Il 30 gennaio 1972 a Derry, nell'Irlanda del Nord, quindicimila persone, in grandissima maggioranza cattolici, marciano chiedendo maggior democrazia visto che all'epoca si vota ancora “per censo”, cioè il voto di chi è più ricco conta di più. I cattolici, esclusi dal potere economico, manifestano per rivendicare una delle più elementari regole della democrazia: “una testa, un voto”. Già che ci sono, poi, cercano di far capire che non ne possono più nemmeno delle vessazioni della Ruc, la polizia nordirlandese, protestante e unionista. Il corteo è pacifico e mescola bambini, ragazzi, ragazze, donne, uomini, vecchi e si conclude a Free Derry Corner, dove è previsto un comizio di Bernadette Devlin, la popolare leader cattolica nordirlandese. Proprio mentre la giovane sta per parlare la folla viene assalita da paracadutisti inglesi in assetto di guerra. L’aggressione è premeditata. L'intervento dei militari, che hanno l’ordine di sparare per uccidere, provoca quattordici morti e sedici feriti, tutti civili inermi. La strage suscita orrore provocando reazioni indignate e anche inaspettate come quella dell'ex Beatle Paul McCartney che poche settimane dopo pubblica il singolo Give Ireland back to the Irish (Ridate l’Irlanda agli Irlandesi). Dieci anni dopo gli U2 dedicheranno alla strage la loro Sunday bloody sunday.
29 gennaio, 2012
28 gennaio, 2012
29 gennaio 1966 - Traditi i “capelloni” a Sanremo
Il Festival di Sanremo del 1966 sembra colto da un impeto giovanilistico e “apre” al beat. Per la prima volta il programma della rassegna comprende la musica dei ‘capelloni’ che tanto piace ai giovani. Il cast è di tutto rispetto e va dall’aggressivo (allora) soulman Lucio Dalla, agli Yardbirds di Keith Relf e Jeff Beck, all’Equipe 84, ai Renegades, agli Hollies, ai Ribelli, allo “scandaloso” P.J. Proby, censurato in Gran Bretagna per l’abitudine di sbottonarsi i pantaloni durante i bis. Sembra che davvero la rassegna sanremese si sia aperta alle novità. Non è così. Tra il 28 e il 29 gennaio si consuma quello che i magazine giovanili dell’epoca chiameranno «un massacro a tradimento dei nostri idoli». Problemi tecnici, canzoni inadatte, accoppiamenti incredibili (P.J. Proby è in coppia con il tenore Giuseppe di Stefano!) e un generale fastidio dell’ambiente festivaliero nei confronti degli ‘invasori’ portano alla immediata eliminazione di tutti gli esponenti delle nuove tendenze giovanili, con l’eccezione di Caterina Caselli e dei Ribelli. Lo stesso Celentano, con la straordinaria Il ragazzo della via Gluck viene buttato fuori dopo la prima serata. Tra il Festival di Sanremo e le nuove generazioni si apre un conflitto destinato a durare nel tempo.
28 gennaio 1921 - Con "Sur un air de shimmy" Georgius diventa una star
Il 28 gennaio 1921 sul palcoscenico de l’Européen Georgius presenta per la prima volta al pubblico il brano Sur un air de shimmy, destinato a diventare l’anno dopo il suo primo successo su disco. Alla metà degli anni Venti è al culmine della popolarità e il suo nome viene inserito nella ristretta rosa degli chansonniers di maggior successo. A differenza di quanto accade ad altri protagonisti di quel periodo la cui popolarità è immensa nella capitale ma scarsa nel resto del territorio francese, Georgius ottiene consensi in tutta la Francia. Non esiste città in cui i suoi concerti e, soprattutto, le sue riviste non siano letteralmente prese d’assalto dal pubblico entusiasta. In qualche caso, come all’Alcazar di Marsiglia dove le persone che non riescono a entrare provocano tumulti, si rende necessaria l’aggiunta di alcune repliche a quelle già previste dal programma. La gente canta in coro le sua canzoni, soprattutto Plus bath des javas, un brano che si prende gioco della Java, il ballo di moda di quegli anni. Nel 1926 la sua compagnia cambia nome e Les Joyeux Compagnons diventano Le Théâtre Chantant. Dietro il cambiamento c’è anche una novità nell’impostazione perchè Georgius sostituisce all’impianto del teatro di rivista tradizionale uno spettacolo basato su una serie di canzoni sceneggiate. Nel 1929 il suo spettacolo “Allô, ici Paris...” scandalizza il pubblico borghese del Moulin Rouge che si sente bersagliato dalla sua vena satirica e reagisce con freddezza. Lui non se ne cura. Due settimane più tardi viene portato in trionfo dagli spettatori che affollano all’inverosimile il cabaret Aux Buffes du Nord.
