29 gennaio, 2016

30 gennaio 1922 - Jacqueline François, mademoiselle de Paris

Il 30 gennaio 1922 nasce a Neuilly-sur-Seine Jacqueline Guillemautot, la futura Jacqueline François. Sono molte le interpreti che, in vario modo, hanno tentato di passare dalla “chanson réaliste” alla “chanson de charme” negli anni immediatamente successivi alla fine della seconda guerra mondiale. Apparentemente contigui, i due generi sono in realtà assai poco assimilabili dal punto di vista interpretativo. A voler azzardare un paragone in odore di sacrilegio la “chanson réaliste” sta alla “chanson de charme” come il blues sta alle languide ballate dei crooner bianchi. Non c’è alcun impedimento, dal punto di vista della tecnica vocale, all’idea di passare da un genere all’altro, ma i risultati non sono quasi mai all’altezza delle aspettative. Se è vero che è l’anima e non la tecnica a far la differenza, in teoria il salto dalla “chanson réaliste” alla “chanson de charme” potrebbe apparire meno problematico dell’inverso, visto che la prima, caratterizzata da una drammaticità spesso vicina a quella teatrale, sembra richiedere una maggior partecipazione emotiva da parte dell’interprete. Alla prova dei fatti non è così. Interpreti straordinarie della “chanson réaliste”, come Fréhel, giusto per fare un esempio, si rivelano inadatte alla “chanson de charme” perchè non riescono a entrare in sintonia con la diversa emozione. A ben vedere la differenza è la stessa che in teatro e nel cinema separa l’attore completo da quello di ruolo. Il primo riesce a lasciare il proprio segno interpretando personaggi, umori e situazioni completamente diverse tra loro, il secondo invece è legato a determinati personaggi, umori e situazioni. Nella canzone è uguale. Per questa ragione molte interpreti della “chanson de réaliste” si sono sperimentate in generi diversi senza riscuotere alcun successo. Tra le poche eccezioni c’è Jaqueline François, capace di cogliere i primi successi con brani di squisita fattura in linea rigorosa con l’impronta “réaliste” e di proseguire modificando radicalmente il proprio repertorio fino a essere considerata una delle interpreti femminili di maggior successo nell’ambito di quella che verrà chiamata “chanson de charme”. A differenza di molte altre protagoniste della scena musicale dell’epoca lei non ha alle spalle un’infanzia particolarmente difficile. Nei primi anni di vita non conosce la miseria e la sua famiglia, pur non vivendo nel lusso sfrenato, non le fa mancare niente. Il periodo non è uno dei più tranquilli e la Francia, nonostante la sua storia, appare sempre più come il vaso di coccio della democrazia stretto tra le nuove e prepotenti dittature di stampo fascista e nazista che stanno consolidando il loro potere in Italia, Germania e Spagna. Nelle strade e nelle vie del paese si respira una preoccupazione diffusa anche se nessuno ha ancora l’impressione di vivere un paese assediato. Nei locali e, soprattutto, alla radio si possono ascoltare le canzoni di una generazione di artisti che sta cambiando la musica iniziando a contrastare la popolarità degli interpreti della tradizione. Il ricambio generazionale ha la voce e i volti di personaggi come Tino Rossi, Léo Marjane o Jean Sablon e si alimenta alle atmosfere nuove che nascono dalle mescole inusuali tra il jazz e la musica popolare proposte dall’orchestra di Ray Ventura. I ragazzi e le ragazze nate dopo il 1918 non riescono a capire le preoccupazioni dei loro padri e delle loro madri e di tutta quella generazione che soltanto da poco è riuscita a guarire le ferite lasciate dalla prima guerra mondiale. Una giovane adolescente come Jaqueline non riesce a vedere le nubi che s’addensano sul futuro della Francia e dell’Europa. Per lei la tragedia o la felicità, la gioia o il dolore, dipendono dallo sguardo di un ragazzo della sua età, da un gesto di un’amica, da un incontro fortunato, da un raggio di sole, una canzone o un animaletto buffo che corre per la strada. L’orizzonte di un’adolescente si rannuvola o si apre al