21 agosto, 2017

22 agosto 1964 – Where did our love go

Il 22 agosto 1964 le Supremes arrivano al primo posto della classifica dei singoli più venduti negli Stati Uniti con il brano Where did our love go. Il trio femminile formato da Diana Ross, Mary Wilson e Florence Ballard tocca i vertici del successo commerciale proprio nel momento in cui stava per essere messa in discussione la loro stessa esistenza. Il risultato arriva dopo tre anni passati alla corte della Motown, ricchi di lavoro e di promesse. Quando nel 1961 fanno il loro debutto discografico con il singolo I want a guy, le Supremes non godono di attenzioni particolari da parte dell'etichetta nera di Detroit. Il padre-padrone Berry Gordy jr le mette nei fatti sullo stesso piano degli altri due gruppi femminili della Motown: le Marvelettes e Martha & The Vandellas. La vita è dura ma il lavoro non manca. Le tre ragazze alternano infatti i dischi e gli spettacoli in proprio con il duro lavoro di studio come coriste per gli artisti di punta della loro etichetta, primi fra tutti Mary Wells e Marvin Gaye. Tra il 1961 e il 1963 pubblicano ben sei dischi nei quali fanno sfoggio della loro capacità di confrontarsi con i più diversi stili. In campo musicale l'eclettismo, però, non è sempre considerato un pregio. Nel loro caso c'è chi comincia a parlare di mancanza di personalità. A favore hanno una tenacia non comune e, soprattutto, l'amicizia e la stima dell'équipe che lavora alla costruzione dei successi della Motown. Alla fine del 1963 inizia a occuparsi di loro un trio "magico" di autori e produttori composto dai fratelli Eddie e Brian Holland e da Lamont Dozier. Proprio loro regalano alle tre ragazze il primo disco capace di piazzarsi in classifica. È When the lovelight starts shining through his eyes, pubblicato nel gennaio 1964. Si tratta di un assaggio. Pochi mesi dopo l'accattivante ritmo e gli intrecci vocali spericolati di Where did our love go consacreranno definitivamente le tre Supremes tra le stelle della musica di Detroit.

21 agosto 1976 - Runaways, le cattive ragazze del punk rock

Il 21 agosto 1976 le Runaways entrano per la prima volta nella classifica dei dischi più venduti negli Stati Uniti con l’album The Runaways. È la prima volta che una band di punk rock interamente femminile ottiene un simile successo commerciale. La formazione delle Runaways comprende la cantante Cherrie Currie, la chitarrista Lita Ford, la chitarrista ritmica Joan Jett, la bassista Jackie Fox e la batterista Sandy West. Prodotto da Kim Fowley l’album le impone all’attenzione del pubblico e della critica che le considera un po’ riduttivamente una “versione femminile dei Ramones”. L’aspetto più sorprendente e la rapidità con la quale si sono imposte in un mondo, quello dal punk rock, fino a quel momento esclusivamente maschile. Pochi mesi dopo essere state scoperte e scritturate a Los Angeles dalla Mercury, le cinque ragazzacce hanno centrato l’obiettivo al primo colpo. Qualcuno sospetta che dietro l’improvviso successo ci sia l’abile zampino di Fowley e che le Runaways siano solo una furba operazione commerciale. Non è così. Chiamate a far da spalla a due gruppi importanti come i Television e i Talking Heads a settembre faranno esplodere con la loro fulminante esibizione il CBGB’s, tempio del punk rock newyorkese. Un successo così rapido non può però non ripercuotersi sull’equilibrio interno del gruppo, che non reggerà alla pressione e si frantumerà con altrettanta rapidità. Alla vigilia del primo tour giapponese della band se ne andrà Cherrie Currie. Non verrà sostituita e le Runaways resteranno in quattro con Joan Jett a fare anche da cantante solista. La soluzione interna non basterà, però, a sopperire alla defezione di Jackie Fox che all’inizio dell’estate del 1977 lascerà il gruppo con i nervi a pezzi dopo aver tentato il suicidio, incapace di reggere lo stress della popolarità. Verrà sostituita dalla bassista Vickie Blue, ma ormai il gruppo è entrato nella fase autodistruttiva. Dopo lo scioglimento delle Runaways Cherrie Currie, Joan Jett e Lita Ford continueranno con alterna fortuna, ciascuna per la propria strada, la carriera musicale.

20 agosto, 2017

20 agosto 1983 - Tornano i pirati dell’etere

Il 20 agosto 1983 torna a trasmettere Radio Caroline, una delle leggendarie radio pirata degli anni Settanta. L’emittente riprende a irradiare i propri programmi da una nave che viene battezzata "Imagine" in onore di John Lennon. La radio non ha più, ovviamente, la forza dirompente dell’originale, ma riporta all’attualità della cronaca l’era in cui i “pirati dell’etere” contribuirono a innovare la musica di una generazione. Artefice di questa rivoluzione fu un ventitreenne irlandese, Ronn O’Rahilly, che per primo comprese la necessità di creare uno spazio autonomo in grado di rompere il monopolio della BBC e di Radio Luxembourg nella programmazione musicale, chiuso alle nuove tendenze. Con una sottoscrizione raccolse 250.000 sterline con le quali acquistò una vecchia bagnarola danese, la “Frederika” ancorandola fuori dalle acque territoriali britanniche, quattro miglia al largo di Harwich. Con due trasmettitori da dieci kilowatt e un’antenna di cinquanta metri la domenica di Pasqua del 1964 Radio Caroline iniziò le sue trasmissioni. L’iniziativa ispirò altre avventure analoghe. Le reazioni del governo conservatore britannico non si fecero attendere, ma l’extraterritorialità delle stazioni e la simpatia del pubblico impedivano di dare concretezza alle minacce di chiusura. Dopo le elezioni del 1964 e l’avvento dei laburisti la linea nei confronti delle radio pirata cambiò di segno. Si riconobbe che esse avevano posto seriamente un problema di qualità della programmazione e pian piano si fece strada la convinzione che fosse meglio adeguare la BBC piuttosto che cercare lo scontro. Nel 1965 Simon Dee fu il primo di una lunga serie di disk jockey a passare da Radio Caroline alla BBC che, qualche tempo dopo inaugurò la sua nuova rete dedicata esclusivamente alla musica giovanile, Radio One. Esaurito il ruolo iniziale le radio pirata persero gran parte della loro carica innovativa per finire preda dell’affarismo delle major discografiche. La simpatia con cui erano state accolte all’inizio svanì rapidamente consentendo al governo britannico di varare il Marine Broadcasting (Offences) Act che pose fine alla loro attività.

