24 gennaio, 2017

24 gennaio 1941 – Nasce quel geniaccio di Neil Diamond

Il 24 gennaio 1941 nasce a Brooklyn, New York, Neil Diamond, uno dei più eclettici e prolifici autori della scena pop internazionale. All'età di dieci anni fa le sue prime esperienze musicali in un gruppo di bambini canterini che si chiama Memphis Blackstreet Boys e tre anni dopo si avvicina al folk entrando a far parte dei Roadrunners. Quando smette di indossare i calzoni corti ha già un'esperienza da far invidia a un veterano con frequentazioni musicali che vanno dal folk ai gospel, al country e al rock and roll. Inizia scrivere canzoni a quindici anni e non smette più. La prima ad accorgersi delle sue qualità è la casa editrice Sunbeam Music che lo scrittura e gli consente di dedicarsi a tempo pieno alla composizione. Nel 1966 pubblica anche il suo primo disco come interprete, Solitary man per una piccola etichetta e, nello stesso anno, firma I'm a believer, un brano destinato a vendere, nell'interpretazione dei Monkees, più di dieci milioni di copie. Gli stessi Monkees si rivelano una vera gallina dalle uova d'oro per il giovane autore che scrive per loro anche un'altra canzone milionaria: A little bit me, a little bit you. I soldi e il successo come autore, però, non gli bastano. Vorrebbe affermarsi anche come cantante, ma i produttori sono scettici. Fatica non poco a trovare qualcuno disposto a dargli spazio. Pubblica vari dischi con risultati modesti prima di convincere definitivamente pubblico e critica nel 1969 con l'album Brother love's travelling salvation show. Da quel momento le carriere d'autore e d'interprete viaggiano in parallelo. Nel 1972 dà corpo a un progetto ambizioso che teneva nel cassetto da tanto tempo sperimentando forme di espressione concettuale di ampio respiro. Nasce così l'opera musicale African trilogy che descrive l'uomo nelle sue tre fasi, crescita, maturità e vecchiaia su un tessuto ritmico africano ricco di contaminazioni gospel. La critica, spiazzata, reagisce malamente accusando African trilogy di essere un lavoro eccessivamente pretenzioso e freddo. L'episodio non interromperà il rapporto tra Neil e il pubblico che ne farà uno dei personaggi più amati degli anni Settanta. I discografici si adegueranno e la CBS, pur di averlo, non esiterà a sborsare nel 1973 ben cinque milioni di dollari, la cifra più alta mai pagata a un artista fino a quel momento. Anche negli anni Ottanta e Novanta la sua stella continuerà a brillare, mentre la produzione si farà via via più rarefatta nel tempo.

23 gennaio, 2017

23 gennaio 1973 – Neil Young: good bye Vietnam!

Il 23 gennaio 1973 a New York Neil Young si sta esibendo in concerto davanti a una platea nutrita. Il cantautore ripercorre la propria storia musicale centrando l'attenzione sui brani dell'album Harvest, ricchi di richiami sociali. Una dopo l'altra scorrono le sue canzoni: Old man, Alabama, Heart of gold, The needle and the damage e molte altre, compresi alcuni inediti destinati a finire nell'album Time fades away. C'è, però, una strana atmosfera. Neil Young appare teso, distratto, meno disposto del solito a interagire con il pubblico. Limita all'essenziale le parole e si perde in lunghi assoli di chitarra come se stesse inseguendo i suoi pensieri lontano da lì. Fedele alla scaletta l'esibizione scorre via in modo meccanico. Mentre sta eseguendo l'ennesimo brano guarda verso la sua sinistra, annuisce, sorride e si ferma. Posa per terra la chitarra e s'avvicina di più al microfono con l'aria visibilmente emozionata. Sul concerto è sceso il silenzio. Neil Young annuncia: «È finita! Mi hanno detto ora che il signor Kissinger e il signor Le Duc Tho hanno siglato un accordo per il "cessate il fuoco". Ce ne andiamo dal Vietnam!» Il silenzio si trasforma in un boato. Una gigantesca esplosione di gioia accoglie le sue parole. C'è chi canta, chi balla, chi si abbraccia per festeggiare un accordo che segna la fine dell’impegno statunitense nel Vietnam. Qualcuno sventola una grande bandiera rossa e blu con la stella gialla del Fronte di Liberazione del Vietnam del Sud, molti applaudono. Neil Young alza le mani per chiedere nuovamente silenzio. Con gli occhi lucidi ricorda che l'accordo è frutto anche dell'impegno del gigantesco movimento giovanile per la pace che si è sviluppato in tutti gli Stati Uniti. Chiede ai presenti di rivolgere un pensiero a tutte le vittime della "sporca" guerra e ai ragazzi che hanno perso la vita nelle manifestazioni pacifiste. Poi riprende a suonare. Il pubblico si accalca sotto il palco per fare posto ai ragazzi che arrivano da ogni parte della città. La festa non si ferma a New York. In tutti gli Stati Uniti esplodono grandi manifestazioni di gioia che hanno il loro epicentro nei campus universitari, dove la notizia viene accolta come una vittoria del movimento pacifista. Ci sono cortei improvvisati, preghiere di ringraziamento, ma non mancano iniziative diverse come a Philadelphia, dove una stazione radio saluta la notizia trasmettendo per dodici minuti consecutivi un suono di campane: un minuto per ogni anno di guerra