sole più radioso con una velocità che gli adulti non riescono a capire. Quando cantano Léo Marjane e Jean Sablon, Jacqueline si perde nelle note e sogna di diventare come loro. A volte, quando la radio trasmette una loro canzone, chiude gli occhi e si vede su un palcoscenico immenso, lungo e largo almeno quanto la piazza più grande del suo quartiere. Di fronte a lei c’è una folla immensa che la guarda rapita e alla fine della sua esibizione esplode in un applauso che così grande non s’è mai sentito. Alla fine della canzone apre gli occhi. È solo un sogno, ma si sa che a volte i sogni s’avverano. «La ragazza ha talento per la musica». La frase dell’insegnante di pianoforte non è originalissima, ma è sufficiente per convincere i coniugi Guillemautot a spendere una parte delle loro risorse per assecondare il talento musicale della loro figlia Jacqueline. Oltre alle canzoni ascoltate alla radio sono i tasti bianchi e neri di un pianoforte lo strumento principale del suo rapporto con le note, la melodia e l’armonia. Le prime esperienze come “chanteuse” la vedono accompagnarsi da sola nell’esecuzione di canzoni imparate a orecchio prima ancora che sullo spartito. Suona in qualche festa, poi in alcuni locali disposti ad assecondarne il talento ancora acerbo e pian piano la sua popolarità si allarga al di fuori della cerchia delle persone e degli ambienti conosciuti. Ben presto smette di accompagnarsi da sola e trova altri strumentisti che le consentono di non nascondere più il suo corpo dietro l’ingombrante mole del pianoforte. Bella, con un corpo da mannequin e una voce particolare si sperimenta soprattutto nel repertorio della “chanson réaliste”. Alla fine degli anni Trenta, quando non ha ancora compiuto diciott’anni, sono in molti a pronosticarle un futuro luminoso, ma il destino sembra prendersi gioco di lei. Le paure dei più anziani diventano realtà e l’Europa precipita in una nuova devastante guerra. La Francia viene travolta e invasa dalle truppe con la croce uncinata e la carriera di Jacqueline sembra finita come accadeva qualche anno prima ai sogni a occhi chiusi che l’accompagnavano nell’ascolto della radio. Nonostante la guerra e l’occupazione gli amici e quelli che le vogliono bene incitano Jacqueline a non mollare «Tutto questo finirà, vedrai e tu sei abbastanza giovane da permetterti un po’ di pazienza». Hanno ragione loro. Nel 1944 la Francia inizia a liberarsi degli occupanti e dei loro servi e la carriera di Jacqueline, che ora si esibisce con il nome di Jacqueline François, riprende con nuovo vigore. Loulou Gasté, uno dei più popolari compositori di quegli anni, le procura il primo contratto discografico della sua vita e nel mese di maggio del 1945 lei entra per la prima volta in sala d’incisione per registrare Ce n’était pas original e Gentleman, due brani composti dallo stesso Gasté. Lo stile di quel periodo è in linea con quello della “chanson réaliste”, ma Jacques Canetti pensa che la ragazza possa dare di più. Il potente impresario, alla ricerca di una «...voce anglosassone che possa interpretare in maniera moderna le canzoni francesi...», la scrittura per la Polydor e la aiuta a cambiare repertorio. Nel 1948 Jacqueline François vince il Grand Prix de l’Académie Charles-Cros con C’est le printemp, un brano il cui testo è stato scritto da Jean Sablon, uno dei suoi idoli dell’adolescenza. Alla fine dell’anno registra Mademoiselle de Paris il brano che l’accompagnerà per tutta la carriera. Nel 1954 è una delle prime cantanti a esibirsi all’Olympia di Bruno Coquatrix e nel 1956 vince il Grand Prix de l’Académie du Disque con Les lavandiéres du Portugal, un brano particolare che nessuno voleva interpretare e che fa di lei la prima interprete femminile a superare il milione di dischi venduti. Negli anni successivi la sua popolarità si allargherà anche al di fuori dei confini francesi e memorabili resteranno le sue tournée negli Stati Uniti, in Giappone e nel Sud America. Muore il 7 marzo 2009.

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