21 ottobre, 2017

21 ottobre 1989 – Tornano Martha e le sue compagne

Un boato d’applausi con tanta commozione saluta la sera del 21 ottobre 1989 al Talk Of The Town di Manchester il ritorno sulle scene di Martha & The Vandellas sedici anni dopo lo scioglimento ufficiale del gruppo. Proprio mentre gli anni Ottanta si stanno chiudendo le tre “ragazze terribili” del soul, Martha Reeves, Rosalind Ashford e Annette Sterling a cinquant’anni suonati lanciano un guanto di sfida al pop mieloso e dolciastro di quel periodo riproponendo il ritmo e la grinta del Detroit-sound degli anni Sessanta. L’entusiasmo che accoglie il loro ritorno non è solo effetto della nostalgia, ma è un tributo meritato alla ritrovata voglia di cantare del trio. Si aggiunge così un nuovo capitolo alla loro storia, che inizia alla fine degli anni Cinquanta quando l’aspirante cantante Martha Reeves, fallito un provino alla Motown Records di Detroit, chiede e ottiene di poter lavorare nella stessa casa discografica come impiegata. La scelta le consente di restare nell’ambiente e di preparare la rivincita. Nel 1961 insieme alle sue amiche Rosalind Ashford e Annette Sterling registra un po’ per gioco le parti destinate al coro del brano Stubborn kind of fellows di Marvin Gaye. Il risultato è talmente buono da impressionare Berry Gordy Jr, il grande capo della Motown, che decide di scritturarle tutte e tre. Martha passa così da impiegata a cantante senza cambiare neppure luogo di lavoro. Il trio fa il suo debutto discografico con il nome di Martha & The Vandellas nel 1962 pubblicando il brano I'll have to let him go. Da quel momento la loro scalata al successo sembra inarrestabile. Non la fermano neppure i primi litigi che portano Annette a lasciare le compagne, sostituita da Betty Kelly. Memorabile resta la loro interpretazione di Dancing in the street un brano ispirato alla vita del poeta nero LeRoi Jones scritto da Marvin Gaye e William Stevenson destinato a divenire un classico e a essere riproposto in moltissime versioni (famose quelle dei Kinks e della coppia Mick Jagger & David Bowie). Alla fine degli anni Sessanta inizia il declino del trio che nel 1973 si scioglie. Sedici anni dopo, di fronte alla calorosa accoglienza del pubblico al Talk Of The Town di Manchester, un’emozionatissima Martha Reeves dichiara che la riunificazione non è un fatto episodico ma si ripeterà «ogni volta che ne avremo voglia».

20 ottobre, 2017

20 ottobre 1920 – Dino D'Alba il cantante antifascista

Il 20 ottobre 1920 a Olgiate Olona, in provincia di Varese, nasce Edoardo Segatto, destinato a diventare un cantante di successo con il nome di Dino D’Alba. È figlio d'arte. Suo padre infatti è il tenore Dante Segatto, già primo violino del Teatro alla Scala, e la madre, la soprano Maria Tosi, deve interrompere la rappresentazione della "Tosca" per darlo alla luce. I suoi genitori, insofferenti alle regole dei grandi teatri, lavorano in proprio spostandosi di paese in paese con il loro spettacolo ambulante. La loro ambizione è quella di possedere un teatro, anche piccolo. Proprio sulle assi malferme di un teatrino di paese il futuro Dino D'alba debutta a sette anni cantando Spazzacamino e a quindici anni è già un veterano del teatro di rivista. La sua però non è una vita facile. L'impegno antifascista della sua famiglia deve fare in conti con la sempre più opprimente repressione del regime. Il piccolo cinema di cui sono proprietari viene dato alle fiamme, i suoi due fratelli finiscono confinati a Lipari. Va ancora peggio a sua sorella che viene uccisa. Pur tra mille difficoltà nel 1940 nascosto dietro il nome d'arte di Dino D'Alba e con la complice solidarietà del maestro Glauco Masetti, riesce a superare un concorso per voci nuove a Radio Trieste. Lo scoppio della guerra vanifica, però, il suo tentativo di risolvere così il problema della sopravvivenza. Dopo la Liberazione non riesce a riconciliarsi con quell'Italia che gli ha distrutto gli affetti, che ha perseguitato la sua famiglia e gli ha reso la vita impossibile. Se ne va a cantare in giro per il mondo e diventa molto popolare nelle comunità degli emigrati italiani in Canada, in Sudamerica e negli Stati Uniti. Torna quasi vent'anni dopo nel 1964. Ricomincia da capo. Nel 1967 ritrova la sua vecchia amica Silvana Fioresi, con la quale compie varie tournée in Europa e nel 1971 registra Senza tempo, una preziosa antologia della canzone italiana in cinque album. Inquieto e perennemente alla ricerca di nuove esperienze decide di andarsene all'Est. Dopo un lungo giro che tocca quasi tutti i paesi dell'Europa Orientale si ferma in Jugoslavia dove può contare anche sull’amicizia personale del maresciallo Tito. Per dieci anni partecipa a moltissime trasmissioni radiofoniche e televisive. Negli anni Ottanta chiude con la canzone e si ritira a vita privata. Nel suo vastissimo repertorio, composto da oltre quattrocento canzoni, spicca la famosa Tu musica divina scritta proprio per lui da Giovanni D'Anzi.