22 gennaio, 2017

22 gennaio 1963 – Gerry & The Pacemakers, il successo con uno scarto dei Beatles

How do you do it? è un brano scritto da Mitch Murray che nelle intenzioni del produttore George Martin avrebbe dovuto segnare il debutto discografico dei Beatles. I quattro pazzerelloni di Liverpool, però, l’avevano cestinato perché lo sentivano fiacco e non adatto alla loro personalità. La notizia, diffusasi rapidamente nell’ambiente musicale britannico, rischiava di essere una pietra tombale per il brano, divenuto ormai “uno scarto dei Beatles”. Nonostante tutto l’ostinato produttore, amico dell’autore, non ha intenzione di cestinare la canzone e si ripromette di dimostrare agli “scarafaggi” che avevano torto. Il 22 gennaio 1963 impone a un'altra band di Liverpool di registrare How do you do it?. Le vittime dell’imposizione sono Gerry & The Pacemakers, un gruppo formato dal cantante e chitarrista Gerry Marsden, dal pianista Les Maguire, dal bassista John Chadwick e dal batterista Fred Marsden. Tutti i componenti sono nati a Liverpool con la sola eccezione di Maguire. La band, pur legata alla scuderia di Brian Epstein, il manager dei Beatles, non gode delle stesse prerogative dei suoi più famosi concittadini e non può scegliere i brani da incidere. Un po’ controvoglia, quindi, iniziano a registrare lo “scarto dei Beatles”. George Martin, che non ha mai digerito il rifiuto di John Lennon e compagni, assiste in silenzio. È quasi un fatto personale. Costringe Gerry & The Pacemakers a una lunghissima seduta di registrazione fino a spremere come limoni i componenti della band. La sera del 22 gennaio Gerry Marsden e i suoi compagni sono sfiniti. Hanno ormai perso il conto delle esecuzioni. Non è finita, perché Martin passa gran parte dei giorni successivi a riascoltare e ad aggiustare un brano che si è trasformato in una sorta di sfida personale alla cocciutaggine dei Beatles. Quando tutti pensano che il disco sia ormai pronto, non completamente soddisfatto, convoca ancora Gerry & The Pacemakers e chiede loro di rifare alcuni passaggi. «Coraggio, ragazzi, non è tempo perso». Ha ragione. How do you it?, pubblicato alcune settimane dopo, scalerà rapidamente la classifica di vendita arrivando fino al primo posto. Sarà lo stesso George Martin a telefonare la notizia ai Beatles: «Mai uno scarto è arrivato così in alto».

20 gennaio, 2017

21 gennaio 1941 – Richie Havens, un folk singer dalla pelle nera


Il 21 gennaio 1941 nasce a Brooklyn Richie Havens, considerato uno dei migliori folk singer del periodo a cavallo tra la fine degli anni Sessanta e la prima metà dei Settanta. Figlio di un pianista del ghetto nero di New York, ultimo di nove fratelli impara ben presto le regole della sopravvivenza e per aiutare la famiglia inizia a cantare in pubblico quando ha da poco compiuto i sei anni. A quattordici forma un gruppo gospel, i McCrea Gospel Singers, insieme ai quali comincia ad allargare i suoi orizzonti al di fuori dei vicoli e dei locali della zona in cui è vissuto fino in quel momento. Chiusa la parentesi gospel, non ancora diciassettenne, saluta famiglia e amici e se ne va. Non lascia la musica, ma si adatta a qualunque lavoro pur di sopravvivere: il ritrattista per turisti nel Greenwich Village, il fattorino della Western Union e l'operaio. Nei primi anni Sessanta inizia a frequentare i circoli folk del Greenwich Village e resta affascinato dalla lezione politica e musicale dei vecchi folk singer bianchi come l’onnipresente Pete Seeger. Da quel momento la sua storia artistica si lega con quella degli emergenti profeti della nuova canzone di protesta. Nella sua voce calda e profonda, arricchita dall’emotività interpretativa di derivazione gospel, sembrano saldarsi le tradizioni musicali bianche e quelle nere. Nel 1968 è tra i protagonisti del commosso tributo alla memoria di Woody Guthrie che si svolge alla Carnegie Hall di New York e l’anno dopo entra nella leggenda aprendo con la sua Freedom il Festival di Woodstock. Gli anni Settanta lo vedono ancora sulla cresta dell’onda con una serie di album di qualità e con canzoni come l’indimenticabile Going back to my roots o la curiosa versione della beatlesiana Here comes the sun. Parallelamente all’attività discografica e concertistica sperimenta altre forme espressive, dedicandosi in particolare al teatro. Nel 1972 partecipa alla messa in scena sui palcoscenici statunitensi dell’opera rock Tommy e due anni dopo indossa i panni d’Otello nel musical Catch my soul. Con l’arrivo degli anni Ottanta inizia la sua parabola discendente anche se non sparirà mai del tutto dalla scena. Pubblica qualche album e spesso si ritrova a dare una mano in sala di registrazione ai suoi vecchi compagni del Greenwich Village, in particolare a Bob Dylan, ma gli anni d’oro e gli ideali di rivolta sono ormai lontani. Muore a Jersey City il 22 aprile 2013.

20 gennaio 1889 – Leadbelly, un rissoso, irascibile e violento cantastorie

Il 20 gennaio 1889 nasce a Mooringsport, in Louisiana Huddie William Leadbetter, più conosciuto con il nomignolo di Leadbelly, uno dei grandi interpreti del blues rurale. Negli anni dell’adolescenza racconta storie e saghe popolari agli angoli delle strade accompagnandosi con il windjammer, una sorta di rudimentale fisarmonica. Passa poi alla chitarra suonando con Bud Coleman e Jim Fagin nelle feste e nelle cerimonie delle varie città del Sud degli Stati Uniti. A differenza degli altri cantastorie blues da strada, lui non si sente una vittima predestinata delle violenze di chi considera i musicisti itineranti come straccioni da insultare e qualche volta picchiare per divertimento. Non porge mai l’altra guancia e risponde a qualunque tipo di provocazione. Rissoso, irascibile e violento per tre volte viene condannato a scontare pene detentive di varia lunghezza. La prima condanna arriva nel 1917 quando uccide un uomo che l’aveva aggredito a New Boston, nel Texas, la seconda nel 1930 ad Angola per aver lasciato malconcio un suo interlocutore e l’ultima nel 1940 all'isola di Riker per aver dato il suo fattivo contributo a una sanguinosa rissa. Ogni volta, però, riesce a non scontare interamente la pena grazie a varie provvidenziali amnistie e riprende a girovagare suonando da solo o in compagnia di altre figure leggendarie del blues come Blind Lemon Jefferson, Sonny Terry o Brownie McGhee. Nel 1934, dopo un’amnistia che lo libera dalla necessità di scontare la sua seconda condanna viene letteralmente sequestrato da John Lomax, un ricercatore dell’archivio delle tradizioni popolari della Biblioteca del Congresso, che lo porta a New York e lo convince a registrare più di cento brani. Nella seconda metà degli anni Quaranta, dopo aver lasciato per la terza e ultima volta il carcere sembra trovare finalmente una sua dimensione grazie a un altro ricercatore, Frederic Ramsey, che gli procura un contratto con la Capitol. Nel 1949 l’università di Austin, in Texas, gli offre la conduzione di un seminario di studi riconoscendo la serietà della sua ricerca poetica e musicale, ma Leadbelly non potrà portare a termine l’incarico. Il 6 dicembre dello stesso anno, infatti, muore a New York. Il suo fisico, minato dalla poliomielite, non ce la fa a superare l’ennesima sfida. Pochi mesi dopo gli Weavers del “comunista” Pete Seeger porteranno al successo la sua Good night Irene.

