22 settembre, 2018

22 settembre 1937 - Ennio Sangiusto, il triestino che importa il twist

Il 22 settembre 1937 nasce a Trieste Ennio Reggente, destinato a godere di una buona popolarità negli anni Cinquanta con il nome d'arte di Ennio Sangiusto. Muove i suoi primi passi artistici nella sua città, dove frequenta corsi di canto, musica e danza. Per lungo tempo non si muove da Trieste dove s'accontenta di sbarcare il lunario esibendosi in vari locali che quasi mai lo pagano in denaro. Il suo destino sembra cambiare quando riesce a strappare un regolare contratto dalla sede triestina della Rai che lo scrittura come cantante melodico - moderno. La routine quasi impiegatizia, però, non fa per lui. Appena ha racimolato il denaro necessario saluta tutti e se ne va. Il suo lungo girovagare per l'Europa si ferma a Marsiglia dove, più per necessità che per aspirazione, decide di fermarsi per qualche tempo. Per sopravvivere accetta di esibirsi in veste di cantante e ballerino in locali non proprio di prim'ordine. Qui incontra strumentisti che propongono i nuovi ritmi che arrivano d'oltreoceano e modifica profondamente il suo repertorio. Il vecchio cantante melodico moderno lascia spazio a un brillante intrattenitore capace di confrontarsi con melodie e ritmi che affondano le loro radici nel repertorio tradizionale afrocubano e nelle sonorità derivate dal jazz strumentale. A Marsiglia impara anche il twist, una nuova danza arrivata dagli Stati Uniti dove è stata lanciata dal nero Chubby Checker. Quando ancora nessuno crede che quel "movimento selvaggio" possa attecchire in Italia, lui ne diffonde i passi e ne interpreta le prime canzoni, anche se negli anni successivi altri si attribuiranno il merito dell'affermazione del twist nel nostro paese. La sua carica di simpatia e la sua voce molto ritmata ne fanno l'interprete ideale di una lunga serie di brani destinati al successo. Scanzonato e sorridente non pare mai prendersi sul serio, quasi che cantare e ballare sia per lui più un'esigenza personale che una professione. Indimenticabili restano le sue interpretazioni di brani come Ay che calor, una sorta di cha cha cha dalle accentuate sfumature melodiche e, soprattutto, la curiosa versione di Lanterna blu, un vecchio slow ripresentato nell'inedita veste di un samba melodico. All'inizio degli anni Sessanta sotto l'incalzare di nuove mode la sua popolarità inizia declinare. Tenterà di risalire la china nel 1963 partecipando al festival di Sanremo con un paio di canzoni tra cui l'innovativa e ironica La ballata del pedone una sorta di sceneggiata in musica che viene sonoramente bocciata dalle giurie.


21 settembre, 2018

21 settembre 1980 - Un brutto segnale per Bob Marley

La mattina del 21 settembre 1980 Bob Marley è a New York, dove la sera prima si è esibito al Madison Square Garden. Sua moglie Rita gli chiede di accompagnarla, come ogni giorno, a una funzione nella Chiesa Ortodossa d’Etiopia della città, ma Bob risponde che non se la sente. Non sta bene. Si sente strano e molto confuso. Deciso a scuotersi dallo strano torpore che lo opprime chiede a un gruppo di tecnici e compagni di tournée di accompagnarlo a fare un po’ di jogging nel Central Park. Sta correndo da qualche minuto quando, improvvisamente, cade a terra privo di sensi. Soccorso dagli amici che lo stanno accompagnando si riprende ma è profondamente turbato e sente il collo irrigidirsi in una posizione innaturale. Viene visitato da un’équipe medica che gli diagnostica quello che probabilmente Bob intuiva già da tempo: il suo cervello è stato aggredito da una massa tumorale. I medici sono ugualmente spietati per quel che riguarda la probabile evoluzione della malattia: la sua speranza massima di vita è di tre settimane. Marley accoglie in silenzio la sentenza. Non fa commenti e decide di continuare il tour statunitense e di partire ugualmente per Pittsburg dove è programma il concerto successivo a quello di New York. Quando Rita viene a conoscenza della sua condizione cerca in tutti i modi di impedire l’esibizione, ma invano. Nonostante il dolore Bob resterà sul palco per un'ora e mezza. Le sue condizioni di salute peggioreranno rapidamente tanto da vincerne anche la cocciuta determinazione ad andare avanti. Il tour verrà sospeso con un comunicato stampa che attribuirà la cancellazione delle date restanti a un non meglio precisato “stato d’esaurimento” di Bob Marley. Da quel momento inizierà una solitaria battaglia contro la morte affidandosi quasi esclusivamente sulla sua volontà e sulle risorse interiori di cui dispone. Smentirà le previsioni dei medici che gli avevano dato solo tre settimane di vita, ma non ce la farà a sconfiggere la malattia.

20 settembre, 2018

20 settembre 1950 – Nasce Loredana Berté

Il 20 settembre 1950 a Bagnara Calabra, in provincia di Reggio Calabria, nasce Loredana Berté. La ragazza debutta giovanissima sulle scene come corista e ballerina nel gruppo delle Collettine che accompagna Rita Pavone. Successivamente partecipa a musical come "Orfeo 9", "Ciao Rudy" e la versione italiana dello scandaloso, per l’epoca, "Hair". Nel 1974 il suo primo album come solista, Streaking, suscita accese polemiche per la foto di copertina che la ritrae nuda e per gli accenni di turpiloquio in alcuni brani. Interprete inquieta fa della provocazione una costante della sua carriera, incorrendo spesso nei fulmini della censura. Non fa eccezione il suo primo singolo di successo, Sei bellissima, per lungo tempo escluso dalle programmazioni radiofoniche e televisive della Rai a causa del testo, giudicato troppo audace. La definitiva consacrazione arriva nel 1979 con il grande successo commerciale dell'album Bandabertè, trascinato dal reggae del singolo E la luna bussò. Nel 1982 vince il Festivalbar con Non sono una signora e, nell'autunno dello stesso anno, pubblica l'album Traslocando che, tanto per cambiare, suscita polemiche per la copertina in cui compare vestita da suora e truccata di tutto punto. Si conferma poi interprete di valore con canzoni di notevole spessore musicale e artistico, ma all’inizio degli anni Novanta vari problemi personali si sommano alla fama di “personaggio scomodo” fino a renderle sempre più difficili i rapporti con il mondo discografico italiano. Nonostante tutto si riprende e prosegue con successo in una carriera che sembra non finire più.