27 gennaio, 2012
27 maggio 1940 - "Caccia al passante" e uno strano quartetto
Il 27 maggio del 1940 al teatro Valle di Roma va in scena “Caccia al passante”, uno spettacolo di varietà ideato e scritto da Agenore Incrocci, un autore che si firma con lo pseudonimo di Age ed è destinato a lasciare un segno profondo nella storia dello spettacolo italiano. Lo presenta Mario Riva e tra gli artisti che si alternano sul palcoscenico c’è un complesso vocale formato da quattro ragazzotti le cui età sommate non raggiungono gli ottant’anni. I quattro cantano una versione di Bambina innamorata decisamente innovativa e ritmata sulla falsariga di quello che dall’altra parte dell’oceano fanno i gruppi vocali americani d’ispirazione jazzistica come i Mills Brothers. Il pubblico applaude entusiasta. Si presentano come Quartetto Egie, prendendo in prestito la parola ottenuta assemblando le iniziali dei nomi di battesimo dei componenti: Enrico Gentile, Giovanni Giacobetti detto ‘Tata’, Iacopo Jacomelli ed Enrico De Angelis. Il gruppo può contare anche su una sorta di quinto componente aggiunto in Virgilio Savona, un geniale musicista appassionato di jazz che ne cura l’impostazione e mette mano agli arrangiamenti. La loro esibizione non passa inosservata. Convocati per un provino radiofonico sostituiscono Iacopo Jacomelli, intenzionato a continuare come solista, con Virgilio Savona e cambiano nome in Quartetto Ritmo. L’8 ottobre del 1941, accompagnati dall’Orchestra Zeme, si esibiscono per la prima volta ai microfoni della radio cantando Il Visconte di Castelfombrone tratto dal popolare sceneggiato radiofonico “I quattro moschettieri”, ma i problemi non sono finiti. Nello stesso periodo, infatti, anche Enrico Gentile, che fino a quel momento aveva avuto il ruolo della voce solista, è costretto a lasciare i compagni per adempiere agli obblighi militari. Al suo posto arriva un giovane che proviene da Fondi in provincia di Latina. Si chiama Felice Chiusano. Con il nuovo organico il gruppo cambia ancora nome in Quartetto Cetra, si dice in omaggio alla casa discografica che li ha scritturati.
26 gennaio, 2012
26 gennaio 1962 - Muore Lucky Luciano
Il 26 gennaio 1962 muore d’infarto a Napoli, all’aeroporto di Capodichino, Salvatore Lucania, più conosciuto con il nome di Lucky Luciano, considerato l’ideatore della moderna struttura delle cosche mafiose. Espulso dagli Stati Uniti viveva da tempo in Italia. Il boss, provato dalla morte per cancro della sua compagna Igea Lissoni, si trovava all’aeroporto di Napoli per incontrare un produttore cinematografico, interessato a girare un film sulla sua vita. Il suo corpo viene seppellito al Saint John's Cemetery di Queens.
24 gennaio, 2012
25 gennaio 1958 - Napoli piange Gennaro Pasquariello
Il 25 gennaio 1958 muore a Napoli Gennaro Pasquariello. Considerato uno dei più grandi interpreti della canzone napoletana è nato nel capulogo partenpeo l'8 settembre 1869. A tredici anni canta già in un teatrino della sua città. Oggetto di una passione popolare al limite del fanatismo, negli anni Venti e Trenta si esibisce in tutti i principali locali d’Europa di fronte a folle di ammiratori entusiasti. Quando è all'apice del suo successo per lui scrivono tutti i più grandi autori della canzone napoletana. Nel 1950 decide di lasciare le scene è dà un ultimo, affollatissimo, concerto d’addio durante la festa di Piedigrotta. Memorabili restano le sue interpretazioni di Marechiare, Rundinella, E dduie paravise, N’accordo in fa, Era una bambola, 'O surdato 'nnammurato, Mandulinata a mare, Teresina, Funtana all’ombra e Indifferenza. Dopo aver dilapidato le ingenti fortune accumulate nella sua carriera muore a Napoli il 25 gennaio 1958.
