05 agosto, 2020

5 agosto 1941 – Airto, un brasiliano con Miles Davis

Il 5 agosto 1941 nasce a Itaiopolis, in Brasile, il percussionista Airto, il cui nome completo è Airto Guimorvă Moreira. Da bambino studia chitarra e pianoforte, partecipando per la prima volta a un programma radiofonico quando ha soltanto di sei anni. A sedici anni inizia a suonare in vari locali brasiliani. Nel 1953 forma un proprio gruppo che schiera nella formazione anche il polistrumentista Hermeto Pascoal. Sempre con Pascoal forma il Quarteto Novo prima di trasferirsi a Los Angeles, dove studia con Moacir Santos. Nel 1970, trasferitosi a New York, comincia a suonare e incidere con Miles Davis, guadagnandosi in breve tempo una notevole reputazione come percussionista. Nel 1972 Chick Corea lo inserisce come batterista nella prima formazione dei suoi Return To Forever la cui cantante è Flora Purim, moglie dello stesso Airto e sua collaboratrice fin dai tempi del Quarteto Novo. Tra i molti jazzisti che hanno richiesto la sua collaborazione vanno citati anche Gato Barbieri, Stan Getz, “Cannonball” Adderley e Keith Jarrett. Dopo aver costituito un trio di scarso successo con Don Friedman e Reggie Workman, Airto ha formato dal 1973 vari gruppi sotto il proprio nome, collaborando anche nei dischi di sua moglie. Per tutti gli anni Settanta la totalità dei referendum indetti dalle riviste specializzate lo indica come il miglior percussionista jazz.

04 agosto, 2020

4 agosto 1979 - Insieme per ricordare Lowell George

Il 4 agosto 1979 più di ventimila persone affollano il Great Western Forum di Inglewood. Sono attratti da un cast di tutto rispetto, ma anche dal richiamo della solidarietà. Il concerto, infatti, è destinato a raccogliere fondi per aiutare la famiglia di Lowell George, il leader dei Little Feat morto pochi mesi prima in un motel di Arlington. L’autopsia ha accertato che la causa meccanica della morte è da attribuire a una crisi cardiaca, ma la vera responsabilità della sua fine è da ricercare nell’eccessiva confidenza con sostanze stupefacenti di varia natura. Al momento della sua morte i Little Feat non esistono più. Egli stesso ha annunciato la dissoluzione della band da lui formata alla fine del 1969 a Burbank, in California, una delle più originali degli anni Settanta con la sua mescola di rock, blues e funk supportata da testi ironici, graffianti e surreali. Litigioso e perennemente alle prese con i problemi derivati dalla sua passione per qualunque tipo di droga, Lowell George è una delle figure più emblematiche del fermento creativo dell’epoca. Quando muore non ha più un soldo e la famiglia rischia di pagare un prezzo molto alto alla sua vita surreale e sregolata. Per qualche tempo vari artisti cercano di aiutare come possono la vedova a tirare avanti, ma i debiti lasciati in eredità da George non possono essere saldati solo con la buona volontà. L’idea di chiamare a raccolta i fans è dei suoi ex compagni d’avventura dei Little Feat. Si scatena una gara di solidarietà alla quale aderiscono altri artisti e il 4 agosto in clima di forte emozione si esibiscono Jackson Browne, Linda Ronstadt, Bonnie Raitt, Emmylou Harris, Michael McDonald e Nicolette Larson. La parte del leone tocca, però, ai cinque componenti superstiti dei Little Feat, Paul Barrère, Billy Payne, Kenny Gradney, Sam Clayton e Richie Hayward che, al termine del lungo brano che conclude la manifestazione annunciano di poter consegnare alla vedova del loro ex compagno la somma di duecentotrentamila dollari.

03 agosto, 2020

3 agosto 1963 – L’ultima volta dei Beatles al Cavern

Il 3 agosto 1963, in una confusione indescrivibile di corpi sudati e con l'accompagnamento continuo delle urla assordanti dei ragazzi che accompagnano ogni loro brano, i Beatles si esibiscono nel locale che li ha visti nascere, crescere e diventare grandi: il Cavern Club di Liverpool. «Con questa fanno duecentosettantaquattro!» urla Paul McCartney aprendo le danze. I quattro ragazzi sono ormai popolarissimi in tutto il Regno Unito e la loro fama si sta allargando a macchia d’olio anche fuori dai confini britannici. A corroborare il loro buon umore c’è anche la notizia, arrivata poche ore prima dell’esibizione al Cavern del primo, timido, ingresso della loro From me to you nella classifica statunitense. Una folla indescrivibile li aspetta dalle prime ore del pomeriggio. Si può dire che tutta la popolazione di Liverpool al di sotto dei vent’anni occupi da ore le vie che portano al locale. L’affollamento crea non pochi problemi ai responsabili dell’ordine pubblico che temono incidenti e malori, anche perché il Cavern può contenere al massimo delle sua capienza reale, poco più di un centinaio di persone. In realtà la manifestazione di massa è molto diversa da quelle che stanno caratterizzando le esibizioni dei Beatles in tutto il territorio britannico. Più che uno dei tanti episodi di “Beatlemania”, in questo caso si può parlare di un entusiastico omaggio da parte dei giovani di Liverpool a quattro ragazzi come loro che ce l’hanno fatta a diventare famosi. Lo si vede fin dall’arrivo di George, Ringo, John e Paul. La folla li riconosce, li chiama per nome, scambia impressioni, ma non li soffoca. La stretta del pubblico è amichevole, rispettosa e affettuosa al tempo stesso, piena di ricordi e, per molti, di episodi di vita vissuta. Quando i Beatles iniziano a suonare tutti sanno di assistere a un evento che non si ripeterà più: troppo piccolo il Cavern per i quattro, troppo pericoloso sfidare oltre la sorte. Quello che si compie sotto gli occhi dei pochi fortunati che sono riusciti a entrare nel locale è una sorta di rito. I Beatles tornano per l’ultima volta nel locale da cui è partita la loro storia e i giovani della loro città li salutano per l'ultima volta perché sanno che le vicende dei quattro sono destinate a portarli lontano per sempre. È una cerimonia di ringraziamento e, insieme, di commiato, quella che si svolge al Cavern Club il 3 agosto 1963. Se ne rendono conto tutti, primi fra tutti i Beatles che, al termine della loro esibizione non sprecano tante parole. Si inchinano e salutano: «Ciao ragazzi. Ci vediamo!»