19 settembre, 2018

19 settembre 1960 - Arriva il twist

Il 19 settembre 1960 Chubby Checker, uno dei tanti sconosciuti cantanti dell'etichetta Cameo-Parkway, entra per la prima volta nella classifica dei dischi più venduti negli Stati Uniti con la canzone The twist, destinata a cambiare per sempre la sua vita. Il ragazzone nero non doveva neppure interpretare quel brano, originariamente registrato da Hank Ballard. La fortuna ci mette, però, lo zampino. Tutto inizia quando Chubby, che in quel periodo si chiama ancora Ernest Evans, sta bighellonando negli studi di registrazione del programma televisivo "American bandstand". Proprio mentre è lì Hank Ballard comunica che non può arrivare in tempo per cantare The twist. Il presentatore Dick Clark chiede se sul posto ci sia qualcuno in grado di sostituirlo. Le alternative possibili risultano due: Danny & the Juniors e Chubby Cheker. La scelta cade su Chubby. Sulla base registrata dai musicisti dello show il ragazzone fa del suo meglio per non sfigurare. Da quel momento diventa il profeta del twist, un ballo che fa impazzire il mondo e che lui descrive così: «Il twist è talmente facile che non lo puoi insegnare. All'inizio ti devi mettere nella stessa posizione di un pugile all'inizio dell'incontro, poi devi muovere le anche come se ti stessi strofinando il corpo con un asciugamano e mentre il corpo si muove avanti e indietro, le braccia fanno lo stesso nella direzione opposta. Il twist è tutto qui». Già, è tutto lì. Forse proprio per la sua semplicità il ballo, nato da una variazione del preesistente Jive, diventa in una mania sconvolgente, una moda che non conosce confini. Sulle sue ali Chubby Cheker gira il mondo intero mentre anche il cinema sfrutta la sua popolarità chiamandolo a interpretare film come "Twist around the clock" e "Don't knock the twist". Nonostante tutto, però, il ballo che lo porta al successo finirà per trasformarsi in una condanna. Nella sua carriera tenterà varie strade ma non riuscirà mai a scrollarsi di dosso l'etichetta di "re del twist".


18 settembre, 2018

18 settembre 1926 – Enrico Maria Salerno, la voce di Cristo e di Clint Eastwood

Il 18 settembre 1926 nasce a Milano Enrico Maria Salerno. È ancora studente quando per seguire il desiderio di fare l’attore comincia muovere i primi passi nel mondo del teatro della sua città e nel 1949 ottiene la sua prima scrittura regolare con la Compagnia Adani-Tofano-Cimara. Negli anni seguenti passa dal Piccolo Teatro di Milano dove interpreta “La morte di Danton”, al Piccolo Teatro della Città di Roma e, a partire dal 1954, al Teatro Stabile di Genova dove ottiene eccellenti critiche in opere di Cechov, Dostojevskij, Pirandello e altri autori importanti. Negli anni Cinquanta inizia a lavorare anche nel cinema dove dopo essersi fatto conoscere per in una serie di lungometraggi di genere viene scritturato per uno dei ruoli principali nel film Estate violenta di Valerio Zurlini. Nel 1960 con Gino Cervi, Marcello Mastroianni, Nino Manfredi, Giancarlo Sbragia e Arnoldo Foà dà vita al primo vero Sindacato degli attori Italiani. Ormai considerato uno dei grandi personaggi dello spettacolo italiano alterna gli impegni teatrali con quelli televisivi e cinematografici. Nel cinema oltre che come attore, ottiene un buon successo come doppiatore (è sua la voce di Clint Eastwood nella “trilogia del dollaro di Leone” e quella di Cristo ne Il Vangelo Secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini) e come regista. Muore a Roma il 28 febbraio 1994 dopo aver interpretato centodue spettacoli teatrali, novantadue film per il grande schermo e un’infinità di spettacoli per la televisione.

17 settembre, 2018

17 settembre 1952 - Leonard V. Bechet, dentista e trombonista

Il 17 settembre 1952 muore nella sua città natale, cioè a New Orleans, in Louisiana, il trombonista Leonard V. Bechet. Nato il 25 aprile 1877 è il fratello del clarinettista Sidney Bechet, più popolare di lui. Di lui non si sa molto. All’inizio del Novecento è il leader della Silver Bells Band, un ensemble che si esibisce a New Orleans dal 1903 al 1907. Poi divide la passione musicale con il mestiere di dentista. Negli anni Venti è il direttore e leader della Young Superior Brass Band, un’orchestra che oltre a lui comprende il trombettista Arthur Derbigny, il clarinettista Andrew Morgan, il banjoista Whitey Arcenaux, il bassista (contrabbasso e tuba) Tommy Hudson e il batterista Arthur Joseph.


