27 febbraio, 2017

28 febbraio 1970 – Chi diavolo sono questi NOBS?

Il 28 febbraio 1970 una folla immensa attende a Copenaghen il concerto dei NOBS. La notizia finisce sul tavolo di un redattore di cronaca di uno dei più diffusi quotidiani della capitale danese con una nota a mano del direttore: «Chi diavolo sono questi NOBS e perché hanno tanto successo?». Se si eccettuano i magazine specializzati, in quel periodo nelle redazioni non c'è un vero e proprio esperto musicale. La musica pop tocca, di volta in volta, alla cronaca, al costume e, più raramente, alla cultura. L'idea che guida i direttori è che la musica non faccia notizia se non nelle pagine delle inserzioni a pagamento. Al malcapitato cronista non resta che cercare aiuto per evitare di scrivere stupidaggini. Scopre così quello che gli appassionati di musica sanno da tempo. La formazione dei NOBS è composta da Jimmy Page, Robert Anthony Plant, John Henry "Bonzo" Bonham e John Paul Jones. I quattro ragazzi quando sono fuori dai confini della Danimarca si chiamano Led Zeppelin, ma nel regno che fu d'Amleto non possono più utilizzare quel nome. Su di loro, infatti, pende la diffida di una certa Eva Von Zeppelin, discendente di Ferdinand, l’inventore dei famosi dirigibili, che ha minacciato di chiedere un risarcimento miliardario per l’uso improprio e non autorizzato del nome. La causa deve ancora essere discussa e i legali già da qualche mese hanno consigliato la band di sospendere la distribuzione dei loro dischi. Su questo i discografici sono stati, però, categorici: «Non se ne parla». Come dar loro torto visto che l'album Led Zeppelin II sta facendo sfracelli in tutte le classifiche di vendita e in Gran Bretagna ha addirittura scalzato dal vertice della classifica Abbey road dei Beatles? Il Financial Times ha calcolato in cinque milioni di dollari l'utile commerciale dei loro dischi e anche il mondo politico s'è accorto di loro. Il segretario del Parlamento Britannico in persona è intervenuto alla consegna di due dischi d'oro alla band lanciandosi in un pubblico encomio per il contributo dato con le vendite dei dischi alla bilancia dei pagamenti britannica. Un po' sconcertati da quanto sta accadendo i Led Zeppelin invocano tranquillità per comporre in santa pace nuovi brani da inserire nel terzo album. Il concerto di Copenaghen cade in un periodo di relativa serenità della band. La scelta di esibirsi come NOBS finisce per diventare una nota di colore in più. Confonde qualche caporedattore, ma non disorienta il pubblico.

27 febbraio 1968 – Frankie Lymon, il primo divo adolescente nero del r & r

Il 27 febbraio 1968 muore a venticinque anni, solo e dimenticato, Frankie Lymon, il primo "divo adolescente" nero della storia del rock. Il suo corpo senza vita viene ritrovato nel bagno dell'appartamento di New York in cui vive con la nonna. L'autopsia attribuisce la morte a un mix eccessivo di sostanze stupefacenti e medicinali. Qualcuno avanza l'ipotesi che il cantante, incapace di vivere una vita normale dopo aver assaporato il successo e la gloria abbia cercato volutamente la morte. Si chiude così la breve esistenza di uno dei personaggi più emblematici della breve stagione del rock and roll. La sua avventura inizia quando, a dieci anni, diventa il cantante dei Premiers, un gruppo di ragazzini-prodigio che si esibisce nelle feste. La sua duttilità vocale e la sua presenza scenica non sfuggono a Richard Barrett, il leader del gruppo vocale dei Valentines che in breve ne diventa il pigmalione. Grazie a Barrett il ragazzino nero dai capelli crespi ottiene il suo primo contratto discografico. È il 1955 e il music business sta scoprendo le potenzialità commerciali dei prodotti destinati a un pubblico adolescente. In breve Frankie Lymon si trova al centro di una delle più imponenti operazioni promozionali della discografia statunitense degli anni Cinquanta. Nel 1956 non ha ancora compiuto quattordici anni quando, accompagnato dai Teenagers, una band formata dai sedicenni Jimmy Merchant, Sherman Garnes, Joe Negroni e dal quindicenne Herman Santiago pubblica Why do fools fall in love?, un brano che ottiene un rapido successo e vende oltre due milioni di copie. I discografici, incuranti dell'età del ragazzo, decidono di sfruttare quanto più possibile la popolarità del personaggio. Prima della fine dell'anno altri tre suoi brani arrivano ai vertici delle classifiche di vendita mentre Hollywood lo chiama a interpretare se stesso nel film "Rock, rock, rock" in cui canta la sua I'm not a juvenile delinquent. Nel 1957 Lymon lascia il gruppo debuttando come solista con l'album Rock'n'roll with Frankie Lymon. Il disco è un fiasco e la casa discografica decide di puntare su altri artisti. A soli diciassette anni il ragazzo entra così in una crisi tremenda. Si sente abbandonato e inizia a far amicizia con le droghe pesanti. Al music business non interessa più è lui non avrà più pace. Nonostante tutto non riuscirà mai a recuperare la popolarità perduta. Soltanto la droga gli sarà compagna fedele fino al giorno della sua morte.

25 febbraio, 2017

26 febbraio 1947 – Charlie Parker registra "Relaxin’ at Camarillo"

