Il 29 settembre 1975 il Latin Casino di Cherry Hill nel New Jersey è affollato da un pubblico entusiasta e attento. Sul palco c’è il soulman Jackie Wilson, un artista che sa bene come affascinare l’uditorio con il suo passo dinoccolato, le sigarette che si susseguono una dopo l’altra e le canzoni cantate con voce potente e inframmezzate da battute. Improvvisamente il cantante barcolla, come se avesse incontrato un ostacolo invisibile, e cade a terra battendo violentemente la testa contro il cordolo che delimita l’esterno del palco. Il suo corpo non si muove più. Arriva un’ambulanza che lo trasporta rapidamente al più vicino ospedale. I medici del Pronto Soccorso accertano che è stato colpito da un lieve attacco cardiaco. Quello che li preoccupa, però, non è il cuore, ma la testa. Nella caduta il cantante ha, infatti, riportato gravissime lesioni al cervello. Riusciranno a risvegliarlo dal coma, ma non a ridargli una vita. Passerà nove anni in uno stato vegetativo, senza più comunicare con il mondo, prima di morire il 21 gennaio 1984. Si consuma così la triste fine di uno dei più esplosivi interpreti del soul statunitense, amato alla follia dal suo pubblico che gli perdona tutto: gli eccessi, la passione per le donne e per la droga e gli inevitabili e frequenti guai con la giustizia. Ex pugile di successo, vincitore del Golden Glove nella categoria dei pesi welters ed ex cantante dei Dominoes, è tra i protagonisti dell’esplosione del soul ‘n’ roll nero. Al momento dell’incidente ha trentanove anni e non è la prima volta che rischia la vita su un palcoscenico. La leggendaria esuberanza delle sue ammiratrici per poco non gli è fatale nel 1961 quando una fan, in preda a una violenta crisi isterica, gli spara a bruciapelo e lo ferisce gravemente. Dopo una lunga degenza in ospedale ricomincia. Negli anni Settanta fa storcere il naso ai puristi e ai critici bianchi con le sue dissacranti e violente incursioni nella musica classica e lirica come Alone at last, (una riscrittura ritmata di Ciaikovskij) e My empty arms (versione “nera” di un brano di Leoncavallo). Lui non si cura delle critiche. «Se i bianchi rubano la nostra musica perché io non posso migliorare la loro?» racconta tra una sigaretta e l’altra al pubblico in adorazione. I suoi programmi si fermano, però, sul palco di Camdem, in quella dannata sera di settembre in cui il suo cervello smette di funzionare per sempre. Quello che viene chiamato "rock" non è soltanto un genere musicale. È uno stato d'animo, un modo d'essere che incrocia la musica, il cinema, la letteratura, il teatro e la creatività in genere compresa quella destinata alla produzione industriale. Per chi è nato negli anni Cinquanta e Sessanta è un sottofondo, una colonna sonora di ogni momento della vita, di pensieri e ricordi. Esiste da sempre e aiuta a vivere meglio...
29 settembre, 2026
29 settembre 1975 – La caduta di Jackie Wilson
Il 29 settembre 1975 il Latin Casino di Cherry Hill nel New Jersey è affollato da un pubblico entusiasta e attento. Sul palco c’è il soulman Jackie Wilson, un artista che sa bene come affascinare l’uditorio con il suo passo dinoccolato, le sigarette che si susseguono una dopo l’altra e le canzoni cantate con voce potente e inframmezzate da battute. Improvvisamente il cantante barcolla, come se avesse incontrato un ostacolo invisibile, e cade a terra battendo violentemente la testa contro il cordolo che delimita l’esterno del palco. Il suo corpo non si muove più. Arriva un’ambulanza che lo trasporta rapidamente al più vicino ospedale. I medici del Pronto Soccorso accertano che è stato colpito da un lieve attacco cardiaco. Quello che li preoccupa, però, non è il cuore, ma la testa. Nella caduta il cantante ha, infatti, riportato gravissime lesioni al cervello. Riusciranno a risvegliarlo dal coma, ma non a ridargli una vita. Passerà nove anni in uno stato vegetativo, senza più comunicare con il mondo, prima di morire il 21 gennaio 1984. Si consuma così la triste fine di uno dei più esplosivi interpreti del soul statunitense, amato alla follia dal suo pubblico che gli perdona tutto: gli eccessi, la passione per le donne e per la droga e gli inevitabili e frequenti guai con la giustizia. Ex pugile di successo, vincitore del Golden Glove nella categoria dei pesi welters ed ex cantante dei Dominoes, è tra i protagonisti dell’esplosione del soul ‘n’ roll nero. Al momento dell’incidente ha trentanove anni e non è la prima volta che rischia la vita su un palcoscenico. La leggendaria esuberanza delle sue ammiratrici per poco non gli è fatale nel 1961 quando una fan, in preda a una violenta crisi isterica, gli spara a bruciapelo e lo ferisce gravemente. Dopo una lunga degenza in ospedale ricomincia. Negli anni Settanta fa storcere il naso ai puristi e ai critici bianchi con le sue dissacranti e violente incursioni nella musica classica e lirica come Alone at last, (una riscrittura ritmata di Ciaikovskij) e My empty arms (versione “nera” di un brano di Leoncavallo). Lui non si cura delle critiche. «Se i bianchi rubano la nostra musica perché io non posso migliorare la loro?» racconta tra una sigaretta e l’altra al pubblico in adorazione. I suoi programmi si fermano, però, sul palco di Camdem, in quella dannata sera di settembre in cui il suo cervello smette di funzionare per sempre. 28 settembre, 2026
28 settembre 1970 - L’ultima volta delle Renault 8 Gordini
Il 28 settembre 1970 scendono per l’ultima volta in pista le Renault 8 Gordini dopo aver dominato per anni nei Rally europei. Tutto comincia sei anni prima. «La Renault 8 Gordini nasce per consentire a tutti gli appassionati di guida sportiva di soddisfare la propria passione senza dover sborsare il costo spropositato di un prototipo o di una vettura di lusso». Queste parole sono stampate a lettere cubitali sul foglio che apre la cartella stampa con la quale la Renault annuncia nell’autunno del 1964 la nascita della R8 Gordini, un’auto destinata a sostituire la leggendaria Dauphine nei rally e a infiammare il cuore degli appassionati. Visto dal di fuori non si tratta di un modello nuovo, ma di una sorta di aggiustamento di una vettura già esistente. La Renault 8, infatti, gira sulle strade e sui circuiti di tutta Europa da un paio d’annetti, con un motore derivato direttamente da quello della già citata Dauphine, di cui rappresenta un po’ la naturale evoluzione. I risultati sportivi, però, sembrano non sostenere il confronto con la vettura che l’ha preceduta. Abituata a dominare o, quantomeno, a lasciare il segno, la Renault non può accontentarsi delle scarse performance della R8. Infatti non s’accontenta. Accade così che, mentre gli ambienti sportivi s’interrogano sulle reali potenzialità di quel modello e i più esigenti iniziano a storcere il naso, il progettista Amédé Gordini stia già lavorando nel suo laboratorio di Boulevard Victor Hugo a Parigi a un motore di nuova concezione destinato a trasformare quella che sembra la pallida erede della Dauphine in una velocissima bomba. Il geniale mago della meccanica decide di accantonare la motorizzazione in essere. Recupera un motore a 4 cilindri da 956 cmc originariamente montato sulle Estafette e sulle Caravelle e comincia a modificarlo e a ridisegnarne alcune componenti per aumentarne la potenza e la duttilità. I risultati non si fanno attendere e in breve tempo la cilindrata passa da 956 a 1.108 cmc. Il nuovo motore, che sui registri Renault porta la sigla R1134, montato sulla R8 dimostra di avere potenzialità e performance decisamente inusuali per le vetture da turismo sportivo all’epoca. Quando, in prova, tocca i 170 kmh la casa francese capisce di avere tra le mani un gioiello. Nel 1964 sono pochissime le berline in grado di competere con un veicolo che abbia una velocità massima di 170 kmh. Per fare un paragone basti pensare che la leggendaria DS19 della Citroën non supera i 160 kmh mentre la Peugeot 404 fatica a raggiungere i 140! L’arrivo sulla scena automobilistica della Renault 8 Gordini ha, quindi, l’effetto di un fulmine a ciel sereno, una sorta di tornado che si abbatte sulle certezze degli addetti ai lavori e sconvolge pronostici e gerarchie. Un mese dopo la presentazione ufficiale la vettura trionfa al Rally di Corsica, dove si ripeterà anche nel 1965 e nel 1966, superando le Alfa Romeo GTA e le Porsche 911. I risultati stimolano la creatività. L’entusiasmo degli sportivi e della stampa specializzata spingono la Renault a non accontentarsi dei positivi risultati raggiunti e a lavorare ancora sulla competitività della vettura. Nel 1966 viene presentata la R8 Gordini 1300. Distinguibile dalla prima serie per la calandra a quattro fari, l’auto monta un motore da 1255 cmc che accresce la potenza delle frecce blu sui circuiti da Rally di tutto il mondo. Nonostante tutto, però, Renault mantiene la caratteristica fondamentale della prima R8 Gordini: il prezzo contenuto rispetto agli altri modelli in circolazione. Questa scelta, unitamente alla solida maneggevolezza dell’auto, saranno una delle componenti fondamentali della leggenda targata Gordini. Nascerà anche un circuito di gare riservate a questa vettura e moltissimi giovani talenti sceglieranno di iniziare così la loro carriera. Dopo la 1300 Gordini comincia a ritenere decisamente finito il lavoro di miglioramento della vettura. L’unico cambiamento sostanziale riguarda il colore della carrozzeria che, fin dagli inizi, è stato unico e quasi intoccabile: blu con due bande verticali bianche che la attraversano verticalmente. Nel 1968, non senza proteste e indignazioni, la gamma dei colori disponibili si allarga a ben quattro tinte diverse, tutte rigorosamente corredate dalle due bande verticali. Nello stesso anno si comincia a parlare di un nuovo misterioso progetto che prende corpo nel 1970 con l’annuncio della fine della produzione delle Renault 8 Gordini. A giugno la catena di montaggio si ferma per sempre mentre il 18 e 19 luglio sul Circuito Paul Ricard di Le Castellet vengono presentate per la prima volta le nuovissime Renault 12 Gordini, auto diversissime per concezione e per meccanica con trazione e motore anteriori. Nonostante tutto, però, la R8 Gordini resta nel cuore della gente e sono migliaia le persone che accorrono il 28 settembre a salutare per l’ultima volta in pista le vetture blu e bianche. Quando la bandiera a scacchi chiude l’ultima corsa della squadra ufficiale delle R8 l’ovazione del pubblico fa capire che l’eredità di quest’auto sarà difficile da raccogliere.27 settembre, 2026
27 settembre 1997 - Quando Dylan cantò per Wojtyla

Il 27 settembre 1997 Bob Dylan partecipa a Bologna a un concerto nell'ambito del Congresso Eucaristico. L'evento è caratterizzato dalla presenza del Papa al quale alcuni ragazzi leggono i testi di Forever young e Blowin' in the wind prima dell'esibizione del cantautore. Quando Bob Dylan sale sul palco, forse perché è reduce da una serie di cure per problemi cardiaci appare gonfio e dà l'impressione di essere sofferente. La canzone d'apertura del suo breve concerto è Knockin' on heaven's door. La band che l'accompagna è composta da Dave Kemper alla batteria, Larry Campbell alla chitarra, Bucky Baxter al dobro e ai cori e Tony Garnier al basso. Il Papa assiste al concerto seduto su una specie di scranno collocato lateralmente al palco. La seconda canzone è A hard rain's a-gonna fall. Al termine del brano Tony Garnier si avvicina a Dylan e gli annuncia che può andare a salutare il Papa. Il cantautore si toglie il cappello e lo raggiunge. Dopo il breve omaggio torna sul palco e chiude l'esibizione con Forever young, un esplicito omaggio a Wojtyla.
