18 agosto, 2022

18 agosto 1941 – Lili Marleen

Il 18 agosto 1941 Radio Belgrado, la stazione radiofonica messa in piedi dai nazisti nella Jugoslavia occupata, diffonde per la prima volta le note di una canzone destinata a conquistare il cuore dei soldati di tutti gli eserciti impegnati nella seconda guerra mondiale. Si intitola Lili Marleen e la sua musica è stata composta nel 1938 dal musicista tedesco Norbert Schultze. Il testo, inusuale, è stato scritto tredici anni prima, nel 1915, dall'allora giovane poeta Hans Leip mentre stava partendo per il fronte dei Carpazi nella prima guerra mondiale. La versione diffusa da Radio Belgrado è quella registrata l'anno precedente in Germania dalla canzonettista Lale Andersen e accolta con molta freddezza dal pubblico tedesco. Malinconica e carica di nostalgia, mal si sposa con le velleità belliche del Terzo Reich. Un anno prima il disco è rimasto praticamente invenduto e sembra non sia estraneo a questo risultato il giudizio negativo di Goebbels, il ministro nazista della propaganda, che la ritiene inadatta per la sua tristezza a mantenere alto il morale della popolazione tedesca e delle truppe al fronte. Come è arrivata, dunque, a Radio Belgrado? Per uno strano scherzo della sorte. Il destino delle scorte invendute della produzione discografica tedesca è quello di alimentare le emittenti radiofoniche nei paesi occupati dai nazisti o di arricchire i pacchi dono per gli ufficiali impegnati al fronte. Lili Marleen, insieme ad altri dischi invenduti in Germania, finisce così a Radio Belgrado che la manda in onda per la prima volta proprio il 18 agosto 1941. L’emittente radiofonica in territorio jugoslavo è una delle più potenti dell’epoca. Per questa ragione la voce di Lale Andersen arriva ovunque e diventa popolarissima tra i soldati di tutte le bandiere. Ciascun paese impegnato nel conflitto ne realizzerà una versione destinata alle proprie truppe. In Italia il brano viene tradotto da Nino Rastelli e interpretato dalla voce di Lina Termini.


17 agosto, 2022

17 agosto 1964 - You really got me

Il 17 agosto 1964 la Pye Records pubblica You really got me. Il brano sarà il primo grande successo dei Kinks, uno dei gruppi più spigolosi degli anni Sessanta che più di altri incarna lo spirito ribelle delle bande giovanili dell'epoca. La loro selvaggia irruenza sul palco piace ai Mods, ma è amata anche dai Rockers e verrà presa a esempio dai protagonisti del punk. I Kinks nascono, di fatto, nel 1962 attorno ai fratelli Davies, Ray e Dave soprannominati "Rock Brothers" per la mania di ascoltare i dischi ad altissimo volume. Entrambi chitarristi formano il primo nucleo della band con il batterista Mick Avory e il bassista Peter Quaife. Per un po' si fanno le ossa come gruppo d'accompagnamento del cantante Robert Wace, un onesto mestierante che diventerà il loro manager. La storia non va avanti per molto, perché alla fine del 1963 decidono di proseguire da soli. Notati dal produttore Shel Talmy ottengono il primo contratto discografico con la Pye Records e si mettono subito al lavoro in sala di registrazione. Nel mese di febbraio del 1964 pubblicano il loro primo singolo, una cover di Long tall Sally, il brano di Little Richard. Il disco passa quasi inosservato e non va meglio al successivo You do something to me. Decisi a non mollare i quattro lavorano all'idea di realizzare un brano che possa avere la stessa carica esplosiva delle loro esibizioni dal vivo. Nasce così You really got me. Nonostante sia già pronto alla fine della primavera la loro casa discografica prende tempo tentando di convincerli ad ammorbidirne l'impatto con un arrangiamento meno selvaggio e duro. Sono in molti a dubitare che quel selvaggio e grezzo miscuglio di rock urlato e blues nero possa interessare a un mercato che si sta ormai evolvendo in forme più raffinate, ma Ray Davies e i suoi compagni tengono duro. You really got me esce così com'è. In pochi mesi conquista i giovani di tutto il mondo e diventa uno dei più longevi brani della storia del rock.