Dopo sei mesi di assenza dalle scene, il 26 febbraio 1947 il leggendario sassofonista Charlie Parker registra negli studi della Dial Records il brano Relaxin’ at Camarillo. Lo accompagnano Howard McGhee, Wardell Gray, Dodo Marmarosa, Barney Kessel, Red Callender e Don Lamond. Il brano, destinato a diventare uno dei più famosi della carriera del sassofonista, è dedicato al Camarillo State Hospital di Los Angeles, la clinica che l'ha ospitato fino a pochi giorni prima. La sua storia inizia nel mese di luglio del 1946 quando Parker è impegnato al Finale Club di Los Angeles. Il sassofonista sta attraversando un periodo difficile. Da qualche tempo, perso il suo fornitore abituale cui ha dedicato anche il brano Moose the mooche, non ha più rapporti con l'eroina, ma non ha ritrovato la tranquillità. Il vuoto lasciato dalla droga è stato sostituito dal whisky che assume in quantità industriali ed è diventato praticamente il suo unico alimento. Litigioso, spesso confuso, riesce a trovare la concentrazione solo quando suona. Nella notte tra il 29 e il 30 luglio viene arrestato per aver tentato di appiccare il fuoco alla camera dell'albergo che lo ospita. Dopo un rapido processo si ritrova con la condanna al ricovero coatto presso il Camarillo State Hospital di Los Angeles per essere sottoposto a una terapia rapida di disintossicazione. Per qualche mese mette in atto una sorta di "resistenza passiva" nei confronti di quelli che considera i suoi carcerieri, ma poi si lascia andare. Progressivamente le sue condizioni migliorano e il corpo, alimentato correttamente, ritrova vigore ed energia. Le notizie rassicuranti sul suo stato di salute tranquillizzano anche i discografici e gli impresari che avevano temuto di perdere la "gallina dalle uova d'oro". Quando esce dalla clinica i dirigenti della Dial Records ritengono non sia il caso di perdere tempo. Gli affari sono affari e la sua salute può aspettare! Il piano di produzione prevede che Charlie Parker registri, in una sola seduta, ben dieci brani. I pochi amici che gli sono rimasti cercano di modificare la decisione perché ritengono che non sia possibile sottoporre il musicista, dopo sei mesi di clinica, a un impegno così stressante. Inizialmente i discografici fanno spallucce, forti anche dell'assenso di Parker, che ha bisogno di soldi. Alla fine però cedono. Le sedute saranno due. La seconda è proprio quella del 26 febbraio in cui, insieme ad altri tre brani, vede la luce per la prima volta Relaxin' at Camarillo.

25 febbraio 1965 – Roberto Balocco, un folksinger targato Torino

La sera del 25 febbraio 1965 il Teatro Stabile di Torino ha in cartellone "Le canssôn d'la piola" (Le canzoni dell'osteria), il primo concerto di Roberto Balocco, un giovane folksinger torinese scoperto da Pierino Novelli, giornalista de "La Gazzetta del Popolo". Il pubblico del capoluogo sabaudo scopre così, quella sera, un artista particolare, capace di reinterpretare in modo del tutto personale le vecchie canzoni della tradizione. Nonostante l'uso del dialetto, il suo stile è più vicino a quello dei protagonisti del folk statunitense, come Bob Dylan o Joan Baez, che alle storie cadenzate dei vecchi cantastorie. Affiancato dall'attrice Silvana Lombardo, Balocco propone nel corso della serata vecchi brani del folklore urbano torinese e quattro nuove canzoni da lui composte su testi di Novelli. Visto il successo la Cetra gli propone un contratto discografico. Lo spettacolo diventa così un album, il primo di una lunga serie: alla fine saranno ben otto, tutti registrati con la collaborazione del bassista Gino Luone, del fisarmonicista Ducci e del maestro Giancarlo Chiaramello alle tastiere. Sull'onda dello straordinario interesse di quegli anni per il folk Balocco vive una stagione eccezionale. Al primo spettacolo, riproposto in moltissimi teatri italiani, ne seguono altri, prodotti da Aldo Landi, che vedono il folksinger torinese esibirsi al fianco di strumentisti di valore, come il pianista Luciano Sangiorgi, e personaggi affermati nel mondo della musica leggera, come il Quartetto Cetra. Nel 1968 il suo album triplo Le nostre canssôn vince l'ambito Premio della Critica Discografica. Verso la metà degli anni Settanta, mentre cala l'interesse del pubblico nei confronti del folk, prosegue il suo lavoro per un ristretto gruppo d'appassionati, anche se non mancano momenti di intensa partecipazione, come il concerto organizzato al Teatro Carignano di Torino nel 1977 per festeggiare dodici anni di attività, pubblicato l'anno dopo in un album doppio. Quando anche le case discografiche chiudono la produzione folk non accetta di adattarsi alle nuove mode. Abbandona l'ambiente musicale e torna a fare l'impiegato. Non abbandona, però, la musica e periodicamente accetta di imbracciare di nuovo la chitarra e di riproporre i brani di un'epoca che è stata straordinaria per tutta la produzione folk italiana, come accade nell'estate del 1990 quando, a sorpresa, si esibisce a Torino di fronte a un pubblico foltissimo per un concerto unico e pieno di nostalgia.

23 febbraio, 2017

24 febbraio 1965 – Ciak, si gira il secondo film dei Beatles

Il 24 febbraio 1965 inizia ufficialmente alle Bahamas la lavorazione di "Help" il secondo film dei Beatles. Dopo il successo di "A hard day's night" la United Artists, alla quale la band è legata da un impegno contrattuale per tre lungometraggi, affida nuovamente l'impresa al geniale Richard Lester, regista del primo film, che intende riproporre le surreali avventure del quartetto di Liverpool in modo innovativo e strizzando l'occhio alla pop art. Non è un caso che questa volta la pellicola sia interamente a colori, proprio per sfruttare meglio le fantasie cromatiche e i trucchi cinematografici nella costruzione di una racconto filmico paradossale. L'improbabile storia, nata da un soggetto di Marc Behm che collabora anche alla sceneggiatura, inizia quando il grande sacerdote indù Clang non può compiere l'ordinario sacrificio umano alla dea Kalì perché alla vittima manca l'anello sacrificale che per varie, e non tutte chiare, ragioni è finito al dito di Ringo Starr. Oltre ai componenti della sanguinaria setta, sulle tracce dell'anello ci sono anche un gioielliere e uno scienziato pazzo. Inutile dire che l'inseguimento sarà l'origine di una serie infinita di gag nello stile funambolico e surreale dei fratelli Marx. Quando, il 24 febbraio 1965, viene dato "il primo giro di manovella" al lungometraggio nessuno può immaginare che proprio "Help" segnerà una rottura violenta tra i quattro ragazzi di Liverpool e la United Artists. All'uscita del film, infatti, i Beatles faranno fuoco e fiamme sostenendo di essere stati trattati come marionette senza cuore. Il solito Lennon andrà ancora più in là, accusando la produzione di aver trattato la band alla stregua di un gruppo di comparse di lusso. Il rapporto con l'United Artists si interromperà e la band nei fatti non terrà fede all'impegno contrattuale per il terzo film rifiutando, uno dopo l'altro, i soggetti proposti, compreso quello scritto dal drammaturgo Joe Orton che vedrà poi la luce autonomamente una decina d'anni dopo con il titolo di "Up against it". Quasi a voler dimostrare che l'ira dei Beatles ha come obiettivo soltanto la major e non il regista, John Lennon accetterà di lavorare proprio con Richard Lester nel film "Come ho vinto la guerra". In ogni caso la United Artists farà valere i diritti contrattuali per un terzo film. Il contenzioso si concluderà soltanto con l'assenso alla realizzazione di "Yellow submarine", un lungometraggio dove i Beatles ci sono, ma disegnati.