19 gennaio, 2017

19 gennaio 1980 – Muore Piero Ciampi, cantautore

Il 19 gennaio 1980 in un clinica romana un cancro alla gola chiude la vita e la carriera di Piero Ciampi, uno dei più grandi cantautori italiani. Livornese, anticonformista, innamorato dell’alcol più che di se stesso ha compiuto da quattro mesi quarantacinque anni. Amato dagli artisti, ma per lungo tempo sconosciuto al grande pubblico, deve alla sua indolenza e alla sua incapacità a gestire un rapporto normale con l’ambiente musicale gran parte dei suoi guai. Alla fine degli anni Cinquanta va a Parigi per cantare nei locali del Quartiere Latino, dove si fa chiamare Piero Litaliano (senza apostrofo), nome con il quale firma poi anche il primo singolo pubblicato in Italia nel 1963, Lungo treno del sud. Dalla Francia se ne va in Spagna, poi in Inghilterra e quindi in Irlanda, sempre alla ricerca di qualcosa che non troverà mai: il gusto della vita. Autore fecondo, ma incostante, scrive brani dalle atmosfere jazzate in cui la voce, che anno dopo anno si fa più roca, recita più che cantare canzoni evocatrici d’immagini ricche di emozione che sembrano però non piacere al pubblico della musica leggera di quegli anni. In più le case discografiche faticano a comprendere la sua incapacità di tenere fede agli impegni. Per questa ragione occorre aspettare fino al 1970 per vedere pubblicato il suo secondo singolo Tu no, destinato a vendere pochissime copie ma capace di entusiasmare un navigato chansonnier come Charles Aznavour che vuole al suo fianco il cantautore livornese in uno special televisivo. L’anno dopo la critica premia una raccolta di brani pubblicata con il titolo Piero Ciampi come miglior album dell’anno, ma ancora una volta rimane un fatto elitario, isolato ed episodico. Nel 1975, dopo il successo della canzone Andare camminare lavorare sembra che il grande pubblico riconosca finalmente la qualità del suo lavoro ma è troppo tardi. Ciampi, ormai completamente schiavo dell'alcool, non è più in grado di esibirsi in pubblico senza perdere il controllo di se stesso. Dopo la sua morte l’aria “maudit” che circonda il suo personaggio ne farà un artista di culto e, un po’ tardivamente, la sua casa discografica pubblicherà un’intera raccolta delle sue canzoni, compresi alcuni inediti a suo tempo rifiutati perché “improponibili”. Meno interessata sarà l’iniziativa di un gruppo di artisti che gli hanno voluto bene quand’era in vita, come Lucio Dalla, Gino Paoli e Nada. Saranno loro a riproporre gran parte delle sue canzoni in un lungo concerto al Teatro Argentina di Roma.

18 gennaio, 2017

18 gennaio 1980 – L'oltraggiosa Wendy dei Plasmatics

Il 18 gennaio 1980, dopo un devastante concerto a Milwaukee, i Plasmatics sono attesi dalla polizia. Un robusto cordone di agenti, infatti, è incaricato di arrestare Wendy O. Williams, la cantante del gruppo, con l'accusa di atti osceni in luogo pubblico. Si teme che la reazione della ragazza possa provocare incidenti tra il pubblico, ma la front woman dei Plasmatics si lascia portar via senza opporre resistenza. Non è la prima volta e non sarà neanche l'unica per la bionda e roca leader di una band per la quale il termine "hardcore" non è soltanto la definizione di uno stile musicale derivato dal punk. I loro concerti sono una costante provocazione per i benpensanti, con Wendy che sommerge il pubblico di brani violentemente allusivi con una gestualità ricca di espliciti richiami erotici, tutti sostenuti da una musica violenta e devastante. Non a caso i Plasmatics sono considerati una delle band di punta del nuovo punk che porta ai limiti estremi le provocazioni dei loro fratelli maggiori. La loro prima formazione, del 1979, comprende, oltre a Wendy, i chitarristi Richie Stotts e Wes Beech, il bassista Jean Beavouir, il batterista Stu Deutsch e il sassofonista Sierra. I loro concerti attirano l'attenzione del pubblico dei circuiti alternativi, orfano dei New York Dolls e in breve si ritrovano scritturati dalla Stiff Record. L'impatto spettacolare della band e i ripetuti arresti di Wendy fanno il resto anche se la critica storce un po' il naso rilevando che, dal punto di vista musicale, la loro non è una lezione nuova né innovativa. I primi album per la Stiff tra cui Metal Princess, il loro miglior disco in assoluto, attirano, alla fine del 1981, l'attenzione della Capitol che è convinta di poterne imbrigliare gli eccessi e sfruttarne meglio l'appeal commerciale. In realtà la band è già in preda a convulsioni interne, ma i soldi l'aiutano a ritrovare l'armonia. Il miglior momento è, però, passato e l'album Coup d'etat appare troppo rifinito e studiato a tavolino per essere vero. Perso lo smalto degli inizi i Plasmatics tenteranno di sopravvivere, ma poi prenderanno atto della realtà e si lasceranno, non senza liti. Ciascuno andrà per la sua strada. Il primo a tornare in sala d'incisione sarà Jean Beavouir, la cui avventura solistica non mancherà di esperienze interessanti. Meno interesse, nonostante le attese, susciteranno invece le performance come cantante solista di Wendy, sempre più prigioniera del ruolo da provocatrice sessuale che le hanno assegnato i media. Il suo destino è ricco di poche luci e molte ombre. La ragazza impossibile si suiciderà il 6 aprile 1998.

