12 settembre, 2026

12 settembre 1933 - Mathé Altéry, le Rossignol Cherbourgeois

Il 12 settembre 1933 nasce a Parigi la cantante Mathé Altéry, uno dei personaggi femminili più importanti della scena musicale francese. Il suo pregio maggiore è nella grazia con la quale ha saputo riproporre al pubblico le canzoni che hanno fatto la storia della musica popolare francese del Novecento. Nella sua interpretazione brani che la polvere del tempo rischiava di cancellare per sempre risorgono a nuova vita e conquistano nuovi estimatori. Gran parte del merito è da attribuire alla sua voce capace di arrampicarsi in colori antichi senza leziosismi e soprattutto senza mai dare l’impressione di perdersi. C’è chi ha scritto che le sue interpretazioni hanno il valore di un restauro. Il paragone, pur suggestivo, rischia di essere forse un po’ azzardato dal punto di vista delle parole utilizzati, ma appare vero nella sostanza. Grazie alla voce e alla grande capacità interpretativa di Mathé Altéry una lunga serie di canzoni appassite dal fruscìo di registrazioni d’inizio secolo tornano a brillare di nuovo e trovano nuovi interpreti disposti a inserirli nel proprio repertorio. È questo il miracolo più grande di un’artista poliedrica e coraggiosa. Il suo vero nome è Marie-Thérèse Altare. Il cognome denuncia l’origine italiana della sua famiglia che da molte generazioni ha un rapporto d’amicizia stretto con la musica, in particolare con la lirica. Suo padre è il tenore Mario Altéry , una delle stelle del teatro de l’Opéra de Paris e di quello dell’Opéra Comique. Nel 1942, quando la piccola Marie-Thérèse ha nove anni, ottiene il maggior successo della sua carriera partecipando alla sontuosa rappresentazione diretta da François Ruhlmann de “Le roi d’Ys” con un cast imponente che oltre a lui schiera anche Suzanne Juyol, Solange Renaux e José Beckmans. Questo padre, così importante e celebrato, quando torna a casa veste i panni dell’insegnante per accompagnare la piccola Marie-Thérèse nel territorio affascinante e misterioso della musica. La trasmissione dei segreti dell’arte musicale fa parte della tradizione della famiglia. È una sorta di catena virtuosa attraverso la quale passano le conoscenze da una generazione all’altra e di cui la bambina non è che l’ultimo e più recente anello. In quel periodo si instaura tra padre e figlia un rapporto solidissimo d’affetto ma anche di stima professionale che li porterà più volte a collaborare sulla scena e che verrà interrotto solo dalla morte dell’uomo nel 1974. La piccola Marie-Thérèse è sveglia e capisce al volo. Impara le tecniche fondamentali del canto dalla respirazione al controllo delle emissioni, alla modulazione della voce. Ben presto le sue esibizioni estemporanee diventano quasi un appuntamento obbligato nelle festicciole di Cherbourg, la città in cui vive. Si guadagna anche il soprannome di “Rossignol cherbourgeois”, usignolo di Cherbourg, con un richiamo evidente a “l’usignolo di Francia”, l’appellativo della Piaf. Se nei primi anni di vita la musica è stata vissuta da Marie-Thérèse come un gioco o un passatempo infantile, con il passare degli anni diventa un impegno per coltivare un talento naturale. È anche fatica vera soprattutto quando il padre ritiene che le sue lezioni di canto debbano essere affiancate dall’apprendimento di almeno uno strumento. Naturalmente la musica non può andare a discapito della cultura generale per cui la ragazza si trova a dover affiancare i corsi di pianoforte e di solfeggio alla fatica di frequentare la scuola secondaria. Sorretta dalla passione e da un carattere forte Marie-Thérèse riesce a reggere bene agli impegni su entrambi i fronti. Decide anche che la musica sarà per sempre la sua vita. Nel 1950, a diciassette anni, si esibisce come corista al Théâtre du Châtelet di Parigi nell’operetta “Annie du Far-West” messa in scena da Lily Fayol e Marcel Merkès. Se si escludono gli spettacolini e le