23 febbraio 1995 – Dio, uno dei Temptations

Il 23 febbraio 1995 muore a cinquantadue anni Melvin Franklin, uno degli originali componenti del gruppo vocale dei Temptations. La sua morte arriva a meno di tre anni da quella di Eddie Kendricks, un altro dei fondatori della formazione originale del gruppo di punta del Motown Sound, ucciso dal cancro nell'ottobre del 1992. Prima di lui se n'erano andati altri due componenti: Dave Ruffin, stroncato da un'overdose il 1 giugno 1991, e Paul Williams, suicidatosi il 17 agosto 1973. La notizia della morte di Franklin suscita una forte emozione in tutto il mondo musicale statunitense che sottolinea come uno strano e sfortunato destino stia accomunando i principali esponenti di uno dei gruppi protagonisti dell'esplosione soul degli anni Sessanta. I Temptations arrivano al successo per la prima volta nel 1964 con The way you do the things you do e per almeno cinque anni dominano le classifiche di tutto il mondo con brani come My girl, (You gotta walk) Don't look back, ripresa nel 1977 da Peter Tosh e Mick Jagger, Wish it would rain e War, molti anni dopo interpretata anche da Bruce Springsteen. Nonostante i vari cambiamenti di formazione la loro popolarità regge alla conclusione della parabola espansiva del soul e si mantiene intatta fino alla metà degli anni Settanta. Anche dopo, però, i Temptations non cesseranno d'esistere, pur se più come sigla che come sostanza, con nuovi volti e periodiche riunioni dei vecchi fondatori. La scomparsa di Franklin sembra confermare l'impressione che il gruppo porti il segno di un tragico destino e in una delle cerimonie funebri organizzate dalla comunità nera di Harlem un pastore darà corpo a questa impressione in un sermone straordinario. «Dio ama il soul, ma più di tutti ama i Temptations. Li ha amati a tal punto da volerne almeno quattro intorno. Al primo che gli è arrivato tra i piedi, Paul Williams, ha detto "Hey amico, fammi sentire qualche pezzo dei Temptations". Lui ha fatto quello che poteva, ma era da solo, mancava di profondità. Dio ha cantato per un po' con lui, ma non era soddisfatto. Allora ha chiamato Dave Ruffin. Ma due erano ancora troppo pochi. È arrivato il turno di Kendricks. Quando ne ha avuti intorno tre Dio ha pensato: se ne chiamo ancora uno rimettiamo insieme il gruppo. Ecco perché ha voluto anche Melvin Franklin, per completare il gruppo. E ora i cinque Temptations cantano nella formazione più straordinaria che mai abbiano avuto: Williams, Ruffin, Kendricks, Franklin e… Dio».

22 febbraio, 2017

22 febbraio 1986 – Candelotti sui Fine Young Cannibals

Fa un freddo cane a Boston il 22 febbraio 1986 e sono moltissimi i ragazzi che aspettano da ore di poter entrare al concerto dei Fine Young Cannibals. La band inglese nata dalle ceneri dei Beat (da non confondere con gli omonimi statunitensi) si è rapidamente affermata come una delle rivelazioni del 1985 grazie ai singoli Johnny go home, Blue e all'album Fine Young Cannibals. Mentre gli organizzatori del concerto tardano ad aprire le porte, la polizia di Boston, che ha sottovalutato la capacità d'attrazione del gruppo, chiede l'invio di rinforzi. Ben presto si formano due schieramenti contrapposti. Da un lato i giovani che aspettano di poter entrare e dall'altro un folto cordone di agenti nervosi e sorpresi. All'arrivo dei rinforzi in divisa la folla inizia rumoreggiare. Finalmente si aprono gli ingressi. Gli agenti si schierano ai lati del lungo serpente disordinato che si accalca per riuscire a entrare. I ragazzi delle file laterali vengono pressati contro gli agenti che, invece di arretrare, rafforzano la pressione con il risultato di provocare le prime reazioni. Dagli spintoni si passa ai calci e alle manate. La polizia reagisce a colpi di scudo. Qualche ragazzo cade a terra e alcuni agenti cominciano a sfilare i lunghi manganelli. Volano le prime botte. Il grosso degli spettatori, chiuso nella calca, si impaurisce, sbanda, mentre qualcuno tenta di reagire. Vengono lanciate alcune bottiglie verso i poliziotti che rispondono ancora con maggior decisione. La folla dei giovani preme sempre più verso gli ingressi. Sotto la pressione salta ogni barriera e l'afflusso al concerto diventa caotico. Dalle file della polizia qualcuno ha la bella di idea di "mettere un po' d'ordine" lanciando qualche candelotto lacrimogeno. Un paio si infilano direttamente nella platea trasformandola in una pestilenziale camera a gas. Gli organizzatori pensano di sospendere il concerto, ma i Fine Young Cannibals non sono della stessa idea. «Se c'è da aspettare, aspettiamo, ma noi siamo venuti qui per suonare e quello faremo». La decisione del cantante Roland Gift vede d'accordo i suoi compagni. La notizia viene data al pubblico. Gli organizzatori cercano, nei limiti del possibile, di arieggiare l'enorme platea, mentre fuori volano ancora candelotti. Ci vogliono più di due ore perché anche l'ultimo residuo del fumo irritante sparisca definitivamente dalla sala, ma nessuno se ne va. Quando l'aria è finalmente pulita, i Fine Young Cannibals iniziano il loro concerto.

21 febbraio, 2017

21 febbraio 1936 – Junior Club, covo di negrofili ed esterofili!