19 ottobre, 2017

19 ottobre 1984 - L'arresto di Billy Bragg

Il 19 ottobre 1984 vari gruppi antirazzisti si danno appuntamento a Londra per protestare di fronte alla South Africa House, cioè la sede della rappresentanza diplomatica sudafricana, in Trafalgar Square a Londra. La manifestazione viene autorizzata a patto che non costituisca blocchi, né per il traffico, né per «il regolare funzionamento delle attività della South African House». Nonostante la scarsità dei mezzi per pubblicizzare l'iniziativa, l'afflusso di manifestanti si rivela superiore alle più rosee previsioni. Una folla di donne e uomini, in prevalenza giovani, preme sui cordoni di poliziotti che presidiano la sede sudafricana. Sotto la pressione qualche agente reagisce con nervosismo. Per evitare incidenti gli organizzatori invitano i manifestanti a sedersi. «Alle provocazioni reagiamo con la forza della non-violenza!» è il passaparola che vola di bocca in bocca. Nasce così un gigantesco sit-in che blocca di fatto ogni attività nei dintorni della South Africa House. Gli agenti di polizia presenti si armano di megafoni e invitano a sgomberare sostenendo che la protesta ha superato i limiti impostigli, poi chiamano rinforzi che vengono accolti da applausi e cori di scherno. Dal cordone dei poliziotti parte l'invito a sciogliere la manifestazione e a tornare a casa, ma nessuno si sposta di un millimetro. Alla fine gli agenti decidono di spostare di peso i manifestanti e di caricarli su un nutrito numero di cellulari. Quando i poliziotti si muovono il grosso dei partecipanti al sit in si alza. Un centinaio di ragazzi e ragazze però resta seduto e si fa arrestare. Tra loro c'è il cantante Billy Bragg, uno dei protagonisti più politicizzati della scena musicale britannica di quel periodo. L'arresto, inevitabile perché agli agenti che non lo conoscono fornisce le sue vere generalità (si chiama in realtà Steven Williams), finirà per trasformarsi in un boomerang contro chi ha ordinato di caricare e condurre via i pacifici dimostranti.

17 ottobre, 2017

18 ottobre 1925 - Boogie Woogie Red

Il 18 ottobre 1925 nasce a Rayville, in Louisiana, il cantante e pianista blues Boogie Woogie Red. Registrato all’anagrafe con il nome di Vernon Harrison è un nero albino. Questa particolarità rischia di farne un emarginato fin dai primi anni di vita nella stessa comunità nera, dove non pochi attribuiscono significati negativi alla sua strana colorazione. Più avanti, fortunatamente, il colore della sua pelle, caratterizzato da una dominante rossastra, diventerà parte del personaggio e gli varrà il nomignolo di Red. A due anni si trasferisce a Detroit con i genitori che seguono la grande migrazione nera del 1927. Qui il ragazzino cresce con tanta rabbia in corpo e tanta voglia di buttarla fuori. Il suo primo hobby è quello di accapigliarsi con i compagni di giochi che, fieri del nero senza sfumature della loro pelle, lo prendono di mira con quella terribile costanza di cui spesso i bambini sono maestri. Ben presto capisce che con i pugni non può andare lontano e scopre la musica. Lo affascinano i bluesmen che cantano agli angoli delle strade con la loro chitarra, le storie che raccontano, ma soprattutto il ritmo violento e disperato, così simile alla rabbia che si porta dentro. Un giorno recupera chissà dove un vecchio pianoforte e inizia a suonarlo. Non c'è nessuno a spiegargli niente. Impara tutto da solo e la sua tecnica ne risente. Per esempio la sua mano sinistra è troppo solida, poco scorrevole sulla tastiera. Con le sue canzoni sbarca il lunario dovunque siano disposti a pagarlo anche soltanto con un pasto e qualcosa da bere. Un giorno incontra Big Maceo che ne intuisce le qualità nascoste e gli regala qualche suggerimento. La sua mano sinistra troppo solida e ferma, diventa così un elemento costitutivo del suo stile caratterizzato da un linguaggio musicale sobrio, ma suggestivo, capace di esaltarsi nella ritmica incalzante del boogie woogie. Ormai divenuto per tutti Boogie Woogie Red se ne va a Chicago, dove diventa inseparabile compagno di John Lee Hooker, con il quale lavora in vari club della città, fra i quali il celebre Harlem Inn. Negli anni Sessanta quando il blues entrerà in crisi tornerà a Detroit dove resterà fino al 1972, quando il Blind Pig, un club di Ann Arbor nel Michigan, lo riporterà sulle scene. Muore il 2 luglio 1992.




17 ottobre 1920 – John Brunious suona pianoforte e tromba

Il 17 ottobre 1920 nasce a New Orleans in Louisiana John Brunious. Nipote del grande batterista Paul Barbarin, compie i suoi primi studi musicali sulla tastiera di un pianoforte. In parte condizionato e in parte agevolato dalla figura dell'ingombrante parente trova la sua prima importante scrittura proprio nell'orchestra dello zio, con la quale suona a lungo nei migliori locali di New Orleans. Nella formazione però ricopre il ruolo di… trombettista. Proprio con questo gruppo tra il 1954 e il 1956 registra vari dischi, tuttora considerati tra i migliori prodotti del New Orleans Revival di quel periodo. La formazione, del resto, è di prim'ordine potendo annoverare solisti del calibro di Willie Humphrey, Bob Thomas e Lester Santiago, oltre a una sezione ritmica basata sull'impressionante swing di Barbarin e su musicisti come Danny Barker e Milt Hilton. Le registrazioni rimandano un sorprendente apporto di John Brunious, la cui tromba calda e corposa sullo stile di Louis Armstrong contribuisce non poco a tenere alto lo standard di tutte le esecuzioni. Ancora più stupefacente è il fatto che nei periodi in cui non è direttamente impegnato con l'orchestra dello zio, il musicista continui ancora a esibirsi come pianista in uno stile completamente diverso da quello su cui si cimenta quando è alla tromba. In lui convivono due John Brunious, tra loro alternativi. Se con la tromba, infatti, sta progressivamente diventando uno dei musicisti di punta di quella corrente che ripercorre le vie più tradizionali del tipico jazz di New Orleans, quando è al pianoforte Brunious non disdegna di avventurarsi in nuove e più sperimentali avventure che fanno storcere il naso ai puristi. Insomma sembra quasi che il pianoforte venga vissuto come un momento di sfogo e di sperimentazione fuori dagli schemi imposti dallo zio. Non a caso quando chiude la parentesi con la band di Paul Barbarin sceglie definitivamente la tromba ed entra a far parte di varie "brass band". Tra queste spicca la leggendaria Young Tuxedo Brass Band, una fanfara fondata negli anni Trenta da John Casimir che rimarrà attiva sino agli anni Sessanta. Proprio con quest'ultima registra, verso la fine del 1958, un album destinato a restare un prezioso documento nella storia del jazz di New Orleans. Grazie all'apporto di Brunious e alle indicazioni degli storici, infatti, la Young Tuxedo Brass Band riproporrà su nastro magnetico le tecniche delle antiche "brass band" mai documentate su disco. Muore il 7 maggio 1976. Ai suoi funerali una brass band l'accompagna nell'ultimo viaggio.