02 agosto, 2020

2 agosto 1941 – Fabio Testi, da controfigura a protagonista

Il 2 agosto 1941 nasce a Peschiera del Garda, in provincia di Verona, Fabio Testi. Dopo essere stato scelto per interpretare una serie di filmati pubblicitari per una bibita popolarissima frequenta l’Accademia d’Arte Drammatica e inizia a lavorare nel cinema come controfigura e acrobata. In questo ruolo partecipa nel 1966 a “Il buono, il brutto e il cattivo”. È la prima esperienza nel western all’italiana, il genere nel quale ottiene le prime soddisfazioni come attore a partire dal 1967. Nel 1970 interpreta un giovane borghese della comunità ebraica innamorato di Micòl ne “Il giardino dei Finzi Contini” di Vittorio De Sica, trasposizione cinematografica del romanzo di Giorgio Bassani premiato con l'Oscar come miglior film straniero. L’anno dopo fa scalpore recitando alcune scene di nudo integrale in “Addio fratello crudele” di Giuseppe Patroni Griffi. Negli anni Settanta lavora con registi di primo piano come Pasquale Squitieri, Enzo G. Castellari, Lucio Fulci e Claude Chabrol che gli affida l’emblematico ruolo dell’anarchico Bonaventura Diaz in “Sterminate Gruppo Zero”. Negli anni Ottanta dopo la partecipazione a “Scemo di guerra” di Dino Risi e “Io e il duce” di Alberto Negrin riduce la presenza sul grande schermo alternandola a impegni nella fiction televisiva e in teatro.

01 agosto, 2020

1° agosto 1987 - Il ritorno al vertice di Bob Seger

Il 1 agosto 1987 Shakedown, tema conduttore del film "Beverly Hills Cop II" riporta al vertice della classifica il quarantaduenne Bob Seger, uno dei più grandi talenti del rock statunitense. L'exploit è del tutto casuale. Il brano, infatti, è stato scritto per Glenn Frey che, però, colpito da una laringite, si è fatto sostituire dal vecchio leone, reduce dal buon successo dell'album Like a rock. Il primo posto in classifica, al di là del valore reale del brano, premia un artista spesso messo ai margini del music business per le sue idee politiche radicali e per l'eccessiva passione per l'alcool e sostanze varie. Fin da giovanissimo inizia a frequentare l'ambiente del rock and roll con garage-bands come i Town ed i Decibel, diventando poi il tastierista degli Omens di Doug Brown. Il suo primo exploit risale alla metà degli anni Sessanta quando con lo pseudonimo di Beach Bumps regala agli hippie una dissacrante versione del brano militarista Ballad of the green berets. Forma quindi i Last Heard con gli ex componenti degli Omens, impegnandosi a fondo nel movimento pacifista. In questo, che è il periodo più fertile e interessante della sua carriera, pubblica brani come la famosa 2+2, una canzone contro la guerra del Vietnam, e Ramblin' gamblin' man, entrambe inserite nel suo primo album. Considerato uno scomodo e poco manovrabile rompiscatole fatica a trovare spazio sulla scena musicale. Più volte decide di abbandonare la musica, ma fortunatamente si fa sempre convincere a tornare sui suoi passi. Negli anni Settanta vive il periodo smagliante con la Silver Bullet Band, testimoniato da splendidi album come Live Bullet, Night moves e Stranger in town. Nel 1980 pubblica Against the wind, probabilmente il suo miglior album in assoluto. Tra alti e bassi resiste al passare del tempo anche grazie alla stima di artisti come Bruce Springsteen che gli danno una mano a sopravvivere. Il successo di Shakedown lo aiuta a continuare.


31 luglio, 2020

31 luglio 1990 – Fernando Sancho, il messicano dei western all’italiana

Il 31 luglio 1990 muore di cancro a Madrid Fernando Sancho. La sua immagine per gli appassionati del western all’italiana è quella del messicano per eccellenza. La sua faccia larga e baffuta con la risata pronta e spesso falsa è entrata nell’immaginario del pubblico e nella storia delle caratterizzazioni del genere come quella del bandito destinato fin dall’inizio a soccombere nel confronto con il protagonista. Nel decennio in cui si è sviluppata l’intera epopea del western all’italiana nessuno più di Fernando Sancho ha interpretato il ruolo del bandito messicano. Si racconta che gli stessi sceneggiatori dovendo tratteggiare questa figura nella fase di preparazione dei film la disegnassero direttamente su di lui attribuendo direttamente il suo nome al personaggio. Nato a Saragozza, in Spagna, il 7 gennaio 1916 fa la sua prima esperienza cinematografica nel 1944 quando a soli diciott’anni partecipa alla realizzazione di “Orosia”, un film spagnolo mai arrivato in Italia. Nel dopoguerra, come molti altri aspiranti attori, sbarca a Roma intenzionato a cercare fortuna a Cinecittà, in quel periodo cuore pulsante della cinematografia mondiale grazie anche al trasferimento sulle rive del Tevere di molte produzioni hollywoodiane. La sua faccia particolare e l’imponenza del suo fisco non sfuggono ai responsabili dei cast, sempre alla ricerca di caratteristi. Dopo aver partecipato a vari film, facendosi notare soprattutto in alcuni film mitologici come “Goliath contro i giganti” e soprattutto in “Arrivano i Titani”, viene scritturato anche per tre produzioni hollywoodiane come “Il Re dei Re” nel quale interpreta il pazzo, “Lawrence d’Arabia” (è lui il sergente turco che arresta Lawrence) e “55 giorni a Pechino”. Personaggio di grande cultura e con uno spiccato senso dell’umorismo è molto amato da registi e produttori perché sa mettere le sue abilità da caratterista al servizio delle storie. Negli ultimi anni della sua carriera diventa uno dei personaggi di culto dei film horror. Muore di cancro a Madrid il 31 luglio 1990. Tra le innumerevoli battute dei suoi personaggi western la più citata resta ancora oggi quella pronunciata nei panni di Gordon Watch nel film “Arizona Colt” di Michele Lupo: «Un giorno mio padre mi disse: quando sarò morto questo orologio sarà tuo. Cinque minuti dopo l’orologio era mio».


30 luglio, 2020

30 luglio 1960 - Arv Garrison, chitarrista di transizione

Il 30 luglio 1960 muore il chitarrista Arv Garrison. Registrato all’anagrafe con il nome di Arvin Charles Garrison, nasce a Toledo, in Ohio, il 17 agosto 1922 in una famiglia di musicisti. Il suo approccio agli strumenti a corda avviene senza alcun maestro. Il precoce Arv, infatti, impara da solo a nove anni a trarre suoni intonati dalle corde tese, dapprima utilizzando l’ukulele e in seguito passando alla chitarra. Dai dodici ai diciotto anni si fa le ossa suonando nelle feste da ballo con vari gruppo e successivamente dà vita a una propria formazione con la quale nel 1941 si esibisce al Kenmore Hotel di Albany. Dopo una permanenza nell’orchestra di Don Seat a Pittsburgh, costituisce un trio che prende il nome di Vivien Garry Trio, dal nome della contrabbassista Vivien Garry, moglie dello stesso Garrison. Chitarrista di transizione, inizialmente influenzato da Django Reinhardt, Garrison, partecipa anche a varie sedute d'incisione con i boppers, compresa quella diretta da Charlie Parker nel marzo 1946 nella quale vengono incisi Yardbird Suite, Ornithology e A Night In Tunisia. Negli anni Cinquanta torna nella sua città natale limitando le sue esibizioni ai locali della zona.

