18 gennaio, 2021

18 gennaio 2004 - Gli dei di un perduto rock

Domenica 18 gennaio 2004, "Appuntamento al buio", il programma domenicale condotto da Jonathan Giustini dalle 11 alle 13 su Radio Città Futura di Roma, viene interamente dedicato al Progressive Italiano, un genere che conta migliaia di appassionati. Il pubblico crescente favorisce l’intensificarsi di ristampe dei dischi “storici” di questo genere. Proprio nel gennaio 2004 viene pubblicata una collana intitolata Dei di un perduto rock. La puntata di "Appuntamento al Buio" di domenica 18 regala agli ascoltatori un'ampia selezione di brani tratti proprio da questa nuova collana discografica. Quattro nomi mitici ed evocativi della storia del rock italiano portano la loro testimonianza e i loro ricordi ai microfoni del buon Giustini. Nella prima ora è in studio Vittorio Nocenzi, fondatore e autore delle musiche del Banco del Mutuo Soccorso. Nella seconda entra in collegamento Franz Di Cioccio, storico batterista della Pfm, poi tocca a Tony Pagliuca, il tastierista che suona l'organo Hammond de Le Orme. Prima della conclusione c’è anche un collegamento con Claudio Rocchi, di cui proprio in quel periodo sono stati ripubblicati alcuni titoli storici contenuti nel catalogo della Cramps, l'etichetta alternativa che segnato la storia musicale italiana degli anni Settanta.

17 gennaio, 2021

17 gennaio 1977 – Yvonne Printemps, la regina dell’operetta francese

Il 17 gennaio 1977 muore a Neully-sur-Seine la cantante, attrice e soubrette Yvonne Printemps, una delle grandi donne dello spettacolo del Novecento. «Sapete perchè le donne preferiscono essere belle piuttosto che intelligenti? È che tra gli uomini gli idioti superano di gran lunga i non vedenti». La frase, una delle più famose di Yvonne Printemps, dà l’idea della personalità di questa donna, intelligente, ironica e capace di caratterizzare la stagione d’oro dell’operetta francese con quella che è stata definita la sua “voix unique de vrai rossignol”, voce unica da vero usignolo. Il segreto del suo fascino capace di far perdere la testa a un numero impressionante di uomini non può essere ricondotto soltanto alla bellezza del suo corpo né all’incanto di un sorriso così descritto nel 1938 da Colette: «È un sorriso luminoso come quello di una mezza luna nelle serate limpide d’inverno che colpisce e resta impresso nella memoria per quegli angoli della bocca leggermente sollevati in una sorta d’allegria che si fatica a prendere sul serio visto l’evidente contrasto con la malinconica solitudine dei suoi occhi. Questo, signori, è l’enigmatico sorriso della migliore attrice d’operetta della nostra epoca». Il segreto del suo successo è da ricercare nel complesso di un’artista a suo modo unica capace di coniugare la perfezione scenica con una voce da brividi. Yvonne Wigniolle-Dupé, la futura Yvonne Printemps, nasce a Ermont il 25 luglio 1894. Pur non essendo vero il fatto che la sua famiglia fosse poverissima, come viene ancor oggi riportato in alcune biografie, l’infanzia della bambina appare un po’ complicata. Suo padre, Léon-Alfred Wigniolle possiede un’industria nel nord della Francia ed è quindi una presenza inesistente nella sua vita più che nell’infanzia. Alla sua mancanza non può certo supplire la madre, Palmyre Augustine Dupé, costretta a tirar grandi in qualche modo tre figlie lavorando come sarta. La piccola Yvonne è perciò costretta fin da piccola a tentare di cavarsela da sola tra giochi, pochi studi e tanta libertà per le strade del suo quartiere lontano dagli occhi attenti di una madre impegnata in altre faccende. C’è un luogo che l’attrae maggiormente ed è la sede di un piccolo teatro amatoriale situata a poche decine di metri dalla sua abitazione. Qui la bambina impara presto i trucchi della scena. Osserva gli attori e le attrici, imita i passi delle ballerine, ripete fino allo sfinimento le canzoni. Tanta dedizione non sfugge alla compagnia che, un po’ per necessità ma soprattutto per le insistenze della bambina, la fa debuttare sul palcoscenico in una rivista teatrale quando ha da poco compiuto dieci anni. Tra il pubblico di quell’unica serata c’è Paul-Louis Flers, un vecchio e pratico navigatore del mondo dello spettacolo oltre che storico conduttore della direzione artistica del Moulin Rouge. Di passaggio a Ermont ha deciso di assistere allo spettacolo giusto per passare un po’ di tempo ed è rimasto impressionato dalla vitalità, dalla bellezza e dalla disinvoltura di quella bambina. Sono tempi diversi da quelli di oggi e le bambine, soprattutto quelle che riescono a entrare nel mondo dello spettacolo crescono presto. I riflettori, i trucchi e gli abiti di scena fanno miracoli ed eccitano la fantasia del pubblico. Yvonne non è un’eccezione. A undici anni, quando altre sue coetanee giocano ancora con le bambole, lei sale per la prima volta sul palcoscenico delle Folies Bergères vestita da ballerina con il nome d’arte di “Mademoiselle Printemps”. Nel 1906, a quattordici anni Yvonne è in cartellone al La Cigale dove interpreta un Cappuccetto Rosso particolarmente intrigante nella rivista “Nue cocotte” (Donnina nuda). L’anno dopo torna a far parte della compagnia delle Folies Bergères con cui resta fino al 1911. La ragazza vive quell’esperienza con tanta disponibilità e un pizzico d’incoscienza facendosi particolarmente apprezzare per le sue qualità interpretative e per una presenza scenica che attinge direttamente all’istintività. Nel 1912 arriva la prima svolta della sua carriera. Yvonne, che ha diciotto anni, viene scritturata per la rivista “Ah! Les beaux nichons” costruita intorno alla figura di Maurice Chevalier in quel momento considerato uno dei campioni emergenti dello spettacolo di varietà francese. L’occasione è troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire. La ragazza riesce a farsi notare da pubblico e critica per il suo fascino, per la sua bellezza e, soprattutto, per la voce particolare capace di cambiare colore con grande facilità. Il tutto non è certo guastato da un’intelligenza viva che le consente di assorbire e metabolizzare rapidamente ogni novità. Affascinati dal personaggio autori come André Messager, Albert Willemetz e Sacha Guitry iniziano a scrivere per lei un numero impressionante di lavori. C’è chi dice che tra il 1913 e il 1915 i tre autori proprio pensando alle sue qualità abbiano scritto ben sette riviste oltre ad alcune commedie musicali e varie pièces teatrali, ma distinguere tra leggenda è verità in questi ambienti è sempre difficile... Di certo c’è che nel 1913 porta al successo l’operetta “Les Contes de Perrault” e un paio d’anni dopo si ripete con “Le poilu”. Indiscussa regina dell’operetta ha un segreto che farebbe storcere il naso non soltanto ai puristi: non conosce assolutamente la musica. La sua interpretazione è istintiva e naturale. Non ha assolutamente idea di come si possa impostare una nota di che cosa sia un salto d’ottava. Fa tutto quello che deve per istinto, ma si dà da fare per colmare rapidamente la lacuna grazie alle lezioni intensive e ai consigli che le dispensa Madame Parravicini, una delle grandi maestre di canto di quel periodo. Tra gli uomini più ammaliati dalla personalità di Yvonne Printemps c’è Sacha Guitry che scrive appositamente per lei il grande successo del 1916 “Jean de la Fontaine”. Il rapporto tra i due è intenso, ricco di momenti di grande passione ma anche di litigi violenti, con abbandoni drammatici e repentini pentimenti. L’autore è talmente “fiero” della sua attrice preferita che la vuole anche nel suo primo film “Roman d’amour et d’aventures”. Il 10 aprile 1919 Yvonne Printemps e Sacha Guitry si sposano a Parigi. I quattro testimoni che siglano l’atto di matrimonio sono Sarah Bernhardt, Georges Feydeau, Tristan Bernard e Lucien Guitry, il padre dello sposo. Nonostante gli alti e bassi sul piano sentimentale il loro rapporto si rivela fecondo sul piano professionale per entrambi. Nel 1926 Yvonne Printemps conquista Londra con la sua interpretazione di “Mozart”, un altro capolavoro di Sacha Guitry scritto con Reynaldo Hahn. L’anno dopo i due partono per una lunga tournée in Canada e negli Stati Uniti che la stessa Yvonne alcuni anni più tardi definirà come «..la mia meravigliosa avventura americana...». Innamoratissimo e geloso Sacha Guitry vuole avere sempre l’ultima parola sui partners artistici della moglie. Questa abitudine finisce per farlo diventare complice della fine della sua storia d’amore. Proprio lui, infatti, nel 1931, dovendo mettere in scena il suo lavoro “Franz Hals”, affianca a Yvonne Printemps un giovane e promettente artista che si chiama Pierre Fresnay. Tra i due scocca la scintilla di una passione destinata a durare oltre la fine dei loro giorni anche se non si sposeranno mai. Nel 1934 Yvonne Printemps è ormai divenuta una vedette internazionale. La versione di “Conversation Piéce” di Noël Coward interpretata da lei e Pierre Fresnay resta in cartellone per ben dodici settimane di fila a Broadway. La coppia interpreta anche “O mistress mine” di Cole Porter. Il omento magico è sottolineato anche dall’interpretazione di una serie di film di successo tra i quali spiccano “La signora delle camelie” di Abel Gance, “Les trois valses” di Ludwig Berger e Albert Willemetz e “Le duel” di Pierre Fresnay. Nel 1950 gira “Le voyage en Amerique” d’Henri Lavorel, l’ultimo film della sua carriera. Continua invece a cantare per tutti gli anni Cinquanta ritirandosi dalle scene soltanto dopo aver compiuto i sessant’anni. Il 17 gennaio 1977 muore a Neully-sur-Seine. Il suo corpo viene seppellito al fianco di quello di Pierre Fresnay, la grande passione della sua vita.