26 settembre, 2026
26 settembre 1954 - Carla Bissi, in arte Alice
Il 26 settembre 1954 nasce a Forlì la cantante Carla Bissi, oggi più conosciuta come Alice. Nel 1971 vince con il suo vero nome il Concorso di voci nuove di Castrocaro e partecipa al Festival di Sanremo dell’anno successivo sempre come Carla Bissi con il brano Il mio cuore se ne va. Sempre nel 1972 vince la Gondola d'Argento, a Venezia, con La festa mia. Dopo alcuni dischi e un paio di album senza particolare successo, nel 1978 decide di lasciare per un po’ le scene. Nel 1980 con il nome di Alice Visconti e la produzione di Franco Battiato e Giusto Pio pubblica l'album Capo Nord da cui viene estratto un singolo di grande successo: Il vento caldo dell'estate. Divenuta semplicemente Alice, nel 1981 con il suo brano Una notte speciale entra nelle classifiche di mezza Europa. Il 5 maggio 1984 partecipa all'Eurofestival in coppia con Franco Battiato con il brano I treni di Tozeur e nel 1985 ottiene il premio Tenco come miglior interprete femminile. Negli anni successivi tende ad approfondire le esperienze di collaborazione con grandi musicisti non rinunciando a cimentarsi anche con autori "difficili" come Satie, Faurè e Ravel e privilegiando sempre la qualità del suo lavoro rispetto alle possibilità commerciali.25 settembre, 2026
25 settembre 2005 - 50 Cent: voglio che gli altri si tolgano dalle palle...
Il 25 settembre 2005 il rapper 50 Cent, uno dei monumenti dell’hip hop, si esibisce al Palalottomatica di Roma. È il primo concerto di un breve tour italiano di tre tappe. La seconda tappa sarà al Vox Club di Bologna e la terza e ultima al Forum di Assago. Sbarca così, attesissimo, nel nostro paese uno dei fenomeni della scena musicale di quel periodo. 50 Cent, che all’anagrafe si chiama Curtis Jackson, è un raro esemplare di tenacia, furbizia da strada e capacità di comunicare senza tante mediazioni di comodo. Qui da noi i suoi dischi sono arrivati relativamente tardi, visto che il grande pubblico ha potuto conoscerlo soltanto a partire dal 2003 con l’album Get Rich or Die Tryin e il singolo In Da Club, ma è stato amore a prima vista come testimoniano le settantamila copie vendute dell’album e le dodicimila presenze all’unica data live in quel di Milano. Nel 2005 ritorna mentre il suo nuovo lavoro in studio, The Massacre, sta volando alto. Egocentrico, violento, aggressivo, maschilista, bandito, gangster, da tempo si sprecano le definizioni, prevalentemente negative, di questo fenomeno di massa che ha conquistato prima le strade dei ghetti neri statunitensi e poi il pubblico di tutto il mondo. La critica musicale fa oggettivamente fatica a capirlo completamente. Curtis, il futuro 50 Cents apre gli occhi sul mondo in seno a una dinastia legata al mondo dello spaccio nella circoscrizione del Queens, a New York e nel breve volgere di pochi anni deve imparare a cavarsela da solo. Orfano giovanissimo si guadagna i gradi del ghetto agli angoli del quartiere, sul marciapiede del Guy R. Brewer Boulevard dove inizia a darsi da fare per riempire tasche e stomaco senza guardare troppo per il sottile. Sulla strada vive e sulla strada incontra il rap, una forma espressiva che gli sta addosso come un vestito comodo. Il suo primo contratto discografico lo lega alla JMJ, l’etichetta del DJ dei Run DMC, Jam Master Jay, che morirà assassinato nel suo studio di registrazione. Proprio da lui 50 Cents impara come gestire un brano, i ritornelli e la costruzione delle strofe. Nel 1999, i Trackmasters, produttori di successo, riescono a farlo scritturare dalla Columbia Records. Per vincere la sua indolenza lo chiudono per due settimane e mezzo in uno studio di registrazione di New York e mettono le basi per l’ormai leggendario album Power Of A Dollar, mai pubblicato, ma diffuso ugualmente dalle radio di strada e dai mixtape. Il giocoso inno alla rapina How to Rob (Come rubare) in cui immagina di intaccare le fortune dei rapper più popolari gli fa il vuoto intorno. Mentre lui si affanna a spiegare che «si tratta di una farsa basata sulla realtà che la gente trova divertente, ma non c’è nulla di personale…», in molti, da Jay-Z a Big Pun, a Sticky Fingaz e Ghostface Killah gli rispondono con canzoni minacciose. Non sono soltanto parole. Nell’aprile del 2000, 50 Cent viene colpito da nove pallottole, una delle quali, da nove millimetri, lo centra in volto. Sopravvive, ma deve ricominciare da capo perché la Columbia Records lo scarica. L’uomo non si deprime e decide di continuare senza major tra i piedi con l’aiuto di un nuovo socio e amico, Sha Money XL. Insieme producono decine di brani contando sul responso della strada, spesso in grado di far la differenza nel mondo del rap. Nella tarda primavera del 2001, pubblica un album intitolato Guess Who’s Back? (Indovina chi è tornato?) e dà vita a una sua crew, la G Unit. Pochi mesi dopo mette in circolazione un bootleg intitolato 50 Cent Is the Future (50 Cent è il futuro) nel quale rivisita brani di artisti come Jay-Z e Raphael Saadiq. La svolta arriva quando Eminem annuncia ai quattro venti che «è 50 Cent il mio rapper preferito» e decide di prenderlo sotto la sua ala. Da simpatico gaglioffo 50 Cent prima di adeguarsi alle regole del suo nuovo protettore approfitta della pubblicità per mettere in giro un altro bootleg destinato alla strada dal titolo No Mercy, No Fear (Nessuna pietà, niente paura) che contiene anche Wanksta il brano inserito nella colonna sonora del film di Emanem “8 Mile”. È l’inizio del successo planetario scandito dal già citato Get Rich or Die Trying che vende quasi un milione di copie nei primi cinque giorni e dal successivo The Massacre. Di sé dice: «A 12 anni mi è stato dato il passaporto per il ghetto, anche se ero ancora un bambino. Poiché ero solo, erano i miei compari più grandi della mia zona a prendersi cura di me. Qualcuno che occupava una posizione di potere un giorno mi ha detto: da questo momento non ti darò più il tuo pesce quotidiano... Ecco qui la tua canna da pesca. Non era una cattiveria perché lui conosceva solo quello stile di vita, quello del trafficante. Ma devo dire che è stato Eminem a salvarmi dalla strada. Se ti ci fermi troppo a lungo, la sua legge dice che alla fine ammazzerai qualcuno e allora verrai ammazzato a tua volta oppure finirai in galera. La musica per me è stata una via di fuga, una fuga dalla merda». Il 50 Cents che arriva in Italia è il solito spavaldo bullo di strada sicuro di sé che presentava così il suo ultimo album «Quando questo disco uscirà, sarà dura per gli altri andare in giro per il paese…» facendo capire che le regole della giungla del music business non sono diverse da quelle del marciapiede: «…sto ancora cercando di spazzare via la concorrenza dalla mia zona. Il titolo dell'album parla da sé: voglio che gli altri rapper si tolgano dalle palle...».24 settembre, 2026
24 settembre 1872 - Isidore Barbarin, fedele al jazz delle origini
Il 24 settembre 1872 nasce a New Orleans, in Louisiana, Isidore Barbarin, padre di Louis e di Paul suonatore di mellophon, corno e tuba, uno dei protagonisti del jazz delle origini. Nel 1889 a soli diciassette anni entra a far parte della Onward Brass Band con la quale resta fino al 1898. Successivamente suona nella prestigiosa Excelsior Brass Band diretta da Theogene V. Baquet, una formazione nella quale si avvicendano musicisti del calibro di Lorenzo Tio, John Robichaux, James Williams, George Baquet e Alphonse Picou. Chiusa l'esperienza con la Excelsior passa all'altrettanto celebre Tuxedo Brass Band di cui fanno parte i cornettisti Joe Howard e Louis Dumaine e il clarinettista Alphonse Picou che è già stato suo partner nella Excelsior. Di fronte all'irrompere sulla scena jazz di nuovi stili rifiuta di adeguarsi e continua imperterrito a darsi da fare nei locali di New Orleans. Dopo la seconda guerra mondiale in pieno clima New Orleans Revival, ha avuto l'opportunità di tornare alla ribalta Muore a New Orleans il 2 giugno 1960.23 settembre, 2026
23 settembre 1928 - Michel Gaudry, un disegnatore al contrabbasso
Il 23 settembre 1928 a Eu, nel dipartimento Seine Maritime, in Francia, nasce il contrabbassista Michel Gaudry. La sua prima educazione musicale avviene su strumenti diversi da quello che gli procurerà la fama. Quando è ancora un giovane studente di arti grafiche si dedica con passione allo studio del pianoforte e del clarinetto. Più grandicello, mentre lavora come disegnatore al Genio Civile, frequenta i club jazzistici di Parigi, soprattutto “Les Lorientais”, che in quel periodo è un po’ il regno di Claude Luter. Nelle lunghe serate parigine si innamora del contrabbasso e quando per lavoro è costretto a trasferirsi in Svizzarea decide di studiarlo sul serio. Si iscrive al conservatorio e si esercita esibendosi in un trio. Quando torna in Francia è pronto per il salto di qualità. Scritturato dal pianista Art Simmons inizia a suonare al Mars Club dove resta per moltissimi anni, accompagnando con il suo contrabbasso personaggi come Dexter Gordon, Lee Morgan e Billie Holiday. Passa poi ad altri club parigini, soprattutto al Blue Note dove suona con Kenny Drew e Art Taylor. La sua attività non si esaurisce nel jazz. Il suo contrabbasso accompagna anche molte stelle del varietà parigino, come Georges Moustaki, Barbara, Serge Gainsbourg e Joséphine Baker. In più è il contrabbassista della Swing Machine di Gérard Badini fin dall'epoca delta sua formazione. La grafica e il disegno, cioè quelle arti che dovevano essere il suo mestiere, invece, diventano il suo hobby: Michel Gaudry firma per molto tempo gran parte delle vignette umoristiche della rivista “Jazz Magazine”. 22 settembre, 2026