15 settembre, 2018

16 settembre 2005 – Nome e cognome di Ligabue

«Ognuno di noi è la somma di tutti i momenti della propria vita. Quel risultato è, nel bene e nel male, unico». Scandisce bene le parole il Liga, per non essere frainteso perché vuol far capire che nel nuovo album c’è lui e la sua vita. Si intitola Nome e Cognome, ed esce il 16 settembre 2005 con qualche brano anticipato dal vivo in un concertone tenuto il 10 settembre a Reggio Emilia e un singolo, Il giorno dei giorni, già in rotazione sulle radio da una settimana. A distanza di tre anni e mezzo da Fuori come va il rocker emiliano ci riprova. Non è la prima volta che Ligabue si racconta nelle canzoni, anzi si può dire che gli spunti biografici siano un po’ la specialità delle sue storie in musica. Questa volta però le emozioni, le riflessioni e qualche considerazione sembrano prevalere sul gusto dell’affabulazione e del racconto. In qualche momento rischiano addirittura di essere eccessive tanto da far apparire il Liga nel ruolo inusuale di predicatore dispensatore di consigli. Forse questo è un po’ il limite di un disco nato dall’esigenza del cantautore di fare un punto sulla propria vita. Più che un’autobiografia sembra un’istantanea scattata con una macchina fotografica non digitale. Un autoritratto? Lui non si schernisce per il paragone perché in fondo «ogni artista, quando si esprime, disegna il proprio autoritratto. È un autoritratto “interno”, l’autoscatto alla propria anima. Mi è capitato di farlo anche in passato, quando ripenso ai miei dischi precedenti, ai temi che contengono mi sembra proprio di vedere delineati i miei tratti, la mia vita di allora…». Questa volta, però, la scelta autobiografica sembra rispondere a un disegno voluto che si intuisce anche dal punto di vista musicale nei passaggi morbidamente liquidi che sembrano sottolineare i momenti più intimamente emotivi dell’album. Sono sfumature che non passano inosservate quando la struttura musicale è quella classica del rock con chitarra, basso, batteria e giusto qualche sprazzo di tastiere. Siamo sul terreno del rock mainstream, quello in cui Ligabue da sempre si trova a suo agio, ma il tocco appare più delicato del solito e, in qualche caso, addirittura struggente, come in Lettera a G. in cui il Liga riflette sulla vita e sulla morte: «G. era un cugino, ma era come se fosse un fratello per me. È lo stesso di cui ho parlato in “Una delle storie d’amore di Via Cairoli”, un racconto di “Fuori e dentro il Borgo”. Siamo stati bambini insieme, adolescenti insieme, adulti insieme. Abbiamo avuto gli stessi sogni, gli stessi desideri e, a volte, le stesse ragazze. In questi anni ho visto andarsene prima mio padre, poi qualcuno che ha condiviso il palco con me e ora G. La sua morte mi ha spinto a una profonda riflessione sulle strade che prende la vita…». Nell’album c’è anche una chissà quanto involontaria risposta/citazione al Jannacci di Ci vuole orecchio, in Vivere a orecchio, una tirata un po’ funk che inneggia alla sua voglia di percorrere le strade della vita senza lasciarsi condizionare da altri con la capacità di «metterci tutto/e forse stonare di brutto…». Il buon Luciano sostiene che si tratta di «…una canzone dove racconto la mia maggior ambizione, il traguardo verso il quale cerco di pedalare da una vita: vivere a orecchio, senza spartiti o ricette prescritte da altri…». Il Ligabue-pensiero con la solita voglia di essere un po’ profeta e un po’ chiassoso amicone trova spazio anche in brani come il già citato singolo Il giorno dei giorni, dove torna l’ossessione di vivere intensamente senza sprecare un attimo del proprio tempo e la consapevolezza che si può vivere così solo «…se sei di fianco alla persona giusta…». Simile nel titolo, ma non nel clima musicale è Giorno per giorno, mentre Happy Hour gioca con i paradossi del «si dice che…», una frasettina che può cambiare una vita. Molto più interiori appaiono Cosa vuoi che sia e anche l’innodica Le donne lo sanno. In un disco così intimista non poteva mancare l’amore. Il Liga lo attraversa spaziando dall’ossessione febbrile di un uomo la cui donna passa la notte con un altro in È più forte di me, alla pace del sentimento appagato di Sono qui per l’amore, passando per l’incontro tra due anime che si ritrovano dopo una burrascosa separazione in L’amore conta. L’album è stato registrato a Correggio con l’inusuale presenza di ben due co-produttori. Allo storico collaboratore Fabrizio Barbacci si è aggiunto, infatti, anche Luca Pernici. Tre capocce per un disco solo non sono un po’ troppe? «Beh – confessa Ligabue - vista dopo questa idea dei due co-produttori è stata forse azzardata ma alla fine si è rivelata vincente. Devo confessare che tre teste per pensare a un solo album in certi momenti sono sembrate anche a me troppe, ma sentivo il bisogno di aprire gli orizzonti, di provare qualcosa di nuovo, di aggiungere quella testa in più che potesse mettere in discussione il nostro metodo abituale». Infine il titolo Nome e Cognome vuole essere un manifesto, un segno per difendere l’unicità di ogni persona: «Si affannano a metterci tutti dentro grandi contenitori appiattenti: generazione, pubblico, audience, gente… E poi a fianco di parole così generiche si mettono un paio di aggettivi pretendendo di descriverci tutti: la generazione annoiata, sognatrice, rassegnata e via così. Io credo che chiamare gli uomini e le donne per Nome e Cognome sia un gesto di rispetto verso la diversità e la storia personale di ciascuno…».

15 settembre 1965 - Muore Steve Brown, il campione dello slap

Il 15 settembre 1965 muore all'età di settantacinque anni il contrabbassista Steve Brown, all'anagrafe Theodore Brown, fratello minore del trombonista Tom Brown. Protagonista di primo piano del revival dixieland degli anni del dopoguerra, si fa notare per la prima volta nel 1923 quando sostituisce il contrabbassista Arnold Loyacano nell'orchestra dei New Orleans Rhythm Kings. Nello stesso periodo suona anche con il gruppo del cornettista Murphy Steinberg al "Midway Gardens" di New Orleans. All'inizio degli anni Trenta se ne va a Detroit dove ha modo di allargare la sua popolarità con vari gruppi, alcuni dei quali lo vedono nel ruolo del leader. Verso la metà degli anni Cinquanta si unisce alla band del fratello Tom senza però rinunciare a qualche esperienza autonoma. Legato agli schemi del jazz più morbido e tradizionale è uno dei campioni della tecnica contrabbassistica dello "slap" tanto che c'è chi lo definisce, a torto, «l'inventore dello slap». Che cos'è lo slap? La parola, che significa "schiaffo", indica una tecnica particolare per suonare il contrabbasso nata all'inizio del secolo e che consiste nello "schiaffeggiare" corde e cordiera dello strumento sui tempi pari della battuta in 4/4 dopo aver pizzicato la nota sui tempi dispari. Quando lo slap viene dato "in levare" fra tutti e quattro i tempi della battuta si crea una sorta di raddoppio del tempo iniziale. Brown, dunque, non l'ha inventata, visto che esiste già quando lui inizia a suonare, ma ne ha sviluppate le possibilità. Non si limita, infatti, a utilizzare lo slap in modo rigido, ma ne fa una componente sonora dell'esecuzione. Invece di pizzicare le corde trasversalmente, lo fa tirandole verso l'esterno in modo che la corda ribatta contro la cordiera producendo, oltre alla nota voluta, un rumore secco come una frustata. È ancora oggi possibile verificarne l'efficacia in brani divenuti leggendari come Dinah o My pretty girl da lui registrati con l'orchestra di Goldkette.




13 settembre, 2018

14 settembre 1968 – Un giocatore di flipper sordo, muto e cieco

«So che non mi crederà nessuno, ma io sto davvero pensando di scrivere un’opera rock che abbia per protagonista un giocatore di flipper sordo, muto e cieco. Non sto scherzando, anche se per ora è solo un’idea che ho in testa. Non c’è niente di definito». In questa dichiarazione, rilasciata il 14 settembre 1968 alla rivista Rolling Stone, Pete Townshend, chitarrista e leader degli Who annuncia in anteprima la sua intenzione di comporre “Tommy”, un affresco musicale destinato a entrare nella storia del rock. Come spesso accade la notizia passa inosservata perché nessuno se la sente di prenderla sul serio. Dopo la pubblicazione, da parte dei Beatles, di Sgt. Pepper’s lonely hearts club band molti gruppi hanno iniziato a considerare gli album non più come un contenitore per tante canzoni slegate tra loro, ma come uno spazio per brani diversi legati da un filo conduttore. Gli stessi Who con Sell out sembrano aver voluto raccogliere la sfida lanciata dai quattro baronetti di Liverpool. Proprio mentre sta parlando con i giornalisti dell’ultimo lavoro del gruppo Pete Townshend accenna alla sua intenzione di sfruttare meglio e in modo originale la dimensione del concept-album, ritenendo l’esperienza dell’album Sell out un punto di passaggio, non un approdo definitivo. I giornalisti che lo ascoltano si appuntano le considerazioni generali ma ritengono che la storia del giocatore di flipper muto, cieco e sordo sia una delle tante stramberie provocatorie tipiche degli Who e non gli danno peso. Hanno torto. Profondamente influenzato dalle filosofie orientali e dalla dottrina del guru indiano Meher Baba, il musicista sta vivendo un periodo di grandi cambiamenti e di ricerca artistica. L’indifferenza dei giornalisti lo ferisce. A parte qualche accenno generico evita di parlare ancora del progetto e lavora in silenzio a Tommy che vede la luce nel 1969. Proprio come anticipato l’opera rock narra la storia di un ragazzo divenuto sordo, cieco e muto in seguito a un trauma infantile che, inaspettatamente diventa un asso del flipper. La vicenda affascinerà anche il regista Ken Russell che cinque anni dopo la trasformerà in un geniale e visionario film.