16 ottobre, 2017

16 ottobre 1965 - Sulla RAI sventola bandiera gialla

Alle ore 17.40 del 16 ottobre 1965 la voce di Rocky Robert sulle note di T-Bird fa da sigla alla prima puntata di un programma radiofonico destinato a restare nella storia musicale del nostro paese. Il suo titolo, "Bandiera Gialla", fa riferimento ai drappi che segnalano le zone soggette a quarantena perché interessate da epidemie. È esplicitamente di parte. Una voce ricorda che l'ascolto è «severamente proibito ai maggiori degli anni diciotto». Ideato da Renzo Arbore e Gianni Boncompagni e presentato da quest'ultimo, è interamente dedicato al rock e al rhythm and blues. Per la prima volta entrano così di prepotenza nella programmazione radiofonica italiana interpreti, autori, ritmi e sonorità inusuali. La struttura prevede una sorta di concorso "autogestito". In ogni puntata vengono presentati dodici brani italiani e stranieri, divisi in quattro gruppi e votati dai ragazzi presenti in studio. Il brano che ottiene maggiori consensi diventa "disco giallo". Il titolo onorifico non dà diritto a premi particolari, salvo quello di partecipare alla trasmissione successiva. Il programma diventa rapidamente un "cult" per decine di migliaia di giovani che ascoltano brani esclusi dalla programmazione normale. A riprova del fatto che si tratta di un fenomeno collettivo, nascono numerosi i gruppi di ascolto spontanei in varie città. Il programma è destinato a rivoluzionare la produzione e il mercato discografico italiano. La presenza di brani in versione originale contribuirà a rompere il lungo isolamento della nostra musica leggera e nulla sarà come prima, come sottolineeranno di lì a qualche mese Piero Vivarelli, Sergio Bardotti e Lucio Dalla sottoscrivendo il "Manifesto per la nuova musica" che, tra l'altro, affermerà: «Noi attingiamo alla tradizione, ma non la rispettiamo. Una tradizione è valida solo in quanto si evolve, altrimenti interessa i musei… il nazionalismo musicale è un nonsenso, sia dal punto di vista storicistico che dello stile…»

15 ottobre, 2017

15 ottobre 1968 – Come uno Zeppelin di piombo

Il 15 ottobre 1968 due componenti degli Who, il batterista Keith Moon e il bassista John Entwistle, sono nell’aula magna della Surrey University. Anonimi e confusi tra il pubblico stanno assistendo a un concerto dei New Yardbirds, la band formata dopo lo scioglimento degli Yardbirds dal chitarrista Jimmy Page e dal bassista John Paul Jones con il cantante Robert Plant e il batterista John Henry “Bonzo” Bonham, entrambi provenienti dai Band of Joy. I due componenti degli Who, amici del manager del gruppo Peter Grant, non sembrano particolarmente convinti da quanto accade sul palco. L’esibizione nonostante abbia scatenato l’entusiasmo del pubblico li lascia perplessi. Fanno notare a Grant come il gruppo di Page, salito sul palco senza particolare entusiasmo, si sia poi progressivamente sgonfiato fino a dare l’impressione di aver fretta di chiudere. Quando vanno nei camerini a salutare i musicisti ne parlano con lo stesso Page che non ha alcuna difficoltà ad ammettere che l’impressione è quella giusta. Non cerca giustificazioni. Attribuisce la brutta esibizione soprattutto alla stanchezza per un repertorio, quello dei vecchi Yardbirds, che non soddisfa più le loro esigenze artistiche, ma che deve essere eseguito per esigenze contrattuali. «Abbiamo pronto un nuovo repertorio, un buon numero di nuovi pezzi e stiamo ancora cercando un nome per la band. Vogliamo cambiare, abbiamo bisogno di cambiare… cambieremo», dice il chitarrista. Il clima è disteso e rilassato perciò sia Moon che Entwistle iniziano a fare battute con i ragazzi del gruppo sul concerto. In particolare il batterista degli Who ridendo dice «Going down like a lead Zeppelin» (Siete andati giù come uno Zeppelin di piombo). Il riferimento al nome dei famosi dirigibili tedeschi colpisce Jimmy Page che ammicca alla battuta, ma si fissa bene in mente la frase. Qualche giorno dopo le ultime due parole ispireranno il nuovo nome del gruppo. Tolta la “a” di “Lead”, i New Yardbirds diventeranno così i Led Zeppelin, uno dei grandi gruppi di culto della storia del rock destinato a entrare nella leggenda. Gli storici musicali li indicheranno come gli artefici della vera svolta post-Beatles, originali creatori di una miscela di blues elettrico e rock ad altissimo volume capace di recuperare la carica eversiva di un genere che iniziava a spegnersi.