16 agosto, 2022

16 agosto 1977 – Muore Elvis

Nella notte tra il 15 e il 16 agosto 1977, a Memphis, nel Tennessee, muore un cantante e inizia un mito. Elvis Presley, soprannominato “the Pelvis”, il ragazzone dalla voce scura capace di muovere il bacino in un modo oltraggioso, si spegne per un attacco cardiaco sull'ambulanza che lo sta trasportando al Baptist Memorial Hospital di Memphis. Da mesi, forse da anni consumato dall’abuso di psicofarmaci, il suo cuore cessa per sempre di battere. Il simbolo del rock and roll muore e nello stesso giorno prende il volo un mito destinato a continuare fino ai giorni nostri, pur se attraversato da più di una contraddizione. Per alcuni, infatti, Elvis è stato il protagonista indiscusso della prima, grande, ribellione giovanile, mentre altri lo ritengono l’inconsapevole eroe di un’operazione tendente a privare il rock & roll originario della sua carica eversiva. Alla seconda schiera appartengono i nuovi protagonisti neri della ribellione musicale, che lo considerano, senza mezzi termini, come un bamboccione bianco manovrato dal music business. Osserva, infatti, il rapper Ice-T che «…negli anni Cinquanta i brani di Little Richard e Chuck Berry venivano definiti “suoni da jungla”, poi l’industria ha capito che poteva essere un affare e ha tirato fuori dal cilindro un caro ragazzo bianco del Sud come Elvis Presley». L’idea, secondo i sostenitori di questa tesi, non era quella di fermare il rock, ma di inglobarlo nel sistema del music business depotenziandone la componente nera. A distanza di anni dalla morte del mito questo giudizio appare corretto ma incompleto perché il fenomeno rappresentato da Elvis Presley non può essere considerato soltanto una semplice operazione industrial-culturale. È sufficiente dare uno sguardo alle scene che accompagnano il suo funerale per capire come fin dai primi giorni dopo la morte dell’eroe, il mito sia andato al di là del semplice fenomeno indotto. Fra i settantacinquemila e gli ottantamila sono, secondo la polizia i fans che al momento dell’addio definitivo circondano Graceland, la favolosa villa di Memphis nella quale il re del rock and roll ha vissuto fino agli ultimi giorni della sua vita in una situazione di alienante, pur se dorata, solitudine. E quella che accorre a dargli l’ultimo saluto è una folla disperata e piangente, non aliena da gesti di isteria, multietnica e colorata. Resterà, per disposizioni superiori, ai margini delle cerimonie ufficiali, sarà costretta a viverle a distanza di sicurezza, visto che alla cerimonia ufficiale, cui sono stati ammesse solo centocinquanta sceltissime persone, ma non rinuncerà a far sentire la sua presenza. Rincorre un mito che altri hanno preparato per lei? A chi osserva superficialmente può sembrare che sia così. Gli occhi della generazione che l’ha conosciuto e amato però vedono in Presley qualcosa che va al di là della abusata storia del cantante leggendario che trova nella morte la sua definitiva consacrazione ideale e commerciale. Osservano lo svolgersi degli eventi ma si muovono in un territorio imprevisto: occupano anche gli spazi proibiti, quelli non direttamente commerciali, usando la memoria come un’arma invincibile. Scandiscono note e parole di brani che hanno accompagnato la presa di coscienza di una generazione e ne fanno inni imprevisti e del tutto imprevedibili. Travolgono le rassicuranti certezze del music business e trasformano Elvis nel simbolo che, probabilmente, non è mai stato e non ha mai voluto essere quando era in vita. Ovvie e un po’ stonate, di fronte a questo poco silenzioso omaggio del popolo del rock and roll, appaiono le dichiarazioni “ufficiali”, che hanno il gusto di minestre già assaggiate. Emblematico il fatto che anche il Presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter voglia dire la sua: «Tutti noi sappiamo che la morte di Elvis Presley priva il nostro paese di una parte importante della sua cultura. Irripetibile e unico è stato il suo apporto. Alla sua musica e alla sua personalità si deve la fusione del country dei bianchi con il blues dei neri che ha cambiato per sempre la cultura del popolo americano». Ma è stato davvero così? Oggi possiamo dire che Presley è stato il personaggio simbolo della trasformazione del rock in un grande affare. Incarnando con la sua immagine pubblica una ribellione più formale che reale, priva di carica eversiva, ha depotenziato il rock and roll delle origini fino a farne in uno dei tanti aspetti della “America way of life”. La sua faccia pulita e la sua trasgressione “accettabile”, contrapposte al demoniaco rock 'n' roll dei neri, ma anche di ribelli bianchi come Jerry Lee Lewis, rassicuravano l'opinione pubblica americana, garantendogli l'appoggio dei media e segnarono il suo trionfo. Tradotta così la storia, pur corretta nell’analisi, non rende merito a un personaggio meno scontato di quello che sembra. Resta folgorato dalla musica nera, dall'espressività corporale dei cori gospel e dalla vocalità graffiante dei dischi di rhythm and blues quando, ancora con i calzoni corti, canta nel coro della sua chiesa. Il tratto distintivo della sua ispirazione artistica non è artefatto, tutt’altro. Passeranno anni prima che il colonnello Tom Parker, suo pigmalione e despota, riesca a rendere innocua quella carica istintivamente eversiva. La storia in seguito diventerà quella che tutti conoscono, quella del ragazzone biondo in pace con se stesso e con il mondo che piace alle mamme, alle figlie e alle zie. Ogni disco venduto offusca l’immagine originaria, ma non la cancella. Paradossalmente è proprio la leggenda a ucciderlo. Incapace di vivere bene il declino, invece di seguire altri protagonisti del rock & roll sulla strada del ritorno alle origini, dà retta ai cattivi consiglieri e finisce per trasformarsi in un crooner adatto a tutte le stagioni. Cannibalizzato dal suo entourage si tramuta in una specie di zombie da richiamare in vita ogni volta che il mercato chiama e da lasciare annegare nelle sue contraddizioni interiori quando non serve. Così inizia la sua fine, non solo artistica, ma anche personale. Obeso e gonfiato da una lunga sequenza di veleni artificiali che lo aiutano a sopravvivere regala al pubblico una serie di apparizioni da incubo. La sua storia finisce male, ma chi l’ha sempre sfruttato continuerà a guadagnare sul mito. Ancora oggi, mentre leggete queste righe, qualcuno di quelli che hanno contribuito alla sua fine, sta contando le royalties incassate su dischi, canzoni e gadget.