23 gennaio, 2012
24 gennaio 1962 - Il film simbolo della “nouvelle vague”
Il 24 gennaio 1962 viene presentato in prima mondiale “Jules et Jim”, un film diretto da François Truffaut e interpretato da Jeanne Moreau destinato a diventare uno dei manifesti della “Nouvelle Vague” e un simbolo dell’emancipazione e della ribellione femminile dell’epoca. Tratto dall'omonimo romanzo di Henri-Pierre Roché, racconta la storia di un “rapporto a tre” tra una donna e due uomini all’epoca considerato scandaloso. Jeanne Moreau, interprete di una donna che si permette di governare senza troppi problema una relazione così scabrosa diventa un mito e la scena in cui canta la canzone Le tourbillon entra nella storia del cinema e del costume.
23 gennaio 1910 - Django Reinhardt, lo zingaro che ha liberato il jazz
Il 23 gennaio 1910 nasce Django Reinhardt, uno zingaro destinato a cambiare la prospettiva del jazz europeo liberandolo dalle simmetriche ripetizioni delle esperienze statunitensi. Tutto inizia nei pressi di Liverchies, un piccolo borgo nelle vicinanze della città di Charleroi, in Belgio. Qui in un carrozzone di un gruppo di zingari del nord, commedianti e musicisti vagabondi, vede la luce un bambino. Sua madre si chiama Laurence Reinhardt ed è un'acrobata dalla pelle così scura che nell’ambiente viene chiamata “la negra”. Il padre si chiama Jean Vées, anche lui è un acrobata ma alterna le acrobazie all'intrattenimento musicale degli spettatori con il violino e la chitarra. Ricco di charme sa come conquistare il pubblico, soprattutto quello di sesso femminile. Laurence accetta il figlio ma non vuole saperne d’unirsi al padre in modo definitivo. Quasi come a trovare una mediazione al figlio si dà il nome del padre e il cognome della madre. Viene così registrato all’anagrafe come Reinhardt Jean anche il nome prestatogli dal padre verrà rapidamente dimenticato e sostituito da quello di Django. I primi anni di vita li passa vagabondando al seguito della madre, impegnata a tenere se stessa e suo figlio fuori dai rischi di una comunità “civile” che nel frattempo ha trovato modo di scannarsi in quella che verrà chiamata la Prima Guerra Mondiale. Dopo aver girato Italia, Corsica e soprattutto Africa del Nord, nel 1918, quando la follia bellica sembra essere finita, la roulotte di Laurence Reinhardt torna a Parigi e si ferma in una zona che all’epoca si chiama la “barriera di Choisy”. Django ha otto anni e alla scuola preferisce i vagabondaggi in compagnia dei monelli del posto. Non imparerà mai né a leggere né a scrivere e solo in tarda età si aggiusterà a “firmare” i documenti con uno scarabocchio in stampatello. In compenso è un talento con la musica. A dodici anni suona da dio la chitarra e il banjo e a partire dal 1913 “lavora” nelle balere con alcuni dei più importanti fisarmonicisti dell’epoca. Ormai popolarissimo tra gli abitatori della notte parigina nel 1928 all’Abbaye de Thélème, un locale in Place Pigalle, ascolta per la prima volta dall'orchestra di Billy Arnold i nuovi ritmi che arrivano dall’altra parte dell’oceano e ne resta affascinato. Il 2 novembre di quello stesso anno la sua roulotte prende fuoco ed egli, intrappolato per qualche minuto tra le fiamme, rimane gravemente ustionato a una gamba e alla mano sinistra. Incurante del rischio di cancrena rifiuta l’amputazione. La sua fibra lo aiuta a guarire ma la sua vita sembra destinata a cambiare per sempre visto che perde l’uso di mignolo e anulare della mano sinistra, atrofizzati. Lui però non s’arrende e già nella lunga convalescenza mette a punto una tecnica che gli consente di suonare soltanto con due dita rivoluzionando la stessa storia dello strumento. Poco tempo dopo viene ingaggiato da Stephen Mougin, uno dei primi jazzisti francesi, che lo ingaggia nella sua orchestra e lo inizia ai misteri della “nuova musica americana”. È l’inizio di una straordinaria carriera che ha la sua prima tappa nella nascita del Quintette du Hot Club de France, una formazione nata quasi per caso da un gruppo di musicisti dell'orchestra di Louis Vola all'Hotel Claridge. Durante le pause Django Reinhardt e il violinista Stéphane Grappelli insieme all’altro chitarrista Roger Chaput e al contrabbasso dello stesso Louis Vola, improvvisano dei motivi jazz in un locale abituato a una musica commerciale e compassata. Le esibizioni non