10 dicembre, 2018

11 dicembre 1990 – Metal Gurus, l'altra faccia dei Mission

L’11 dicembre 1990 i Mission, consacrati dall’album Carved in sand tra le migliori band britanniche di quel periodo, chiudono un lungo tour che li ha portati in giro per l’Europa con il primo di due concerti alla Brixton Academy di Londra. Proprio nello stesso giorno arriva nei negozi un divertente brano natalizio ispirato al glam degli anni Settanta e intitolato Merry Christmas everybody. La copertina del disco lo attribuisce a un gruppo che risponde al nome di Metal Gurus, di cui nessuno ha mai sentito parlare. La concomitanza dei due avvenimenti sembra del tutto casuale, vista la differenza che c’è tra il genere proposto dai Mission e la musica destinata al rapido consumo. Nessuno si sarebbe sognato di cercare punti di connessione tra due fatti così distanti se una giornalista non avesse notato la presenza del disco tra le cianfrusaglie sparpagliate dai Mission nei camerini. «Hey, ragazzi, quel disco è uscito proprio oggi. Non è il vostro genere, ma vi piace?». La domanda ottiene risposte evasive e imbarazzate. Sempre più incuriosita dalle stranezze e dalle coincidenze, il giorno dopo decide di saperne di più su questi fantomatici Metal Gurus. Telefona all’ufficio stampa della casa discografica e ottiene altre risposte evasive destinate a non sciogliere il mistero su una band che osa riproporre gli schemi commerciali del glam all’inizio degli anni Novanta. Non s’arrende, continua a cercare e, passo dopo passo arriva alla verità: i Metal Gurus sono in realtà gli stessi Mission che, per evitare di compromettere l’immagine di gruppo impegnato, hanno firmato con uno pseudonimo. La rivelazione, lungi dal danneggiarla, alimenta la simpatia del pubblico nei confronti della band formata nel 1985 dal chitarrista e cantante Wayne Hussey e dal bassista Craig Adams dopo la loro separazione dai Sisters of Mercy. La formazione storica dei Mission è completata dal chitarrista Simon Hinkler e dal batterista Mick Brown. Hinkler, però, proprio nel periodo della “burla” del disco natalizio matura l’intenzione di chiudere l’esperienza. Quando se ne andrà verrà sostituito prima da Dave Woldfenden e successivamente da Paul Etchells. I cambiamenti ritarderanno la pubblicazione del nuovo album Masque che non vedrà la luce fino al 1992.

10 dicembre 1966 - Jeff Beck chiama Rod Stewart


Il 10 dicembre 1966 Jeff Beck, da poco orfano degli Yardbirds, alza il telefono e chiama un semisconosciuto cantante scozzese. Il suo nome è Rod Stewart, anche se negli ambienti è conosciuto come Rod The Mod, e da pochi mesi fa parte degli Shotgun Express, un gruppo formato dal futuro leader dei Camel Peter Bardens, dai futuri Bluesbreakers di John Mayall, nonché futuri Fleetwood Mac Mick Fleetwood e Peter Green, da Dave Ambrose e da Beryl Marsden. La formazione dopo un solo singolo, I could feel the whole world turn round, sembra già arrivata alla frutta. Jeff Beck pensa a lui per il ruolo di cantante nel gruppo che sta costituendo. Lo chiama e gli racconta che la banda si chiamerà semplicemente Jeff Beck Group e che ha già reclutato l'ex Birds Ron Wood alla chitarra e all’occorrenza al basso, l'ex batterista dei Pretty Things Viv Prince e l'ex bassista degli Shadows Jet Harris. Rod Stewart tergiversa un po’ poi si lascia convincere. Nasce così la prima formazione del Jeff Beck Group, un ensemble destinato a lasciare più un segno per la sua instabilità che per le tracce su disco. Ben presto, infatti, Prince e Harris se ne andranno e verranno sostituiti dall'ex batterista dei Tridents Ray Cooke e dal bassista Dave Ambrose. Successivamente anche Cooke e Ambrose lasceranno la band determinando il passaggio di Ron Wood al basso, e l’arrivo di ben tre batteristi in successione: prima Rod Colombes, poi Aynsley Dunball e infine Mickey Waller. Nell'estate del 1969, dopo un pugno di dischi, anche Rod Stewart deciderà di cambiare aria. Con lui se andrà anche Ron Wood. Insieme si uniranno agli Small Faces, da poco orfani di Steve Marriott, andatosene per formare gli Humble Pie e dall’unione prenderà il via una nuova fantastica storia, quella dei Faces.