15 agosto, 2022

15 agosto 1969 - Alle cinque del pomeriggio comincia Woodstock

Alle cinque del pomeriggio del 15 agosto 1969, sono duecentomila le persone che affollano a Bethel i prati della fattoria di Max Yasgur. Il Woodstock Music and Art Fair sembra destinato a non avere mai inizio, ma i giovani arrivati fin lì non danno l’impressione di preoccuparsene. Non c’è il nervosismo che precede eventi di questo genere. Nella confusione indescrivibile ciascuno aspetta con pazienza che qualcosa succeda. Improvvisamente qualcuno arriva sul palco. È un emozionatissimo Richie Havens che, afferrato il microfono intona con voce tremante la sua Freedom. Inizia così, con un ritardo di molte ore e con la scaletta rivoluzionata, il festival di Woodstock, destinato a entrare nella leggenda come “Tre giorni di pace, amore e musica”. Secondo quanto annunciato dal programma non avrebbe dovuto essere Havens il primo a esibirsi e neppure si sarebbe dovuto attendere il pomeriggio per poter ascoltare le prime note. La manifestazione doveva aprirsi nella mattinata con Joan Baez, seguita da Arlo Guthrie e da Tim Hardin, quindi Havens, poi la Incredible String Band, Ravi Shankar, Bert Sommer e gli Sweetwater, cui era affidato il compito di chiudere la prima delle tre giornate. Già all’alba del 15 agosto, però, si capisce che tutte le previsioni sono saltate. Fin dal giorno prima tutte le linee viarie di comunicazione sono saltate. Una folla immensa sta intasando le strade con ogni mezzo nel tentativo di raggiungere i prati della fattoria di Max Yasgur, incurante degli elicotteri della polizia che con gli altoparlanti invitano a tornare indietro annunciando che l’area del festival è già al limite della capienza. Le autorità preposte all’ordine pubblico fanno diffondere via radio la notizia che la zona viene considerata “area disastrata”, ma non serve a molto. Ogni passaggio degli elicotteri viene accompagnato da gesti di scherno e il fiume umano continua ad avanzare. L’intasamento diventa definitivo quando, vista la situazione, molti ragazzi decidono di abbandonare i propri mezzi di locomozione in mezzo alle strade per continuare a piedi. La situazione che si crea rende, però, difficile, se non impossibile per gli artisti raggiungere l’area del festival. Qualcuno arriverà a piedi, altri riusciranno a garantire la loro presenza solo grazie all’intervento degli elicotteri della polizia. Mentre la fiumana di gente continua ad affluire, l’area destinata al Festival, controllata dai ragazzi della Hog Farm, una comunità hippy che si è assunta l’impegno del servizio d’ordine, ospita già duecentomila giovani, ai quali vengono consegnate razioni gratuite di riso integrale per sopperire alla mancanza di cibo. Alle cinque del pomeriggio il clima non è teso, ma la musica deve iniziare. L’unico cantante presente è Richie Havens, non ci sono dubbi che gli tocchi l’apertura. «Continua fin che ce la fai», gli dicono gli organizzatori e lui va avanti per tre ore, fino allo sfinimento, in attesa che arrivi qualcuno a dargli il cambio. Fortunatamente, quando già il povero Richie comincia a temere di dover cantare per tre giorni da solo, arriva quel folle di Country Joe McDonald che, senza la band, ancora dispersa nel traffico, sale sul palco e intona una lunghissima versione di I feel like I’m fixin’ to die rag, il suo brano contro la guerra del Vietnam, concluso da un coro di centinaia di migliaia di persone che all’unisono con lui urlano un sonoro «Fuck». Anche Country Joe, però, non è di ferro e prima o poi bisognerà pur dargli il cambio, ma non si hanno notizie degli altri artisti previsti dal programma. Gli organizzatori non sanno che pesci pigliare, ma la fortuna è decisamente dalla loro parte. Non si sa bene come, ma scovano tra il pubblico John Sebastian, il leader dei Lovin’ Spoonful, arrivato lì in veste di spettatore. Lo convincono a salire sul palco e guadagnano un’altra preziosa mezz’ora. Nel frattempo comincia ad arrivare qualcuno, sia pure alla spicciolata e senza rispettare l’ordine originario. Dopo Sebastian tocca a Bert Sommer, quindi a Ravi Shankar, la cui esibizione si svolge quasi interamente sotto una pioggia battente e improvvisa. Seguono Arlo Guthrie e gli Sweetwater. Manca sempre Joan Baez. Non c’è problema. Come già per John Sebastian, viene recuperata tra il pubblico Melanie, anche lei arrivata come spettatrice e spedita velocemente sul palco mentre calano le prime ombre della sera. Finalmente arriva anche Joan Baez. Quando la folksinger inizia a cantare è ormai notte fonda e, teoricamente, la prima giornata di Woodstock dovrebbe già essersi chiusa da qualche ora, ma chi ha tempo o voglia di guardare l’orologio?

14 agosto, 2022

14 agosto 1971 - King Curtis accoltellato

Il 14 agosto 1971 il sassofonista King Curtis viene accoltellato a morte da un ladro sorpreso davanti alla porta del suo appartamento a New York. Ha trentasei anni e negli ultimi tempi è divenuto, nei fatti, il direttore musicale di Aretha Franklin, di cui accompagna le esibizioni con la sua band, The King Pins. È sua la tromba che si può ascoltare nell'album Live at the Fillmore West, uno dei migliori della Franklin. Talento precoce, a quindici anni è già un musicista professionista in vari gruppi commerciali della zona di Fort Worth, in Texas, dove è nato. Si trasferisce a New York nel 1952 quando Lionel Hampton lo invita a far parte della sua band. Negli anni successivi lavora con jazzisti di grande valore come Wynton Kelly, Nat Adderley, Sam Jones e molti altri. Parallelamente non disdegna il fronte del rhythm and blues, collaborando con quasi tutti i maggiori esponenti del genere. Eclettico e geniale non vive di sole collaborazioni. Alla testa del suo gruppo si esibisce anche in modo autonomo entusiasmando pubblico e critica con la sua sonorità asciutta e ricca di grinta, con evidenti richiami alla grande scuola del folk blues. Alla fine degli anni Sessanta la sua popolarità si allarga grazie alle musiche scritte per la serie televisiva "Soul", in particolare per il brano Soulful 13 che fa da sigla al programma. Tra le sue composizioni maggiormente conosciute ci sono Soul serenade, Instant groove e Memphis soul stew. La sua morte violenta suscita grande emozione nella scena musicale newyorkese. Tre giorni dopo, il 17, a New York si svolgono i suoi funerali di fronte a una grande folla di musicisti, appassionati e semplici cittadini. Nel corso della cerimonia funebre celebrata dal reverendo Jesse Jackson, sono moltissimi gli artisti che vogliono cantare e suonare per lui. Ci riescono, tra gli altri, Aretha Franklin, Stevie Wonder, Cissy Houston, Brook Benton e Arthur Prysock, Delaney & Bonnie Bramlett, Duane Allman ed Herbie Mann.



13 agosto, 2022

13 agosto 1982 - Joe Tex, il cantante che parla sulle note alte

Il sorriso ironico e la carica vitale di Joe Tex, uno dei personaggi più emblematici della black music degli anni Sessanta e Settanta, si spengono il 13 agosto 1982. Colpito da un attacco cardiaco il quarantanovenne soulman muore a Navasota, in Texas, pochi giorni dopo la conclusione della "Soul Clan Revue", un lungo tour che l’ha visto esibirsi in compagnia di Wilson Pickett, Solomon Burke, Don Convay e altri veterani del soul. Cresciuto in un sobborgo di Houston, Joe Tex, all’anagrafe Joseph Arrington jr, per sopravvivere si adatta a fare di tutto: lustrascarpe, venditore di giornali, ballerino e cantante. Non dà molto credito alla possibilità che quella di cantante possa essere la sua professione futura. Si fa conoscere come autore e scrive successi per Jerry Butler ed Etta James, ma la svolta nella sua carriera inizia nel 1964 quando un impresario di country, Buddy Killen, gli propone di registrare una versione di Baby you're right di James Brown. Dotato di una voce rauca e inadatta alle note alte Joe è costretto a eliminare le parti difficili delle canzoni introducendo brani di parlato sulla musica. Il risultato non gli piace. Se ne va, ma prima si fa promettere che l’incisione non verrà mai utilizzata. Bugiardo matricolato, Killen, convinto delle qualità del ragazzo, gli dice di sì ma poi autorizza la pubblicazione del brano in un singolo che in pochi giorni scala la classifica dei dischi più venduti. È il successo. Con i primi quarantamila dollari Joe regala una casa alla sua vecchia nonna. Sono gli anni del grande successo del soul e lui ne diviene uno degli interpreti più originali con brani come Hold what you've got, A sweet woman like you, You're right Ray Charles e, soprattutto I gotcha. All'apice del successo, però, abbandona la scena musicale per diventare predicatore della Chiesa dei Musulmani Neri, con il nome di Joseph Hazziez. Tornerà sulle scene nel 1975 dopo la morte di Elijah Muhammad, il capo dei Musulmani Neri. I tempi, però, sono ormai cambiati. Ottiene un buon successo con Ain’t gonna bump no more, ma non riuscirà più a ripetersi sui livelli precedenti.



