21 luglio, 2018

22 luglio 1954 – Al Di Meola, batterista mancato

Il 22 luglio 1954 nasce a Bergenfield, nel New Jersey, il chitarrista Al DiMeola. A cinque anni comincia a picchiare sui tamburi di una batteria tra la disperazione dei famigliari e dei vicini di casa. Le proteste e la crescente insofferenza del quartiere fanno sì che, dopo qualche anno, le lezioni di batteria lascino il posto allo studio di un nuovo e meno problematico strumento: la chitarra. Proprio con le corde e la cassa armonica ha modo si svilupparsi lo straordinario e precoce talento musicale del piccolo Al. Ha soltanto undici anni, anche se ne dimostra qualcuno di più, quando forma la sua prima rockband. Inizialmente non proprio disposti ad assecondare quello che considerano un hobby, i suoi famigliari cedono alle insistenze del ragazzo e gli passano il sostegno economico necessario a frequentare il prestigioso Berklee College of Music di Boston. Qui Al DiMeola si trova a suo agio. Alterna gli studi alle esibizioni e ben presto riesce a conquistarsi un posticino nella band di Barry Miles. L'avventura dura soltanto qualche mese ma si rivela un passaggio decisivo per la sua carriera. Grazie ai buoni uffici del suo amico ed estimatore Larry Coryell a soli diciannove anni entra a far parte dei Return To Forever di Chick Corea. I suoi virtuosismi e la magica purezza del suo tocco vengono esaltati dall'esplosione del jazz rock. La critica è unanime nel considerarlo uno chitarristi più importanti del genere. La conclusione dell'esperienza dei Return To Forever non cambia la sua vita. Nel 1976 debutta come solista con l'album Land of the midnight sun. L'anno dopo per la realizzazione del suo secondo album Elegant gypsy può contare sulla collaborazione attiva e sulla partecipazione di grandi musicisti come Jan Hammer, Lenny White, Steve Gadd, Mingo Lewis e il chitarrista classico spagnolo Paco de Lucia. Superata indenne anche la fine del periodo d'oro del jazz rock, si presenta all'appuntamento degli anni Ottanta pubblicando il doppio album Splendido Hotel con la collaborazione, tra gli altri, di Chick Corea. In quel periodo oltre al lavoro in solitario realizza un'interessante collaborazione con i chitarristi John McLaughlin e Paco de Lucia che sfocia in una lunga serie di concerti dal vivo. Appassionato ricercatore, Al DiMeola svilupperà negli anni successivi innovative esperienze con moltissimi musicisti, compreso il geniale giapponese Stomu Yamashta.


21 luglio 1981 – Snub Mosley, lo showman del trombone

Il 21 luglio 1981 muore a New York il trombonista Snub Mosley, all’anagrafe Lawrence Leo Mosely. Nato a Little Rock, nell'Arkansas, ha settantun anni. È adolescente e sta ancora studiando per migliorare la sua tecnica quando Alphonso Trent lo vuole nella sua orchestra. Il suo debutto professionale avviene proprio nella formazione di Trent a Dallas e prosegue con un'intera stagione all'Adolphus Hotel. Con la stessa band se ne va a Richmond dove, alla fine del 1928, registra i primi dischi. La sua presenza scenica e la capacità di divertire il pubblico ne fanno lievitare le azioni e, nel 1934, entra a far parte della formazione di Claude Hopkins. Non ci resta per molto perché non tardano a bussare alla sua porta personaggi leggendari del jazz di quel periodo come Fats Waller e Louis Armstrong. Snub non dice mai di no, ma non accetta contratti a lungo termine. Il suo sogno è quello di mettersi in proprio. Ci riesce nel 1936 quando dà finalmente vita a un'orchestra che porta il suo nome e che riesce a tenere unita per molti anni. Alla testa dei suoi strumentisti diventa l'attrazione di locali come il Woodmere Country Club e il Queen's Terrace di Long Island. Tra lui è il gruppo c'è amore vero, come emerge anche dalla cura con la quale prepara le numerose sedute di registrazione per la Decca nelle quali suona sia il suo trombone, stilisticamente influenzato da Tommy Dorsey, che come vocalist e anche come solista di slide-sax, un sassofono inventato da lui al quale è dedicato il brano The man with the funny little horn. Nel corso degli anni Quaranta e Cinquanta la sua popolarità si allarga anche al di fuori dei confini degli Stati Uniti, in Oriente e in Europa dove colpisce l'immaginazione del pubblico più per le doti di showman che per le sue qualità artistiche. Con la crisi delle big band si dedica alle orchestre-spettacolo, capaci di esaltarne le doti di simpatia e d'intrattenimento sulle note del suo brano più famoso: Snub's blues.

20 luglio, 2018

20 luglio 1979 - La Tom Robinson Band si scioglie, ma non è la fine del mondo

«Ebbene sì, la Tom Robinson Band non esiste più. Ciascuno di noi, da oggi, prenderà strade diverse. Vi prego, però, di evitare domande commemorative e di avere il senso della misura. Al mondo avvengono sicuramente fatti più gravi dello scioglimento di un gruppo musicale...» Così, con tranquillità e senza isterismi, Tom Robinson leader e frontman, conferma, il 20 luglio 1979, lo scioglimento di una delle band di punta del combat rock britannico, da lui formata nel 1976 insieme al chitarrista Danny Kustow, al tastierista Mark Ambler e al batterista Dolphin Taylor. Pochi mesi dopo la sua formazione il gruppo balza al vertice delle classifiche britanniche dei dischi più venduti con il singolo 2-4-6-8 Motorway. Il successo, lungi dal divenire una stucchevole affermazione della propria bravura, consente ai quattro di rafforzare la propria libertà espressiva. «Più ho successo e più riesco a fare quello che voglio. Non so se mi piace il mondo dello spettacolo. Vedo troppe persone alternative sul palco e conformiste nella vita. Io sono antifascista, socialista e omosessuale. Lo sarei anche se non fossi un musicista...» dice Tom Robinson commentando il successo di brani come Don't take no for answer e Up against the wall. Militante della sinistra laburista è tra i promotori, con i Clash e gli Steeel Pulse della campagna “Rock Against Racism”, destinata, tra l’altro, a raccogliere fondi a favore delle vittime delle violenze dei fascisti del National Front. Incapace di atteggiamenti compromissori, diviene anche una bandiera e un simbolo dell’orgoglio gay dopo aver cantato la sua omosessualità nel brano (Sing, if you're) Glad to be gay. La Tom Robinson Band conferma le caratteristiche di gruppo diverso e lontano dalle esagerazioni anche nel momento del suo scioglimento, che avviene senza drammi né polemiche. Il suo leader vivrà varie esperienze artistiche fino a restare affascinato, nella seconda metà degli anni Ottanta, dalla musica leggera italiana, di cui tradurrà in inglese i brani più significativi. Alla fine tornerà anche a riformare la sua band.