Il 21 febbraio 1936 la Galleria Vittorio Emanuele, il cuore della Milano "bene", ospita un avvenimento destinato a restare nella storia del jazz italiano. Nelle salette superiori del Caffè Campari si inaugura lo Junior Club, una sorta di sezione milanese del più famoso omonimo circolo jazzistico giovanile inglese. Il merito è da attribuire alla straordinaria incoscienza di un gruppo composito, che mescola studenti appassionati di jazz e qualche strumentista. La nascita dello Junior Club è un vero e proprio schiaffo in faccia al conformismo culturale del regime fascista e alla sua ostentata ostilità nei confronti di tutto ciò che arriva dall’estero, in particolare dalla "terra d'Albione", cioè l'Inghilterra. In più, come se non bastasse l'evidente affiliazione a una struttura associativa inglese, gli aderenti hanno la dichiarata propensione ad ascoltare e a diffondere una musica dalle radici ancora più lontane come il jazz. Ce n'è abbastanza per scatenare un putiferio. Eppure quelli dello Junior Club incutono un certo timore all'autorità costituite che non se la sente di prenderli di petto chiudendone l'attività. La guerra contro il gruppo inizia con una sorta di campagna preliminare di delegittimazione. La stampa e gli opinionisti cominciano a far notare, sottovoce e senza enfasi, il cattivo gusto di chi lo ha voluto collocare nel cuore delle patriottica Milano, protagonista delle eroiche Cinque Giornate contro "lo straniero". C'è anche chi rileva come non sia elegante neppure l'idea di portare la musica jazz nella città che ha dato lustro alla musica di Giuseppe Verdi. Pian piano la campagna di stampa cresce di tono fino a diventare più accanita e violenta. Se le critiche de “Il Popolo d’Italia”, organo ufficiale del Partito Nazionale Fascista si distinguono per causticità, “Libro e moschetto”, il giornale della Gioventù Universitaria Fascista, arriva a veri e propri incitamenti alla violenza contro gli iscritti al club definiti “negrofili” e accusati di essere più o meno consapevolmente sostenitori di una potenza straniera. L'azione demolitoria sul piano della comunicazione viene successivamente seguita da varie azioni dimostrative. Di fronte a tutto ciò e alle continue provocazioni degli organi di polizia e di vigilanza, i soci e i frequentatori delle salette superiori del Caffè Campari finiranno per gettare la spugna. Lo Junior Club chiuderà i battenti, ma resterà nella storia della jazz italiano come uno dei tanti episodi di resistenza culturale al fascismo.

20 febbraio, 2017

20 febbraio 1941 - Buffy Sainte-Marie, la folksinger nativa americana

Il 20 febbraio 1941 in una riserva indiana nella Qu'Appelle valley  nel Canada centrale nasce  Buffy Sainte-Marie, una delle protagoniste della rivoluzione folk degli anni Sessanta con brani come Universal soldierCod'ine e My country' tis of thy people you're dying. La sua famiglia appartiene alle tribù native, quelle che i film western ci hanno abituato a chiamare indiani o pellirosse. Adottata dai coniugi Albert e Winifred Sainte-Marie e trascorre infanzia e adolescenza a Sabago Lake, nel Maine. Dopo essersi laureata all'Università del Massachusetts in filosofia orientale si trasferisce a New York, attratta dalla vitalità culturale del Greenwich Village e inizia a cantare nei locali off come il Gerde's, il Gaslight e il Bitter End. La grande occasione sembra arrivare quando il grande pubblico la scopre e la applaude nel festival di Newport, ma la ragazza è più impegnata a superare i non pochi problemi causati dalla sua dipendenza dalla droga che a inseguire il successo. Chiusa la brutta parentesi esistenziale si impegna attivamente nella difesa dei diritti degli indiani d'America, tema che ispira molte delle sue canzoni. Nel corso degli anni Sessanta se ne va in giro per il mondo a far concerti toccando l’Europa, l’Australia e l’Asia e pubblica anche alcuni degli album fondamentali del folk di quel periodo come It's my way!, Many a mile, Little wheel/Spin and spin, Quiet places, Native North American child: an odyssey e Fire, fleet, candlelight. Molti suoi brani diventano famosi anche nell'interpretazione di altri artisti come Universal soldier, portata in classifica da Donovan e Glenn Campbell. Nonostante il successo il music business la stanca presto. Nella seconda metà degli anni Settanta, preferisce lasciare l'ambiente musicale per lavorare in una fondazione di assistenza all'infanzia. Nel 1982, però, compone Up where be belong per la colonna sonora del film "Ufficiale e gentiluomo" che, nell'interpretazione di Joe Cocker e Jennifer Warnes, arriva al primo posto della classifica statunitense e diventa il maggior successo della sua carriera. L’exploit la convince a ritornare a comporre con maggior continuità, pur tenendosi sempre lontana dalle lusinghe dello showbusinnes.

19 febbraio, 2017

19 febbraio 1972 – Ridate l’Irlanda agli Irlandesi

Il 19 febbraio 1972 Paul McCartney pubblica con gli Wings il singolo Give Ireland back to the Irish (Ridate l’Irlanda agli Irlandesi). Il “belloccio” dei Beatles, simbolo del disimpegno e da sempre contrapposto al politicizzato John Lennon, interpreta un brano che ferisce la coscienza pelosa dell’Inghilterra conservatrice. Scritta di getto e registrata in meno di due settimane, la canzone denuncia una delle pagine più vergognose della politica britannica nell’Ulster, l’Irlanda del Nord, passata alla storia come “Bloody sunday” (domenica di sangue). Oggetto dell’indignazione dell’ex Beatle è un fatto accaduto diciannove giorni prima, il 30 gennaio 1972, quando a Derry quindicimila persone, in grandissima maggioranza cattolici, marciano chiedendo maggior democrazia. Nell’Irlanda del Nord, in quel periodo, si vota infatti “per censo”, cioè il voto di chi è più ricco conta di più. I cattolici, esclusi dal potere economico, manifestano per rivendicare una delle più elementari regole della democrazia: “una testa, un voto”. Già che ci sono, poi, cercano di far capire che non ne possono più nemmeno delle vessazioni della Ruc, la polizia nordirlandese, protestante e unionista. Il corteo è pacifico e mescola bambini, ragazzi, ragazze, donne, uomini, vecchi e sta concludendosi a Free Derry Corner, dove è previsto un comizio di Bernadette Devlin, la popolare leader cattolica nordirlandese. Proprio mentre sta per parlare la folla viene assalita da paracadutisti inglesi in assetto di guerra. L’aggressione è premeditata. I militari, che hanno l’ordine di sparare per uccidere inseguono e giustiziano sommariamente chiunque capiti loro tra le mani. Sul terreno restano quattordici morti e sedici feriti, tutti civili inermi. Gli assassini in divisa sono comandati dal colonnello Michael Jackson, che quasi trent’anni dopo tornerà all’onore delle cronache come comandante della Nato in Kosovo. La strage suscita orrore, ma gli inglesi, forti della loro esperienza coloniale, sanno che il tempo e il silenzio sono alleati. Presto il mondo dimenticherà. Quando Paul McCartney pubblica il suo disco ci rimangono male. La sua popolarità è tale da compromettere i piani di normalizzazione. Anche contro di lui si scatena la repressione, sia pure in guanti di seta: la canzone viene esclusa dalla programmazione della BBC e stroncata dalla critica. All’ex Beatle dal cuore di coniglio basta così. Spaventato dalle reazioni e preoccupato per il suo ruolo, tornerà alle solite canzoncine senza contenuto che l’hanno reso celebre.