29 luglio, 2020

29 luglio 1948 - I cerchi olimpici sulle rovine di Londra

Il 29 luglio 1948 iniziano i Giochi Olimpici di Londra. Per il comitato olimpico è la quattordicesima edizione perché si sceglie di contare anche una XII e una XIII Olimpiade che non hanno avuto luogo. Nelle intenzioni originarie la loro organizzazione sarebbe toccata a Tokyo e Roma, ma la follia degli uomini ha voluto diversamente. Quando si deve scegliere la nazione deputata a ospitare la manifestazione, viene scartata la candidatura della neutrale e prospera Svizzera perché il mito olimpico, per rivivere, ha bisogno di un emblema di sofferenza e resurrezione. La Londra del 1948, con i suoi palazzi ancora sventrati è un simbolo più significativo delle verdi e quiete vallate elvetiche. Si ricomincia con quello che c’è, non si possono costruire nuovi impianti. Gli inglesi si arrangiano rattoppando Wembley e gli altri stadi, per gli sport acquatici può bastare il Tamigi e per il ciclismo ci si accontenta degli ampi viali del parco di Windsor. È un’Olimpiade povera ma dignitosa, come i tempi che le popolazioni dell’Europa stanno vivendo. I 4.311 atleti provenienti da cinquantanove nazioni sono ospitati in collegi, capannoni militari e camere di vecchi ospedali da guerra. Quasi a sottolineare l’aria di nuova fratellanza tra i popoli i concorrenti della nazioni con maggior disponibilità, dividono con gli atleti dei paesi meno fortunati le scorte alimentari. C’è, comunque, chi fa le cose in grande. La squadra statunitense arriva a Londra con una dispensa forte di cinquemila bistecche e quindicimila tavolette di cioccolato, mentre gli olandesi e i danesi possono contare su una mezzo milione di uova. Gli italiani sbarcano sulle coste britanniche con scorte di pasta, pomodoro e parmigiano, prodotti tipici di quella che ancora non viene chiamata “dieta mediterranea”. Tutti, comunque, possono contare sulla collaborazione dei pescatori inglesi che distribuiscono gratis agli atleti, nei giorni delle Olimpiadi, più di duemila tonnellate di pesce. La cerimonia d’apertura si svolge nello stadio di Wembley davanti a ottantamila spettatori. Fa molto caldo, la temperatura tocca punte superiori ai 40 gradi centigradi, ma è un caso perché nei giorni successivi pioverà sempre. Nel cuore degli inglesi permangono le ruggini e le ferite di una guerra troppo recente per essere dimenticata e la delegazione italiana viene spesso bersagliata da fischi e varie manifestazioni di ostilità. Il tifo non è mai dalla nostra parte, qualunque sia l’avversario. Tra le nazioni sconfitte, a differenza di Germania e Giappone, che sono state escluse dalle competizioni, l’Italia può partecipare per decisione di Winston Churchill, il quale è convinto che il nostro paese abbia già pagato a sufficienza i propri errori. Quando il re Giorgio VI apre i Giochi si librano nel cielo settemila colombe mentre un coro intona Non nobis Domine, un inno il cui testo porta la firma di Rudyard Kipling, l’autore de “Il libro della jungla”. Il giuramento olimpico viene pronunciato da un eroe di guerra, Donald Finley, quarantenne ostacolista e colonnello della RAF. L’Italia ha investito settantasei milioni di lire in una spedizione che comprende centottantotto uomini, diciannove donne e ottantotto dirigenti. Il nostro bottino finale sarà di otto medaglie d’oro, undici d’argento e sette di bronzo.

28 luglio, 2020

28 luglio 1979 – Il sogno della 2-Tone

Il 28 luglio 1979 con il singolo Gangsters degli Specials per la prima volta le classifiche britanniche ospitano un disco della 2-Tone, la casa discografica autogestita dalla band, il cui logo, un omino bianco e nero, è diventato da tempo il simbolo del movimento ska. Più che un'etichetta la 2-Tone è un laboratorio dello ska, la musica nata dalla mistura tra la secca essenzialità del punk e la ritmica armonia delle musiche giamaicane. Per i giovani ribelli e antirazzisti delle metropoli britanniche la 2-Tone è l'emblema di un rinnovamento musicale capace di mescolare culture diverse. Nata dalla geniale e fertile inventiva di Jerry Dammers, il leader degli Specials, ha una struttura del tutto improbabile. Non c'è una vera e propria sala di registrazione. I primi nastri vengono praticamente registrati tutti, o quasi, nel suo appartamento a Coventry. Non c'è una programmazione né uno staff che si occupi del marketing. La principale e, per molto tempo, unica forma di promozione sono i concerti e il nutrito sottobosco di fanzine del movimento ska, fogli autoprodotti che passano di mano in mano. Soltanto l'anno prima gli Specials, pur di salvaguardare l'integrità artistica dell'etichetta, hanno rifiutato di firmare un ricco contratto proposto loro da Bernie Rhodes, il manager dei Clash. La 2-Tone non è soltanto Specials. Si può dire che tutti i principali gruppi del movimento ska partano dall'etichetta dell'omino bianco e nero «di sinistra e contro ogni razzismo». La lista è lunghissima e comprende dai Selecter ai Madness, dai Beat agli Swingin' Cats, alle Bodysnatchers, a Rico, un trombonista giamaicano onnipresente considerato una sorta di portafortuna. E quando la destra si scatena, da questo gruppo nasce l'idea della resistenza militante contro le violenze del National Front. Non tutti resisteranno per sempre alle lusinghe del mercato e anche la 2-Tone finirà. L'esperienza resterà però una delle pagine più belle della musica britannica.

27 luglio, 2020

27 luglio 1968 – Luglio, col bene che ti voglio...

Quando si pensa all'estate del sessantotto, cioè l'anno in cui anche in Italia inizia soffiare forte il vento di un cambiamento per molti versi epocale, si fa fatica a ricordare che una delle canzoni più cantate, ballate e vendute di quel periodo possa essere stata Luglio di Riccardo Del Turco. Eppure dopo aver vinto il concorso "Un disco per l'estate" la canzoncina indolente e sonnacchiosa proprio il 27 luglio 1968 arriva al vertice della classifica dei dischi più venduti in Italia. Il suo interprete, presentato come un debuttante, una sorta di barista prestato alla musica è in realtà un personaggio tutt'altro che sconosciuto agli addetti ai lavori. Negli anni Cinquanta, infatti, era stato il cantante dell'orchestra di Riccardo Rauchi. Il pigro Del Turco ha un rapporto contraddittorio con la musica e più d'una volta ha lasciato tutto per tornare dietro al banco del suo bar nel centro storico di Firenze. Conosce bene, però, i trucchi del mestiere. Incide tutta d'un fiato la canzoncina scritta insieme a Bigazzi nella casa di quest'ultimo a Punta Ala. Le parole non sono granché, ma l'insieme è accattivante e gradevole. Il risultato è uno straordinario successo di pubblico che continua anche quando il sole dell'estate ha lasciato il posto all'autunno. Il brano, infatti, vincerà anche la Gondola d'Oro alla Mostra Internazionale di Musica Leggera di Venezia, uno dei premi più prestigiosi di quel periodo, riservato alle canzoni dominatrici del mercato. Il successo di Luglio non si fermerà nei confini italiani. La canzone infatti conquisterà una posizione di rilievo anche nella classifica britannica. Artefici dell'exploit saranno quei Tremeloes che qualche anno prima erano stati preferiti ai Beatles dai cervelloni della Decca. La loro versione, intitolata I'm gonna try, porterà il brano di Riccardo Del Turco sul mercato anglosassone alimentando l'inspiegabile fascino di una canzone nata per essere consumata nel breve spazio di qualche settimana.