festicciole dell’infanzia si tratta della sua prima vera esibizione pubblica. In quel periodo decide anche di darsi un nome d’arte. Dalla contrazione di Marie-Thérèse nasce Mathé, il resto va da sé. Nasce così Mathé Altéry. La ragazza non brilla ancora di luce propria e per questo è più che verosimile immaginare l’intervento del padre per darle una mano a trovare le prime scritture. In ogni caso il talento c’è e la buona impressione suscitata dalla sua esibizione sul palcoscenico del Théâtre du Châtelet la aiuta a non perdersi per strada. Poco tempo dopo inizia a cantare in varie trasmissioni per bambini alla radio e alla televisione, compresa la popolarissima “Vive jeudi” che la vede come una sorta di ospite fissa sia nelle edizioni presentate da Maurice Pauliac ed Edith Lanzac che in quella di Jean Nohain. Nel 1953 partecipa a una delle più prestigiose selezioni di nuovi talenti di quel periodo: il Festival-concorso di Deauville. La sua esibizione colpisce tre personaggi importanti, presenti in qualità di “esperti”, come i compositori Raymond Legrand e Georges Van Parys e il regista e produttore René Clair. Grazie al loro interessamento la cantante registra il primo disco della sua carriera. I brani scelti per il debutto sono quelli contenuti nella colonna sonora del film “Le belle di notte” dello stesso René Clair mentre la direzione artistica è affidata a Pierre Hiégel. Il successo del primo disco regala a Mathé Altéry un contratto con la Pathé-Marconi una delle etichette più prestigiose dell’industria discografica francese. La sua voce da soprano leggero conquista ben presto il favore del grande pubblico e nel 1956 la cantante viene inviata a rappresentare la Francia al primo Festival della canzone Europea organizzato dall’Eurovisione, l’ente che raggruppa le emittenti pubbliche dell’Europa Occidentale. La prima edizione di quello che negli anni seguenti verrà ribattezzato con il nome di Eurofestival si svolge a Lugano, in Svizzera. Mathé Altéry non vince (la canzone vincitrice è Refrain, interpretata dalla rappresentante elvetica Lys Assia) ma la sua interpretazione lascia il segno grazie alle riprese televisive che la fanno conoscere anche al di fuori dei confini francesi. Alla fine degli anni Cinquanta lavora su progetti più complessi del semplice disco a 45 giri da tre minuti destinato al pubblico dei juke box. La sua dimensione ottimale diventa quella dei dischi a 33 giri, i cosiddetti long playing che in Italia qualcuno ribattezza anche “padelloni”, nei quali trova uno spazio più adeguato alle sue ambizioni. È proprio in quel periodo che nasce la cosiddetta “serie del 13”, un lungo elenco di incisioni che hanno la comune caratteristica di contenere tredici brani denunciandolo nel titolo: 13 valses, 13 valses viennoises, 13 airs d’opérettes, 13 airs de films, Le 13 plus belles chansons du monde e molte altre raccolte tra cui figura anche 13 mélodies de la Belle Époque, con cui vince il prestigioso Prix de l’Académie Charles-Cros nel 1957. Diventa anche una stella della televisione canadese e si esibisce in tour che attraversano molti paesi europei come l’Austria, la Germania, la Svizzera, la Spagna e la Scandinavia, ma anche lidi più lontani come le Antille, gli Stati Uniti o il Sudafrica. All’inizio degli anni Sessanta l’esplosione del rock and roll non ferma la sua attività. Mathé Altéry non si lascia impressionare dalle mode ma continua imperterrita per la sua strada incidendo le versioni francesi di vari musical cinematografici a partire dal pluripremiato “My fair lady”. La sua attività non conosce soste e sembra non risentire del passare del tempo. Nel 1975 registra un album di duetti in coppia con Lucien Lupi e porta in teatro “A travers chant”, uno spettacolo scritto da Christian Vebel e diretto da Jacques Ardouin. Nel 1988 Francis Lopez, il più grande compositore d’operette francese, la vuole per mettere in scena “Rêve de Vienne” all’Eldorado.





