22 febbraio, 2019

23 febbraio 1963 – Una tromba di nome Algeria


Il 23 febbraio 1963 muore a New York il trombettista June Clark, all'anagrafe Algeria Junius Clark. Un mese dopo avrebbe compiuto sessantatré anni. Il primo strumento della sua vita è il pianoforte, che studia da ragazzo sotto la guida della madre. Successivamente passa al sax baritono e, infine, alla cornetta. Nato a Long Beach, nel New Jersey, fa le sue prime esperienze in campo musicale nella grande fucina di Philadelphia, città nella quale la sua famiglia si è trasferita nel 1908. La musica, però, non basta a garantire il denaro necessario a sopravvivere, perciò il ragazzo affianca all'attività di strumentista quella di autista di pullman. Questa sorta di doppia vita finisce quando ottiene il suo primo ingaggio professionale dai Black Sensations di Dudley, un gruppo di cui fa parte anche il suo grande amico James P. Johnson. Con il passare del tempo, però, finisce per sentirsi limitato dall'ambiente di Philadelphia e se ne va. Insieme a Johnson si trasferisce a Toledo, nell'Ohio, dove incontra il grande trombonista Jimmy Harrison con cui suonerà a più riprese negli anni successivi. Nel 1920 ritorna a Philadelphia per suonare nella band della cantante Josephine Stevens, ma l'anno dopo riprende a vagabondare per gli States con il gruppo di Willie "The Lion" Smith. Contemporaneamente non abbandona il suo amico James P. Johnson con il quale incide i suoi primi dischi nel corso del 1921. Come molti jazzisti di quel periodo detesta mettere radici e passa da una band all'altra. Decisamente interessanti risultano le sue esperienze con le orchestre di Fess Williams, della cantante Ethel Waters e soprattutto, nel 1925, l'intensa attività al fianco di Sara Martin, in cui incrocia il suo strumento con quelli di Clarence Williams e Jimmy Harrison. Proprio con quest'ultimo partecipa alla straordinaria avventura dei Gulf Coast Seven, una formazione stellare che comprende, oltre a lui e ad Harrison, Buster Bailey, Prince Robinson, Willie The Lion Smith, Buddy Christian e Bill Benford. Nel 1927 viene chiamato da Duke Ellington a sostituire per un breve periodo il grande trombettista Bubber Miley, lo specialista del "jungle". Negli anni Trenta alterna l’attività in proprio a quella di trombettista aggiunto in varie orchestre come quelle di Jimmy Reynolds, George Baquet e Charlie Skeets. Negli anni Quaranta inizia ad affiancare all'attività di strumentista anche quella di impresario che svolgerà fino alla morte.

22 febbraio 1968 – I Genesis, cinque diciottenni di belle speranze


Sono tutti studenti diciottenni i cinque componenti dei Genesis, un gruppo sconosciuto che il 22 febbraio 1968 pubblica per la prestigiosa Decca Records il suo primo singolo: un morbido brano acustico intitolato The silent sun. Il prodotto non sembra di quelli destinati a restare nella storia del rock e negli uffici della casa discografica inglese c’è chi storce il naso: «Dilettanti senza futuro. Ma chi li ha trovati?» La scoperta del gruppo, avvenuta quasi per caso, si deve a Jonathan King, uno degli uomini del reparto artistico della Decca. La storia inizia, infatti, qualche mese prima quando King resta colpito da uno dei tanti nastri quotidianamente inviati alla casa discografica da artisti desiderosi di farsi conoscere. Rintraccia il recapito della band che ancora non ha un nome e invita i suoi componenti a farsi sentire. Scopre così che il gruppo è formato da cinque allievi della Charterhouse Public School di Godalming nel Surrey che in precedenza facevano parte di due diverse band scolastiche: i Garden Wall e gli Anon. Il cantante si chiama Peter Gabriel, il tastierista Tony Banks, il batterista Chris Stewart e i chitarristi Anthony Phillips e Mike Rutherford. Jonathan King ha l’impressione che dietro alla timidezza e all’aria un po’ dimessa dei ragazzi ci siano idee e preparazione. Li invita quindi a continuare e li scrittura per un paio di dischi, incurante dello scetticismo di altri responsabili della produzione della Decca. Il singolo pubblicato il 22 febbraio 1968 passa inosservato, quasi a dar ragione agli scettici e non avrà miglior fortuna neppure il successivo The silent sun. Deciso a non ammettere lo sbaglio King convince Peter Gabriel e compagni a lavorare a un album, From Genesis to Revelation, che viene rapidamente stroncato dalla critica nonostante brani decisamente originali come Am I very wrong?. Stanco e demoralizzato King getta la spugna mentre i ragazzi, ormai senza più contratto discografico, tornano agli studi. Tony Banks e Mike Rutherford sembrano i più decisi a chiudere definitivamente con la musica, ma Gabriel non demorde. Un po’ per divertimento, un po’ perché nessuno ha di meglio da fare il gruppo, con qualche cambiamento, non si scioglie e continua a suonare. Due anni dopo sotto la guida carismatica di Peter Gabriel saranno proprio Banks e Rutherford, insieme al chitarrista Steve Hackett e al batterista Phil Collins a fare dei Genesis uno dei gruppi più originali tra i protagonisti del rock progressivo dei primi anni Settanta.

