriva da questo fatto: non si può delegare alla musica un progetto di trasformazione della società, tantomeno ad artisti che, come direbbe Rino Gaetano «Partono tutti incendiari e fieri, ma quando arrivano sono tutti pompieri». Il tempo in quattro quarti del rock and roll ci può accompagnare, dare forza, consolare, ma «It’s only rock and roll», è solo rock and roll. Nient’altro. Non può cambiare il mondo. Quello è un impegno che ci si deve assumere direttamente e in prima persona, senza deleghe e scorciatoie, soprattutto in una giornata come il Primo Maggio.

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