16 gennaio, 2017

17 gennaio 1933 – Dalida, artista inquieta, triste e sola

Il 17 gennaio 1933 al Cairo, in Egitto, nasce Dalida registrata all’anagrafe con il nome di Jolanda Gigliotti. È cittadina francese, ma i suoi genitori sono italiani o, meglio, calabresi. Dotata di una voce particolare, dai toni scuri, inizia giovanissima a cantare nei club di Parigi la versione francese di celebri brani napoletani. Proprio uno di questi le regala il primo grande successo discografico. È Bambino, versione francese di Guaglione. Il brano, pubblicato quasi per gioco arriva al vertice delle classifica di molti paesi europei. Anche l’Italia si accorge di lei e la accoglie con calore portando ai vertici delle classifiche le sue versioni di brani come Bang Bang, Milord, Come prima, Quelli erano giorni o L'ultimo valzer. Nel 1967 Dalida partecipa al suo unico Festival di Sanremo. La ragazza canta sul palcoscenico dei fiori Ciao amore ciao in coppia con l’autore Luigi Tenco verso il quale è legata da un grande affetto, ricambiato. L’esperienza si conclude tragicamente. Proprio nei giorni della manifestazione sanremese, infatti, Tenco viene ritrovato nelle sua camera d’albergo senza vita, ucciso da un colpo di pistola. Le indagini, frettolose e sommarie, parlano di suicidio. L’episodio segna una svolta nella vita di Dalida che tenterà più volte di farla finita negli anni successivi. Il pubblico italiano non l’abbandona. Nel 1968 vince "Canzonissima" con Dan dan dan e, pur lontana dei grandi successi degli anni Sessanta, continua a essere amata da un robusto gruppo di fedeli ammiratori che non la lasceranno mai sola neppure negli anni successivi. All'inizio del 1987 si esibisce in un grande concerto in Turchia davanti al presidente Kenan Evren. È un buon periodo per la cantante. Si parla di un suo nuovo album e di un serial televisivo, ma il 3 maggio dello stesso anno, in preda a una crisi depressiva, si toglie la vita con una dose eccessiva di barbiturici.

15 gennaio, 2017

16 gennaio 1965 – La prima volta di Georgie Fame

Il 16 gennaio 1965 Georgie Fame e i Blue Flames arrivano al vertice della classifica britannica con il brano Yeh yeh. Per il cantante, che all'anagrafe si chiama Clive Powell, è un momento magico che culmina con l'assegnazione del titolo di "nuovo cantante dell'anno". Il ragazzo è una novità per il grande pubblico, ma non per gli appassionati del rock blues che lo conoscono e lo amano fin dal suo debutto al Flamingo Club con la prima formazione dei Blue Flames composta dal chitarrista Colin Green, dal batterista Red Reece e dal bassista Tex Makins. L'apporto della band, nella quale suoneranno, in momenti diversi, personaggi destinati a diventare famosi come il chitarrista John McLaughlin o il batterista Mitch Mitchell, è fondamentale nella crescita artistica di Georgie Fame, anche se la ragione principale del successo è da ricercare nel timbro particolare della voce e nella sua personale interpretazione del rhythm and blues. Dopo la pubblicazione del primo album R&B at The Flamingo la sua crescita è lenta ma progressiva. Brani come Get away, Sunny e l'album Sweet thing ne consolidano la popolarità. L'exploit commerciale, in parte inaspettato, di Yeh yeh sembra premiarne l'impegno e la coerenza stilistica, ma è destinato a determinare una svolta inaspettata nella sua linea musicale. Nel 1966 scioglierà i Blue Flames, firmerà un contratto discografico con la CBS e volterà le spalle al blues rock delle origini per abbracciare un genere decisamente commerciale. Con The ballad of Bonnie and Clyde scalerà le classifiche di vendita di tutto il mondo diventando un ricco e celebrato interprete del pop. Anche la sua immagine muterà. Il bluesman dalla voce roca e dall'aria trasandata lascerà il posto a un cantante alla moda e uno showman di successo, con spettacoli come "One man and his music", presentato al Mayfair Theatre di Londra, la cui pregevole fattura sarà lontana anni luce dalle fumose atmosfere del Flamingo. Scoprirà anche sulla sua pelle quanto sia volatile il successo nel mondo del pop internazionale. Con il passare delle mode e l'emergere di nuovi personaggi finirà per trovarsi ai margini del music business. Verso la metà degli anni Settanta tenterà un'operazione nostalgica, riformando i Blue Flames con una formazione completamente rinnovata, a eccezione del "vecchio" Colin Green, ma non basterà a recuperare l'amore tradito dei suoi vecchi fans.

14 gennaio, 2017

15 gennaio 1991 – Il suono della pace e il rombo dei bombardieri

Il 15 gennaio 1991 scade l’ennesimo ultimatum imposto dall’ONU su pressione degli Stati Uniti a Saddam Hussein perché ritiri le sue truppe dai territori del Kuwait occupati militarmente nel mese d’agosto del 1990. Sugli anni Novanta, presentati come l’inizio di un’era di pace dopo la fine della Guerra Fredda, si addensano cupi clamori di guerra, mentre In tutto il mondo i pacifisti sono mobilitati per scongiurare le minacce di un nuovo conflitto. Ormai la gigantesca macchina da guerra approntata dagli Stati Uniti e dai suoi alleati occidentali, Italia compresa, sembra pronta a partire. Per la prima volta le truppe statunitensi mettono piede nel Medio Oriente, un’area considerata strategicamente decisiva per le risorse energetiche, e in molti pensano che questa sia la vera ragione dell’intervento. Nessuno più è disposto a scommettere su una conclusione pacifica della vicenda, preceduta da una massiccia campagna d’immagine volta a convincere l’opinione pubblica di tutto il mondo occidentale della “ineluttabilità” della guerra. Molti artisti del rock e del pop internazionale si schierano con le “ragioni” dell’intervento. Una piccola pattuglia di musicisti, però, non ci sta e decide di passare al contrattacco. Per iniziativa di Lenny Kravitz, uno dei più geniali personaggi della scena musicale statunitense, e di Sean Lennon, il figlio di John, alcuni artisti si ritrovano in studio di registrazione per realizzare una sorta di “manifesto musicale” contro la guerra. Il brano scelto è Give peace a chance di John Lennon. Il manipolo di “cospiratori per la pace”, come amano definirsi, è composto, oltre da Kravitz e Sean Lennon, da un gruppo ristretto in cui spiccano i nomi di Iggy Pop, Tom Petty, Randy Newman e Dave Stewart degli Eurythmics. Prendono contatto con varie emittenti e decidono di far coincidere la diffusione della canzone con la scadenza dell’ultimatum a Saddam Hussein. Accade così che nella notte del 15 gennaio, mentre si alzano in volo i primi aerei destinati a bombardare il territorio irakeno, migliaia di emittenti radio di tutto il mondo diffondono, quasi in contemporanea, il brano che chiede di «Dare una possibilità alla pace». Non fermano i bombardamenti ma marcano un dissenso. Visto il periodo e il clima non è poco.

