01 maggio, 2013

2 maggio 1950 – Edith Piaf registra “Hymne à l’amour”


«Andrei ai confini del mondo/mi lascerei tingere i capelli di biondo/se tu me lo domandassi/andrei a staccare la luna/andrei a rubare la fortuna/se tu me lo domandassi/Rinnegherei la mia patria/rinnegherei i miei amici/se tu me lo domandassi/ridano pure di me/io farei qualunque cosa se tu me lo domandassi …» con queste parole il 2 maggio 1950 Edith Piaf consegna per sempre a un disco il suo disperato amore per il pugile Marcel Cerdan, l’uomo che come lei è venuto dalla strada e s’è fatto largo a suon di pugni. Edith lo ama alla follia e quando l’aereo su cui sta volando verso di lei si schianta su una montagna delle Azzorre il mondo le crolla addosso. Non vuole cantare più, non vuole vivere più, dice a tutti che non sopravviverà al dolore. Nessuno riesce a scalfire il muro che ha eretto attorno a sé, chiuso e impenetrabile a tutti tranne a una persona. È Marguerite Monnot, la donna, la compositrice e l’amica che l’accompagna da sempre e di cui si fida, a convincerla a riprendere il cammino sulla strada della vita. La prende per mano con pazienza l’aiuta a riprendere il filo della vita che si era interrotta. Edith la segue ma le chiede di aiutarla a erigere un monumento musicale all’amato Marcel. In quei giorni infatti nasce L’hymne à l’amour, la canzone che fa uscire la cantante dal guscio della disperazione. Il testo lo scrive Edith e la musica, larga e imponente come una sinfonia o una cerimonia religiosa è di Marguerite. A chi non ne conosce la storia il testo di L’hymne à l’amour appare infantile, lontanissimo dalla geniale creatività e dalla maturità sofferta di un’artista come Edith Piaf. È come se il dolore avesse scavato fino in fondo nella donna capace di dominare il mondo dall’alto delle sue canzoni e della sua personalità, tanto in fondo da far riemergere la bambina impaurita che era diventata cieca per non vedere più il mondo. Le canzoni, però, non si leggono. Si ascoltano. Il pubblico dell’Olympia, che l’ascolta per la prima volta all’inizio del 1950 piange e gioisce insieme a quella figurina nera che sul palco sembra rubare la voce alla tempesta. Non è solo una canzone quella che Edith Piaf fa vivere sul palcoscenico, ma è l’insieme dei sogni e dei dolori che l’hanno accompagnata. Il 2 maggio 1950 lo registra per la prima volta su disco. Anche nei solchi del tondo 78 giri dell’epoca la sua voce accompagna il sentimento, lo accarezza e si fa accarezzare, lo graffia e si fa graffiare fino a esserne travolta. Quando scrive e interpreta L’hymne à l’amour si comporta come ha sempre fatto nella sua vita. Se sente di dover fare una cosa la fa. La fa e basta senza porsi mai troppe domande perché ha imparato presto che nella vita le domande sono relativamente facili da porre ma non sempre si sopportano facilmente le risposte.

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