11 agosto, 2022

11 agosto 1966 - I Beatles? Più popolari di Cristo!

L’11 agosto 1966 all’Astor Towers Hotel di Chicago si svolge una burrascosa conferenza stampa dei Beatles, sbarcati negli Stati Uniti per esibirsi in quello che è destinato a essere il loro ultimo tour oltreoceano. Per una volta, però non sono i giornalisti a creare grattacapi ai quattro ragazzi di Liverpool. Anzi, c’è chi rileva come le perrsone che assistono alla confrenza stampa siano “più o meno le stesse del tour precedente”. Quello che disturba è la presenza vociante e aggressiva fuori dall’albergo di varie organizzazioni cristiane integraliste che alzano cartelli in cui si chiede a John Lennon di pentirsi e alle autorità americane di espellere i “blasfemi inglesi”. Allieta l’ambiente un grande falò di dischi e manifesti della band in puro stile Ku Klux Klan. La ragione di tanto trambusto è da ricercare in una non recentissima intervista rilasciata da John Lennon a Maureen Cleave, una giornalista dell’”Evening Standard”, nella quale il musicista rileva, tra l’altro, che “i Beatles sono oggi più conosciuti nel mondo di quanto non sia Gesù Cristo.” In quello stesso 11 agosto, mentre si sta svolgendo la conferenza stampa, un’associazione conservatrice di Memphis chiede che venga annullato il concerto che i quattro di Liverpool dovrebbero tenere nella città. In caso contrario si promettono disordini e contestazioni, oltre che la dannazione eterna per i responsabili del sacrilegio. E mentre il Sudafrica, che non ha mai sopportato John Lennon per il suo impegno antiapartheid, coglie l’occasione per mettere al bando i dischi dei Beatles, i vertici della Chiesa Cattolica tentano di riportare un po’ tutti alla realtà. Su “L’Osservatore Romano” e il “Catholic Herald” compaiono due editoriali molto simili che rilevano come, pur se sbagliate nel tono, le dichiarazioni Lennon siano sostanzialmente vere. Forse perché non leggono, ma più probabilmente perché non capiscono, varie organizzazioni di estrema destra, non tutte a sfondo confessionale, si daranno appuntamento a Memphis il 20 agosto, data del concerto dei Beatles in quella città, per limitarsi a bersagliare con frutta marcia e immondizia la band. I disordini promessi finiranno lì.


10 agosto, 2022

10 agosto 1957 - Pasquale 'O Piattaro muore al Morvillo

Il 10 agosto 1957 al Morvillo, l’ospedale dei poveri di Napoli muore a quasi novantadue anni, in miseria e dimenticato, da tutti il cantante e chitarrista Pasquale Jovino. Popolarissimo in Europa all'inizio del secolo nell'ambiente musicale napoletano è conosciuto anche con il soprannome di Pasquale ‘O Piattaro. Prima di dedicarsi a tempo pieno alla musica, infatti, lavora come garzone in una bottega dove si decorano piatti. Un giorno, sorpreso dalle sue qualità vocali, il maestro Vergine decide di dargli i primi rudimenti di musica e tecnica vocale. Nei pomeriggi in casa del celebre maestro gli è compagno di studi un altro giovane di belle speranze che risponde al nome di Enrico Caruso. Pasquale non termina il corso. Scritturato da un gruppo folcloristico se ne va in Germania. Finita la tournée non torna a Napoli, ma resta a Berlino dove per quattro anni sbarca il lunario cantando canzoni napoletane in vari locali. Sono i primi anni del Novecento e il suo spirito curioso e vagabondo si lascia trasportare dalle varie compagnie teatrali. La sua voce risuona in Russia, in Ungheria e nelle due Americhe. Tornato in Europa ricomincia da capo accettando scritture nelle bettole di Marsiglia. Ancora una volta, però, la fortuna lo assiste. Notato da un impresario viene scritturato per una rivista che resta per sei mesi in cartellone alle Folies Bergère di Parigi. Nel 1910, a quarantacinque anni, decide di tornare a casa. Da quel momento la sua voce diventa il sottofondo musicale dei migliori caffè concerto e ristoranti di Napoli e Posillipo. Leggendaria resta la sua interpretazione di un classico come 'O guarracino, eseguito ogni volta con l'aggiunta di un finale diverso ispirato dal momento, dall'ambiente o dagli interlocutori. Si ritira dalle scene nel 1945, ormai settantacinquenne. Stanco, malato e senza una lira il cantante che ha fatto impazzire il pubblico di due continenti vive i suoi ultimi dodici anni tra gli stenti e la miseria più nera.



09 agosto, 2022

9 agosto 1957 - L'altera ed elegante Nina Imperio

Il 9 agosto 1957 muore la sessantunenne Anna Benedetti. L'avvenimento non fa notizia e nel mondo dello spettacolo a nessuno quel nome dice niente. In realtà la signora Benedetti è stata Nina Imperio, dal 1915 al 1920 una delle cantanti napoletane del varietà più popolari in Italia e in Europa. Figlia del maestro Michele Benedetti, direttore d'orchestra "dei balli" presso il San Carlo di Napoli, canta per la prima volta in uno spettacolo di varietà nel capoluogo partenopeo nel 1911, a soli quindici anni. Il luogo del debutto, la Sala Imperio, resta nel suo nome d'arte. Nina Imperio si fa presto apprezzare per la sua sobrietà altera sul palco e l'eleganza della presenza scenica. La sua voce fa il resto. Irrobustita dagli studi di canto iniziati nella più tenera età, ricca di sfumature e capace di far vibrare le corde dei sentimenti negli ascoltatori, si adatta perfettamente al repertorio classico napoletano. In breve tempo diventa una delle beniamine del pubblico napoletano. La sua popolarità, però, non si ferma alle falde del Vesuvio. Insieme ad alcune tra le migliori compagnie di varietà dell'epoca inizia a girare l'Italia. A diciott'anni, nel 1913, entusiasma il pubblico romano che saluta la sua prima esibizione in assoluto all'Eden tributandole una lunghissima ovazione. Il suo peregrinare in Italia e in vari paesi europei non le fa dimenticare Napoli cui resta legata da un affetto profondo. Nelle sue tournée, infatti, è prevista sempre la possibilità di un suo ritorno a Napoli in occasione dell'annuale rassegna canora di Piedigrotta. Innumerevoli sono le edizioni della manifestazione che la vedono protagonista e molte delle canzoni lanciate per l'occasione entrano stabilmente nel suo repertorio. La parabola ascendente di Nina Imperio sembra destinata a non fermarsi mai quando, improvvisamente, nel 1920 annuncia la sua intenzione di ritirarsi dalle scene. La donna che ha davanti al suo camerino lunghe file di ammiratori e spasimanti, per la quale gli impresari sono ormai disposti a fare follie è intenzionata a lasciare tutto per… amore. S'è, infatti, innamorata di un uomo che non fa parte del mondo dello spettacolo e intende stare con lui. Dal momento dell'annuncio si esibisce soltanto negli spettacoli previsti dai contratti già firmati, poi se ne va per sempre. Nina Imperio muore con la sua scelta. Non calcherà più il palcoscenico e quando, nel 1957, anche Anna Benedetti scompare più nessuno ricorderà la cantante che fece impazzire con il suo talento il pubblico di mezza Europa.