26 luglio, 2020

26 luglio 1956 - Affonda l’Andrea Doria

Il 26 luglio 1956 al largo di Terranova affonda l’Andrea Doria, il transatlantico più moderno e lussuoso della flotta italiana, in servizio sulla rotta per gli Stati Uniti da soltanto tre anni. Lo spiacevole ruolo di killer del fiore all’occhiello della nostra marina tocca al piroscafo svedese Stockholm che, complice un banco di nebbia, sperona la lussuosa nave a bordo della quale ci sono più di millecinquecento persone tra passeggeri ed equipaggio. Richiamate dai messaggi radio convergono sulla zona centinaia di imbarcazioni che, in una gara contro il tempo, tentano di recuperare i naufraghi.. Alla fine i morti saranno cinquantuno. La foto del viso terrorizzato di una delle sopravvissute, la piccola Maria Paladino di quattro anni, fa il giro del mondo e diventa il simbolo della tragedia.

24 luglio, 2020

25 luglio 2003 - Patti, Carmen e Paola insieme a Napoli


Quello che si svolge il 25 luglio 2003 a Napoli non è il concerto dell’anno, ma gli assomiglia molto. In quella che dovrebbe essere, infatti, la serata conclusiva del Neapolis Festival, nella suggestiva cornice dell’ex Italsider di Bagnoli, il programma prevede l’esibizione tre cantautrici, tre “strani frutti” del rock che salgono una dopo l’altra su un palcoscenico rigorosamente al femminile. Le tre protagoniste hanno nomi nobili per chi pratica l’araldica musicale. Si chiamano, infatti, Patti Smith, Carmen Consoli e Paola Turci. Tre voci, tre mescole diverse tra musica e poesia, tre storie profondamente diverse. Apre la serata Paola Turci, impegnata a proporre i brani di “Questa parte di mondo”, l’album che ha segnato una nuova tappa nella sua carriera portandola definitivamente via dalle secche popperecce sulle quali rischiava di incagliarsi. Dopo di lei tocca a Carmen Consoli. La cantantessa si è dichiarata orgogliosa di poter dividere lo stesso palco con Patti Smith, uno dei suoi miti e, per molto tempo, l’inarrivabile esempio di un modo nuovo di concepire il rapporto tra musica e parole. Infine i riflettori sono tutti per lei, Patti Smith, la sacerdotessa del rock, che conduce il pubblico di Napoli in un viaggio musicale senza tempo, ripercorrendo i suoi successi di trent’anni di attività, sempre in bilico tra punk e new wave, songwriting e canzone di protesta.