13 settembre 1997 – Muore Georges Guétary, il re dell’operetta francese

Il 13 settembre 1997 a Mougins, nelle Alpi Marittime, una crisi cardiaca spegne per sempre la voce e la vita del re dell’operetta francese. All’epoca in cui inizia a cantare quelli come lui vengono ancora chiamati “tenorini” con un termine italiano che per secoli è stato utilizzato così, senza traduzione, in tutto il mondo. Poco considerati dai puristi e dagli appassionati di lirica nei primi anni del Novecento erano destinati, se bravi, a diventare protagonisti sui palcoscenici dell’operetta considerati una sorta di paradiso minore dai conservatori. In realtà proprio su quelle scene si stavano mettendo le basi alle moderne commedie musicali, quelle che gli anglosassoni chiamano musicals, cioè a una forma di mescola tra musica, spettacolo, teatro e canzone destinata a rifulgere di gloria internazionale dalla seconda metà del Novecento in poi. L’immigrato greco-egiziano Guétary frutto, come Georges Moustaki, di una delle tante migrazioni interne all’Impero Ottomano, oltre alla voce da “tenorino” ha anche un talento quasi istintivo nel canto a “mezza voce”, un altro termine universale di origine italiana che definisce la capacità di emissione smorzata del suono. Per evitare, però, il rischio che le descrizioni tecniche troppo insistite finiscano per mettere un po’ in ombra la sostanza delle qualità del personaggio, è necessario ricordare che, grazie alle sue particolari qualità vocali e a una presenza scenica che si è alimentata allo charme da tombeur de femmes, Georges Guétary per più di sessant’anni ha saputo rappresentare il punto di contatto tra gli chansonniers e la tradizione. Interprete di grande fascino, nel corso della sua carriera è riuscito a passare con disinvoltura da Trenet a Offenbach, da Aznavour a Brahms, a Granados, unificando nella sua interpretazione culture musicali diverse in un mélange di grande suggestione nel quale le differenze hanno finito per trasformarsi in una ricchezza e non in una barriera. Il futuro Georges Guétary nasce ad Alessandria d’Egitto l’8 febbraio 1915 con il nome di Lambros Worloou. I suoi genitori appartengono alla numerosa colonia di greci trasferitisi nella grande città egiziana nel periodo in cui gran parte delle aree mediorientali e del nordafrica è sotto il dominio dell’Impero Ottomano. Il loro sogno è quello di vedere il piccolo Lambros diventare un pezzo grosso dell’economia. Per questa ragione nel 1937, quando ha diciassette anni, lo spediscono in Francia con i soldi necessari a completare gli studi in materia di commercio internazionale. Per evitare che si senta troppo solo e per ogni altra necessità gli consigliano di prendere contatto con uno zio che si chiama Tasso Janopoulo che di mestiere fa il pianista nelle sale da concerto e in quel periodo è l’accompagnatore fisso di Jacques Thibaud, uno dei più popolari virtuosi del violino dell’epoca. L’incontro con lo zio finisce per cambiare la sua vita. Grazie a lui, infatti, il giovane Lambros entra in contatto con il mondo dello spettacolo della capitale e inizia a diventare una presenza fissa nei locali in cui i musicisti si ritrovano a notte fonda quando hanno finito di suonare. Proprio in uno di questi incontri un giorno, un po’ per gioco e un po’ per curiosità, si ritrova in piedi accanto al pianoforte a cantare una melodia tradizionale greca accompagnato dall’illustre parente. Tra i musicisti che l’ascoltano c’è la cantante lirica Ninon Vallin che resta colpita dall’esibizione: «Ragazzo mio, tu hai del talento. Dovresti coltivarlo invece di perdere tempo sui libri di una materia di cui non t’interessa niente…». Anche Jacques Thibaud si unisce all’invito e il ragazzo molla gli studi di commercio internazionale, che già frequentava con una certa fatica, e si dedica anima e corpo alla musica. Oltre ai corsi di canto tenuti dalla sua prima sostenitrice Ninon Vallin, prende lezioni d’armonia, solfeggio e pianoforte nella scuola Cortot-Thibaud e frequenta anche i corsi d’arte drammatica di René Simon. Nel 1938, quando non è ancora passato un anno dal suo arrivo a Parigi, è già stato scritturato come cantante dall’orchestra di Jo Buoillon. Qualche mese dopo, notato da Henri Varna, direttore del Casino de Paris, diventa uno dei boys della mitica Mistinguett. Quando la strada verso una carriera luminosa sembra ormai spianata arriva la guerra con l’occupazione nazista della Francia. Lambros, straniero e tutt’altro che bendisposto verso gli occupanti, abbandona precipitosamente Parigi e si rifugia nella zona di Tolosa dove lavora in un ristorante. Le sorprese non sono però finite. Proprio nel locale in cui lavora incontra il fisarmonicista Fredo Gardoni che gli chiede di unirsi a lui come cantante e gli fa incidere il primo disco della sua carriera. Per evitare storie con poliziotti e spioni gli chiede di scegliere un nome d’arte. Lambros diventa così Georges e il cognome Worloou viene sostituito da Guétary, il nome d’un paese basco. In quegli anni difficili lavoricchia nell’operetta e, soprattutto, conosce il compositore Francis Lopez destinato a diventare l’uomo chiave per la sua scalata al successo. Proprio lui, infatti scrive nel 1943 i brani Caballero e Robin de Bois che regalano a Guétary il primo grande successo. Dopo la Liberazione la sua popolarità si allarga al di là dei confini francesi. Le sue esibizioni entusiasmano il pubblico dei teatri di Londra e Broadway e attirano l’attenzione dei produttori cinematografici che nel 1945 gli affidano il ruolo del protagonista in “Le cavalier noir” un film ricco di canzoni composte dal suo amico Francis Lopez che ottiene un successo strepitoso. All’inizio degli anni Cinquanta Gene Kelly lo vuole con lui nella versione cinematografica del musical “Un americano a Parigi” di Vincente Minnelli premiata con sei Oscar. Georges Guétary è ormai una stella internazionale quando Maurice Lehmann lo convince a tornare in Francia per interpretare il protagonista nell’operetta “Pour Don Carlos” scritta quasi appositamente per lui dal suo amico Francis Lopez. Lo spettacolo, rappresentato per la prima volta il 17 dicembre 1950 al Théâtre de Châtelet, totalizza ben quattrocentoventi repliche. Il successo di “Pour Don Carlos” fa di Georges Guétary l’indiscusso re dell’operetta francese. Due anni dopo si ripete con “La route fleurie”, un altro lavoro con le musiche di Francis Lopez che viene rappresentato per la prima volta all’ABC il 19 dicembre 1952 e resta in cartellone per ben quattro anni. Alla fine degli anni Cinquanta chiude provvisoriamente la collaborazione con Francis Lopez e mette la sua popolarità al servizio di lavori decisamente più sperimentali dei precedenti come “La polka des lampions” di Gérard Calvi del 1961 e “Monsieur Carnaval” di Charles Aznavour nel 1965. Proprio queste due opere in particolare sembrano delineare una nuova strada per quella che alcuni critici cominciano a chiamare “commedia musicale alla francese”. Dopo “Monsieur Pompadour” del 1971 Georges Guétary pensa sia venuto il tempo di adeguare repertorio e ruoli alla sua età. Non è più un ragazzino e si sente un po’ ridicolo nel ruolo del dinamico e giovane conquistatore di ragazze che, in qualche caso, hanno la metà dei suoi anni. Il pubblico, però, sembra non gradire questa svolta e nel 1974 boccia clamorosamente “Les aventures de Tom Jones”. Per scoraggiare un tipo come Guétary ci vuole ben altro. Alla fine degli anni Settanta chiama di nuovo al suo fianco quel Francis Lopez che è stato l’artefice dei suoi primi successi e nel 1981 mette in scena “Aventure à Monte-Carlo”, la prima di quattro creazioni che caratterizzeranno la carriera di Georges Guétary negli anni Ottanta. A partire dalla fine degli anni Cinquanta la sua teatrale si alterna con tour musicali con la conduzione di alcuni programmi televisivi di successo. Nel 1996, a ottantun anni suonati, stupisce tutti presentando un recital di canzoni di un’ora e mezza al Bobino accompagnato dai Paradisio, un gruppo di giovani musicisti. Secondo le sue intenzioni, nell’autunno del 1997 lo spettacolo dovrebbe lasciare Parigi per una lunga serie di concerti in tutto il territorio francese. Non sarà così perchè la morte chiude la sua carriera.