14 gennaio 1985 – Gli Squeeze tornano sui loro passi

Il 14 gennaio 1985, a tre anni dalla loro separazione, tornano a esibirsi in pubblico gli Squeeze, una delle band britanniche di maggior successo alla fine degli anni Settanta e nei primi Ottanta. L’occasione per l’eccezionale riunione viene da un concerto di beneficenza che si svolge a Catford. Si ritrovano così sul palco i chitarristi Glenn Tilbrook e Chris Difford, il batterista Gilson Lavis e il tastierista Julian “Jools” Holland. L’unico componente storico della band che rifiuta di aderire all’iniziativa è il bassista Harry Kakoulli, sostituito sul palco da Keith Wilkinson. Inutile dire che l’annunciata reunion provoca una sorta di rimpatriata generale dei fans del gruppo che affollano fin dalle prime ore della giornata il luogo destinato a ospitare il concerto. Sembra un fatto occasionale, ma non è così. Il successo dell’esibizione, le emozioni e le sollecitazioni del pubblico sortiscono il miracolo di convincere la band a continuare. Riprende così il suo cammino il gruppo nato nel 1974 a Deptford e che aveva pubblicato solo nel 1976 il primo disco Packet of three, prodotto da John Cale per l'etichetta indipendente Deptford Fun City. Lo stesso Cale figura anche tra i produttori del primo album pubblicato da una major, la A&M, intitolato semplicemente Squeeze. Forti di un ristretto ma affezionato gruppo di fans e adorati dalla critica i cinque arrivano al successo alla fine degli anni Settanta con brani come Cool for cats, Up the junction e Slap and tickle. Problemi di rapporti interni e l’accoglienza freddina riservata all'album Sweets from a stranger ne determinano, però, il prematuro scioglimento nel 1982. Tilbrook e Difford si dedicano alla composizione firmando vari lavori tra cui il musical "Labelled with love". Sembra davvero tutto finito quando il concerto di Catford, inaspettatamente, ridà nuova linfa ai componenti del gruppo che ritrovano motivazioni ed entusiasmo e pubblicano un album ricco di spunti interessanti dal singolare titolo in italiano: Così fan tutti frutti. Il successo di Babylon and on e del singolo Hourglass faranno il resto. La band, nonostante la defezione di Holland, che alla fine del 1989 se ne andrà e verrà sostituito dal tastierista Matt Irving, confermerà la sua solidità e il suo valore anche negli anni Novanta.

13 gennaio, 2017

13 gennaio 1973 – Un concerto per togliere dai guai Eric Clapton

«Il ragazzo è cotto. Dovremmo dargli una mano!» Così, alla fine del 1972, Pete Townshend, il chitarrista degli Who chiama a raccolta un nutrito gruppo di amici perché gli diano una mano a convincere Eric Clapton a tornare sulle scene. Da un anno, infatti, Eric “slowhand”, manolenta, come è soprannominato per la sua capacità di suonare la chitarra trattenendo a lungo le note, si è chiuso in una sorta di cupo esilio volontario, ufficialmente per disintossicarsi. Se la passione per l’eroina e per l’alcool lo stava portando alla tomba, la solitudine e l’isolamento non solo non risolvono i problemi, ma rischiano di perderlo per sempre. L’ultima sua esibizione, se così si può chiamare, risale alla fine del 1971 quando è salito sul palco del concerto londinese di Leon Russel e ha strapazzato la chitarra in un paio di brani. Da quel momento su di lui è sceso un silenzio innaturale. Le insistenze di Pete Townshend sortiscono l’effetto desiderato. Il 13 gennaio 1973, sul palcoscenico del Rainbow di Londra, Eric Clapton torna ufficialmente in concerto. Townshend ha fatto le cose per bene. La band che accompagna il suo ritorno schiera, oltre allo stesso Townshend, musicisti del calibro di Ron Wood, Steve Winwood, Rich Grech, “Reebop” Kwaku Baah e Jimmy Karstein. Ospite d’eccezione, con l’incarico di scaldare il pubblico prima del concerto è l’Average White Band. L’esibizione, nonostante il successo, non scuote dal torpore Eric Clapton che, lungi da risolvere i suoi problemi di tossicodipendenza, ripiomba nell’abulia più totale. La musicoterapia non funziona. Ci vorrà ancora un anno e una lunga permanenza nella fattoria di un amico in Galles perché il chitarrista si senta nuovamente pronto a ritornare davvero in attività. L’esibizione del 13 gennaio serve a risolvere però i problemi della sua casa discografica che, indifferente al dramma di Eric, pensa più che altro alla necessità di immettere almeno un nuovo disco sul mercato prima che il pubblico si dimentichi di lui. Il concerto fornisce materiale sufficiente alla pubblicazione di un album live, Eric Clapton’s Rainbow concert, che, nonostante lo scarso valore artistico, resta la drammatica testimonianza di uno dei periodi più neri della vita personale e artistica del musicista britannico.