14 ottobre, 2017

14 ottobre 1958 – Thomas Dolby, un meteorologo mancato

Il 14 ottobre 1958 nasce al Cairo in Egitto da genitori britannici uno dei personaggi più importanti per l’evoluzione tecnologica della musica e delle moderne tecniche di registrazione. All’anagrafe viene registrato con il nome di Thomas Morgan Robertson, anche se la sua popolarità resta legata al nome d’arte di Thomas Dolby. Tornato in Gran Bretagna, cedendo alle insistenze dei genitori studia meteorologia, ma fin dall’adolescenza il suo interesse è completamente attratto dal mondo della tecnologia applicata si suoni. A diciotto anni padroneggia con disinvoltura tutte le innovazioni applicabili alle tastiere. Il suo è un mondo fantastico popolato da sintetizzatori e campionatori di suoni. Lo affascinano le possibilità che si aprono nella creazione di nuovi suoni con il progressivo affermarsi delle tecnologie informatiche. Appena può tralascia la meteorologia per inventarsi tecnico del suono nei tour di qualche band. Tra i gruppi che godono della sua geniale e intuitiva creatività ci sono i Members e i Fall. Nel 1979 si mette in proprio fondando i Camera Club, una band di cui è l’indiscusso leader senza però rinunciare alle collaborazioni come quella che lo lega per un lungo periodo alla cantante Lene Lovich. Nel 1981 realizza per la prima volta un disco da solo pubblicando il brano Urges, seguito dall’eccentrico Europa and The Pirate. I discografici premono perché lui abbandoni le faticose collaborazioni con gli altri artisti e si dedichi maggiormente alla sua carriera, ma Dolby fa orecchie da mercante. Anzi, si può dire che proprio in questi anni arrivi alla decisione di considerare entrambi i suoi interessi degni della stessa attenzione. A partire da quel momento la sua carriera alternerà due centri d'interesse: da un lato le sue incisioni, piene d'inventiva e sempre all'avanguardia nelle nuove tecnologie e dall'altro i suoi lavori per artisti come Stevie Wonder, Grace Jones, Foreigner, Joan Armatrading, Herbie Hancock, Dusty Springfield, Prefab Sprout, Joni Mitchell e molti ancora, cui vanno aggiunte anche varie colonne sonore di film. Tra i successi in proprio un ruolo particolare spetta a Hyperactive, accompagnato da un video decisamente innovativo per la capacità di legare strettamente musica e immagini. Emblematici del suo percorso sonoro saranno anche The flat earth, Gothic e Astronauts & heretics.

13 ottobre, 2017

13 ottobre 1947 – Sammy Hagar, the Red rocker

Il 13 ottobre 1947 nasce a Monterey, in California, Sammy Hagar, uno dei personaggi più emblematici dell’hard rock, detto “Red rocker” per la sua capigliatura rossa e cespugliosa. Suo padre è un pugile professionista, ma lui alle palestre preferisce i fumosi locali dove si ritrovano a suonare i suoi amici. Irrequieto e restìo a lasciarsi catturare da una sola esperienza suona la chitarra e canta a San Bernardino in gruppi come i Fabulous Castillas, gli Skinny, i Dust Cloud e i Justine Brothers. Ben presto la sua fama di duro e aggressivo interprete si allarga al di fuori dei confini della California. Nel 1973 registra il suo primo disco con i Montrose, band che lascia l’anno successivo dopo la pubblicazione dell’album Paper money, intenzionato a dar vita a un proprio gruppo insieme al bassista Billy Church, al batterista Denny Carmassi e al tastierista Alan Fitzgerald. L’esperienza non entusiasma i discografici che lo costringono ad attendere due anni prima di pubblicare il suo primo album in proprio intitolato Red che comprende anche una sua personale versione di Free money di Patti Smith. È la prima di una lunga serie di esperienze discografiche che fanno di lui uno dei protagonisti dell’evoluzione del movimento hard e della nascita dell’heavy metal. In questo periodo è difficile seguire i cambiamenti interni alla band che l’accompagna, caratterizzata anche da frequenti litigi con relative scazzottature. Una delle formazioni più stabili è quella del 1979 che schiera, oltre al solito Billy Church, il chitarrista Gary Phil, il batterista Chuck Ruff e il tastierista Geof Workman. L’inizio degli anni Ottanta lo vede sempre impegnato a mantenere in vita la corrente più dura del rock. Nel 1983 partecipa alla realizzazione dello splendido Through the fire, un album considerato una sorta di manifesto generazionale della “vecchia guardia” del rock duro. Sono con lui Neal Schon, l’ex batterista dei Santana Mike Shrieve e Kenny Aaronson, ex bassista dei Dust. Il progetto, firmato semplicemente con la sigla H.S.A.S. non avrà seguito. Incuriosito come sempre dalle novità Sammy, nonostante il buon momento, accetta la proposta di sostituire nei Van Halen il cantante David Lee Roth che se n’è andato. Non sarà l’ultima esperienza del vagabondo rocker rosso che ben presto recupererà la sua autonomia in nuovi progetti solistici.

12 ottobre, 2017

12 ottobre 1968 - In Messico un pugno nero levato al cielo


Mentre il vento della contestazione soffia forte su tutto l'occidente il 12 ottobre 1968 a Città del Messico si aprono i Giochi Olimpici. C'è già chi li chiama le "Olimpiadi di sangue" perché la polizia e l’esercito hanno sparato sugli studenti disarmati che manifestavano in Piazza delle Tre Culture provocando decine di morti. Nonostante le richieste di annullamento o di spostamento dei giochi, alla fine non se n'è fatto niente. Con l’inizio della gare si pensa che la fase più critica sia ormai superata, ma non è così. Nel campus che ospita la squadra statunitense si possono ascoltare canzoni che non troppo in sintonia con l'ufficialità del momento, a partire dalla ormai famosa reinterpretazione acida dell'inno statunitense di Jimi Hendrix. Il bello deve ancora venire. Durante la premiazione dei 200 metri piani, infatti, Tommy "Jet" Smith e John Carlos, entrambi statunitensi ed entrambi neri, occupano il primo e terzo scalino del podio. Smith ha appena demolito il primato mondiale. Entrambi sono senza scarpe ed indossano calze nere, considerate "calze da ruffiano" nei ghetti. Quando gli altoparlanti dello stadio iniziano a diffondere le note dell'inno nazionale degli Stati Uniti Smith e Carlos reclinano la testa e alzano una mano chiusa a pugno e guantata di nero. Restano così per tutta la durata dell'inno. Spiegano poi che il loro gesto è un segno di ribellione. Dice Smith che «Nella vita ci sono cose più grandi dei record e delle medaglie» e Carlos aggiunge «Siamo stufi di essere cavalli da parata alle Olimpiadi e carne da cannone in Vietnam». I dirigenti statunitensi non apprezzano il gesto e li cacciano, ma il loro non resta un gesto isolato. Molti altri atleti di colore si schierano al loro fianco. Jim Hines, che nei 100 metri va sotto il limite dei 10'', non accetta di essere premiato dal Presidente del Comitato Olimpico Internazionale, mentre il nuovo recordman nel salto in lungo, Bob Beamon, si presenta sul podio scalzo e senza tuta.

