16 febbraio, 2017

16 febbraio 1945 – Pete Christlieb: jazz, pop, rock, blues sono solo nomi, la musica è musica

Il 16 febbraio 1945 nasce a Los Angeles, in California, il sassofonista Pete Christlieb. Figlio del maestro di fagotto Don Christlieb, si può dire che respiri musica fin dalle prime ore di vita. A sette anni inizia a studiare violino, strumento che lascia per il sax dopo essere stato folgorato dall’ascolto di Gerry Mulligan. Il padre accetta il suo amore per il jazz purché continui gli studi. Nel 1957, a soli dodici anni, vince una borsa di studio per studiare al Valley College di Akron, nell’Ohio. Lontano da casa e fuori dall’autorità del severo genitore, fugge dal College dopo poche settimane per aggregarsi all’orchestra di Si Zentner. Inizia così la carriera di uno dei più dotati e poliedrici sassofonisti degli anni Settanta e Ottanta. Geniale e ribelle rifugge dalla standardizzazione e non si lascia imprigionare da un genere. Alterna l’impegno in jazz band di grande livello, come quelle di Chet Baker e Woody Herman, a esperienze come session man in concerto e negli studi di registrazione. Tra le sue performance c’è anche un filmato televisivo in cui accompagna Elvis Presley. Il suo nome figura in alcuni tra i migliori dischi del gruppo diretto dal batterista Louis Bellson, come Break through, Explosion o Sunshine rock. Instancabile e innamorato del suo strumento, alla fine degli anni Sessanta non disdegna di partecipare a spettacoli televisivi delle popstar di quel periodo. «So di dire una stupidaggine, ma io amo la musica. Non potrei immaginare la mia vita senza di lei, è la mia droga. Ringrazio il destino per avermi permesso di vivere di musica». Non si cura di tutelare la propria immagine. Crea un proprio quintetto jazz con il vibrafonista Charlie Shoemake, il pianista Terry Trotter, il bassista Harvey Newmark e il batterista Steve Schaffer, ma non rinuncia al lavoro di studio con personaggi come Doc Severinsen, Freddie Hubbard, Pat Williams, Tom Waits e Quincy Jones. A chi gli chiede la ragione di questo continuo alternarsi tra generi commerciali e musiche più impegnate lui risponde, serafico: «La musica è solo musica e basta. Jazz, pop, rock, blues, sono nomi che indicano, in fondo, la stessa cosa: una lunga serie di note messe in fila e destinate a produrre dei suoni. È l’anima dello strumentista che dà loro vita, non l’etichetta… e l’anima non è prigioniera di un genere musicale».

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