16 gennaio, 2021

16 gennaio 1980 - La prima volta di Mike sulle TV private

Il 16 gennaio 1980 l’emittente televisiva privata Tele Milano, di proprietà di Silvio Berlusconi, una delle emittenti del network Canale 5, trasmette la prima puntata de “I sogni nel cassetto”, un programma a quiz condotto da uno dei personaggi più rappresentativi della storia della televisione italiana: Mike Bongiorno. La notizia fa scalpore e accresce l’attenzione dei media e degli ambienti politici sul mondo dell’emittenza privata, sempre in bilico tra illegalità e normalizzazione. C’è chi è favorevole a una progressiva liberalizzazione delle frequenze radiotelevisive e chi, invece, difende il monopolio pubblico. Entrambi gli schieramenti invocano, però, una normativa chiara che disciplini il settore, ma l’invocazione è destinata a restare tale per lungo tempo.

15 gennaio, 2021

15 gennaio 1936 – Nasce il batterista Ronnie Free


Il 15 gennaio 1936 a Charleston, nel South Carolina, nasce il batterista Ronnie Free. Registrato all’anagrafe con il nome di Ronald Guy Free inizia a studiare la batteria a otto anni, sotto la guida del padre. Cinque anni dopo fa le sue prime esibizioni pubbliche in vari gruppi locali e nell'orchestra scolastica. Batterista di buon talento potrebbe continuare dignitosamente a suonare nelle band della sua zona, ma lui ha altri progetti in mente. A vent'anni si trasferisce a New York dove supera le selezioni e si fa scritturare nell’orchestra che accompagna lo spettacolo musicale “Shoestring Revue”. Qui lo nota Oscar Pettiford che, al termine delle repliche, lo vuole con lui. Nel 1958 ottiene una serie di brevi ingaggi con i gruppi di Woody Herman, Sal Salvador e Ray Eberle. Nello stesso anno inizia anche a collaborare con Mose Allison. L'anno seguente, pur non abbandonando il sodalizio con Allison, sperimenta altre esperienze, la più importante delle quali è rappresentata dalla collaborazione con George Wallington. Negli anni successivi suona poi con musicisti cool come Lennie Tristano, Lee Konitz, Warne Marsh e molti altri.