sfuggono a Pierre Nourry, uno dei principali animatori dell'Hot Club di France, cui viene l'idea di costituire un gruppo di strumenti a corda imperniato sul talento di Django e con l’aggiunta di un terzo chitarrista. Dal Quintette du Hot Club de France in poi la chitarra zingara di Reinhardt frantuma progressivamente ogni tipo di convenzione contribuendo a liberare il jazz europeo dalle regole antiche figlie di una evidente sudditanza nei confronti degli Stati Uniti. La sua musica è difficile da catalogare. È stata definita in vari modi: “jazz manouche”, “jazz tzigano”, “jazz gitano” e molti altri. Il critico francese Michel-Claude Jalard l’ha definita «...un universo a sé, nel quale si ritrovano tutti gli elementi propri per soddisfare gli amanti del jazz, ma anche "il grande pubblico", sensibile al carattere decorativo delle sue improvvisazioni, affascinato dalle sue lunghe note vibranti, dalla sua sensibilità, dal suo dinamismo...». All’epoca dei suo grandi successi non mancano i detrattori come il critico André Hodeir, per il quale quello di Django non è jazz, ma solo un “incidente pittoresco”. Ha torto. La rivoluzione musicale di Reinhardt cambia il destino stesso del jazz europeo. Se in America è stata strumento di riscatto dei neri privati dei diritti civili e trattati alla stregua di bestie da soma, nel vecchio continente con la chitarra e la genialità di Django diventa espressione di un altro popolo emarginato e invisibile come quello degli zingari trovando nuovi spazi, nuovi colori e soprattutto aprendosi a evoluzioni inaspettate. Il primo a capirlo è Eric Hobsbawm che nel 1959 scrive «è significativo che Reinhardt sia finora il solo europeo che abbia conquistato un posto nell’Olimpo del jazz... ed è significativo che si tratti di uno zingaro».
22 gennaio, 2012
22 gennaio 1908 - Alfredo Jandoli, il meccanico con la passione per il canto
Il 22 gennaio 1908 nasce a Napoli il cantante Alfredo Jandoli. Il suo vero nome è Alfredo De Nicola e fin da ragazzo coltiva la musica come una passione cui dedicarsi nel tempo libero. Fa il meccanico ma appena può corre a cantare ovunque lo chiamino. Proprio in una di queste esibizioni viene notato nel 1935 in un locale di Posillipo dal maestro Riccardo Conforti che lo invita a partecipare a un’audizione alla radio. Superato con successo l'esame, dopo un periodo di corsi destinato ad affinare le sue qualità nel 1938 entra a far parte dell’orchestra di Saverio Seracini. Nel 1939 canta con l’orchestra di Arturo Strappini. Dopo aver formato, nel 1941, il Sestetto Jandoli, ottiene un buon successo anche nel teatro di rivista in compagnie prestigiose come quelle di Totò, Nino Taranto, Aldo Fabrizi e Renato Rascel. Alla fine degli anni Quaranta è uno dei cantanti di punta della formazione di Giuseppe Anepeta ai microfoni di Radio Napoli. La sua voce viene utilizzata anche dal cinema per le colonne sonore di film come "Il voto" e "Simmo 'e Napule paisà".
20 gennaio, 2012
21 gennaio 1906 - Hank Wayland, uno dei contrabbassi dello swing
Il 21 gennaio 1906 nasce a Fall River, in Massachusetts, Frederic Gregson Wayland, destinato a diventare uno dei contrabbassisti più attivi negli anni d'oro dello swing. Inizia prestissimo a studiare la musica sotto la guida del padre e come molti altri ragazzi fa le sue prime esperienze nell'orchestra della scuola. Nel 1926, a vent'anni, va a cercare fortuna a New York. Qui trova senza troppa fatica una nutrita serie di ingaggi da parte di diverse orchestre, prevalentemente da studio. Pian piano la sua popolarità si allarga e nel 1934, mentre è impegnato con l'orchestra di Earl Carpenter, viene ingaggiato da Benny Goodman. La movimentata e un po' caotica vita di una big band di successo finisce per stancarlo. Alla fine dell'anno decide così di lasciare Goodman e riprendere il più tranquillo lavoro negli studi di incisione. Torna sui suoi passi nel 1936 quando entra nell'orchestra di Artie Shaw e successivamente in quelle di Bunny Berigan, Tommy Dorsey, Larry Clinton. Fra il 1941 e il 1942 suona con Bob Chester e nel 1943 si trasferisce sulla West Coast. Suona ancora per qualche tempo con Eddie Miller e in seguito lavora soprattutto negli studi di incisione, non rinunciando a qualche apparizione dei gruppi di Wingy Manone, Mike Riley e altre band dixieland della California. Muore il 27 marzo 1983.