12 gennaio, 2017

12 gennaio 1956 – Nasce il ragazzo prodigio del jazz spagnolo

Il 12 gennaio 1956 nasce a Ecija, in Spagna, l'organista Benjamin Leon. La vita gli si presenta subito come una lunga strada in salita. Quando ha appena un anno una rara malattia infantile gli spegne per sempre la luce degli occhi. Tre anni dopo la famiglia si trasferisce a Barcellona e il bambino scopre nel mondo della musica nuove sensazioni. I genitori, che non navigano nell’oro, cercano di assecondare la sua passione, ma non possono permettersi il lusso di costosi maestri privati. L’amore per i suoni resta la sua guida principale fino a undici anni, quando inizia frequentare un corso di solfeggio. Le sue qualità istintive non sfuggono ai docenti che lo spingono verso la scuola di musica Ars Nova. La passione per la musica non gli impedisce di compiere studi regolari tanto che frequenterà la facoltà di filosofia, diplomandosi in psicologia. I genitori lo assecondano ai limiti delle loro possibilità. Ha sedici anni quando gli regalano il primo, vero, organo da professionista. Pochi mesi dopo dà il primo concerto al Forum Vergès di Barcellona entusiasmando pubblico e critica. Da quel momento la città catalana diventa il palcoscenico ideale della sua genialità che attinge a una formazione jazzistica quasi esclusivamente autodidatta. Quando viene interpellato sulle ragioni delle sue scelte stilistiche, Benjamin risponde che i suoi maestri principali sono stati i... dischi, anche se non manca di riconoscere l’importanza del contatto diretto con alcuni musicisti, fra i quali Lou Bennett e Tete Montoliu. I concerti al Cova del Drac di Barcellona testimoniano di una progressiva maturità tecnica e stilistica che trova la sua consacrazione quando a diciannove anni, nel 1975, in occasione del Festival del jazz di Vandrell, si ritrova sul palco insieme a un “mostro sacro” come Illinois Jacquet in una jam session destinata a diventare un punto fermo nella sua leggenda personale. Ad appena vent’anni si ritrova, nelle classifiche delle riviste specializzate, a competere con i migliori jazzisti del mondo. Nonostante le ricche offerte, non si esibisce volentieri fuori dai confini della Spagna, paese nel quale il suo nome diventa uno degli elementi fondamentali di una straordinaria diffusione del jazz. Locali come la Cave de Jazz di Tarrasa, il Satchmo di Barcellona e il Balboa Jazz di Madrid saranno il supporto per un ulteriore crescita della sua popolarità e anche la radio e la televisione gli offriranno spazi mai concessi prima a jazzisti spagnoli.

10 gennaio, 2017

11 gennaio 1924 – Slim Harpo: il blues? Una musica splendida per ballare

L’11 gennaio 1924 nasce a Lodbell, in Louisiana, James Moore, destinato a diventare alla fine degli anni Cinquanta uno dei maggiori esponenti del blues e, soprattutto, del rhythm and blues con il nome d’arte di Slim Harpo . Fin da bambino impara a suonare l’armonica e mentre i suoi coetanei sono ancora curvi sui banchi di scuola, lui inizia a peregrinare per le vie polverose della Louisiana seguendo i vecchi cantastorie neri di strada. Da loro impara i trucchi del mestiere e con il passare degli anni si conquista simpatie e popolarità dovunque ci sia gente in festa: nelle fiere di paese, nei matrimoni, nei fidanzamenti e nei battesimi. Intuitivo e abile nel capire i gusti del pubblico, si diverte e fa divertire contaminando le radici drammatiche del blues nero con il country & western della tradizione bianca. Verso la metà degli anni Cinquanta collabora a lungo con Lightnin’ Slim. Da questo sodalizio nascono alcuni brani considerati in larga parte anticipatori del rhythm and blues e, più ancora, di quel genere che vent’anni più tardi verrà ribattezzato country blues. Il primo a intuire che dietro quel burlone vagabondo con l’armonica si nasconde un genio musicale è il produttore Jay D. Miller che, non senza fatica, lo convince a sottoscrivere un contratto discografico. Negli anni Sessanta la sua stella brilla alta nel firmamento musicale statunitense tanto che alcune sue incisioni arriveranno nelle classifiche dei dischi più venduti anche al di fuori delle sezioni riservate alla musica nera. La voce nasale, l’armonica graffiante e la scanzonata ironia, a tratti un po’ goliardica, conquistano anche il pubblico bianco, in genere sospettoso nei confronti della musica nera. Tra i suoi successi spiccano I’m a king bee, ripreso dai Rolling Stones e, soprattutto, Scratch my back, un classico del repertorio di Otis Redding. Per lui il blues non è tristezza o malinconia, ma allegria, voglia di vivere e piacere di ballare. La sua lunga esperienza di musicista itinerante lo rende impermeabile alle critiche. «Quando sulle tue scarpe hai la polvere delle strade, quando hai suonato sotto lo scroscio di un temporale senza nessuno che ti ripari con l’ombrello, che t’importa di chi ti taglia i panni addosso?» C’è chi lo rimprovera di suonare un blues senz’anima, addomesticato, ma lui non se la prende. Guarda l’interlocutore con aria sorniona e poi sbotta: «Il blues? È una musica splendida per ballare, amico…».

09 gennaio, 2017

10 gennaio 1976 – Tace il blues selvaggio di Howlin' Wolf

Il 10 gennaio 1976 nel Veteran Administration Hospital di Los Angeles muore il bluesman Chester Arthur Burnett, meglio conosciuto come Howlin’ Wolf. Da tempo sofferente per un tumore al cervello, ha sessantacinque anni ed è stato uno degli artefici della rivoluzione nel blues nel dopoguerra innestando sugli stili del blues di Chicago, l'aggressività e il linguaggio musicale del blues rurale. Figlio di piantatori di cotone, impara a suonare blues da un grande vecchio come Charley Patton e alterna l'attività di musicista con quella di bracciante nelle zone rurali del Delta del Mississippi dove è nato. Alla fine della seconda guerra mondiale se ne va a cercar fortuna a Memphis dove lavora saltuariamente come disk jockey e suona quando può. I suoi più fedeli compagni d'avventura sono l'armonicista James Cotton, il pianista Ike Turner e l'altro armonicista Little Jr. Parker. È in questo periodo che prende forma il suo stile unico con la voce che si arrampica sulle note scolpendole e colorandole di suoni torbidi, aspri e selvaggi. Nel 1951 con How many more years e Morning at midnight la sua vocalità accoppiata alla tecnica chitarristica di Willie Johnson definisce quelle che in seguito verranno considerate le regole auree del dialogo tra canto e strumento nell'era elettronica. Come quasi tutti i grandi bluesmen della sua epoca corre il rischio di restare confinato nella ristretta cerchia del "ghetto musicale" destinato alla popolazione nera degli Stati Uniti, anche perché la carica sessuale esplicita del suo modo di cantare e delle sue storie scandalizza il music business bianco che preferisce dare spazio a un rock and roll addomesticato e tranquillizzante. L'opera di marginalizzazione, però, non funziona. L'eco del suono nero non si lascia contenere. Vola in alto, attraversa l'oceano e arriva in Gran Bretagna, dove i giovani esponenti bianchi del rock blues, a partire dai Rolling Stones, recuperano il lavoro di Howlin' Wolf e degli altri innovatori. Lui si lascia coinvolgere con entusiasmo anche se confessa di essere un po' stupito dall'attenzione suscitata. Lo stupore quasi si trasforma in panico quando, nel 1970 si esibisce di fronte a una folla incredibile in compagnia di Charlie Watts, Bill Wyman, Ian Stewart ed Eric Clapton in un concerto che viene poi pubblicato nell'album London sessions. Nel 1972 partecipa alla realizzazione di "Wolf" un film sulla sua vita diretto da Len Sauer.