20 febbraio, 2019

21 febbraio 1976 - Il bis sanremese di Peppino Di Capri


Il 21 febbraio 1976 Peppino Di Capri vince per la seconda volta nella sua carriera il Festival di Sanremo con Non lo faccio più. La manifestazione, pur lontana dai fasti di un tempo, sembra lentamente recuperare prestigio. Qualche stupore destano le eliminazioni di personaggi come Rosanna Fratello, che interpreta in modo molto sensuale il brano Il mio primo rossetto e Romina Power, in gara con Noi due, una canzone scritta da lei stessa insieme al marito Al Bano, entrambe alla vigilia considerate sicure protagoniste della rassegna sanremese. Crescono anche le vendite dei dischi, grazie soprattutto a Linda bella Linda dei Daniel Sentacruz Ensemble, destinata a diventare il ‘tormentone’ musicale della primavera del 1976. Questa edizione del Festival ha poi anche il pregio di riproporre all’attenzione del pubblico Peppino Di Capri, uno dei geniali protagonisti della canzone italiana degli ultimi anni Cinquanta e dei primi Sessanta. Nato nel 1939 a Capri, il cantante, il cui vero nome è Giuseppe Faiella inizia molto presto a suonare nei night club e a sedici anni vince, con la sua band, i Rockers una gara televisiva per voci nuove. Nel 1959 entra per la prima volta nella classifica dei dischi più venduti con Nun è peccato, il primo di una lunghissima serie di successi. Formidabile interprete di un’azzeccata miscela tra il dialetto partenopeo e i ritmi d’oltreoceano stabilisce un vero e proprio record entrando, dal 1959 al 1964, per ben trentaquattro volte consecutive in hit parade. Nel 1963 dopo aver dominato la vetta della classifica con la sua versione di Don't play that song, vince il Cantagiro. Nel 1970 trionfa in quella che resta nella storia come l’ultima edizione del Festival di Napoli con Me chiamme ammore, in coppia con Gianni Nazzaro. A partire dal 1971 la sua storia artistica si incrocerà più volte con quella del Festival di Sanremo.



19 febbraio, 2019

20 febbraio 1980 – Muore assiderato Bon Scott, il cantante degli AC/DC

Il 20 febbraio 1980 muore Bon Scott, il cantante degli AC/DC in circostanze che hanno dell’incredibile. Tutto comincia il giorno prima quando, insieme al suo il amico musicista Alistair Kennear se ne va al Music Machine di Camden Town per passare alcune ore ascoltando musica. Il programma del locale prevede l’esibizione dei Protex e dei Tendies. Bon scott accompagna l’ascolto con grandi libagioni. Verso sera, quando è ora di tornare a casa, è ubriaco fradicio. Alistair Kennear lo aiuta a salire sulla sua automobile e si avvia verso casa. Arrivato a destinazione cerca inutilmente di svegliare l’amico. Bon Scott reagisce a grugniti e Kennear decide allora di lasciarlo dormire nell’auto. Alla mattina scende, va alla sua auto, chiama e scuote il dormiglione, ma Scott non risponde e non dà alcun segno di vita. Alistair Kennear capisce che c’è qualcosa che non va. Si mette alla guida e corre verso il King’s College Hospital. Qui, purtroppo, i medici non possono far altro che constatare la morte del trentaquattrenne cantante degli AC/DC. L’inchiesta condotta dalla polizia appurerà poi che la causa della morte è da ricercare nella combinazione tra il freddo della notte e i postumi della sbronza presa al Music Machine.

19 febbraio 1983 – La prima volta al vertice dei Kajagoogoo


Il 19 febbraio 1983 al vertice della classifica britannica dei dischi più venduti c’è il brano Too shy firmato dai Kajagoogoo, una band formata solo pochi mesi prima dal cantante e autore Limahl, un musicista con all'attivo alcune partecipazioni teatrali ai musical "Aladino" e "Godspel". Oltre a lui ne fanno parte il bassista Nick Beggs, il chitarrista Steve Askew, il tastierista Stuart Croxford-Neale e il percussionista con vocazione elettronica Jez Strode. Il loro produttore e manager è addirittura Nick Rhodes dei Duran Duran, che cura personalmente il singolo Too shy che li porta al vertice della classifica e li incorona tra le band rivelazione del momento. Con uno stile da loro stessi definito "electro-funky” i Kajagoogoo confermano il loro successo con il singolo Ooh to be ah e con l'album White feathers. Pochi mesi dopo però Limahl molla il gruppo deciso a continuare come solista approfittando della notorietà raggiunta. Il brutto tiro non ferma i compagni. Perso Limahl il resto della band continua con Beggs nel ruolo di cantante. Nel 1984 gli l'album Islands e i singoli The lion's mouth e Turn your back home vengono però accolti con freddezza dal pubblico. Modificato il nome da Kajagoogoo a Kaja pubblicano ancora, nell'estate del 1985, Shouldn't do that, dopo il quale si separano.



