19 settembre, 2015

19 settembre 1927 - Peter Van Wood, tra canzone e astrologia

Il 19 settembre 1927 a L’Aia, in Olanda, nasce Peter Van Wood. All’età di quattordici anni comincia a suonare la chitarra prima da autodidatta e poi al Conservatorio Reale d'Olanda dove riesce a farsi ammettere pur essendo ancora giovanissimo grazie al suo talento precoce. In quel periodo conosce e resta affascinato dalle tecniche dei grandi chitarristi di scuola jazz d’oltreoceano. Parallelamente agli studi accumula esperienza sul campo suonando in concerti classici o nelle piccole formazioni jazz che si esibiscono nei locali della sua città. A diciannove anni se ne va in Gran Bretagna trovando ingaggi sia come solista di musica classica che come chitarrista jazz. Instancabile giramondo si esibisce a lungo anche a Parigi e a Lisbona vince un prestigioso concorso internazionale di chitarristi davanti a oltre seicento concorrenti. All’inizio degli anni Cinquanta arriva in Italia ed entra nel trio di Renato Carosone con Gegé Di Giacomo alla batteria. Il successo ottenuto con il gruppo lo stimola a cercare una strada personale. Nel 1954 forma un trio a suo nome e, dopo aver ottenuto un contratto discografico con la Fonit, compone e interpreta una lunga serie di canzoni di successo. Alla fine degli anni Sessanta alla sua attività musicale affianca quella che fino a quel momento era stata soltanto un hobby: l’astrologia. In veste d’astrologo compila gli oroscopi dei giornali più popolari di quel periodo. Più o meno negli stessi anni apre anche l’Amsterdam 19, un locale in Galleria Passarella a Milano dove si esibisce come cantante e chitarrista. Nonostante l’attività d’astrologo Peter Van Wood non abbandona la musica. Nel 1974 pubblica l’album Guitar magic e nel 1982 interpreta la sigla del programma televisivo della “Domenica sportiva”. Nel 2007 cita in giudizio i Coldplay sostenendo che il loro brano Cocks è un plagio della sua Caviar & champagne. È sufficiente ascoltare Butta la chiave, la sua canzone più famosa, per capire il talento e la capacità innovativa di questo ragazzone olandese allampanato che dopo aver girato tutto quasi tutto il mondo si è stabilito in Italia. In quel brano, infatti, viene proposto in chiave molto italiana il “call and response” tra solista e strumento di chiara derivazione jazz. Arrivato nel nostro paese alla fine degli anni Cinquanta contribuisce non poco a innovarne stili, impostazione e sonorità, prima nel trio con Gegè Di Giacomo e Renato Carosone guidato da quest’ultimo e successivamente con una propria formazione a tre. Di tutti i protagonisti di quel periodo Peter Van Wood è quello meno dotato dal punto di vista vocale. In lui non c’è niente del classico interprete dalla voce impostata, a volte vigorosa, ma sempre perfettamente alta e squillante. La sua voce è chiara ma tutt’altro che potente e in qualche momento, complice la difficoltà di cantare in una lingua che non è la sua, evidenzia qualche incertezza e sembra addirittura perdersi sulle sfumature. In questo senso anticipa quello che avverrà negli anni Sessanta quando i cantanti, complice la larga e totale diffusione dell’uso del microfono, presteranno molta meno attenzione alla pasta sonora dell’emissione e ne cureranno di più i dettagli e la carica emozionale, adattando i brani alle peculiarità delle voci fino a far diventare parte dell’espressione canora anche i sussurri più flebili. Se nell’utilizzo della voce attinge ad alcune sperimentazioni jazz adattandole un po’ alle sue caratteristiche, sul piano strumentale può essere considerato un innovatore assoluto visto che è tra i primi in Europa a comprendere le potenzialità offerte dall’elettrificazione della chitarra utilizzando echi, riverberi e varie applicazioni per ottenere nuove sonorità. Muore a Roma il 10 marzo 2010.

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