08 gennaio, 2017

9 gennaio 1963 – Muore dimenticata dal mondo Yvonne De Fleuriel

Il 9 gennaio 1963 Adele Croce, una donna schiva, sola e dimenticata dal mondo muore poverissima a Roma. Ha settantaquattro anni. Nessuno riconosce in quel povero corpo consunto dalla povertà e dalla sofferenza la bellissima Yvonne De Fleuriel, una delle donne più amate del teatro e della canzone italiana d'inizio secolo. Nata a Teano, in provincia di Caserta, fa il suo esordio nello spettacolo come attrice generica e cantante al fianco del grande Eduardo Scarpetta. Non ha ancora vent'anni quando incontra Nicola Maldacea, che, oltre a essere uno dei più popolari interpreti del "caffè concerto", è molto sensibile al fascino femminile. Colpito dalla sua bellezza la aiuta a farsi strada nell'ambiente musicale. È lui che le suggerisce il nome d'arte di Yvonne De Fleuriel, più in sintonia con il repertorio di canzoni francesi che ne caratterizza le esibizioni. L'equivoco o, meglio, il mistero costruito ad arte sulle sue origini esotiche dura fino al 1911 quando, in duetto con Gennaro Pasquariello, si esibisce al celeberrimo Salone Margherita di Napoli, in una lunga rassegna di canzoni napoletane ostentando un "purissimo accento" partenopeo. Da quel momento diventa una delle donne di spettacolo più amate. Mentre la sua popolarità si estende oltre i confini nazionali lei interpreta con disinvoltura il ruolo di "femme fatale" richiesto da suo personaggio. Consapevole dei suoi mezzi ama definirsi «attrice, cantante e fine dicitrice», ma sa gestire con astuzia il suo personaggio non rinunciando a esibizioni clamorose che scandalizzano i benpensanti dell'epoca come la capriola sul palco durante l'interpretazione di 'O scugnizzo o il concerto nella gabbia dei leoni al teatro Apollo di Roma. Di lei si innamorano principi, uomini illustri e personaggi dello spettacolo. Non mancano le storie tragiche come quella di Carlo Mirelli, che insieme a Rocco Galdieri cura per lei la versione italiana del successo parigino Thérèsine e poi, viste respinte le sue offerte d'amore, si uccide. L'episodio alimenta la sua fama di "donna irraggiungibile", ma la segna profondamente. Con il passare del tempo e con lo sfiorire della bellezza fisica scopre che le notevoli doti canore e sceniche non bastano a mantenere il successo. Il declino è rapido e doloroso. Lascia l'Italia e va in Germania, dove rimedia ancora qualche saltuaria scrittura. Progressivamente, però, perde la voglia di lottare e si lascia andare. Torna in Italia e si stabilisce definitivamente a Roma dove muore tra l'indifferenza e l'oblio degli stessi che le avevano giurato amore eterno.

05 gennaio, 2017

8 gennaio 1984 – Per i Soft Cell un concerto d’addio di due giorni

L’8 gennaio 1984 l’Hammersmith Palais di Londra ha in cartellone un concerto d’addio. È quello dei Soft Cell, il duo formato quasi per scherzo a Leeds nel 1979 da due studenti del locale politecnico, Marc Almond e David Ball, e divenuto rapidamente uno dei fenomeni musicali dei primi anni Ottanta. L’afflusso di spettatori è notevole tanto che da almeno un paio di giorni non si trovano più biglietti. Nonostante il “tutto esaurito”, però, sembra che centinaia di ammiratori del duo abbiano comunque intenzione di presentarsi all’Hammersmith. Fin dall’inizio si è tentato di convincere i due artisti a tenere un altro concerto il giorno successivo, ma la risposta è stata negativa. «È un concerto d’addio, non la tappa di un tour». Mentre cresce la paura di incidenti i responsabili dell’ordine pubblico aumentano la pressione sui Soft Cell che, alla fine, cedono: il concerto d’addio sarà ripetuto il giorno dopo... Si chiude così, con un commiato in due episodi, il sodalizio tra due persone troppo diverse per poter continuare a lavorare insieme. La scalata al successo inizia nel 1979 quando realizzano Mutant moments, un album autoprodotto di grande qualità ed estremamente innovativo sul piano sonoro. L'etichetta indipendente Some Bizarre ne intuisce le potenzialità e in inserisce la loro Girl with the patent leather face in una raccolta di gruppi emergenti. Il successo è inaspettato e rapido Nel 1981 sono al vertice della classifica delle vendite con Tainted love, versione di un vecchio successo di Gloria Jones scritto da Ed Cobb. A differenza di molti gruppi di quel periodo, perfetti solo in sala di registrazione, i Soft Cell sono una forza della natura anche dal vivo con il contrasto tra lo scatenato Almond e l’immobilità minacciosa e distaccata del gigantesco Ball. La lunga serie di successi si interrompe nel 1983 quando il duo decide di prendersi una vacanza creativa. Almond forma con Matt Johnson il gruppo dei Marc and The Mambas, mentre Ball si dedica alla composizione di un musical. I diversi interessi finiscono per favorire la decisione di separarsi. David Ball lascerà le scene e si dedicherà all’attività di produttore mentre Marc Almond inizierà una fortunata carriera solistica. Una successiva reunion non convincerà del tutto i vecchi fans.

7 gennaio 1970 – ... e ora pagateci i danni di Woodstock!

