03 febbraio, 2016

3 febbraio 1951 - Fréhel, l'anima della "chanson réaliste"

Il 3 febbraio 1951 muore sola e disperata la cantante Fréhel, considerata la principale interprete della “chanson réaliste” nel periodo tra la prima e la seconda guerra mondiale, Fréhel ha accompagnato con la sua voce bellissima e tragica un’Europa apparentemente spensierata, ricca di tensioni, di scontri ma anche di inconsapevoli follie e di passioni che danzava sull’orlo del precipizio. È difficile rinchiudere in un termine o una frase, per quanto suggestiva, il senso dell’esperienza artistica di una cantante come lei, passata dalle strade alle luci del palcoscenico dei principali teatri della notte parigina e ancora nel tunnel della depressione quindi nuovamente al successo per finire i suoi giorni sola e dimenticata in uno squallido albergo a ore. È difficile trovare le parole giuste per raccontare con rispetto e senza scivolare nel patetico la carriera di una donna cui la vita ha ripreso rapidamente e con gli interessi le poche fortune elargite. Le sensazioni, le tante cadute e le scarse resurrezioni più attese che arrivate, sono giunte fino a noi in un pugno di canzoni nelle quali le emozioni hanno i colori vividi di una voce che è sopravvissuta anche alla sua rovina. Quando nasce la futura Fréhel si chiama Marguerite Boulc’h. Nonostante alcune biografie la facciano nascere a Trégastel, in Bretagna, il suo certificato di nascita racconta che è nata a Parigi il 14 luglio 1891 al n° 2 di Boulevard Bessières, nel diciassettesimo arrondissement, da genitori bretoni che sopravvivono facendo un po’ di tutto. Fin da piccola passa le giornate nella strada e tutta la sua infanzia è caratterizzata dalla povertà e dalla consapevolezza che i suoi genitori e le persone che le stanno intorno sono sempre alla ricerca frenetica di un modo per raggranellare qualche soldo e per sopravvivere. Lei stessa deve darsi da fare e a cinque anni accompagna un vecchio cieco a chiedere la carità nei sobborghi parigini cercando di attirare e intenerire i passanti con una breve canzoncina. È in questi anni che le entra dentro la paura della povertà, il terrore del domani, la paura che il futuro possa essere peggiore del pur triste presente, l’incertezza dell’attesa e, in fondo, la voglia di cancellare la realtà. Saranno queste esperienze a segnare la sua perenne incertezza portandola da un lato a caricarsi di troppe responsabilità e dall’altra a tentare la fuga di fronte alle situazioni difficili spesso con l’alcool e qualche volta con la cocaina e altre sostanze sintetiche. I testimoni del tempo raccontano che a quindici anni è già una ragazza bellissima che lavora in un emporio in cui si vendono prodotti farmaceutici e pozioni di bellezza. Il suo compito non è quello di aspettare i clienti nel negozio, ma di andare a bussare alla porte di chiunque possa essere un possibile acquirente dei prodotti cosmetici. Entra nelle case della buona borghesia parigina, spiega la qualità dei suoi prodotti e offre una dimostrazione pratica del loro utilizzo. Nel suo bauletto ci sono profumi, creme e cosmetici che promettono meraviglie. Nei suoi giri incontra donne ricche ma anche le protagoniste della parigi notturna, attrici, cantanti, intrattenitrici varie. Il mondo dello spettacolo l’affascina e un giorno parla dei suoi sogni a una spagnola che si chiama Carolina Augustina Carasson Fuente Valga e che a Parigi è diventata una stella di prima grandezza del music hall con il nome di Bella Otero. La donna, colpita dalla bellezza e dalla determinazione della ragazza la introduce nell’ambiente e l’aiuta a procurarsi le prime scritture. Con il nome di Pervenche debutta a sedici anni sul palcoscenico del Café de l’Univers cantando canzoni scritte da Montéhus Il palcoscenico del Café de l’Univers ospita le esibizioni di Marguerite, ora trasformatasi in Pervenche, per un paio d’anni, fino al 1910. Diciannovenne, bella, un po’ ingenua e affascinata dall’ambiente in cui si ritrova a vivere la ragazza non sa e non vuole resistere alla corte serrata di uno dei tanti tombeur de femme della notte parigina. È un maestro di canto che si diletta anche a scrivere spettacoli. Il suo nome è Robert