19 agosto, 2017

19 agosto 1991 - Joe Cocker piuttosto di cambiare vita cambia manager

Dato molte volte per finito Joe Cocker sta vivendo nel 1991 l’ennesimo momento magico della sua carriera. L’anno è iniziato con un grandissimo concerto al Maracanà di Rio davanti a oltre sessantamila spettatori ed è proseguito con un’intensa attività dal vivo. Sembra tutto andare per il meglio quando, il 19 agosto, il cantante in una conferenza stampa annuncia di aver licenziato il suo manager Michael Lang e di aver chiesto a Roger Davies di prenderne il posto. La notizia fa sensazione perché sono in molti a credere che il rilancio delle azioni del cantante sia in gran parte dovuto alla capacità promozionale del suo manager. Cocker aggiunge che la sua decisione è definitiva, che non ci saranno ripensamenti. Il motivo? Lang sarebbe colpevole di averlo invitato a rallentare l’attività per non inflazionare la sua immagine. I giornalisti lo subissano di domande. Il vecchio Joe ascolta in silenzio e poi sbotta: «Che razza di mondo è questo dove anche uno come me deve pensare all’immagine? Finora ho dimostrato troppa arrendevolezza verso chi voleva manovrarmi come uomo e come cantante. Penso di essere abbastanza intelligente per potermi permettere di gestire il mio personaggio come pare a me assumendomene tutti i rischi. Se uno nasce con un carattere se lo porta dietro finché campa e non saranno certo un produttore o un manager a cambiare il mio modo d’agire. So perfettamente che nell’ambiente circolano su di me una quantità enorme di stupidaggini e che nessuno mi ha mai preso sul serio, ma non me ne frega niente, tanto ho perso già da tempo il vizio di pianificarmi la vita. Alla mia età rivendico il diritto di andare avanti alla giornata e di fare qualunque cosa come se mi si presentasse per la prima volta. Non mi piacciono questi anni Novanta, falsi e retorici. Pazzo? No non sono pazzo. Potrei diventarlo, certo. Sappiate però che se ciò avverrà non sarà certo a causa di quegli sciocchi che mi girano intorno».

18 agosto, 2017

18 agosto 1941 – Lili Marleen

Il 18 agosto 1941 Radio Belgrado, la stazione radiofonica messa in piedi dai nazisti nella Jugoslavia occupata, diffonde per la prima volta le note di una canzone destinata a conquistare il cuore dei soldati di tutti gli eserciti impegnati nella seconda guerra mondiale. Si intitola Lili Marleen e la sua musica è stata composta nel 1938 dal musicista tedesco Norbert Schultze. Il testo, inusuale, è stato scritto tredici anni prima, nel 1915, dall'allora giovane poeta Hans Leip mentre stava partendo per il fronte dei Carpazi nella prima guerra mondiale. La versione diffusa da Radio Belgrado è quella registrata l'anno precedente in Germania dalla canzonettista Lale Andersen e accolta con molta freddezza dal pubblico tedesco. Malinconica e carica di nostalgia, mal si sposa con le velleità belliche del Terzo Reich. Un anno prima il disco è rimasto praticamente invenduto e sembra non sia estraneo a questo risultato il giudizio negativo di Goebbels, il ministro nazista della propaganda, che la ritiene inadatta per la sua tristezza a mantenere alto il morale della popolazione tedesca e delle truppe al fronte. Come è arrivata, dunque, a Radio Belgrado? Per uno strano scherzo della sorte. Il destino delle scorte invendute della produzione discografica tedesca è quello di alimentare le emittenti radiofoniche nei paesi occupati dai nazisti o di arricchire i pacchi dono per gli ufficiali impegnati al fronte. Lili Marleen, insieme ad altri dischi invenduti in Germania, finisce così a Radio Belgrado che la manda in onda per la prima volta proprio il 18 agosto 1941. L’emittente radiofonica in territorio jugoslavo è una delle più potenti dell’epoca. Per questa ragione la voce di Lale Andersen arriva ovunque e diventa popolarissima tra i soldati di tutte le bandiere. Ciascun paese impegnato nel conflitto ne realizzerà una versione destinata alle proprie truppe. In Italia il brano viene tradotto da Nino Rastelli e interpretato dalla voce di Lina Termini.

17 agosto, 2017

17 agosto 1986 - Per i Def Leppard la solidarietà conta più del successo

Il 17 agosto 1986 a Donington nel corso del Monsters of rock, salutati da un’ovazione e accolti dal rispetto di tutto il “popolo metallico” tornano a esibirsi in pubblico dopo quasi due anni i Def Leppard. La band di Sheffield schiera in formazione il batterista Rick Allen che riprende il suo posto dopo aver subito l’amputazione di un braccio. I suoi compagni Joe Elliott, Steve Clark, Rick Savage e Phil Collen entrano così nella storia del rock per uno straordinario atto di solidarietà, inusuale in un ambiente in cui i soldi sembrano contare più dei rapporti umani. Tutto ha inizio il 31 dicembre 1984, quando Rick Allen viene coinvolto in un grave incidente automobilistico. Al suo arrivo in ospedale ha ferite in tutto il corpo, ma, soprattutto, ha il braccio sinistro ridotto in condizioni pietose. I medici tentano il tutto per tutto, vista anche la popolarità del paziente, ma non possono evitare il peggio. Tre giorni dopo il ricovero l’arto viene amputato. In quel periodo i Def Leppard sono all’apice della popolarità, soprattutto negli Stati Uniti dove i loro dischi arrivano regolarmente al vertice delle classifiche. L’incidente a Rick Allen è di quelli che, in genere chiudono una carriera. Si è mai visto un batterista heavy metal senza un braccio? La vita deve continuare e il successo anche. I discografici propongono ai Def Leppard vari sostituti, ma Elliott e i suoi compagni prendono tempo. Vogliono prima parlarne con Rick. «Se tu sei disponibile, noi non continuiamo senza di te. Oggi la tecnica fa miracoli. Se tu ci stai t’aspettiamo. Abbiamo cominciato insieme, continueremo insieme. Ci sono cose che contano più dei soldi. Ci stai?» Il batterista ci pensa un po’ e poi risponde di sì. Quando viene dimesso, per mesi si esercita a suonare una nuova batteria con un solo braccio e con i piedi, chiedendo aiuto all’elettronica per i passaggi più complessi. Dopo un anno di faticoso lavoro è pronto. A Donington è di nuovo in concerto con i Def Leppard, dietro a una sofisticata batteria elettronica Simmons, dotata di un computer SD57. L’energia è la stessa di prima, la voglia di suonare anche.

