09 giugno, 2015

10 giugno 1918 – Patachou, la monella parigina

Il 10 giugno 1918 nasce a Parigi Patachou. La critica l’ha spesso definita “una commediante prestata alla canzone”, ma la definizione è riduttiva e rischia di far torto questa straordinaria cantante. Personaggio chiave del processo di rinnovamento della canzone francese degli anni del dopoguerra non s’è limitata a curare se stessa e il proprio repertorio ma ha sostenuto e fatto conoscere al mondo intero personaggi carismatici e geniali come Georges Brassens o Guy Béart. Figlia di un’epoca in cui lo spettacolo non si faceva ancora rinchiudere nell’angusto recinto delle specializzazioni ha arricchito le sue indubbie qualità vocali con interpretazioni che sembravano attingere direttamente alla grande scuola teatrale della commedia dell’arte. Se n’è accorto anche il cinema d’autore che, soprattutto nella seconda parte della sua carriera, le ha offerto nuove e stimolanti opportunità. Patachou nasce il 10 giugno 1918 a Parigi, nel borgo popolare di Ménilmontant e il nome con cui viene registrata all’anagrafe è quello di Henriette Ragon. La piccola è figlia unica di una famiglia di condizioni modeste. Il padre è un ceramista molto apprezzato e la madre è casalinga. In casa Ragon il denaro non abbonda ma quello che arriva è sufficiente per le necessità essenziali e tanto basta. Con qualche sacrificio si trovano anche i soldi necessari a garantire abiti, libri e materiale per mandare a scuola la piccola Henriette che impara così a leggere, scrivere, far di conto e soprattutto a dattilografare, una specializzazione che le regala il primo lavoro della sua vita come impiegata presso le edizioni musicali Raoul Breton. È questo il suo primo incontro, indiretto, con la musica ma non dura a lungo. Quasi a interrompere la monotonia di un lavoro fisso e discretamente pagato arriva lo scoppio della seconda guerra mondiale che spinge la famiglia Ragon a lasciare Parigi e a trasferirsi per sicurezza nelle campagne della zona della Loira dove Henriette trova un lavoro da impiegata in una fabbrica. Qui incontra Jean Billon, un uomo di cui s’innamora, che sposa e con il quale mette al mondo un figlio, Pierre. Mentre la guerra e, soprattutto, l’occupazione tedesca volgono rapidamente verso la fine la donna torna a Parigi insieme al marito mentre la maternità e i nuovi impegni famigliari la portano ad adattarsi a vari lavori senza guardare troppo per il sottile ciò che il destino le regala. È così che si inventa, di volta in volta, venditrice di scarpe, pasticciera e antiquaria. Mentre il tempo passa la musica resta più che altro una passione nascosta da coltivare nel profondo del cuore e da alimentare con l’ammirato stupore con il quale guarda la gente dello spettacolo camminare nelle vie della capitale francese. La situazione cambia improvvisamente nel 1948 quando Henriette e suo marito decidono di rilevare la gestione del Patachou, un ristorante-cabaret della zona di Montmartre. È proprio Henriette a introdurre un’usanza destinata a diventare una leggenda delle notti parigine: la cravatta tagliata del Patachou. Armata di un paio di forbici la donna taglia le cravatte di tutti i maschi che entrano nel locale, siano essi celebrità o semplici cittadini, appendendo poi il pezzo tagliato al soffitto del locale stesso. Nel Patachou Henriette può finalmente dare sfogo alla sua passione per il mondo dello spettacolo. Le risorse e il livello del locale non permettono di offrire alla clientela le stelle più brillanti della Parigi notturna ma, grazie al suo intuito e alla sua passione, sul palcoscenico del cabaret si esibiscono tanti artisti promettenti, molti dei quali destinati a fare molta strada. Spinta dai clienti anche lei finisce per esibirsi e cantare qualche canzone. Dopo i primi tentativi messi in atto quasi per scherzo sera dopo sera prende maggior fiducia in se stessa e regala performance sempre più lunghe ed elaborate. La svolta nella sua vita arriva quando la sua verve seduce un cliente d’eccezione come Maurice Chevalier che resta colpito (lui dirà «sedotto») dal suo carisma