18 luglio, 2018

19 luglio 1944 – Will Marion Cook, l'uomo che ha colorato di nero il varietà

Il 19 luglio 1944 muore a New York il compositore e direttore d’orchestra Will Marion Cook, una delle figure più importanti e significative del grande rinnovamento della musica statunitense nel periodo a cavallo tra l'Ottocento e il Novecento. Il suo lavoro, penalizzato dalla separazione razziale che in gran parte degli stati degli USA impediva a neri e bianchi di frequentare lo stesso locale, è fondamentale nella nascita e nello sviluppo del teatro musicale nero. Senza l'opera di compositori come Will Marion Cook anche la storia dei grandi musicals americani e, più in generale, del teatro musicale del Novecento sarebbe probabilmente stata diversa. Nato a Washington il 27 gennaio 1869 frequenta regolari studi di composizione e di direzione d'orchestra. Dopo il diploma sbarca il lunario dirigendo le orchestrine che sottolineano lo svolgimento dell'azione o accompagnano gli spettacoli di varietà nei piccoli teatri di periferia. Affascinato dalle dinamiche del melodramma e dalle intuizioni del jazz delle origini ritiene che anche il teatro musicale nero americano abbia la necessità di uscire dall'orizzonte ristretto del semplice "adattamento per neri" delle strutture musicali e spettacolari della cultura bianca. Lavora a lungo su quest'idea e solo nel 1898 ha pronta la sua prima opera completa. È Clorindy or the Origin of the Cakewalk, che viene presentata a Broadway nello stesso anno. Le opere di Cook non possono essere iscritte né all'elenco dei musical né a quello delle opere liriche. Si tratta, più semplicemente di spettacoli di varietà legati da un filo conduttore le cui dinamiche musicali, però, si liberano progressivamente degli stereotipi bianchi per recuperare le strutture ritmiche della musica nera. Nel decennio successivo vedono la luce le cinque opere fondamentali del suo lavoro. La prima è Wild Rose del 1902, cui segue l'anno dopo In Dahomey e, nel 1904, The Southerners. La sua ispirazione musicale matura definitivamente nei due lavori successivi: Abyssinia del 1906 e Bandana land del 1908. Will Marion Cook non si limita a comporre, ma in molte occasioni dirige personalmente l’orchestra nei teatri dove vengono rappresentati i suoi lavori. Nel 1919 arriva anche in Europa alla testa della sua Southern Syncopated Orchestra che schiera in formazione nomi illustri come quelli di Sidney Bechet, Arthur Briggs e John Forrester.

17 luglio, 2018

18 luglio 1988 - L’ultima corsa di Nico

Lunedì 18 luglio 1988 i soccorritori non pensano certo che quella signora bionda trovata in coma sul ciglio di una strada assolata nell’entroterra di Ibiza sia una persona famosa. La donna è sdraiata accanto alla bicicletta con il volto segnato dagli evidenti segni di una caduta e all’accettazione del Pronto Soccorso viene registrata con il nome di Christa Paffgen, nata il 16 ottobre 1938 a Colonia, in Germania. Così risulta dai documenti che porta con sé. C’è un’emorragia cerebrale in corso, i medici si riservano la prognosi, ma non s’illudono sulle possibilità di sopravvivenza: è triste ma rientra nella tragica normalità degli incidenti stradali. Non resta che prendere contatto con la famiglia. È normale routine per un presidio ospedaliero collocato in una zona turistica. Questa volta però non è così normale perché la vittima non è una persona qualunque. Dopo le prime telefonate alla ricerca dei famigliari un nugolo di petulanti e sudaticci inviati rompe la quiete degli asettici corridoi. Infermieri e medici scoprono così che il corpo sofferente e il viso tumefatto della signora bionda sono quelli di Nico, la conturbante musa dell’underground degli ultimi anni Sessanta, la cui voce cantilenante e ipnotica è divenuta il simbolo di un’epoca. Nata in Germania, studia in Francia e in Italia, conosce perfettamente cinque lingue e inizia a lavorare come modella prendendo parte, ancora adolescente, al film "La dolce vita" di Federico Fellini. L’esplosione del beat la vede a Londra nell’entourage dei Rolling Stones. Il primo a intuirne le non comuni qualità è il chitarrista Jimmy Page, non ancora leader dei non ancora costituiti Led Zeppelin, che nel 1965 la produce in un singolo senza successo, ma il suo vero pigmalione è Andy Warhol. Il sommo pontefice dell’underground newyorkese la incontra per la prima volta nel 1967 al Blue Angel Lounge di New York, dove la ragazza sta passando la serata in compagnia del suo amico Bob Dylan, e resta colpito dalla sua inquietante e ambigua sensualità. È Warhol che la impone ai Velvet Underground, la band di Lou Reed e John Cale, rimasti senza cantante dopo il forfait di Maureen “Mo” Tucker. L’irrequieta Nico caratterizza con la sua voce la più straordinaria stagione del gruppo, ma non per questo accetta l’idea di fossilizzarsi in un genere o in un personaggio. Dopo poco più di un anno decide di continuare da sola e se ne va. Nuove collaborazioni ed esperienze sempre diverse preludono, nei primi anni Settanta a un lungo silenzio che dura fino agli anni Ottanta quando, non si sa se per nostalgia o per reale convinzione, torna sulla scena musicale. Personaggio di culto, interprete dell’angoscia esistenziale dell’intellettualità americana alla fine degli anni Sessanta, percorre fino in fondo le strade oscure del rock decadente, anticipando di una decina d’anni quel genere che verrà chiamato dark rock. Le sono compagni in questo viaggio grandi musicisti, ma anche sostanze pericolose che rischiano di lasciare segni indelebili e definitivi sul suo corpo e sulla sua psiche. Negli anni Ottanta l’inquietudine esistenziale si fa meno struggente. La ricerca musicale si allarga verso nuovi orizzonti e anche la sua vita, a partire dal 1982, sembra ritrovare serenità accanto a un nuovo compagno, il poeta John Cooper Clarke, con il quale va a vivere in una casa di campagna nei dintorni di Manchester. Pochi giorni prima dell’incidente si esibisce in concerto a Berlino con John Cage e i Faction. Gli sforzi dei medici di salvarla si rivelano vani e mentre scendono le prime ombre della sera cessa di vivere. Il suo compagno vuole che il corpo inanimato di Nico riposi lontano dalla solarità accecante e chiassosa del Mediterraneo, così estranea al suo ombroso percorso musicale, e ne dispone l’immediato trasporto in Inghilterra. Con lei scompare uno dei personaggi più singolari del rock internazionale e tanto coerente da non approfittare mai dell’alone di leggenda che l’ha circondata per tutta la vita.