14 gennaio, 2021

14 gennaio 1968 - Inizia il lungo calvario del Belice

Il 14 gennaio 1968 un terribile terremoto scuote la Sicilia e rade al suolo quasi tutti i paesi della Valle del Belice. Il bilancio è di oltre trecento morti, migliaia di feriti e più di centocinquantamila senza tetto. Nei giorni immediatamente successivi le autorità di governo ai vari livelli assumono impegni di immediata ricostruzione destinati a non essere mai completamente mantenuti. Per le popolazioni colpite inizia un lungo calvario irto di ostacoli burocratici, di promesse mai mantenute e di soldi stanziati e mai arrivati a destinazione.


13 gennaio, 2021

13 gennaio 1953 – Antonietta Laterza, la voce delle sirene

Il 13 gennaio 1953 nasce a Bologna la cantautrice Antonietta Laterza, una delle principali esponenti della canzone femminista. Nel 1975 pubblica per l’alternativa e prestigiosa etichetta Cramps il suo primo album Alle sorelle ritrovate. Registrato dal vivo in un concerto con la chitarrista svizzera Nadia Gabi, il disco raccoglie canzoni destinate a diventare la colonna sonora delle manifestazioni del nascente movimento femminista. In quel periodo si esibisce in Francia, in Germania, in Danimarca e nei circuiti alternativi italiani. Nel 1979 pubblica per la Divergo il suo secondo album Le belle signore arrangiato da Riccardo Zappa. Nel 1980 partecipa alla rassegna della canzone d'autore organizzata dal Club Tenco di Sanremo accompagnata da una rockband. Inizia così una fase diversa da quella cantautorale degli inizi, decisamente più sperimentale. Nel 1982 si avventura sui terreni dell’elettronica con Make up, un album che contiene anche il brano Italian slip interpretato in seguito anche da Ivan Cattaneo. Nel 1987 con due brani come Splendidi perchè e Roosevelt Goodbye affronta un tema difficile come quello della propria disabilità per leggere la realtà, del mondo. Nel 1989 compone e interpreta il musical “Pelle di sirena” e l’anno dopo partecipa al Nuovo Cantagiro. Nel 1992 pubblica per la Fonit Cetra l’album Donne a Marrakesh. Nel 2003 è la conduttrice di “Io mi amo e tu?”, un incontro che parla di bellezza, sessualità e affetti delle donne disabili, con contributi musicali e visivi. Nel 2005 pubblica Sirene, un album che raccoglie le sue canzoni più belle insieme ad altre inedite. Nell’ottobre dello stesso anno realizza Mix Appeal uno show musicale con Freak Antoni, Alessandra Mostacci e Ugo Consales dove le diversità sono rappresentate attraverso ironia e pulsione onirica. Nel 2008 scrive e dirige il musical teatrale "PepperMonaPuppis". Nel 2010 realizza il mediometraggio Sauvage con la regia di Gianmarco Rossetti. Nel 2018 pubblica il catalogo Sirena Cyborg, un catalogo interattivo dotato di QR code per la visualizzazione in tempo reale dei contenuti multimediali.


12 gennaio, 2021

12 gennaio 1952 - Il matrimonio in Chiesa? Mai! ...però...

«In Chiesa? Mai!». Così risponde Claudio Villa a Miranda Bonansea, la sua fidanzata, che gli chiede di celebrare le nozze in una delle antiche chiese di Assisi. «Potresti, però, avere più rispetto per chi non la pensa come te...», replica la ragazza ostinata nella sua decisione. Alla fine il cantante, ateo convinto ed educato in una famiglia anticlericale, cede: «Per quel che me n’importa. Ti sposo dove vuoi, nel modo che preferisci, ma non pensare che questo mi faccia cambiare idea. Se ti basta la forma...». Il 12 gennaio 1952, quindi, il signor Claudio Villa si unisce in matrimonio alla signorina Miranda Bonansea ad Assisi. Nelle intenzioni della sposa avrebbe dovuto essere una cerimonia intima e riservata a pochi invitati, ma, nonostante le precauzioni, la notizia riesce a filtrare e il giorno del matrimonio la chiesa non riesce a contenere l’afflusso dei fans del cantante e dei curiosi. Al termine della faticosa giornata la coppia torna a Roma dove prende possesso della sua nuova abitazione, al numero 44 di Via Cavour.

11 gennaio, 2021

11 gennaio 1971 – Ernie Cacères, uno dei grandi specialisti del sax baritono

L’11 gennaio 1971 sassofonista e clarinettista Ernie Cacères muore nel Texas, lo stato in cui era nato il 22 novembre 1911. Cresciuto in una famiglia di musicisti (i suoi fratelli Emilio e Pinero sono rispettivamente un violinista e un trombettista), muove i primi passi nella musica fin da ragazzo e impara quasi da solo il clarinetto, il sassofono e la chitarra. Nel 1928 ottiene i primi ingaggi professionali in gruppi della sua zona e successivamente entra a far parte dll'orchestra del fratello Emilio a Detroit e a New York. Propro nella Grande Mela suona con alcuni fra i gruppi più importanti dell’epoca. Nel 1938 è con Bobby Hackett e nel 1939-1940 con Jack Teagarden, Bob Zurke e Glenn Miller. Con Miller rimane fino allo scioglimento dell’orchestra nel 1942, quando il leader si arruola nelle forze armate. L'anno dopo suona con Johnny Long, Benny Goodman e Tommy Dorsey. Nel 1944 entra anche nella formazione di Woody Herman. Dopo un periodo trascorso al Nick's con varie formazioni dixieland e in varie stazioni radiofoniche viene chiamato alle armi. Torna all’attività solo alla fine della Seconda Guerra mondiale nel 1946. Dopo essersi specializzato nel sassofono baritono suona al Nick's con Eddie Condon e con Billy Butterfield prima di costituire un proprio gruppo all’Hickory Log. Dal 1950 al 1956 lavora in televisione con l'orchestra di Gary Moore e nel 1957 suona ancora con Bobby Hackett allo Hudson Hotel. Nei primi anni Sessanta lavora con Bing Crosby e con Billy Butterfield partecipando a vari festival jazzistici. Tornato poi nel Texas riduce progressivamente l'attività professionale suonando in qualche occasione con il fratello Emilio o alla guida di qualche instabile formazione in proprio. Musicista competente, affidabile e di bella sonorità è considerato uno dei grandi specialisti di sax baritono.


