23 marzo, 2016

23 marzo 2002 – Harry Belafonte diventa "l'americano dell’anno"

Il 23 marzo 2002 le agenzie di stampa diffondono la notizia in tutto il mondo. Il settantacinquenne Harry Belafonte, cantante simbolo della lotta antirazzista per la pace e per i diritti civili e sociali, ha ricevuto il prestigioso Distinguished American Award, il premio per il "più illustre americano" dell'anno. Al risultato non è estraneo il passaparola informatico dei settori progressisti della società statunitense e di un modesto, ma agguerrito, gruppo di intellettuali. Omaggio all'uomo e all'artista, la consegna del premio, svoltasi alla John Fitgerald Kennedy Library di Boston diventa uno schiaffo morale all'intero establishment statunitense e un'occasione per valorizzare una persona che ha anteposto l'impegno civile alle stesse ragioni di immagine e di carriera. Per Belafonte tutto inizia negli anni Cinquanta, quando, all'apice della popolarità dopo aver venduto più di un milione di copie dell'album Calypso, annuncia la sua intenzione di non esibirsi più negli stati e nelle città del "profondo Sud" degli Stati Uniti colpevoli di mantenere in vigore disposizioni, regolamenti, norme punitive o segregazioniste nei confronti della comunità afroamericana. A "Mister trentadue denti", come fino a quel momento era chiamato dai tabloid popolari, viene appiccicata l'etichetta di personaggio scomodo, ma lui non si scompone, alza le palle e tira diritto. Organizza marce, sit-in, firma documenti, si impegna in prima persona e a chi tenta di convincerlo a moderare un po' i toni racconta la sua vita di giovane di colore nato nel ghetto nero di Harlem da genitori giamaicani. «Le parole, amico mio, lasciano il tempo che trovano: quando hai vissuto a contatto diretto con le frustrazioni e la miseria della gente che ha il tuo stesso colore di pelle, non puoi pensare che la tua carriera venga prima di tutto». Anche durante i concerti va giù duro. «Tutti i richiami alla democrazia rischiano di restare chiacchiere vuote perché un paese in cui esistono palesi casi di segregazione razziale non è un paese libero e neppure democratico». Il suo impegno artistico è in linea con quello sociale e civile. Vola alto, al di sopra delle nuvole della produzione di tendenza e delle regole consolidate, facendo conoscere al mondo intero i ritmi, i suoni e i colori nati dalla contaminazione tra il folklore caraibico e la tradizione nera dei canti di lavoro degli schiavi. Ogni occasione è buona. Già nel 1951 i suoi concerti al "Village Vanguard" di New York, con i fedeli chitarristi Millard Thomas e Craig Work, sono un appuntamento di culto per gli intellettuali e i giovani della città. La consacrazione arriva qualche anno dopo con il grande successo internazionale Jamaica farewell e Banana boat song (Day-o). Inarrestabile, la sua popolarità cresce ancora quando, insieme a Dorothy Dandridge, è il protagonista di "Carmen Jones", il film di Otto Preminger che rilegge in chiave moderna la "Carmen" di Bizet. Ogni volta coglie l'occasione per fare da cassa di risonanza alle battaglie in cui crede. Boicottaggi e ricorrenti periodi di ostracismo televisivo saranno la risposta alle sue prese di posizione, ma non avranno mai la forza di appannarne l'immagine. «È così difficile capire che prima di essere un artista sono soprattutto un uomo, una persona con le sue idee e le sue opinioni?». No, non è difficile, visti i risultati. E a partire dagli anni Settanta chiude con lo spettacolo "leggero" e mette la sua popolarità interamente al servizio di quegli «imperativi civili e morali» che guidano la sua azione artistica e politica. Più nessuno riuscirà a fermarlo, né le campagne discriminatorie e neppure gli arresti clamorosi, come quello avvenuto negli anni Ottanta davanti all'ambasciata sudafricana a Washington nel corso di una manifestazione contro l'apartheid. Il suo impegno non flette neppure di fronte al mutare dei tempi. Così quando le periferie nere delle grandi metropoli cominciano a ruggire la loro rabbia sull'onda di nuovi ritmi più tecnologici del passato, riconosce che il filo conduttore è lo stesso dei suoi primi tentativi al Village. Con le sue risorse, nel 1984, finanzia e produce il discusso film "Beat street", in cui la cultura della break dance fa da guida a un impietoso spaccato sulle condizioni dei "nuovi" ghetti neri degli States. Oggi come ieri la sua vita è così. L'età non riesce a fermarlo perché «…c'è ancora tanto da fare, chi ha tempo di preoccuparsi degli anni che passano?». A Orlando nel corso di una manifestazione contro il boicottaggio statunitense della Conferenza di Durban sul razzismo si alza in piedi e punta il dito contro i due afroamericani dell'amministrazione Bush ai quali si rivolge direttamente. L'attacco del suo discorso è destinato a entrare nella leggenda. Umile e fermo al tempo stesso, nel silenzio di una sala affascinata dal suo magnetismo, parla con la solita perfetta dizione e scandisce bene le parole. «Come mai non sento la voce di Colin Powell? come mai non sento la voce di Condoleeza Rice?». E poi, incurante di embarghi e blocchi vari, giusto per far capire da che parte sta, accetta l'invito di Fidel Castro recandosi nell'Isola che Resiste per assistere alla consegna dell'Ordine José Martí alla sua grande amica Alicia Alonso, prima ballerina e direttrice del Balletto Nazionale di Cuba. Ma le battaglie, come gli esami, per lui non finiscono mai. Indignato dalla cieca voglia di guerra che pervade il suo paese dopo gli attentati dell'11 settembre fa sentire di nuovo la sua voce sostenendo che «…non si può, per rabbia o desiderio di vendetta, replicare indiscriminatamente, in modi che possono comportare l'ulteriore perdita di vite innocenti», perché, come scrivono gli studenti di Harvard: «anche la guerra è terrorismo». Al suo fianco ci sono gli stessi pochi intellettuali e i tanti cittadini che oggi hanno contribuito a regalargli un premio significativo come il Distinguished American Award.

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