23 luglio, 2020

24 luglio 1937 – Pierette, una stella italiana nella Marsiglia delle gang

Il 24 luglio 1937 nasce a Nichelino, in provincia di Torino, Piera Bensi, destinata a conquistare una grande popolarità in Francia con il nome d’arte di Pierette. La grande epopea degli chansonnier non sarebbe riuscita a superare i limiti del tempo e dello spazio se non avesse potuto contare su una lunga sequenza di interpreti capaci di innervarne le canzoni con nuovo vigore, nuovo slancio e nuovi stili. È stato scritto che qual grande periodo musicale è figlio anche della capacità della Francia di influenzare e inglobare artisti provenienti da paesi diversi come il danese Ulmer, l’armeno Aznavour, il belga Brel, il russo Gainsbourg, l’americana Josephine Baker, l’ebreo greco Georges Moustaki, gli italiani Montand, Reggiani, Rina Ketty e molti altri. Tutti francesi eppure tutti “stranieri”. È difficile per chi vive al di fuori dei confini francesi capire e assimilare i concetti di una cultura che è, insieme, nazionalista e aperta alle innovazioni e ai contributi esterni. Sembra un paradosso ma è la realtà. In parte una delle ragioni che stanno alla base di questo perenne laboratorio di cultura è la leggendaria ospitalità della Francia che, dalla rivoluzione in poi, non ha quasi mai negato un tetto e un posto dove rifugiarsi ai perseguitati di tutto il mondo. Grazie al “diritto d’asilo” arrivano nel “territorio libero” francese personaggi come la Baker, Moustaki, Aznavour o Montand. Altri invece vengono attratti dalla vivacità di un tessuto artistico che non alza muri ma si apre ai figli di tante culture aiutandoli a innestarsi sulla tradizione e a regalarle nuova linfa. Come è già stato scritto la Francia non è l’unico paese che nel corso della sua storia ha aperto le frontiere a profughi e popoli diversi, integrandoli e inserendoli nel proprio tessuto sociale, ma è l’unico la cui struttura culturale, soprattutto quella musicale, ha saputo attingere e innervarsi di nuove sfumature senza perdere contatto con le radici. In parte è accaduto negli Stati Uniti con il rock & roll, nato dalla fusione tra le musiche dei coloni bianchi e i ritmi degli schiavi neri, ma è stato un fenomeno per molti aspetti casuale e irripetibile. In Francia invece è proprio la struttura del sistema culturale che riesce ad attirare nuovi stimoli grazie alla sua duttilità inserendo nella schiera degli chansonnier i “nuovi francesi” provenienti da varie parti del mondo. Se oggi la polvere del tempo non è ancora riuscita a coprire e a cancellare brani scritti quasi un secolo fa il merito non è soltanto della straordinaria vivacità delle composizioni ma anche della capacità degli interpreti di mescolare il nuovo con l’antico, i ritmi moderni con la melodia della tradizione, realizzando una fusione che appare ogni volta miracolosa. Un’importanza fondamentale assumono anche le voci delle cantanti, les chanteuses, melodiose creatrici di emozioni capaci di filtrare le canzoni attraverso la loro sensibilità aggiornandole e adeguandole alle esigenze del pubblico e dello scorrere del tempo. A loro Jean Cocteau rivolge l’omaggio poetico più famoso dell’epoca degli chansonnier: «Parigi cesserebbe di essere Parigi se lo strascico notturno del suo lungo vestito/non fosse inghirlandato da queste meravigliose cantanti…/ragazze che ne interpretano l’anima poetica con grande amore e profondità». Sono proprio queste “meravigliose cantanti” a possedere il segreto e la magia di fermare il tempo. Sono le loro voci che rendono immortali i brani degli chansonnier riproponendoli a un pubblico di uomini e di donne che in qualche caso non erano neppure nati quando venivano composte. A loro va il merito di non aver rinchiuso in un museo le emozioni in musica di un periodo fantastico. Tra queste cantanti c’è Pierette, la voce che nei locali della turbolenta e affascinante Marsiglia degli anni Settanta ha ridato nuova vita e nuovo splendore a un repertorio che rischiava di essere cancellato dal delirio della disco-music. Come spesso accade la carriera artistica della giovane Piera inizia quasi per caso negli anni Cinquanta quando partecipa più per gioco che per convinzione a un concorso canoro per dilettanti e lo vince. Della giuria fanno parte alcuni personaggi di spicco del mondo musicale dell’epoca. Tra loro ci sono gli autori Giovanni D’Anzi, Carlo Alberto Rossi e Norberto Caviglia che hanno parole di elogio per la ragazza e le pronosticano un futuro luminoso in qualità di cantante: «Lei ha talento. Lo metta a frutto». Piera non se lo fa dire due volte. Tenace e determinata inizia non si sottrae alla fatica dello studio e dell’esercizio vocale. Tanto impegno dà subito i primi risultati e la ragazza vince il festival della canzone piemontese che si svolge a Torino al Teatro Alfieri. È il viatico definitivo per il mondo della canzone e Pierette diventa una delle cantanti più presenti sui cartelloni dei locali torinesi. Il suo repertorio attinge alla tradizione melodica di tutto il mondo e, in particolare, alle suggestioni che arrivano dalla Francia degli chansonnier. Nel 1961 mentre si esibisce al Moulin Rouge di Torino si accorge che tra il pubblico c’è Gilbert Bécaud, uno dei suoi autori preferiti. Pierette decide di cambiare la scaletta e anticipare un paio di brani composti dall’importante spettatore. Con un po’ di emozione intona le prime note e le prime parole di Le mur (Y a toujours un côté du mur à l'ombre/Mais jamais nous n'y dormirons ensemble/Faut s'aimer au soleil/Nus comme innocents/Se moquant des saintes âmes qui grondent nos vingt ans...) poi si rilassa e la sua voce diventa ferma, sicura e seducente come sempre. Al termine Bécaud l’applaude convinto. Lei ringrazia e si lancia in Croque mitoufle, un brano scritto da Bécaud nel 1958 e inserito nella colonna sonora del film omonimo diretto da Claude Barma nel quale il cantante recita al fianco di Michel Roux, Micheline Luccioni e Mireille Granelli. Al termine dell’esibizione Gilbert Bécaud si complimenta con lei e la invita ad andare a Parigi, ma la ragazza è costretta a declinare l’invito perchè i suoi impegni non glielo permettono. Il rifiuto opposto da Pierette all’invito di Bécaud per un’esibizione parigina non è frutto di spocchia o presunzione. La cantante, infatti in quel periodo ha già sottoscritto una serie di contratti che prevedono anche la sua esibizione di fronte a Mohammad Reza Pahlavi, l’ultimo Scià di Persia. A dividere gli impegni con lei ci sono anche personaggi di fama internazionale come Jacqueline François, la più famosa interprete di Mademoiselle de Paris, Harold Nicholas e altri. Pierette allaccia anche una fraterna amicizia con Farah Diba, la terza e ultima moglie del sovrano persiano. In quel periodo incontra poi il musicista Carlo Alessandri, un uomo che si rivela determinante per la sua carriera artistica e per la sua vita sentimentale. Pierette, infatti, entra a far parte della sua formazione orchestrale come voce solista e nel 1965 lo sposa. Proprio con l’ensemble di Alessandri si esibisce in moltissimi locali notturni di vari paesi europei. Negli anni Settanta, con un ritardo di una decina d’anni sull’invito di Bécaud arriva finalmente in Francia. Dopo una lunga serie di applaudite esibizioni al cabaret Le Rêve di Parigi si trasferisce sulle sponde del Mediterraneo diventando una delle stelle di prima grandezza delle notti musicali di Marsiglia. Il grande successo marsigliese di Pierette coincide con un periodo molto turbolento della città meridionale francese. Il clima che si vive nei locali è molto simile a quello portato sul grande schermo nel 1972 dal regista Josè Giovanni con il film “La scoumoune”, uscito in Italia con il titolo de “Il clan dei marsigliesi” e interpretato da Claudia Cardinale, Jean-Paul Belmondo e Michel Constantin. La malavita e le gang erano una componente stabile delle serate nei locali. «Erano i padroni della notte e c’era sempre un tavolo a loro riservato anche quando il locale era stracolmo di pubblico». Così ricorda quegli anni Pierette che si esibisce soprattutto al mitico Real Club di rue de Catalans. Negli anni Ottanta la sua attività diminuisce progressivamente fino al ritiro dalle scene. Oggi Pierette vive tra “le vieux port” di Marsiglia e la residenza della sua famiglia di origine a Rivanazzano, in provincia di Pavia.