19 gennaio, 2012
20 gennaio 1968 - In memoria di Woody Guthrie
Sei mesi dopo la morte di Woody Guthrie i suoi amici e i discepoli organizzano due grandi concerti in sua memoria. I raduni si svolgono simbolicamente sulle due coste degli Stati Uniti. Il primo si tiene al Carnegie Hall di New York il 20 gennaio 1968 con la partecipazione, tra gli altri, di Bob Dylan, Judy Collins, Arlo Guthrie, Tom Paxton, Pete Seeger e Richie Havens. Il secondo, invece, ha luogo all'Hollywood Bowl di Los Angeles e vede la partecipazione, tra gli altri, di Joan Baez, Arlo, Seeger, Havens e Country Joe McDonald. Gli incassi di entrambi i concerti e dei relativi dischi vengono destinati alla Fondazione Woody Guthrie per realizzare una biblioteca nel suo paese natale e per finanziare le ricerche sul morbo di Huntigton, la malattia che ha ucciso Woody.
18 gennaio, 2012
19 gennaio 1951 - Mouloudji entra in sala di registrazione
Il 19 gennaio 1951, nell'anno in cui compirà ventotto anni, lo chansonnier Mouloudjii entra per la prima volta in uno studio d’incisione accompagnato dall’instabile ensemble di Philippe-Gérard. In quel giorno vengono registrati brani destinati a una lunga vita come Rue de lappe, Si tu t’imagines e Barbara. Il primo a capire le potenzialità di Mouloudji è quel geniaccio della scena parigina che risponde al nome di Jacques Canetti, già direttore della scalcinata Radio Cité, scopritore di talenti e condottiero indiscusso del cabaret Les Trois Baudets, che lo scrittura e lo accompagna verso il successo. È proprio Canetti a convincerlo a registrare il brano Comme un p’tit coquelicot con il quale vince il Grand Prix de Disque nel 1953. Nonostante il successo Mouloudji non abbandona l’impegno politico e, in quegli anni che vedono i francesi impantanati nella guerra d’Indocina, mette le sue canzoni e la sua voce al servizio della causa antimilitarista. Nel 1954 incide Le déserteur, la canzone di Boris Vian ancora oggi considerata tra i brani più vivi del movimento contro ogni guerra. Lui la canta sul palco del Theatre de l’Oeuvre proprio il giorno in cui la guerra dell’Indocina si conclude con la sconfitta francese a Dien Bien Phu provocando uno scandalo. Censurata e messa al bando dalle radio allineate con il governo riesce comunque a essere diffusa dalle antenne di Europe 1. Da quel momento il suo nome resta per sempre legato a questo brano sia per chi lo seguirà con simpatia e passione nella sua carriera che per il potere politico e per l’industria discografica che non perderanno occasione per censurarlo ed emarginarlo.
17 gennaio, 2012
18 gennaio 1926 - Italia Vaniglio, una voce da swing
Il 18 gennaio 1926 a Pola, oggi in Croazia, nasce la cantante Italia Vaniglio, registrata all'anagrafe con il nome di Itala Vaniglio. È soltanto quattordicenne quando fa il suo debutto nell'avanspettacolo e nel 1942, a soli sedici anni, diventa popolarissima con l'orchestra di Alberto Semprini interpretando canzoni come L'usignolo triste e Nebbia. Interprete swing di grande talento dopo la fine del secondo conflitto mondiale e la Liberazione riprende a cantare con il Trio Gambarelli dai microfoni di Radio Tricolore. Il suo repertorio è prevalentemente impostato su canzoni jazzistiche e swingate. Ha anche l'occasione di esibirsi con l'orchestra del grande Duke Ellington in una sua fortunata tourneè italiana. Nei primi anni Cinquanta pubblica con l'orchestra del Maestro Piero Rizza brani divertenti come Ho un sassolino nella scarpa e Mamma voglio anch'io un fidanzato. Nel 1953 interrompe l'attività per sposare l'attore Febo Conti ma successivamente ritorna a cantare con musicisti illustri come il chitarrista Franco Cerri o i jazzisti Glauco Masetti e Romano Mussolini.