08 agosto, 2022

8 agosto 1970 - Grazie, piccola Bessie. Janis

L’aveva promesso a se stessa e lei è una che mantiene le promesse. Janis Joplin nell’estate del 1970 è ormai una cantante di successo, sia pur tormentata da una serie lunghissima di angosciosi problemi esistenziali. Da poco ha debuttato con la Full Tilt Boogie Band e tra pochi giorni deve iniziare le sedute di registrazione del suo nuovo album. Da tempo, però, continua a dire agli amici di voler saldare un misterioso debito. Approfittando di un momento di pausa nei suoi impegni, l’8 agosto 1970 fa collocare a sue spese una lapide di ringraziamento e di saluto sulla tomba della grande cantante Bessie Smith, l’Imperatrice del blues che riposa dal 1937 nel cimitero di Mount Lawn presso Derby, in Pennsylvania. Lo fa senza grande clamore, ma la notizia trapela ugualmente. A chi gliene chiede la ragione Janis spiega “L’ho sentita molte volte vicino a me. Devo tutto a lei: il mio modo di cantare, la mia passione per la musica, i suoni e i colori della mie interpretazioni. È stata Bessie Smith l’esempio che ho scelto quando ho cominciato a cantare e lei mi ha insegnato la strada.” Stimolata sull’argomento si lascia poi andare a una serie di considerazioni violente contro la vergogna della discriminazione razziale. Sono parole di fuoco che bollano l’intera società americana. Il razzismo, a suo dire, è una vergogna che dovrebbe pesare come un macigno su tutti i bianchi che vivono negli Stati Uniti. Le parole di Janis non sono generiche manifestazioni di solidarietà a favore dell’integrazione razziale, ma si riferiscono direttamente alle scandalose circostanze che hanno provocato la morte di Bessie Smith, sulle quali, peraltro, nessuno ha mai aperto un’inchiesta degna di questo nome. La morte della cantante viene solitamente attribuita a un generico “ritardo nei soccorsi”, quando non a “circostanze oscure”. Eppure non c’è niente di più vergognosamente chiaro delle circostanze che hanno determinato la morte di Bessie Smith. Siamo nel 1937. Mentre è impegnata in una lunga tournée nel Sud degli Stati Uniti, la cantante viene coinvolta, nella notte tra il 25 e il 26 settembre, in un terribile incidente stradale nelle vicinanze di Clarksdale, nello stato del Mississippi. Come si può immaginare non sono ancora molte, negli anni Trenta, le auto che viaggiano di notte, per cui passa molto tempo prima che qualcuno si accorga dell’incidente. Ali occhi dei primi soccorritori le condizioni della cantante appaiono molto gravi tanto che si decide di non attendere l’ambulanza per trasportarla al pronto soccorso del più vicino ospedale. La lunga corsa contro il tempo di Bessie Smith è, però, solo all’inizio. Pur essendo stato avvertito per tempo e avendo preparato il necessario per prendersi cura della ferita, il personale di turno dell’ospedale si rifiuta di accettare il corpo martoriato della cantante quando si accorge che è nera. In quegli anni in molti stati del Sud vige ancora un rigido regime di separazione razziale e viene considerato un fatto del tutto normale per una clinica riservata ai bianchi rifiutare di prendersi cura a un corpo sofferente dalla pelle nera. A nulla valgono le violente proteste dei più decisi tra i soccorritori, accusati dai loro interlocutori di aver perso del tempo prezioso per non aver voluto portare subito la ferita nel più lontano ospedale per neri. In ogni caso è “evidente” che i medici e gli infermieri della clinica “bianca” non c’entrano perché Bessie Smith non è un problema loro. Gli stupefatti soccorritori risalgono sulle auto e tentano una nuova disperata corsa verso l’ospedale afro-americano di Clarksdale. Dopo una notte intera senza soccorsi, le cure dei medici non possono far altro che alleviare i dolori dell’agonia. Alle prime ore dell’alba la donna che era stata insignita del titolo di “Imperatrice del blues” e applaudita in tutti gli States cessa di vivere. Questa è la storia che con le sue parole Janis Joplin tenta di far rivivere nella coscienza dell’America degli anni Settanta. Ci riesce, ma solo per il breve spazio di un respiro, perché poi, si sa, la vita continua.