16 agosto, 2017

16 agosto 1977 – Si spegne Elvis

Nella notte tra il 15 e il 16 agosto 1977, a Memphis, nel Tennessee, muore un cantante e inizia un mito. Elvis Presley, soprannominato “the Pelvis”, il ragazzone dalla voce scura capace di muovere il bacino in un modo oltraggioso, si spegne per un attacco cardiaco sull'ambulanza che lo sta trasportando al Baptist Memorial Hospital di Memphis. Da mesi, forse da anni consumato dall’abuso di psicofarmaci, il suo cuore cessa per sempre di battere. Il simbolo del rock and roll muore e nello stesso giorno prende il volo un mito destinato a continuare fino ai giorni nostri, pur se attraversato da più di una contraddizione. Per alcuni, infatti, Elvis è stato il protagonista indiscusso della prima, grande, ribellione giovanile, mentre altri lo ritengono l’inconsapevole eroe di un’operazione tendente a privare il rock & roll originario della sua carica eversiva. Alla seconda schiera appartengono i nuovi protagonisti neri della ribellione musicale, che lo considerano, senza mezzi termini, come un bamboccione bianco manovrato dal music business. Osserva, infatti, il rapper Ice-T che «…negli anni Cinquanta i brani di Little Richard e Chuck Berry venivano definiti “suoni da jungla”, poi l’industria ha capito che poteva essere un affare e ha tirato fuori dal cilindro un caro ragazzo bianco del Sud come Elvis Presley». L’idea, secondo i sostenitori di questa tesi, non era quella di fermare il rock, ma di inglobarlo nel sistema del music business depotenziandone la componente nera. A distanza di anni dalla morte del mito questo giudizio appare corretto ma incompleto perché il fenomeno rappresentato da Elvis Presley non può essere considerato soltanto una semplice operazione industrial-culturale. È sufficiente dare uno sguardo alle scene che accompagnano il suo funerale per capire come fin dai primi giorni dopo la morte dell’eroe, il mito sia andato al di là del semplice fenomeno indotto. Fra i settantacinquemila e gli ottantamila sono, secondo la polizia i fans che al momento dell’addio definitivo circondano Graceland, la favolosa villa di Memphis nella quale il re del rock and roll ha vissuto fino agli ultimi giorni della sua vita in una situazione di alienante, pur se dorata, solitudine. E quella che accorre a dargli l’ultimo saluto è una folla disperata e piangente, non aliena da gesti di isteria, multietnica e colorata. Resterà, per disposizioni superiori, ai margini delle cerimonie ufficiali, sarà costretta a viverle a distanza di sicurezza, visto che alla cerimonia ufficiale, cui sono stati ammesse solo centocinquanta sceltissime persone, ma non rinuncerà a far sentire la sua presenza. Rincorre un mito che altri hanno preparato per lei? A chi osserva superficialmente può sembrare che sia così. Gli occhi della generazione che l’ha conosciuto e amato però vedono in Presley qualcosa che va al di là della abusata storia del cantante leggendario che trova nella morte la sua definitiva consacrazione ideale e commerciale. Osservano lo svolgersi degli eventi ma si muovono in un territorio imprevisto: occupano anche gli spazi proibiti, quelli non direttamente commerciali, usando la memoria come un’arma invincibile. Scandiscono note e parole di brani che hanno accompagnato la presa di coscienza di una generazione e ne fanno inni imprevisti e del tutto imprevedibili. Travolgono le rassicuranti certezze del music business e trasformano Elvis nel simbolo che, probabilmente, non è mai stato e non ha mai voluto essere quando era in vita. Ovvie e un po’ stonate, di fronte a questo poco silenzioso omaggio del popolo del rock and roll, appaiono le dichiarazioni “ufficiali”, che hanno il gusto di minestre già assaggiate. Emblematico il fatto che anche il Presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter voglia dire la sua: «Tutti noi sappiamo che la morte di Elvis Presley priva il nostro paese di una parte importante della sua cultura. Irripetibile e unico è stato il suo apporto. Alla sua musica e alla sua personalità si deve la fusione del country dei bianchi con il blues dei neri che ha cambiato per sempre la cultura del popolo americano». Ma è stato davvero così? Oggi possiamo dire che Presley è stato il personaggio simbolo della trasformazione del rock in un grande affare. Incarnando con la sua immagine pubblica una ribellione più formale che reale, priva di carica eversiva, ha depotenziato il rock and roll delle origini fino a farne in uno dei tanti aspetti della “America way of life”. La sua faccia pulita e la sua trasgressione “accettabile”, contrapposte al demoniaco rock 'n' roll dei neri, ma anche di ribelli bianchi come Jerry Lee Lewis, rassicuravano l'opinione pubblica americana, garantendogli l'appoggio dei media e segnarono il suo trionfo. Tradotta così la storia, pur corretta nell’analisi, non rende merito a un personaggio meno scontato di quello che sembra. Resta folgorato dalla musica nera, dall'espressività corporale dei cori gospel e dalla vocalità graffiante dei dischi di rhythm and blues quando, ancora con i calzoni corti, canta nel coro della sua chiesa. Il tratto distintivo della sua ispirazione artistica non è artefatto, tutt’altro. Passeranno anni prima che il colonnello Tom Parker, suo pigmalione e despota, riesca a rendere innocua quella carica istintivamente eversiva. La storia in seguito diventerà quella che tutti conoscono, quella del ragazzone biondo in pace con se stesso e con il mondo che piace alle mamme, alle figlie e alle zie. Ogni disco venduto offusca l’immagine originaria, ma non la cancella. Paradossalmente è proprio la leggenda a ucciderlo. Incapace di vivere bene il declino, invece di seguire altri protagonisti del rock & roll sulla strada del ritorno alle origini, dà retta ai cattivi consiglieri e finisce per trasformarsi in un crooner adatto a tutte le stagioni. Cannibalizzato dal suo entourage si tramuta in una specie di zombie da richiamare in vita ogni volta che il mercato chiama e da lasciare annegare nelle sue contraddizioni interiori quando non serve. Così inizia la sua fine, non solo artistica, ma anche personale. Obeso e gonfiato da una lunga sequenza di veleni artificiali che lo aiutano a sopravvivere regala al pubblico una serie di apparizioni da incubo. La sua storia finisce male, ma chi l’ha sempre sfruttato continuerà a guadagnare sul mito. Ancora oggi, mentre leggete queste righe, qualcuno di quelli che hanno contribuito alla sua fine, sta contando le royalties incassate su dischi, canzoni e gadget.