10 ottobre, 2017

11 ottobre 1939 – Coleman Hawkins registra "Body and soul"

L’11 ottobre 1939 il sassofonista Coleman Hawkins registra per la prima volta Body and soul, destinato a diventare uno dei brani più popolari e venduti della storia del jazz. L’ha scritto di getto nella notte precedente e probabilmente non immagina neppure che il brano sia destinato a sopravvivergli anche dopo la morte. Del resto non sta attraversando un buon periodo. È da poco tornato negli Stati Uniti dopo un lunghissimo esilio artistico in Europa. Incerto sul da farsi al suo ritorno in patria ha trovato una realtà completamente diversa da quella che si era lasciato alle spalle. La sua stella non è più splendente come un tempo. Gli impresari e discografici lo considerano vecchio. La sua leadership artistica è messa in discussione un gruppo di strumentisti che si considerano suoi seguaci come Chu Berry, Ben Webster, Don Byas, Buddy Tate e Illinois Jaquet, solo per citarne alcuni. All’orizzonte, poi, sta spuntando l’astro di un altro grande sassofonista come Lester Young, considerato portatore di valori musicali alternativi ai suoi. In più c’è una rivoluzione in atto che sta per spazzare via gran parte dei musicisti della tradizione. Si chiama Be–bop e ha i principali alfieri in ragazzotti di belle speranze che si chiamano Dizzy Gillespie e Charlie Parker. Per la verità i boppisti lo considerano un po’ un maestro, una sorta di anticipatore. Spesso lo chiamano a suonare con loro e riconoscono pubblicamente che le sue elaborazioni armoniche sono state determinanti nel preparare il terreno all’avvento del loro stile. Nonostante tutto, però, sente le differenze generazionali e comincia a pensare che il suo periodo migliore sia ormai alle spalle. Non sono soltanto i pensieri cattivi di un artista in cerca di ispirazione. In realtà quando Hawkins compone e registra Body and soul sono in molti a considerarlo una sorta di ingombrante residuo del passato. Gran parte dei brani di quel periodo risentono della necessità di far qualcosa che possa rilanciarne la popolarità e sembrano un po’ finti, stucchevoli. Body and soul no. Si sente che è buttato giù d’istinto. Coleman non può immaginare che negli anni successivi diventerà uno dei grandi successi mondiali di tutti i tempi. Sopravviverà al passare delle mode e finirà per essere considerato quasi un simbolo per tutti i sassofonisti che vorranno ispirarsi ad Hawkins.

10 ottobre 1979 – La prima di “The Rose”, un film moralista

Il 10 ottobre 1979 a Los Angeles viene presentato in prima visione mondiale “The Rose”, un film diretto da Mark Rydell destinato a suscitare più di una perplessità. Annunciato da una colossale campagna promozionale il lungometraggio racconta gli ultimi cinque giorni di vita di una rockstar che muore per overdose nella quale è facilmente riconoscibile il personaggio di Janis Joplin. L’evento è tra i più attesi della stagione non solo per l’argomento ma anche perché segna il debutto cinematografico da protagonista della cantante Bette Midler. La affiancano il navigato Alan Bates nel ruolo del manager e un sorprendente Frederic Forrest. Nelle dichiarazioni che precedono la proiezione il regista ha parlato di un’opera impegnativa nella quale il personaggio principale viene visto con grande rispetto. Le schede diffuse dalla casa produttrice descrivono l’opera come “un grande affresco del mondo del rock negli anni Sessanta”. Le anticipazioni hanno contribuito a creare l’attesa giusta per cui alla prima proiezione pubblica del film sono presenti oltre che i principali critici cinematografici anche gran parte degli inviati delle maggiori testate musicali. Mentre sullo schermo scorrono le splendide immagini curate dal direttore della fotografia Vilmos Zsigmond in sala si percepiscono due atteggiamenti decisamente diversi. Se i critici cinematografici sembrano esprimere una soddisfazione di massima, più perplessi appaiono i giornalisti musicali. Un grande applauso accoglie la fine della proiezione e il regista rinvia ogni commento alla successiva conferenza stampa che si apre con i ringraziamenti e le impressioni di una emozionata Bette Midler. La serata sembra scorrere via liscia con i critici cinematografici che danno un giudizio sostanzialmente positivo del film riservando qualche appunto soltanto alla interpretazione di Alan Bates, ritenuta leggermente al di sotto del suo standard abituale. Improvvisamente, però, dal settore riservato ai giornalisti musicali si alza, chiara e forte, una voce: «Questo film è ambiguo e fastidioso. Fin dall’inizio traspare un solo obiettivo: la condanna moralistica del rock e degli anni Sessanta». La guerra è dichiarata. Gran parte della stampa musicale considererà per sempre “The Rose” un tentativo di rileggere in senso reazionario un pezzo di storia del rock degli anni Sessanta.