22 settembre 1922 - Blind Donald Dawson, il pianista non vedente che trovò la fortuna in Inghilterra
Il 22 settembre 1922 nasce a Cobleskill, New York, il pianista Blind Donald Dawson, all'anagrafe Donald Arthur Dawson. Rimasto orfano a tre mesi e praticamente cieco dalla nascita frequenta la Batavia School For The Blind, un istituto per non vedenti della vicina città di Buffalo. La sua menomazione non gli impedisce di coltivare la passione per la musica. Cominciato a esibirsi in pubblico nel 1940, a diciott'anni, suonando sia il pianoforte che il violino nelle feste e nei locali. Stabilitosi ad Albany, dal 1945 suona in un'orchestra locale come organista e pianista. Più tardi appare in veste di solista al Brass Rail di Troy. Dopo aver lavorato per molti anni con gruppi di soul music, nel 1973 scoperto da Kip Lornell ottiene un buon successo in Gran Bretagna pubblicando vari dischi con l'etichetta discografica Flyright. Muore a New York il 12 febbraio 1999.21 settembre, 2026
21 settembre 2002 - Peter Gabriel e l'album del plenilunio
Il 21 settembre 2002 arriva nei negozi l'album Up di Peter Gabriel. Spontaneità e improvvisazione sono due termini che non appartengono al vocabolario personale dell'ex leader dei Genesis che ha sempre cercato di non lasciare quasi niente al caso. Se fosse rivolto a qualcuno dei suoi colleghi un giudizio come questo suonerebbe negativo, ma nel suo caso non è così, anzi diventa l'indicatore di una ricerca costante e un'insoddisfazione di fondo così lontane dai tempi e dalle regole del music business da diventare quasi un gesto rivoluzionario. Son passati dieci anni da quando ha pubblicato l'ultimo disco compiuto, dieci anni nei quali ha trovato modo di cambiare idea più volte non solo sulla musica, ma anche sulla propria vita, visto che nel frattempo ha divorziato, ha trovato una nuova compagna, è diventato padre e, in concomitanza con la conclusione dell'album, ha deciso anche di risposarsi. Così, a distanza di sette anni dall'inizio della lavorazione è arrivato Up, un disco nuovo i cui brani al momento dell'uscita sono già quasi tutti stati testati da tempo via Internet. Il buon Peter racconta che gli undici pezzi sono stati scelti tra circa centotrenta, lasciando intendere che la sua ricerca non era orientata a selezionare il meglio del meglio, ma semplicemente a infilare una serie di temi musicali utili a dare un senso all'idea che aveva in mente. Visto il numero dei brani scartati e considerando che la musica è come il maiale (non si butta via niente) c'è chi sospetta che ci si debba attendere a breve termine una nuova serie di album. Conoscendo Peter, tutto può essere, ma non è detto. Per evitare figuracce non conviene dare per scontato niente quando si parla di un musicista che più volte ha preso a calci regole, gloria e logica per inseguire un sogno nuovo. Up è disponibile nei negozi a partire dal 21 settembre, in coincidenza con il plenilunio. Quella delle fasi lunari è una "flippa" che da tempo cattura l'attenzione dei frequentatori del suo sito ufficiale, ormai divenuto una sorta di club dei lunatici. Anche la messa in rete della anticipazioni dei brani ha coinciso con le fasi di luna piena. Il lavoro di ricerca si sente fin dal primo brano, quel Darkness, nel quale ci si ritrova a visitare la "casa nel bosco", che contiene le paure e le fantasie della fanciullezza. L'intero disco è una sorta di lungo viaggio interiore, appoggiandosi a situazioni esterne (spesso poco più di un pretesto musical-letterario) alla ricerca di quell'equilibrio che il musicista dice di aver trovato. Anche dal punto di vista musicale la ricerca è complessa e attraversa l'intera esperienza di Peter Gabriel, non escluso qua e là qualche richiamo, pur se non rivendicato, al periodo dei Genesis. Una curiosità per gli intenditori è rappresentata da More than this, forse il più positivo e ottimista dell'intero album, di cui si racconta che Peter abbia scritto anche la partitura per la chitarra, uno strumento che non ha mai imparato a suonare e che usa in modo decisamente naïf, con manipolazioni e campionamenti d'ogni tipo. A far da trailer al lavoro è stato scelto The Barry Williams Show, un brano che mette alla berlina la cosiddetta "TV verità" e stabilisce un collegamento tra le disfunzioni comportamentali e la televisione di massa. «La televisione è gradevole, ma pericolosa e, come accade per i medicinali, va assunta in dose giusta. Io se resto esposto al tubo catodico per più di mezz'ora divento uno zombie». Il disco è tutto suo. Per la prima volta s'è occupato interamente della produzione, anche se nella fase finale del missaggio ha chiesto un aiutino a Tchad Blake, cui si è aggiunto Stephen Hague per il missaggio di I Grieve. Sempre per non lasciare niente al caso ha radunato una serie di musicisti navigati come il chitarrista David Rhodes, il bassista Tony Levin e il contrabbasso di Danny Thompson, più la solita serie di batteristi e percussionisti che lui, ex batterista, non manca mai di schierare: Manu Katche, Ged Lynch, Dominic Greensmith, Will White, Ged Lynch, Mahut Dominique e Hossam Ramzy. Tra le voci che intervengono ci sono quelle dello scomparso Nusrat Fateh Ali Khan, di sua figlia Melanie e degli arzilli anzianotti che compongono i Blind Boys of Alabama. Tra gli ospiti, infine, sono ancora da citare il chitarrista Daniel Lanois e l'immancabile Peter Green, uno suoi miti adolescenziali.20 settembre, 2026
20 settembre 2003 - Gordon Mitchell, il Maciste più amato dal pubblico
Il 20 settembre 2003 muore l'attore Charles Pendleton, in arte Gordon Mitchell. Ha ottant'anni. Nasce infatti a Denver, in Colorado, il 29 giugno 1923. Dopo il divorzio dei suoi genitori si trasferisce con la madre a Inglewood, in California. Infanzia e giovinezza trascorrono tra le fatiche degli studi e la passione per la palestra dove inizi a praticare il culturismo. Allo scoppio della seconda guerra mondiale parte per il fronte dove viene catturato dai tedeschi e rinchiuso in un campo di prigionia da cui esce soltanto al termine del conflitto. Tornato a casa, dopo essersi laureato in biologia e anatomia inizia a lavorare come insegnante. Richiamato sotto le armi per la guerra di Corea, dopo il congedo definitivo si trasferisce a Santa Monica, in California, dove entra a far parte del ristretto gruppo dei più famosi culturisti di quel periodo. Nel 1955 debutta nel cinema con una piccola parte non accreditata in "L’uomo dal braccio d’oro" di Otto Preminger e l’anno dopo viene scritturato da Cecil B. De Mille per "I dieci comandamenti" nel quale interpreta il ruolo di uno dei torturatori di Charlton Heston. A partire dagli anni Sessanta arriva in Italia e diventa una delle stelle dei peplum facendosi apprezzare come uno dei più amati interpreti del ruolo di Maciste. Con l’esaurirsi del filone passa a generi diversi come il western, il poliziesco e la fantascienza. Federico Fellini gli affida una parte in "Satyricon" e John Huston lo scrittura per il suo "Riflessi in un occhio d'oro". Non abbandonerà mai il cinema fino alla morte che lo coglie a Marina del Rey, in California, il 20 settembre 2003.19 settembre, 2026
19 settembre 1927 - Peter Van Wood, tra canzone e astrologia
Il 19 settembre 1927 a L’Aia, in Olanda, nasce Peter Van Wood. All’età di quattordici anni comincia a suonare la chitarra prima da autodidatta e poi al Conservatorio Reale d'Olanda dove riesce a farsi ammettere pur essendo ancora giovanissimo grazie al suo talento precoce. In quel periodo conosce e resta affascinato dalle tecniche dei grandi chitarristi di scuola jazz d’oltreoceano. Parallelamente agli studi accumula esperienza sul campo suonando in concerti classici o nelle piccole formazioni jazz che si esibiscono nei locali della sua città. A diciannove anni se ne va in Gran Bretagna trovando ingaggi sia come solista di musica classica che come chitarrista jazz. Instancabile giramondo si esibisce a lungo anche a Parigi e a Lisbona vince un prestigioso concorso internazionale di chitarristi davanti a oltre seicento concorrenti. All’inizio degli anni Cinquanta arriva in Italia ed entra nel trio di Renato Carosone con Gegé Di Giacomo alla batteria. Il successo ottenuto con il gruppo lo stimola a cercare una strada personale. Nel 1954 forma un trio a suo nome e, dopo aver ottenuto un contratto discografico con la Fonit, compone e interpreta una lunga serie di canzoni di successo. Alla fine degli anni Sessanta alla sua attività musicale affianca quella che fino a quel momento era stata soltanto un hobby: l’astrologia. In veste d’astrologo compila gli oroscopi dei giornali più popolari di quel periodo. Più o meno negli stessi anni apre anche l’Amsterdam 19, un locale in Galleria Passarella a Milano dove si esibisce come cantante e chitarrista. Nonostante l’attività d’astrologo Peter Van Wood non abbandona la musica. Nel 1974 pubblica l’album Guitar magic e nel 1982 interpreta la sigla del programma televisivo della “Domenica sportiva”. Nel 2007 cita in giudizio i Coldplay sostenendo che il loro brano Cocks è un plagio della sua Caviar & champagne. È sufficiente ascoltare Butta la chiave, la sua canzone più famosa, per capire il talento e la capacità innovativa di questo ragazzone olandese allampanato che dopo aver girato tutto quasi tutto il mondo si è stabilito in Italia. In quel brano, infatti, viene proposto in chiave molto italiana il “call and response” tra solista e strumento di chiara derivazione jazz. Arrivato nel nostro paese alla fine degli anni Cinquanta contribuisce non poco a innovarne stili, impostazione e sonorità, prima nel trio con Gegè Di Giacomo e Renato Carosone guidato da quest’ultimo e successivamente con una propria formazione a tre. Di tutti i protagonisti di quel periodo Peter Van Wood è quello meno dotato dal punto di vista vocale. In lui non c’è niente del classico interprete dalla voce impostata, a volte vigorosa, ma sempre perfettamente alta e squillante. La sua voce è chiara ma tutt’altro che potente e in qualche momento, complice la difficoltà di cantare in una lingua che non è la sua, evidenzia qualche incertezza e sembra addirittura perdersi sulle sfumature. In questo senso anticipa quello che avverrà negli anni Sessanta quando i cantanti, complice la larga e totale diffusione dell’uso del microfono, presteranno molta meno attenzione alla pasta sonora dell’emissione e ne cureranno di più i dettagli e la carica emozionale, adattando i brani alle peculiarità delle voci fino a far diventare parte dell’espressione canora anche i sussurri più flebili. Se nell’utilizzo della voce attinge ad alcune sperimentazioni jazz adattandole un po’ alle sue caratteristiche, sul piano strumentale può essere considerato un innovatore assoluto visto che è tra i primi in Europa a comprendere le potenzialità offerte dall’elettrificazione della chitarra utilizzando echi, riverberi e varie applicazioni per ottenere nuove sonorità. Muore a Roma il 10 marzo 2010.18 settembre, 2026