07 agosto, 2022

7 agosto 1941 – Una tuba jazz prestata al pop

Il 7 agosto 1941 nasce a Montgomery, nell'Alabama, Howard Lewis Johnson, polistrumentista tra i più versatili del jazz e del rock statunitense degli anni Settanta. Dalla tuba al sassofono, al trombone, al flicorno, non c'è strumento a fiato con il quale non si sia sperimentato con successo. Ancora piccolo resta affascinato dalle orchestrine jazz che gironzolano nell'Ohio, stato nel quale si è trasferito poco tempo dopo la nascita. Non potendo contare su maestri affidabile rubacchia il mestiere qua e là e a tredici anni sa già cavarsela egregiamente con il sassofono baritono. In breve diventa un po' la mascotte dei musicisti che operano nella sua zona e nel 1955 inizia a frequentare un corso (quasi) regolare di tuba. Non fa in tempo a terminare gli studi che deve indossare la divisa marina statunitense. Ci resta quattro anni, passati in gran parte a Chicago, ma mantiene i contatti con l'ambiente del jazz. Proprio a Chicago conosce Eric Dolphy, che lo consiglia di trasferirsi a New York. Ci va nel 1963 e un anno dopo entra a far parte del gruppo di Charlie Mingus con cui resta fino al 1966, senza rinunciare ad altre collaborazioni come quelle con Gil Evans, Hank Crawford, Archie Shepp e Buddy Rich, soltanto per citarne alcuni. In questo periodo inizia anche il suo rapporto con il Composer's Workshop Ensemble, destinato a durare a lungo. Quando molla la band di Mingus, dopo un breve periodo a Los Angeles, nel settembre del 1967 forma a New York i Substructure, un gruppo di solisti di tuba che cambia poi nome in Gravity. Oltre a lui e alla indispensabile sezione ritmica ne fanno parte Joe Daley, Morris Edwards, Carleton Greene, Jack Jeffers e Bob Stewart. Negli anni Settanta collabora a vari progetti di Carla Bley e, come molti altri strumentisti, allarga il suo interesse anche al di fuori del jazz. Particolarmente interessante risulta la sua collaborazione con Taj Mahal. Compare anche insieme alla Band nel film di Scorsese "The Last Waltz".


06 agosto, 2022

6 agosto 1970 - Mai più Hiroshima, basta con la guerra!

«Mai più stragi inutili, mai più guerra!». Il variegato mondo del pacifismo statunitense si mobilita, nell’estate del 1970, per ricordare il venticinquesimo anniversario dell’esplosione della bomba atomica di Hiroshima. Lo fa sapendo che non sarà una passeggiata perché “peace and love” è un bello slogan se serve a decorare le magliette o le copertine dei dischi, ma diventa pericoloso e sovversivo se trasferito nella realtà. E la realtà è che gli Stati Uniti sono impegnati a “difendere la civiltà occidentale” nelle paludi della penisola indocinese e che, come contro i giapponesi, il fine giustifica qualunque mezzo. Ieri era giusto lanciare un paio di bombe atomiche contro un paese già prossimo alla resa come oggi il napalm è l’unico modo per “stanare i musi gialli” da quelle giungle così intricate dove i marines si perdono. Il movimento pacifista sa che il ricordo di Hiroshima rischia di essere un ingombrante fantasma per l’establishment americano e che la celebrazione del venticinquennale non avrà vita facile. Decide così di costringere il “nemico” a dividere le forze. Per il 6 agosto 1970 programma due concerti in contemporanea, entrambi dedicati all’anniversario della bomba atomica di Hiroshima, entrambi contro la guerra. Il primo si dovrebbe svolgere a New York e l’altro a Filadelfia. Gli organizzatori sono sicuri che nessuno dirà loro un chiaro e tondo “no”, ma con altrettanta sicurezza si rendono conto che si tenterà in ogni modo di impedire le due manifestazioni. Parte così una corsa a ostacoli contro il tempo e le complicazioni burocratiche. Il 6 agosto allo Shea Stadium di New York più di ventimila persone gridano il loro impegno per la pace mentre sul palco si esibiscono John Sebastian, Janis Joplin, Paul Simon, Paul Butterfield, Johnny Winter e tutto il cast del musical “Hair”. La stessa sera tutto tace, invece, al JFK Stadium di Filadelfia. Guarda caso, la mancanza di banalissimo certificato ha impedito la concessione dello stadio: all’ultimo momento, naturalmente.

05 agosto, 2022

5 agosto 1967 – Il primo album dei Pink Floyd

Il 5 agosto 1967 viene pubblicato The piper at the gates of dawn, il primo album dei Pink Floyd. La realizzazione del disco è stata preceduta dal licenziamento di Joe Boyd, il produttore della band, e dalla sua sostituzione con Norman Smith, più gradito alla Columbia, l'etichetta del gruppo EMI alla quale sono legati contrattualmente. È proprio Smith il primo a intuire che le potenzialità dei Pink Floyd non possono essere compresse nel ristretto spazio di un singolo. Per questa ragione lascia mano libera alla band nella scelta dei brani da inserire nel loro primo album. Il risultato è un disco splendido, completamente ispirato dal genio visionario del chitarrista Syd Barrett. A lui si deve, oltre che la composizione di ben dieci degli undici brani dell'album, anche la scelta del titolo The piper at the gates of dawn, ispirato a uno racconto dello scrittore underground Kenneth Graham. L'impronta di Barrett non finisce qui, visto che s'è anche occupato delle grafica della copertina. Il disco segna una forte discontinuità con i due singoli che l'hanno preceduto. Due brani in particolare, Astronomy domine e Interstellar overdrive sono destinati a vivere a lungo entrando nei classici senza tempo della band. L'album, accolto con stupore e qualche perplessità dalla critica, vola alto nelle classifiche di vendita aprendo ai nuovi leader della psichedelia britannica le porte del mercato internazionale. Di lì a qualche mese, infatti, i Pink Floyd partiranno per la loro prima tournée negli Stati Uniti. Soprattutto nei concerti dal vivo emerge con forza la completa dipendenza della band da Syd Barrett, la cui carismatica presenza scenica è però resa ogni giorno più imprevedibile dalla costante assunzione di forti dosi di LSD. I rapporti interni al gruppo vengono messi a dura prova nonostante o, forse, a causa del crescente successo. I Pink Floyd da band "di nicchia", con un seguito ristretto a pochi ma fedeli appassionati, si ritrovano, quasi da un giorno all'altro, a dover gestire il ruolo di profeti della psichedelia con un crescente ed entusiastico seguito di pubblico. Con il passar del tempo cresce l'insofferenza dei compagni nei confronti di Barrett, spesso alle prese con disturbi mentali provocati dall'azione dell'acido lisergico. Proprio in questo periodo inizia l'evoluzione che li porterà prima ad affiancare, poi a sostituire il loro fragile leader con David Gilmour. I fans della prima ora lo rimpiangeranno per sempre, ma per i Pink Floyd inizierà l'era dei grandi successi mondiali.