08 dicembre, 2018

9 dicembre 1955 – Funerali jazz per Joe Kid Avery


Il 9 dicembre 1955 muore a Waggeman, in Louisiana, il trombonista Joe "Kid" Avery. Ha sessantatré anni. La sua carriera musicale inizia nel 1912 quando si trasferisce a New Orleans e comincia a prendere lezione di trombone da Dave Perkins, pilastro fondamentale della celeberrima Jack Laine’s Reliance Brass e appassionato scopritore di giovani talenti. Nel 1915 il giovane Kid Avery entra a far parte della Tulane Orchestra diretta da Amos Riley. Nonostante la precarietà del rapporto, mai contrattualmente definito, ci resta, con varie interruzioni, per quasi cinque anni. Passa poi alla Black Eagle Band del cornettista Evan Thomas. All’inizio degli anni Trenta è uno dei protagonisti dello straordinario successo della Young Tuxedo Brass Band, la formazione diretta dal clarinettista John Casimir destinata a lasciare un segno importante nella storia del jazz. Successivamente si mette in proprio con una band dalla formazione variabile che avrà una vita lunghissima e che porta impresse le caratteristiche della sua concezione musicale: un suono compatto, vigoroso e aggressivo, senza abbellimenti, assoli o break. Nonostante la buona fama di cui gode ottiene soltanto nel 1949 il primo vero contratto discografico. Glielo offre la Paradox, una delle etichette più importanti di New Orleans che, nel mese di maggio di quell'anno, registra le sue prime performance insieme agli Speakeasy Boys del clarinettista Raymond Burke, con Wooden Joe Nicholas alla tromba, Johnny St. Cyr al banjo e Bob Matthews alla batteria. Da quel momento diventa un ospite fisso delle sale di registrazione di New Orleans. Memorabile resta la seduta del 13 maggio 1954 con gli Hot Five di Johnny St. Cyr che, per l'occasione, schierano, oltre a lui, Thomas Jefferson alla tromba, Willie Humphrey al clarinetto, Jeanette Kimball al pianoforte e Paul Barbarin alla batteria. La sua morte coglie di sorpresa l'ambiente del jazz di New Orleans che si sposta massicciamente a Waggeman, la sua città natale, per i funerali. Durante le esequie funebri suonano l'Eureka Brass Band al gran completo e tutti i suoi vecchi partner della Young Tuxedo Brass Band, compreso il trombonista Bob Thomas che esegue da solo una commovente versione di Oh didn’t he ramble. Anni dopo entrambi i gruppi registreranno un brano in sua memoria: Joe Avery’s piece la Young Tuxedo Brass Band e Joe Avery’s blues l’Eureka Brass Band.

8 dicembre 1980 - Viva Litfiba!


L'8 dicembre 1980, proprio il giorno in cui negli USA viene assassinato John Lennon, alla Rockteca Brighton di Firenze fa il suo debutto una nuova band destinata a diventare uno dei simboli della resistenza all’omologazione sulla scena rock italiana degli anni Ottanta. Sono i Litfiba, un gruppo nato dall’incontro tra il chitarrista Federico “Ghigo” Renzulli e il bassista Gianni Maroccolo, reduci dalle esperienza con Raf e i Café Caracas, con Piero Pelù l'ex cantante dei Mulinos Rock. La formazione è completata dal tastierista Antonio Taiazzi e dal batterista Francesco Calamai. Alla loro prima uscita pubblica i Litfiba mostrano inevitabili carenze d'impostazione. La loro musica, ricca di echi dark, appare debitrice nei confronti di band come i Cure e soprattutto i Joy Division. Pochi mesi dopo daranno alle stampe il loro primo progetto su vinile, un disco realizzato dalla Materiali Sonori di S. Giovanni Valdarno che comprenderà anche l'ipnotico Guerra, destinato a diventare il primo inno della band. Sono i primi passi, un po' incerti e confusi, di un band imperniata sul trio Pelù-Maroccolo-Renzulli che, con vari cambiamenti di formazione, diventerà una delle anime sonore delle esperienze alternative italiane degli anni Ottanta. La stessa storia dei Centri Sociali, in quel periodo divenuti preziose isole di resistenza alla progressiva individualizzazione delle giovani generazioni, si intreccerà spesso con la storia del gruppo. La fine del decennio terribile degli Ottanta vedrà la loro consacrazione definitiva e insieme l'inizio della disgregazione con una progressiva commercializzazione seguita dalla fuga di tutti i componenti storici tranne Ghigo Renzulli.

07 dicembre, 2018

7 dicembre 1957 - Il Musichiere


Sabato 7 dicembre 1957 alle 21.05 da uno dei sei studi del nuovissimo centro di produzione RAI di via Teulada a Roma va in onda la prima puntata de "Il Musichiere", un programma televisivo di quiz musicali scritto da Garinei e Giovannini che originariamente doveva intitolarsi "Conosci questo motivo?", versione italiana della popolarissima trasmissione statunitense "Name this tune". Presentato come una sorta di "Lascia o raddoppia?" musicale, "Il Musichiere" è, in realtà, il primo grande varietà televisivo del sabato sera. Gran parte del suo successo è dovuta alla conduzione di Mario Riva, un comico romano garbato e intelligente. Le musiche sono tutte di Gorni Kramer, compresa la famosissima sigla di chiusura, "Domenica è sempre domenica" composta insieme a Garinei e Giovannini. I motivi da indovinare vengono cantati da una coppia di cantanti fissi composta da Nuccia Bongiovanni e Paolo Bacilieri, mentre le vallette della prima edizione sono Lorella De Luca e Alessandra Panaro che, negli anni successivi, verranno sostituite da Carla Gravina e Patrizia Della Rovere e, più tardi ancora, da Brunella Tocci e Marilù Tolo. Il programma è interamente dedicato alla musica. Gli ospiti d'onore, anche quelli non musicali, vengono costretti a cantare in diretta da Mario Riva in ossequio all'impostazione generale della trasmissione. I telespettatori italiani avranno così modo di assistere alle esibizioni canore di attori come Gary Cooper, Jack Palance e Totò, di calciatori e, soprattutto, dei due grandi rivali Fausto Coppi e Gino Bartali costretti a cimentarsi addirittura in duetto.