17 febbraio, 2019

18 febbraio 1974 - I Kiss pubblicano il loro primo album


Il 18 febbraio 1974 viene pubblicato Kiss, il primo album del gruppo omonimo. Non suscita grandi entusiasmi e in pochi scommettono sul futuro della band. Snobbati dalla critica, che li considera una scialba copia dei New York Dolls, qualche giorno prima hanno detto brutalmente a un giornalista di Rolling Stone che di quello che pensano i giornalisti al loro non importa granché. «Ci interessa il gradimento del pubblico dei ragazzi. Niente di più». In fondo hanno ragione loro. Nonostante lo scarso interesse delle prime incisioni negli anni successivi saranno protagonisti di un gigantesco successo commerciale, di un vero e proprio fenomeno di costume, con i loro travestimenti e una serie di trovate spettacolari che portano all'eccesso le invenzioni del "glam rock". Sbeffeggiati dalla critica, sostenuti da migliaia di fans organizzati in clubs della "Kiss Army", accusati per qualche tempo di nazismo per la doppia "S" del loro marchio, simile a quella delle SS hitleriane, i Kiss giocano con il mistero celando per lungo tempo la propria identità dietro alle maschere di scena: Gene The Vampire, Paul The Star, Peter The Chat e Ace The Spaceman. La loro storia inizia nel 1972, quando il bassista Gene Simmons (nome d’arte Eugene Klein) e il chitarrista Paul Stanley (vero nome Stanley Eisen) lasciano i Wicked Lester, dopo un annuncio su "Rolling Stone" incontrano il batterista Peter Criss (all’anagrafe Peter Crisscuola) e, dopo un'altra inserzione, questa volta su "Village Voice", il chitarrista Ace Frehley (vero nome Paul Daniel Frehley). All'inizio del 1973, adottando il nome proposto da Ace, nascono ufficialmente i Kiss. Il grande successo della band inizia con il terzo album Dressed to the kill del 1975, cui seguono Alive, Destroyer e un nutrito elenco di dischi vendutissimi. Se per i loro fans sono un mito per la critica il gruppo è una geniale invenzione commerciale destinata al pubblico dei giovanissimi e degli adolescenti di fine anni Settanta. Con loro l’heavy metal perde la carica diabolica e ribelle per diventare un cartone animato e una macchina da gadget.


16 febbraio, 2019

17 febbraio 1973 – Lo Zarathustra di Deodato


Il 17 febbraio 1973 al vertice della classifica dei singoli più venduti negli Stati Uniti c'è un brano decisamente inusuale. È Also sprach Zarathustra (Così parlò Zarathustra) e reca la firma di un autore illustre come Richard Strauss. Un brano di musica classica al vertice del pop? Non proprio. Si tratta, in realtà di una versione funky del celebre brano, arricchito da una serie di arrangiamenti deliziosi. Ne è artefice un musicista brasiliano, che risponde al nome di Eumir Deodato, sconosciuto al grande pubblico del pop internazionale, ma noto da tempo nell'ambiente del jazz. È nato a Rio De Janeiro e proprio nella sua terra ha iniziato a prestissimo a mettere in mostra le sue capacità di pianista fino a essere considerato uno dei più notevoli giovani talenti brasiliani. Gli studi classici fanno da supporto a una geniale inventiva e a un profondo amore per il jazz, da lui vissuto, sull'onda dell'esperienza della Bossa Nova, come l'anello di congiunzione tra la tradizione musicale della sua terra e i nuovi orizzonti indicati dagli strumentisti nordamericani. Proprio grazie al successo internazionale della Bossa Nova negli anni Sessanta sbarca a New York. Ventenne di belle speranze meraviglia pubblico e critica lavorando al fianco delle grandi stelle del jazz della sua terra come Astrud Gilbert e Luis Bonfà. Nel 1970 si trasferisce definitivamente a New York, dove gode della stima incondizionata dei suoi colleghi musicisti. L'exploit di Also sprach Zarathustra arriva improvviso, ma non nasce per caso. È il frutto di una lunga frequentazione con gli ambienti del jazz-rock e della fattiva collaborazione di alcuni tra i principali esponenti del genere. Senza nulla togliere al geniale arrangiamento di Eumir Deodato occorre, però, rilevare come nelle sonorità si senta l'apporto prezioso di eccellenti strumentisti. Un esempio per tutti è il sorprendente assolo di basso di Stanley Clarke. La cui collaborazione, insieme a quella di Billy Cobham, Rick Marotta ecc. accompagnerà l'artista brasiliano anche negli anni successivi. Il successo internazionale di Also sprach Zarathustra finirà per condizionare il futuro di Deodato. Il musicista brasiliano, infatti, alla ricerca di sempre nuove conferme finirà per allontanarsi progressivamente dall'originaria impostazione jazzistica orientando la sua produzione verso forme sempre più commerciali fino ad approdare, senza particolari imbarazzi, alla disco music.