18 settembre 1929 - Teddi King, una delle voci più amate prima del rock and roll
Il 18 settembre 1929 a Boston, nel Massachusetts, nasce Theodora King, destinata a diventare con il nome d'arte di Teddi King, una delle voci femminili più amate dal pubblico statunitense prima della rivoluzione del rock and roll. Fin da giovane studia pianoforte e canto e mentre frequenta le scuole superiori entra a far parte di vari gruppi e compagnie teatrali. La svolta nella sua vita arriva quando vince un concorso per giovani cantanti organizzato da Dinah Shore. Il concorso le apre le porte della scena musicale dell'epoca. Dopo aver cantato con le formazioni di George Graham e Jack Edwards, entra per la prima volta in sala di registrazione accompagnata dal gruppo di Nat Pierce. Dal punto di vista commerciale il disco è un piccolo fiasco ma grazie alla diffusione radiofonica fa conoscere Terri al di fuori dell'area di Boston e le procura varie scritture. In breve tempo canta con Beryl Booker, Jimmy Jones e Ruby Braff ma soprattutto firmare un robusto e ben remunerato contratto con la RCA per la quale incide vari dischi di successo. Tra gli episodi più significativi della sua carriera c'è l'incontro con il pianista londinese George Shearing, avvenuto negli studi di registrazione della Storyville. Il jazzista impressionato dalle doti vocali di Teddi la convoca in sala di incisione per la registrazione di cinque brani e la scrittura per la tournée del suo trio nei Caraibi nel maggio del 1953. Con l'irrompere del rock and roll l'attività solistica della cantante si riduce progressivamente mentre si manifestano i primi problemi causati da ricorrenti disturbi cardiaci. Negli anni Settanta si ritira definitivamente. Muore a New York il 18 novembre 1977.17 settembre, 2026
17 settembre 1958 – Herbie Fields l'incompreso
Il 17 settembre 1958 muore suicida a Miami, in Florida, il saxoclarinettista Herbert “Herbie” Fields. Nato a Elizabeth, nel New Jersey, il 24 maggio 1919, fra il 1936 e il 1938 ottiene il primo ingaggio professionale con l'orchestra di Fred Allen quando è ancora studente alla Juilliard School of Music di New York. Nel 1939 dirige un'orchestra insieme al pianista e arrangiatore George Handy e successivamente dopo un breve periodo con quella di Woody Herman, suona col trio di Leonard Ware e nel 1941 approda nella band di Raymond Scott. Nel periodo del servizio militare dirige la banda di Fort Dix e dopo il congedo, capeggia un proprio gruppo che scioglie verso la fine del 1944. Nel dicembre di quell’anno entra nell'orchestra di Lionel Hampton con la quale rimane fino al febbraio del 1946. Chiusa l’esperienza con Hampton dà vita a una nuova formazione a suo nome nella quale suonano anche il trombettista Neal Hefti e il batterista Tiny Kahn. Negli anni Cinquanta, deluso dalla progressiva marginalizzazione cui viene sottoposto da parte dell’ambiente del jazz si rifugia in Florida dedicandosi quasi esclusivamente alla musica commerciale. Le difficoltà a trovare spazio lo portano a ricorrenti crisi depressive fino al 17 settembre 1958 quando muore dopo aver ingerito una dose massiccia di barbiturici.16 settembre, 2026
16 settembre 1903 – Buck McFarland, il pianista “barrelhouse”
Il 16 settembre 1903 nasce ad Alton, nell’Illinois, il pianista e cantante Thomas McFarland, più conosciuto come Buck McFarland detto "Barrelhouse" dal genere di cui è una delle maggiori espressioni, cioè la cosiddetta “barrelhouse music”. Il suo modo di suonare il pianoforte come fosse uno strumento percussivo e la voce carica di immediatezza espressiva accompagnata da un’esecuzione vigorosa e piena di swing rappresentano infatti le più tipiche caratteristiche di questo genere. Stabilitosi, durante l'infanzia, con la sua famiglia a St. Louis nel Missouri inizia a suonare la batteria intorno al 1920 e, qualche anno dopo, entra a far parte dell’orchestra di Charlie Creath. Dopo un tour con la Georgia Smart Set si dedica al pianoforte e inizia a esibirsi nei vari club della zona, dove ha l’occasione di conoscere Henry Brown e Peetie Wheatstraw. Successivamente dà vita a un proprio gruppo, i Buck's Jazz Hounds, e poi di lui non si sa più nulla fino al 1961 quando viene rintracciato da Charles O'Brien che gli trova nuove scritture e nuovi contratti. Buck, però, muore a Detroit, nel Michigan, nel 1962, pochi mesi dopo aver registrato il suo ultimo album per la Folkways. 15 settembre, 2026
15 settembre 1977 – Driftin' Slim, una leggenda se ne va
15 settembre 1977 muore a Los Angeles, in California, il leggendario bluesman Driftin’ Slim. Cantante, armonicista e chitarrista blues nasce ad Atlanta, in Georgia, il 24 febbraio 1919 e all’anagrafe è registrato con il nome di Elmon Mickle. Eccellente cantastorie è un leggendario “one man band” conosciuto anche con gli pseudonimi di Drifting Smith, Harmonica Harry e Model T Slim. Impara a suonare l'armonica da John Lee “Sonny Boy” Williamson, destinato a rimanere a lungo il suo maggior ispiratore e con lui lavora spesso durante i primi anni Quaranta nei locali di Little Rock, in Arkansas. Nel 1951 forma un proprio gruppo con i chitarristi Baby Face Turner, Junior Crippled, Red Brooks e con Bill Russell alla batteria. Con questa band incide per la Modern i suoi primi brani My Little Machine e Down South Blues. L'anno dopo registra con Ike Turner Good Morning Baby e My Sweet Woman per la RPM. Dopo la morte di Brooks inizia a esibirsi da solo come nell'area di Los Angeles. Nel 1959 registra alcuni dischi con il suo vero nome. All'inizio degli anni Settanta le sue cattive condizioni di salute lo costringono ad abbandonare la vita musicale attiva. La sua ultima esibizione pubblica avviene al Folk Music Festival di San Diego del 1971. Nel 1977 ci lascia per sempre. 14 settembre, 2026
14 settembre 1973 – La musicalità istintiva di Alessandro Canino
Il 14 settembre 1973 nasce a Firenze il cantante Alessandro Canino. Figlio di un musicista trova nel padre un alleato quando decide di avvicinarsi al mondo della musica, per il quale dimostra un precoce interesse e un grande talento. Il ragazzo studia con Walter Savelli e inizia prestissimo a esibirsi in vari locali di Firenze. Nel 1992 Alessandro debutta nella categoria “Nuove Proposte” del Festival di Sanremo con la canzone Brutta cui segue il suo primo album Alessandro Canino. Brutta diventa uno dei successi commerciali dell’anno e Canino vince il Telegatto come Miglior Artista Emergente decretato dal pubblico di “Vota la Voce”. Negli anni successivi torna ancora al Festival di Sanremo presentando nel 1993 Tu tu tu tu tu e nel 1994 Crescerai. Dotato di una musicalità istintiva si conferma successivamente come uno dei più promettenti cantautori del nuovo panorama pop italiano.13 settembre, 2026
13 settembre 1966 - Anna Fougez: il mondo parla e io passo
Il 13 settembre 1966 muore nella sua villa di Santa Marinella, in provincia di Roma, la sessantanovenne Anna Fougez, regina indiscussa del tabarin degli anni Venti e del music-hall italiano degli anni Trenta, simbolo vivente della seduzione e del peccato dell'epoca Liberty. Il suo vero nome è Anna Pappacena e qualche tempo prima di morire ha dato alle stampe una gustosa biografia dal titolo “Il mondo parla e io passo”. La sua vita è movimentata e avventurosa fin dall'infanzia. Nasce a Taranto da una famiglia benestante, ma resta orfana a sei anni e viene adottata da una zia. A otto anni fugge di casa per seguire una compagnia di teatranti girovaghi. Da loro impara i primi trucchi del mestiere e ben presto diventa una bambina prodigio conosciuta e applaudita in tutta Italia. Sul palcoscenico si esibisce in un repertorio di canzoni napoletane o in arie d'operetta. A quindici anni canta in duetto con Ettore Petrolini che resta stupito. In quel periodo la ragazza sceglie il suo nome d'arte: Anna Fougez in onore di Eugénie Fougère, la "femme fatale" del teatro francese. Un paio d’anni dopo è una delle stelle più fulgide del varietà, idolatrata da un pubblico che va in visibilio per la sua voce roca e per le sue pose languide sottolineate da abiti audaci. Interprete raffinata dell’atmosfera di un’epoca, canta canzoni ricche di sensualità come Vipera o La violetera. Il successo ne fa l’artista più pagata dei primi anni del Novecento tanto che nel 1919 il suo compenso è di 1500 lire a spettacolo: un'enormità per l'epoca. Anche il cinema s’accorge di lei e le affida il ruolo della torbida protagonista in molti film di successo. Per tutti gli anni Trenta partecipa alla realizzazione di spettacoli ricchi di musiche e coreografie, sull’esempio del music-hall parigino, nei quali canta brani destinati a un grande successo come Addio signora. Quando il peso degli anni inizia a farsi sentire non attende il declino e si ritira dalla scene.12 settembre, 2026