Holland, ma tutti lo conoscono come Roberty. Lei si innamora perdutamente di lui che la sposa, la mette incinta e poi la lascia per Damia, un’altra grande chanteuse di quel periodo. Siccome quando le cose vanno male non c’è limite al peggio anche il figlio nato dalla sfortunata storia con Roberty poco dopo muore e Fréhel precipita in una depressione che pare senza fine. Alle delusioni della vita fa quasi da contraltare il grande successo sul palcoscenico dove, forse per lasciarsi dietro alla spalle il dolore degli anni precedenti, ha scelto di cambiare nome d’arte. Marguerite non si chiama più Pervenche. Il nuovo nome con il quale compare sui manifesti che annunciano i suoi concerti è quello Fréhel, una sorta di omaggio a Cap Fréhel, un luogo simbolico della Bretagna, la terra da cui arrivano i suoi genitori. Nel firmamento della notte parigina è una stella di prima grandezza, amata e osannata dai frequentatori dei locali notturni. È anche un modello per centinaia di ragazze che la guardano con la stessa invidia con cui lei guardava la Bella Otero. Il successo, però, non cancella l’angoscia interiore e il senso di provvisorietà che prova di fronte ai momenti belli della vita. Dopo la fuga di Roberty coltiva una nuova illusione d’amore al fianco di Maurice Chevalier, protagonista principale degli spettacoli in cartellone alle Folies Bergères, uno dei templi della rivista musicale parigina. Anche questa storia d’amore, però, non è destinata a durare. Chevalier lascia Fréhel per la star delle star, quella Mistinguett che ha fatto perdere la testa a principi e nobili di tutta Europa e la ragazza abbandonata per la seconda volta in meno d’un anno si fa catturare nuovamente dalla depressione. Si chiude in casa e non vuole più vedere nessuno. Nelle lunghe ore di solitudine e di dolore ha una compagnia speciale, capace di cancellare per qualche tempo la realtà e renderle più sopportabile la disperazione. Sono due amici, si chiamano alcool e cocaina e hanno la caratteristica di chiedere molto di più di quello che in apparenza danno. Fréhel è ormai entrata in una spirale di cui non vede l’uscita e, un giorno che si sente un po’ più disperata, tenta anche il suicidio. Si salva per un colpo di fortuna e decide di andarsene. Nel 1911 si lascia alle spalle i pochi amici rimasti, Parigi e la Francia e se ne va. La sua bussola punta verso Est, verso quell’Europa orientale dove giorno per giorno s’arrabatta a trovare qualche scrittura per sopravvivere. Dalla Turchia alla Russia, prima quella degli zar e poi quella socialista nata dalla rivoluzione di Lenin, i paesi dell’Est sono i testimoni del suo continuo girovagare nel tentativo di lasciarsi dietro alla spalle il passato dedicandosi più agli stupefacenti e all’alcol che alla canzone. Più di un decennio dopo la sua precipitosa fuga, nel 1923 Fréhel torna a Parigi. La cantante è cambiata al punto da sembrare irriconoscibile anche agli occhi degli amici più cari e di quelli che l’hanno conosciuta da vicino. Precocemente invecchiata da una vita un po’ troppo oltre il limite si accorge che il pubblico, nonostante tutto, non l’ha dimenticata. Si rimette un po’ in sesto e nel 1924 il suo concerto all’Olympia, intitolato “L’inoubliable inoubliée Fréhel” (L’indimenticabile indimenticata Fréhel), fa il pieno di pubblico e di consensi. La sua voce con il passare del tempo è migliorata, si è fatta più sensuale e profonda. Il suo antico amore Maurice Chevalier rileva come si sia fatta«…più roca, quasi venisse dal ventre…». La critica saluta in lei una delle più autorevoli interpreti della “chanson réaliste” e il pubblico si spella le mani per applaudirla quando canta brani come La java bleue, La coco o La der des der. Anche il cinema le dà spazio. Fréhel partecipa a una nutrita serie di pellicole compreso il fortunato “Pépé le moko” di Duvivier con Jean Gabin dove proprio lei canta Où est-il donc?. Il ritrovato successo non la cambia né le dà una ragione per mollare la dipendenza da sostanze varie. Negli anni Quaranta lavora sempre meno e il 3 febbraio 1951 muore sola e disperata nella camera di un albergo a ore al n° 45 di Rue Pigalle.

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