16 febbraio 1943 – Per Howard Riley non è né colta, né popolare, solo musica


Il 16 febbraio 1943 nasce a Huddersfield, in Gran Bretagna, il pianista e compositore Howard Riley. Quando i suoi genitori si accorgono che il ragazzo ha la "vocazione" per il pianoforte cercano di assecondarne l'indole. Infanzia e adolescenza di Howard vengono, quindi, vissute sotto il segno dello studio della "nobile" musica classica in una lunga serie di istituti musicali britannici. C'è chi dice che la sua famiglia pensasse a lui come a un futuro grande concertista classico, in grado di infiammare i petti dei nobili amanti della musica "colta". Se le aspettative erano queste, il risultato deve essere stato deludente perché il buon Riley, come moltissimi musicisti del Novecento, non riesce ad accettare i limiti angusti della rigida separazione tra i generi musicali. Scopre nel jazz la sintesi tra la musica popolare e quella colta e si butta anima e corpo. Nel 1967 va ad abitare a Londra, città nella quale costituisce il suo primo gruppo importante. È un trio di cui fanno parte, oltre a lui, il contrabbassista Barry Guy e il batterista John Hiseman, che a pochi mesi dalla costituzione registra il suo primo disco. Quell'esperienza cementa un rapporto professionale e d'amicizia molto intenso con Guy, che diviene il suo inseparabile complemento nella costituzione di altri gruppi a tre con batteristi come Alan Jackson e Tony Oxley. La sua vulcanica attività non si esaurisce qui. Considerato un vero e proprio talento nell'ambiente, viene chiamato a suonare da quasi tutti i musicisti britannici di quel periodo come Evan Parker e John McLaughlin. Lui non dice mai di no. Per questa ragione il suo nome figura in una miriade di documenti sonori importanti e molto diversi tra loro. Come se non bastasse alla fine degli anni Sessanta entra a far parte della London Jazz Composer’s Orchestra, voluta e fondata dal suo amico Guy. Le sue pubblicazioni discografiche sono innumerevoli e, a riprova del suo modo di concepire la musica, spaziano tra i generi più disparati, compresi quelli di più avanzata sperimentazione, come nell'album Endgame in cui, oltre al solito Guy ci sono anche John Stevens e Trevor Watts, vale a dire il nucleo pulsante dello Spontaneous Music Ensemble. Riley non si accontenterà di suonare, arrangiare e comporre. Farà anche una lunga battaglia perché vengano allargate a tutta la musica contemporanea le sovvenzioni pubbliche britanniche per lungo tempo destinate a sostenere soltanto la musica "colta". Alla fine la vincerà lui.

15 febbraio, 2019

15 febbraio 1968 – Little Walter Jacobs, l’armonicista che amava Chicago


Il 15 febbraio 1968 a Chicago si chiude drammaticamente la carriera e la vita di uno dei più grandi armonicisti della storia del blues. Aggredito e accoltellato per strada da una banda di teppisti Little Walter Jacobs, collaboratore e grande amico di Muddy Waters, viene soccorso e ricoverato in ospedale, ma muore per il sopravvenire di una grave emorragia cerebrale. Ha trentotto anni ed è originario di Marksville, in Louisiana. Il suo vero nome è Marlon Walter Jacobs e l’appellativo “Little” (piccolo) se lo guadagna sul campo nel 1942, accompagnando, a soli dodici anni, varie bands nei fumosi jazz club di New Orleans. Autodidatta, inizia a suonare l’armonica all’età di otto anni e ben presto diventa popolarissimo più tra gli addetti ai lavori che tra il pubblico. Per qualche anno arricchisce la sua esperienza esibendosi con il chitarrista James DeShay finché, dopo il suo diciassettesimo compleanno, decide di coronare un sogno trasferendosi a Chicago. Nelle sue fantasie d’adolescente precocemente cresciuto, infatti, la città dell’Illinois rappresenta una sorta di terra promessa dove poter conoscere i grandi del blues e, magari, suonare anche con loro. Inaspettatamente i sogni sembrano realizzarsi fin dal primo momento. La sua armonica accompagna le esibizioni di Lazy Bill Lucas, Johnny Young e Jimmy Rogers, prima di affascinare il grande Muddy Waters, che gli propone di unirsi al suo gruppo. È il 1948 e Little Walter ha compiuto da poco diciott’anni. Non abbandonerà mai il suo amico Muddy, neppure quando, nel 1953 darà vita anche a un suo gruppo: Little Walter and His Jukes. Nel corso degli anni la critica gli riconosce il pregio di essere riuscito a valorizzare nel blues il ruolo di uno strumento “povero” come l'armonica conferendogli una rara e profonda espressività, soprattutto sui tempi lenti. A lui si ispirano un gran numero di bluesmen, soprattutto gli alfieri del blues bianco degli anni Sessanta, come Paul Butterfield e John Mayall. Proprio nelle vie di quella che lui considerava la “città dei suoi sogni” subisce l’aggressione mortale. Uno scherzo del destino per il suonatore d’armonica che aveva accompagnato, chissà quante volte, con il suo strumento i versi malinconici di un antico blues da strada: «Quel che Chicago dà, amico, Chicago si riprende».