09 ottobre, 2017

9 ottobre 1982 - I Bauhaus, quando il successo fa male

Il 9 ottobre 1982 i Bauhaus entrano nella classifica dei dischi più venduti in Gran Bretagna con la loro versione di Ziggy Stardust, un successo di David Bowie inserito nell’album The rise and fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars. La band formata a Northampton dai fratelli Kevin e David Jay Haskins, rispettivamente batterista e bassista, con il chitarrista Daniel Ash e il cantante Peter Murphy, che sembrava destinata a restare un gruppo di culto per una fedele ma ristretta nicchia di appassionati del dark, inizia a conquistare una popolarità ogni giorno più vasta. Quasi contemporaneamente alla pubblicazione del singolo la loro etichetta Beggars Banquet mette sul mercato anche l'album The sky's gone out. Il buon momento del gruppo è dovuto anche a una serie di coincidenze fortunate quali la partecipazione del magnetico cantante Peter Murphy ad alcuni spot pubblicitari della Maxell nei quali è disteso in poltrona mentre, impassibile, fra vento e lampi, ascolta le note diffuse da un potente impianto hi-fi. In più nello stesso periodo arriva sugli schermi anche il film "Miriam si sveglia a mezzanotte", una storia di vampiri ambientata a New York e interpretata da Catherine Deneuve e David Bowie, che vede tutta la band comparire sullo schermo negli agghiaccianti minuti iniziali per interpretare il tenebroso brano Bela Lugosi's dead. I quattro arrivano così al successo, ma paradossalmente iniziano anche a coltivare i germi della crisi. Il loro pubblico più fedele e quella parte di critica che li aveva seguiti con simpatia li attacca spietatamente per le eccessive concessioni commerciali. Inizia così per la band un periodo burrascoso e teso che culminerà un anno dopo nella sua dissoluzione. Lo stesso Peter Murphy qualche tempo dopo tenterà di dare una personale rilettura di quel periodo «Stavamo andando verso una edonistica ricerca di celebrità e l'energia che riuscivamo a sprigionare ha finito per abbattersi su noi stessi»

08 ottobre, 2017

8 ottobre 1969 – Kokomo Arnold, l’uomo che lasciò il blues per fare l’operaio

L’8 ottobre 1969 muore Kokomo Arnold uno dei personaggi leggendari del blues. Nato a Lovejoys Station, in Georgia, il 15 febbraio 1901 James Arnold, questo è il suo vero nome, è considerato il maestro del knife style. Che cos’è? È una specie di suono molto vibrato, come una lama di coltello, che si adegua alle caratteristiche della voce del cantante, spesso utilizzato come un mormorio che si unisce allo strumento. Kokomo impara a suonare la chitarra da suo cugino James Wiggs e nel 1919, quando ha diciotto anni, fa il manovale in un'acciaieria di Buffalo, nello stato di New York, poiché il lavoro di bluesman non gli consente di sopravvivere. Nel 1924 lascia la fabbrica e comincia a girare per gli Stati Uniti da Pittsburgh a Gary poi più giù verso il delta del Mississippi, una regione che respira blues nella quale si trova da Dio. Segnalato da Joe McCoy, Kokomo nel 1934 viene scritturato dalla Decca e ottiene un notevole successo con un brano, Milk cow blues, in cui ha la possibilità di evidenziare il suo stile molto personale alla chitarra. Nel suo vagabondaggio raggiunge più di una volta Chicago, punto di riferimento d’obbligo dei bluesmen e si esibisce al anche al famoso 33rd Street Club. Di punto in bianco si stanca di questa vita, molla tutta e torna a lavorare nelle acciaierie. Rintracciato nel 1959 dai ricercatori Jacques Demetre e Marcel Chauvard viene sollecitato a riprendere la sua attività di cantante ma lui non se la sente più. L’ostinato rifiuto a tornare sulla strada del blues ha contribuito a ingigantirne la leggenda.

07 ottobre, 2017

7 ottobre 1951 – John Mellencamp, il giaguaro del rock proletario

Il 7 ottobre 1951 nasce a Seymour nell’Indiana John “Cougar” Mellencamp considerato, insieme a Bruce Springsteen, una delle bandiere di quel rock proletario che nasce nella provincia degli States lontano dalle grandi città. Ancora adolescente suona con varie band e colleziona anche un clamoroso "esonero" da parte dei Banana Barn, che l'accusano di non saper cantare. Per tirare avanti si accontenta dei lavori che riesce a trovare, dal tecnico telefonico, all'impiegato in una stazione radio, per citare soltanto quelli meno faticosi. Nel 1973 con l'amico Larry Crane forma i Trash e scrive le prime canzoni. Decide, quindi, di tentare la fortuna andando a New York accompagnato da un nastrino con i suoi brani. Qui incontra Tony DeFries, in quel periodo manager di David Bowie. È lui che colpito da quel tipetto tosto gli inventa il nome d’arte di “Cougar” (giaguaro) e vuole farne un nuovo idolo per le adolescenti tutta immagine e niente sostanza. L’idea si rivela fiacca come l’album Chesnut street incident, pubblicato nel 1976 e subito dimenticato. Chiusa la parentesi newyorchese il ragazzo pensa di tornare a suonare nei club della sua provincia. Il suo personaggio però non è passato inosservato. Trova un aiuto inaspettato in Billy Gaff, allora manager di Rod Stewart che, senza fretta, lo guida nella scalata al successo. Dopo un disco interlocutorio centra il primo importante risultato nel 1979 con John Cougar un album che contiene il brano I need a lover, che diventa un successo mondiale nella versione di Pat Benatar. La consacrazione definitiva arriverà un paio d’anni dopo con American fool che oltre a diventare il disco più venduto dell'anno gli varrà anche la conquista del suo primo Grammy Award. A partire dal 1983 butterà alle ortiche quel nome d’arte che non gli è mai piaciuto e si firmerà semplicemente John Mellencamp. Nonostante il successo non dimenticherà mai le sue origini proletarie, né riuscirà mai a integrarsi perfettamente nelle convulsa vita delle grandi città. Nel 1985 sarà tra gli organizzatori, con Neil Young e Willie Nelson, del “Farm Aid” un megaconcerto per aiutare le popolazioni rurali degli Stati Uniti, colpite da una grave crisi e alla fine del 1988 parteciperà con altri personaggi del rock, al Concerto in memoria di Woody Guthrie e Leadbelly.