04 agosto, 2022

4 agosto 1906 – Una canzone per gli emigranti morti in mare

«E da Genova in Sirio partivano/per l’America varcare, varcare i confin/e da bordo cantar si sentivano/tutti allegri del suo destin./Urtò il Sirio un terribile scoglio,/di tanta gente la misera fin:/padri e madri abbracciava i suoi figli/che sparivano tra le onde, tra le onde del mar...» La canzone dalla struttura tipica dei cantastorie ricorda il naufragio di una nave carica di italiani che emigravano in America, avvenuto il 4 agosto 1906. Sulla Sirio c’erano 1.300 persone a bordo, in prevalenza emigranti italiani diretti in Sud America. Alle 16.30 del 4 agosto 1906 il piroscafo mentre sta dirigendosi verso lo Stretto di Gibilterra urta contro una delle secche più tragicamente note del Mediterraneo, al largo di Capo Palos, sulla costa sud-orientale della Spagna,. La nave resta agganciata con la prua sospesa a venti metri dall’acqua e la poppa completamente immersa. Rimane così per diciassette giorni, prima di spaccarsi in due e colare a picco e in quel lunghissimo tempo nessuno fa nulla. I passeggeri impazziscono di paura, qualcuno si suicida, interi nuclei famigliari si gettano in mare senza saper nuotare, una parte viene salvata dalle fragili imbarcazioni dei contrabbandieri, gli unici che arrivano a dare una mano. Impossibile conoscere il numero esatto delle vittime visto che l'alto numero di emigranti clandestini. I registri dei Lloyd’s di Londra riportano il dato ufficiale di 292 morti, ma sono più di 500 le tombe italiane con quella data nei cimiteri della costa.



03 agosto, 2022

3 agosto 1961 – R4, una leggenda a cinque porte

Il 3 agosto 1961 viene presentata per la prima volta la Renault 4, un’automobile destinata a sedurre gli automobilisti del mondo passando indenne attraverso mode e cambiamenti di costume. In trent’anni di produzione saranno più di otto milioni gli esemplari venduti. Tutto nasce nel 1956 quando la direzione della Renault cominciano a pensare a un modello a basso costo, spartano nelle finiture, essenziale nella manutenzione e, insieme, dotato di una buona capacità di carico. In realtà quel tipo di vettura esiste già ed è la Citroën 2 Cv. Proprio il difficile confronto con una concorrenza così agguerrita spinge l’equipe dirigenziale della casa di Billancourt, in particolare il presidente Pierre Dreyfuss, a spingere sull’acceleratore per arrivare nel più breve tempo possibile al risultato. Ai progettisti vengono indicati i cinque requisiti essenziali della vettura: economicità, comodità, facilità di manutenzione, trazione anteriore e quinta portiera di carico posteriore. Lo scopo è quello di recuperare il terreno perduto sul mercato delle utilitarie nel confronto con l’agguerrita concorrenza della Citroën negli anni Cinquanta. La vettura, che nella fase sperimentale, porta il numero 305, viene presentata ufficialmente il 3 agosto 1961 al Salone dell’Automobile di Parigi con il nome di R4. La sua impostazione stilistica gradevole e simpatica, riprende le caratteristiche delle auto in versione furgonata definiti “giardinette”, ed appare semplice ed essenziale, con un portellone posteriore studiato in modo da rendere semplici e quasi naturali le operazioni di carico. La sua meccanica è una sorta di evoluzione di quella della precedente 4Cv adattata alle esigenze di una vettura a trazione anteriore, la prima di questo genere progettata in casa Renault. La carrozzeria, realizzata su un telaio a piattaforma, è studiata in modo che i principali componenti possano essere smontati completamente e senza fatica, rendendo agili ed economiche riparazioni e sostituzioni. Il cambio, a tre marce più la retro, ha la leva collocata al centro del cruscotto in una forma che viene ben presto ribattezzata “a manico d’ombrello”. La nuova utilitaria viene presentata in tre versioni. Una, la R3, equipaggiata con un motore da 603 cc è un po’ la sorella povera della famiglia e verrà tolta dal mercato meno di un anno dopo la sua presentazione, visto lo scarso interesse suscitato. La seconda è la R4, simile alla R3, ma dotata di un motore più potente e robusto da 747 cc e la terza è la R4L, un modello ben rifinito con calandra, coprimozzi e profili laterali cromati. Proprio quest’ultima versione determinerà la prima evoluzione della specie quando, nel 1962, arriverà sul mercato la R4L Super, un modello con un motore da 845 cc, con portellone posteriore ribaltabile e paraurti doppi. Nel frattempo, però, la Renault non rinuncia a continui aggiornamenti di meccanica e carrozzeria dell’intera gamma. Nel 1963, per esempio, tutti i modelli montano paraurti a lama e nuove calotte coprimozzo lisce mentre il basamento delle luci posteriori da cromato diventa trasparente. L’aggiornamento costante senza modificare la struttura di base della vettura è uno dei segreti della longevità della R4. L’altro è la sua capacità di affascinare generazioni e ceti sociali diversi incurante del passare del tempo e delle abitudini. Nata per motorizzare le famiglie francesi ha ottenuto un successo imprevisto dai suoi stessi ideatori diventando, insieme, strumento di trasporto per le famiglie, strumento di lavoro per commercianti e artigiani, simbolo di libertà per le giovani generazioni e oggetto di culto per anticonformisti e intellettuali. Anche la sua uscita di scena, avvenuta nel 1992, a più di trent’anni dalla nascita, diventa un evento con la messa in circolazione dell’ultima serie chiamata “Bye bye”.

02 agosto, 2022

2 agosto 1941 - Georges Locatelli, il chitarrista innamorato di Django Reinhardt

Il 2 agosto 1941 nasce a Parigi il chitarrista Georges Locatelli. Suo padre è italiano e la madre francese. Georges compra la sua prima chitarra a quattordici anni dopo aver ascoltato Django Reinhardt. Tre anni dopo suona con Eddy Louiss, in trio con Joachim Kuhn al Riverboat, in quartetto con Jacques Thollot, e Jean-Luc Ponty; nel 1970 forma i Total Issue, un gruppo con Aldo Romano e Henri Texier, suonando musica pop e jazz. Proprio in quel periodo decide di fare della musica una scelta di vita…

01 agosto, 2022

1° agosto 2003 – Gli Stylophonic al Gay Village

Il 1° agosto 2003 al Gay Village di Testaccio, a Roma, sono di scena gli Stylophonic, il progetto targato Stefano Fontana che nei mesi precedenti ha fatto impazzire gli appassionati della dancefloor di tutto il mondo con il brano If Everybody In The World Loved Everybody In The World, il primo singolo tratto dall'album Man music technology. Quasi in concomitanza con il secondo singolo Soul reply in rotazione sui maggiori network radiofonici europei, regala al pubblico una serie di esibizioni dal vivo. La formazione che sale sul palcoscenico romano, infatti, è la stessa che il 4 luglio ha deliziato la platea di Arezzo Wave e che sta per iniziare un lungo tour nei clubs di tutta Europa. Ad accompagnare i giochi elettronici di Stefano Fontana, deus ex machina del gruppo, ci sono Saturnino al basso, Roberto Baldi alle tastiere, la cantante sudafricana Ariana Schreiber e il vocalist londinese Peter Goodey.