11 settembre, 2026

11 settembre 1904 - Jazz Gillum, il socio di Big Bill Broonzy

L'11 settembre 1904 nasce a Indianola, nel Mississippi, il cantante e armonicista blues Jazz Gillum, registrato all'anagrafe con il nome di William McKinley Gillum. Rimasto orfano molto giovane viene allevato da uno zio che gli trasmette la passione per la musica insegnandogli anche a suonare l'armonica. Ben presto, come molti altri bluesman decide di andarsene. Suona dove può e vagabonda per gran parte degli stati del Sud degli Stati Uniti prima di approdare a Chicago la città dell'Illinois, dove si fa conoscere suonando nei club del South Side. In quegli anni vive anche il suo momento magico quando insieme a Big Bill Broonzy costituisce un duo destinato a lasciare un segno importantissimo nella storia e nell'evoluzione del blues. Sull'onda del successo registra anche con vari gruppi di studio. Successivamente con l'irrompere di nuove mode finisce come molti altri bluesmen finisce ai margini della scena musicale. Nel 1961 torna a far parlare di sé grazie a Memphis Slim che lo cerca e lo aiuta a rientrare nel giro dei concerti. Quello che sembra l'inizio di un nuovo e lungo periodo di successi è destinato a durare poco. Il 29 marzo 1966, infatti, Jazz Gillum muore in quella Chicago che l'aveva fatto grande.


10 settembre, 2026

10 settembre 1952 - Il primo Telegiornale

Il 10 settembre 1952 viene trasmesso il primo notiziario televisivo della storia italiana. Dura quindici minuti ed è realizzato in via sperimentale sotto la direzione di Vittorio Veltroni. Per uscire dalla fase sperimentale occorrerà attendere il 1954 quando nascerà il telegiornale vero e proprio in edizione unica, che andrà in onda alle 20,45. All'epoca le redazioni sono costituite da due soli giornalisti, che si occupano anche della conduzione, e da cinque inviati prevalentemente nell'Italia del Nord. Lo stile è quello del cinegiornale: cinque o sei servizi e voce fuori campo del cronista.

09 settembre, 2026

9 settembre 1972 – La prima e unica volta di Arlo in classifica

Il 9 settembre 1972 Arlo Guthrie entra per la prima e unica volta della sua carriera nella classifica dei singoli più venduti negli Stati Uniti con il brano The city of New Orleans. Si tratta di un exploit casuale che non si ripeterà più. Il successo commerciale non si addice al suo personaggio e la musica è soltanto uno dei suoi mille interessi. Figlio del grande folksinger Woody Guthrie frequenta, fin da piccolo, le “cattive compagnie” della scena musicale antagonista statunitense legate alla sinistra e al movimento sindacale. Gli è maestro Pete Seeger, vecchio amico di suo padre e ostinato ribelle, perseguitato per le sue simpatie nei confronti dei comunisti. È lui che lo introduce sulla scena del folk di protesta americano fin dalla più tenera età. Arlo muove i suoi primi passi artistici negli anni Sessanta tra le comunità hippy, ma i suoi interessi non sono solo musicali. Pubblica, infatti, il libro fortemente autobiografico Alice's Restaurant, e interpreta se stesso nell’omonimo film diretto dalle abili mani di Arthur Penn. Nel 1967 la sua partecipazione al festival di Newport sembra consacrarlo tra le nuove stelle del folk politico statunitense, ma gli difetta la continuità e la sua timidezza rende difficile il suo rapporto con il pubblico dei grandi avvenimenti. Preferisce esibirsi in piccole riunioni o per cause importanti come i diritti civili e sindacali, le iniziative a favore delle minoranze o degli immigrati clandestini. Come molti figli d'arte rimane schiacciato dal confronto con la grandezza della figura del padre, nonostante la pubblicazione di album di notevole valore come Arlo nel 1968, Running down the road nel 1969 e Washington county nel 1970. I testi delle sue canzoni, più aspri e diretti di quelli di Bob Dylan, sono l'espressione della protesta sociale più radicale dell'America alla fine degli anni Sessanta, ma la sua produzione discografica è discontinua e non sempre curata. Memorabile resta l’album doppio del 1975 Live together in concert registrato dal vivo insieme a Pete Seeger. Nel 1982, dopo Precious friend, l’ennesimo album realizzato insieme a Pete Seeger, annuncia la sua intenzione di non pubblicare altri dischi, ma non manterrà fede all’impegno. Tornerà, infatti, in sala di registrazione a partire dalla colonna sonora del film Woody Guthrie - Hard travelin' da lui realizzato in omaggio al padre.