11 settembre, 2018

12 settembre 2004 – In 25.000 a Londra per la “La corazzata Potemkin” dei Pet Shop Boys

In una serata da lupi, con una pioggia e un vento da far rabbrividire solo a guardare, il 12 settembre del 2004, venticinquemila spettatori si ritrovano a Londra in Trafalgar Square per assistere alla proiezione su grande schermo del film “La corazzata Potemkin” con la nuova colonna sonora scritta e per l’occasione eseguita dal vivo dai Pet Shop Boys accompagnati dai ventisei elementi della Dresden Sinfoniker Orchestra. Sembrava un’accoppiata davvero improbabile quella tra lo storico duo elettronico britannico e il film realizzato da Sergej Ejzenstejn nel 1925 che seimila cineasti europei una decina d’anni fa hanno consacrato “miglior film di tutti i tempi” e che Paolo Villaggio nel primo Fantozzi ha santificato a icona del cineforum noioso. Eppure funziona, confermando l’intuizione geniale dall’Istituto di Arte Contemporanea di Londra. È stato proprio il prestigioso istituto britannico a scegliere i Pet Shop Boys, il duo di elettro-pop sfavillante che aveva ricamato gli anni Ottanta con brani destinati a restare nell’immaginario collettivo, per l’impresa di accompagnare le gesta degli ammutinati della “Potemkin” a Odessa. La decisione era stata presa in ossequio al desiderio di Ejzenstejn che ogni nuova generazione creasse una colonna sonora per il suo capolavoro. L’opera di Neil Tennant e Chris Lowe si affianca così alle due precedenti colonne sonore che portano le prestigiose firme di Edmund Meisel e Dimitri Shostakovich. La nuova versione mescola pop e musica classica e, più che rappresentare una rottura rispetto alle due precedenti, utilizza nuove sonorità e strumentazioni per sottolineare le emozioni raccontate dallo schermo in un modo più rispondente alla sensibilità musicale del pubblico del nuovo millennio. L’entusiasmo e la lunghissima ovazione che salutano i Pet Shop Boys quando il proiettore che illumina le immagini sullo schermo gigante si spegne insieme all’eco dell’ultima nota sono la riprova più evidente del successo. Un po’ spaventato dagli eccessi di complimenti Neil Tennant assume un atteggiamento piuttosto defilato ricordando che è impossibile ragionare del valore musicale di una colonna sonora senza considerare il valore del film. In questo senso lui e il suo socio non avrebbero poi inventato granché visto che «In fondo ci siamo solo ingegnati a mettere in evidenza il lato più moderno del film». Invece la colonna sonora rappresenta l’ennesima conferma dell’intelligenza e della genialità di un duo che lungi dal restare prigioniero del proprio effimero e datato mito, ha scelto di misurarsi con sempre nuove sfide. Dèi del rutilante firmamento degli anni Ottanta, amatissimi in ugual modo dalle comunità gay e dagli yuppies della City, hanno rotto le catene di chi voleva agganciarli per sempre a un genere e hanno iniziato a percorrere nuove strade senza l’assillo di vedere prima dove portassero. Con il passare del tempo l’elettro-pop sfavillante si è mutato in una produzione artistica ricca di richiami interdisciplinari e prende sottobraccio Ejzenstejn. Forse è anche per questo che il Guardian li definisce "l'ultimo baluardo del pop intelligente".


11 settembre 1973 – Inizia il “tour senza fine” degli Inti Illimani

L’11 settembre1973 un colpo di stato militare chiude in Cile la breve parentesi del governo di Unidad Popular. Gli Inti Illimani, che in quel periodo sono impegnati in un tour europeo, ricevono notizie agghiaccianti. Le televisioni, le radio e i giornali di tutto il mondo raccontano di migliaia di persone rastrellate e ammassate negli stadi trasformati in immensi campi di concentramento. Arrivano anche le prime voci di torture e uccisioni da parte della polizia militare e degli “squadroni della morte”, gruppi paramilitari di estrema destra formati da veri e propri killer che agiscono al di fuori di qualunque regola. Il Presidente legittimo del Cile, Salvador Allende, è stato ucciso nel palazzo presidenziale della Moneda a Santiago. Il generale Augusto Pinochet, che ha assunto il potere dopo il colpo di stato, sospende le libertà costituzionali. Gli Inti Illimani scoprono di essere stati inseriti nelle liste di proscrizione compilate dal nuovo regime. In più le autorità militari hanno disposto anche il sequestro del loro più recente album Canto de pueblos andinos, che per molti anni rimarrà l’ultimo disco non clandestino pubblicato nel loro paese natale. Si rendono conto di non poter più rientrare in patria. Sono esiliati. È l’inizio di quello che qualche tempo dopo definiranno un “tour senza fine”, una diaspora destinata a durare più di quindici anni.