22 luglio, 2020

23 luglio 1992 – Arletty la collaborazionista

Il 23 luglio 1992 muore Arletty, una delle protagoniste, nel bene e nel male, dello spettacolo francese del Novecento. La sua vita è stata ricca di contraddizioni e di sbagli. La donna ha sbagliato ma, se paragonata ad altri protagonisti del suo tempo, ha pagato in misura certamente superiore agli sbagli commessi. Arletty l’altera, la bella e la traditrice, dopo essere stata la luminosa stella capace di scaldare il cuore della gente di Francia diventa la reietta e viene rinchiusa in un carcere con l’infamante accusa di aver collaborato con i nazisti. Per sua ammissione la vita non è stata tenera con lei ma nemmeno troppo maligna. Ogni volta che si è ritrovata nella polvere ha avuto la caparbietà ma anche la possibilità di risorgere. Grande attrice, ha saputo trasferire con naturalezza nella canzone quella straordinaria capacità interpretativa che le permetteva di brillare sul palcoscenico dei teatri e sullo schermo cinematografico. Amato o detestato, osannato o disprezzato il suo personaggio non ammette mezze misure e divide i sentimenti dei francesi. Suo malgrado Arletty è diventata un po’ il simbolo vivente delle contraddizioni anche drammatiche della Francia del Novecento. Léonie Bathiat, la futura Arletty, nasce il 15 maggio 1898 a Courbevoie. Suo padre Michel lavora nell’azienda dei tram, mentre la madre, Marie Dautreix, fa la lavandaia. Entrambi sognano un destino tranquillo e una vita serena per la piccola Léonie e con qualche sacrificio riescono a pagarle gli studi presso una scuola di stenografia. La sua vita trascorre apparentemente lineare con le emozioni e i sogni che caratterizzano l’adolescenza di migliaia di ragazze come lei. Le nubi che s’addensano sull’Europa, però, finiranno per cambiare in qualche modo il suo destino. Nel 1914 la guerra, quel massacro che i posteri chiameranno Prima Guerra Mondiale dopo averne messa in cantiere una seconda, le porta via il suo primo amore. La morte di Ciel, Cielo, come lei lo ha soprannominato per il blu intenso dei suoi occhi, la segna per sempre e l’accompagna per tutta la vita. «In quel momento ho deciso: non mi sposerò mai, non avrò alcun bambino perchè non voglio essere nè vedova di guerra ne madre di un soldato». Due anni dopo anche suo padre se ne va. Non se lo porta via la guerra ma un incidente. Travolto da un tram del deposito dove lavora lascia la famiglia nelle mani del destino. A diciott’anni la ragazza cerca allora di darsi da fare. Lavora un po’ come impiegata, ma soprattutto accetta la corte di un suo coetaneo, Jacques Georges Levy, rampollo di una famiglia di banchieri e innamorato perso di lei. È lui a introdurla nei salotti parigini e a farle conoscere il mondo del teatro. Il palcoscenico colpisce la sua immaginazione e la convince che quella deve essere la sua vita. Jacques George Levy diventa rapidamente un ricordo per la giovane Léonie che per sbarcare il lunario lavora come indossatrice a Parigi da Poiret con il nome d’arte di Arlette. Proprio nell’ambiente della moda conosce Paul Guillame, il gallerista che ha saputo intuire e valorizzare prima di tutti la genialità di pittori come Picasso e Modigliani. Tra i due nasce un’amicizia preziosa e la ragazza gli confida il suo sogno di lavorare in teatro. Per un tipo sveglio come Guillame darle una mano non è un problema. Una chiacchierata con il direttore del Théâtre des Capucines è sufficiente a cambiare la sua vita. Sui manifesti il nome d’arte da indossatrice, Arlette, viene modificato nel più esotico ed evocativo Arletty. È l’inizio di una lunga carriera. Per tutti gli anni Venti le sue canzoni e la sua straordinaria capacità interpretativa caratterizzano alcune tra le commedie musicali e le riviste di maggior successo. La popolarità di cui gode alla fine del decennio rende quasi inevitabile l’incontro con il cinema dove debutta nel 1930 interpretando un piccolo ruolo al fianco di Victor Boucher nel film “Douceur de vivre” diretto da René Hervil. La sua interpretazione viene notata da Jean Choux che le affida un ruolo di primo piano accanto al popolare Jean Coquelin nel lungometraggio “Un chien qui rapporte”. Negli stessi anni anche la sua carriera teatrale è costella da successi strepitosi come “Un soir de réveillon” al Bouffes-Parisiens, un’operetta di Sacha Guitry, e soprattutto “Le Bonheur mesdames” con Michel Simon che viene replicato ben cinquecento volte consecutive nonostante le liti tra Arletty e il suo compagno di scena. A completare il periodo magico c’è anche il successo di pubblico del lungometraggio “Pensione Mimosa” del belga Jacques Feyder. Proprio durante la lavorazione di questo film, l'attrice conosce il ventottenne Marcel Carné, all'epoca assistente alla regia di Feyder, che nel 1938 la chiama a interpretare, “Albergo Nord” con Louis Jouvet, e l’anno dopo la vuole in “Alba tragica” al fianco di Jean Gabin. Il successo di critica e pubblico ottenuto da questi film fanno di Arletty una delle attrici più popolari e pagate della Francia di quel periodo. All’inizio degli anni Quaranta proprio con Marcel Carné Arletty gira i due film destinati a regalarle l’immortalità artistica. Il primo è “L'amore e il diavolo”, girato nel 1942 con al suo fianco Alain Cuny e il secondo è “Amanti perduti” con Jean-Louis Barrault girato più o meno nello stesso periodo ma caduto sotto gli strali della censura degli occupanti nazisti e presentato al pubblico soltanto nel 1945 dopo la Liberazione. I due lungometraggi, nati dalla collaborazione di Carné con il poeta Jacques Prévert, sono considerati ancora oggi quanto di meglio abbia prodotto il realismo francese di quegli anni. È all’apice del successo quando si ritrova in una sorta di girone infernale apparentemente senza uscita. Come dicevano gli antichi, l’eccesso di fortuna finisce per suscitare l’invidia degli dei. Nell’estate del 1944, subito dopo la liberazione di Parigi, Arletty viene catturata e rinchiusa nel campo di prigionia di Drancy, a due passi da Parigi. L’accusa che le viene rivolta è la più infamante che in quel periodo si possa immaginare: collaborazionismo con le forze di occupazione naziste della città. In realtà la sua colpa vera è quella di essersi innamorata di un ufficiale tedesco di stanza nella capitale, ma il tribunale è inflessibile. Dopo 120 giorni nel carcere di Fresnes sconta un paio d’anni di libertà vigilata con l’impegno di stare lontana da Parigi. Gli amici però non l’abbandonano, neppure quelli più impegnati politicamente, a partire da Jacques Prévert. Capiscono che la sua colpa è stata soltanto quella d’innamorarsi e l’aspettano. Scontata la sua pena, a partire dal 1947 Arletty torna a lavorare, soprattutto in teatro dove ritrova il suo pubblico e l’antico successo. Più faticoso è il rientro nel cinema. Nel 1948 Marcel Carné la scrittura per il suo “La Fleur de l'âge” un film mai terminato per il fallimento della produzione. Le prime interpretazioni degne di nota sono del 1953 ne “Il grande gioco” di Robert Siodmak che la vede al fianco di una giovanissima Gina Lollobrigida e in “Aria di Parigi” di Marcel Carné con Jean Gabin. Quando nella sua vita tutto sembra tornato a posto, il destino ha in serbo un’altra brutta sorpresa. Arletty viene colpita da una grave forma di cecità progressiva. Lei reagisce con l’energia di chi è abituato a far fronte alle avversità, ma pian piano finisce per arrendersi all’ineluttabile. Nel 1962 chiude con il cinema interpretando “Viaggio a Biarritz” diretto da Gilles Grangier. Nonostante la perdita della vista lavora ancora in teatro per qualche anno prima di lasciare definitivamente le scene. Il suo ritiro non assume mai le caratteristiche dell’abbandono. Negli anni seguenti resta in contatto con il pubblico rilasciando interviste, raccontando la sua vita e commemorando gli amici scomparsi. Nel 1971 pubblica “La défense”, un’autobiografia ricca di aneddoti sconosciuti e considerazioni sulla vita. L’unica regola che si dà è quella di comparire il meno possibile in video, anche per lasciare ai suoi ammiratori l’immagine splendida degli anni migliori. Il canale di comunicazione con il pubblico resta affidato principalmente alla sua voce. Muore a Parigi il 23 Luglio del 1992 all'età di novantaquattro anni.