15 agosto, 2017

15 agosto 1962 – L'ultima volta di Pete Best con i Beatles

Il 15 agosto 1962 Pete Best suona per l’ultima volta con i Beatles al Cavern di Liverpool. Il giorno dopo l'addio viene reso ufficiale. Le ragioni della separazione non sono mai state completamente chiarite anche perché gli stessi protagonisti con le loro contrastanti e spesso contraddittorie versioni non hanno certo contribuito a dissipare i dubbi. L'ipotesi più divertente è quella che racconta di un intervento deciso della madre di Pete Best sul figlio per costringerlo a tornare a lavorare con lei abbandonando quei tre «squinternati che non combineranno mai niente di buono». Pur suggestiva e divertente, quest'ipotesi appare poco credibile. La ragione più probabile e più accreditata è che l'artefice del killeraggio del batterista sia stato Brian Epstein, da poco manager del gruppo. È risaputo, infatti, che fin dall'inizio del suo rapporto con i Beatles, Epstein abbia sempre considerato Pete inadatto alla band. Se non provvede a liquidarlo fin dall'inizio è perchè inizialmente trova una decisa opposizione in Paul, John e George, gli altri tre componenti della band, amici e affezionati al loro picchiatore di tamburi. L'assidua opera di demolizione da parte del manager finisce però per incrinare i rapporti interni alla band. Chi assiste all'esibizione del 15 agosto non può non accorgersi di come ormai il batterista si senta un corpo estraneo in un gruppo che non è più il suo. Fuori lui Brian Epstein tenta di imporre ai suoi tre recalcitranti protetti un suo pupillo. È Johnny Hutchinson dei Big Three, che, però, dopo aver suonato in concerto al Riverpark Ballroom di Chester, rifiuta. A due giorni dall'addio di Pete, John, Paul e George decidono allora di prendere in mano la situazione e chiamare un loro amico: Richard Starkey, il batterista di Rory Storm & The Hurricanes, conosciuto negli ambienti musicali con il nome di Ringo Starr. Quando lo contattano lui non si lascia scappare l'occasione. Il 18 agosto Ringo Starr suona per la prima volta con i Beatles. La formazione è completa e pronta a lasciare il suo segno nella storia.

14 agosto, 2017

14 agosto 1974 - Quella canzone è un’offesa per le donne

«Già nel titolo, quella canzone è una schifezza maschilista, gli interpreti dovrebbero vergognarsi e il pubblico starle alla larga». Il 14 agosto 1974 una buona parte dei gruppi che compongono il variegato arcipelago femminista statunitense attaccano ferocemente il brano You’re having my baby (Stai aspettando il mio bambino), interpretato da Paul Anka in coppia con la cantante Odia Coates. Viene rimproverato alla canzone di essere il sottoprodotto di una cultura che non dovrebbe più avere spazio nell’America degli anni Settanta. Le accusatrici sostengono, infatti, che in essa c’è un esplicita esaltazione del ruolo subalterno della donna nella riproduzione. La figura femminile cui è dedicata la canzone verrebbe, infatti, vista come «un contenitore senza cervello di qualcosa che è proprietà dell’uomo». La denuncia dà il via a una serie di iniziative che invitano il pubblico americano a boicottare il disco e le emittenti radio-televisive a non mandarlo in onda. La National Organization Of Women mette in piedi un’improvvisata cerimonia nella quale conferisce al brano il premio di “Schifezza dell’anno”. I due interpreti si difendono come possono, soprattutto Odia Coates, bersagliata in modo particolare per aver prestato la sua voce a “una donna stupida e soggiogata”. Paul Anka, invece, tende a minimizzare le reazioni dicendo che a suo avviso sono eccessive e che è stata fraintesa la carica poetica del brano. Le frasi sono di circostanza, ma il cantante non appare scosso per l’improvvisa e inaspettata pubblicità Dopo anni di assenza, infatti, l’ex idolo delle ragazzine degli anni Cinquanta, interprete di Diana e autore di My way si ritrova al centro di rinnovate attenzioni da parte dei media. Tutto il clamore suscitato attorno alla canzone finisce per premiarla oltre misura, tanto che dieci giorni dopo arriverà al vertice della classifica dei dischi più venduti negli Stati Uniti.

13 agosto, 2017

13 agosto 1965 - Il primo volo del Jefferson Airplane

Nell’estate del 1965 la città di San Francisco è un immenso laboratorio musicale. La città più europea degli Stati Uniti vive uno straordinario fermento creativo e culturale in cui si mescolano le utopie delle comunità hippy, i figli dei fiori con la loro idea di “rivoluzione dell’amore”, i primi gruppi più politicizzati in cerca di sbocchi radicali, gli spinelli e la psichedelia. Nei mille ritrovi improvvisati si suona di tutto, dal folk elettrico al blues più nero al jazz, mentre i gruppi nascono e muoiono come i funghi nel sottobosco di un caldo settembre. In questo clima nessuno presta molta attenzione al gruppo in cartellone il 13 agosto 1965 al Matrix Club, uno dei tanti locali alternativi della città. Sono i Jefferson Airplane, la band destinata a rappresentare per San Francisco quello che i Beatles sono stati per Liverpool: la sintesi più alta di un crogiuolo di esperienze passato alla storia con il nome di “San Francisco sound”. La storia del gruppo è iniziata pochi mesi prima per iniziativa di tre personaggi molto conosciuti nei localini alternativi della città: il cantante e poeta Marty Balin, l’occhialuto chitarrista Paul Kantner, un tipo singolare reduce da un’esperienza nell’entourage dei Byrds, e Jorma Kaukonen, anch’egli chitarrista, appassionato di blues e con all’attivo una breve militanza nel gruppo di Janis Joplin. I tre, decisi a dar vita a un gruppo musicale, l’hanno completato con il bassista Jack Casady, il batterista Skid Spence e la cantante Signe Anderson. Con questi sei componenti i Jefferson Airplane esordiscono il 13 agosto 1965 di fronte al pubblico del Matrix. La storia del gruppo è solo all’inizio. La formazione subirà una rapida evoluzione nel giro di pochi mesi. Skip Spence se ne andrà con i Moby Grape e verrà sostituito da Spencer Dryden, mentre Signe Anderson lascerà il suo posto a Grace Slick, l'ex modella ed ex cantante dei Great Society destinata a diventare un personaggio chiave nella vita e nel successo della band. Rapidamente la popolarità dei Jefferson Airplane supererà i confini di San Francisco fino a farli diventare un punto di riferimento fondamentale per un’intera generazione.