08 settembre, 2026

8 settembre 2001 – RE.SET, il primo festival italiano di dance ed elettronica

L'8 settembre 2001 il Campovolo di Reggio Emilia si trasforma nella capitale europea della musica dance ed elettronica. Nell'area, occupata dalla Festa Nazionale dell'Unità sbarca infatti RE.SET, il primo festival di dance ed elettronica italiana con una succulenta serie di artisti annunciati. L’iniziativa riempie un vuoto. Da tempo, infatti, in molti sottolineavano come alla scena dance ed elettronica italiana mancasse un grande appuntamento live, di ampio respiro, capace di misurarsi con i raduni di massa che costellano il panorama europeo. Dalla fin troppo citata Love Parade di Berlino, che in quell’anno dopo oltre un decennio mobilita oltre un milione di persone ai più modesti (si fa per dire) happening di Parigi con "soltanto" mezzo milione di persone o di Zurigo, che si attesta su trecentomila presenze, l'intera Europa vede lo svolgimento di grandi festival. L'Italia per lungo tempo ha guardato stupita, quasi distratta, ciò che avveniva negli altri paesi, pur con qualche lodevole eccezione. Mancanza d'interesse? Non sembra, visto che le attività nei club italiani e, soprattutto, nei Centri Sociali sono da tempo coronate da successo. A Milano, per esempio, l'attività del venerdì in Pergola è stata particolarmente attiva nei settori nu-jazz e drum'n'bass, mentre alcuni rave organizzati dal Leoncavallo, come quello con Goldie e Storm, hanno attirato migliaia di giovani entusiasti. Sempre per restare in Lombardia come dimenticare lo storico mercoledì dei Magazzini Generali che si ripete ormai da cinque anni? Ma la febbre non è soltanto nordica, visto che Roma dimostra un'effervescenza non inferiore alle altre capitali europee con serate come quella del venerdì all'Agatha, del sabato al Classico Village. Accanto all'ormai storico govedì del Goa, che ha ospitato, tra gli altri, Goldie, Darren Emerson e la Boutique di Fatboy Slim, non mancano nuove iniziative come l'apertura del Blue Cheese, un locale dedicato ai nuovi suoni del breakbeat e del drum'n'bass. Più orientate ai suoni tech-house appaiono, invece, Torino e Bologna, dove il Link resta il faro-guida della scena dance underground non soltanto locale. Insomma, il panorama italiano dell'elettronica mai come in quel periodo appare in forte crescita qualitativa e quantitativa. Per questa ragione l'appuntamento di Reggio Emilia diventa uno di quelli destinati a lasciare un segno. Non è un caso che proprio la cittadina emiliana si sia candidata a diventare, sia pure per un giorno la capitale della dance e dell'elettronica. Sul suo territorio l'anno prima è stata organizzata Clubspotting, una mostra di approfondimento sulla club culture che ha suscitato notevole interesse in tutto il mondo e di cui è prevista nel 2001 la seconda edizione. Sempre a Reggio c'è, poi, il Maffia Music Club, il cui Soundsystem funge da maestro di cerimonia nella lunga, lunghissima giornata del RE.SET. Il programma annunciato promette una rassegna unica nella pur lunga storia di questo genere musicale nel nostro paese. Tra le performance più attese c'è quella dei Transglobal Underground, il system che negli anni precedenti ha avuto nella propria line-up anche Natacha Atlas. Il loro suono capace di ardite contaminazioni tra tribalismo, rap arabo, campionamenti ipnotici e sonorità etniche, resta, a dieci anni dalla nascita dell'ensemble, un costante punto di riferimento per la scena del world groove. Ci sono anche Roni Size & Full Cycle, i quattro ragazzotti di Bristol vincitori di un Mercury Award e considerati tra i maggiori responsabili della diffusione nel mondo del drum’n’bass e i londinesi Pressure Drop con il loro suono radicale e antirazzista. L'orizzonte si allarga ancora con le esplorazioni del francese Frederic Galliano che mescolano musica elettronica, jazz e cultura africana e le tensioni sonore e ritmiche di Howie B. C'è anche Fabio, il dj esponente dell'ala più jazzy e musicale del drum'n'bass cui Matthew Collin ha dedicato un intero capitolo del suo libro "Stati di alterazione" che analizza la club culture inglese. Una sfida al razzismo e a favore dell'integrazione tra culture diverse è anche la presenza di Badmarsh & Shri esponenti di quell'Asian Underground che mescola funk, drum'n'bass, dub, musica indiana, London beat e jazz. Non manca neppure Wookie, considerato l'astro nascente del twostep garage britannico e neppure i suoni malfermi e uggiosi del breackbeat dei Freestylers. Non sono, infine, escluse presenze a sorpresa di artisti non annunciati. Il panorama italiano, oltre che dai Maffia Soundsystem è rappresentato dall'ex Aeroplanitaliani Alessio Bertallot, divenuto una sorta di profeta dell'elettronica che da qualche tempo, consapevole del suo ruolo, alterna evoluzioni ai piatti, rubriche radiofoniche e performance giornalistiche.