18 febbraio, 2017

18 febbraio 1922 - Hazy Osterwald, quello di "Kriminaltango"

Il 18 febbraio 1922 nasce a Berna il trombettista e direttore d'orchestra Hazy Osterwald. Il suo vero cognome è Osterwalder e suo padre è Adolf Josef Felix Osterwalder, uno dei componenti della quadra nazionale di calcio elvetica. Appassionato di musica frequenta il Conservatorio di Berna e prima ancora di diventare maggiorenne scrive numerosi arrangiamenti per vari musicisti, in particolare per Teddy Stauffer. Dal 1941 ottiene vari ingaggi nelle orchestre svizzere più popolari di quel periodo, come quelle di Fred Böhler, Edmond Cohanier e Walter Baumgartner. In qualche caso si esibisce anche come tromba solista. Nel 1944 forma il suo primo gruppo che ben presto trasforma in una grande orchestra con l'apporto di musicisti come Ernst Höllerhagen, Stuff Combe, Eric Brooke, Geo Voumard e altri. Dopo il declino delle grandi orchestre jazzistiche, nel 1949 dà vita all'Hazy Osterwald Sextett, che debutta al festival del jazz di Parigi del 1949 e con il quale riscuote un grande successo internazionale. Tra i suoi brani più conosciuti c'è Kriminaltango inciso per la prima volta nel 1959 e divenuto un successo mondiale. Muore a Berna il 26 febbraio 2012.

17 febbraio, 2017

17 febbraio 1986 – Con i Sigue Sigue Sputnick la seconda truffa non riesce

Il 17 febbraio 1986 viene distribuito nei negozi britannici Love missile F1-11, il primo singolo dei Sigue Sigue Sputnick, una band sconosciuta che ha il suo leader in Tommy James, ex chitarrista dei Chelsea e dei Generation X. Preceduto da una martellante campagna promozionale il disco è già ai vertici delle classifiche di vendita soltanto con le prenotazioni. L’invasione di gadget, anticipazioni, foto del gruppo, presentato come il simbolo dei “ribelli degli anni Ottanta” prima ancora di aver suonato una sola nota, non convince i giornalisti più sperimentati cui sembra di assistere a un “deja vu”. Nonostante siano passati una decina d’anni è ancora vivo il ricordo della colossale operazione commerciale costellata di provocazioni vere e finte e orchestrata dal manager Malcom McLaren per sfruttare l’immagine dei Sex Pistols. L’ombra di quella che è passata alla storia come “La grande truffa del rock and roll” inizia ad aleggiare, sempre più insistente, sui Sigue Sigue Sputnick. Sentendo puzza di bruciato alcune riviste musicali sguinzagliano i loro migliori segugi sulle tracce della band. Si scopre così che la EMI ha concesso a Tommy James e ai suoi compagni un compenso miliardario, inusuale per una band al primo disco. Ci si chiede perché, si denuncia l’operazione commerciale e si parla di “gruppo nato a tavolino", con il risultato di alimentare ulteriormente la già ricca campagna promozionale. Pur non volendolo, i giornalisti sono caduti nella trappola dello stesso sistema già sperimentato con i Sex Pistols: portare all’eccesso la comunicazione sul gruppo facendone lievitare il valore indipendentemente dalla produzione musicale. A differenza di dieci anni prima, questa volta, però, non funzionerà. Il pubblico degli anni Ottanta, abituato a consumare le mode più rapidamente di quanto non facessero i suoi fratelli maggiori, non abbocca per molto tempo all’amo della provocazione. Flaunt it, il primo album della band, pur pubblicato a breve distanza dal singolo, fatica a guadagnare le prime posizioni delle classifiche di vendita. Al primo cedimento segue poi la sostanziale disfatta dell’operazione, che, alla lunga, finisce per ottenere risultati commerciali decisamente modesti. I Sigue Sigue Sputnick si scioglieranno nel 1989 dopo tre anni senza infamia né lode. Non diventeranno il simbolo di nessuna generazione e nessuno potrà dire di aver truffato per la seconda volta il pubblico del rock.

16 febbraio, 2017

16 febbraio 1945 – Pete Christlieb: jazz, pop, rock, blues sono solo nomi, la musica è musica