05 dicembre, 2018

6 dicembre 1986 – Gli Europe, belli, svedesi, patinati e al vertice delle classifiche

Il 6 dicembre 1986 arriva la vertice della classifica britannica dei dischi più venduti l'album The final countdown degli Europe, una misconosciuta rockband svedese. Iniziano così le brevi fortune di un gruppo nato a tavolino, alfiere di un finto hard rock molto commerciale, ben confezionato e sostenuto dall'immagine patinata e curata dei suoi componenti, idolatrati dalle adolescenti. Il nucleo base degli Europe si forma nel 1982 quando il cantante e tastierista Joey Tempest, all'anagrafe Joakim Larsson, il chitarrista John Norum e il bassista Johnny Leven con il batterista Tony Reno danno vita ai Force, una band di hard rock il cui repertorio è composto quasi esclusivamente di cover dei brani più famosi. L'anno dopo vincono uno dei tanti concorsi per giovani talenti e diventano gli Europe, nome che diventa anche il titolo del loro primo album. Il disco non va molto bene ma attira l'attenzione di Thomas Ertman, uno dei più svegli talent scout svedesi che interviene direttamente sulla struttura del gruppo. Sostituisce Tony Reno con Ian Haugland e inserisce il tastierista Mic Micaeli per lasciare libero Tempest di dedicarsi soltanto al canto. L'album successivo Wings of tomorrow diventa un grande successo in Svezia e in Giappone. Il gruppo è ormai pronto per il grande lancio internazionale che la loro casa discografica programma nei minimi dettagli. La produzione viene affidata a Kelvin Elson, un abile manipolatore di suoni con all'attivo alcune importanti produzioni per i Kansas. Nel 1986 vede così la luce l'album The final countdown il cui successo va al di là delle più ottimistiche previsioni dei discografici e, con una sorta di "effetto domino" porta al vertice delle classifiche di tutti i paesi europei e poi degli Stati Uniti i singoli con i brani principali: The final countdown, Carrie, Rock the night e Cherockee. Quasi in concomitanza con la pubblicazione dell'album John Norum se ne va per tentare la sorte come solista e viene sostituito dal chitarrista Kee Marcello. Un'immagine impostata su abiti molto colorati, capelli lunghi e curati ondeggianti al vento e un'aggressività più simile a quella dei cartoni animati che alla ruvida scorza dei rocker affascinano il pubblico delle teen-ager, ma non bastano per restare a galla. Ben presto le copertine delle riviste adolescenziali vengono occupate da nuovi personaggi. Gli album successivi scandiranno per gli Europe un declino che sarà rapido come la conquista del successo. Si sciolgono e poi come molti altri gruppi si riuniscono sull'onda della nostalgia e delle tentazioni del business pubblicando dischi che non tolgono e non aggiungono nulla alla loro storia.

04 dicembre, 2018

5 dicembre 1959 - Gene Vincent sbarca a Londra


Il 5 dicembre 1959 Gene Vincent, il rocker statunitense di Be-bop-a-lula, sbarca in Gran Bretagna. Non è un buon momento per il "ribelle bianco". La sua popolarità è in calo e i media, che non gli sono mai stati amici, lo stanno distruggendo. Una forzata assenza dalle scene, dovuta a un ricovero ospedaliero a Norfolk, l'ha costretto a ricominciare praticamente da capo con un nuovo manager e con una nuova formazione della sua band, i leggendari Blue Caps, composta, oltre che dall'inseparabile batterista Dickie Harrell (l'unico che non l'ha mollato), da Paul Peek, Tommy Facenda, Bobby Lee Jones e dallo scatenato chitarrista Johnny Meeks. La violenza dei suoi concerti, la durezza dei suoi testi, la carica provocatoria dei suoi movimenti sul palco e l'ormai risaputa dipendenza dall'alcool sono i bersagli contro cui si scatena la stampa conservatrice. In più i tempi sembrano cambiare in peggio per i protagonisti del rock ribelle, cui le case discografiche e la maggior parte del pubblico sembrano preferire nuovi artisti perbene come Frankie Avalon e Ricky Nelson. Quando arriva in Gran Bretagna è intenzionato a trovare nuove strade per la sua musica. Viene accolto dal produttore televisivo Jack Good che gli suggerisce di rendere ancora più aggressiva la sua immagine con un completo di pelle nera. In breve Gene diventerà uno dei miti delle ragazze e dei ragazzi britannici. L'anno dopo un incidente automobilistico lo fermerà di nuovo ma il suo feeling con la gioventù d'oltremanica durerà fino al 1965 quando, afflitto da problemi d'alcolismo sempre più gravi, tornerà negli Stati Uniti.

4 dicembre 1928 – Louis Armstrong esegue per la prima volta “Basin Street Blues”


Basin Street è una strada di New Orleans che va da Canal Street all'attuale Beauregard Square, in passato chiamata Congo Square. Luogo di ritrovo di musicisti e perdigiorno è divenuta celebre nella storia del jazz grazie al brano Basin Street Blues composto nel 1928 dal pianista di New Orleans Spencer Williams. Il merito della sua popolarità non sta però tanto nella composizione di Williams quanto in una versione dello stesso brano entrata nella leggenda. È il 4 dicembre del 1928 e Louis Armstrong con i suoi Hot Five vive uno dei momenti migliori della sua carriera toccando vertici di creatività straordinari. In quel periodo sta costruendo il suo mito. Sono anni in cui oltre alla potenza dell’attacco e alla capacità di tenere la nota fino all'impossibile, il buon Satchmo mette in mostra una creatività e un linguaggio poetico che trovano gli accenti più alti proprio nelle versioni jazz di brani blues. Il trombettista, consapevole dello stato di grazia che sta attraversando, vive freneticamente il periodo quasi sapesse che non durerà per sempre. In questa felice situazione creativa la sera del 4 dicembre 1928 Armstrong decide di cimentarsi per la prima volta con Basin Street Blues. La performance resta nella storia e la versione diventerà una pietra miliare imitata innumerevoli volte nel corso degli ultimi settant'anni.