07 settembre, 2026

7 settembre 1984 – Viva i minatori, abbasso la Thatcher

Nel mese di settembre del 1984 i minatori britannici sono impegnati in una delle più lunghe e faticose battaglie che la storia sindacale di quel paese ricordi. Hanno occupato le miniere e sono determinati a resistere a oltranza contro i progetti del governo conservatore. Obiettivo principale della lotta sono i tagli sull’occupazione e, in particolare, la chiusura di alcune miniere, ma il loro impegno diventa anche la punta più avanzata del tentativo di contrastare il disegno governativo di smantellare gran parte della garanzie sociali. I minatori diventano un simbolo di resistenza che va al di là del settore produttivo nel quale operano e attorno alle loro famiglie si sviluppa un grande movimento di sostegno e solidarietà concreta. Associazioni sindacali, comitati e semplici cittadini concorrono a raccogliere fondi, cibo, abiti e tutto quanto serve per sostenerne le necessità primarie. Anche il mondo dello spettacolo si mobilita. Paul Weller, il leader degli Style Council, in una conferenza stampa annuncia la sua intenzione di tenere un concerto a Londra per raccogliere fondi da devolvere ai lavoratori in lotta e spiega ai giornalisti che «Quella gente sta lottando anche per noi, per il nostro futuro. Non possiamo chiedere loro di resistere per mesi senza salario, senza aiuto. Non hanno bisogno di chiacchiere, ma di soldi». L’idea di Weller trova adesione e consenso e il 7 settembre 1984 alla Royal Albert Hall di Londra, una delle sale da concerto più prestigiose della capitale britannica gli Style Council sono tra i protagonisti di una lunga kermesse musicale che vede presenti anche gli idolatrati Wham! di George Michael. I fondi raccolti durante il concerto vengono consegnati al coordinamento della lotta istituito dai sindacati, ma l’impegno di Weller non si ferma qui. Insieme a Mick Talbot, Jimmy Ruffin, D.C. Lee, Vaughn Toulouse e Junior Giscombe, pubblica, sotto il nome di Council Collective, il singolo Soul deep, il cui ricavato è esplicitamente destinato a sostenere le famiglie dei minatori in sciopero. Non si limiterà alle lotte sindacali. Negli anni successivi fonderà insieme ad altri artisti come Billy Bragg e gli Smiths l'organizzazione “Red Wedge”, una sorta di corrente musicale di appoggio all’azione della sinistra del partito laburista britannico.




06 settembre, 2026

6 settembre 1965 – Sacrilegio, il jazz in chiesa!