10 settembre, 2018

10 settembre 1977 – Le Emotions smentiscono i profeti di sventura

Contrariamente alle previsioni di chi le aveva giudicate una sorta di “tardivo fulmine estivo” il 10 settembre 1977 le Emotions sono per la terza settimana consecutiva al vertice delle classifiche statunitensi dei dischi più venduti con il loro brano Best of my love. Si tratta di una bella soddisfazione per Jeanette, Wanda e Sheila le tre componenti del gruppo nato più di dieci anni prima a Chicago. All’inizio della carriera le ragazze si chiamano The Hutchinson Sunbeams e accompagnano Mahalia Jackson quando nel 1968 vengono scritturate dalla Stax. Proprio la leggendaria etichetta cambia loro il nome e pubblica il primo album The Emotions, prodotto da Isaac Hayes e David Porter. Fino al 1975, anno di chiusura della Stax, le ragazze pubblicano vari album tra cui spiccano So I can love you, Songs of love, Untouched e Chronicle. Dopo la fine dell’etichetta in molti le danno ormai per spacciate. Tra i molti non c’è Maurice White, il leader degli Earth, Wind and Fire che nel 1976 porta le Emotions alla CBS e le produce nell'album Flowers, registrato insieme agli stessi Earth, Wind and Fire. Alla faccia dei profeti di sventura, nel 1977 arrivano al vertice delle classifiche statunitensi e britanniche proprio con il singolo Best of my love e con gli album Rejoice e Sunshine, il primo dei quali prodotto ancora da White. L’anno dopo insieme agli Earth, Wind and Fire registrano Boogie Wonderland, che diventa uno dei classici della disco music e che segna il punto di successo più alto raggiunto dal trio.


09 settembre, 2018

9 settembre 1954 – Nasce la Thunderbird

Il 9 settembre 1954 la Ford presenta una nuova vettura. Si chiama “Thunderbird” anche se i giovani la ribattezzano immediatamente “T-bird” e in brevissimo tempo diventa uno dei modelli più venduti della sua classe. La sua storia comincia qualche anno prima quando, all’inizio degli anni Cinquanta i giovani d’oltreoceano si innamorano delle vetture sportive europee da strada basse, compatte e filanti. È una vera e propria passione generazionale che secondo alcuni trova una spiegazione nella “scoperta” dell’Europa da parte di migliaia di giovani in età di leva chiamati a prestare il servizio militare nelle basi statunitensi negli anni dell'immediato dopoguerra. Altri propendono per una spiegazione più tecnica sostenendo che proprio nel dopoguerra le case automobilistiche europee si organizzano meglio e impongono gusti e stile al mercato statunitense. In ogni caso, spiegazioni a parte, resta il fatto che negli anni Cinquanta le giovani generazioni degli Stati Uniti scoprono il gusto per le vetture a due posti di scuola europea. Accade così che il mercato USA inizi a premiare le marche europee, in particolare i modelli sportivi inglesi, MG su tutti, ma anche Triumph, Austin-Healey e Jaguar. La situazione finisce per stimolare l’idea di una risposta americana. Dopo un primo momento di smarrimento la gigantesca macchina produttiva dell’immenso paese si mette al lavoro per adeguare i propri modelli alle nuove esigenze del mercato. La prima vettura aperta a due posti, dal look sportivo con meccanica derivata dalla grande serie è la Nash-Healey del 1952, seguita dalla Kaiser-Darrin e dalla Chevrolet Corvette. È proprio in questo clima che la Ford inventa un marchio destinato a durare per molti anni. Si chiama Thunderbird. Il nome viene preso in prestito dalla mitologia dei nativi (quelli che nei film western si chiamano indiani) dell'Arizona e del New Mexico. Thunderbird (cioè l'uccello del tuono) è la divinità che governa il cielo e il suo batter d'ali crea i venti e il tuono. Il primo modello con questo nome viene disegnato da Franklin Hershey e Bill Boyer della Ford Sport Car, che si ispirano ad alcune creazioni italiane, su una vettura con telaio a longheroni con traverse, un motore V8 da 4,8 litri con una potenza di 193 cv preso in prestito dalla Mercury e un cambio a tre velocità. La Thunderbird, ribattezzata quasi immediatamente "T-Bird" viene presentata al pubblico il 9 settembre 1954 e in brevissimo tempo diventa uno dei modelli più venduti della sua classe. Nel 1956 la vettura non cambia molto, salvo alcune piccole migliorie nella carrozzeria. Cambia invece il motore. L’acquirente può scegliere tra un modello “base” con il solito V8 da 4,8 litri, la cui potenza è aumentata da 193 a 202 cv, e un modello opzionale più potente con un motore V8 da 5,1 litri capace di sviluppare una potenza di 218 cv. Il prezzo base della T-Bird del 1956 è di 3.151 dollari, tanto, forse troppo per una famiglia ma non tantissimo da non consentire a chi ha un sogno di realizzarlo con qualche risparmio in più. Dopo una battuta d’arresto con il modello del 1957 il cui restyling disorganico sconcerta un po’ il pubblico, arriva la Thunderbird 1958, molto diversa dai modelli che l’hanno preceduta, più grande, potente e dalle forme meno arrotondate. Da allora il marchio Thunderbird caratterizzerà per molti anni la produzione Ford di vetture destinate a colpire l’immaginazione di un pubblico appassionato e ampio che va dai giovani californiani amanti delle scivolate sull’onda con la tavola da surf ai Presidenti degli Stati Uniti. Non è un mistero, infatti, che la Thunderbird fosse la passione di John F. Kennedy, che quando venne eletto Presidente degli Stati Uniti, inserì ben cinquanta modelli di T-Bird nella sua parata d'investitura. Si calcola che in mezzo secolo di storia, la Ford abbia venduto circa un milione e duecentomila Thunderbird.