17 luglio 1925 - Carla Boni, una voce straordinariamente moderna

Il 17 luglio 1925 nasce a Ferrara Carla Boni, all’anagrafe Carla Gaiano, la cantante che negli anni Cinquanta contende a Nilla Pizzi il ruolo di “primadonna della canzone italiana”. La loro rivalità, costantemente alimentata dai rotocalchi dell’epoca, divide e appassiona il pubblico e le “imprese” di ciascuna vengono vissute dai sostenitori come se le due cantanti fossero impegnate sempre in una infinita gara sportiva. Quando la Boni vince il Festival di Sanremo del 1953 con Viale d’autunno, in coppia con Flo Sandon’s davanti a Nilla Pizzi i giornali scandalistici escono con titoli di scatola parlando di “vittoria sul filo di lana”. I pettegolezzi e le polemiche mediatiche toccano l’apice quando diventa pubblica la relazione amorosa di Carla Boni con il cantante Gino Latilla, che da tempo i cronisti di rosa indicano come “sentimentalmente legato” a Nilla Pizzi. In realtà, come sempre accade nel mondo dello spettacolo, non tutto ciò che appare è vero. Se è ragionevole immaginare che ci sia un po’ di rivalità tra le due donne più popolari della scena musicale italiana degli anni Cinquanta c’è però da considerare atto che entrambe fanno parte della stessa “ditta”, cioè l’orchestra del maestro Cinico Angelini, uno dei potenti creatori di successi di quel periodo. Per questa ragione viene il sospetto che le polemiche giornalistiche sui loro burrascosi rapporti invece di danneggiarle finiscano per incrementare la popolarità di entrambe. Pettegolezzi a parte il successo di Carla Boni è sostenuto da un solido e robusto talento oltre che da una discreta conoscenza delle lingue che le consente spesso di cantare i brani nelle versioni originali. La sua voce esuberante e moderna sa districarsi con disinvoltura tra le innovazioni stilistiche di quel periodo e dimostra di poter passare senza troppi problemi dalle canzoni ritmiche in chiave swing alle melodie tradizionali. A soli dieci anni è una bambina prodigio che canta in una compagnia ferrarese di operette. Nel 1937 dodicenne va a Torino accompagnata dalla madre per sostenere un provino come all’EIAR. Qui viene notata dal maestro Pippo Barzizza che per qualche tempo pensa di sfruttare il suo talento per farne una sorta di Shirley Temple italiana ma poi non ne fa nulla. La bambina torna a Ferrara dove continua gli studi intenzionata a frequentare il Liceo Musicale e a diventare una cantante lirica. Lo scoppio della guerra cambia radicalmente i suoi progetti. Inizia a cantare nei locali della sua zona e si appassiona allo swing. Nel 1948 vince un concorso della RAI e inizia a pubblicare i primi dischi proprio con l'orchestra di Pippo Barzizza. Nel 1950 ottiene il suo primo grande successo con la canzone Il mago Baku. Nel 1952 entra a far parte dell’orchestra di Cinico Angelini e nel 1953 vince il Festival di Sanremo in coppia con Flo Sandon's, con la canzone Viale d'autunno. Nasce in quel periodo la sua “rivalità” con Nilla Pizzi. Nel 1956 porta al successo Mambo italiano e nel 1958 sposa il cantante Gino Latilla che i cronisti di quel periodo considerano il fidanzato della stessa Pizzi, alimentando ulteriormente la sua immagine di rivale della “regina” della canzone italiana. A partire dagli anni Sessanta sotto l’incalzare delle nuove mode abbandona progressivamente la scena. Torna alla ribalta negli anni Ottanta quando con l’ex marito Gino Latilla, l’ex rivale Nilla Pizzi e Giorgio Consolini, forma il gruppo Quelli di Sanremo. Nel 1999 ottiene un inaspettato successo discografico reinterpretando Mambo italiano con Flabby. Nel 2007 pubblica l’album Aeroplani ed angeli per festeggiare sessant’anni di carriera. Muore a Roma il 17 ottobre 2009.

16 luglio, 2018

16 luglio 1966 – Ecco i Cream!

Il 16 luglio 1966, nella Londra deserta di mezza estate, nascono i Cream, destinati a diventare il gruppo più famoso e più popolare della storia del blues revival. I loro componenti non sono novellini, ma tre protagonisti del circuito blues londinese sempre meno underground. Guidato dalla chitarra di Eric “Slowhand” Clapton, già con John Mayall e poi con gli Yardbirds, il trio schiera il polipercussionista Ginger Baker alla batteria e Jack Bruce l’ex bassista dei Bond e dell’Alex Korner Band. I Cream portano sui grandi palchi dei concerti rock le esperienze nei fumosi club londinesi, alzando il volume ai massimi livelli. Nel 1966 il loro primo album, Fresh Cream, ottiene un successo incredibile. Le distorsioni e il wah-wah di Clapton su una ritmica incalzante fanno il giro del mondo. L’anno dopo raddoppiano i risultati sul piano commerciale con Disraeli Gears, un album prodotto da Felix Pappalardi che ammorbidisce i suoni in chiave pop. La loro popolarità è supportata dalle devastanti esibizioni dal vivo che con le lunghe concessioni all’improvvisazione, aprono un nuovo mondo agli adolescenti ancora troppo costretti dalla rigida ripetitività del beat. I tre si integrano a meraviglia. Ciascuno porta sul palco una personalità diversa e insieme cambiano gli stereotipi della musica di consumo. Nel 1968 il doppio Wheels Of Fire metà registrato in studio e metà dal vivo, segna il punto più alto della loro carriera e, insieme, l’inizio della fine. Pochi mesi dopo l’album Goodbye dà il segno dell’imminente separazione. I tre, per evitare di restare prigionieri di una sorta di agonia autocelebrativa, decideranno di separarsi ufficialmente dopo un indimenticabile concerto d’addio.