e la incoraggia a fare sul serio. Henriette ci crede e nel 1950 con il nome d’arte di Lady Patachou regalatole dai giornalisti parigini, inizia a farsi conoscere anche fuori dalle mura del suo locale. Ha trentadue anni e l’entusiasmo di una ragazzina. La sua voce rauca sottolineata da un’affascinante postura scenica seduce gli abitatori della notte con canzoni come Bal petit bal o Un gamin de Paris. Lady Patachou vive un successo rapido e irresistibile. L’anno dopo viene chiamata ad aprire lo spettacolo di Henri Salvador all’ABC e ottiene la definitiva consacrazione con un’inusuale versione di Mon homme, uno dei cavalli di battaglia di Mistinguett. Il 6 marzo 1952 ascolta per la prima volta uno chansonnier di cui ha sentito dire un gran bene. Si chiama Georges Brassens. Resta impressionata dalle sue canzoni e lo ingaggia per aprire i suoi spettacoli. Tre giorni dopo, il 9 marzo Georges Brassens inizia grazie a lei un percorso artistico destinato a regalargli l’immortalità. Nel 1953 anche gli Stati Uniti s’inchinano di fronte allo straordinario successo della sua tournée iniziata al Waldorf Astoria di New York e continuata con una lunga serie di spettacoli nelle principali città. I giornali parlano di lei come di “Una monella francese dal nome affascinante” e i locali che la ospitano sono tutti esauriti. È proprio in questo periodo che Henriette decide di accorciare il suo nome d’arte togliendo l’imbarazzante titolo di Lady e diventando per tutti e per sempre soltanto Patachou. È il palcoscenico del Théatre des Variétés di Parigi il primo testimone del cambiamento quando nell’aprile del 1954 la cantante si esibisce con il nome più corto e un repertorio rinnovato da una lunga serie di canzoni regalatele da Léo Ferré e Georges Brassens. Nel 1955 accetta l’invito del suo amico Jean Renoir e partecipa al film “French Cancan” scoprendo così il cinema, destinato a diventare il suo secondo grande amore dopo la canzone e prima del teatro. In quell’anno regala al pubblico canzoni come La bague à Jules, Voyage de noces e, soprattutto, Bal chez Temporel, il brano composto dalla sua nuova scoperta Guy Béart. Gli anni Cinquanta assomigliano a una lunga cavalcata di successi scandita da episodi memorabili come i concerti all’Olympia e al Bobino. Nel 1960 al Théâtre des Ambassadeurs entusiasma pubblico e critica con la commedia musicale “Impasse de la fidélité” che conferma le sue qualità sceniche e teatrali. Negli anni Sessanta e Settanta, di fronte ai grandi cambiamenti degli stili musicali e dei gusti del pubblico lei, una delle protagoniste del rinnovamento musicale del dopoguerra, preferisce tenersi un po’ in disparte e dedicarsi più al cinema e al teatro che alla canzone. Non abbandona, però, le scene e, di tanto in tanto, torna a regalare al pubblico concerti strepitosi, come accade nel 1972 al Théâtre des Variétés. Nel 1983 la sua interpretazione di una signora matura in un telefilm di Jacques Ertaud le apre anche le porte della fiction televisiva dove diventa una delle nonne più arzille e amate dal pubblico. Risponde poi con generosità alle richieste dei giovani registi cinematografici che la vogliono nei loro film, spesso sperimentali, oltre che per le sue qualità anche per l’indiscutibile richiamo che il suo nome esercita ancora sul pubblico. Non dimentica, comunque, la musica e nel 1985 pesca dal cilindro delle sue risorse ul recital intitolato “Premiers adieux définitifs” (Primi addii definitivi) che già nel titolo fa capire come per lei quello dell’addio sia un concetto puramente ipotetico. «Non credete ai miei addii», dice ai giornalisti e per rafforzare il concetto in quello stesso 1985 debutta al Théâtre Hébertot nel lavoro teatrale “Le sexe faible” di Edouard Bourdet. Nel 1990 critica e pubblico si inchinano di fronte alla sua interpretazione della versione teatrale di “Des journées entières dans les arbres” di Marguerite Duras. Nel mese di giugno del 2004 il ministro della cultura francese la insignisce del titolo di “Commendatore delle arti e delle Lettere”.

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