22 luglio 1977 - Richie Kamuca, un talento precoce

Il 22 luglio 1977 alla vigilia del suo quarantasettesimo compleanno muore a Los Angeles, in California, il sassofonista Richie Kamuca, all’anagrafe Richard Kamuca. Nato a Philadelphia, in Pennsylvania, il 23 luglio 1930, è un talento precoce tanto che a soli vent’anni viene scritturato da Stan Kenton con il quale resta fino al 1953 in una delle più belle formazioni della sua orchestra che schiera musicisti come Conte Candoli, Maynard Ferguson, Frank Rosolino, Bill Russo, Lee Konitz, Bill Holman, Bob Gioga, Sal Salvador o Stan Levey. Dal 1954 al 1955 va con la band di Woody Herman dando vita, insieme a Bill Perkins, Arno Marsh e Phil Urso, a una sezione sax di notevole valore. Nel 1957 suona nelle formazioni di Chet Baker e di Maynard Ferguson e, sul finire dell'anno, come gran parte dei musicisti di Kenton e di Herman, entra nei Lighthouse All Stars di Howard Rumsey. La collaborazione con Rumsey prosegue anche nel 1958 e successivamente Kamuca suona nelle formazioni di Shorty Rogers e di Shelly Manne. Nel 1962 lascia la California e si trasferisce a New York dove viene ingaggiato da Gerry Mulligan per una big band che, tra alterne vicende, rimane in vita quasi quattro anni. Successivamente viene scritturato da Gary McFarland e poi forma un quintetto a suo nome che dirige insieme a Roy Eldridge pur senza mai cessare le collaborazioni, soprattutto in studio di registrazione, con Kenton, Lee Konitz, con Zoot Sims, Al Cohn e Jimmy Rushing. Nel 1972 torna a Los Angeles e ricomincia a lavorare nei circoli jazzistici della zona entrando anche a far parte della big band del trombettista Bill Berry senza rinunciare però a qualche esperienza in proprio. A partire dal 1975 la sua attività diminuisce progressivamente per i problemi creati da un tumore che lo porta alla morte.

21 luglio, 2020

21 luglio 1990 - Il muro di Roger Waters davanti al muro di Berlino

Sono almeno duecentomila gli spettatori che il 21 luglio 1990 assistono dal vivo alla messa in scena di “The wall” (Il muro) davanti a ciò che resta del muro di Berlino in Potzdamer Platz, di fronte alla Porta di Brandeburgo, in quella che fino a pochi mesi prima era terra di nessuno tra la parte occidentale e quella orientale della città. L’opera, un classico dei Pink Floyd, dovrebbe essere, nelle intenzioni degli organizzatori, più che una celebrazione della caduta del muro, uno spettacolare ponte di culture lanciato tra due parti d’Europa che si stanno riunendo. Non a caso le immagini più forti della rappresentazione sono quelle delle guerre che hanno insanguinato il nostro continente, viste come un orpello di un passato nato dalla stupidità degli uomini. La sua messa in scena, curata dallo stesso autore, l’ex Pink Floyd Roger Waters, è destinata a diventare un esempio di “concerto europeo” da contrapporre ai ridondanti e, spesso, leziosi quanto monocordi “eventi” di scuola statunitense. Nella stesura spettacolare non c’è solo il rock. Ci sono anche i cori e le orchestre dell’Armata Rossa e della Radio di Berlino Est, ad affiancare un cast eccezionale che comprende, tra gli altri, Bryan Adams, la Band (senza Robbie Robertson), James Galway, gli Hooters, Cyndi Lauper, Ute Lemper, Joni Mitchell, Van Morrison, Sinead O’Connor, gli Scorpions, Marianne Faithfull, l’ex chitarrista dei Thin Lizzy Snowy White e gli attori Tim Curry e Albert Finney. Europei sono anche gli evidenti richiami al mondo delle arti figurative della scenografia, i riferimenti al cabaret e anche le atmosfere musicali, alle quali collabora il direttore d’orchestra Michael Kamen. Oltre ai duecentomila convenuti a Berlino, sono più di due miliardi gli spettatori che assistono, in mondovisione, per più di due ore a uno spettacolo che non annoia grazie ai frequenti colpi di scena e a una tensione interna che si materializza nell’attesa prima della costruzione e poi della distruzione del muro.

20 luglio, 2020

20 luglio 1979 - La Tom Robinson Band si scioglie, ma non è la fine del mondo

«Ebbene sì, la Tom Robinson Band non esiste più. Ciascuno di noi, da oggi, prenderà strade diverse. Vi prego, però, di evitare domande commemorative e di avere il senso della misura. Al mondo avvengono sicuramente fatti più gravi dello scioglimento di un gruppo musicale...» Così, con tranquillità e senza isterismi, Tom Robinson leader e frontman, conferma, il 20 luglio 1979, lo scioglimento di una delle band di punta del combat rock britannico, da lui formata nel 1976 insieme al chitarrista Danny Kustow, al tastierista Mark Ambler e al batterista Dolphin Taylor. Pochi mesi dopo la sua formazione il gruppo balza al vertice delle classifiche britanniche dei dischi più venduti con il singolo 2-4-6-8 Motorwatin. Il successo, lungi dal divenire una stucchevole affermazione della propria bravura, consente ai quattro di rafforzare la propria libertà espressiva. «Più ho successo e più riesco a fare quello che voglio. Non so se mi piace il mondo dello spettacolo. Vedo troppe persone alternative sul palco e conformiste nella vita. Io sono antifascista, socialista e omosessuale. Lo sarei anche se non fossi un musicista...» dice Tom Robinson commentando il successo di brani come Don't take no for answer e Up against the wall. Militante della sinistra laburista è tra i promotori, con i Clash e gli Steeel Pulse della campagna “Rock Against Racism”, destinata, tra l’altro, a raccogliere fondi a favore delle vittime delle violenze dei fascisti del National Front. Incapace di atteggiamenti compromissori, diviene anche una bandiera e un simbolo dell’orgoglio gay dopo aver cantato la sua omosessualità nel brano (Sing, if you're) Glad to be gay. La Tom Robinson Band conferma le caratteristiche di gruppo diverso e lontano dalle esagerazioni anche nel momento del suo scioglimento, che avviene senza drammi né polemiche. Il suo leader vivrà varie esperienze artistiche fino a restare affascinato, nella seconda metà degli anni Ottanta, dalla musica leggera italiana, di cui tradurrà in inglese i brani più significativi.