12 agosto, 2017

12 agosto 1985 - Kyu Sakamoto, la star giapponese del rock and roll

Il 12 agosto 1985 nella concitazione e nel caldo del periodo attorno a Ferragosto le agenzie battono la notizia di un incidente aereo accaduto nei pressi di Tokyo. In poche asettiche e impersonali righe si dice che sono morte cinquecentoventi persone tra le quali il "famoso Sakamoto". Il nome senza alcuna precisazione o più probabilmente la scarsa cultura musicale di qualche giornalista fa sì che in brevissimo tempo si diffonda la notizia della morte di Ryuichi Sakamoto, uno dei più popolari musicisti giapponesi, già componente della Yellow Magic Orchestra, collaboratore dei Japan e di David Bowie. Mentre si stanno preparando in fretta e furia vari servizi commemorativi dell'artista, Ryuichi Sakamoto in persona compare nei notiziari per dimostrare di essere vivo e vegeto. Finalmente qualcuno decide di capirne di più e scopre che la vittima dell'incidente aereo non è, ovviamente, Ryuichi, ma Kyu Sakamoto, uno dei nove figli di un ristoratore di Tokyo che negli anni Sessanta è riuscito a diventare una star del rock and roll anche in occidente. Il suo debutto risale agli anni Cinquanta quando, giovanissimo, inizia a esibirsi nei jazzclub della capitale giapponese. L'esplosione del rock and roll fa di lui uno degli interpreti idolatrati dai giovani di un Giappone in bilico tra le musiche della tradizione e i nuovi suoni che sostengono la progressiva americanizzazione del paese. La sua musica, per la verità, è una sorta di sintesi tra i ritmi del rock and roll d'importazione e le atmosfere tradizionali. In pochi anni vende milioni di dischi e diventa una star cinematografica e televisiva. Il suo successo è straordinario, ma senza una fortunata combinazione sarebbe, con ogni probabilità rimasto confinato nei confini giapponesi. La buona sorte ha le sembianze di un produttore britannico che, nel 1963, dopo aver ascoltato la sua Ue o muite aruko, ne cura la versione inglese con il titolo di Sukiyaki. Il brano, interpretato da Kenny Ball, si rivela un buon successo di vendite e agevola l'immissione sul mercato della versione originale. Nel mese di giugno del 1963 Kyu Sakamoto arriva al vertice della classifica statunitense nonostante la campagna di alcuni ambienti conservatori e di qualche associazione di veterani della Seconda Guerra mondiale che ricordano come egli non sia altro che un "muso giallo". Il successo favorisce la pubblicazione di un album con i suoi brani migliori, ma è destinato a restare un fatto isolato. Di lui non si parlerà più fino alla scomparsa nell'incidente aereo del 12 agosto 1985.

11 agosto, 2017

11 agosto 1989 – L.L. Cool J., un macho sessista?

L'11 agosto 1989 tre componenti del team del rapper L.L. Cool J., il vocalist David Parker, il tecnico Gary Saunder e uno degli addetti al servizio d’ordine, Christopher Tsipouras, vengono accusati di atti di libidine violenta per aver abusato di una ragazza di quindici anni sorpresa nel backstage dopo un concerto. L'episodio suscita sdegno e conferma le critiche da tempo rivolte al rapper di snaturare la carica eversiva della musica rap, facendone strumento di pulsioni "machiste" e sessuali più che di ribellione sociale. Tracce evidenti di questa impostazione si ritrovano anche nella stessa scelta del nome d'arte di L.L. Cool J. (Ladies Love Cool James), da parte del newyorkese James Todd Smith (questo è il suo vero nome). Iniziato alla musica da un nonno di professione disk jockey, nel 1984 pubblica il suo primo singolo I need a beat. L'anno successivo gli si aprono le porte del cinema. Dopo aver cantato I can't live without my radio nel film "Krush groove" pubblica il suo primo album Radio che lo trasforma in un personaggio da copertina e fa di lui uno dei primi rapper commerciali delle nuova generazione. Parte del movimento rap lo accusa di essere un gran furbone e il movimento delle donne lo addita come un cinico e disinvolto profeta della violenza sessista. Nel 1987 ottiene uno straordinario successo con l'album Bigger and deffer e con il singolo omonimo che resta per undici settimane al vertice della classifica statunitense di rhythm and blues. L'episodio di violenza nei confronti della ragazza, pur se non lo coinvolge direttamente, sembra metterlo in difficoltà, ma l'imbarazzo sarà soltanto momentaneo. Coccolato dallo showbusinnes per la sua aria da duro cinematografico tornerà a occupare le copertine patinate dei giornali alla moda. Naturalmente più nessuno si occuperà della ragazza violentata.


10 agosto, 2017

10 agosto 1918 - Il sax selvaggio di Arnett Cobb

Il 10 agosto 1918 nasce a Houston, nel Texas, il sassofonista Arnett Cobb o, come risulta all'anagrafe, Arnett Cleophus Cobb, considerato il sax tenore "più selvaggio" della storia del jazz. Il suo swing mordente al punto da sembrare violento, i suoi attacchi improvvisi e aggressivi contribuiscono a farlo entrare nella leggenda. Non è male per un musicista la cui carriera sembrava destinata a svilupparsi nella musica classica. Cobb, infatti, studia a lungo pianoforte e violino prima di scoprire il fascino del sassofono tenore. Il suo debutto sulle scene jazzistiche avviene nel 1933 quando si esibisce con l'orchestra di Frank Davis nella città dove è nato. Tra lui e il jazz, ma soprattutto tra lui e il sassofono, è amore a prima vista, una passione intensa che lo porta a vagabondare tra le maggiori orchestre di quel periodo. Dal 1934 al 1936 è con Chester Booner, poi se ne va con la band di Milton Larkins dove incontra Illinois Jacquet ed Eddie Vinson. Sono queste due vecchie volpi a incoraggiare il suo lato musicalmente più aggressivo e a fare di lui un protagonista della scena jazzistica mondiale. A partire dal 1942, con l'orchestra di Lionel Hampton, la sua popolarità si consolida definitivamente. Il destino, però, è in agguato. Nell'aprile del 1947, deciso a sfruttare fino in fondo il buon momento artistico, lascia Hampton e si mette in proprio con una band costruita su misura per mettere in risalto le sue caratteristiche. L'esperienza dura soltanto qualche settimana perché Cobb si ammala seriamente. Per due anni il suo orizzonte diventano le pareti che circondano il letto dove sta combattendo contro una malattia che i medici ritengono incurabile. Alla fine la ce la fa a vincere la battaglia, ma non potrà più abbandonare le stampelle. Nonostante tutto riprende il sax tenore e ricomincia da capo. Nel 1951, a quattro anni dalla scomparsa dalle scene, torna a esibirsi in pubblico con una piccolo gruppo di cui è l'indiscusso leader. Le difficoltà fisiche e la lunga malattia non ne hanno compromesso in alcun modo l'irruenza. La sua ostinata caparbietà ha fatto il miracolo. L'ambiente lo accoglie con immutata simpatia e spesso il suo vecchio leader Lionel Hampton lo vuole accanto a sé nel ruolo che l'ha reso famoso. Indimenticabile resta la sua apparizione alla Grande Parade di Nizza, in Francia, del 1978 con la band di Hampton, dove riconferma sul campo anche di fronte a un pubblico difficile come quello europeo la sua fama di sax tenore "più selvaggio" della storia del jazz.