06 ottobre, 2017

6 ottobre 1913 – C'è Carmen alla chitarra

Il 6 ottobre 1913 nasce a Cohoes, New York, il chitarrista Carmen Nicholas Mastren. I suoi fratelli Al, John, Frank ed Eddie sono musicisti e anche per lui si prospetta la strada degli studi musicali. Spinto più dalle esigenze dell'orchestra famigliare che da una vera e propria inclinazione per lo strumento inizia a studiare il violino, ma ben presto passa ad altri strumenti a corde che gli piacciono di più: il banjo e la chitarra. Nel 1935 quando ha ventidue anni decide che non può restare per sempre prigioniero delle scelte musicali dei fratelli. Affrontando l'inevitabile indignazione famigliare se ne va ed entra a far parte come chitarrista acustico del quartetto di Wingy Manone con cui resta fino al mese di gennaio del 1936. Di quel periodo resta testimonianza nelle famose registrazioni in studio effettuate dal gruppo per la casa discografica Vocalion. Passa poi con la big band di Tommy Dorsey, che sta attraversando un momento di grande popolarità. Con l'ensemble di Dorsey gira in lungo e in largo gli Stati Uniti suonando nei più importanti locali dell'epoca e divenendo famosissimo. Non estranee alla sua popolarità sono anche le numerose registrazioni effettuate con la big band per la Victor. All'apice del successo nell’estate del 1940 lascia Dorsey ed entra a far parte dei Delta Four di Joe Marsala. La sua perenne voglia di cambiare non gli dà tregua. Dopo poco meno di un anno se ne va e nell’autunno del 1941 suona per un breve periodo con l’orchestra di Ernie Holst, che lascia per entrare in quella dell'NBC. Qui sembra finalmente aver trovato terra ferma, ma il destino ha in serbo nuove sorprese. C'è la guerra. Nel 1943 viene richiamato sotto le armi e utilizzato da Glenn Miller nella sua Air Force Band. Alla fine del 1945 rientra a New York, ma la sua attenzione sembra essere più orientata alla direzione d'orchestra e alla composizione. Scopre anche che la musica leggera può dargli maggior soddisfazioni economiche e trascura progressivamente il jazz. A partire dal 1953 accetta l'incarico di compositore e arrangiatore al servizio dell’orchestra dell'NBC. Non si muoverà più di lì fino al 1970 quando, a cinquantasette anni, cambierà di nuovo impostazione alla sua vita mettendosi in proprio. Nella storia del jazz il suo apporto resta, soprattutto negli anni Trenta e Quaranta, quello di uno dei maggiori e più significativi chitarristi acustici, ideale continuatore della strada tracciata da Eddie Lang e Dick McDonough. Muore il 31 marzo 1981.

04 ottobre, 2017

5 ottobre 1968 - Il fox-trot di Mary Hopkin scalza i Beatles

Il 5 ottobre 1968 Those were the days, un fox-trot interpretato dalla sconosciuta Mary Hopkin arriva la primo posto della classifica britannica dei dischi più venduti detronizzando addirittura Hey Jude dei Beatles. La notizia fa sensazione ma lascia del tutto indifferenti quattro baronetti di Liverpool che guardano con interesse il successo della bionda diciottenne. Come mai? Tutto comincia qualche tempo prima quando i Beatles danno vita alla Apple, un’etichetta discografica di loro proprietà. Nello stesso periodo la timida Mary Hopkin partecipa al programma televisivo "Opportunity knocks". Qui viene notata dalla modella Twiggy, una delle protagoniste di quegli anni, che la presenta a Paul McCartney. L'aria fragile e romantica della ragazza e la sua voce esile colpiscono il Beatle che la scrittura per la Apple intenzionato a farne una sorta di icona del pop neoromantico. Nonostante gli sforzi però il team di autori della casa discografica fatica a comporre una canzone che abbia le caratteristiche richieste. Il debutto discografico di Mary viene rinviato finché lo stesso McCartney s’imbatte in Those were the days, un fox-trot scritto da Ruskin che sembra fatto apposta per la ragazza. Tutti e quattro i componenti del gruppo più significativo della rivoluzione del beat lavorano alla produzione del disco. I risultati vanno al di là di ogni previsione. La canzone scalza dal vertice della classifica britannica gli stessi Beatles e vende più di otto milioni di dischi in tutto il mondo. L'exploit non avrà seguito. Nonostante il buon successo di un paio di singoli successivi la ragazza finirà per allontanarsi dai clamori del pop. La sua voce suggestiva percorrerà strade nuove e originali come la realizzazione di un album interamente cantato in gallese nel 1979 e la formazione nel 1984 degli Oasis (nulla a che vedere con la pop band omonima dei fratelli Gallagher) con Peter Skellern e Julian Lloyd Webber, fratello del compositore Andrew Lloyd Webber.