12 settembre 1933 - Mathé Altéry, le Rossignol Cherbourgeois
Il 12 settembre 1933 nasce a Parigi la cantante Mathé Altéry, uno dei personaggi femminili più importanti della scena musicale francese. Il suo pregio maggiore è nella grazia con la quale ha saputo riproporre al pubblico le canzoni che hanno fatto la storia della musica popolare francese del Novecento. Nella sua interpretazione brani che la polvere del tempo rischiava di cancellare per sempre risorgono a nuova vita e conquistano nuovi estimatori. Gran parte del merito è da attribuire alla sua voce capace di arrampicarsi in colori antichi senza leziosismi e soprattutto senza mai dare l’impressione di perdersi. C’è chi ha scritto che le sue interpretazioni hanno il valore di un restauro. Il paragone, pur suggestivo, rischia di essere forse un po’ azzardato dal punto di vista delle parole utilizzati, ma appare vero nella sostanza. Grazie alla voce e alla grande capacità interpretativa di Mathé Altéry una lunga serie di canzoni appassite dal fruscìo di registrazioni d’inizio secolo tornano a brillare di nuovo e trovano nuovi interpreti disposti a inserirli nel proprio repertorio. È questo il miracolo più grande di un’artista poliedrica e coraggiosa. Il suo vero nome è Marie-Thérèse Altare. Il cognome denuncia l’origine italiana della sua famiglia che da molte generazioni ha un rapporto d’amicizia stretto con la musica, in particolare con la lirica. Suo padre è il tenore Mario Altéry , una delle stelle del teatro de l’Opéra de Paris e di quello dell’Opéra Comique. Nel 1942, quando la piccola Marie-Thérèse ha nove anni, ottiene il maggior successo della sua carriera partecipando alla sontuosa rappresentazione diretta da François Ruhlmann de “Le roi d’Ys” con un cast imponente che oltre a lui schiera anche Suzanne Juyol, Solange Renaux e José Beckmans. Questo padre, così importante e celebrato, quando torna a casa veste i panni dell’insegnante per accompagnare la piccola Marie-Thérèse nel territorio affascinante e misterioso della musica. La trasmissione dei segreti dell’arte musicale fa parte della tradizione della famiglia. È una sorta di catena virtuosa attraverso la quale passano le conoscenze da una generazione all’altra e di cui la bambina non è che l’ultimo e più recente anello. In quel periodo si instaura tra padre e figlia un rapporto solidissimo d’affetto ma anche di stima professionale che li porterà più volte a collaborare sulla scena e che verrà interrotto solo dalla morte dell’uomo nel 1974. La piccola Marie-Thérèse è sveglia e capisce al volo. Impara le tecniche fondamentali del canto dalla respirazione al controllo delle emissioni, alla modulazione della voce. Ben presto le sue esibizioni estemporanee diventano quasi un appuntamento obbligato nelle festicciole di Cherbourg, la città in cui vive. Si guadagna anche il soprannome di “Rossignol cherbourgeois”, usignolo di Cherbourg, con un richiamo evidente a “l’usignolo di Francia”, l’appellativo della Piaf. Se nei primi anni di vita la musica è stata vissuta da Marie-Thérèse come un gioco o un passatempo infantile, con il passare degli anni diventa un impegno per coltivare un talento naturale. È anche fatica vera soprattutto quando il padre ritiene che le sue lezioni di canto debbano essere affiancate dall’apprendimento di almeno uno strumento. Naturalmente la musica non può andare a discapito della cultura generale per cui la ragazza si trova a dover affiancare i corsi di pianoforte e di solfeggio alla fatica di frequentare la scuola secondaria. Sorretta dalla passione e da un carattere forte Marie-Thérèse riesce a reggere bene agli impegni su entrambi i fronti. Decide anche che la musica sarà per sempre la sua vita. Nel 1950, a diciassette anni, si esibisce come corista al Théâtre du Châtelet di Parigi nell’operetta “Annie du Far-West” messa in scena da Lily Fayol e Marcel Merkès. Se si escludono gli spettacolini e le festicciole dell’infanzia si tratta della sua prima vera esibizione pubblica. In quel periodo decide anche di darsi un nome d’arte. Dalla contrazione di Marie-Thérèse nasce Mathé, il resto va da sé. Nasce così Mathé Altéry. La ragazza non brilla ancora di luce propria e per questo è più che verosimile immaginare l’intervento del padre per darle una mano a trovare le prime scritture. In ogni caso il talento c’è e la buona impressione suscitata dalla sua esibizione sul palcoscenico del Théâtre du Châtelet la aiuta a non perdersi per strada. Poco tempo dopo inizia a cantare in varie trasmissioni per bambini alla radio e alla televisione, compresa la popolarissima “Vive jeudi” che la vede come una sorta di ospite fissa sia nelle edizioni presentate da Maurice Pauliac ed Edith Lanzac che in quella di Jean Nohain. Nel 1953 partecipa a una delle più prestigiose selezioni di nuovi talenti di quel periodo: il Festival-concorso di Deauville. La sua esibizione colpisce tre personaggi importanti, presenti in qualità di “esperti”, come i compositori Raymond Legrand e Georges Van Parys e il regista e produttore René Clair. Grazie al loro interessamento la cantante registra il primo disco della sua carriera. I brani scelti per il debutto sono quelli contenuti nella colonna sonora del film “Le belle di notte” dello stesso René Clair mentre la direzione artistica è affidata a Pierre Hiégel. Il successo del primo disco regala a Mathé Altéry un contratto con la Pathé-Marconi una delle etichette più prestigiose dell’industria discografica francese. La sua voce da soprano leggero conquista ben presto il favore del grande pubblico e nel 1956 la cantante viene inviata a rappresentare la Francia al primo Festival della canzone Europea organizzato dall’Eurovisione, l’ente che raggruppa le emittenti pubbliche dell’Europa Occidentale. La prima edizione di quello che negli anni seguenti verrà ribattezzato con il nome di Eurofestival si svolge a Lugano, in Svizzera. Mathé Altéry non vince (la canzone vincitrice è Refrain, interpretata dalla rappresentante elvetica Lys Assia) ma la sua interpretazione lascia il segno grazie alle riprese televisive che la fanno conoscere anche al di fuori dei confini francesi. Alla fine degli anni Cinquanta lavora su progetti più complessi del semplice disco a 45 giri da tre minuti destinato al pubblico dei juke box. La sua dimensione ottimale diventa quella dei dischi a 33 giri, i cosiddetti long playing che in Italia qualcuno ribattezza anche “padelloni”, nei quali trova uno spazio più adeguato alle sue ambizioni. È proprio in quel periodo che nasce la cosiddetta “serie del 13”, un lungo elenco di incisioni che hanno la comune caratteristica di contenere tredici brani denunciandolo nel titolo: 13 valses, 13 valses viennoises, 13 airs d’opérettes, 13 airs de films, Le 13 plus belles chansons du monde e molte altre raccolte tra cui figura anche 13 mélodies de la Belle Époque, con cui vince il prestigioso Prix de l’Académie Charles-Cros nel 1957. Diventa anche una stella della televisione canadese e si esibisce in tour che attraversano molti paesi europei come l’Austria, la Germania, la Svizzera, la Spagna e la Scandinavia, ma anche lidi più lontani come le Antille, gli Stati Uniti o il Sudafrica. All’inizio degli anni Sessanta l’esplosione del rock and roll non ferma la sua attività. Mathé Altéry non si lascia impressionare dalle mode ma continua imperterrita per la sua strada incidendo le versioni francesi di vari musical cinematografici a partire dal pluripremiato “My fair lady”. La sua attività non conosce soste e sembra non risentire del passare del tempo. Nel 1975 registra un album di duetti in coppia con Lucien Lupi e porta in teatro “A travers chant”, uno spettacolo scritto da Christian Vebel e diretto da Jacques Ardouin. Nel 1988 Francis Lopez, il più grande compositore d’operette francese, la vuole per mettere in scena “Rêve de Vienne” all’Eldorado.11 settembre, 2026
11 settembre 1904 - Jazz Gillum, il socio di Big Bill Broonzy

L'11 settembre 1904 nasce a Indianola, nel Mississippi, il cantante e armonicista blues Jazz Gillum, registrato all'anagrafe con il nome di William McKinley Gillum. Rimasto orfano molto giovane viene allevato da uno zio che gli trasmette la passione per la musica insegnandogli anche a suonare l'armonica. Ben presto, come molti altri bluesman decide di andarsene. Suona dove può e vagabonda per gran parte degli stati del Sud degli Stati Uniti prima di approdare a Chicago la città dell'Illinois, dove si fa conoscere suonando nei club del South Side. In quegli anni vive anche il suo momento magico quando insieme a Big Bill Broonzy costituisce un duo destinato a lasciare un segno importantissimo nella storia e nell'evoluzione del blues. Sull'onda del successo registra anche con vari gruppi di studio. Successivamente con l'irrompere di nuove mode finisce come molti altri bluesmen finisce ai margini della scena musicale. Nel 1961 torna a far parlare di sé grazie a Memphis Slim che lo cerca e lo aiuta a rientrare nel giro dei concerti. Quello che sembra l'inizio di un nuovo e lungo periodo di successi è destinato a durare poco. Il 29 marzo 1966, infatti, Jazz Gillum muore in quella Chicago che l'aveva fatto grande.