10 gennaio, 2021

10 gennaio 2007 - Nessun colpevole per la strage di Ustica

Il 10 gennaio 2007 la prima sezione penale della Cassazione, presieduta da Torquato Gemelli, confermando nei fatti una sentenza emessa del Tribunale di Roma del 28 settembre 2000 chiude senza condanne il processo per la strage del DC9 Itavia precipitato nelle acque di Ustica con 81 persone a bordo. Mentre i legali di alcuni familiari delle vittime esprimono «profonda amarezza e indignazione per ciò che è accaduto», dopo ventisette anni si chiude senza colpevoli e senza spiegazioni la vicenda processuale sulla strage di Ustica. Chi è stato? Perché? Non si sa. È un mistero che per ora non ha risposte.

09 gennaio, 2021

9 gennaio 1899 – Nasce Fregolino

Il 9 gennaio 1899 nasce a Napoli Vincenzo Cristo, destinato a restare nella storia dello spettacolo italiano come cantante e attore con il nome d’arte di Fregolino, ispirato a Leopoldo Fregoli il più grande cantante e trasformista italiano d’inizio secolo. Il suo debutto avviene nel 1913 al teatro Partenope di Napoli dove il pubblico resta conquistato dal suo talento comico che si esprime soprattutto nelle nella parodia di canzoni di successo, come Palomma di Armando Gill, che per anni diventa il suo cavallo di battaglia. Negli anni Venti la sua popolarità supera i confini nazionali e arriva anche negli Stati Uniti, dove le sue tournée sono salutata da un grandissimo successo di pubblico, e in Germania nella quale si esibisce al Winter Garden di Berlino. Partecipa anche a film di successo come "Balocchi e profumi" e "Un marito per Anna Zaccheo" con Silvana Pampanini, Massimo Girotti e Amedeo Nazzari nel 1953 e "Siamo ricchi e poveri" con Giacomo Rondinella nel 1954.


08 gennaio, 2021

8 gennaio 1906 - Wendell Culley, trombettista da grande orchestra

L’8 gennaio 1906 a Worcester, in Massachusetts nasce Wendell Phillips Culy, uno dei trombettisti più utili e disponibili nella sezione delle grandi orchestre. Wendell Culley vive la propria esperienza quasi totalmente nei gruppi orchestrali dell'epoca dello swing. Al termine del periodo d’oro di quel genere negli anni successivi continua a mettersi al servizio di orcheste che continuano la tradizione delle big bands. Trasferitosi a New York nel 1930 entra a far parte degli organici delle big band di Bill Brown e di Horace Henderson e successivamente in quello di Cab Calloway. È proprio quest’ultimo che più degli altri due offre le migliori possibilità di il suo valore. Dalla formazione di Calloway si trasferisce poi nell'orchestra di Noble Sissle dove rimane per undici anni prima di passare con l’ensemble di Lionel Hampton e poi con quello di Count Basie. Nel 1959 Wendell si sposta sulla costa californiana dedicandosi a una musica più commerciale. Muore a Los Angeles l'8 maggio 1983.


07 gennaio, 2021

7 gennaio 2003 - L’hip-hop avvicina a Dio, parola di Kurtis Blow

Anche il rap può essere uno strumento per far conoscere la parola di Dio. Il 7 gennaio 2003 vari giornali riportano questo pensiero di Kurtis Blow, uno dei grandi esponenti della cultura hip hop fin dal 1979 quando il suo The breaks ha fatto il giro del mondo. L’artista è tra i fondatori di "The hip-hop church", un progetto che intende utilizzare la musica hip hop per togliere i giovani delle periferie nere dai rischi della strada e portarli all’impegno nelle comunità religiose. «Dobbiamo far capire ai giovani la grandezza del disegno di Dio. Per far questo occorre rendere più immediata e comprensibile la Sua parola utilizzando linguaggi che loro capiscono. Il rap è uno di questi», ha dichiarato Blow. La “hip hop church”, oltre a lui, schiera una band, un coro e alcuni break dancer e agisce nelle chiese producendosi in rime d’argomento religioso su ritmiche hip hop fornite da un dj posto sotto l’altare. L’idea ottiene consensi e le prime ad accoglierla con entusiasmo sono state due parrocchie di Harlem a New York: la Abyssinian Baptist Church sulla 138a strada e la Zion Church sulla 146ma.




06 gennaio, 2021

6 gennaio 1967 - Con la Befana arriva Hit Parade

Il 6 gennaio 1967 insieme alla Befana arriva nelle case degli italiani la classifica dei dischi. Il programma, presentato da Lelio Luttazzi, si chiama “Hit Parade” (parata di successi) come l’analoga classifica statunitense. In onda tutti i venerdì alle 13 in punto presenta i primi otto brani di una classifica sulla cui formazione nasceranno polemiche a non finire. In effetti il metodo di compilazione della lista è complicato perché prevede un mix tra i dati di vendita e le preferenze di un campione di ascoltatori. Per la macchinosità e la poca trasparenza di queste regole chiunque si senta ingiustamente escluso può aprire il fuoco sul programma che, però, finisce per trarre vantaggio anche dalle polemiche. Come già accaduto per “Bandiera Gialla” anche “Hit Parade” finisce per avere un effetto moltiplicatore sulle vendite dei dischi e sull’orientamento dei consumatori di musica. Il successo ottenuto è straordinario tanto da provocare nel corso degli anni una serie di trasmissioni derivate come “Speciale vetrina di Hit Parade” che replica i brani ai primi quattro posti della classifica e “Dischi caldi” che presenta i dischi piazzati oltre l’ottava posizione. “Hit Parade” durerà quasi un decennio. Si interromperà il 31 dicembre 1976, ma verrà poi ripresa a partire dal 5 gennaio 1979 con nuovi conduttori e, soprattutto, con una classifica ufficiale determinata dalle vendite nei negozi.