4 ottobre 1987 – Ian Anderson, professione musicista

Il 4 ottobre 1987 inizia a Edimburgo, in Scozia, un nuovo tour mondiale dei Jethro Tull. A dispetto di chi periodicamente la relega nel museo dei dinosauri del rock progressivo, la band sta vivendo l'ennesima nuova primavera della sua carriera. Il nuovo punto di svolta è segnato dalla pubblicazione dell’album Crest of a knave, accolto con entusiasmo dal pubblico e con una certa stupita meraviglia da parte della critica. L'unico a mantenere un ironico distacco è il flautista Ian Anderson, leader storico, l'anima e il simbolo dei Jethro Tull. L'occasione della partenza del tour fa convergere su Edimburgo un gran numero di giornalisti musicali interessati ad approfondire l'analisi di una band che pare avere sette vite come i gatti. Proprio Ian Anderson si accolla il compito di fare gli onori di casa. La conferenza stampa dopo i preliminari di rito assume ben presto i toni della chiacchierata tra amici. Il flautista non pare eccessivamente stupito dal "miracolo" del rinnovato successo del suo gruppo, anzi spiega di averlo ampiamente previsto: «Le mode sono una delle cose più precarie che conosco, vanno e vengono in un ciclo continuo, si alternano e quelle passate prima o poi finiscono per tornare. Così se tu sei un musicista e hai la costanza di non smettere di suonare e di continuare a comporre, vedrai che è solo questione di pazienza e di tempo. Non hai bisogno né di cambiare il tuo modo di vestire, né di tagliare la barba, e nemmeno di modificare la tua musica perché arriverà un giorno in cui tu sarai di nuovo di moda». Il vecchio leone si sente un po' a disagio nell'affrontare le solite domande banali che si fanno in occasioni simili. Alterna risposte serie a battute ironiche con l'aria di chi ne ha già viste di tutti i colori. Sa per esperienza che l'ambiente è quello, con le sue regole un po' rituali e un po' sciocche. Al termine si alza e si avvia verso l'uscita della sala dove si è svolta l'improvvisata conferenza stampa. Proprio sulla porta viene raggiunto da una giornalista giovanissima. La ragazza gli confessa di non sapere niente di lui, ma di essere stata affascinata dalla sua storia. Gli domanda poi come abbia potuto resistere per tanti anni all'indifferenza dell'ambiente e alla fine del progressive. Ian Anderson risponde: «Ho deciso che era il caso di continuare un po’ per passione e un po’ perché avevo il dovere di giustificare i miei documenti d'identità che, sotto la voce "Professione" riportano la scritta "Musicista"».

03 ottobre, 2017

3 ottobre 1976 - Muore Victoria Spivey, la Regina del blues

Il 3 ottobre 1976 muore a settant’anni in un ospedale di Brooklyn la cantante blues Victoria Spivey, da tutti soprannominata "Queen" (regina). Nata a Houston, nel Texas per più di cinquant'anni ha attraversato da protagonista la scena blues statunitense. È ancora bambina quando comincia a girare cantando e a recitando negli spettacoli ambulanti che percorrono il classico circuito dei teatri neri del Sud degli Stati Uniti in città come St. Louis, Memphis e la natìa Houston. Nel 1926, a soli sedici anni, compone un brano che le dà la popolarità. È Black Snake Moan, oggi divenuto un classico del blues di tutti i tempi. Quando la crisi del 1929 e la conseguente depressione colpiscono pesantemente la popolazione nera del suo paese lei, che in quel periodo ha diciannove anni, cerca di interpretarne i sentimenti, la rabbia e la voglia di riscatto. Il suo stile fa più aggressivo e si libera delle influenze gioiose del vaudeville, che fino a quel momento l'avevano caratterizzato. Il risultato è sorprendente e al suo fianco si schierano alcuni dei migliori jazzisti di quel periodo, da Louis Armstrong, a Henry Allen, a Lonnie Johnson, a Tampa Red. Scrive e interpreta canzoni che parlano al cuore della sua gente. I suoi testi sono crudi e immediati. La voce acida, tagliente, sarcastica, amara e disincantata narra storie di suicidi, di malattie, d'emarginazione, di sesso disperato, di violenze razziali, di stanze umide e sottoscala in cui vive un'umanità consolata soltanto dall'alcol e dalla droga. A partire dagli anni Cinquanta riduce la sua attività musicale per dedicarsi quasi a tempo pieno a una delle tante strutture di assistenza per i poveri e gli emarginati messe in piedi da una comunità ecclesiale. Saltuariamente torna in concerto o in sala d'incisione per regalare gli ultimi gioielli di una carriera intensa e ricca di tensione. Negli ultimi anni di vita le sue capacità vocali si riducono con l'affievolirsi della limpidezza sui toni alti.

02 ottobre, 2017

2 ottobre 1982 - I Musical Youth anticipano l'era delle boyband


Il 2 ottobre 1982 il brano Pass the dutchie arriva al vertice della classifica dei dischi più venduti in Gran Bretagna. Ne sono interpreti i Musical Youth, una band formata nel 1980 da Freddie Waite, un cantante giamaicano protagonista negli anni Sessanta di una breve stagione di popolarità. I Musical Youth degli inizi sono composti da lui stesso, dai suoi due giovani figli, il tredicenne Junior e il dodicenne Patrick, con l'aggiunta di un altro paio di musicisti-bambini: i due fratelli Kelvin e Michael Grant (il primo ha nove anni e il secondo undici). È difficile dire se l'intenzione di Freddie Waite fosse davvero quella di mettere in piedi quella che oggi si chiamerebbe "boyband" o se, invece, egli pensasse soltanto di divertirsi con i suoi figli e un paio di loro amici. Indipendentemente dalla volontà iniziale, però, la carriera dei Musical Youth prende ben presto a correre velocemente. Dalle feste tra amici la band passa rapidamente ai concerti veri e propri mentre le case discografiche iniziano a proporre contratti. Rendendosi conto che il gioco sta diventando serio, Freddie si tira da parte e lascia il suo posto al tredicenne Dennis Michael Seaton. Per sé riserva il ruolo di manager, produttore, autore e consigliere, mettendo a frutto l'esperienza nel settore. Da vecchia volpe qual è resiste per oltre un anno alle sirene dei discografici e accetta di lasciar entrare in sala di registrazione i suoi ragazzi soltanto quando ha sistemato in modo accettabile il loro repertorio. Nasce così il successo dell'album Musical Youth da cui viene estratto il singolo Pass the dutchie, campione di vendite per un lungo periodo. La loro buona stella sembra destinata a non spegnersi più. Come tutti i gruppi adolescenziali hanno però un difetto: i componenti crescono. Una boyband invecchiata non interessa più. Accade così anche ai Musical Youth la cui avventura si concluderà poco dopo la pubblicazione nel 1983 dell'album Different style.