Il 16 febbraio 1945 nasce a Los Angeles, in California, il sassofonista Pete Christlieb. Figlio del maestro di fagotto Don Christlieb, si può dire che respiri musica fin dalle prime ore di vita. A sette anni inizia a studiare violino, strumento che lascia per il sax dopo essere stato folgorato dall’ascolto di Gerry Mulligan. Il padre accetta il suo amore per il jazz purché continui gli studi. Nel 1957, a soli dodici anni, vince una borsa di studio per studiare al Valley College di Akron, nell’Ohio. Lontano da casa e fuori dall’autorità del severo genitore, fugge dal College dopo poche settimane per aggregarsi all’orchestra di Si Zentner. Inizia così la carriera di uno dei più dotati e poliedrici sassofonisti degli anni Settanta e Ottanta. Geniale e ribelle rifugge dalla standardizzazione e non si lascia imprigionare da un genere. Alterna l’impegno in jazz band di grande livello, come quelle di Chet Baker e Woody Herman, a esperienze come session man in concerto e negli studi di registrazione. Tra le sue performance c’è anche un filmato televisivo in cui accompagna Elvis Presley. Il suo nome figura in alcuni tra i migliori dischi del gruppo diretto dal batterista Louis Bellson, come Break through, Explosion o Sunshine rock. Instancabile e innamorato del suo strumento, alla fine degli anni Sessanta non disdegna di partecipare a spettacoli televisivi delle popstar di quel periodo. «So di dire una stupidaggine, ma io amo la musica. Non potrei immaginare la mia vita senza di lei, è la mia droga. Ringrazio il destino per avermi permesso di vivere di musica». Non si cura di tutelare la propria immagine. Crea un proprio quintetto jazz con il vibrafonista Charlie Shoemake, il pianista Terry Trotter, il bassista Harvey Newmark e il batterista Steve Schaffer, ma non rinuncia al lavoro di studio con personaggi come Doc Severinsen, Freddie Hubbard, Pat Williams, Tom Waits e Quincy Jones. A chi gli chiede la ragione di questo continuo alternarsi tra generi commerciali e musiche più impegnate lui risponde, serafico: «La musica è solo musica e basta. Jazz, pop, rock, blues, sono nomi che indicano, in fondo, la stessa cosa: una lunga serie di note messe in fila e destinate a produrre dei suoni. È l’anima dello strumentista che dà loro vita, non l’etichetta… e l’anima non è prigioniera di un genere musicale».

15 febbraio, 2017

15 febbraio 1981 – La misteriosa fine di Mike Bloomfield

È la mattina del 15 febbraio 1981, domenica. Nella zona di Forest Hills, a San Francisco, è parcheggiata una Mercury beige del 1971. Uno dei rari passanti nota che sul sedile posteriore c'è il corpo d'un uomo apparentemente addormentato. I vetri limpidi e non appannati fanno pensare all'assenza di respirazione. Preoccupato, il passante picchia sui vetri nel tentativo di richiamare l'attenzione dello sconosciuto, ma non ottiene alcuna risposta. Dà l'allarme e in breve tempo, come nella scena di un film, arriva un'auto della polizia, un'ambulanza e un mezzo dei vigili del fuoco. Dopo aver forzato la serratura i soccorritori scoprono che l'uomo sul sedile posteriore è morto. Accanto al cadavere c’è una boccetta di barbiturici, quasi a indicare un riuscito tentativo di suicidio. Lo sconosciuto ha un volto noto. È quello del bluesman Mike Bloomfield, uno dei chitarristi più rappresentativi del blues bianco di Chicago. La notizia della sua morte, battuta dalle agenzie di stampa, fa il giro del mondo. La tesi del suicidio, a prima vista considerata inequivocabile, viene progressivamente messa in dubbio. L'autopsia attribuisce la morte del chitarrista a un micidiale cocktail di alcool, barbiturici e sostanze varie. Restano i dubbi sulla dinamica e sulle circostanze, ma l'indagine ufficiale si chiude rapidamente non sciogliendo il dilemma tra suicidio e fatalità. Ben presto emerge, però, un'altra più inquietante ipotesi. Un'inchiesta giornalistica, meno disposta a cedere alle pressioni dello show business, mette in dubbio che il cantante sia morto nella sua auto. Chi si sarebbe preso la briga, però, di costruire la messinscena del suicidio? E per coprire chi? Tra pressioni, minacce e pentimenti vari le ricerche dei cronisti finiscono per far trapelare uno scenario completamente diverso da quello descritto nelle versioni ufficiali. In sostanza, Mike Bloomfield sarebbe morto all’alba in una villa privata durante una festa cui avrebbero partecipato musicisti, discografici e varie "persone importanti" del mondo politico ed economico di San Francisco. Preoccupati dal coinvolgimento in uno scandalo degli illustri partecipanti al party, gli organizzatori avrebbero provveduto a trasportarne il corpo a Forest Hills imbastendo poi il finto suicidio. La ricostruzione farà scalpore, ma di fronte al muro di gomma delle autorità, non avrà seguito mentre i personaggi citati si guarderanno bene dallo sporgere querela contro i giornalisti.

14 febbraio, 2017

14 febbraio 1976 – Andrea True, una pornostar al vertice della classifica

Il 14 febbraio 1976 entra in classifica negli Stati Uniti More more more (part 1), un singolo interpretato da Andrea True, fino a quel momento conosciuta soltanto come pornostar. L'exploit della ragazza fa storcere il naso i benpensanti e ai voyeur che l’hanno ammirata in varie evoluzioni sessuali. I primi non sopportano il suo passato da pornostar mentre i secondi non si rassegnano al fatto che la ragazza abbia chiuso con il sesso in pellicola. Nata a Nashville Andrea True si trasferisce a New York alla fine degli anni Sessanta intenzionata a fare la cantautrice, ma non trova nessuno disposto a scommettere sulle sue capacità canore. Dopo decine di provini andati a male decide di provarci in proprio. Per recuperare il denaro necessario inizia a lavorare nel mondo dell' hard core e quando ha messo da parte un buon gruzzolo ci riprova. Va in Jamaica e registra il brano More, more, more con il produttore e arrangiatore Gregg Diamond, poi lo porta alla casa discografica Buddah Records e questa volta fa centro. Andrea gestisce con grande furbizia tutta l’operazione. La canzone racconta le sensazioni di una ragazza che fa l’amore davanti alla cinepresa e gran parte del suo repertorio utilizza parole che sembrano prese in prestito ai “dialoghi” dei film hard come «...tienilo su più a lungo…» «...saziami…» ecc. More, more, more ottiene un successo straordinario nel panorama dance dell’epoca e finisce in una lunga serie di compilation. Ancora oggi è campionato da un’infinità di gruppi del panorama danzereccio rap e hip hop. Come prosegue la storia? La storia non prosegue perché Andrea True dopo qualche singolo e un album, un anno dopo il suo primo grande successo sceglie la Disco Convention di New York per annunciare a sorpresa la sua intenzione di abbandonare la scena dance.