03 dicembre, 2018

3 dicembre 1966 - Winchester Cathedral


Il 3 dicembre 1966 arriva al vertice della classifica statunitense dei dischi più venduti Winchester Cathedral, un brano ispirato agli anni Venti e Trenta, decisamente controcorrente per il periodo, e interpretato da un gruppo pressoché sconosciuto che si chiama New Vaudeville Band. La canzone è, in realtà, frutto della geniale creatività di Geoff Stevens, un eclettico londinese protagonista degli anni del beat, autore di pezzi di successo come Tell me when degli Applejacks e The crying game di Dave Berry nonché produttore anche dei primi tre dischi di Donovan. Il brano, nato quasi per scherzo, ripropone il clima e le sonorità dei cosiddetti "anni ruggenti" ed è stato registrato da un nutrito gruppo di musicisti ritrovatisi più per piacere che per obbligo in sala di registrazione. La canzone fa il giro del mondo e ottiene un successo incredibile. I problemi nascono quando iniziano a fioccare le richieste per comparsate in tv e qualche concerto. La band inventata deve diventare vera. Geoff non ha alcuna intenzione di sobbarcarsi le fatiche del caso e il suo posto dal vivo viene preso da Alan Klein. La band, vestita rigorosamente in stile gangster, viene composta poi, oltre che da Klein, dal Mick Wilsher, dal trombettista e sassofonista Bobby Kerr, dal trombonista Hugh Watts, dal bassista Neil Korner, dal batterista Harry Harrison e dal tastierista Stan Heywood. Il tour sarà un successo e Winchester Cathedral venderà sette milioni di dischi. L’avventura avrà un seguito con il successo dei brani Peek-a-boo e Finchley Central prima di finire.

01 dicembre, 2018

2 dicembre 1955 – Cow Cow Davenport tra barrelhouse, carcere e blues


Il 2 dicembre 1955 a Cleveland nell’Ohio muore il bluesman Charles Davenport, conosciuto dagli appassionati con il nome di Cow Cow. Nato ad Anniston in Alabama il 23 aprile 1894 è uno dei grandi protagonisti della commistione tra il vaudeville di matrice francese e il blues. Il suo soprannome deriva dal grande successo ottenuto negli anni Trenta dal suo brano Cow Cow Blues, in cui mescola in un impasto sonoro di grande suggestione il linguaggio del ragtime con il calore delle barrelhouse, i locali dove si ritrovano i neri alla fine di una giornata di lavoro nei campi. Alla sua forza interpretativa non è estraneo il vagabondaggio dei bluesmen di quegli anni che si ritrova nei contenuti dei brani. Figlio di un pastore, impara presto a suonare il pianoforte e si esibisce giovanissimo nelle feste di Birmingham in Alabama. Successivamente se ne va al seguito del Barkoot's Show, uno spettacolo ambulante nel quale conosce il pianista Bob Davis che lo aiuta a migliorare il suo stile. All'inizio degli anni Venti si esibisce negli spettacoli per minatori e operai del Texas e nel 1924 viene scritturato dallo Star Theatre di Pittsburgh in Pennsylvania. La vita sedentaria, però, non è nelle sue corde. Per un po’ forma con la cantante Dora Carr il gruppo Davenport & Co ma il sodalizio dura poco e Cow Cow riprende i suoi vagabondaggi fra i grandi centri industriali terminali delle migrazioni nere del primo trentennio del secolo. Nel 1933 forma un gruppo itinerante, i Cow Cow's Chicago Steppers, con il quale riprende i suoi viaggi nel sud. Sono anni turbolenti e Cow Cow non sa stare lontano dai guai. Condannato a sei mesi di carcere per rissa li sconta tutti a Camp Kilby in Alabama. Al termine si stabilisce a Cleveland dove apre un negozio di musica, ma un ictus gli toglie per un po’ l’uso del braccio destro. L’infermità non lo spegne. Chiede aiuto al suo amico pianista Sammy Price e tiene fede al suo impegno contrattuale con la Decca registrando nel 1938 una serie di brani. Vagabondo per natura va poi a New York, quindi a Chicago e, infine, a Nashville, nel Tennessee, dove suona al Plantation Club. Nel 1955 è al Wheel Club in quello che è destinato a diventare il suo ultimo ingaggio. Le sue condizioni di salute, già precarie, peggiorano nuovamente e il 2 dicembre una nuova crisi lo uccide.

30 novembre, 2018

1° dicembre 1981 – Lascio i Depeche Mode ma non è un dramma


«Non capisco perché mi facciate tutte queste domande. Me ne vado e basta. Sì, lascio il gruppo, ma non mi sembra poi un fatto sorprendente. Ho voglia di fare altre cose, di inseguire nuovi progetti. Non deve esserci necessariamente un motivo particolare. Non ho litigato con nessuno e non c’è alcuna divergenza con i miei compagni che, del resto, possono continuare tranquillamente senza di me… » Scorbutico e indisponente il 1° dicembre 1981 il leader dei Depeche Mode Vince Clarke così replica alle imbarazzanti domande dei giornalisti dopo il suo annuncio di voler lasciare la band di cui è stato fondatore e anima fino a quel momento. Al di là dell’insistenza della stampa specializzata nel voler ricercare cause nascoste, la decisione suscita sorpresa perché arriva a meno di un mese dalla pubblicazione del fortunato album Speak and spell. Ci si chiede anche quale sarà il destino di una delle più geniali band del tecno-pop dopo l’abbandono di Clarke, autore dell’intero repertorio del gruppo e artefice della inusuale struttura strumentale composta soltanto da un set di sintetizzatori. La notizia sembra preludere allo scioglimento e non manca chi lo dà per scontato. Non sarà così. La leadership dei Depeche Mode passerà a Martin Gore che si mostrerà all’altezza del compito guidando il gruppo in una lunga e fortunata serie di successi. Clarke, invece, ricomincia da capo dando vita agli Yazoo insieme alla cantante Alison Moyet, che in quel periodo si fa chiamare con il curioso nomignolo di Alf. Coronata da un rapido successo, la scelta non placa la sua irrequietezza creativa e la voglia di misurarsi con sempre nuove imprese. Dopo aver piazzato tre singoli e due album nelle prime tre posizioni della classifica, il progetto Yazoo si chiude all’apice del successo nell'estate del 1983, a soli diciotto mesi di distanza dalla nascita. Clarke dà quindi vita agli Assembly insieme all’ex Undertones Feargal Sharkey, ma anche questa avventura è solo una tappa di passaggio nella sua incredibile carriera. Nel 1984 pubblica un’inserzione sulla rivista “Melody Maker" per cercare un cantante all’altezza del suo nuovo progetto. Rispondono in quarantadue. Li ascolta tutti, poi sceglie Andy Bell con il quale formerà l’ennesimo gruppo di successo: gli Erasure.