10 settembre, 2026
10 settembre 1952 - Il primo Telegiornale
Il 10 settembre 1952 viene trasmesso il primo notiziario televisivo della storia italiana. Dura quindici minuti ed è realizzato in via sperimentale sotto la direzione di Vittorio Veltroni. Per uscire dalla fase sperimentale occorrerà attendere il 1954 quando nascerà il telegiornale vero e proprio in edizione unica, che andrà in onda alle 20,45. All'epoca le redazioni sono costituite da due soli giornalisti, che si occupano anche della conduzione, e da cinque inviati prevalentemente nell'Italia del Nord. Lo stile è quello del cinegiornale: cinque o sei servizi e voce fuori campo del cronista.09 settembre, 2026
9 settembre 1972 – La prima e unica volta di Arlo in classifica
Il 9 settembre 1972 Arlo Guthrie entra per la prima e unica volta della sua carriera nella classifica dei singoli più venduti negli Stati Uniti con il brano The city of New Orleans. Si tratta di un exploit casuale che non si ripeterà più. Il successo commerciale non si addice al suo personaggio e la musica è soltanto uno dei suoi mille interessi. Figlio del grande folksinger Woody Guthrie frequenta, fin da piccolo, le “cattive compagnie” della scena musicale antagonista statunitense legate alla sinistra e al movimento sindacale. Gli è maestro Pete Seeger, vecchio amico di suo padre e ostinato ribelle, perseguitato per le sue simpatie nei confronti dei comunisti. È lui che lo introduce sulla scena del folk di protesta americano fin dalla più tenera età. Arlo muove i suoi primi passi artistici negli anni Sessanta tra le comunità hippy, ma i suoi interessi non sono solo musicali. Pubblica, infatti, il libro fortemente autobiografico Alice's Restaurant, e interpreta se stesso nell’omonimo film diretto dalle abili mani di Arthur Penn. Nel 1967 la sua partecipazione al festival di Newport sembra consacrarlo tra le nuove stelle del folk politico statunitense, ma gli difetta la continuità e la sua timidezza rende difficile il suo rapporto con il pubblico dei grandi avvenimenti. Preferisce esibirsi in piccole riunioni o per cause importanti come i diritti civili e sindacali, le iniziative a favore delle minoranze o degli immigrati clandestini. Come molti figli d'arte rimane schiacciato dal confronto con la grandezza della figura del padre, nonostante la pubblicazione di album di notevole valore come Arlo nel 1968, Running down the road nel 1969 e Washington county nel 1970. I testi delle sue canzoni, più aspri e diretti di quelli di Bob Dylan, sono l'espressione della protesta sociale più radicale dell'America alla fine degli anni Sessanta, ma la sua produzione discografica è discontinua e non sempre curata. Memorabile resta l’album doppio del 1975 Live together in concert registrato dal vivo insieme a Pete Seeger. Nel 1982, dopo Precious friend, l’ennesimo album realizzato insieme a Pete Seeger, annuncia la sua intenzione di non pubblicare altri dischi, ma non manterrà fede all’impegno. Tornerà, infatti, in sala di registrazione a partire dalla colonna sonora del film Woody Guthrie - Hard travelin' da lui realizzato in omaggio al padre.08 settembre, 2026
8 settembre 2001 – RE.SET, il primo festival italiano di dance ed elettronica
L'8 settembre 2001 il Campovolo di Reggio Emilia si trasforma nella capitale europea della musica dance ed elettronica. Nell'area, occupata dalla Festa Nazionale dell'Unità sbarca infatti RE.SET, il primo festival di dance ed elettronica italiana con una succulenta serie di artisti annunciati. L’iniziativa riempie un vuoto. Da tempo, infatti, in molti sottolineavano come alla scena dance ed elettronica italiana mancasse un grande appuntamento live, di ampio respiro, capace di misurarsi con i raduni di massa che costellano il panorama europeo. Dalla fin troppo citata Love Parade di Berlino, che in quell’anno dopo oltre un decennio mobilita oltre un milione di persone ai più modesti (si fa per dire) happening di Parigi con "soltanto" mezzo milione di persone o di Zurigo, che si attesta su trecentomila presenze, l'intera Europa vede lo svolgimento di grandi festival. L'Italia per lungo tempo ha guardato stupita, quasi distratta, ciò che avveniva negli altri paesi, pur con qualche lodevole eccezione. Mancanza d'interesse? Non sembra, visto che le attività nei club italiani e, soprattutto, nei Centri Sociali sono da tempo coronate da successo. A Milano, per esempio, l'attività del venerdì in Pergola è stata particolarmente attiva nei settori nu-jazz e drum'n'bass, mentre alcuni rave organizzati dal Leoncavallo, come quello con Goldie e Storm, hanno attirato migliaia di giovani entusiasti. Sempre per restare in Lombardia come dimenticare lo storico mercoledì dei Magazzini Generali che si ripete ormai da cinque anni? Ma la febbre non è soltanto nordica, visto che Roma dimostra un'effervescenza non inferiore alle altre capitali europee con serate come quella del venerdì all'Agatha, del sabato al Classico Village. Accanto all'ormai storico govedì del Goa, che ha ospitato, tra gli altri, Goldie, Darren Emerson e la Boutique di Fatboy Slim, non mancano nuove iniziative come l'apertura del Blue Cheese, un locale dedicato ai nuovi suoni del breakbeat e del drum'n'bass. Più orientate ai suoni tech-house appaiono, invece, Torino e Bologna, dove il Link resta il faro-guida della scena dance underground non soltanto locale. Insomma, il panorama italiano dell'elettronica mai come in quel periodo appare in forte crescita qualitativa e quantitativa. Per questa ragione l'appuntamento di Reggio Emilia diventa uno di quelli destinati a lasciare un segno. Non è un caso che proprio la cittadina emiliana si sia candidata a diventare, sia pure per un giorno la capitale della dance e dell'elettronica. Sul suo territorio l'anno prima è stata organizzata Clubspotting, una mostra di approfondimento sulla club culture che ha suscitato notevole interesse in tutto il mondo e di cui è prevista nel 2001 la seconda edizione. Sempre a Reggio c'è, poi, il Maffia Music Club, il cui Soundsystem funge da maestro di cerimonia nella lunga, lunghissima giornata del RE.SET. Il programma annunciato promette una rassegna unica nella pur lunga storia di questo genere musicale nel nostro paese. Tra le performance più attese c'è quella dei Transglobal Underground, il system che negli anni precedenti ha avuto nella propria line-up anche Natacha Atlas. Il loro suono capace di ardite contaminazioni tra tribalismo, rap arabo, campionamenti ipnotici e sonorità etniche, resta, a dieci anni dalla nascita dell'ensemble, un costante punto di riferimento per la scena del world groove. Ci sono anche Roni Size & Full Cycle, i quattro ragazzotti di Bristol vincitori di un Mercury Award e considerati tra i maggiori responsabili della diffusione nel mondo del drum’n’bass e i londinesi Pressure Drop con il loro suono radicale e antirazzista. L'orizzonte si allarga ancora con le esplorazioni del francese Frederic Galliano che mescolano musica elettronica, jazz e cultura africana e le tensioni sonore e ritmiche di Howie B. C'è anche Fabio, il dj esponente dell'ala più jazzy e musicale del drum'n'bass cui Matthew Collin ha dedicato un intero capitolo del suo libro "Stati di alterazione" che analizza la club culture inglese. Una sfida al razzismo e a favore dell'integrazione tra culture diverse è anche la presenza di Badmarsh & Shri esponenti di quell'Asian Underground che mescola funk, drum'n'bass, dub, musica indiana, London beat e jazz. Non manca neppure Wookie, considerato l'astro nascente del twostep garage britannico e neppure i suoni malfermi e uggiosi del breackbeat dei Freestylers. Non sono, infine, escluse presenze a sorpresa di artisti non annunciati. Il panorama italiano, oltre che dai Maffia Soundsystem è rappresentato dall'ex Aeroplanitaliani Alessio Bertallot, divenuto una sorta di profeta dell'elettronica che da qualche tempo, consapevole del suo ruolo, alterna evoluzioni ai piatti, rubriche radiofoniche e performance giornalistiche. 07 settembre, 2026
7 settembre 1984 – Viva i minatori, abbasso la Thatcher
Nel mese di settembre del 1984 i minatori britannici sono impegnati in una delle più lunghe e faticose battaglie che la storia sindacale di quel paese ricordi. Hanno occupato le miniere e sono determinati a resistere a oltranza contro i progetti del governo conservatore. Obiettivo principale della lotta sono i tagli sull’occupazione e, in particolare, la chiusura di alcune miniere, ma il loro impegno diventa anche la punta più avanzata del tentativo di contrastare il disegno governativo di smantellare gran parte della garanzie sociali. I minatori diventano un simbolo di resistenza che va al di là del settore produttivo nel quale operano e attorno alle loro famiglie si sviluppa un grande movimento di sostegno e solidarietà concreta. Associazioni sindacali, comitati e semplici cittadini concorrono a raccogliere fondi, cibo, abiti e tutto quanto serve per sostenerne le necessità primarie. Anche il mondo dello spettacolo si mobilita. Paul Weller, il leader degli Style Council, in una conferenza stampa annuncia la sua intenzione di tenere un concerto a Londra per raccogliere fondi da devolvere ai lavoratori in lotta e spiega ai giornalisti che «Quella gente sta lottando anche per noi, per il nostro futuro. Non possiamo chiedere loro di resistere per mesi senza salario, senza aiuto. Non hanno bisogno di chiacchiere, ma di soldi». L’idea di Weller trova adesione e consenso e il 7 settembre 1984 alla Royal Albert Hall di Londra, una delle sale da concerto più prestigiose della capitale britannica gli Style Council sono tra i protagonisti di una lunga kermesse musicale che vede presenti anche gli idolatrati Wham! di George Michael. I fondi raccolti durante il concerto vengono consegnati al coordinamento della lotta istituito dai sindacati, ma l’impegno di Weller non si ferma qui. Insieme a Mick Talbot, Jimmy Ruffin, D.C. Lee, Vaughn Toulouse e Junior Giscombe, pubblica, sotto il nome di Council Collective, il singolo Soul deep, il cui ricavato è esplicitamente destinato a sostenere le famiglie dei minatori in sciopero. Non si limiterà alle lotte sindacali. Negli anni successivi fonderà insieme ad altri artisti come Billy Bragg e gli Smiths l'organizzazione “Red Wedge”, una sorta di corrente musicale di appoggio all’azione della sinistra del partito laburista britannico.