05 gennaio, 2021

5 gennaio 1956 - Mistinguett, la ragazza di Parigi

Il 5 gennaio 1956 muore Mistinguett, una delle grandi interpreti della scena musicale francese. «Un bacio può essere una virgola, un punto interrogativo o un punto esclamativo. È una fondamentale regola ortografica che ogni donna dovrebbe conoscere». La frase, che replica al concetto del bacio come “apostrofo rosa” del Cyrano di Edmond Rostand, è sua e dà un’idea del carattere dell'artista. Decisa, determinata a sfondare nell’ambiente dello spettacolo in un’epoca in cui alle donne sono ancora relegati ruoli di frizzante e decorativo contorno la “môme de Paris”, la ragazza di Parigi trionfa in tutti i grandi locali della capitale francese nella prima metà del Novecento. Mistinguett è la prima vera e fulgida stella della scena parigina. Le sue canzoni ancora oggi a mezzo secolo dalla sua morte sono popolarissime e vivono ogni giorno in nuove interpretazioni. La Francia le ha dedicato un musical e un’altra grandissima interprete come Zizì Jeanmarie nei primi Anni Settanta ha riportato i brani che l’hanno resa famosa nel Casino de Paris, il teatro nel quale Mistinguett cantava insieme al suo pubblico Ça c’est Paris o l’autocelebrativa C’est vrai con la sua voce unica e affascinante, leggermente nasale ma capace di timbri inaspettati fino ad arrochirsi come il velluto a coste larghe e regalare brividi sui passaggi più delicatamente sensuali. C’è chi ha scritto che da ragazza fosse in grado di cavarsela bene sul palcoscenico ma non sapesse fare niente in modo straordinario, né danzare, né cantare e nemmeno recitare e che propria questa consapevolezza, unita a un’eccezionale forza di volontà, l’abbia spinta a migliorarsi fino a diventare una stella. Probabilmente è una delle tante leggende che si narrano nel mondo dello spettacolo, ma se è vera rafforza un carisma che non si è spento con il passare del tempo. Jeanne-Marie Bourgeois, la futura Mistinguett nasce il 3 aprile 1875 a Enghien-les-Bains, nell’Île de France. Figlia d’artigiani fin da piccola è affascinata dal mondo dello spettacolo. Quando è ancora piccolina vende mazzi di fiori. Il suo gioco preferito è piazzarsi davanti all’ingresso del Casino del suo borgo natale più per osservare l’andirivieni di uomini e donne della buona società che per vendere loro la sua merce floreale. I genitori si arrendono presto alle sue velleità di sperimentarsi nel mondo dello spettacolo e la lasciano frequentare un corso di violino a Parigi. Il tragitto in treno le dà l’occasione di fare incontri e conoscenze. Tra le persone conosciute c’è anche un autore di spettacoli che la ribattezza Miss Tinguette. Proprio con il nome di Mademoiselle Mistinguette fa il suo debutto cantando nei caffè concerto della capitale. È il 1893, ha dodici anni ma ne dimostra qualcuno di più. Si esibisce al Petit Casino, poi al Trianon Concert e, a partire dal 1897 si trasferisce in pianta stabile all’Eldorado dove resterà per dieci anni fino al 1907. Nel frattempo il suo nome d’arte perde sia l’appellativo di Mademoiselle che la “e” finale diventando definitivamente Mistinguett. Proprio all’Eldorado affina il mestiere lavorando prima nei siparietti in musica e poi ritagliandosi ruoli sempre più completi. Sono anni di lavoro duro che ne affinano le qualità. Mistinguett canta, danza e recita senza risparmio. Il pubblico lo capisce e comincia ad affezionarsi a questa ragazza che sul palcoscenico dà tutta se stessa. Dopo un’esperienza in teatro in un lavoro scritto da Georges Feydeau nel 1908 viene scritturata dal Moulin Rouge. È Max Dearly, uno dei personaggi più popolari di quel periodo, che la vuole al suo fianco per una nuova rivista. Insieme inventano la “valse chaloupée” (Valzer ondeggiante) una coreografia di suggestiva aggressività che mima il rapporto tra una ragazza di vita e il suo protettore. È nata una stella.Alla fine del primo decennio del Novecento il nome di Mistiguett sui manifesti degli spettacoli di rivista diventa sempre più grande. La sua voce e il suo corpo fanno innamorare perdutamente di lei uomini di spettacolo, ufficiali, principi e re. Nel 1910 viene scritturata dalle Folies-Bergère dove lavora con una giovane promessa che risponde al nome di Maurice Chevalier. Proprio con lui mette a punto una nuova coreografia destinata a restare nella storia del teatro di rivista. Viene chiamata “valse renversante” (valzer sconvolgente) e segna la nascita di una intensa storia d’amore. La splendida donna che fino a quel momento ha un po’ giocato con l’amore e con il suo fascino si innamora profondamente di questo giovane e impacciato artista che ha tredici anni meno di lei e tanta, tanta inesperienza. Gli insegna a muoversi sul palcoscenico con maggior grazia e lo stimola a lavorare di più anche sull’educazione della sua voce. Per Chevalier l’aiuto di Mistinguett si rivela preziosissimo e non solo dal punto di vista artistico. Nel 1914 scoppia la prima guerra mondiale e il giovane Chevalier viene spedito al fronte. Qui resta ferito e viene catturato dai tedeschi che lo rinchiudono nel campo di prigionia d’Alten Grabow. Non appena arriva a conoscenza del fatto Mistinguett si fa in quattro per recuperarlo. Muove le sue conoscenze, implora vecchi e nuovi spasimanti, chiede aiuto alla migliore nobiltà europea. Alla fine riesce a farlo liberare e a riportarlo a Parigi con sé. Dal 1916 i due riprendono il discorso artistico che si era interrotto due anni prima. I critici li applaudono come «…la miglior espressione della modernità nello spettacolo di rivista francese…» e i loro nomi svettano ormai grandissimi sui manifesti delle Folies-Bergère e del Ba-Ta-Clan. Mistinguett e Maurice Chevalier arrivano anche al Casino de Paris. Ricostruito nel 1917 il locale viene inaugurato dalla coppia formata da Gaby Deslys e Harry Pilcer, ma sotto le pressioni del pubblico del pubblico finiscono per sostituirla con Mistinguett e Chevalier. Niente però è eterno. All’apice del trionfo la coppia si rompe. Maurice Chevalier decide che è venuto il tempo di andare avanti da solo. La rottura inizialmente riguarda soltanto la sfera professionale e successivamente, litigio dopo litigio, finisce per diventare anche una separazione definitiva sul piano sentimentale. La fine della storia d’amore con Chevalier lascia un segno indelebile sulla sua vita e ispira la canzone Mon homme, uno dei suoi più grandi successi. Quel giovane artista resterà per sempre il suo più grande amore, un legame che lei spiegherà così: «La presenza di Maurice Chevalier non mi ha mai dato moltissimo, ma la sua assenza ha caratterizzato il resto della mia vita…». Negli anni Venti Mistinguett è l’incontrastata regina della notte parigina e ha conquistato l’intera Europa e gli Stati Uniti. Anche il cinema s’accorge di lei. Ala fine saranno una decina le pellicole interpretate anche se sono tutte mute tranne una, “Rigolboche” del 1936, l’unico suo film con la benedizione del sonoro. Per lei scrivono i migliori autori del periodo, compreso l’italiano Bixio che compone le musiche per la rivista “Paris qui brille”. Lei contraccambierà il dono portando al successo in Francia la sua canzone Il tango delle capinere, con il titolo di Le tango des fauvettes. Anno dopo anno però il tempo passa inesorabile e lei lentamente si accorge che è sempre più difficile mantenere il proprio nome scritto in grande sui manifesti dei teatri. Nel 1949 mette in scena quella che sarà la sua ultima rivista. Si intitola “Paris s’amuse” e resta in cartellone per nove mesi. Mistinguett ha ormai settantaquattro anni e da tempo quando è lontana dall’ambiente soffre di solitudine. Alla fine delle repliche decide che è tempo di chiudere definitivamente. Nel 1954 dà alle stampe anche la sua autobiografia intitolata “Tutta la mia vita”, ma la vita della pensionata non fa per lei. Lontano dal palcoscenico e dal pubblico finisce per ammalarsi. Muore sola il 5 gennaio 1956. Dopo la sua morte Chevalier la ricorderà così: «Ho perso il più grande amore della mia vita. Mistinguett mi ha dato le due cose più belle che io abbia avuto: l’amore e il successo».