29 novembre, 2018

30 novembre 1943 – Il King Cole Trio registra "Straighten up and fly right "


Il 30 novembre 1943 il King Cole Trio, composto dal pianista e cantante Nat King Cole con Wesley Prince al contrabbasso e Oscar Moore alla chitarra, registra il brano Straighten up and fly right negli studi della neonata Capitol Records. Non è la prima esperienza discografica per il gruppo che ha già all’attivo alcune collaborazioni in sala di registrazione con Lionel Hampton e qualche brano pubblicato su disco dalla Decca. Come tanti altri nell’ambiente del jazz i tre sembrano destinati a una tranquilla carriera senza particolari scosse. Non la pensano così due dirigenti della Capitol, Glenn Wallachis e Johnny Mercer, che fanno firmare a Nat King Cole un contratto in esclusiva. Hanno ragione. Il brano registrato il 30 novembre, pubblicato su disco, attira l’attenzione del pubblico e, soprattutto, della critica che parla dell’abilità pianistica di Nat come di «una sintesi degli stili di Earl Hines, Fats Waller e Teddy Wilson, ma con maggiore semplicità e immediatezza». La formula stilistica proposta dal trio è destinata ad avere numerosi imitatori anche se nessuno riuscirà mai a eguagliarne l’efficacia. Importante è anche l’apporto di Oscar Moore, considerato, insieme a Charlie Christian, uno dei pionieri della chitarra elettrica, anticipatore di soluzioni che più tardi verranno applicate dai boppers. Il personaggio più singolare resta però Nat King Cole, l’artefice e leader del gruppo. Nonostante i giudizi lusinghieri della critica non passerà alla storia per le sue doti di pianista, ma per la sua voce. I virtuosismi al piano in campo jazzistico sono destinati a essere oscurati dallo straordinario successo ottenuto come cantante confidenziale negli anni Cinquanta. Per quasi quindici anni la sua voce farà impazzire gli americani rendendolo ricco e famoso. I soldi e gli onori della musica di consumo non gli faranno, però, dimenticare il jazz, cui torna periodicamente a dedicare parte del suo tempo, come nel 1956 quando la Capitol gli propone di aprire una nuova, importante, parentesi jazzistica nella sua carriera. Il cantante accetta e registra After midnight, un album che ancora una volta stupisce tutti, realizzato in quartetto con il chitarrista John Collins, il contrabbassista Charlie Harris e il batterista Lee Young.

28 novembre, 2018

29 novembre 1994 - Addio Hi-de-ho man


Il 29 novembre 1994 in una casa di riposo dello stato del Delaware, negli Stati Uniti, muore a ottantasei anni il grande musicista jazz Cab Calloway, uno dei protagonisti della grande stagione del Cotton Club di Harlem e dello scat, interprete di Minnie the moocher e conosciuto anche come "Hi-de-ho man". Tornato alla ribalta nel 1980 per la sua partecipazione al film “The blues brothers” di John Landis, era popolare anche presso le nuove generazioni. La morte non arriva inaspettata perché da giugno, quando era stato colpito da ictus cerebrale nella sua casa di White Plains, non si era più ripreso. Cabel Calloway, questo è il suo nome completo, nasce a Rochester, New York, nel 1907, trascorre l'infanzia a Baltimora poi si trasferisce a Chicago dove, spinto dai genitori, si dedica agli studi legali. Ai libri, però, preferisce il canto e il ballo sulle orme della sorella Blanche. Quando, per motivi economici, la famiglia rinuncia all'idea di avere un figlio avvocato, lui non si strappa i capelli. Dopo aver lavorato nei locali di Chicago, nel 1928 viene scritturato da Marion Hardy negli Alabamians con i quali suona al Savoy Ballroom di New York. Prima della fine del 1929 entra a far parte dei Missourians, un gruppo costituito da musicisti di St. Louis e Kansas City, che dopo varie stagioni al Savoy vengono scritturati dall'impresario Irving Mills per il Cotton Club dove nel 1932 sostituiscono l'orchestra di Duke Ellington. Proprio in questo club destinato a dare anche il titolo a un film nasce "Hi-de-ho man", un soprannome preso dalle sillabe più frequenti nel suo canto scat. La morte lo trasforma in una delle tante leggende del jazz.