08 settembre, 2018

8 settembre 2001 – RE.SET, il primo festival italiano di dance ed elettronica

L'8 settembre 2001 il Campovolo di Reggio Emilia si trasforma nella capitale europea della musica dance ed elettronica. Nell'area, occupata dalla Festa Nazionale dell'Unità sbarca infatti RE.SET, il primo festival di dance ed elettronica italiana con una succulenta serie di artisti annunciati. L’iniziativa riempie un vuoto. Da tempo, infatti, in molti sottolineavano come alla scena dance ed elettronica italiana mancasse un grande appuntamento live, di ampio respiro, capace di misurarsi con i raduni di massa che costellano il panorama europeo. Dalla fin troppo citata Love Parade di Berlino, che in quell’anno dopo oltre un decennio mobilita oltre un milione di persone ai più modesti (si fa per dire) happening di Parigi con "soltanto" mezzo milione di persone o di Zurigo, che si attesta su trecentomila presenze, l'intera Europa vede lo svolgimento di grandi festival. L'Italia per lungo tempo ha guardato stupita, quasi distratta, ciò che avveniva negli altri paesi, pur con qualche lodevole eccezione. Mancanza d'interesse? Non sembra, visto che le attività nei club italiani e, soprattutto, nei Centri Sociali sono da tempo coronate da successo. A Milano, per esempio, l'attività del venerdì in Pergola è stata particolarmente attiva nei settori nu-jazz e drum'n'bass, mentre alcuni rave organizzati dal Leoncavallo, come quello con Goldie e Storm, hanno attirato migliaia di giovani entusiasti. Sempre per restare in Lombardia come dimenticare lo storico mercoledì dei Magazzini Generali che si ripete ormai da cinque anni? Ma la febbre non è soltanto nordica, visto che Roma dimostra un'effervescenza non inferiore alle altre capitali europee con serate come quella del venerdì all'Agatha, del sabato al Classico Village. Accanto all'ormai storico govedì del Goa, che ha ospitato, tra gli altri, Goldie, Darren Emerson e la Boutique di Fatboy Slim, non mancano nuove iniziative come l'apertura del Blue Cheese, un locale dedicato ai nuovi suoni del breakbeat e del drum'n'bass. Più orientate ai suoni tech-house appaiono, invece, Torino e Bologna, dove il Link resta il faro-guida della scena dance underground non soltanto locale. Insomma, il panorama italiano dell'elettronica mai come in quel periodo appare in forte crescita qualitativa e quantitativa. Per questa ragione l'appuntamento di Reggio Emilia diventa uno di quelli destinati a lasciare un segno. Non è un caso che proprio la cittadina emiliana si sia candidata a diventare, sia pure per un giorno la capitale della dance e dell'elettronica. Sul suo territorio l'anno prima è stata organizzata Clubspotting, una mostra di approfondimento sulla club culture che ha suscitato notevole interesse in tutto il mondo e di cui è prevista nel 2001 la seconda edizione. Sempre a Reggio c'è, poi, il Maffia Music Club, il cui Soundsystem funge da maestro di cerimonia nella lunga, lunghissima giornata del RE.SET. Il programma annunciato promette una rassegna unica nella pur lunga storia di questo genere musicale nel nostro paese. Tra le performance più attese c'è quella dei Transglobal Underground, il system che negli anni precedenti ha avuto nella propria line-up anche Natacha Atlas. Il loro suono capace di ardite contaminazioni tra tribalismo, rap arabo, campionamenti ipnotici e sonorità etniche, resta, a dieci anni dalla nascita dell'ensemble, un costante punto di riferimento per la scena del world groove. Ci sono anche Roni Size & Full Cycle, i quattro ragazzotti di Bristol vincitori di un Mercury Award e considerati tra i maggiori responsabili della diffusione nel mondo del drum’n’bass e i londinesi Pressure Drop con il loro suono radicale e antirazzista. L'orizzonte si allarga ancora con le esplorazioni del francese Frederic Galliano che mescolano musica elettronica, jazz e cultura africana e le tensioni sonore e ritmiche di Howie B. C'è anche Fabio, il dj esponente dell'ala più jazzy e musicale del drum'n'bass cui Matthew Collin ha dedicato un intero capitolo del suo libro "Stati di alterazione" che analizza la club culture inglese. Una sfida al razzismo e a favore dell'integrazione tra culture diverse è anche la presenza di Badmarsh & Shri esponenti di quell'Asian Underground che mescola funk, drum'n'bass, dub, musica indiana, London beat e jazz. Non manca neppure Wookie, considerato l'astro nascente del twostep garage britannico e neppure i suoni malfermi e uggiosi del breackbeat dei Freestylers. Non sono, infine, escluse presenze a sorpresa di artisti non annunciati. Il panorama italiano, oltre che dai Maffia Soundsystem è rappresentato dall'ex Aeroplanitaliani Alessio Bertallot, divenuto una sorta di profeta dell'elettronica che da qualche tempo, consapevole del suo ruolo, alterna evoluzioni ai piatti, rubriche radiofoniche e performance giornalistiche.

06 settembre, 2018

7 settembre 1960 - Carosone si ritira

Il 7 settembre 1960 alla fine della trasmissione televisiva "Serata di gala" Renato Carosone prende il microfono dalle mani della presentatrice Emma Danieli e annuncia la sua decisione di lasciare le scene. Il musicista italiano che ha saputo conquistare il mondo mescolando con intelligenza i nuovi suoni del rock, del jazz, dello swing e del be-bop con quelli della tradizione napoletana chiude la carriera all'apice del successo. La teatralità dell'evento suscita scalpore e illazioni a non finire. Qualche settimanale scandalistico titola con grande risalto: «Carosone si ritira perché ha fatto un voto alla Madonna». In realtà il geniale artista ha intuito che i tempi stanno cambiando. È stato negli Stati Uniti, ha ascoltato i Platters, ha visto all'opera i cantanti di rock and roll, ha annusato l'aria e ha sentito arrivare una grande ondata di cambiamento. Non vuole finire in un angolo a rifare per sempre la caricatura di se stesso. Per questo chiude, perché ha l'intelligenza di capire che un addio al culmine del successo può regalargli l'immortalità artistica. Lo guida, come sempre, l'istinto e la capacità di intuire i gusti del pubblico appresa a quindici anni suonando nell'Opera dei Pupi di Napoli di Don Ciro Perna detto “'o scudiero”. È lui che gli insegna a fornire la colonna sonora alle battaglie dei Paladini contro i Turchi cercando di anticipare le emozioni del pubblico. Lì scopre che la musica è la sua vita. Non lo ferma neppure la guerra, che per lui, impegnato sul fronte somalo, dura pochi mesi. Dopo l'occupazione alleata di Addis Abeba inizia a suonare con un'orchestrina jazz in un club inglese. Torna in Italia nel 1946 «povero come quando sono partito», con in più una moglie e un figlio. Sbarca il lunario come può suonicchiando dovunque lo chiamino. Nel 1949 forma un trio con il chitarrista Peter Van Wood e il batterista Gegè Di Giacomo. Il gruppo unisce i ritmi americani alla canzone napoletana ed entusiasma il pubblico. Il suo primo successo è Maruzzella del 1955, ma il suo periodo migliore nasce dall’incontro con il paroliere Nisa, pseudonimo di Nicola Salerno, padre di Mogol. Dal sodalizio nascono canzoni come Tu vuo' fa' l'americano, O’ sarracino, Caravan petrol e soprattutto Torero, tradotta in dodici lingue e cantata in trentadue versioni soltanto negli Stati Uniti. Dopo il ritiro si dedica alla pittura frequentando regolari corsi presso l'Accademia di Brera a Milano. I colpi di scena non sono, però, finiti. Quindici anni dopo, il 9 agosto 1975, con un concerto alla Bussola di Viareggio, tornerà sui suoi passi e riprenderà a esibirsi in pubblico.