04 gennaio, 2021

4 gennaio 2003 – Bombardate i System Of A Down!

Considerati da molti giornali musicali la band dell’anno 2002 i System Of A Down con una lunga intervista rilasciata il 4 gennaio 2003 fanno sapere che a loro non importa nulla di quello che pensa Bush della loro musica anche se spesso il presidente tende a bombardare quello che gli dà fastidio, come dimostra l'Iraq. In effetti è difficile bombardare un gruppo capace di vendere ben tre milioni di copie in un periodo in cui chi arriva a un milione si segna con il gomito, ma non è da escludere che alla Casa Bianca decisionista e texana di questo periodo qualcuno abbia anche pensato di far loro qualche brutto scherzo. "Loro" sono i System Of A Down, una band dai suoni cattivi composta da quattro ragazzi d'origine armena che sta mettendo a soqquadro la scena musicale statunitense con canzoni che invitano a darsi una mossa per «fottere il sistema». E perché non si abbiano dubbi su quale sia il sistema che intendono abbattere puntano il dito sul loro paese adottivo, su quell'opulenta società americana colpevole di vivere fuori dal mondo, di essere intollerante e, soprattutto, di non aver mai riconosciuto il genocidio del popolo armeno perché quella dei diritti umani è una gran balla visto che «è più impostante la convenienza dell'alleanza strategica con la Turchia». Il loro successo ha messo in allarme il tranquillo mondo del music business, abituato a considerare la protesta musicale come una sorta di nicchia limitata, pittoresca e da incoraggiare più come elemento di curiosità che altro. Non è la prima volta che un artista o un gruppo arrivano al successo puntando il dito contro i mali della società in cui vivono, ma in genere si è sempre riusciti a depotenziarne la carica eversiva o con il miraggio di un "successo da consolidare" o con la trasformazione degli stessi in una sorta di icona sempre uguale a se stessa e slegata dalla vita reale. Con i System Of A Down il giochino non sta riuscendo. A distanza di un anno dall'album milionario Toxicity il gruppo ha pubblicato Steal this album!, un disco che si spinge ancora più avanti sulla strada della denuncia e della mobilitazione delle coscienze. I testi sono diretti e non si limitano al generico, pur se affascinante, "Fuck the System". In una nazione attraversata da un'ondata di orgoglio nazionalista dopo l'11 settembre dello scorso anno, i nostri eroi pubblicano un brano intitolato A.D.D.(American Dream Denial) (Rifiuto del sogno americano) e urlano il loro dissenso con strofe che recitano «Ce ne fottiamo del vostro mondo con i vostri profitti globali…». Il problema per il sistema non è tanto in quello che dicono, ma nell'incredibile successo di vendita che fa pensare quanto i loro ragionamenti siano condivisi da una larga fetta di giovani statunitensi. I System Of A Down sanno che quella è la loro forza d'urto e ci marciano: «Il nostro pubblico è giovane e variamente distribuito sul territorio. Molti frequentano i college e tra questi ci sarà la classe politica del futuro. Ecco, a noi piace pensare che stiamo parlando alla generazione dei protagonisti del futuro». Pur non essendo dei novellini (a parte il chitarrista Daron Malakian, ventisettenne, gli altri tre sono più vicini ai quarant'anni che ai trenta), la loro storia comune inizia solo nel 1993 a Los Angeles quando proprio Daron Malakian incontra in uno studio di registrazione a il cantante Serj Tankian. Entrambi militano in formazioni diverse, ma da quel momento decidono di unire gli sforzi in un progetto comune cui danno il nome di Soil. Per qualche tempo si adattano a fare i conti con una formazione variabile, ma nel giro di un paio d'anni finiscono per trovare un equilibrio definitivo con Shavo Odadjian al basso e John Dolmayan alla batteria. Proprio in quel periodo arriva anche il nuovo nome. Muoiono i Soil e nascono i System Of A Down, (il nome è ispirato a una poesia di Daron, intitolata "Victims of a Down") la prima band armena capace di ottenere una nomination ai Grammy Awards. Gli amanti delle definizioni schematiche si trovano subito in imbarazzo a classificarli in un genere definito, e a orecchio vengono quasi d'autorità piazzati tra gli alfieri del nu-metal. In realtà loro hanno le idee chiare. «Sono i critici a far confusione, noi siamo una heavy band, ma siamo aperti, svegli e intelligenti per misurarci anche con gli altri generi….» Non chiedete però se si possa parlare di heavy armeno, perché la risposta sarebbe una risata corale: «Noi suoniamo musica heavy e la musica armena solitamente non è heavy, ma è drammatica, come la nostra. Il popolo armeno ha subito un genocidio. Prendendo coscienza di quest'ingiustizia, commessa dalla Turchia, abbiamo aperto gli occhi sulle altre ingiustizie nel mondo. La nostra musica nasce da qui». In realtà non è solo nell'ispirazione che il loro rock duro, imbevuto di suoni degli anni Settanta, prende le strade dell'oriente. Se è vero che la struttura dei loro pezzi è quella classica di quattro quarti, è altrettanto vero che le sonorità sono ampiamente debitrici nei confronti delle suggestioni mediorientali. È sufficiente ascoltare Bubbles, uno dei brani di Steal this album! per rendersi conto che la chitarra di Daron suona come se fosse un bouzouki. Nelle loro esecuzioni c'è l'angoscia dell'esilio, ma anche la voglia di non considerare finita la partita, come raccontano in P.L.U.C.K.: «Un completo genocidio razziale/Ha cancellato il nostro orgoglio…» ma «…ora è il tempo della resa dei conti/Riconoscere, restituire, riparare…» altrimenti è tempo di «…rivoluzione, l'unica soluzione/La risposta armata di un'intera nazione…». È evidente che il music business USA non si senta troppo tranquillo quando tipetti come questi dimostrano di saper conquistare una fetta di consenso inimmaginabile. Figuriamoci poi ora che, mentre la bandiera a stelle e strisce viene innalzata per una nuova guerra loro dicono di essere stanchi di bombe e in Boom cantano «…l'unico obiettivo è il denaro/A nessuno importa un accidente se adesso muoiono di fame 400 bambini/mentre si spendono miliardi in bombe per piogge mortali…»