28 novembre 1969 – Le tute blu invadono Roma

Il 28 novembre 1969 la mobilitazione dei metalmeccanici, impegnati in una difficile trattativa per il contratto tocca il culmine quando centomila lavoratori e lavoratrici arrivati con cinque treni speciali e centinaia di pullman sfilano per la prima volta nella vie di Roma in una grande manifestazione nazionale. È la risposta delle organizzazioni sindacali alla rottura delle trattative voluta dalla Confindustria. Al centro delle manifestazioni non c’è soltanto la richiesta di un aumento dei salari che sono tra i più bassi d’Europa ma la stessa qualità del lavoro. In quel periodo, come denuncia l'allora segretario della CISL, Pierre Carniti, sui luoghi di lavoro «...in Italia c'è un morto ogni ora, un invalido ogni venti minuti, un infortunio ogni 4 secondi». Sono soprattutto le giovani generazioni a chiedere il rispetto dei diritti e della dignità umana. Dopo il 1968, l’anno che ha segnato l’inizio anche in Italia della contestazione studentesca con l’occupazione delle scuole e delle università, nel 1969 irrompono sulla scena gli operai. Ricorda Pio Galli che «...La manifestazione esplodeva in un crescendo di rumori – campanacci, tamburi, fischietti, megafoni – che turbava l’ordine di una città abituata a ignorare i sacrifici, l’emarginazione, il logoramento fisico e psichico della vita in fabbrica. Ma era anche una festa, un momento di liberazione dal vincolo e dalla disciplina del lavoro alla catena, un’espressione di sé negli slogan gridati e scritti sui cartelli, nei pupazzi portati in corteo. In piazza del Popolo, all’imbrunire, si accesero migliaia di fiaccole. Un elicottero della polizia ci sorvolava, provocando fischi e reazioni. Dal palco dissero che la televisione stava filmando la manifestazione. Quel giorno non cadde un vetro. Centomila metalmeccanici avevano preso possesso della città e sfilato per ore, senza che accadesse un incidente. Dal dopoguerra ad oggi non c’erano mai state manifestazioni a Roma…un corteo operaio possente, composto e determinato fece impressione. I metalmeccanici cominciavano a contare…»

26 novembre, 2018

27 novembre 1981 – Non registrate!


Il 27 novembre 1981 Elton John, Gary Numan, Cliff Richard, i 10CC e i Boomtown Rats sono i testimonial di una curiosa, quanto martellante campagna pubblicitaria lanciata dalla British Phonographic Industry, l’associazione che raggruppa quasi tutte le più importanti case discografiche britanniche, denominata “Home taping is killing music” (la riproduzione casalinga uccide la musica). L’obiettivo dichiarato della campagna è quello di contenere il fenomeno della riproduzione su cassette dei dischi, ritenuto uno dei principali motivi di un gravissimo calo delle vendite di materiale musicale che sta mettendo in crisi anche le grandi case discografiche. In realtà, come spesso accade, quella che viene individuata come causa non è che l’effetto di una grave crisi mondiale non solo economica dell’intero settore. All’inizio degli anni Ottanta le major discografiche, dopo aver contrastato ferocemente le iniziative indipendenti e autogestite che negli anni precedenti avevano guidato le innovazioni caricandosene i rischi, non sanno più che pesci pigliare. A questo va aggiunto che le sempre più ampie sacche di crisi economica rendono insostenibile il costante lievitare dei prezzi dei dischi. Non tutti pensano, però, che i nemici siano i registratori. In Italia, per esempio, nello stesso periodo le case discografiche, nel tentativo di rilanciare il mercato agiscono proprio sulla leva dei prezzi, ripubblicando antologie di vecchi successi in collane economiche e inventando soluzioni alternative come i Q-disc, un disco di grande formato a medio prezzo che contiene solo quattro brani: una sorta di via di mezzo tra il singolo e l’album. I risultati sono incoraggianti e dimostrano che più che la riproduzione casalinga sono i costi e la mancanza di idee a uccidere la musica. Anche in Gran Bretagna c’è chi si accorge di questo fatto e si dissocia dal fronte anti-registrazioni. È la piccola ma combattiva Island Records di Chris Blackwell che, incurante delle critiche, getta benzina sul fuoco lanciando le cassette “One plus One” che su un lato contengono un intero album di uno degli artisti della scuderia e sull’altro offrono la stessa durata di nastro vergine da registrare.

25 novembre, 2018

26 novembre 1936 – Leopoldo Fregoli, il trasformista


Il 26 novembre 1936 muore a Viareggio, Leopoldo Fregoli, un personaggio leggendario del varietà italiano nato a Roma il 2 luglio 1867. Attore, cantante e soprattutto trasformista, dopo aver debuttato nel varietà come macchiettista e illusionista, nel 1893 forma la Compagnia di Varietà Internazionale e, successivamente, la Compagnia Fin di Secolo nelle quali canta, recita, interpreta personaggi maschili e femminili con un susseguirsi frenetico di trasformazioni, tanto che la parola "fregolismo" diventa un termine proverbiale. Il suo successo travalica i confini nazionali per arrivare a New York, Londra, Pietroburgo, Berlino, Vienna e, soprattutto, a Parigi dove nel 1910 manda in visibilio il pubblico esibendosi peraltro un francese perfetto. Nel 1922 travolto dai debiti dovuti a investimenti sbagliati vende tutto quello che gli rimane e nel 1924 parte per l'ultima tournée in Sudamerica. Nel 1925, ancora all'apice della popolarità da' l'addio alle scene e si ritira a Viareggio la città in cui morirà una decina d’anni dopo.

24 novembre, 2018

25 novembre 1921 - Matthew Gee jr, un trombone sofisticato


Il 25 novembre 1921 nasce a Houston, nel Texas Matthew Gee jr. considerato uno dei principali trombonisti di stile be bop del dopoguerra. Influenzato soprattutto agli inizi da Trummy Young, preferisce poi prendere la strada indicata da J. J. Johnson adottando uno stile molto sofisticato che gli consente di trasferire su uno strumento massiccio come il trombone le melodie complicate e sottili proprie del be bop. Gee questa sua caratteristica la conserva sia quando suona in piccoli gruppi sia quando si trova in formazioni più grosse. Da giovane affina la sua preparazione musicale all'Alabama State Teachers' College e quindi comincia a suonare professionalmente con musicisti come Joe Morris, Gene Ammons, Dizzy Gillespie e Count Basie. Nel 1952 collabora con il sassofonista Illinois Jacquet con cui compie una tournée in Europa nel 1954. Da allora continua a suonare sempre su buoni livelli. Nel dicembre del 1959 fa parte della formazione orchestrale di Duke Ellington che incide gli undici pezzi contenuti nell’album Blues in Orbit nel quale suona anche il flicorno in Swingers Get.