14 febbraio, 2019

14 febbraio 1974 – Al Rainbow con Roy Harper


Il 14 febbraio 1974 al Rainbow di Londra è in programma un concerto di Roy Harper, uno dei più estrosi e singolari personaggi della musica britannica degli anni Settanta per promuovere il suo nuovo album Valentine. La formazione che dovrebbe accompagnarlo è un mistero, visto che il cantautore non ha un gruppo fisso e, in più, ha un rapporto decisamente saltuario con il pubblico, per i gravi problemi cardiocircolatori di cui soffre. Tra la sorpresa generale si presenta sul palco con una gran bella compagnia: Jimmy Page dei Led Zeppelin, Ronnie Lane dei Faces e Keith Moon, lo sciroccato batterista degli Who. La serata si trasforma in una sorta di happening di altissima qualità regalando a Roy Harper nuova voglia di continuare nonostante i problemi fisici e il difficile rapporto con il mondo dello show-business. A trent'anni passati si conferma il più longevo protagonista dell'underground britannico degli anni Sessanta, uno dei pochi poeti della generazione "post beat", apprezzato per la sua originalità più dai colleghi che dal pubblico che lo trova troppo "duro" per amarlo davvero. Non sono molti quelli che posso sopportare parole come «La storia della religione è la storia dello stato/un'incestuosa esplosione di tutto l'odio possibile». Del resto, però non è morbida neppure la sua storia. Orfano dalla nascita (la madre muore mentre lo dà alla luce) finisce nelle grinfie di una madre adottiva testimone di Geova. Per sfuggirle si arruola a quindici anni nella RAF e, quando si accorge di aver sbagliato posto, si finge pazzo. Ospedale psichiatrico e carcere militare non lo inducono all'ottimismo, soprattutto se inframmezzati da qualche elettroshock. La sua mente trova un appiglio nella musica e nella letteratura, che diventano una ragione di vita e un'ancora di salvezza. Quando arriva sul palco del Rainbow ha già alle spalle dieci anni di carriera, iniziata a Les Cousins di Soho, uno dei locali più disponibili ad accogliere nuovi talenti, e proseguita con molti momenti alti sul piano creativo e tanti bassi sul piano commerciale. L'esibizione del 14 febbraio è destinata a segnare una svolta nella sua carriera. Il successo della serata gli darà nuova energia. Di lì a poco formerà una sua band, i Trigger, con musicisti come Bill Bruford, già con gli Yes e i King Crimson e Chris Spedding. Per qualche tempo, dunque, il solitario e tormentato solista con la chitarra troverà buona compagnia nelle sue suggestive esibizioni.


13 febbraio, 2019

13 febbraio 1971 – Una mela cattiva lancia gli Osmonds


Il 13 febbraio 1971 al vertice della classifica dei singoli più venduti negli Stati Uniti arriva One bad apple, un brano che consacra gli Osmond Brothers, conosciuti anche come Osmonds, tra i gruppi rivelazione dei primi anni Settanta. La storia del gruppo, composto dai figli di George e Olive Osmond, è simile a quella dei Jackson Five di cui, in qualche modo, rappresentano l’alternativa “bianca”. I primi Osmond Brothers furono Alan, Wayne, Jay e Donny. A loro si aggregano, poi la dodicenne Marie, l'unica ragazza della famiglia e il piccolo Jimmy di otto anni. Il successo della famiglia canterina tra il 1971 e il 1975 è rapido e benedice si gli Osmond Brothers come gruppo, che Jimmy, Donny e Marie come solisti e Donny e Marie come duo. Il duello a distanza con i Jackson Five si alimenta anche della rivalità tra i due leader Michael Jackson e Donny Osmond. Il loro successo ha dell’incredibile. In cinque anni i fratelli Osmond vendono venti milioni di dischi con brani come One bad apple, Yo yo, Crazy Horses, Going home, Let me in, I can't stop e Love me for a reason, soltanto per citare quelli del gruppo ed escludendo i successi dei singoli componenti. Nonostante gli incredibili risultati, inaspettatamente nel 1975 il gruppo entra in una fase declinante e finì per diventare una stanca ripetizione di se stesso. Nel 1982 i quattro fratelli maggiori si riuniranno nuovamente, senza Donny, aprendo un nuovo periodo nella storia del gruppo ed esibendosi quasi esclusivamente nei circuiti del country.


11 febbraio, 2019

12 febbraio 1972 – Con “Grease” nasce il rock nostalgico


Il 12 febbraio 1972 a Broadway viene presentato per la prima volta il musical “Grease”. Nessuno si immagina che quella mielosa favoletta in puro stile anni Cinquanta è destinata a battere ogni record di longevità. Verrà rappresentata ininterrottamente per 3.388 serate fino al 13 aprile 1980 quando, non senza rimpianti, verrà tolta definitivamente dal cartellone. L’operina in chiave rock and roll segna anche la nascita di un fenomeno musicale battezzato dalla critica con i nomi di “rock and roll revival” o anche “nostalgic rock”. Al di là delle sigle si tratta della riproposizione di classici del passato da parte di artisti specializzatisi in una sorta di archeologia musicale. La moda prende piede nei club di Manhattan nei primi anni Settanta. Tra i primi esponenti ci sono i Manhattan Transfer che si ispirano ai gruppi vocali del passato dal doo-wop al be-bop e gli Sha Na Na che puntano più sulle parodie. Proprio alle loro parodie è ispirata anche la serie televisiva "Happy days". Sulla linea dei Manhattan Transfer ci sono anche i Persuasions che rispolverano il canto a cappella, adattandola al soul e al pop mentre Leon Redbone riscopre gli standard di blues e jazz degli anni Trenta e Quaranta e i Colorblind James Experience rinnovano la tradizione delle armonie da "barbiere". I più originali sono i New Rhythm And Blues Quartet (NRBQ) che propongono anche le colonne sonore di “Bonanza” e “North to Alaska” in versione free jazz. Il “nostalgic rock” finirà alla fine negli anni Settanta come fenomeno di massa ma non scomparirà del tutto, alimentando un circuito di nicchia di locali e produzioni discografiche.


