04 gennaio, 2015

4 gennaio 2003 – Bombardate i System Of A Down!

Considerati da molti giornali musicali la band dell’anno 2002 i System Of A Down con una lunga intervista rilasciata il 4 gennaio 2003 fanno sapere che a loro non importa nulla di quello che pensa Bush della loro musica anche se spesso il presidente tende a bombardare quello che gli dà fastidio, come dimostra l'Iraq. In effetti è difficile bombardare un gruppo capace di vendere ben tre milioni di copie in un periodo in cui chi arriva a un milione si segna con il gomito, ma non è da escludere che alla Casa Bianca decisionista e texana di questo periodo qualcuno abbia anche pensato di far loro qualche brutto scherzo. "Loro" sono i System Of A Down, una band dai suoni cattivi composta da quattro ragazzi d'origine armena che sta mettendo a soqquadro la scena musicale statunitense con canzoni che invitano a darsi una mossa per «fottere il sistema». E perché non si abbiano dubbi su quale sia il sistema che intendono abbattere puntano il dito sul loro paese adottivo, su quell'opulenta società americana colpevole di vivere fuori dal mondo, di essere intollerante e, soprattutto, di non aver mai riconosciuto il genocidio del popolo armeno perché quella dei diritti umani è una gran balla visto che «è più impostante la convenienza dell'alleanza strategica con la Turchia». Il loro successo ha messo in allarme il tranquillo mondo del music business, abituato a considerare la protesta musicale come una sorta di nicchia limitata, pittoresca e da incoraggiare più come elemento di curiosità che altro. Non è la prima volta che un artista o un gruppo arrivano al successo puntando il dito contro i mali della società in cui vivono, ma in genere si è sempre riusciti a depotenziarne la carica eversiva o con il miraggio di un "successo da consolidare" o con la trasformazione degli stessi in una sorta di icona sempre uguale a se stessa e slegata dalla vita reale. Con i System Of A Down il giochino non sta riuscendo. A distanza di un anno dall'album milionario Toxicity il gruppo ha pubblicato Steal this album!, un disco che si spinge ancora più avanti sulla strada della denuncia e della mobilitazione delle coscienze. I testi sono diretti e non si limitano al generico, pur se affascinante, "Fuck the System". In una nazione attraversata da un'ondata di orgoglio nazionalista dopo l'11 settembre dello scorso anno, i nostri eroi pubblicano un brano intitolato A.D.D.(American Dream Denial) (Rifiuto del sogno americano) e urlano il loro dissenso con strofe che recitano «Ce ne fottiamo del vostro mondo con i vostri profitti globali…». Il problema per il sistema non è tanto in quello che dicono, ma nell'incredibile successo di vendita che fa pensare quanto i loro ragionamenti siano condivisi da una larga fetta di giovani statunitensi. I System Of A Down sanno che quella è la loro forza d'urto e ci marciano: «Il nostro pubblico è giovane e variamente distribuito sul territorio. Molti frequentano i college e tra questi ci sarà la classe politica del futuro. Ecco, a noi piace pensare che stiamo parlando alla generazione dei protagonisti del futuro». Pur non essendo dei novellini (a parte il chitarrista Daron Malakian, ventisettenne, gli altri tre sono più vicini ai quarant'anni che ai trenta), la loro storia comune inizia solo nel 1993 a Los Angeles quando proprio Daron Malakian incontra in uno studio di registrazione a il cantante Serj Tankian. Entrambi militano in formazioni diverse, ma da quel momento decidono di unire gli sforzi in un progetto comune cui danno il nome di Soil. Per qualche tempo si adattano a fare i conti con una formazione variabile, ma nel giro di un paio d'anni finiscono per trovare un equilibrio definitivo con Shavo Odadjian al basso e John Dolmayan alla batteria. Proprio in quel periodo arriva anche il nuovo nome. Muoiono i Soil e nascono i System Of A Down, (il nome è ispirato a una poesia di Daron, intitolata "Victims of a Down") la prima band armena capace di ottenere una nomination ai Grammy Awards. Gli amanti delle definizioni schematiche si trovano subito in imbarazzo a classificarli in un genere definito, e a orecchio vengono quasi d'autorità piazzati tra gli alfieri del nu-metal. In realtà loro hanno le idee chiare. «Sono i critici a far confusione, noi siamo una heavy band, ma siamo aperti, svegli e intelligenti per misurarci anche con gli altri generi….» Non chiedete però se si possa parlare di heavy armeno, perché la risposta sarebbe una risata corale: «Noi suoniamo musica heavy e la musica armena solitamente non è heavy, ma è drammatica, come la nostra. Il popolo armeno ha subito un genocidio. Prendendo coscienza di quest'ingiustizia, commessa dalla Turchia, abbiamo aperto gli occhi sulle altre ingiustizie nel mondo. La nostra musica nasce da qui». In realtà non è solo nell'ispirazione che il loro rock duro, imbevuto di suoni degli anni Settanta, prende le strade dell'oriente. Se è vero che la struttura dei loro pezzi è quella classica di quattro quarti, è altrettanto vero che le sonorità sono ampiamente debitrici nei confronti delle suggestioni mediorientali. È sufficiente ascoltare Bubbles, uno dei brani di Steal this album! per rendersi conto che la chitarra di Daron suona come se fosse un bouzouki. Nelle loro esecuzioni c'è l'angoscia dell'esilio, ma anche la voglia di non considerare finita la partita, come raccontano in P.L.U.C.K.: «Un completo genocidio razziale/Ha cancellato il nostro orgoglio…» ma «…ora è il tempo della resa dei conti/Riconoscere, restituire, riparare…» altrimenti è tempo di «…rivoluzione, l'unica soluzione/La risposta armata di un'intera nazione…». È evidente che il music business USA non si senta troppo tranquillo quando tipetti come questi dimostrano di saper conquistare una fetta di consenso inimmaginabile. Figuriamoci poi ora che, mentre la bandiera a stelle e strisce viene innalzata per una nuova guerra loro dicono di essere stanchi di bombe e in Boom cantano «…l'unico obiettivo è il denaro/A nessuno importa un accidente se adesso muoiono di fame 400 bambini/mentre si spendono miliardi in bombe per piogge mortali…»

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