24 novembre 1991 – Finisce il calvario di Freddie Mercury


Il 24 novembre 1991 è giovedì, un giorno banale per morire. Eppure proprio di giovedì, consumato da una lunga agonia, muore di AIDS Farrokh Bulsara, nato a Zanzibar nel 1946, in arte Freddie Mercury, uno dei simboli degli anni Ottanta, emblema rutilante dei Queen. Qualche tempo prima alla domanda «Come vorresti essere ricordato dai posteri, dal mondo dello spettacolo?», aveva risposto «Oh, non lo so. Non ci ho pensato... non so, morto e andato. No, non ci ho pensato e non ci penso... mio dio, ma quando sarò morto si ricorderanno di me? Non voglio pensarci, dipende da voi. Credo che quando sarò morto non m’importerà gran che, anzi a me non fregherà proprio più niente». La sua morte diventa un simbolo della battaglia contro la terribile malattia che, nell'immaginario collettivo, "uccide la diversità". Lo diventa suo malgrado, amplificando e, in parte, sublimando le incertezze e le contraddizioni della sua vicenda personale e artistica. «La nostra è una guerra contro un nemico implacabile. Non c'è tempo per le incertezze né per le giustificazioni: chi non c'è è un disertore» tuona Elizabeth Taylor, uno dei primi personaggi del mondo dello spettacolo a impegnarsi concretamente contro l'AIDS. E nella prima ondata di mobilitazione Freddy non c'è. Né lui, né il suo gruppo vivono la passione politica o l'impegno sociale. Pur essendo musicalmente nati negli anni Settanta interpretano con largo anticipo la cultura degli anni Ottanta, del disimpegno, della fuga dai valori condivisi e della ricerca estetizzante. All'epoca dell'esplosione del punk, nel 1977, i Queen sono l'incarnazione di tutto ciò che il movimento disprezza pubblicamente. Nel 1984 finiscono addirittura nella "lista nera" compilata dalle Nazioni Unite degli artisti che, fregandosene della lotta contro l'apartheid, accettano di suonare in Sudafrica. Per ben otto sere consecutive suonano a Sun City, la Las Vegas della nazione simbolo del razzismo, città che per altri loro colleghi è divenuta invece il simbolo di una battaglia planetaria contro la discriminazione razziale. Non c'è premeditazione, ma semplice disinteresse per tutto ciò che accade fuori dalla loro ristretta visuale. Professionali, senza opinioni e buoni venditori di se stessi diventano una sorta di band esemplare per il music business e anche l'omosessualità di Freddie lungi dall'essere proclamata come una bandiera di libertà viene vissuta come un fatto privato e personale come si conviene alle "persone per bene". Pur essendo campioni di vendite sono però poco amati dalla critica che considera la loro storia musicale sostanzialmente finita nel 1975 con la pubblicazione di A night at the Opera, l'album di Bohemian Rhapsody, una sorta di manifesto musicale che mescola in modo geniale hard rock, pomposità barocca e melodramma. Pochi mesi prima della morte di Mercury l'idea di un gruppo ormai arrivato alla frutta è divenuta più generale. Ciascuno dei componenti sembra più impegnato nei propri progetti individuali per far pensare a un nuovo colpo d'ala. Lo stesso Freddie coltiva con attenzione le potenzialità della sua straordinaria voce, uno strumento capace di valorizzare canzoncine di cui, senza la sua interpretazione, non rimarrebbe neppure il ricordo. In questa situazione si inserisce la morte di Freddy. Una fine straziante, che lo accomuna a moltissimi altri, e lo trasforma in un simbolo della lotta contro l'AIDS. È la catarsi. La sua mai rivendicata omosessualità si fa bandiera e il suo calvario finale diventano l'emblema di un impegno internazionale contro un morbo che ha fra i suoi più stretti e fedeli complici la discriminazione. In pochi mesi viene organizzato nello stadio di Wembley a Londra “A concert for life - Tribute to Freddie Mercury”, un grande concerto i cui proventi sono destinati a finanziare la ricerca contro l'AIDS. Centinaia di milioni di spettatori assistono all'evento, rimandato in settanta nazioni diverse, compreso anche quel Sudafrica, finalmente uscito (e non grazie ai Queen) dal lungo tunnel dell'apartheid. La vera anima dell'evento è da ricercare nel gruppo di personaggi del mondo dello spettacolo da anni impegnati su questo fronte e che hanno un'agguerrita testimonial proprio nell'attrice Elizabeth Taylor. Nessuno si nega all'invito. Sul palco allestito nello stadio di Wembley sfila l'élite della musica pop internazionale di quel periodo, dai Metallica agli Extreme, dall'ideatore di Live Aid Bob Geldof agli Spinal Tap, dai Def Leppard ai Guns N’ Roses, dall'italiano Zucchero agli irlandesi U2 in collegamento via satellite da Sacramento in California. Particolarmente emozionanti sono le esecuzioni delle canzoni di Freddie Mercury da parte di una lunga serie di amici, a partire da George Michael che canta Year of 39 da solo, These are days of our lives con Lisa Stanfield e Somebody to love insieme al London Community Gospel Choir. David Bowie esegue Under pressure in coppia con Annie Lennox mentre Elton John dedica all'amico scomparso le commoventi versioni di Bohemian rhapsody con l'aiuto di Axl Rose e, soprattutto, di The show must go on, il brano che i Queen giurano solennemente di non eseguire più dopo la morte del loro leader. La morte di Freddy esalta la solidarietà ma anche il music business che, ancor più di quando era in vita, ne sfrutta voce, immagine, registrazioni e inediti al di là di ogni immaginazione come accade con il miliardario remix di Living on my own, una disinvolta operazione commerciale priva di rispetto ma molto redditizia. Il music business oggi lo ricorda con un'alluvione di iniziative commerciali che non aggiungono nulla al suo valore artistico. C’è chi preferisce ricordarlo per quello che era: un'artista con luci e ombre, una voce unica, ma soprattutto un uomo, una persona, uno fatto di carne e ossa come noi che è morto di AIDS dopo un lungo calvario di sofferenze.