06 settembre, 2026
6 settembre 1965 – Sacrilegio, il jazz in chiesa!
Il 6 settembre 1965 Duke Ellington riesce finalmente a realizzare uno dei suoi sogni d’artista cui tiene di più: un concerto di musica sacra in una chiesa. Non è stato facile perché per lungo tempo il progetto è stato ostacolato dagli ambienti religiosi più conservatori che, pur non obiettando in linea di principio sul fatto che il jazz possa servire ad avvicinare a Dio come gli altri tipi di musica in realtà lo contrastano nei fatti ritenendo che quei suoni e soprattutto quei ritmi sensuali siano più vicini al demonio che al creatore dell’universo. Non son mancate aperte prese di posizione contrarie, ma in genere la linea scelta è stata quella del muro di gomma, della scoperta di qualche cavillo imprevisto per negargli il luogo. Perché non svolgere il concerto in un teatro? Perché no. Cocciuto come sempre Duke Ellington non si arrende e vuole suonare in una chiesa. Finalmente il 6 settembre del 1965 il sogno si avvera. Con la sua orchestra esegue lo speciale e desiderato concerto sotto le ampie volte della Cattedrale della Grazia di San Francisco. La sua esecuzione si articola su una concatenazione di brani tra i quali spiccano quelli tratti da altri suoi lavori già conosciuti come Black Brown and Beige o My People. Il cuore del concerto è però uno splendido brano mai eseguito prima, In the Beginning God, che si avvale del contributo speciale delle voci di Esther Marrow e Jon Hendricks. Il successo dell’esibizione non placa né le polemiche né le proteste da parte degli ambienti religiosi più ortodossi, ma il tabù è ormai rotto. Sull’onda del successo Duke Ellington replica il suo concerto in altre cinquanta chiese statunitensi e poi in Inghilterra, nelle cattedrali di Coventry e Cambridge.05 settembre, 2026
5 settembre 1974 - Marco Cocci, un cantante prestato al cinema e alla televisione
Il 5 settembre 1974 nasce in Toscana Marco Cocci, uno dei personaggi più conosciuti della scena indie-rock italiana divenuto anche attore e conduttore di successo. Quando, nel 1997 Marco Cocci ottiene il suo primo successo sul grande schermo con il film "Ovosodo" di Paolo Virzì non può essere definito uno sconosciuto. Gli appassionati frequentatori della scena musicale “indie” lo conoscono infatti come leader e frontman dei Malfunk, una band che l’anno prima ha pubblicato con buon successo l’album Tempi supplementari. Prima ancora era stato il cantante dei Sativa. La sua interpretazione di Tommaso, il ricco e viziato ribelle del film di Virzì, unita a un fortunato spot pubblicitario per una casa automobilistica, allargano a dismisura la sua popolarità Cocci sceglie di non abbandonare la musica per il cinema e mantiene l’impegno su entrambi i fronti. Dopo un fortunato e affollato tour nel 1998 pubblica con la sua band l’album Malfunk. Tre anni dopo centra un altro grande successo al cinema interpretando il personaggio di Alberto nel film "L’ultimo bacio" di Gabriele Muccino. Sempre nel 2001 interpreta anche il ruolo di Fede, il protagonista del film "Fughe da fermo" di Edoardo Nesi. Nel 2002 preferisce dedicarsi maggiormente ai Malfunk impegnati in un tour e nella registrazione del nuovo album Dentro, che viene pubblicato nel 2003 quando sarà anche nelle sale cinematografiche con due film: "Radio West" di Alessandro Valori e "Prima dammi un bacio" di Ambrogio LoGiudice. Nel 2004 esordisce anche come conduttore televisivo su MTV. Eclettico e curioso di sperimentarsi sempre in nuovi progetti negli anni successivi è tra gli interpreti di film come "Amatemi" di Renato De Maria nel 2005, "Progetto Fiorenza" di Alessio Della Valle, "Commediasexi" di Alessandro D’Alatri e "Rosso come il cielo" di Cristiano Bortone, nonché "Tutti intorno a Linda" di Barbara e Monica Sgambellone nel 2009. La carriera cinematografica non gli impedisce di continuare con la musica pubblicando nel 2007 l’album Randagi con i Malfunk né di condurre vari programmi televisivi.04 settembre, 2026
4 settembre 1922 - Bob Greene, una passione per Jelly Roll Morton
Il 4 settembre 1922 nasce a New York il pianista Bob Greene. Il suo incontro con il pianoforte avviene quasi per caso e sull'onda della passione. Egli infatti impara a suonare da solo ascoltando i dischi di Jelly Roll Morton. Appena può cerca di perfezionare la sua tecnica e in breve si fa notare dal clarinettista George Lewis che gli propone di partecipare a un concerto alla Preservation Hall. Le sue prime incisioni importanti risalgono al 1952, quando registra alcune facciate per la Blue Note, con Sidney De Paris. Dopo aver lavorato con importanti personaggi di scuola New Orleans come i famosi batteristi Baby Dodds e Zutty Singleton, forma un'orchestra che ha in repertorio gran parte dei brani dei Red Hot Peppers di Roll Morton. La formazione, in gran parte composta di giovani musicisti, si avvale della collaborazione di Tommy Benford, che aveva suonato originariamente la batteria proprio con Morton. Muore nel 2013.03 settembre, 2026
3 settembre 1966 – La band dal punto interrogativo
Sorpresa e curiosità suscita il 3 settembre 1966 l’ingresso nella classifica dei singoli più venduti di un brano interpretato da un gruppo il cui nome è preceduto da un punto interrogativo. Il brano è 96 tears e gli interpreti sono ? & The Mysterians. Il mistero sull’identità della band dà vita a una serie pressoché infinita di ipotesi. C’è chi sostiene sia un disco registrato per scherzo da un gruppo di anonimi sessionmen e chi ipotizza la presenza di nomi illustri dietro a quello che viene scambiato per uno pseudonimo. La casa discografica per molto tempo si guarda bene dal chiarire l’enigma, vista la risonanza del caso. Le congetture e le ipotesi sono, però, destinate a essere spazzate via dall’annuncio della prima tournée del gruppo. Si scopre così che ? & The Mysterians non sono un prodotto da laboratorio, ma una band di intraprendenti ragazzi messicani composta dal cantante “?”, il cui vero nome è Rudy Martinez, dal chitarrista Roberto “Bobby” Valderrama, dal bassista Frank Lugo, dall’organista Francisco “Frank” Rodriguez e dal batterista Eduardo “Eddie” Serrato. Immigrati in modo avventuroso negli Stati Uniti, hanno iniziato a suonare in una cantina della cittadina di Flint nello Stato del Michigan e in breve tempo sono diventati uno dei gruppi di punta del “garage beat” degli States. Il successo commerciale di 96 tears sorprende prima di tutto loro, ma è destinato a restare un episodio isolato che non riusciranno più a ripetere con le successive incisioni. In breve tempo ? & The Mysterians tornano a essere un gruppo “da cantina” idolatrato dai suoi ammiratori ma sostanzialmente ignorato dal music business. Un destino diverso toccherà al loro brano 96 tears che ancora oggi è considerato uno dei grandi classici del “garage” di quegli anni. Periodicamente tornerà a nuova vita e scalerà le classifiche grazie alle versioni di artisti come Eddie & The Hot Rods, Garland Jeffreys, gli Stranglers e tanti altri. Il ricorrente successo del brano riporta di tanto in tanto agli onori della cronaca anche i suoi primi interpreti come, nel 1985, quando gran parte del lavoro di ? & The Mysterians è stato pubblicato nell’album antologico 96 tears forever.02 settembre, 2026
2 settembre 1986 - Il precoce talento di Debbie Gibson

La mattina del 2 settembre 1986, quando firma il suo primo contratto discografico con la Atlantic, la cantautrice Debbie Gibson ha compiuto sedici anni da meno di due giorni. È nata, infatti, il 31 agosto 1970 a Long Island. I discografici non vogliono, però, perdere tempo e già nel pomeriggio la ragazza inizia a registrare il suo primo album sotto le attente cure del produttore Fred Zarr. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare non si tratta dell’ennesimo caso di un’adolescente belloccia dall’immagine patinata costruita a tavolino da furbi produttori. Pianista, cantante e autrice precoce Debbie Gibson è da tempo un personaggio nell’ambiente musicale newyorkese. A partire dall’età di sei anni si è fatta notare con una serie di composizioni premiate in vari concorsi riservati ai giovani talenti. Allieva, come Billy Joel, del grande Morton Estrin, nel 1984 ha prestato la sua voce alla colonna sonora del film "Ghostbusters" e un anno dopo è stata scelta dai produttori del musical "I miserabili", ispirato al romanzo di Victor Hugo, per vestire sulla scena i panni della giovane protagonista. Il padre ha ritenuto, però, che il tempo di permanenza in scena e le fatiche del teatro musicale fossero incompatibili con la sua giovane età, per cui non se n’è fatto niente. Le più importanti case discografiche statunitensi l’hanno corteggiata con insistenza e alla fine l’ha spuntata l’Atlantic Records. La sedicenne Debbie pubblica nei primi mesi del 1987 il suo primo album Out of blues, che arriva al terzo posto nelle classifiche di vendita statunitensi, dal quale vengono estratti alcuni singoli di successo come Only in my dreams, Shake your love e Out of the blue . Nel 1988 con Foolish beat ottiene uno straordinario successo di vendite tanto da diventare la più giovane cantautrice mai arrivata al vertice delle classifiche discografiche statunitensi. Contrariamente a quanto accade a molti giovanissimi artisti Debbie non perderà mai il senso della misura. Terminerà gli studi e, dopo il parziale insuccesso del terzo album Anything is possible, nel 1990 deciderà di ritirarsi per qualche tempo dalle scene musicali e di dedicarsi al teatro. Tornerà in sala di registrazione solo nel 1993.