15 luglio, 2018

15 luglio 1935 – Gianni Garko, dall’Oscar a Sartana

Il 15 luglio 1935 a Zara in Croazia nasce Giovanni Garcovich destinato a diventare un attore popolarissimo con il nome d’arte di Gianni Garko. Nel 1948 si trasferisce con la famiglia a Trieste dove negli anni successivi si avvicina al teatro frequentando i corsi del locale Teatro Nuovo. Dopo essere stato ammesso all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico” si trasferisce a Roma dove nel 1958 debutta in teatro in “Veglia la mia casa, angelo” diretto da Luchino Visconti. Nello stesso anno partecipa allo sceneggiato televisivo “L’isola del tesoro” diretto da Anton Giulio Majano ed esordisce anche nel cinema in “Pezzo, capopezzo e capitano”. È il primo di una lunga serie di pellicole dirette da moltissimi registi tra i quali Franco Rossi, Pier Paolo Pasolini e Gillo Pontecorvo. Proprio quest’ultimo lo sceglie tra i protagonisti di “Kapo”, il lungometraggio che entra nelle nomination per l’Oscar nel 1962. È anche uno dei pochi attori italiani che partecipano alla mitica serie televisiva “Spazio 1999”. Per gli appassionati del western all’italiana Gianni Garko è, soprattutto Sartana. Lo è naturalmente, come Franco Nero è naturalmente Django e Giuliano Gemma è Ringo. Pur essendo personaggi fortunati e protagonisti di decine di film con interpreti spesso diversi sono rimasti impressi nell’immaginario collettivo con un volto preciso che ha fatto inevitabilmente diventare gli altri semplici imitazioni. Nel caso del rapporto tra Garko e Sartana ha i contorni della leggenda. L’attore veste i panni di Sartana fin dal suo debutto nel western all’italiana, addirittura due anni prima del primo fortunato film della serie, nato nel 1968 dalla geniale creatività di Frank Kramer, alias Gianfranco Parolini. Garko, infatti, in “1.000 dollari sul nero” è il “vilain” cattivo e infido che dopo averne combinate di tutti i colori viene ucciso dal fratello “buono” Anthony Steffen. Il nome di quel malvagio personaggio è proprio Sartana, anche se è ben diverso dal sanguinario giustiziere con lo stesso nome che gli regalerà un’incredibile popolarità. Il suo approccio con western all’italiana non si ferma lì. Tra i personaggi cui presta il volto e la recitazione sciolta e disinvolta, ci sono anche Camposanto e Spirito Santo, altre due creature di Giuliano Carnimeo, alias Anthony Ascott, instancabile creatore di “tipi da western”. Il grande successo popolare ottenuto con il western all’italiana non ne attenua l’impegno che lo vede lavorare a progetti teatrali per i diritti umani e civili. A partire dagli anni Novanta dirada le presenze sul grande schermo privilegiando la televisione e il teatro. In Tv presta il suo volto a Pierfrancesco Moretti, uno dei più amati personaggi della serie “Vivere”, mentre in teatro spicca la sua presenza nella versione di “Tre sorelle” di Anton Checov messa in scena da Luca Ronconi.”.

14 luglio, 2018

14 luglio 1993 - Ciao Leo

Il 14 luglio 1993 muore Léo Ferré. Ci sono canzoni che vien voglia di coltivare come i fiori, per evitare che appassiscano, che finiscano perse tra gli altri nello scaffale dei ricordi. Riscoprirle e riproporle fa bene alla musica, ma soprattutto, fa bene a un mondo che sembra avere sempre meno tempo per i sentimenti, le emozioni e le passioni forti. A questa categoria appartengono i brani di Léo Ferré, anarchico chansonnier dell’anima e della passione, capace di passare dalla poesia all’invettiva senza perdere in eleganza che alla sua scomparsa ci ha lasciato un patrimonio incredibile di opere. L’eredità che lascia al mondo non è composta solo da canzoni, ma da una lunga e corposa serie di poesie, sinfonie, articoli, saggi, romanzi e frutto di costanti e curiose incursioni negli anfratti più diversi della musica e della letteratura. Léo Ferré nasce il 24 agosto 1916 nel Principato di Monaco da una famiglia benestante che quando lui ha nove anni lo invia a Bordighera in un collegio cattolico dove resterà “rinchiuso” fino all’adolescenza. I genitori sono convinti di “fare il suo bene”, il giovane Ferré invece la vive come una prigionia insopportabile e la racconterà a tinte vivide nel romanzo “Benoit misère” da lui scritto nel 1956. Dopo la maturità se ne va a Parigi a frequentare la facoltà di Scienze Politiche perché il padre gli ha rifiutato l’autorizzazione a iscriversi al Conservatorio. Si laurea nel 1939 e, dopo il servizio militare, torna a Monaco per lavorare in una struttura che, in un periodo in cui le risorse sono contingentate a causa della guerra, si occupa dei buoni per il rifornimento degli alberghi. In quel periodo frequenta anche Radio Montecarlo dove diventa presentatore, rumorista o pianista a seconda delle necessità. Il suo approccio con il mondo dello spettacolo avviene per gradi. Scrive qualche testo, compone i primi brani e si esibisce quando può nei pochi cabaret del Principato di Monaco. In questo periodo resta affascinato dalle canzoni e dalla verve interpretativa di Charles Trenet e incontra Edith Piaf. Proprio l’Usignolo di Francia l’incoraggia a continuare e lo invita a trasferirsi a Parigi. Appena gli Alleati e la Resistenza hanno liberato la capitale dagli occupanti tedeschi lui ci va. È il 1946 e nei cabaret di Saint-Germain-des-Près è iniziata una stagione nuova e intensa in cui le poesie si mescolano con gli eccessi, le seduzioni amorose con la filosofia, le battaglie politiche e quelle culturali. Sta nascendo la nuova canzone francese e Léo Ferré con le sue storie in musica che raccontano l’amore, i sentimenti e la vita, con le sue ironie, le sue dolcezze e anche le sue invettive ne diventa uno dei protagonisti più originali. Il suo nome comincia a essere sempre più evidente sul cartellone del Boeuf Sur Le Toit, il locale dove si esibisce insieme ai Frères Jacques e alla coppia formata da Charles Aznavour e Pierre Roche. Nel mese di marzo 1947 firma il suo primo contratto con Le Chant du Mond. Le sue canzoni hanno un editore. Il mondo non è tutto come Saint-Germain-des-Près. Léo Ferré se ne accorge nel 1947 quando si fa coinvolgere da Aznavour in una disastrosa tournée nella Martinica. Fortunatamente la sua creatività non s’abbevera né ai successi né, tantomeno, agli insuccessi. Tornato a Parigi riprende la vita di sempre esibendosi nel circuito dei cabaret, compreso il Milord d’Arsouille, un locale dove divide il palco e anche qualche canzone con Francis Claude. In questo periodo nascono alcuni tra i suoi brani più belli, come L’Île Saint-Louis o À Saint-Germain-des-Près e amicizie destinate a durare a lungo come quelle con Jean-Roger Caussimon, Juliette Gréco o Renée Lebas che per prima inserisce nel proprio repertorio una sua canzone: Elle tourne… la terre. Negli anni Cinquanta Ferré scopre la politica da cui per molto tempo s’era tenuto un po’ distante. Lo fa a modo suo, da randagio sperimentatore che annusa, ingloba e rielabora. I suoi primi maestri sono gli antifranchisti spagnoli esuli a Parigi. I loro racconti e la loro determinazione lo affascinano e ispirano canzoni come Flamenco de Paris, Le bateau espagnol e Franco la Muerte che gli valgono il divieto di ingresso nel paese iberico fino agli anni del ritorno alla democrazia. Si innamora degli anarchici ma mantiene buoni rapporti anche con il Partito Comunista Francese. Pian piano la sua popolarità si allarga e nel 1953, dopo un concerto all’Olympia come “apripista” di Joséphine Baker firma un contratto discografico con la Odeon. La prima canzone registrata per la prestigiosa etichetta è Paris canaille, scritta l’anno prima per Catherine Sauvage. È il successo. Con i primi soldi versatigli dalla Odeon acquista una casa in campagna e nel 1955 torna all’Olympia per la prima volta come attrazione principale. La sua carriera non conoscerà più pause né momenti di caduta sostenuto e alimentato dalla sua caparbia voglia di sperimentarsi e di percorrere le strade più diverse dal teatro al cinema alla poesia con la quale il rapporto si fa via via più fecondo a cominciare dalla pubblicazione dell’album Les fleurs du mal chanté par Leo Ferré, un delizioso omaggio a Charles Baudelaire. Nel 1961 le sue note incrociano le parole di Louis Aragon nell’album Les Chansons d’Aragon registrato per la Barclay con dieci poesie musicate e cantate che gli valgono l’eterna amicizia del grande poeta. Anche gli anni Sessanta sono costellati da successi discografici e da esibizioni affollatissime. Siccome il successo, gli applausi e le gratificazioni economiche non riescono a cambiarne per niente il carattere, anche in questi anni non mancano “incidenti diplomatici” e censure. L’episodio di censura più eclatante è legato al brano A une chanteuse morte dedicato alla sua vecchia amica scomparsa Edith Piaf ma ricco di allusioni critiche nei confronti di Mireille Mathieu, accreditata da uffici stampa e casa discografica come “La nuova Piaf”. Quando lo staff della Barclay ascolta la registrazione chiede a Ferré di modificarla. Lui rifiuta. Interviene allora il patron Eddy Barclay ma ogni tentativo è inutile. Alla casa discografica non resta che applicare il contratto e non pubblicarla su disco. Incapace di resistere alle suggestioni Léo Ferré, a differenza di altri chansonniers, annusa con interesse i profumi del rock, del beat e di tutti i filoni nati all’interno di quella che gli anglosassoni chiamano pop music. Non si limita ad ascoltarla ma ci si butta dentro con passione fino a registrare un album e a fare una tournée insieme agli Zoo. Ormai può permettersi ogni cosa perché il pubblico lo ama e lo segue con simpatia e fedeltà nelle sue avventure. Lo seguirà fino alla morte e anche oltre con la consapevolezza di farlo rivivere nelle sue canzoni. Ferré resta nell’immaginario collettivo come qualcosa di più di un normale chansonnier. È un cantore dell’impegno civile che sottolinea con le sue canzoni molti passaggi della storia della seconda metà del Novecento. Una parte dei brani del suo repertorio rappresenta una sorta di poetica ma violenta provocazione contro il potere a metà tra il dileggio e l'indignazione. Tra i più famosi ci sono Mon general contro il Generale Charles De Gaulle, l’anima della Francia antifascista divenuto un leader conservatore e capo dello stato francese, Monsieur tout blanc, rivolto al contraddittorio pontificato di Pio XII e la bellissima Allende che sottolinea la battaglia contro la dittatura fascista cilena di Pinochet. Delicata e ispirata, nel linguaggio, alle liriche ottocentesche è poi la trilogia di canzoni contro la pena di morte che comprende La mort des loups, Madame la misère, Ni Dieu ni maître. È impossibile dar conto del complesso della sua incredibile produzione, capace di confrontarsi senza perdere l'originaria fisionomia con tutti i movimenti culturali e politici innovatori che hanno attraversato la sua esistenza. L’evoluzione non l’ha mai spaventato e la ripetitività l’annoia. Dopo essersi trasferito in Italia a Castellina in Chianti in provincia di Siena, nel 1983 scrive "L'opera du pauvre" da molti considerata il vertice massimo della sua espressività. Proprio a Castellina in Chianti muore il 14 luglio 1993.