22 novembre, 2018

23 novembre 1985 – Big Joe Turner, grande non soltanto per la mole


Il 23 novembre 1985 un infarto chiude per sempre la carriera di Big Joe Turner una delle grandi voci del blues, considerato un “padre nobile” del rock and roll e del rhythm and blues. Ha settantaquattro anni e da almeno quaranta si muove a fatica a causa di un’acuta e dolorosa forma d’artrite, oltre che per la mole che gli è valsa il nomignolo di “Big Joe”. Canta quasi sempre da seduto appoggiandosi al suo bastone. Con la sua voce piena e dai toni baritonali è stato un esponente di primo piano del “blues di Kansas City”, quel genere in cui la vena triste e malinconica del blues rurale è stata soppiantata da un’atmosfera maliziosa e divertita che ha posto le basi per l’avvento del rhythm and blues. Negli anni Cinquanta, poi, è maestro e anticipatore del rock and roll. A lui si devono le prime versioni di brani entrati di prepotenza nella storia della musica di quel periodo come Corrine, Corrine, Flip flop and fly e Shake rattle and roll. Nato a Kansas City, nel Missouri, il 18 maggio 1911 come molti ragazzi neri arriva alla musica quasi per caso. Comincia, infatti, a cantare il blues con vari gruppi della sua città nei momenti liberi che gli lascia il lavoro. Verso la fine degli anni Venti coltiva qualche ambizione in più e inizia a collaborare con il pianista boogie Pete Johnson. La sua carriera prende decisamente il volo soltanto a partire dal 1938, quando si occupa di lui un grande talent scout come John Hammond che lo porta a New York e gli procura varie scritture. Ha molti amici tra i jazzisti con i quali coltiva saltuari rapporti di collaborazione che a volte sfociano in splendidi album come The bosses: Joe Turner – Count Basie, con l'orchestra di Count Basie, o The trumpet kings meet Joe Turner, con Dizzy Gillespie, Roy Eldridge, Harry Sweet Edison e Clark Terry. Alla fine degli anni Settanta, con l’avanzare dell’età e la sempre più ridotta capacità di movimento, riduce i suoi impegni, senza però rinunciare a coltivare nuovi progetti. Nell’estate del 1985 si torna a parlare di un suo possibile ritorno in sala di registrazione per una sorta di antologica carrellata sulla sua carriera insieme a molte star del rock. La morte improvvisa cancella il progetto.



21 novembre, 2018

22 novembre 1891 – Tenete d’occhio quel Pietro Gori

Il 22 novembre 1891 una nota riservata inviata dal Ministero degli Interni a tutti i Prefetti del Regno d'Italia prevede che l’avvocato Pietro Gori venga sottoposto a «speciale sorveglianza» per il suo carattere «audace» e per il suo «ingegno svegliato». Tre anni dopo, nel 1894, dopo l’attentato compiuto da Sante Caserio contro il presidente della repubblica francese Marie François Sadi Carnot, l'Italia è attraversata da un'ondata di persecuzioni e attacchi contro gli anarchici. Uno dei principali bersagli della stampa conservatrice è proprio lui, accusato di essere uno degli ispiratori dell'attentato. Ben presto si capisce che l'ondata reazionaria non può che finire con il suo arresto e la condanna per «istigazione a delinquere». Cedendo alle insistenze dei compagni che gli sono più vicini, Gori accetta di espatriare clandestinamente e si rifugia nella vicina Confederazione Elvetica che da tempo ospita una nutrita colonia anarchica composta da esuli provenienti da vari paesi del mondo. La mitica Svizzera Repubblicana sta però iniziando a ripensare sul suo ruolo di ospitale paradiso per gli esuli. Nel mese di gennaio del 1895 assume la decisione di espellere gran parte dei militanti anarchici che si trovano all'interno dei suoi confini. Anche Pietro Gori è tra gli arrestati che, dopo una quindicina di giorni di permanenza in carcere, vengono fatti salire a forza su un treno speciale che li porta oltre confine. Alla stazione, in occasione della loro partenza, viene cantata per la prima volta Addio Lugano bella, conosciuta anche come Addio a Lugano, una delle più popolari canzoni anarchiche italiane. La musica è presa a prestito da un valzer in voga in quel periodo (secondo alcuni pare si intitolasse Addio Sanremo bella) e le parole sono da attribuire allo stesso Pietro Gori che l'avrebbe scritta durante la permanenza in carcere. Non sono mancate ricostruzioni diverse, tendenti a ricondurre il testo del brano a una sorta di elaborazione collettiva, ma anche in questo caso, sul fatto che la trascrizione finale sia opera dell'anarchico toscano non sussiste praticamente alcun dubbio. La melodia malinconica e le parole in cui si fondono insieme rabbia, nostalgia e speranza di ritorno sono gli elementi che hanno regalato ad Addio Lugano bella una larga popolarità anche tra i canti degli emigranti, nelle quali è diventata un po' il simbolo dell'esilio forzato. Il merito è della musica, ma anche della grande ispirazione poetica di Pietro Gori, non a caso ribattezzato, in un'opera teatrale di Sergio Liberovici, Emilio Jona e Massimo Castri: “Anarchico pericoloso e gentile”. La popolarità di questa canzone non conosce stanchezza e anche il pop e il rock se ne impossessano ma senza particolari stravolgimenti, se si eccettua la curiosa citazione in Lugano addio un brano inciso nel 1977 dallo scomparso Ivan Graziani.