09 agosto, 2017

9 agosto 1974 – Muore Bill Chase, profeta del jazz rock

Il 9 agosto 1974 un piccolo Piper che sta sorvolando Jackson nel Minnesota si ritrova sulla strada di una violentissima tromba d'aria. Travolto dal vento precipita e si fracassa al suolo. Il velivolo è il mezzo di trasporto dei Chase, la band capitanata dal trombettista Bill Chase, che perde la vita nell'incidente. Con lui, oltre al pilota, muoiono altri tre strumentisti della sua band: l'organista Wallace Wohn, il bassista Walter Clark e il chitarrista John Emma. A trentanove anni si chiude così la carriera di William "Bill" Chase, uno dei grandi sperimentatori del jazz rock. Nato a Boston, nel Massachusetts, negli anni Sessanta, poco più che ventenne, è già popolarissimo per la sua tecnica superlativa messa in mostra nelle orchestre di Stan Kenton, Maynard Ferguson e, soprattutto, di Woody Herman. All'inizio degli anni Settanta, attratto dalle contaminazioni tra jazz e rock sviluppate da gruppi come i Chicago e i Blood, Sweat & Tears, si lancia con entusiasmo nelle sperimentazioni di frontiera tra i due generi. Nella primavera del 1971 ottiene uno straordinario successo con l'album Chase, considerato uno dei primo grandi capolavori del jazz rock. Il disco vende quasi mezzo milione di copie (una sorta di record per un disco di jazz) e viene scelto dai lettori della rivista specializzata Down Beat come migliore album dell'anno. Per dare continuità al suo lavoro crea i Chase, una band con la quale si esibisce anche al festival di Newport. Il primo album con il gruppo non ripete il successo del precedente. Il fiasco lo mette in crisi. Per molto tempo accarezza l'idea di mollare tutto, ma poi si scuote e decide di ricominciare. Riformati i Chase inizia una lunga tournée attraverso gli Stati Uniti entusiasmando il pubblico con i suoi pirotecnici show. La critica che l'aveva stroncato torna pian piano a occuparsi di lui mentre si parla di un nuovo album. Una tromba d'aria decide per tutti. La sua carriera e la sua vita finiscono a Jackson.

08 agosto, 2017

8 agosto 1975 – Nashville, specchio degli USA

L'8 agosto 1975 Robert Altman presenta il film “Nashville”. Annunciato come un un grande affresco sul mondo della musica country, ma anche una lucida analisi, tutt'altro che metaforica, sulla provincia statunitense con i suoi vizi e con le sue tentazioni razziste, autoritarie e di destra. La narrazione descrive lo svolgersi parallelo di due avvenimenti che si intersecano tra di loro: un festival di musica country per il bicentenario della nascita degli Stati Uniti e la campagna elettorale di un candidato alla presidenza. Utilizzando una tecnica di registrazione sonora a otto piste capace di fondere suoni, musica, voci e slogan, il regista racconta attraverso le vicende di ventiquattro personaggi cinque giorni di baldoria paesana che si concludono con l'uccisione di una cantante da parte di un reduce dal Vietnam, mentre il pubblico continua a cantare It don't worry (Non importa). Il tema caro ad Altman dell'esistenza alienata, spesso brutalizzata dalla casualità degli eventi, spicca sullo sfondo di una città, Nashville, che non è vista soltanto come la capitale della country music, ma come l'emblema stesso della schizofrenica e caciarona identità culturale statunitense. Il cast mescola personaggi inventati ad altri veri che interpretano se stessi come Jonnie Barnett, Vassar Clements, i Misty Mountain Boys, Sue Barton, Elliott Gould e Julie Christie. "Nashville" divide l'opinione pubblica statunitense. C'è chi lo considera un capolavoro e chi, indignato, parla di «oltraggio ai valori fondanti della nazione». Oggetto di polemiche accese finirà per essere bistrattato, nonostante i lusinghieri giudizi della critica di tutto il mondo, dall'Academy Awards, la giuria che assegna gli Oscar. Il film riceverà, infatti, soltanto un unico striminzito Oscar per la canzone I'm easy, scritta da Keith Carradine e cantata dallo stesso in una esilarante scena in cui quattro donne pensano contemporaneamente di essere le destinatarie dell'esecuzione.

07 agosto, 2017

7 agosto 1941 – Una tuba jazz prestata al pop

Il 7 agosto 1941 nasce a Montgomery, nell'Alabama, Howard Lewis Johnson, polistrumentista tra i più versatili del jazz e del rock statunitense degli anni Settanta. Dalla tuba al sassofono, al trombone, al flicorno, non c'è strumento a fiato con il quale non si sia sperimentato con successo. Ancora piccolo resta affascinato dalle orchestrine jazz che gironzolano nell'Ohio, stato nel quale si è trasferito poco tempo dopo la nascita. Non potendo contare su maestri affidabile rubacchia il mestiere qua e là e a tredici anni sa già cavarsela egregiamente con il sassofono baritono. In breve diventa un po' la mascotte dei musicisti che operano nella sua zona e nel 1955 inizia a frequentare un corso (quasi) regolare di tuba. Non fa in tempo a terminare gli studi che deve indossare la divisa marina statunitense. Ci resta quattro anni, passati in gran parte a Chicago, ma mantiene i contatti con l'ambiente del jazz. Proprio a Chicago conosce Eric Dolphy, che lo consiglia di trasferirsi a New York. Ci va nel 1963 e un anno dopo entra a far parte del gruppo di Charlie Mingus con cui resta fino al 1966, senza rinunciare ad altre collaborazioni come quelle con Gil Evans, Hank Crawford, Archie Shepp e Buddy Rich, soltanto per citarne alcuni. In questo periodo inizia anche il suo rapporto con il Composer's Workshop Ensemble, destinato a durare a lungo. Quando molla la band di Mingus, dopo un breve periodo a Los Angeles, nel settembre del 1967 forma a New York i Substructure, un gruppo di solisti di tuba che cambia poi nome in Gravity. Oltre a lui e alla indispensabile sezione ritmica ne fanno parte Joe Daley, Morris Edwards, Carleton Greene, Jack Jeffers e Bob Stewart. Negli anni Settanta collabora a vari progetti di Carla Bley e, come molti altri strumentisti, allarga il suo interesse anche al di fuori del jazz. Particolarmente interessante risulta la sua collaborazione con Taj Mahal. Compare anche insieme alla Band nel film di Scorsese "The Last Waltz".