11 febbraio 1978 – La prima volta dei Magazine


L’11 febbraio 1978 i Magazine entrano per la prima volta nella classifica dei dischi più venduti in Gran Bretagna con il singolo Shot by both sides. Il successo commerciale saluta così la band formata a Manchester l’anno prima dall’ex Buzzcocks Howard Devoto. Il cantante e autore, lasciatosi dietro alle spalle il gruppo precedente era riuscito a dar vita ai Magazine dopo una lunga ricerca, anche con inserzioni sui giornali specializzati, con il bassista Barry Adamson, il tastierista Dave Formula, il chitarrista John McGeoch e il batterista Martin Jackson. Shot by both sides viene anche proclamato "miglior brano punk dell'anno". Pur essendo una band dalle evidenti radici punk i Magazine dimostrano una sorprendente capacità evolutiva e riescono così a superare la crisi del genere e a conquistare il favore del pubblico al punto che Devoto diventa uno dei cantanti più popolari della nuova generazione inglese. Dopo l'album Real life (1978) Jackson viene sostituito dal batterista John Doyle. Nel 1979 pubblicano Secondhand daylight, un album molto impegnativo, con riferimenti al rock progressivo dei Van Der Graaf Generator e degli Audience, accolto con eccessiva freddezza dalla critica nonostante il successo di brani come Thank you (versione di un brano di Sly and The Family Stone), Give me everything e A song from under the floorboard. Nel 1980 dopo che il chitarrista Robin Simon ex Ultravox ha sostituito John McGeoch, unitosi ai Siouxsie & The Banshees i Magazine pubblicano ancora gli album The correct use of soap e Play, un live registrato a Melbourne. Nel 1981 dopo l'album Magic, murder and the weather, Devoto annuncia lo scioglimento della band. Successivamente Formula formerà con McGeoch i Visage, mentre Devoto pubblicherà come solista nel 1983 l'album Jerky visions of the dream da cui verranno estratti i singoli Rainy season e Cold imagination.


10 febbraio, 2019

10 febbraio 1987 – Graceland, un grande sogno di uguaglianza e libertà


Il 10 febbraio 1987 Paul Simon presenta il suo nuovo album Graceland a Parigi. Il locale scelto per l’occasione è lo Zenith, sul quale convergono, oltre ai giornalisti, anche varie associazioni e movimenti antirazzisti della capitale francese. La loro presenza non è casuale, perché l’album che segna il ritorno sulle scene del cantautore statunitense è connotato da un forte impegno antirazzista. Realizzato in oltre un anno di lavoro ha visto la collaborazione di musicisti statunitensi, latini e africani come Los Lobos, Youssou N’Dour, Steve Gadd, i Ladysmith Black Mambazo e gli Everly Brothers. A vent’anni esatti di distanza dall’intensa stagione delle lotte per i diritti civili che l’aveva visto tra i protagonisti come componente del duo Simon & Garfunkel, Paul Simon ripropone al pubblico la sua immagine più impegnata. I giornalisti europei guardano con scetticismo a questa improvvisa riconversione e gli chiedono cosa sia cambiato in lui quattro anni dopo la pubblicazione di un album bello ma decisamente leggero e disimpegnato come Hearts and bones del 1983. Paul per un po’ ascolta con pazienza e in silenzio i suoi interlocutori, poi chiede la parola «Io amo sognare in grande. Il rock è, per me, un grande sogno di uguaglianza e libertà che non ritengo di avere mai tradito. Non amo, invece, questi anni di confusione, in cui i suoni coprono le parole. Vedo che nel mondo altri la pensano come me e non m’importa se sono nati in Asia, in Africa, in Europa o negli Stati Uniti. L’album vuole essere un po’ la sintesi dei miei pensieri. Può darsi che non sia riuscito compiutamente a mettere in musica ciò che penso, ma non vorrei che qualcuno pretendesse di farmi dire ciò che lui pensa. Non mi interessa venire considerato una rockstar. Che io lo sia o non lo sia è un problema vostro. Il mio problema è che tutti capiscano ciò che ho nel cuore». Più ancora del disco saranno i concerti del “Graceland tour” a chiarire il senso dell’impegno contro il razzismo di Paul Simon. Sul palco il cantautore darà un grandissimo spazio, fino a scomparire, ai componenti del gruppo Ladysmith Black Mambazo e, soprattutto, a due artisti sudafricani in esilio come Hugh Masekela e Miriam Makeba. Alla fine convincerà anche gli scettici, tanto che in Italia qualcuno scriverà di lui: «Avvicinandosi ai cinquant’anni è entrato nel gruppo dei musicisti rock maturi e coraggiosi…»