Il 6 settembre 1965 Duke Ellington riesce finalmente a realizzare uno dei suoi sogni d’artista cui tiene di più: un concerto di musica sacra in una chiesa. Non è stato facile perché per lungo tempo il progetto è stato ostacolato dagli ambienti religiosi più conservatori che, pur non obiettando in linea di principio sul fatto che il jazz possa servire ad avvicinare a Dio come gli altri tipi di musica in realtà lo contrastano nei fatti ritenendo che quei suoni e soprattutto quei ritmi sensuali siano più vicini al demonio che al creatore dell’universo. Non son mancate aperte prese di posizione contrarie, ma in genere la linea scelta è stata quella del muro di gomma, della scoperta di qualche cavillo imprevisto per negargli il luogo. Perché non svolgere il concerto in un teatro? Perché no. Cocciuto come sempre Duke Ellington non si arrende e vuole suonare in una chiesa. Finalmente il 6 settembre del 1965 il sogno si avvera. Con la sua orchestra esegue lo speciale e desiderato concerto sotto le ampie volte della Cattedrale della Grazia di San Francisco. La sua esecuzione si articola su una concatenazione di brani tra i quali spiccano quelli tratti da altri suoi lavori già conosciuti come Black Brown and Beige o My People. Il cuore del concerto è però uno splendido brano mai eseguito prima, In the Beginning God, che si avvale del contributo speciale delle voci di Esther Marrow e Jon Hendricks. Il successo dell’esibizione non placa né le polemiche né le proteste da parte degli ambienti religiosi più ortodossi, ma il tabù è ormai rotto. Sull’onda del successo Duke Ellington replica il suo concerto in altre cinquanta chiese statunitensi e poi in Inghilterra, nelle cattedrali di Coventry e Cambridge.





05 settembre, 2026

5 settembre 1974 - Marco Cocci, un cantante prestato al cinema e alla televisione

Il 5 settembre 1974 nasce in Toscana Marco Cocci, uno dei personaggi più conosciuti della scena indie-rock italiana divenuto anche attore e conduttore di successo. Quando, nel 1997 Marco Cocci ottiene il suo primo successo sul grande schermo con il film "Ovosodo" di Paolo Virzì non può essere definito uno sconosciuto. Gli appassionati frequentatori della scena musicale “indie” lo conoscono infatti come leader e frontman dei Malfunk, una band che l’anno prima ha pubblicato con buon successo l’album Tempi supplementari. Prima ancora era stato il cantante dei Sativa. La sua interpretazione di Tommaso, il ricco e viziato ribelle del film di Virzì, unita a un fortunato spot pubblicitario per una casa automobilistica, allargano a dismisura la sua popolarità Cocci sceglie di non abbandonare la musica per il cinema e mantiene l’impegno su entrambi i fronti. Dopo un fortunato e affollato tour nel 1998 pubblica con la sua band l’album Malfunk. Tre anni dopo centra un altro grande successo al cinema interpretando il personaggio di Alberto nel film "L’ultimo bacio" di Gabriele Muccino. Sempre nel 2001 interpreta anche il ruolo di Fede, il protagonista del film "Fughe da fermo" di Edoardo Nesi. Nel 2002 preferisce dedicarsi maggiormente ai Malfunk impegnati in un tour e nella registrazione del nuovo album Dentro, che viene pubblicato nel 2003 quando sarà anche nelle sale cinematografiche con due film: "Radio West" di Alessandro Valori e "Prima dammi un bacio" di Ambrogio LoGiudice. Nel 2004 esordisce anche come conduttore televisivo su MTV. Eclettico e curioso di sperimentarsi sempre in nuovi progetti negli anni successivi è tra gli interpreti di film come "Amatemi" di Renato De Maria nel 2005, "Progetto Fiorenza" di Alessio Della Valle, "Commediasexi" di Alessandro D’Alatri e "Rosso come il cielo" di Cristiano Bortone, nonché "Tutti intorno a Linda" di Barbara e Monica Sgambellone nel 2009. La carriera cinematografica non gli impedisce di continuare con la musica pubblicando nel 2007 l’album Randagi con i Malfunk né di condurre vari programmi televisivi.

