14 giugno, 2014

14 giugno 1994 – Mouloudji, le déserteur se ne va per sempre

Il 14 giugno 1994, due mesi dopo la sua ultima esibizione pubblica si spegne a Parigi Mouloudji. Figlio dell’Africa e dell’Europa, amico di Prévert, Sartre, Robert Desnos e Raymond Quenot, Mouloudji, è uno degli chansonnier più impegnati sul piano sociale e politico e partecipa da protagonista al rinnovamento della canzone d’autore francese del dopoguerra. Artista a tutto tondo è attore di cinema e teatro, autore, pittore e, ovviamente, cantante. Il grande pubblico lo ascolta cantare la sua prima canzone nel film “Jenny, la regina della notte” di Marcel Carné. Ha soltanto quattordici anni e tante cosa da raccontare. Il rapporto con il cinema non verrà più meno, mentre quello con la musica per molto tempo sarà limitato alle esibizioni dal vivo o poco più. Nonostante le affermazioni in campo cinematografico il mondo della canzone, cioè quel complicato sistema di interessi, diritti, locali ed edizioni che ieri come oggi controlla e regola gli interessi economici di questo settore, non lo ama. Ci vogliono anni prima che l’industria discografica francese decida di mettere su disco la carica provocatoria e sfrontata delle sue canzoni. Popolarissimo nei locali parigini più alternativi, amato da un pubblico non numerosissimo ma fedele e affezionato riesce a pubblicare il suo primo disco quando ha quasi trent’anni. Pur essendo autore di brani importanti destinati a regalare il successo ad altri protagonisti della scena musicale francese quasi per uno scherzo della sorte resta nella memoria collettiva per un brano non suo, Le déserteur di Boris Vian, di cui è stato il primo e il più apprezzato interprete. Mouloudji, il cui nome completo è Marcel Mouloudji, nasce a Parigi il 16 settembre 1922, Suo padre è un muratore emigrato algerino arrivato nella capitale francese dalla regione di Cabila, più precisamente da Sidi Aïch, per lavorare in cantieri dove costruisce case che quelli come lui probabilmente non abiteranno mai. Quando s’è accorto che le cose andavano così s’è iscritto al partito comunista nella speranza di cambiarle. A Parigi ha anche conosciuto una donna dalla pelle bianca come il latte che arriva dalla Bretagna e non si perde una messa nella chiesa cattolica del suo quartiere. Dall’unione tra due realtà così diverse nasce Mouloudji, simbolo vivente dell’inutilità delle barriere tra popoli diversi. La sua infanzia trascorre nelle strade del XIX arrondissement della capitale francese dove con il fratello André raggranella qualche soldino ingegnandosi ogni giorno a inventare un lavoretto o cantando canzoni per i passanti. Mentre i ragazzi crescono la madre oltre alla chiesa comincia a frequentare un po’ troppo l’alcol finendo per scivolare lentamente nella follia. Il punto di riferimento del piccolo Mouloudji diventa allora il padre che qualche volta lo porta con sé anche alle manifestazioni da lui vissute con passione perché, come confesserà anni dopo, gli sembrano ogni volta una grande festa. Proprio in questi ambienti nel 1935 conosce Sylvain Atkine, personaggio chiave del Gruppo Ottobre, una delle strutture più importanti dell’esperienza del teatro politico francese. La vitalità dell’ambiente teatrale lo affascina e pian piano la recitazione sostituisce i giochi e le avventure di strada. A tredici anni è considerato un po’ la mascotte da protagonisti di primo piano della teatro francese come Jean-Louis Barralt o Roger Blin. In quell’ambiente scopre anche la poesia e la letteratura grazie all’impegno di maestri come Marcel Duhamel e Charles Dullin. Grazie allo studio e soprattutto alla tenacia, nel 1936 a soli quattordici anni debutta sul palcoscenico interpretando “Le Tableau des Merveilles” un lavoro ispirato a Cervantes e adattato in francese da Jacques Prévert. Proprio grazie a Prévert nello stesso anno fa il suo debutto nel cinema partecipando al film “Jenny, la regina della notte” di Marcel Carné. Due anni dopo la sua interpretazione del personaggio di Macroy nel film “Gli scomparsi di Saint-Agil” di Christian-Jacque