09 febbraio, 2019

9 febbraio 1913 – Per Erskine la musica conta più dei soldi


Il 9 febbraio 1913 nasce a Syracuse, nello Stato di New York, il pianista e cantante e direttore d’orchestra Erskine Butterfield. A nove anni, quando ancora frequenta la scuola a Newark, nel New Jersey, inizia studiare pianoforte e giovanissimo entra a far parte dell’orchestra di Noble Sissle. Nel 1938 entra a far parte dello staff della stazione radiofonica NBC come musicista di studio, ma l’impiego fisso non rientra tra le sue aspirazioni. Ben presto inizia a girovagare tra sale di concerto e studi di registrazione. Gli anni Quaranta lo vedono spesso nella formazione dei Blue Boys insieme al trombettista Bill Graham, il trombonista Al Philburn, al clarinettista Jimmy Lytell, ai chitarristi Frank Victor e Carmen Mastren e al batterista Sam Weis. Con questo gruppo registra un buon numero di dischi per la Decca, ma il successo non lo convince a mettere da parte la sua vocazione girovaga. A partire dal 1943 inizia a esibirsi nelle sale da ballo come pianista di boogie woogie, sfruttando il successo e la popolarità di un genere cui si era dedicato anche negli anni precedenti, sia pur in versione orchestrale. Parallelamente trova, però, modo di arrotondare le entrate suonando e cantando il blues nei locali notturni che non possono permettersi una grande orchestra. Al termine della Seconda Guerra Mondiale riforma una grande orchestra cui dà il suo nome, ma non rinuncia a esibirsi anche in locali più modesti che non hanno a disposizione risorse finanziarie sufficienti per pagare troppi strumentisti. In questo caso si propone con piccoli gruppi dall’organico limitato, gli Erskine Butterfield Combos, facendo girare a turno i musicisti. Per lui i soldi sono importanti, ma non più della voglia di suonare. La musica viene prima di tutto, sempre e in ogni situazione. C’è chi ha scritto che se avesse curato meglio la sua immagine e fosse stato più oculato nella scelta delle orchestre e del repertorio, la sua carriera sarebbe stata molto diversa. In realtà non è stato così. La voglia di suonare, ma anche il piacere di vagabondare da un genere all’altro, hanno costituito l’elemento più importante della sua grandezza e, insieme, il limite più evidente della sua esperienza musicale. In questi anni la critica, che per molto tempo l’ha sottovalutato, ha riscoperto e riconosciuto la genialità della sua ispirazione musicale. Ma a Erskine Butterfield non importa più, visto che è morto, a soli quarantasette anni, nel 1961.


08 febbraio, 2019

8 febbraio 1990 – Del Shannon, un suicidio da nascondere


L’8 febbraio 1990 viene rinvenuto il corpo senza vita di Del Shannon, uno dei più popolari interpreti del rock dei primi anni Sessanta. È nella sua casa di Santa Clarita Valley e sulla causa della morte non ci possono essere dubbi: un colpo di fucile. La polizia, sotto la pressione delle autorità locali preoccupate che il suicidio di una persona famosa possa influenzare negativamente l’immagine della cittadina dalle velleità turistiche, tenta in un primo momento di accreditare l’ipotesi dell’incidente. Non hanno dubbi, invece, i pochi amici dell’artista che chiedono ufficialmente di chiudere la pratica. «Lasciate in pace i morti. Da tempo Del Shannon passava le ore chiuso in casa in preda a violente crisi depressive e non c’è dubbio che abbia voluto farla finita con una vita che non sopportava più. Le autorità si chiedano piuttosto perché, in un paese descritto dai dépliant patinati come un posto bello e accogliente, un artista famoso possa decidere di morire solo come un cane». Del Shannon, all’anagrafe Charles Westover, ha da poco compiuto cinquant’anni. Nato a Grand Rapids, nel Michigan, inizia a suonare la chitarra in alcuni gruppi studenteschi prima di partire per il servizio di leva in Germania. Nel 1959, dopo essersi congedato, decide di dedicarsi alla musica a tempo pieno. Rielabora brani country e compone canzoni in coppia con il pianista Max Crook. Nel 1961 pubblica per la piccola etichetta indipendente Big Top Records il suo primo singolo “Runaway” che in sole cinque settimane arriva al primo posto della classifica dei dischi più venduti negli Stati Uniti. Il successo, rapido e clamoroso, lo accompagna per tutta la prima metà degli anni Sessanta. Innamorato della musica, non teme nemmeno il confronto con il fenomeno emergente dei Beatles tanto che nel 1963 pubblica una curiosa e originale versione della loro From me to you. A partire dal 1966 riduce sensibilmente la sua attività come interprete e si dedica in prevalenza alla composizione e alla produzione ma non rinuncia, quando può, a imbracciare la chitarra e a cantare. Molti protagonisti del rock degli anni Settanta e Ottanta chiedono la sua collaborazione. Tra questi spiccano i nomi di Jeff Lynne, il leader della Electric Light Orchestra Jeff Lynne, Dave Edmunds, Nick Lowe e, soprattutto, Tom Petty con il quale pubblica nel 1981 lo splendido album Drop down and get me.


06 febbraio, 2019

7 febbraio 1980 - I Pink Floyd dietro al muro


Il 7 febbraio 1980 i Pink Floyd iniziano alla Sports Arena di Los Angeles un tour promozionale per l’album The wall mettendo in scena uno dei più singolari show della storia del rock. Il gruppo intende stupire tutti soprattutto dopo le perplessità avanzata da qualche critico sulla narrazione dell’album, ritenuta un po’ troppo figlia dell’esasperazione dei concept degli anni Settanta. Il personaggio principale di The wall è Pink, una rock star frustrata destinata a trasformarsi in un sinistro simbolo di oppressione sociale. I critici più scettici sostengono che la carica di simbolismi e presagi profetici che contiene finirà per soffocarne i contenuti. Nonostante scettici e detrattori l’album ha un grande successo. Convinto delle sue idee il gruppo pensa di lasciare un segno anche dal vivo. Il momento più eclatante si ha quando, nel corso dell’esibizione, i tecnici occupano a grappoli la scena e costruiscono un enorme muro che, a poco a poco sale fino a nascondere alla vista degli spettatori i musicisti. Quando il muro è completo sale sul palco un gruppo di sosia dei Pink Floyd, mentre i veri componenti della band continua a suonare nascosta dal muro. Al culmine dell’esibizione il muro crolla e il gruppo riappare suonando, però, strumenti acustici. Nel corso dello show, inoltre, il palco si popola di giganteschi personaggi gonfiabili progettati da Gerald Scarfe.