12 luglio, 2018

13 luglio 1985 - Bob Geldof, un'immaginetta

“Un giorno Dio voleva trovare una soluzione al problema della carestia in Africa e, probabilmente per sbaglio, ha bussato alla porta di Bob Geldof. Quando questo irlandese trasandato ha aperto la porta, dopo qualche perplessità deve aver pensato: Oh, al diavolo, andrà bene anche lui!”. In questo modo singolare la rivista “Life” esprime il proprio ammirato stupore nei confronti dell’iniziativa di Bob Geldof, il cantante dei Bootown Rats, principale artefice della mobilitazione del rock a favore delle popolazioni africane colpite dalla carestia. Il 13 luglio 1985 sono un miliardo e mezzo i telespettatori di tutto il mondo che assistono al “Live Aid”, il più grande concerto benefico della storia della musica rock. E non è casuale che l’organizzatore sia proprio un artista non di primissimo piano e da tempo impegnato sui problemi sociali del suo paese. L’ambiente, infatti, è diffidente nei confronti dei grandi nomi, dopo le truffe e le vergognose speculazioni del “Concerto per il Bangladesh” organizzato anni prima da George Harrison e divenuto famoso perchè nessuno dei soldi raccolti era arrivato a destinazione. In molti ci provano, ma solo Geldof ce la fa e porta quasi in contemporanea su due palchi costruiti negli Stadi di Wembley e di Filadelfia in sedici ore del megaconcerto quasi tutti i vecchi e nuovi personaggi del rock e del pop mondiale. Il successo dell’evento provoca un effetto imitazione e nei mesi successivi una pioggia di dollari si riverserà sugli organismi internazionali impegnati nella lotta contro la carestia africana. Il Live Aid resta nella storia del rock ma rischia di cambiare per sempre la vita del suo ideatore. Bob Geldof, ribattezzato “Santo Bob” viene anche proposto per il Premio Nobel per la Pace e per qualche tempo non riesce più a trovare qualcuno che ne prenda sul serio le ambizioni e le qualità artistiche. L’immagine salvifica che lo accompagna finisce per pesare come un macigno sulla sua carriera di cantante, costringendolo a ripartire quasi da zero e finisce per farlo sempre più assomigliare a una tranquillizzante immaginetta.