06 agosto, 2017

6 agosto 1970 - Mai più Hiroshima, basta con la guerra!

«Mai più stragi inutili, mai più guerra!». Il variegato mondo del pacifismo statunitense si mobilita, nell’estate del 1970, per ricordare il venticinquesimo anniversario dell’esplosione della bomba atomica di Hiroshima. Lo fa sapendo che non sarà una passeggiata perché “peace and love” è un bello slogan se serve a decorare le magliette o le copertine dei dischi, ma diventa pericoloso e sovversivo se trasferito nella realtà. E la realtà è che gli Stati Uniti sono impegnati a “difendere la civiltà occidentale” nelle paludi della penisola indocinese e che, come contro i giapponesi, il fine giustifica qualunque mezzo. Ieri era giusto lanciare un paio di bombe atomiche contro un paese già prossimo alla resa come oggi il napalm è l’unico modo per “stanare i musi gialli” da quelle giungle così intricate dove i marines si perdono. Il movimento pacifista sa che il ricordo di Hiroshima rischia di essere un ingombrante fantasma per l’establishment americano e che la celebrazione del venticinquennale non avrà vita facile. Decide così di costringere il “nemico” a dividere le forze. Per il 6 agosto 1970 programma due concerti in contemporanea, entrambi dedicati all’anniversario della bomba atomica di Hiroshima, entrambi contro la guerra. Il primo si dovrebbe svolgere a New York e l’altro a Filadelfia. Gli organizzatori sono sicuri che nessuno dirà loro un chiaro e tondo “no”, ma con altrettanta sicurezza si rendono conto che si tenterà in ogni modo di impedire le due manifestazioni. Parte così una corsa a ostacoli contro il tempo e le complicazioni burocratiche. Il 6 agosto allo Shea Stadium di New York più di ventimila persone gridano il loro impegno per la pace mentre sul palco si esibiscono John Sebastian, Janis Joplin, Paul Simon, Paul Butterfield, Johnny Winter e tutto il cast del musical “Hair”. La stessa sera tutto tace, invece, al JFK Stadium di Filadelfia. Guarda caso, la mancanza di banalissimo certificato ha impedito la concessione dello stadio: all’ultimo momento, naturalmente.

05 agosto, 2017

5 agosto 1967 – Il primo album dei Pink Floyd

Il 5 agosto 1967 viene pubblicato The piper at the gates of dawn, il primo album dei Pink Floyd. La realizzazione del disco è stata preceduta dal licenziamento di Joe Boyd, il produttore della band, e dalla sua sostituzione con Norman Smith, più gradito alla Columbia, l'etichetta del gruppo EMI alla quale sono legati contrattualmente. È proprio Smith il primo a intuire che le potenzialità dei Pink Floyd non possono essere compresse nel ristretto spazio di un singolo. Per questa ragione lascia mano libera alla band nella scelta dei brani da inserire nel loro primo album. Il risultato è un disco splendido, completamente ispirato dal genio visionario del chitarrista Syd Barrett. A lui si deve, oltre che la composizione di ben dieci degli undici brani dell'album, anche la scelta del titolo The piper at the gates of dawn, ispirato a uno racconto dello scrittore underground Kenneth Graham. L'impronta di Barrett non finisce qui, visto che s'è anche occupato delle grafica della copertina. Il disco segna una forte discontinuità con i due singoli che l'hanno preceduto. Due brani in particolare, Astronomy domine e Interstellar overdrive sono destinati a vivere a lungo entrando nei classici senza tempo della band. L'album, accolto con stupore e qualche perplessità dalla critica, vola alto nelle classifiche di vendita aprendo ai nuovi leader della psichedelia britannica le porte del mercato internazionale. Di lì a qualche mese, infatti, i Pink Floyd partiranno per la loro prima tournée negli Stati Uniti. Soprattutto nei concerti dal vivo emerge con forza la completa dipendenza della band da Syd Barrett, la cui carismatica presenza scenica è però resa ogni giorno più imprevedibile dalla costante assunzione di forti dosi di LSD. I rapporti interni al gruppo vengono messi a dura prova nonostante o, forse, a causa del crescente successo. I Pink Floyd da band "di nicchia", con un seguito ristretto a pochi ma fedeli appassionati, si ritrovano, quasi da un giorno all'altro, a dover gestire il ruolo di profeti della psichedelia con un crescente ed entusiastico seguito di pubblico. Con il passar del tempo cresce l'insofferenza dei compagni nei confronti di Barrett, spesso alle prese con disturbi mentali provocati dall'azione dell'acido lisergico. Proprio in questo periodo inizia l'evoluzione che li porterà prima ad affiancare, poi a sostituire il loro fragile leader con David Gilmour. I fans della prima ora lo rimpiangeranno per sempre, ma per i Pink Floyd inizierà l'era dei grandi successi mondiali.