05 febbraio, 2019

6 febbraio 1945 – Benvenuto al mondo Robert Nesta Marley!


Alle due e trenta di mercoledì 6 febbraio 1945 nasce a Nine Miles in Giamaica il piccolo Robert Nesta Marley, figlio di Cedella Malcom, che non ha ancora compiuto diciotto anni e non ha paura dei giorni che passano. Figlia di Omeriah e nipote di Robert “Uncle Day” Malcom, è una discendente degli schiavi Cromanty arrivati centinaia d’anni prima dalla Costa d’Oro. Il bimbo ha anche un padre. È un capitano cinquantenne che si chiama Norval Marley e ha sposato Cedella perché così voleva Omeriah, ma non c’è. È tornato in città perché là ci sono i suoi interessi. Il piccolo si chiama Nesta perché è un nome che piace alla madre e Robert perché è quello scelto da suo padre Norval in onore di un fratello che Cedella non ha mai visto né conosciuto. Mentre il piccolo fa sentire per la prima volta la sua voce, le donne si incaricano di seppellire la placenta ai piedi di uno degli alberi di cocco di nonno Omeriah. Nato con l’aiuto di Auntie Missus, una prozia che fa la levatrice per tutta la comunità Robert Nesta Marley, detto Bob, lascerà un segno sulla storia della musica mondiale ma questo nella comunità di Nine Miles in quei primi mesi del 1945 ancora nessuno può saperlo.


5 febbraio 1960 - Fischi, sputi e sfide a duello per “La dolce vita”


Venerdì 5 febbraio 1960 al cinema Capitol di Milano viene proiettato in prima visione assoluta “La dolce vita”, l’ultima fatica di Federico Fellini. Il film, cui ha collaborato anche lo scrittore Ennio Flaiano, è un grande e impietoso affresco d’epoca che con ironia prende di mira la volgarità dei nuovi ricchi, l’assurdità dell’aristocrazia e la mediocrità della borghesia. È un pugno nello stomaco per il pubblico milanese della “prima”, composto in gran parte dalla buona borghesia lombarda. Alla fine della proiezione i fischi superano per clamore gli applausi. Uno spettatore sputa addirittura addosso a Fellini, un altro lo sfida pubblicamente a duello. Non va meglio alla proiezione privata in casa di Angelo Rizzoli, che ha prodotto il film insieme a Peppino Amato. Di fronte a un’accoglienza così sfavorevole l’imprenditore lombardo confida agli amici: «Se potessi mi ritirerei dall’impresa. Ho già capito che è meglio limitare le perdite perché sarà un fiasco». Il suo proverbiale fiuto questa volta si sbaglia. A molti critici il film piace e il pubblico ne farà uno dei campioni d’incassi della stagione.


03 febbraio, 2019

4 febbraio 1982 – L'incostante Alex Harvey


Il 4 febbraio 1982 un infarto spegne la vita di Alex Harvey, uno dei più singolari personaggi della scena rock europea. Nato a Glasgow in Scozia il 5 febbraio 1935, inizia a suonare la chitarra in vari gruppi di skiffle e dopo aver fatto un'infinità di lavori alla fine degli anni Cinquanta forma la Alex Harvey Big Soul Band, una formazione che, con un robusto rhythm and blues arricchito da accenti ironici, fino alla metà degli anni Sessanta gode di una discreta popolarità accompagnando nei loro tour inglesi artisti come Gene Vincent o Eddie Cochran. Nel 1967 Harvey scioglie la band e inizia a vagabondare tra varie esperienze musicali partecipando anche alla registrazione e alla messa in scena della versione londinese del musical "Hair". Nel 1972 dall'incontro tra la sua geniale personalità e i componenti dei Tears Gas nasce la Sensational Alex Harvey Band con, oltre a lui, il chitarrista Zal Cleminson, il bassista Chris Glen, il batterista Ted McKenna e il tastierista Hugh McKenna. La band grazie a una coreografica e folle presenza scenica con ambientazioni paradossali e travestimenti vari riesce a imporsi all'attenzione del pubblico con buon successo. Nel 1978 la Sensational Alex Harvey Band si separa. Cleminson si unisce ai Nazareth, mentre Ted McKenna suona prima con Rory Callagher e poi con Michael Schenker. Alex, invece, alcuni mesi dopo forma una nuova band con il tastierista Tom Eyre, il chitarrista Matthew Cang, il batterista Simon Chatterton, il bassista Gordon Sellar e il sassofonista Don Weller. Nonostante la modesta accoglienza del primo album sembra il primo passo verso una nuova avventura. La morte di Alex cancella i progetti.