6 settembre 1974 – Peppino De Luca, batterista e qualche volta cantante

Il 6 settembre 1974 muore il trombonista e, qualche volta, cantante Peppino De Luca. Nato a Roma il 5 gennaio 1936 a soli quindici anni debutta nei Traditional Dixielanders con il trombettista Piero Saraceni, il clarinettista Gianni Sanjust, il pianista Gianni Marchetti, il contrabbassista Antonello Branca e il batterista Roberto Trillò. Nel 1954 e nel 1955 Peppino De Luca viene anche chiamato a sostituire in qualche occasione Luciano Fineschi nella Roman New Orleans Jazz Band. Nel 1956 entra stabilmente bel gruppo che, dopo l’arrivo di Carlo Loffredo assume il nome di Seconda Roman New Orleans Jazz Band. In quel periodo la band attraversa un momento di grande successo con festival, tournée in Italia e all'estero, ma Peppino De Luca non rinuncia a esperienze diverse con gruppi come i New Orleans Jazz Senators, il Quintetto Rosa-De Luca, gli Yama Yama Men e tanti altri. Nei primi anni Sessanta Peppino De Luca inizia a comporre musica per la TV e il cinema con registi come Antonello Branca, Carlo Tuzii, Sandro Bolchi, Liliana Cavani, Gianni Serra, Mario Monicelli, Nelo Risi e molti altri. Da trombonista il suo stile viene inizialmente accostato a quello di Kid Ory, anche se successivamente il suo fraseggio si evolve in senso mainstream, avvicinandosi a quello di Vic Dickenson. Indimenticabili sono anche i suoi interventi di canto scat. Quando nel febbraio 1972 gli viene diagnosticato un tumore e asportato un rene non si arrende e continua a suonare fino alla fine.


04 settembre, 2018

5 settembre 1947 - Buddy Miles, la batteria nera del rock blues

Il 5 settembre 1947 nasce a Omaha, in Nebraska, il batterista (e qualche volta cantante) Buddy Miles. La storia musicale di uno dei più grandi batteristi neri di rock blues inizia quando, a quindici anni picchia sui piatti e sui tamburi degli Ink Spots, una band che gli permette di farsi notare. Suona poi con alcuni mostri sacri del rhythm and blues come Wilson Pickett e Otis Redding prima di dar vita agli Electric Flag, la prima delle sue leggendarie band. Del gruppo, che debutta al Festival Pop di Monterey nel 1967 fanno parte, oltre a lui e a una sezione fiati di quattro elementi, i chitarristi Mike Bloomfield e Nick Gravenites, il bassista Harvey Brooks e il tastierista Barry Goldberg. Un tale spreco di talenti non può durare a lungo, infatti dopo qualche mese l'esperienza si chiude. Billy forma allora i Buddy Miles Express con i quali pubblica un paio d'album interessanti prima di lanciarsi nelle più breve ed elettrizzante avventura della sua carriera. Alla fine del 1969, con il bassista Billy Cox e Jimi Hendrix dà vita alla Band of Gypsys, il gruppo che il buon Hendrix sogna da tempo e che debutta il 31 dicembre in un discusso concerto al Fillmore East, poi registrato e pubblicato nell'album live Band of Gypsys. Il trio, però, si trova a dover fare in conti con il management di Hendrix che tenta di ostacolarlo in tutti i modi. Gli esperti di marketing della casa discografica, infatti, già preoccupati per i contatti di Jimi con le Black Panthers, pensano che una band composta esclusivamente da musicisti di colore possa alienargli le simpatie del pubblico bianco. Le pressioni rendono difficili i rapporti interni al trio e la band si scioglie già nel gennaio del 1970 in un concerto al Madison Square Garden di New York interrotto dopo due canzoni dallo stesso Hendrix. Buddy andrà avanti sulla sua strada con vari gruppi a suo nome e, soprattutto, con numerose collaborazioni importanti, tra cui quelle, fortunatissime, con Carlos Santana. Muore ad Austin il 26 febbraio 2008.


03 settembre, 2018

4 settembre 1894 – Tace il corno di Aaron Warren Clark

Il 4 settembre 1894 a New Orleans, in Louisiana muore a soli trentasei anni Aaron Warren Clark. Nato a Louisville nel Kentucky, nel 1858 è una delle figure più leggendaria tra i musicisti che hanno dato vita alle esperienze jazz della Louisiana. Con il suo corno baritono dal 1882 al 1890 suona con la Excelsior Brass Band, una delle più prestigiose formazioni in attività a New Orleans dal 1880 e che ha avuto in organico gran parte degli strumentisti che oggi vengono considerati un po’ come i padri del jazz. Dal 1890 al 1894 entra in un altro ensemble leggendario come la Onward Brass Band che ha avuto tra i suoi musicisti personaggi come Manuel Perez, Peter Bocage, Joseph Oliver, Buddy Johnson e George Baquet. Dopo la sua morte il testimone passa al figlio trombonista e suonatore di basso tuba Red Clark.

3 settembre 1960 – Berruti, miope e velocissimo

Nel 1960 la televisione trasmette in diretta nelle case degli italiani le principali gare dell'Olimpiade di Roma. Il 3 settembre le strade delle città sono deserte. Tutta Italia è davanti al televisore per assistere, nella gara dei 200 metri, all'impresa di un occhialuto studente torinese che risponde al nome di Livio Berruti. In semifinale ha eguagliato il record del mondo facendo fermare i cronometri sul tempo di 20''5 dando l'impressione di aver volutamente rallentato la sua corsa negli ultimi metri e nelle due ore che precedono la disputa della finale si rilassa leggiucchiando il libro dell'esame di chimica e bevendo lunghe sorsate di acqua e limone. Sulla linea di partenza ci sono ben quattro primatisti mondiali, tutti con lo stesso tempo: il francese Seye, lo statunitense Carney, il polacco Foyk e Berruti. La prima partenza non è valida. Uno dei due atleti scattati in anticipo è proprio l'italiano. L'incidente, però, non riesce a scalfire la sua tranquillità. Allo sparo scatta potente e, dopo aver resistito alla rimonta di Carney, è primo eguagliando ancora il record mondiale di 20''5. Non perde la calma neppure dopo la conquista dell'oro olimpico e risponde educatamente in inglese alle domande dei giornalisti. A chi gli chiede qual è il segreto della sua corsa, così fluida ed elegante risponde: «La robustezza delle mie caviglie, temprate in ore di pattinaggio e di tennis».