Fin dall’inizio si era capito che non l’avrebbe passata liscia e Max Yasgur, il proprietario della fattoria di Bethel che aveva ospitato la “tre giorni di pace, amore e musica” entrata nella storia come il Festival di Woodstock si era preparato per tempo alla resa dei conti. Il 7 gennaio 1970, puntualmente, viene citato in tribunale dai proprietari dei terreni confinanti che chiedono trentacinquemila dollari di risarcimento per i danni provocati dal pubblico alle loro proprietà. Non è che l’ultimo strascico, in ordine di tempo, di un evento la cui portata epocale non ha impressionato né le autorità, né i grandi proprietari terrieri di una zona fondamentalmente conservatrice e che ha vissuto la pacifica invasione dei cinquecentomila giovani come un insopportabile fastidio. Spenti i fari dei palchi, rimesse in sesto le strade, rinata l’erba sui prati trasformati in pantano, rifatte le recinzioni travolte dalla massa umana, anche l’attenzione dei media si è spostata altrove. L’unico a non andarsene è stato Max Yasgur, cui la commozione aveva fatto pronunciare le parole rimaste a simbolo di un evento irripetibile: «Credo che tutti voi abbiate dimostrato qualcosa al mondo, e cioè che mezzo milione di giovani possano stare insieme e divertirsi ad ascoltare musica...» La sua casa è qui. Qui è nato, è cresciuto e qui ha vissuto uno dei momenti più straordinari della sua vita. Quando gli viene notificata la citazione non fa commenti. È un uomo semplice. A un cronista locale chiarisce soltanto la sua posizione: «Non ho tutti i soldi che mi chiedono. Andrò davanti ai giudici e glielo dirò...». Pratico più che rassegnato, per lui il mondo è più semplice di come vogliono farlo apparire gli altri. Nella battaglia legale che l’aspetta non può contare sul sostegno di nessuno. Anche i protagonisti del Festival di Woodstock, divenuti improvvisamente delle star, sono lontani, impegnati a far fruttare l’inaspettata popolarità. Lui non si lamenta, non si fa problemi. La causa si trascinerà per molto tempo, ma non approderà a niente, anche perché il buon Max con la sua semplicità troverà un modo originale per uscirne: l’8 febbraio 1973, a cinquantatré anni, morirà d’infarto lasciando tutti con un palmo di naso...

6 gennaio 1963– Billy J. Kramer, la concretezza di un operaio delle ferrovie

All’inizio del 1963 William Howard Ashton ha vent’anni e non pensa alla musica come a un possibilità di occupazione seria per il proprio futuro. Lui un lavoro ce l’ha già. È operaio in ferrovia di giorno e la sera si esibisce come cantante. Proprio nei primi giorni dell’anno ha ricevuto una telefonata di Brian Epstein, l’inventore dei Beatles, che, senza giri di parole gli ha detto: «Ho bisogno di un cantante come te per un nuovo gruppo. Ci stai?» Se la decisione dipendesse dai suoi genitori lascerebbe perdere: meglio un lavoro fisso che un’avventura senza garanzie. Lui, però, è diverso. Gli piace la musica e non ne può più di mangiare nebbia fin dalle prime ore del mattino sui binari gelati per quattro soldi. Chiama Epstein: «Va bene. Ci sto». Il 6 gennaio 1963 firma un contratto che lo impegna per sei anni con la NEMS, la società creata dallo scopritore dei Beatles per mettere ordine alla sua attività in campo musicale. La settimana dopo ha un nome d’arte, Billy J. Kramer, e un nuovo gruppo, i Dakotas, che hanno già pubblicato un disco senza particolare fortuna. Nascono così Billy J. Kramer & the Dakotas, destinati a diventare una delle band più famose del Liverpool Sound. Oltre a Billy, alias William, la compongono il batterista Tony Mansfield, i chitarristi Mike Maxfield e Robin McDonald e il bassista Ray Jones. Sotto la guida di un geniale e smaliziato volpone come Epstein il gruppo arriva rapidamente al successo con brani che portano la firma di John Lennon e Paul McCartney come Do you want to know a secret? e Bad to me. Profondamente legati all’esplosione del Liverpool Sound, ne seguono il destino fino in fondo. Quando il beat diventa adulto inizia il loro declino, che è rapido e veloce quanto la scalata al successo. Nel 1966 si sciolgono. La loro avventura è durata poco più di due anni. Billy cerca di continuare come solista alla ricerca di nuove e più impegnative strade, ma i risultati sono scarsi e poco incoraggianti. Messi da parte i sogni e recuperata la concretezza dell’operaio che lavorava in ferrovia, nel 1973 riforma la sua vecchia band e riprende a esibirsi nei circuiti del rock revival per la soddisfazione dei nostalgici: almeno il pane è assicurato.

5 gennaio 1983 – Everything But The Girl, un nome preso dall’insegna di un negozio

Il 5 gennaio 1983 il palcoscenico dell’ICA Theatre di Londra ospita la prima esibizione di un duo composto dalla filiforme Tracey Horn, già cantante delle Marine Girls e da Ben Watt, un cantante solista che gode di una discreta popolarità. L’esibizione è stata annunciata da manifesti sui quali compare con grande evidenza il nome del duo, Everything But The Girl, preso a prestito dall'insegna di un negozio di articoli di seconda mano di Hull. Non c’è il pubblico delle grandi occasioni, ma in platea è presente un buon numero di musicisti, quasi a testimoniare la considerazione di cui godono i due artisti negli ambienti musicali londinesi. Il lungo concerto ne denuncia l’elegante ispirazione jazzistica, anche se mitigata da sonorità decisamente commerciali, e può contare sull’apporto di un ospite d’eccezione come l’ex leader dei Jam Paul Weller che sale sul palco per cantare insieme alla coppia, il brano The girl from Ipanema. Inizia così, un po’ in sordina, l’avventura degli Everything But The Girl che pochi giorni dopo realizzano il loro primo disco Night and day, una curiosa e patinata versione del famoso successo di Cole Porter destinata ad attirare l’attenzione della critica, ma a non suscitare particolari entusiasmi nel pubblico. La mancanza di risultati concreti, soprattutto dal punto di vista finanziario, non scoraggia Tracey Horn e Ben Watt che, credendo nel loro lavoro, decidono di mantenere in vita il duo, pur senza rinunciare a cimentarsi in altre imprese, come accade nel 1984 a Tracey, che partecipa alla realizzazione dell'album Café Bleu degli Style Council. Il grande successo commerciale per gli Everything But The Girl arriva solo nel 1988 con I don't want to talk about it. Il loro prestigio negli ambienti musicali resta, però, legato ad album come Eden, Love not money e soprattutto The language of life realizzato nel 1990 con la collaborazione di Stan Getz che suona il sax nel brano The road. Proprio questo album rappresenta il punto più alto della loro produzione musicale. Nel 1991, la pubblicazione di un disco fiacco e senza idee come World wide denuncia l’inizio della inevitabile crisi creativa e artistica di un duo che, nella sua carriera, ha ottenuto meno di quanto meritasse.