11 luglio, 2018

12 luglio 1969 – Il successo del 2.525

Il 12 luglio 1969 arriva al vertice della classifica dei dischi più venduti in Italia In the year 2525 un brano gradevole interpretato da Zager & Evans, un duo di cui nessuno ha sentito mai parlare fino a quel momento. In pochi mesi la canzone farà il giro del mondo scalando le classifiche di moltissimi paesi in centinaia di versioni diverse. In Italia si cimentano nell'operazione, tra gli altri, Caterina Caselli e i Dik Dik. Resta l'incognita di chi siano i due interpreti. Per un po' si pensa all'ennesima sigla inventata per coprire un'operazione di studio, poi si scopre che in realtà il duo esiste davvero. È formato da Denny Zager e Rick Evans, due componenti del gruppo country degli Eccentrics. Entrambi nati a Lincoln, nel Nebraska, l'anno prima hanno deciso di di fondare una piccola casa di edizioni con l'appendice di un'etichetta discografica. Giusto per poter registrare il marchio danno alle stampe un migliaio di copie di un singolo che contiene un brano scritto da Evans nel 1964 in appena mezz'ora. Il titolo completo della canzone è In the year 2525 (Exordium and terminus). Le copie del disco si esauriscono rapidamente. L'estrema freschezza del brano e la sua imprevista popolarità negli ambienti country attira l'attenzione dei talent scout della RCA che, prima ancora di pensare a un suo possibile utilizzo, ne comprano i diritti. Viene ripubblicato nel 1969, con maggior cura negli arrangiamenti e un'adeguata campagna promozionale. Il successo va al di là delle stesse previsioni dei dirigenti della RCA. Il disco vende più quattro milioni di copie e si trasforma in un "cult" di quel periodo. Nonostante la sua semplicità In the year 2525 affascina anche la critica che parla, forse un po' a vanvera, di «primo esempio di rock futurista» mettendolo insieme a Space oddity di David Bowie. L'entusiasmo non trova giustificazione nei fatti. Il brano è gradevole, ben costruito, ma rimane essenzialmente un buon esempio di pop orecchiabile. Niente più. Non è neanche il primo exploit di una nuova "coppia d'oro" di interpreti della musica statunitense perché i poveri Zager & Evans non riusciranno più a ripetersi. Dopo il discreto successo dell'album 2525 (Exordium and terminus), registrato in fretta e furia per sfruttare al meglio l'improvvisa popolarità, la loro scarna discografia verrà arricchita dai deludenti Zager & Evans del 1970 e Food for the minds, pubblicato postumo nel 1971 quando il duo ha già deciso di cambiare mestiere.



10 luglio, 2018

11 luglio 1980 – Mario Schisa, il maestro dimenticato

L’11 luglio 1980 muore a Roma all’età di settantaquattro anni, il maestro Mario Schisa, uno dei più intelligenti e abili musicisti, arrangiatori e compositori della storia della canzone italiana. Se ne va nel silenzio, dimenticato dai più. La sua scomparsa non fa notizia in questo strano mondo che è la musica leggera italiana, quasi mai capace di valorizzare la propria storia. Se un personaggio come Schisa avesse vissuto negli Stati Uniti probabilmente per la sua morte si sarebbero consumati fiumi d’inchiostro, ma in Italia questo non accade. Geniale e intuitivo è lui che consiglia al giovane e acerbo Luciano Tajoli di cambiare la modulazione della voce. «Devi cantare modulando come se avessi il raffreddore. Acquisterai quel tono malinconico che a voce piena ti manca. Diventerai un grande interprete». Ha ragione, così come ha ragione quando capisce che l’industria discografica italiana non può restare prigioniera di una sorta di autarchia melodica, ma non s’aspetta che qualcuno gli dimostri riconoscenza. Sa come vanno le cose della vita. Nessuno gli ha mai regalato niente. Nasce a Montevideo, in Uruguay, il 1° maggio 1906 da una famiglia di immigrati italiani convinti che solo la musica possa regalare al figlio un futuro migliore del loro. È ancora bambino quando i genitori scelgono per lui lo studio del pianoforte. Il padre lo lega letteralmente allo sgabello dello strumento quando lo vede svogliato o distratto: «Adesso non capisci, ma in futuro capirai che è per il tuo bene». Appena può trova i soldi per andarsene e arriva in quell’Italia di cui ha tanto sentito parlare ma che non ha mai conosciuto. Si diploma in pianoforte e composizione presso il conservatorio Giuseppe Verdi di Milano e nei primi anni Trenta debutta come direttore d’orchestra negli spettacoli di varietà e nelle sale da ballo. Nel 1936 centra il primo successo come compositore con il brano Conosco una fontana. La sua poliedrica vena compositiva sa far tesoro delle esperienze altrui senza lasciarsi imprigionare dai generi. Non gli piace seguire le mode. Alla sua vena si deve un gran numero di canzoni di successo compresa l’originale Mamma non vuole, una rielaborazione del tema del “Capriccio italiano” di Ciaikovskij. Negli anni Sessanta abbandonerà, di fatto, la produzione musicale, salvo qualche sporadica eccezione, per impegnarsi sul fronte della tutela dei diritti d’autore.


09 luglio, 2018

10 luglio 1909 - Casey Bill Weldon, il bluesman con la chitarra hawaiana

Il 10 luglio 1909 nasce a Pine Bluff, nell'Arkansas, il bluesman Casey Bill Weldon. Registrato all'anagrafe con il nome di William Weldon è uno dei pochissimi bluesmen che utilizzano la chitarra hawaiana per accompagnarsi. La scelta dello strumento condiziona anche i suoi brani i cui testi sono spesso costruiti per questo particolare tipo di sonorità. Dopo il buon successo ottenuto in Arkansas si trasferisce in California dove fatica a farsi comprendere dal pubblico degli appassionati. Gli va meglio a Memphis dove fino alla metà degli anni Trenta incide anche qualche disco. Questo è più o meno tutto quello che si sa di lui. C'è chi sostiene che sia morto in combattimento nella Seconda Guerra Mondiale intorno al 1941 e chi giura di averlo ascoltato a Chicago negli anni Sessanta. La verità non si saprà mai.

9 luglio 1929 - Alex Welsh, la tromba scozzese

Il 9 luglio 1929 nasce a Edimburgo, in Scozia il trombettista e direttore d'orchestra Alex Welsh, uno dei pochi musicisti britannici che, insieme a Humphrey Lyttelton, Freddy Randall, Bruce Turner e pochi altri, ha saputo conquistarsi una solida fama a livello internazionale. Trasferitosi a Londra nel 1954 con il clarinettista Archie Semple, dà vita a un proprio gruppo di chiara matrice dixieland di cui fanno parte anche il trombonista Roy Crimmins e il clarinettista Ian Christie. Nel 1957 suona al fianco di Jack Teagarden e di Earl Hines in tournée in Gran Bretagna. Verso la metà degli anni Sessanta il gruppo di Welsh si stabilizza con trombonista Roy Williams, il sassofonista John Barnes, il pianista Fred Hunt, il chitarrista Jim Douglas, il bassista Harvey Weston e il batterista Lennie Hastings. La formazione sceglie di dedicarsi più al mainstream jazz che al dixieland puro attingendo a piene mani dal repertorio di Buck Clayton. Il gruppo resta unito per oltre dieci anni e regala a Welsh una grandissima popolarità e la partecipazione a quasi tutti i più importanti festival internazionali. La crisi arriva nella seconda metà degli anni Settanta quando i solisti di maggior spicco lasciano uno dopo l'altroi l'orchestra per percorrere altre strade. Welsh non abbandona l'ambiente e continua a esibirsi sull'onda degli antichi successi. Muore a Londra il 25 giugno 1982.

08 luglio, 2018

8 luglio 1914 - Billy Eckstine, Mr. B: voglio un'orchestra leggendaria!