16 gennaio, 2012
17 gennaio 1937 - Ted Dunbar, un chitarrista senza paraocchi
Il 17 gennaio 1937 nasce a Port Arthur, in Texas, il chitarrista e compositore Ted Dunbar. Il suo vero nome è quello di Earl Theodore Dunbar e ha avuto una grande importanza nella storia del jazz non soltanto perchè ha fatto parte dei gruppi più significativi del be-bop, ma per la sua capacità di non farsi ingabbiare dalle mode e dai generi. Tra il 1955 e il 1959, dopo un periodo passato tra gruppi di strada e da ballo suona nelle jazzband della Texas Southern University. In quegli anni oltre alla chitarra si sperimenta in altri strumenti come la tromba e il trombone a pistoni. Negli stessi anni ha l'occasione di fare esperienza anche con le orchestre di Arnett Cobb, Don Wilkerson e Joe Turner. Nel 1959 termina l'università laureandosi in farmacia e contemporaneamente lavora sulle nuove teorie d'improvvisazione ipotizzate da George Russell con il suo trattato sul concetto cromatico Lidio di improvvisazione tonale. In questa avventura gli è compagno il trombonista David Baker. Tra il 1962 e il 1963, suona nel gruppo di Wes Montgomery e successivamente, tornato in Texas si esibisce con personaggi come Red Garland, Fathead Newman, Billy Harper e James Clay. Nel 1966 va a New York. Qui dà una prova della sua ecletticità suonando negli spettacoli di Broadway, allo Shakespeare Festival di New York, in concerti classici e iniziando anche a insegnare chitarra in vari seminari e nei laboratori del Jazzmobile e di Jazz Interaction. Tra il 1969 e il 1970 suona nel Ron Jefferson Choir poi se ne va per tre anni nell'orchestra di Gil Evans. Negli anni Settanta lavora con Sonny Rollins, Ron Carter, Billy Harper, Joe Newman, Roy Haynes, Frank Wess, Frank Foster, Richard Davis, i fratelli Heath e molti altri. Negli anni seguenti pubblica vari testi di teoria musicale e di metodo per chitarra. Muore il 29 maggio 1998.
15 gennaio, 2012
16 gennaio 1957 - Apre il Cavern
Il 16 gennaio 1957 Alan Sytner apre a Liverpool il Cavern, un locale d'intrattenimento musicale. L'apertura avviene con un concerto della Merseysippi Jazz Band. Per alcuni mesi viene considerato il tempio del jazz. I primi a rompere con la tradizione sono i Quarry Men di John Lennon che, nell'agosto dello stesso anno, suonano per la prima volta un paio di brani di rock and roll suscitando le ire di Sytner. Con il passare del tempo e il mutare dei gusti musicali, il locale cambia rotta sostituendo al jazz i suoni e i ritmi del beat. Oltre ai Beatles si può dire che tutti i gruppi protagonisti del Liverpool Sound debuttano in quello strano locale senza finestre. Con il passare degli anni, però, la situazione economica del Cavern tende a peggiorare. Su richiesta di un gruppo di creditori il 22 gennaio 1966 viene accertato che il carico di debiti della sua gestione supera ormai le diecimila sterline. Sei giorni dopo alla proprietà non resta altra scelta che chiudere. La vicenda, così rapida nella sua evoluzione, suscita sospetti, anche perché da tempo l'edificio è al centro di un braccio di ferro della proprietà con le autorità comunali, intenzionate a demolirlo per far posto a un nuovo tratto della metropolitana. La rovina finanziaria e la sua chiusura rendono dunque possibile l'abbattimento dello stabile. Per scongiurare il pericolo viene lanciata una petizione per chiedere che l'edificio venga dichiarato "monumento d'interesse culturale". Nonostante le migliaia di firme raccolte le autorità cittadine non sembrano intenzionate a cambiare idea. Per questa ragione il 1° marzo 1966 alcuni gruppi di giovani decidono l'occupazione simbolica del Cavern. In poche ore viene loro notificata l'ordinanza di sgombero immediato, sostenuta da uno schieramento impressionante di polizia. La notizia fa rapidamente il giro della città e in breve tempo i cento occupanti iniziali diventano dieci, venti volte di più. Le strade che portano al Cavern vengono chiuse da improvvisate barricate e per ore si susseguono gli scontri e i tentativi di sfondamento. Verso sera la polizia si ritira. Non tornerà più. L'edificio non sarà abbattuto e il locale verrà nuovamente riaperto nel mese di luglio con una cerimonia ufficiale cui parteciperà in prima persona anche il primo ministro britannico Harold Wilson.