03 gennaio, 2021

3 gennaio 1928 - Al Belletto, un sax innovativo

Il 3 gennaio 1928 nasce a New Orleans, in Louisiana, Alphonse Joseph Belletto destinato a lasciare un segno importante nella storia del jazz come sassofonista con il nome di Al Belletto. Pur essendosi formato alla scuola jazzistica della sua città suonando con Sharkey Bonano, Louis Prima, Wingy Manone, Monk Hazel e i Dukes of Dixieland, il giovane Al abbandona rapidamente lo stile di New Orleans per cimentarsi con gruppi più innovativi. È l'ingresso nella big band di Woody Herman nel 1958 a orientarlo verso un jazz più moderno, che lo porterà poi ad accostarsi a Charlie Parker, a Stan Kenton e a tutti gli altri sperimentatori che, entro lo spazio di questa musica, cercano soluzioni nuove e diverse. Dotato di una buona conoscenza della musica classica Al Belletto utilizza strutture d’impianto classico nel suo fraseggio con risultati apprezzabili specialmente sul piano formale. Muore il 27 dicembre 2014 tra l'indifferenza dei media di tutto il mondo.


01 gennaio, 2021

1° gennaio 1965 – Fermate la British Invasion!

Il 1° gennaio 1965 la rivista New Musical Express denuncia che, con pretesti artificiosi, il governo statunitense sta negando il visto d'ingresso nel paese a vari gruppi inglesi che si vedono costretti ad annullare tour già previsti. Qualcuno pensa a uno scherzo dei redattori, ma la notizia è vera . Il Dipartimento Immigrazione degli Stati Uniti sta, infatti, cercando di limitare la "British Invasion", cioè l’arrivo delle band britanniche con lo scopo apparente di tutelare gli artisti locali. In realtà si vuole bloccare l’ondata di rinnovamento che l’esplosione del “beat” sta portando non soltanto nella musica. Come tutti i provvedimenti restrittivi e censori è destinato al fallimento. Per la prima volta la musica è assurta a linguaggio universale e una nuova generazione sta tentando di irrompere sulla scena della storia. Quello che in parte era già successo alla fine degli anni Cinquanta con il rock & roll, trova la sua esaltante continuità con un fenomeno come il beat e le successive evoluzioni. Le giovani generazioni iniziano a comunicare sulla stessa onda utilizzando la musica. Ben presto alle parole d’amore adolescenziale si sostituiscono contenuti diversi. Per la prima volta un comunista messo al bando dal maccartismo come Pete Seeger vede una sua canzone ai vertici delle classifiche di mezzo mondo, in Gran Bretagna si riciclano i più oltraggiosi interpreti del rock and roll statunitense, mentre l’opposizione alla guerra del Vietnam entra nelle canzoni e termini come “imperialismo” e “capitalismo” assumono in musica un’universale accezione negativa. Chiudere i confini non serve più.