04 settembre, 2026

4 settembre 1922 - Bob Greene, una passione per Jelly Roll Morton

Il 4 settembre 1922 nasce a New York il pianista Bob Greene. Il suo incontro con il pianoforte avviene quasi per caso e sull'onda della passione. Egli infatti impara a suonare da solo ascoltando i dischi di Jelly Roll Morton. Appena può cerca di perfezionare la sua tecnica e in breve si fa notare dal clarinettista George Lewis che gli propone di partecipare a un concerto alla Preservation Hall. Le sue prime incisioni importanti risalgono al 1952, quando registra alcune facciate per la Blue Note, con Sidney De Paris. Dopo aver lavorato con importanti personaggi di scuola New Orleans come i famosi batteristi Baby Dodds e Zutty Singleton, forma un'orchestra che ha in repertorio gran parte dei brani dei Red Hot Peppers di Roll Morton. La formazione, in gran parte composta di giovani musicisti, si avvale della collaborazione di Tommy Benford, che aveva suonato originariamente la batteria proprio con Morton. Muore nel 2013.


03 settembre, 2026

3 settembre 1966 – La band dal punto interrogativo

Sorpresa e curiosità suscita il 3 settembre 1966 l’ingresso nella classifica dei singoli più venduti di un brano interpretato da un gruppo il cui nome è preceduto da un punto interrogativo. Il brano è 96 tears e gli interpreti sono ? & The Mysterians. Il mistero sull’identità della band dà vita a una serie pressoché infinita di ipotesi. C’è chi sostiene sia un disco registrato per scherzo da un gruppo di anonimi sessionmen e chi ipotizza la presenza di nomi illustri dietro a quello che viene scambiato per uno pseudonimo. La casa discografica per molto tempo si guarda bene dal chiarire l’enigma, vista la risonanza del caso. Le congetture e le ipotesi sono, però, destinate a essere spazzate via dall’annuncio della prima tournée del gruppo. Si scopre così che ? & The Mysterians non sono un prodotto da laboratorio, ma una band di intraprendenti ragazzi messicani composta dal cantante “?”, il cui vero nome è Rudy Martinez, dal chitarrista Roberto “Bobby” Valderrama, dal bassista Frank Lugo, dall’organista Francisco “Frank” Rodriguez e dal batterista Eduardo “Eddie” Serrato. Immigrati in modo avventuroso negli Stati Uniti, hanno iniziato a suonare in una cantina della cittadina di Flint nello Stato del Michigan e in breve tempo sono diventati uno dei gruppi di punta del “garage beat” degli States. Il successo commerciale di 96 tears sorprende prima di tutto loro, ma è destinato a restare un episodio isolato che non riusciranno più a ripetere con le successive incisioni. In breve tempo ? & The Mysterians tornano a essere un gruppo “da cantina” idolatrato dai suoi ammiratori ma sostanzialmente ignorato dal music business. Un destino diverso toccherà al loro brano 96 tears che ancora oggi è considerato uno dei grandi classici del “garage” di quegli anni. Periodicamente tornerà a nuova vita e scalerà le classifiche grazie alle versioni di artisti come Eddie & The Hot Rods, Garland Jeffreys, gli Stranglers e tanti altri. Il ricorrente successo del brano riporta di tanto in tanto agli onori della cronaca anche i suoi primi interpreti come, nel 1985, quando gran parte del lavoro di ? & The Mysterians è stato pubblicato nell’album antologico 96 tears forever.