L'8 luglio 1914 nasce a Pittsburgh, in Pennsylvania, il cantante Billy Eckstine, detto Mr. B e registrato all'anagrafe con il nome di  William Clarence Eckstein. Il canto è la sua specialità ma nella sua carriera non mancano esibizioni alla tromba, al trombone a pistoni e alla chitarra. Dopo aver studiato alla Howard University di Washington, ottiene vari ingaggi come cantante e direttore di sala in numerosi locali notturni di Buffalo, Detroit e Chicago. Il suo primo insegnante di musica è Maurice Grupp, un giornalista del “Metronome” che gli dà lezioni di tromba e molti preziosi consigli sulla tecnica di emissione del fiato. La svolta nella sua carriera avviene nel 1938 quando il sassofonista Budd Johnson, dopo averlo ascoltato in un locale, lo presenta a Earl. L'anno dopo Eckstine entra a far parte stabilmente della formazione di Hines ben preso ne diventa l'attrazione per il modo inconsueto di presentarsi sul palcoscenico e per uno stile di canto inusuale basato su una serie di note vibrate che si alternano ai fortissimo degli ottoni. Lo storico del jazz Barry Ulanov, a proposito della sua voce, scrive: «Quando urlava Jelly, Jelly, il titolo del suo più famoso blues, sembrava un grido nel vuoto di una caverna». Lasciato Hines nel 1943 inizia a darsi da fare come solista nei night ma già nella primavera de1 1944, sempre insieme a Budd Johnson, decide di dare vita a un'orchestra innovativa e chiede al suo manager Billy Shaw di reclutare gli orchestrali fra i boppers. Nasce così una formazione straordinaria che schiera personaggi come Dizzie Gillespie, Fats Navarro, Kenny Dorham, Miles Davis alle trombe, Gene Ammons, Dexter Gordon, Wardell Gray, Lucky Thompson al sassofono tenore, Charlie Parker, Sonny Stitt al contralto, Leo Parker al sassofono baritono, John Malachi e Clyde Hart al pianoforte, Tommy Potter al contrabbasso, Art Blakey alla batteria. Gli arrangiamenti vengono di volta in volta curati da Dizzy Gillespie, Tadd Dameron, Budd Johnson e Jerry Valentine. I cantanti sono Sarah Vaughan e lo stesso Eckstine. Il successo dell'orchestra spinge molti strumentisti a cercare fortuna da soli. La crisi delle grandi orchestre fa il resto. Nel 1947 Eckstine scioglie l'orchestra e si dedica esclusivamente all'attività di cantante solista. Dalla fine degli anni Cinquanta in avanti l'attività di Eckstine si è svolge prevalentemente nei Casinò del Nevada o in vari tour all'insegna della nostalgia. Muore a Pittsburgh, il Pennsylvania, l'8 marzo 1993

06 luglio, 2018

7 luglio 1901 - Vittorio De Sica, Il primo divo italiano del cinema sonoro

Il 7 luglio 1901 a Sora, una cittadina che all’epoca è in provincia di Caserta e oggi in quella di Frosinone nasce Vittorio De Sica. Per ragioni di studio si trasferisce a Napoli, città cui resterà per sempre legato da grande affetto. Il suo esordio nel cinema avviene nel 1918 quando interpreta una parte di secondo piano nel film “Il processo Clémenceau”. Nel 1924, conclusi gli studi, decide di dedicarsi a tempo pieno al teatro specializzandosi nel personaggio del giovanotto brillante e scanzonato. Parallelamente all’attività teatrale continua a frequentare i set cinematografici e dopo una serie di film minori arriva al successo nel 1932 con “Gli uomini, che mascalzoni...”, un film di Mario Camerini nel quale canta Parlami d'amore Mariù, il primo successo come cantante della sua carriera. In breve tempo diventa il primo vero divo italiano del cinema sonoro grazie a una fortunata serie di commedie sentimentali. Anche sul piano musicale centra una lunga serie di successi con brani come Ludovico, Tu solamente tu, Dicevo al cuore, Dammi un bacio e ti dico di sì e Allegro yankee. Nel 1943 dirige “I bambini ci guardano”, il film che segna l’inizio della sua collaborazione con lo sceneggiatore Cesare Zavattini. La storia anticipa le novità tecniche e tematiche della sua produzione successiva. Nel dopoguerra realizzando due capolavori del neorealismo: “Sciuscià” del 1946 e “Ladri di biciclette” del 1948, entrambi premiati con l’Oscar. Nonostante gli impegni cinematografici non abbandona mai del tutto la musica leggera. Tre anni prima della sua morte, avvenuta nel 1974 a Parigi realizza l’album De Sica anni Trenta in collaborazione con il figlio Manuel. Attore e regista di grande talento Vittorio De Sica ha lasciato un segno chiaro anche nella storia della canzone italiana. Il suo primo grande successo come cantante arriva all’inizio degli anni Trenta con Parlami d’amore Mariù. È proprio in quel periodo che una parte della critica italiana inizia a paragonarlo al grande Maurice Chevalier, uno dei grandi protagonisti dello spettacolo internazionale. Il giovane De Sica mostra però di non apprezzare particolarmente il paragone e nel 1936 approfitta di un’intervista per farlo sapere a tutti: «Mi si chiama in giro lo Chevalier italiano. Si tratta di un ingiusto battesimo al quale mi ribello per infinite ragioni…». Espone le differenze tra lui e lo chansonnier francese e alla fine spiega quale sia la canzone principale: lui non si ritiene un semplice cantante ma «…un autore drammatico che per proprio diletto, prima che per altrui, canta anche canzoni…». Nonostante l’atteggiamento personale un po’ scontroso nei confronti della canzone, negli anni Trenta Vittorio De Sica è uno dei protagonisti più importanti e di maggior successo della scena musicale italiana come dimostra il numero notevole di suoi dischi a 78 giri pubblicati dalla Columbia. Nel 1932 sono cinque, salgono a ventisei nel catalogo della stessa etichetta del 1934 e raddoppiano ancora in quello del 1942. La casa discografica non dà troppo retta alle sue prese di distanza dalla canzone e ne sfrutta fino in fondo la popolarità e il talento. L’unica concessione alla sua richiesta di non essere confuso con gli altri cantanti è nella presentazione sulle pagine dei cataloghi della casa discografica dove viene descritto con questa frase un po’ contorta: «L’aristocratico artista della scena di prosa che ha dimostrato brillantemente come si possa fare dell’arte anche fuori dalla ribalta».