14 gennaio, 2012
15 gennaio 2001 - Wikipedia viene messa in rete
Il 15 gennaio 2001 viene messa in rete per la prima volta Wikipedia, un progetto che ha lo scopo di mettere a disposizioni di tutti un'enciclopedia libera e "universale", sia per l'ampiezza che per la profondità degli argomenti trattati. Essa viene descritta da Jimmy Walesw, uno dei suoi fondatori, come «...uno sforzo per creare e distribuire un'enciclopedia libera della più alta qualità possibile ad ogni singola persona sul pianeta nella sua propria lingua...» Il suo nome unisce la parola "wiki", che in hawaiano significa "veloce" e "pedia" un suffisso tratto dalla parola con la quale nel greco antico veniva definito il termine "insegnamento".
13 gennaio, 2012
14 gennaio 1967 - Lo Human Be In, il primo Festival Rock
Il 14 gennaio 1967, a Golden Gate Park in San Francisco, si svolge lo "Human Be In", un evento considerato il primo vero Festival Rock della storia. Tra i promotori c'è anche Timothy Leary, fondatore della rivista di contro-cultura "San Francisco Oracle". Lo Human Be In mescola musica, poesia e psichedelia. Migliaia di giovani ascoltarono poeti come Allen Ginsberg declamare le loro opere dal palco assumendo gli acidi lanciati dal palco da Augustus Owsley Stanley III, un chimico di San Francisco considerato tra i veri artefici della psichedelia statunitense. Oltre alla poesia c'è la musica. In quella giornata suonano i Jefferson Airplane, i Grateful Dead di Jerry Garcia e i Qucksilver Messenger Service. Inizia così quello che verrà ritenuto un anno magico e ricchissimo dal punto di vista musicale.
12 gennaio, 2012
13 gennaio 1964 - La rivoluzione della minigonna
Il 13 gennaio 1964 in Gran Bretagna viene messa in vendita la minigonna. La sua ideatrice si chiama Mary Quant ed è una ragazza sveglia che sbarca il lunario facendo la modella e disegnando vestiti in un’epoca in cui il termine “stilista” non è ancora stato inventato. In possesso di un diploma specifico conseguito al Goldsmith College of Art pensa di trasformare in un’attività lavorativa quello che fino a quel momento è stato per lei un hobby e apre a Londra in King’s Road la Boutique Bazar. Proprio lì disegna il primo abito corto o, come dice lei, dà il primo taglio di forbice alle lunghe e scomode gonne sotto al ginocchio. È l’inizio di una vera e propria rivoluzione. Mary Quant, fedele al suo personaggio anticonformista si mostra sorpresa dall’interesse che circonda la sua creazione. Proprio in quel periodo rilascia una dichiarazione che sembra un modo di schernirsi, ma in realtà è la vera spiegazione del successo della minigonna: «Non sono io a creare quella che voi chiamate la mia moda. Le vere creatrici sono le ragazze che la indossano, le stesse che vedete per le strade e si inventano ogni giorno una variante diversa». Racconta anche che l’idea le è venuta una sera osservando le ragazze ballare alla taverna del Savoy: «Le ho viste con quelle sottane sotto al ginocchio che facevano una fatica terribile a tenersi in piedi con quel ritmo forsennato». Un taglio e via! Dalla Gran Bretagna si diffondono poi in tutto il mondo diventando il simbolo di una generazione. Sempre più corte le minigonne cambiano anche il modo di camminare, di sedersi, di stare con gli altri. Attorno a questo indumento si modificano anche gli altri accessori. Le ragazze le indossano con cinture alte o semplici ritagli di stoffa fascianti per evidenziare la vita e i fianchi. Le scarpe si arricchiscono di zeppe massicce, mentre scompaiono la sottoveste e i reggicalze. Un accessorio medicale, come i collant, ideato per contenere le gambe stanche e doloranti delle nonne, acquista nuovi colori, si fa leggerissimo e diventa una componente fondamentale del guardaroba delle nipotine. Anche gli stivali alti, spesso verniciati in bianco o in nero, diventano uno strumento di provocazione, un modo per far sembrare ancora più lunghe quelle gambe esposte alla vista. La rivoluzione non lascia intatto nessun santuario. La biancheria intima si fa pratica e, in molti casi inutile. Il reggiseno diventa un fastidioso orpello e la sottoveste un reperto storico da lasciare alle madri e alle vecchie zie. Anche le lunghe sedute dal parrucchiere sono fuori moda. Basta con le fastidiose messe in piega, niente più boccoli, i capelli si portano lisci, lunghi sulle spalle oppure corti e a caschetto.