02 settembre, 2026

2 settembre 1986 - Il precoce talento di Debbie Gibson

La mattina del 2 settembre 1986, quando firma il suo primo contratto discografico con la Atlantic, la cantautrice Debbie Gibson ha compiuto sedici anni da meno di due giorni. È nata, infatti, il 31 agosto 1970 a Long Island. I discografici non vogliono, però, perdere tempo e già nel pomeriggio la ragazza inizia a registrare il suo primo album sotto le attente cure del produttore Fred Zarr. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare non si tratta dell’ennesimo caso di un’adolescente belloccia dall’immagine patinata costruita a tavolino da furbi produttori. Pianista, cantante e autrice precoce Debbie Gibson è da tempo un personaggio nell’ambiente musicale newyorkese. A partire dall’età di sei anni si è fatta notare con una serie di composizioni premiate in vari concorsi riservati ai giovani talenti. Allieva, come Billy Joel, del grande Morton Estrin, nel 1984 ha prestato la sua voce alla colonna sonora del film "Ghostbusters" e un anno dopo è stata scelta dai produttori del musical "I miserabili", ispirato al romanzo di Victor Hugo, per vestire sulla scena i panni della giovane protagonista. Il padre ha ritenuto, però, che il tempo di permanenza in scena e le fatiche del teatro musicale fossero incompatibili con la sua giovane età, per cui non se n’è fatto niente. Le più importanti case discografiche statunitensi l’hanno corteggiata con insistenza e alla fine l’ha spuntata l’Atlantic Records. La sedicenne Debbie pubblica nei primi mesi del 1987 il suo primo album Out of blues, che arriva al terzo posto nelle classifiche di vendita statunitensi, dal quale vengono estratti alcuni singoli di successo come Only in my dreams, Shake your love e Out of the blue . Nel 1988 con Foolish beat ottiene uno straordinario successo di vendite tanto da diventare la più giovane cantautrice mai arrivata al vertice delle classifiche discografiche statunitensi. Contrariamente a quanto accade a molti giovanissimi artisti Debbie non perderà mai il senso della misura. Terminerà gli studi e, dopo il parziale insuccesso del terzo album Anything is possible, nel 1990 deciderà di ritirarsi per qualche tempo dalle scene musicali e di dedicarsi al teatro. Tornerà in sala di registrazione solo nel 1993.


01 settembre, 2026

1° settembre 1891 - Ferdinando, padre della Lambretta

Il 1° settembre 1891 nasce a Pescia Ferdinando Innocenti, figlio di Dante: Il ragazzo intraprendente impara a fare il fabbro e nel 1906 fonda le “Ferramenta Innocenti”, un’azienda specializzata in recuperi e vendita di ferrame usato. Il giovane Innocenti, ritrovatosi alla guida dell’impresa a soli diciotto anni segue affascinato le sperimentazioni tecniche per l’utilizzo dei tubi nelle costruzioni e decide che quello sarà il prodotto del futuro. Fa proprie le tecnologie della Dalmine, adotta il sistema di montaggio/smontaggio messo a punto dalla britannica Scafolding e trasferisce baracca e burattini in quel di Roma. Lo stabilimento dell’Urbe produce ponteggi per l’edilizia e impianti d’irrigazione ottenendo commesse prestigiose, dal sistema d’irrigazione dei giardini del papa a Castelgandolfo alle tribune “posticce” per gli stadi che ospitano i mondiali di calcio del 1934. Nel 1933 apre i battenti lo stabilimento di Lambrate che, anche grazie alle commesse belliche, diventa un’area industriale così importante e così grande da poter deviare anche il corso del fiume Lambro. Ai motori l’Innocenti arriva nel dopoguerra quando, in piena ricostruzione, si pensa a un mezzo leggero capace di rispondere alle nuove esigenze di mobilità della popolazione italiana. La prima idea è quella di produrre uno scooter sfruttando l’esperienza e la tecnologia nel lavorare le lastre d’alluminio. Il primo progettista è il colonnello D’Ascanio che, dopo una lite con Ferdinando, se ne va alla Piaggio dove inventerà la Vespa. Gli subentra un altro ex ufficiale, il colonnello Torre, che progetta la Lambretta, destinata a un grande successo negli anni Cinquanta. Il primo a pensare alle automobili è Luigi Innocenti, figlio di Ferdinando e subentratogli alla guida dell’impresa che, dopo vari tentativi, prende contatti con la britannica BMC per produrre su licenza l’Austin A40, un’utilitaria a due porte spinta da un motore da 950 cc. Proprio sulla base della A40 l’Innocenti realizza, con l’aiuto della Ghia, le Innocenti 950 Spider e Coupé. Nel 1963 fa anche il tentativo di inserirsi nel segmento delle vetture medie a quattro porte con la Innocenti IM3, versione italiana della Morris 1100. Il miglior momento dal punto di vista produttivo della casa di Lambrate coincide con il boom della Mini, la rivoluzionaria vetturetta britannica divenuta uno dei simboli della rivoluzione giovanile degli anni Sessanta. Innocenti inizia a produrla su licenza nel 1965. L’anno dopo Ferdinando Innocenti muore.