31 luglio, 2022

31 luglio 1925 - Bill Clark, il batterista dei grandi

Il 31 luglio 1925 nasce a Jonesboro, in Arkansas, il batterista Bill Clark, registrato all’anagrafe con il nome di William E. Clark,. Musicista molto attivo dalla fine degli anni Quaranta, suona con Lester Young, Lena Horne, Hazel Scott e seppur brevemente nel febbraio del 1951 con Duke Ellington. Durante gli anni Cinquanta accompagna prima il pianista inglese George Shearing con il quale incide anche per la MGM e quindi dal 1955 suona con il trio del pianista Ronnell Bright, con Jackie Paris e con il quartetto del clarinettista Rolf Kuhn. Nel 1957 viene ingaggiato da Mary Lou Williams, con la quale resta fino agli inizi degli anni Sessanta. Muore il 30 luglio 1986.


30 luglio, 2022

30 luglio 1993 – Muore l’anima degli Wonder Stuff

Il 30 luglio 1993 muore il bassista Rob Jones, considerato l’anima musicale degli Wonder Stuff, la band da lui formata nel 1986 a Birmingham con il cantante Miles Hunt, il chitarrista Malcolm Treece e il batterista Martin Gilk. Dopo aver fatto esperienza sul fronte della musica alternativa e aver realizzato due EP, Wonderful day e Unbereable, per la Far Out Record Company, un'etichetta indipendente creata da loro stessi, firmano il primo contratto discografico con la Polydor, attratta dalla loro originalità. Il primo album della band, The eight legged grove machine, prodotto dall'ex Vibrators Pat Collier, esce nel 1988 e diventa rapidamente un disco fondamentale per il punk pop degli ultimi anni Ottanta. Nella versione in CD e cassetta di questo album vengono aggiunti quattro brani tra i quali l'emblematico Astley in the noose. Nel 1989 con Hup gli Wonder Stuff tentano esperienze musicali più complesse, ricche di richiami psichedelici, folk e post punk. Il successo commerciale arriva nel 1991 con Never loved Elvis (un album ben sostenuto dai singoli estratti The size of a cow e Caught in my shadow. La vita della band, proprio mentre sembrava avviata su un tranquillo binario di successo, viene sconvolta da tensioni interne e da problemi causati dall'eccessivo amore per gli alcoolici, difeso spesso da Hunt come un tratto caratteristico della loro musica e come fonte fondamentale della sua creatività. Quando Rob Jones, dopo aver lasciato i compagni per formare, a New York, i Bridge and Tunnel Crew mure il 30 luglio 1993 per un infarto conseguenza dell'indebolimento complessivo del fisico in seguito all'eccessiva assunzione d'alcolici, al suo posto arriva il bassista Paul Clifford e la formazione della band si allarga con l'ingresso del polistrumentista Martin Bell. Nel 1994 gli Wonder Stuff faranno parlare di sé annunciando prima un album live, poi una raccolta di successi e infine il loro scioglimento nel mese di maggio dello stesso anno.


29 luglio, 2022

29 luglio 1938 – Enzo G. Castellari, un maestro del film di genere

Il 29 luglio 1938 nasce a Roma Enzo G. Castellari. Mentre tutto il mondo lo omaggia come uno dei più grandi maestri del “film di genere” Enzo G. Castellari, al secolo Enzo Girolami, da sempre contesta addirittura la definizione sostenendo che il cinema “di genere” non esiste perché si tratta di una categoria inventata da chi non ha altro da fare che cercare di catalogare tutto quello che vede. Si definisce un “innamorato del cinema” a tutto tondo e senza altro aggettivo, anche se è chiaro che per lui un film deve prima di tutto affascinare, far sognare e se possibile aiutare a dimenticare i problemi giornalieri. Figlio del regista Marino Girolami, respira l’aria del set fin da quando muove i primi passi e prima di passare dietro alla macchina da presa si fa le ossa lavorando in quasi tutte le fasi della produzione, dalla sceneggiatura al montaggio, da attore ad aiuto regista. Per non restare prigioniero dell’ingombrante eredità paterna sceglie di lavorare sempre sotto un nome d’arte. Prima di diventare Enzo G. Castellari diventa E. G. Rowland e Stephen Andrews. Enzo G. Castellari fa il suo debutto alla regia nel 1966 nel western all’italiana dirigendo senza comparire sul manifesto il film “Pochi dollari per Django” ufficialmente firmato da Léon Klimovsky per ragioni legate alla co-produzione spagnola. L’anno dopo firma con lo pseudonimo H. G. Rowland l’interessante “7 winchester per un massacro”, un film ispirato alla storia vera del Reggimento Nero del Colonnello Shaw, una banda di sudisti che non accettò la resa e continuò la Guerra di Secessione per proprio conto. Sempre nel 1967 realizza, finalmente con lo pseudonimo di Enzo G. Castellari, “Vado, l’ammazzo e torno” che supera il miliardo di lire d’incasso e ne fa uno dei protagonisti del boom commerciale del western all’italiana. Seguono poi nel 1968 “Quella sporca storia del West”, una sorta di trasposizione western dell’Amleto di Shakespeare, “I tre che sconvolsero il West (Vado, vedo e sparo)” e “Ammazzali tutti e torna solo”. Il successo lo stimola a cercare nuove strade e a misurarsi con generi diversi dal western all’italiana. Arrivano così i successi de “La battaglia d’Inghilterra”, “Ettore Lo Fusto” e, soprattutto, “La polizia incrimina, la legge assolve” e “Il cittadino si ribella” che all’inizio degli anni Settanta segnano la nascita del genere poliziesco all’italiano o “poliziottesco”, un altro filone d’oro del nostro cinema di quel periodo. Le sue incursioni nel western all’italiana riprendono nel 1972 con “Tedeum” e nel 1975 con “Cipolla Colt”, due film che si inseriscono in modo originale nel filone satirico che caratterizza l’ultimo periodo del genere. L’omaggio più prezioso, la gemma della sua produzione western resta, però, Keoma, entrato nella storia del cinema come il film che chiude l’epopea iniziata con “Un pugno di dollari” di Sergio Leone. Inaspettatamente tornerà a far cavalcare Franco Nero sulle polverose strade della frontiera nel 1993 realizzando “Jonathan degli orsi”, un bellissimo omaggio postumo al western all’italiana che esce in Italia soltanto nel 1995 dopo il successo ottenuto nelle sale cinematografiche statunitensi.