12 gennaio 1971 - Addio Captain John Handy!
Il 12 gennaio 1971 muore Captain John Handy, un pezzo di storia del jazz e del rhythm and blues. Il sassofonista e clarinettista si spegne a Pass Christian, in Mississippi, la città dove era nato il 24 giugno 1900. Comincia a suonare da bambino sotto la guida del padre violinista. La prima band di cui fa parte, infatti, è quella paterna, nella quale suonano altri due suoi fratelli, Sylvester al basso e Julius alla chitarra. A Captain tocca la batteria, il suo primo strumento che abbandona poi per il clarinetto. Nel 1918 si trasferisce a New Orleans dove trova un ingaggio come clarinettista nell'orchestra di Tom “Kid" Albert. Suona poi il clarinetto con quasi tutti i leader più importandi del periodo come Amos Riley, Chris Kelly, Kid Rena, John Casimir e molti altri conquistandosi una vasta popolarità. Verso la metà degli anni Venti è a capo di una propria orchestra che si esibisce con regolarità all'Entertainers’ Club, uno dei più eleganti cabaret di New Orleans. In quell'esperienza può contare su una spalla di tutto rispetto come il trombettista Red Allen. Entra poi a far parte dell'ensemble di Tut Johnson con cui suona per due anni circa a Baton Rouge. Nel 1929 si aggrega al trombettista Kid Howard e all'inizio degli anni Trenta forma i Louisiana Shakers, un gruppo di rhythm and blues che riscuote un notevole successo commerciale negli anni della depressione e nel quale Captain John Handy è solista di sax alto, strumento che da quel momento diventa il suo preferito. Pur con varie interruzioni è ancora attivo negli anni Sessanta, esibendosi sia con l'orchestra di Kid Sheik che alla testa di proprie formazioni Alla sua morte viene definito come «...uno dei migliori musicisti affermatisi in seno al New Orleans revival».
10 gennaio, 2012
11 gennaio 2003 - I So Solid Crew accusati di fomentare la violenza
L'11 gennaio 2003 i giornali danno conto di un'insolita polemica. In linea con le posizioni guerrafondaie e disattente sul piano sociale del suo governo, la ministra della cultura della Gran Bretagna, Kim Howells, interpellata in un’intervista radiofonica per commentare l’assassinio di due ragazze a Birmingham durante lo scontro con armi da fuoco tra due gang rivali, non ha trovato di meglio che puntare l'indice contro la black music. Il degrado delle periferie? La crisi dei rapporti sociali? Il crescente razzismo? La violenza? Tutta colpa della musica e dei So Solid Crew. «Gli eventi di Birmingham sono il sintomo preoccupante di un degrado serio» Ha dichiarato il ministro che per evitare di essere frainteso (casomai qualcuno pensasse che la colpa sia della politica sociale del governo Blair) ha immediatamente additato i responsabili esprimendo grave preoccupazione per «…i testi pieni d’odio che questi macho idioti cantano. Idioti come i So Solid Crew glorificano la cultura della pistola e della violenza. È un fatto preoccupante e dobbiamo renderlo noto». Dunque, per risolvere il problema delle periferie delle metropoli e le frange violente che abitano il disagio giovanile l'unica soluzione è spegnere la radio. Questa curiosa teoria aveva già avuto un sostenitore nel commissario della polizia metropolitana Tarique Ghaffur per il quale la musica dei So Solid Crew è alla base dell'alienazione dei giovani perché «li incoraggia a usare le armi». Presi in mezzo i So Solid Crew negano qualsiasi legame tra la loro musica e l’aumento di violenza in un’intervista al quotidiano The Guardian: «La povertà, il crimine e l’abuso di cocaina aumentano. Nella loro musica i So Solid Crew descrivono soltanto quello che vedono». Più pesanti ancora le reazioni di Conor McNicholas, editore del prestigioso New Musical Express, che definisce le dichiarazioni del ministro “profondamente razziste” e nate dall'ignoranza. «Occorre essere chiari - ha spiegato il giornalista - La "gun culture" è una conseguenza della povertà urbana, non una causa e la musica riflette l’esperienza dei ragazzi che vivono questi problemi».
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