31 dicembre, 2020

31 dicembre 1948 – Donna Summer, la voce sexy della disco

Il 31 dicembre 1948, a Boston nel Massachusetts, nasce Donna Summer. Il nome con il quale viene registrata all’anagrafe è LaDonna Gaines. Fin da piccola canta insieme alla sua numerosa famiglia nel coro della chiesa del quartiere mettendo in mostra notevoli qualità vocali tanto che a soli dieci anni si esibisce già in alcune parti da solista. Dopo aver partecipato a vari concorsi musicali si trasferisce a New York. Nella grande mela viene scritturata per il cast del musical "Hair". È il 1967. Quando la compagnia arriva in tournèe in Europa lei accetta di partecipare alla versione tedesca del musical e decide di non tornare negli Stati Uniti. A Monaco di Baviera incontra e sposa l’austriaco Helmut Sommer con il quale mette al mondo una figlia, Mimi Sommers. Proprio dall’anglicizzazione del primo marito nascerà il nome d’arte di Summer. Nel 1974 risponde a un’inserzione e trova lavoro come corista di studio entrando così in contatto con Pete Bellotte e Giorgio Moroder che la scritturano per la loro etichetta Oasis Records. Con la collaborazione di Moroder Donna realizza nello stesso anno l'album Lady of the night e il singolo estratto Hostage che, pur ottenendo un buon successo in Francia, in Germania e in Olanda, passano pressoché inosservati sui mercati anglosassoni. Nello stesso anno, sull'esempio del soul orchestrale di Barry White e del sound erotico della coppia Jane Birkin-Serge Gainsburg, pubblica Love to love baby, un brano che, pur non ottenendo particolare successo, attira l'attenzione di Neil Bogart, il presidente della statunitense Casablanca Records, la stessa etichetta dei Kiss. Proprio seguendo le sue indicazioni, viene realizzata una nuova versione del brano dilatandone la durata dagli iniziali tre minuti a oltre un quarto d'ora, con l'inserimento di vocalizzi, gemiti e sussurri inequivocabilmente erotici, che, pubblicata nel 1975 nell'album Love to love baby, diventa un successo mondiale, trascinando anche il singolo omonimo al primo posto della classifica statunitense e al quarto di quella inglese. L'album successivo, Love trilogy del 1976, con Try me, un altro lungo brano d'effetto, conferma il successo del team formato dalla Summer con Bellotte e Moroder e la ragazza è incoronata dai media di tutto il mondo “Regina della disco music”. Nello stesso anno analoga accoglienza ottengono l'album For seasons of love e il singolo Winter melody. Il rapido successo commerciale e l’innegabile sex appeal della ragazza finiscono per suscitare qualche invidia e non manca chi insinua che Donna sia soltanto una bella ragazza priva di talento canoro e che dal vivo canti in play back sulla base registrata da una corista professionista. Scioltesi come neve al sole le polemiche e le insinuazioni il suo successo continua nel 1977 con l'album I remember yesterday dal quale vengono estratti i singoli I feel love, Down deep inside, I remember yesterday, Love's unkind e I love you seguiti dal doppio album Once upon a time. Dopo il suo debutto cinematografico con il film "Grazie a Dio è venerdì” (Thank God, it's Friday) nel 1978 pubblica il doppio album dal vivo Live and more e il singolo MacArthur Park . L'anno dopo centra di nuovo in successo straordinario con il doppio album Bad girls che contiene anche la splendida Hot stuff, con cui vince il Grammy per la miglior interpretazione rock femminile. No more tears (Enough is enough) in duo con Barbra Streisand e un album antologico segnano la fine del suo rapporto con la Casablanca e il suo passaggio alla Geffen Records, l'etichetta di David Geffen. Nel 1980 con The wanderer finisce anche la sua collaborazione con Giorgio Moroder. È Quincy Jones a curare nel 1982 la produzione dell'album Donna Summer che contiene anche il brano State of indipendence scritto dall'ex Yes Jon Anderson. Nel 1983 esce She works hard for the money considerato un po’ il canto del cigno e l'ultimo suo grande successo commerciale di quel periodo. Sono anni complicati per la vita di Donna Summer che mette al mondo la piccola Amanda Grace, sposa il compositore Bruce Sudano e si converte al fondamentalismo dei “Cristiani rinati”. Al modesto Cats without claws del 1984 segue un lungo silenzio discografico interrotto nel 1987 dalla pubblicazione di All systems go un album i cui testi sono scritti in gran parte dalla stessa Summer realizzato con la collaborazione di arrangiatori come Harold Faltermayer e Richard Perry. Nel 1989 registra Another place and time, prodotto dal trio Stock, Aitken & Waterman, seguito, un paio d'anni dopo dall'album Mistaken identity. Negli anni Novanta si dedica a varie esperienze in duetto centrando alcuni successi più negli States che nel resto del mondo con brani come Love is The Healer, molto popolare oltreoceano e Carry On, con il quale vince anche un Grammy per il miglior singolo dance. Nel 2008 pubblica Crayons, il suo primo album di inediti dopo diciassette anni. Muore di cancro il 17 maggio 2012, all'età di 63 anni, nella sua casa al mare vicino a Naples, sulla costa ovest della Florida.


30 dicembre, 2020

30 dicembre 1952. Per Luciano Liggio un’assoluzione in quattro righe

«La Corte di Assise visto l'art. 479 cpp assolve Liggio Luciano, Criscione Pasquale e Collura Vincenzo dai reati loro rispettivamente ascritti per insufficienza di prove, ed ordina le scarcerazioni degli ultimi due se non detenuti per altra causa, e revoca il mandato di cattura nei confronti di Leggio Luciano». È il 30 dicembre 1952 quando la Corte d'Assise di Palermo per voce del suo presidente Gionfrida emette la sua sentenza nei confronti dei tre componenti di spicco del vertice mafioso di Corleone accusati di avere assassinato la sera del 10 marzo 1948 il sindacalista Placido Rizzotto. La lettura di quelle semplici e stringate quattro righe dattiloscritte vanifica quattro anni di pazienti indagini condotte dal capitano dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa. L’accusa non si arrende a quella conclusione e ricorre in appello, ma anche in questo grado di giudizio viene l’assoluzione viene confermata dalla sentenza di appello dell'11 luglio 1959. Un nuovo ricorso non sortisce alcun affetto. La sentenza d’assoluzione diventerà definitiva il 26 maggio 1961, quando la Corte di Cassazione si pronuncia contro il ricorso proposto dal pubblico ministero.


29 dicembre, 2020

29 dicembre 1902 – Al Moulin Rouge si danza per l’ultima volta

All’inizio del Novecento nei music hall si comincia a ballare sempre meno. Il pubblico danzerino trova altri e meno costosi spazi per divertirsi e per le grandi sale tira una tremenda aria di crisi. Il Moulin Rouge non fa eccezione ma, a differenza di altri locali, trova modo di lasciarsi alle spalle la crisi cambiando registro. Il 29 dicembre 1902 in quella che era una delle più grandi sale da ballo della capitale francese si danza per l’ultima volta. La sala chiude, il locale no. Giusto il tempo di adattare gli interni e il Moulin Rouge è pronto per riaprire i battenti. Il nuovo direttore Paul-Louis Flers, impresario di riviste tra i più popolari sulla piazza parigina, ha deciso di percorrere una strada diversa dal passato e lo trasforma in un teatro-concerto. Il locale sopravvive alla crisi e diventa uno dei monumenti inamovibili della notte parigina. Non così l’ideatore della svolta che sulla plancia di comando del Moulin Rouge resta per soli… nove mesi e poi se ne va per varie incomprensioni. La strada comunque è tracciata e tutti coloro i quali via via gli succederanno non ne cambieranno l’impostazione.