entusiasma pubblico e critica. A sedici anni è già una piccola vedette del cinema francese. La fine del Fronte Popolare, l’occupazione nazista della Francia e la nascita del governo collaborazionista e la seconda guerra mondiale costringono il giovane comunista Mouloudji a trovare ogni giorno nuovi trucchi per sopravvivere e lavorare senza dare troppo nell’occhio. Per un ragazzo intorno ai vent’anni non è uno scherzo ma lui ce la fa un po’ mettendo a frutto gli insegnamenti della strada ma soprattutto grazie alla rete di solidarietà messa in campo dal mondo dello spettacolo per resistere. Se suo fratello lo salva dal reclutamento forzato nelle strutture di lavoro obbligatorio, l’appoggio di Francis Lemarque gli consente di esibirsi come cantante, spesso sotto nomi diversi, nei ritrovi parigini più legati alla Resistenza, dal Boeuf sur le Toit al reticolo di ritrovi di Saint-Germain-des-Prés. Le vicende vissute in quel periodo vengono raccolte in una sorta di diario che, pubblicato, nel 1945 con il titolo di “Enrico” riceverà il prestigioso Prix de la Pléiade. Proprio nel 1943, cioè nel periodo in cui vive in semi-clandestinità, Mouloudji conosce una donna destinata ad avere un ruolo fondamentale nella sua vita. Si chiama Louise Fouquet, ma nell’ambiente è conosciuta come Lola. Diventa sua moglie e poi sua agente, ruolo che rivestirà per molti anni fino al 1969 quando le loro strade torneranno a dividersi. A poco più di vent’anni ha già raccolto consensi nel teatro, nel cinema, nella letteratura e anche nella pittura, ma non nella musica che put continuando a essere l’attività artistica più amata da Mouloudji, è anche quella che gli dà meno soddisfazioni. Nonostante tutto lui non demorde e nel dopoguerra si esibisce nei cabaret parigini con un repertorio nel quale le sue canzoni si mescolano a quelle di Boris Vian e alle poesie in musica di Prévert. Il successo, gli applausi e la popolarità cinematografica finiscono per convincere l’industria discografica a dargli fiducia. Il 19 gennaio 1951, nell’anno delle sue ventotto primavere, entra per la prima volta in uno studio d’incisione accompagnato dall’instabile ensemble di Philippe-Gérard. In quel giorno vengono registrati brani destinati a una lunga vita come Rue de lappe, Si tu t’imagines e Barbara. Il primo a capire le potenzialità di Mouloudji è quel geniaccio della scena parigina che risponde al nome di Jacques Canetti, già direttore della scalcinata Radio Cité, scopritore di talenti e condottiero indiscusso del cabaret Les Trois Baudets, che lo scrittura e lo accompagna verso il successo. È proprio Canetti a convincerlo a registrare il brano Comme un p’tit coquelicot con il quale vince il Grand Prix de Disque nel 1953. Nonostante il successo Mouloudji non abbandona l’impegno politico e, in quegli anni che vedono i francesi impantanati nella guerra d’Indocina, mette le sue canzoni e la sua voce al servizio della causa antimilitarista. Nel 1954 incide Le déserteur, la canzone di Boris Vian ancora oggi considerata tra i brani più vivi del movimento contro ogni guerra. Lui la canta sul palco del Theatre de l’Oeuvre mello stesso giorno in cui la guerra dell’Indocina si conclude con la sconfitta francese a Dien Bien Phu. La sua esibizione provoca uno scandalo. Censurata e messa al bando dalle radio allineate con il governo riesce comunque a essere diffusa dalle antenne di Europe 1. Da quel momento il suo nome resta per sempre legato a questo brano sia per chi lo seguirà con simpatia e passione nella sua carriera che per il potere politico e per l’industria discografica che non perderanno occasione per censurarlo ed emarginarlo. Negli anni Sessanta pensa anche di abbandonare e nel 1966 apre un negozio da parrucchiere, ma nonostante tutto non smetterà mai di cantare. Non si arrende nemmeno nel 1992 quando, a settant’anni, perde per una malattia parte della voce. Imposta diversamente il suo canto e continua imperterrito fino al mese d’aprile del 1994 quando tiene il suo ultimo concerto nei pressi di Nancy.

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