12 febbraio, 2017

13 febbraio 1962 – Con la bossa nova il samba incontra il jazz

Il 13 febbraio 1962 Charlie Byrd, allievo di Django Reinhardt e di André Segovia, pubblica Jazz Samba insieme a un altro famoso jazzista, Stan Getz. L’album segna la definitiva affermazione di un genere, la Bossa Nova, frutto della contaminazione tra il jazz nordamericano e i ritmi del samba brasiliano. Charlie Byrd e Stan Getz verranno salutati come gli "inventori" di un genere innovativo che rompe il muro della divisione artificiale tra musica "colta" e "popolare". In realtà entrambi i musicisti sono consapevoli di non poter rivendicare alcuna primogenitura. La loro opera, pur preziosa e originale, si inserisce nella scia di un grande rinnovamento musicale iniziato qualche anno prima cui stanno dando un grande contributo moltissimi musicisti, primi fra tutti i brasiliani. Lo stesso nome Bossa Nova (che in brasiliano significa "cosa nuova" o "moda nuova" è preso a prestito da uno dei brani riconosciuti ancora oggi come fondativi dello stile omonimo. Si tratta di Desafinado, composto da Antonio Carlos Jobim in collaborazione con il poeta Vinicius De Moraes, e inserito da João Gilberto nell'album Chega de saudade, pubblicato nel 1959 per la Odeon, definito dalla critica "uno strano brano d’atmosfera che lega jazz e samba". La canzone è una sorta di manifesto stilistico in cui compare per la prima volta il termine "bossa nova": «se você insiste em classificar/meu comportamento de antimusical/eu mesmo mentido devo argumentar/que isto è bossa nova/que isto è muito natural». Il brano entrerà nel repertorio di un gran numero di gruppi jazz con il titolo di No more blues. L'album di Stan Getz e del chitarrista Charlie Byrd rappresenta dunque la consacrazione ufficiale nel mondo jazzistico statunitense di questo stile. Da quel momento la bossa nova diviene una vera e propria moda, coinvolgendo musicisti di grande valore come Coleman Hawkins, Sonny Rollins, Cannonball Adderley, Quincy Jones e, soprattutto, Dizzy Gillespie che non l’abbandonerà più. Nessuno, però, tenterà di appropriarsi della primogenitura né metterà in discussione i meriti dei veri creatori. Lo stesso Antonio Carlos Jobim, universalmente riconosciuto come uno dei principali maestri di questo stile, si troverà a vivere momenti di inaspettata popolarità e i brani da lui scritti diventeranno merce preziosa per moltissimi interpreti di ogni parte del mondo.

11 febbraio, 2017

12 febbraio 1914 – Tex Beneke, il sassofono di Glenn Miller

Il 12 febbraio 1914 a Forth Worth, in Texas, nasce il sassofonista Gordon Beneke che, proprio in omaggio al suo stato d’origine, prenderà il nome d’arte di Tex. Strumentista precoce e molto dotato, ha da poco compiuto i vent’anni quando entra a far parte della formazione di Ben Young, una delle orchestre più popolari degli Stati Uniti negli anni Trenta. In breve tempo la sua fama si diffonde in tutto il paese tanto che, nel 1938, Glenn Miller lo vuole con sé. Il compositore ne ha intuito le potenzialità e intende farne l’elemento di spicco della sua grande orchestra. Non si sbaglia. A Tex bastano pochi mesi per diventare, con i suoi interventi solistici, la vedette di una delle più straordinarie formazioni musicali di quel periodo. Molti suoi assoli entrano a far parte della storia della musica. Il più conosciuto è quello di In the mood, il brano registrato dall’orchestra di Glenn Miller nel 1939 per la colonna sonora del film “Serenata a Vallechiara” e destinato a far da sottofondo musicale alla liberazione dell’Europa dal nazismo. All’inizio degli anni Quaranta viene premiato per ben due volte consecutive dalla critica come il miglior sassofono tenore del mondo e nel 1941 partecipa a una leggendaria seduta di registrazione con la Metronome All Stars Band, il gruppo che schiera i migliori strumentisti jazz di quel periodo, da Harry James a Cootie Williams, Tommy Dorsey, Benny Goodman, Benny Carter, Coleman Hawkins, Count Basie, Charlie Cristian e Buddy Rich, solo per citarne alcuni. Il brano One o’ clock jamp, registrato nell’occasione e ancora oggi ambita preda dei collezionisti, è una dimostrazione delle sue qualità solistiche, ma, soprattutto, di quella carica swing che è un po’ la sua caratteristica fondamentale. Nel dopoguerra, scomparso Glenn Miller, in molti chiedono proprio a Tex Beneke di raccoglierne l’eredità e lui non si fa pregare. Cerca i suoi vecchi compagni, li coinvolge nel progetto e rimette insieme quello che resta della formazione dei primi anni Quaranta. Copre poi i posti rimasti vacanti con musicisti di livello adeguato e lascia inalterato l’antico nome. Ridà così vita alla Glenn Miller Orchestra. Pur rivelandosi un buon leader perderà però in originalità e in freschezza e per molti anni rifarà all’infinito se stesso sfruttando la popolarità del nome del suo primo scopritore.

11 febbraio 1979 – Stiff Little Finger, una promessa non mantenuta

L’11 febbraio 1979 la band nordirlandese degli Stiff Little Finger pubblica il suo primo album Inflammable material. In molti scommettono sulle rapide fortune del gruppo formatosi quasi per caso nell’estate del 1977 a Belfast per iniziativa del chitarrista Jack Burns e del batterista Brian Faloon. I due completano la formazione con l’altro chitarrista Henry Cluney e il bassista Ali McMordie. Indecisi sul nome da darsi, optano infine per Stiff Little Finger in omaggio a un brano del loro gruppo preferito, i Vibrators. Incendiari e potenti soprattutto dal vivo, nei primi mesi del 1978 attirano l’attenzione di Gordon Ogilvie e Colin McCelland, due giornalisti e autori molto conosciuti nell’ambiente musicale britannico. Decisivo per la loro carriera è però l’incontro con John Peel, il più popolare conduttore musicale della BBC, titolare di una trasmissione radiofonica che ha ospitato tutte le migliori band della storia del rock, Beatles compresi. Un po’ per la stima e l’appoggio esplicito di cui godono da parte di tre personaggi così famosi, un po’ perché davvero gli Stiff Little Finger ci sanno fare in concerto, quando viene pubblicato il loro primo album il giudizio della critica è entusiastico. In realtà il disco evidenzia alcune scollature nell’intesa tra i suoi componenti che preludono all’abbandono di uno dei due fondatori, il batterista Faloon, che viene sostituito da Jim Reilly. Dopo un paio d’anni d’attività e la pubblicazione di altri tre album la band è ancora considerata una delle “migliori promesse” della musica britannica, quando, nel 1981 anche Reilly se ne va. Nel tentativo di rendere più maturo e solido l’impianto del gruppo viene chiamato Dolphin Taylor, già batterista della Tom Robinson Band. L’esperimento non riesce. Dopo il deludente album Now then la band, ormai divenuta l’eterna promessa mai mantenuta del rock britannico chiude i battenti, mentre ciascuno dei componenti si impegna in un nuovo progetto: Burns forma i Big Wheels, McMordie suona con i Fiction Groove e collabora al primo album di Sinead O'Connor; mentre Taylor torna con Tom Robinson. Dopo lo scioglimento, però, il lavoro della band verrà progressivamente rivalutato e sull’onda della nostalgia, nel 1990 gli Stiff Little Finger si riformeranno con l'ex bassista dei Jam Bruce Foxton al posto di McMordie.