01 settembre, 2026
1° settembre 1891 - Ferdinando, padre della Lambretta
Il 1° settembre 1891 nasce a Pescia Ferdinando Innocenti, figlio di Dante: Il ragazzo intraprendente impara a fare il fabbro e nel 1906 fonda le “Ferramenta Innocenti”, un’azienda specializzata in recuperi e vendita di ferrame usato. Il giovane Innocenti, ritrovatosi alla guida dell’impresa a soli diciotto anni segue affascinato le sperimentazioni tecniche per l’utilizzo dei tubi nelle costruzioni e decide che quello sarà il prodotto del futuro. Fa proprie le tecnologie della Dalmine, adotta il sistema di montaggio/smontaggio messo a punto dalla britannica Scafolding e trasferisce baracca e burattini in quel di Roma. Lo stabilimento dell’Urbe produce ponteggi per l’edilizia e impianti d’irrigazione ottenendo commesse prestigiose, dal sistema d’irrigazione dei giardini del papa a Castelgandolfo alle tribune “posticce” per gli stadi che ospitano i mondiali di calcio del 1934. Nel 1933 apre i battenti lo stabilimento di Lambrate che, anche grazie alle commesse belliche, diventa un’area industriale così importante e così grande da poter deviare anche il corso del fiume Lambro. Ai motori l’Innocenti arriva nel dopoguerra quando, in piena ricostruzione, si pensa a un mezzo leggero capace di rispondere alle nuove esigenze di mobilità della popolazione italiana. La prima idea è quella di produrre uno scooter sfruttando l’esperienza e la tecnologia nel lavorare le lastre d’alluminio. Il primo progettista è il colonnello D’Ascanio che, dopo una lite con Ferdinando, se ne va alla Piaggio dove inventerà la Vespa. Gli subentra un altro ex ufficiale, il colonnello Torre, che progetta la Lambretta, destinata a un grande successo negli anni Cinquanta. Il primo a pensare alle automobili è Luigi Innocenti, figlio di Ferdinando e subentratogli alla guida dell’impresa che, dopo vari tentativi, prende contatti con la britannica BMC per produrre su licenza l’Austin A40, un’utilitaria a due porte spinta da un motore da 950 cc. Proprio sulla base della A40 l’Innocenti realizza, con l’aiuto della Ghia, le Innocenti 950 Spider e Coupé. Nel 1963 fa anche il tentativo di inserirsi nel segmento delle vetture medie a quattro porte con la Innocenti IM3, versione italiana della Morris 1100. Il miglior momento dal punto di vista produttivo della casa di Lambrate coincide con il boom della Mini, la rivoluzionaria vetturetta britannica divenuta uno dei simboli della rivoluzione giovanile degli anni Sessanta. Innocenti inizia a produrla su licenza nel 1965. L’anno dopo Ferdinando Innocenti muore.31 agosto, 2026
31 agosto 2000 – A Venezia dodici minuti di applausi per “I cento passi”
Il 31 agosto del 2000 alla Mostra del Cinema di Venezia viene proiettato per la prima volta “I cento passi”, il film di Marco Tullio Giordana dedicato alla vita e alla morte per mano della mafia del giovane Peppino Impastato. Quando si riaccendono le luci dalla sala che ospita pubblico e critica arrivano dodici minuti ininterrotti di applausi. È un successo inaspettato che premia la costanza di chi ha creduto in un progetto la cui storia parte da lontano. I primi in ordine di tempo a occuparsi della vicenda di Peppino Impastato sono Michele Mangiafico e Giuseppe Marrazzo che nel 1978 realizzano due servizi televisivi. L’anno dopo il regista Gillo Pontecorvo pensa di realizzare un film sulla vita del ragazzo, ma dopo un sopralluogo a Cinisi, non dà seguito all’intenzione. La vicenda di Peppino Impastato torna d’attualità nel 1993 quando Claudio Fava e il regista Marco Risi realizzano un servizio per la serie “Cinque delitti imperfetti” di Canale 5. Due anni dopo il regista Antonio Garella realizza un video per il programma televisivo “Mixer” mai andato in onda. Nel 1998 il regista Antonio Bellia con un video di una mezz’oretta intitolato Peppino Impastato: storia di un siciliano libero distribuito con il quotidiano “Il Manifesto”. Nello stesso periodo Claudio Fava e Monica Capelli cominciano a lavorare su una sceneggiatura che vince il Premio Solinas ottenendo così una parte dei fondi necessari per finanziare il film. La regia viene affidata a Marco Tullio Giordana, che all’epoca ha all’attivo film d’impegno come "Maledetti vi amerò" del 1980 e "Pasolini, un delitto italiano" del 1995. Trovati i fondi che mancano grazie anche al sostegno del giovane produttore Fabrizio Mosca Giordana riesce a concludere il lavoro in tempo per proiettarlo al Festival di Venezia dove la giuria gli assegna il premio per la miglior sceneggiatura. È il primo di una lunga serie di riconoscimenti tra i quali spiccano i quattro David di Donatello del 2001: a Claudio Fava, Monica Zappelli e Marco Tullio Giordana per la miglior sceneggiatura, a Luigi Lo Cascio per il migliore attore protagonista, a Tony Sperandeo per il miglior attore non protagonista e a Elisabetta Montaldo per i migliori costumi. Nello stesso anno il film vince anche il prestigioso premio David Scuola. Notevoli riscontri ottiene anche la ricca colonna sonora che attinge a generi diversi. Accanto a brani di Giovanni Sòllima, Arvo Pärt, John Williams, Gustav Mahler, si possono infatti ascoltare passaggi jazz del Quintette Hot Club de France, il leggendario gruppo di Django Reinhardt e Stéphane Grappelli, o Volare di Domenico Modugno. L’idea di Marco Tullio Giordana è quella di rendere un clima senza curarsi troppo della perfezione storica per questo si mescolano artisti nati in anni differenti come Sweet, Animals o Leonard Cohen. Emozionanti sono le note strozzate di Summertime nella versione di Janis Joplin nel momento dell’agguato finale e la scelta di far accompagnare i funerali dall’organo hammond dei Procol Harum in A whiter shade of pale. 30 agosto, 2026
30 agosto 1950 - Claudio Di Nicola, soulman made in Italy
Il 30 agosto 1950 nasce ad Atri, in provincia di Teramo, Claudio Di Nicola. In possesso si una voce particolarmente esplosiva e con un'impostazione quasi naturalmente "nera", Claudio Di Nicola inizia giovanissimo a cantare soul e rhythm and blues e nel 1969 se ne va per un anno in Germania a cantare nei club della Nato. Tornato in Italia continua instancabile a esibirsi senza mai tradire il genere. Negli anni Ottanta dà vita ai Body & Soul. All'International Soul Festival di Porretta Terme canta in duetto con il grande Solomon Burke. Muore il 13 maggio 2026. 29 agosto, 2026
29 agosto 1946 - Junior Magli, tra beat e melodia
Il 29 agosto 1946 nasce a Bologna il cantante Luigi Pazzaglini, destinato a conoscere una breve ma intensa stagione di sucecssi con il nome d'arte di Junior Magli. In possesso di una voce calda e aggressiva nella prima metà degli anni Sessanta, giovanissimo, vince il Festival di Bellaria e poi si fa notare nei locali della sua zona per la sua capacità di fondere la melodia italiana con le ritmiche del beat e del rhythm and blues. Il successo arriva quasi all'improvviso nel 1968 quando vince la Gondola d'Argento alla Mostra di Venezia con La nostra favola, versione italiana di Delilah, un grande successo di Tom Jones. Nello stesso anno partecipa anche al Festivalbar con La calda estate. Nel 1969 debutta al Festival di Sanremo in coppia con i Casuals interpretando il brano Alla fine della strada la cui versione inglese, Love me tonight, diventa un successo di Tom Jones. Nello stesso anno prende parte sia al Cantagiro, dove presenta Apri la porta, versione italiana di Make me an island di Joe Dolan, e al Disco per l'Estate con Noi due. Il 1969 si chiude con il buon successo di A lei, versione italiana di One day di John Rowles, e Oh Lady Mary, versione italiana dell'omonimo brano di David Alexander Winter. Nel 1970, dopo il deludente risultato al Disco per l'Estate con Il momento dell'addio entra in una fase di appannamento. Torna nel 1972 con un nuovo contratto discografico e nel 1973 partecipa al Festival di Sanremo con Povero con il quale vince il Premio della Critica Giornalistica quale miglior interprete del Festival. Tra i riconoscimenti ottenuti nel suo periodo migliore ci sono anche l'Oscar della Canzone, la Grolla d'Oro e la Caravella d'Oro di Bari. Muore l'8 luglio 2022.
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