19 luglio, 2020

19 luglio 2002 – L’ordinanza contro Franco Trincale

È il 19 luglio 2002. Provate a immaginare tra i mille problemi della città di Milano qual è quello che tormenta di più i sogni del Sindaco Gabriele Albertini? La disoccupazione, il traffico, le nuove povertà, l'ambiente… Macché il problema principale si chiama Franco Trincale, di professione cantastorie, "reo" di disturbare con le sue canzoni la gente per bene che vota a destra e deplora ogni "disordine". L'attivo Sindaco di Milano, infatti, il 19 luglio prende carta e penna (si fa per dire) e scrive, anzi scolpisce, un’ordinanza con cui si stabilisce di vietare l'uso di «impianti di amplificazione per l'esercizio di attività musicali disciplinate dal vigente Regolamento comunale degli artisti di strada nelle aree pedonali di Piazza Duomo, C.so Vittorio Emanuele e Via Dante». Indovinate chi si esibisce in quelle aree pedonali? Franco Trincale. La cosa, se non fosse una vera e propria persecuzione contro un artista che ha il torto di aver mai piegato la testa di fronte a nessuno, sarebbe ridicola. Non è così. In realtà è un attacco contro la libertà di espressione artistica e un atto di insofferenza contro i "fastidiosi" cantastorie che "osano" prendere in giro il potere. Mentre crescono gli attestati di solidarietà nei confronti di Franco Trincale, la questione arriva in Parlamento grazie a un'interrogazione presentata dai senatori, Pizzinato, Togni, Pagliarulo, Donati, Dalla Chiesa e Piloni ai Ministri della Cultura e dell'Interno. Alla fine vince Trincale, ma il braccio di ferro sarà lungo e ricco di nuovi tentativi di limitarne la libertà.

17 luglio, 2020

18 luglio 1988 - L’ultima corsa di Nico

Lunedì 18 luglio 1988 i soccorritori non pensano certo che quella signora bionda trovata in coma sul ciglio di una strada assolata nell’entroterra di Ibiza sia una persona famosa. La donna è sdraiata accanto alla bicicletta con il volto segnato dagli evidenti segni di una caduta e all’accettazione del Pronto Soccorso viene registrata con il nome di Christa Paffgen, nata il 16 ottobre 1938 a Colonia, in Germania. Così risulta dai documenti che porta con sé. C’è un’emorragia cerebrale in corso, i medici si riservano la prognosi, ma non s’illudono sulle possibilità di sopravvivenza: è triste ma rientra nella tragica normalità degli incidenti stradali. Non resta che prendere contatto con la famiglia. È normale routine per un presidio ospedaliero collocato in una zona turistica. Questa volta però non è così normale perché la vittima non è una persona qualunque. Dopo le prime telefonate alla ricerca dei famigliari un nugolo di petulanti e sudaticci inviati rompe la quiete degli asettici corridoi. Infermieri e medici scoprono così che il corpo sofferente e il viso tumefatto della signora bionda sono quelli di Nico, la conturbante musa dell’underground degli ultimi anni Sessanta, la cui voce cantilenante e ipnotica è divenuta il simbolo di un’epoca. Nata in Germania, studia in Francia e in Italia, conosce perfettamente cinque lingue e inizia a lavorare come modella prendendo parte, ancora adolescente, al film "La dolce vita" di Federico Fellini. L’esplosione del beat la vede a Londra nell’entourage dei Rolling Stones. Il primo a intuirne le non comuni qualità è il chitarrista Jimmy Page, non ancora leader dei non ancora costituiti Led Zeppelin, che nel 1965 la produce in un singolo senza successo, ma il suo vero pigmalione è Andy Warhol. Il sommo pontefice dell’underground newyorkese la incontra per la prima volta nel 1967 al Blue Angel Lounge di New York, dove la ragazza sta passando la serata in compagnia del suo amico Bob Dylan, e resta colpito dalla sua inquietante e ambigua sensualità. È Warhol che la impone ai Velvet Underground, la band di Lou Reed e John Cale, rimasti senza cantante dopo il forfait di Maureen “Mo” Tucker. L’irrequieta Nico caratterizza con la sua voce la più straordinaria stagione del gruppo, ma non per questo accetta l’idea di fossilizzarsi in un genere o in un personaggio. Dopo poco più di un anno decide di continuare da sola e se ne va. Nuove collaborazioni ed esperienze sempre diverse preludono, nei primi anni Settanta a un lungo silenzio che dura fino agli anni Ottanta quando, non si sa se per nostalgia o per reale convinzione, torna sulla scena musicale. Personaggio di culto, interprete dell’angoscia esistenziale dell’intellettualità americana alla fine degli anni Sessanta, percorre fino in fondo le strade oscure del rock decadente, anticipando di una decina d’anni quel genere che verrà chiamato dark rock. Le sono compagni in questo viaggio grandi musicisti, ma anche sostanze pericolose che rischiano di lasciare segni indelebili e definitivi sul suo corpo e sulla sua psiche. Negli anni Ottanta l’inquietudine esistenziale si fa meno struggente. La ricerca musicale si allarga verso nuovi orizzonti e anche la sua vita, a partire dal 1982, sembra ritrovare serenità accanto a un nuovo compagno, il poeta John Cooper Clarke, con il quale va a vivere in una casa di campagna nei dintorni di Manchester. Pochi giorni prima dell’incidente si esibisce in concerto a Berlino con John Cage e i Faction. Gli sforzi dei medici di salvarla si rivelano vani e mentre scendono le prime ombre della sera cessa di vivere. Il suo compagno vuole che il corpo inanimato di Nico riposi lontano dalla solarità accecante e chiassosa del Mediterraneo, così estranea al suo ombroso percorso musicale, e ne dispone l’immediato trasporto in Inghilterra. Con lei scompare uno dei personaggi più singolari del rock internazionale e tanto coerente da non approfittare mai dell’alone di leggenda che l’ha circondata per tutta la vita.

17 luglio 1976 – A Montreal il primo boicottaggio di un'Olimpiade

Alla vigilia dell’apertura dei giochi olimpici di Montreal, prevista per il 17 luglio 1976, entra per la prima volta nel linguaggio sportivo un termine nuovo: boicottaggio. La prima nazione ad annunciare la sua rinuncia a partecipare ai giochi per protesta è Taiwan che, non potendo utilizzare dopo il riconoscimento della Cina Popolare la dizione "Repubblica di Cina" se ne va. Il comitato organizzatore non dà troppo peso al gesto e lascia fare senza tentare alcuna mediazione. Non ci si rende conto dell’importanza che i giochi stanno assumendo anche come formidabile cassa di risonanza per azioni clamorose e gesti propagandistici. L’inerzia e l’incomprensione fanno sì che nubi ben più nere inizino ad addensarsi sui giochi canadesi. La Tanzania chiede l'esclusione dalle gare della Nuova Zelanda, accusata di aver intrattenuto rapporti sportivi con il Sudafrica razzista, e, di fronte al rifiuto degli organizzatori se ne va. Con lei lasciano l'Olimpiade ventisei paesi africani, la Guyana e l'Iraq, ma l’elenco rischia d’allungarsi. Da più parti si chiede che vengano ridotti a quattro i cerchi olimpici che simboleggiano i cinque continenti, vista l'assenza dell'Africa. Iniziano febbrili quanto tardive trattative diplomatiche per salvare i giochi finché, in extremis, si riesce a garantire la presenza del Senegal e della Costa d'Avorio. Il quinto cerchio dell’Olimpiade è salvo.