05 luglio, 2018

6 luglio 1957 - John? Piacere, mi chiamo Paul McCartney

Il 6 luglio 1957 i Quarrymen di John Lennon suonano in una festa nel sobborgo di Woolton. Un amico comune presenta a Lennon un ragazzo di nome Paul McCartney, che fa subito un'ottima impressione: sa accordare la chitarra, conosce tutte le parole di canzoni come Be Bop A Lula di Gene Vincent e suona gli accordi di Long tall Sally e di altri brani di Little Richard. Figlio di Jim McCartney un jazzista che negli anni Trenta era stato leader della Jim Mac's jazz band. Paul ha sviluppato una sua personale tecnica da mancino. Dopo quell'incontro a Woolton, Paul entra ufficialmente nei Quarrymen. John e Paul trascorrono interi pomeriggi insieme a esercitarsi, a sperimentare e imparare nuovi accordi, iniziando a stabilire quella stretta collaborazione tra due opposte personalità che sarebbe diventata il cuore delle imprese musicali dei Beatles. Verso la fine del 1957, John Lennon e Paul McCartney sono ormai in grado di comporre canzoni. E la prima canzone di Paul, I lost my little girl, viene presentata da McCartney al gruppo come una sorta di riparazione a una serata disastrosa alla chitarra solista. Il brano è buono ed entra nel repertorio. Inizia qui una storia lunga, lunghissima...

04 luglio, 2018

5 luglio 1966 - Linciate i Beatles!

Il 5 luglio 1966 è l’ultimo giorno di permanenza dei Beatles a Manila, una tappa della loro tournée asiatica. Tutto è andato bene, nonostante il soliti eccessi d'entusiasmo del pubblico. Si sono rivelate infondate anche le preoccupazioni circa i rischi di contestazione in un paese cattolico come le Filippine dopo le dichiarazioni rilasciate da John Lennon un paio di mesi prima sui «Beatles più famosi di Gesù Cristo». Il clima nell'entourage del gruppo è eccellente. Un incidente, per la verità, c’è stato, ma appartiene più alla sfera diplomatica che al loro modo di concepire la vita. Nessuno dei quattro, infatti, se l’è sentita di partecipare a un ricevimento organizzato in loro onore dalla terribile Imelda, la moglie di Marcos, padre-padrone delle Filippine. Fino all’ultimo la rappresentanza diplomatica britannica a Manila ha fatto pressione perchè i quattro cambiassero idea, ma non c’è stato nulla da fare. «Siamo stanchi e poi ci annoieremmo a morte. Non ci va di essere ostentati come gioielli. Preferiamo starcene per conto nostro...». L’ufficio stampa della band ha ritenuto opportuno, comunque, inviare alla first lady una serie di fotografie autografate e vari regali di cortesia. Tutto a posto? Tutt’altro. Il presidente Marcos è furente con «quei quattro capelloni spocchiosi». Presto, però, sarà tutto finito. I Beatles e i loro collaboratori salgono sul piccolo corteo di auto che li deve condurre all’aeroporto. La folla che li attende è immensa. Un robusto cordone di polizia li protegge mentre entrano nella grande hall dell'aerostazione. Improvvisamente, però, gli agenti si ritirano e se ne vanno. Le migliaia di fans urlanti ci mettono un po’ a capire quello che sta succedendo, ma poi, aizzati da alcuni provocatori disposti in modo strategico, si accorgono che la band non più alcuna protezione. È un assalto. C’è chi tenta di strappare loro un pezzetto d’abito o una ciocca di capelli per ricordo, ma c’è anche chi lancia oggetti e brandisce bastoni con l’evidente scopo di colpire per far male. È la vendetta di Marcos che si materializza in questo modo. In tutta l’area dell’aeroporto non c’è più un solo agente in divisa. Protetti più dalla velocità delle gambe che dai loro collaboratori i quattro si riparano in un locale di difficile accesso. Potranno imbarcarsi sull’aereo soltanto dopo l’intervento della rappresentanza diplomatica britannica e grazie all'aiuto materiale e alla protezione di un nutrito gruppo di volontari scelti tra il personale dell’aeroporto.



4 luglio 1971 - La leucemia uccide Donald McPherson dei Main Ingredient

Il 4 luglio 1971 muore di leucemia Donald McPherson, il leader del gruppo soul dei Main Ingredient. Cinque giorni dopo avrebbe compiuto trent’anni e da tempo combatteva la battaglia contro la malattia. La sua morte sembra chiudere la storia dei Main Ingredient, il gruppo vocale di cui è stato fondatore alla fine degli anni Cinquanta con i suoi amici Luther Simmons Jr. e Tony Sylvester. Per alcuni anni la loro non è stata una vita facile. Per necessità più che per scelta si adattano ad accompagnare i cantanti della scuderia Red Bird di Leiber & Stoller. Questo è il loro lavoro principale anche se ogni tanto riescono a ritagliarsi, a fatica, un piccolissimo spazio quando ottengono un buon successo con She blew a good thing con il nome di Poets. La loro disponibilità ad accettare un ruolo subalterno e, soprattutto, la loro costante necessità di sopravvivere, li costringe, però, a tornare nell’anonimo ruolo di accompagnatori vocali dei colleghi più fortunati. Solo nel 1966, in parte per il crescente successo ottenuto dal soul sulla scena musicale internazionale e, in parte, perchè i problemi di sopravvivenza sono ormai alle spalle, iniziano a pensare seriamente alla possibilità di proporsi in proprio. In un primo momento sembrano intenzionati a recuperare il vecchio nome di Poets, ma poi prevale la scelta di rompere i ponti con il passato. Nascono così i Main Ingredient. Come spesso accade, le buone intenzioni non bastano da sole a garantire il risultato. Per qualche tempo il gruppo fatica a trovare spazio in una scena, quella del soul, monopolizzata ormai da vecchi e nuovi personaggi che godono di maggiori simpatie presso le case discografiche. Più di una volta, di fronte alle delusioni e alle difficoltà, pensano di abbandonare tutto e tornare al vecchio, sicuro, mestiere degli accompagnatori vocali. Quando stanno per mollare arriva, improvviso, il successo, scandito da una serie di brani che entrano nelle classifiche dei dischi più venduti come I'm so proud, Spinnin' around e Black seeds keep on growing. La morte di McPherson interrompe però quella che sembrava una cavalcata trionfale. Dopo qualche tentennamento i suoi compagni decidono di continuare sostituendolo con Cuba Gooding e per un paio d’anni danno l'impressione di reggere bene alla perdita del loro leader. Nel 1974 l'addio di Sylvester, intenzionato a dedicarsi alla produzione, segna l'inizio del declino.

02 luglio, 2018

3 luglio 1930 - Tommy Tedesco, dal jazz al pop

Il 3 luglio 1930 nasce a Niagara Falls, New York, il chitarrista Tommy Tedesco, all'anagrafe Thomas Tedesco. Debutta sulla scena jazz nel 1953 con la formazione di Ralph Marterie e quindi si trasferisce a Los Angeles. Suona per qualche tempo con il trio di Joe Burton, e subito dopo forma un proprio gruppo con il quale si esibisce al Lighthouse. Nella seconda metà degli anni Cinquanta suona con Dave Pell e quindi con Chico Hamilton, Buddy De Franco, Jack Montrose, Mat Mathews, Herb Geller e altri. Nel pop ottiene un grande successo soprattutto nelle colonne sonore. Muore il 10 novembre 1997 a Northridge, in California.