10 febbraio, 2017

10 febbraio 1937 – Ed Polcer, dallo xilofono alla tromba

Il 10 febbraio 1937 nasce a Paterson, nel New Jersey, il trombettista Ed Polcer. La sua è una famiglia di musicisti. Il padre suona la tromba nelle polka bands, le orchestrine dei balli popolari, con suo zio Mickey, abilissimo al trombone. Lui impara fin da piccolo a suonare lo xilofono e a sei anni è si esibisce negli spettacoli di piazza in una sorta di "duo prodigio" con la sorellina di quattro anni: lui suona il suo xilofono e lei canta. Il suo vero sogno è, però, quello di affiancare papà alla tromba. Quando compie nove anni i suoi genitori l'accontentano. Il suo primo insegnante di tromba è un professore di nome James V. Dittamo che abita a Prospect Parl, sempre nel New Jersey. Studia con lui per tre anni, poi comincia a sentirsi pronto a suonare in pubblico. A tredici anni è la tromba solista della Paterson Civic Band, ma, quello che per lui conta di più, è anche la seconda tromba della polka band di suo padre. La sua carriera musicale procede di pari passo con gli studi. Nel periodo in cui frequenta le scuole superiori suona con i Walt Lawrence’s Knights Of Dixieland e quando, nel 1954, entra all'Università di Princeton è ormai uno strumentista conosciutissimo. In quell'anno ha l’opportunità di sostituire John Dengler negli Stan Rubin’s Tigertown Five, con i quali resta fino alla laurea in Ingegneria Meccanica. Libero dai vincoli dello studio si trasferisce a Manhattan dove divide una soffitta con il trombonista Dick Rath e con il pianista Don Coates. L'area di New York è il suo mondo. Qui diventa uno dei re della notte dei locali jazz dove tira l'alba senza distinguere troppo tra una jam session per divertimento e un ingaggio remunerato. Non gli cambia la vita neppure il servizio di leva visto che dopo essere stato arruolato in aeronautica viene destinato alla sede di Westhampton Beach, a Long Island. Di giorno porta la divisa e la sera suona. Chiusa la parentesi in divisa riprende a vagabondare come al solito senza preoccuparsi più di tanto della carriera. Negli anni Sessanta fatica a mantenere legami stabili con le band e, se si eccettua un intero anno con i Crescent City Five di Andy Mormile al Metropole, il suo unico lavoro è quello di sostituire i musicisti nei locali di Jimmy Ryan ed Eddie Condon. Nel 1969, finalmente, si unisce ai Balaban & Cats con i quali resterà a lungo senza rinunciare a fare esperienze con altri gruppi, come il sestetto di Benny Goodman o con i World Of Jelly Roll Morton di Bob Green.

09 febbraio, 2017

9 febbraio 1989 – Maria Benedetti Giannini, il primo concerto a settantasei anni

Il 9 febbraio 1989 a Bellaria, in Romagna, si esibisce in per la prima volta in un vero e proprio concerto la cantautrice Maria Benedetti Giannini, una delle figure più straordinarie della musica popolare romagnola. Ha settantasei anni e una vita di lavoro dietro alle spalle. Le fanno da padrini due tra i più famosi gruppi di musica popolare: l'Uva Grisa e La Macina. La "ragazza" è molto emozionata, anche perché non è facile per nessuno scegliere la propria città per il debutto sul palco e Bellaria è un po' la sua città d'adozione. Qui Maria, pur essendo nata a Santa Giustina di Rimini, dopo aver lavorato a lungo come bracciante agricola, ha trovato il modo di sbarcare il lunario con vari lavori stagionali nel settore alberghiero. La musica, o meglio, il canto popolare sono la vera passione della sua vita. Dotata di una memoria prodigiosa e di una splendida voce si diverte a cantare per chiunque voglia ascoltarla fino al 1986 quando, settantatreenne, viene "adottata" da L'Uva Grisa, un gruppo di canto popolare che raccoglie le testimonianze musicali di anziani informatori. Inizialmente trattata come una delle tante "informatrici" dai componenti del gruppo finisce per divenirne una collaboratrice preziosa e una sorta di portafortuna. Quando le propongono di esibirsi in concerto Maria tentenna, cerca di svicolare. Messa alle strette spiega che ha un po' paura a cantare in un vero e proprio concerto: «un conto è dare il la a qualche canzone in compagnia, un altro è cantare davanti a tutta quella gente che ti guarda». Alla fine cede, anche perché confortata dal fatto di non essere l'unica attrazione della serata. Con lei si esibisce, infatti, oltre ai suoi amici de L'Uva Grisa, anche il gruppo di canto popolare La Macina, fondato a Jesi da un apostolo della ricerca sulla canzone marchigiana come Gastone Pietrucci. Quando "la Maria" arriva sul palco la gente di Bellaria, che la conosce, la ama e la stima, le tributa un lunghissimo applauso. Sembra non finire più, ma Maria Benedetti Giannini è concentrata. Guarda fissa davanti a sé, forse per evitare il contatto diretto con così tanta gente, e attacca a cantare. La sua voce si alza forte, come se l'impianto d'amplificazione non fosse necessario. Al termine dell'esibizione viene sommersa dagli applausi e dalle ovazioni. I musicisti de L'Uva Grisa e La Macina, con gli occhi lucidi, le fanno corona. Non stanno nella pelle e hanno ragione. Anche per merito loro quella sera a Bellaria è nata una stella di settantasei anni