04 agosto, 2017

4 agosto 1972 – 10CC, la faccia scanzonata del rock progressivo

Il 4 agosto 1972 l’etichetta UK di Jonathan King pubblica Donna, il primo singolo dei 10CC, una band che nel proprio nome ha aggiunto un centimetro al volume massimo dell’eiaculazione umana. Il gruppo si forma a Manchester con i chitarristi Eric Stewart e Lol Creme, il batterista Kevin Godley e il bassista Graham Gouldman. Nessuno di loro è alla prima esperienza. Stewart e Gouldman fino al 1968 hanno fatto parte dei Mindbenders di Wayne Fontana. Il secondo, poi, è l'autore di una lunga serie di brani di successo per gli Hollies, gli Herman's Hermits e gli Yardbirds, oltre a un album in proprio prodotto da John Paul Jones dei Led Zeppelin. Dopo lo scioglimento dei Mindbenders Stewart ha formato con gli ex Sabres Godley e Creme gli Hotlegs. Proprio dalla struttura di questa band, con l’innesto di Gouldman, nascono i 10CC. Donna, il loro primo singolo, non è un fulmine di guerra. Piace, ma non convince del tutto. I primi risultati positivi arrivano con il terzo singolo Rubber bullets, fiondatosi immediatamente al vertice della classifica britannica dei dischi più venduti, e con l’album 10CC. A partire dal 1973 diventano uno dei più importanti fenomeni musicali di quel periodo. Dotati di una sorprendente capacità di condensare in brevi brani orecchiabili suoni e ritmi di provenienza eterogenea i 10CC scoprono il lato più divertente del rock progressivo e scalano le classifiche di mezzo mondo con i loro album. Il successo non basta, però, a tenere insieme i quattro musicisti. Nel 1976, infatti, Godley e Creme lasciano la band per formare un duo con il proprio nome, mentre Stewart e Gouldman, inserito il organico il batterista Paul Burgess tentano continuare. L’anno dopo risistemano la formazione aggiungendo un altro batterista, Stuart Tosh, un tastierista, Tony O'Malley e un bassista, Ric Fenn. Alla fine del 1977, con alle spalle un tour mondiale di grande successo e un paio di dischi milionari, l’organico della band cambia ancora. Tony O’Malley se ne va e al suo posto arriva Duncan McKay, ex componente dei Cockney Rebel. Nel 1979 inizia il declino. Bloccato a lungo dai postumi di un grave incidente, Eric Stewart cura la produzione dell'album Facades dei Sad Cafe e scrive la colonna sonora del film "Girls". Anche Gouldman scrive musica per il cinema e si dedica a varie produzioni. I nuovi interessi dei due leader segnano il destino dei 10CC che nel 1983, dopo la pubblicazione di Windows in the jungle, si separeranno definitivamente.

03 agosto, 2017

3 agosto 1969 - Carl Wilson, un imbarazzante disertore

Il 3 agosto 1969 Carl Wilson, il chitarrista dei Beach Boys, compare davanti alla Corte Federale di Los Angeles per rispondere dell’accusa di diserzione. Non è un reato da poco negli Stati Uniti dell’epoca, dove vige la coscrizione obbligatoria e il paese è impegnato in una guerra mai dichiarata nel Vietnam. Obiettore di coscienza il musicista, dopo una lunga trattativa caratterizzata da blandizie e proposte nel tentativo di farlo recedere dai suoi propositi, aveva ottenuto di sostituire la divisa con il servizio civile. Poteva evitarselo. In fondo, gli avevano detto tutti, poteva anche accettare di farsi il periodo di leva sotto le armi. Non avrebbe certo rischiato, lui così biondo, bianco e famoso, di andare a combattere nelle giungle indocinesi. Tutt’al più gli sarebbe toccato di visitare in elicottero qualche base militare USA ben lontana dal fronte, ripulito e con la divisa in perfetto ordine, a uso e consumo dei fotografi e dei telegiornali. Nonostante tutto ha detto no. I militari non hanno gradito e, alla prima occasione si sono vendicati. Quando non si è presentato nel luogo e nel giorno stabiliti per l'inizio del servizio civile hanno chiesto il suo rinvio a giudizio per diserzione, salvo scoprire quasi subito di non aver avuto una bella idea in un periodo in cui sta crescendo nell’opinione pubblica l’opposizione alla guerra in Vietnam. Tutta l’America infatti viene così a sapere che persino uno dei componenti del gruppo-simbolo dello scanzonato disimpegno californiano tutto casa, surf e ragazze si rifiuta di vestire la divisa. L’udienza del 3 agosto si risolve in pochi minuti perché Carl presenta ai giudizi un certificato da cui risulta che nel giorno in cui avrebbe dovuto iniziare a lavorare nel servizio civile era ricoverato in ospedale. Il processo finisce lì. Uscendo dall’aula il chitarrista dice ai giornalisti che, a parziale risarcimento del disturbo arrecato alla collettività dalla sua ritardata presentazione, i Beach Boys suoneranno gratuitamente in ospedali, carceri e in altri luoghi “dove c’è gente che soffre”.

02 agosto, 2017

2 agosto 1969 – La breve stagione dei Thunderclap Newman

Il 2 agosto 1969 balza a sorpresa al vertice della classifica dei dischi più venduti in Gran Bretagna il brano Something in the air. Lo interpreta una band sconosciuta che sulla copertina del disco risponde al nome di Thunderclap Newman. Il mistero che la circonda alimenta le voci più disparate. C'è chi dice che sia un gruppo artificiale, inventato in studio per la registrazione di un solo brano, e chi sostiene trattarsi di un gruppo di giovanissimi musicisti alla prima esperienza discografica. In entrambe le ipotesi c'è un fondo di verità. La band non è frutto della interessata fantasia dei discografici, ma una geniale e casuale trovata del tastierista jazz Andy Newman. I componenti non sono tutti giovanissimi ma il chitarrista che risponde al nome di Jimmy McCulloch non ha ancora compiuto diciassette anni. Oltre a Newman e McCulloch la formazione è completata dal cantante e batterista John "Speedy" Keen, un emerito sconosciuto con all'attivo qualche tournée come tecnico al seguito di John Mayall. C'è poi un bassista di cui nessuno sa niente, salvo il nome che sembra inventato da un appassionato di fumetti: Bijou Drains. Il successo della canzone, imprevisto al punto che la casa discografica è costretta a ristamparne il disco, accende i riflettori dei media sulla band. Si scopre così che il fantomatico Bijou Drains non è altri che Pete Townshend, il chitarrista degli Who inventatosi bassista sotto falso nome. L'inaspettata popolarità costringe il gruppo a darsi una struttura più definita e meno legata all'improvvisazione del momento. Speedy Keen cede la sua postazione dietro ai tamburi a Jack McCulloch, fratello di Jimmy, mentre Jim Avery si incarica di suonare il basso. Con questa formazione rinnovata la band affronta il difficile compito di confermare il successo estivo di Something in the air. Il clima, però, non è più quello scanzonato dell'esordio. Tutto si fa tremendamente serio e il loro primo album Hollywood dream, pubblicato nel 1970, è un fiasco sia sul piano commerciale che qualitativo. Il disco segna la fine dell'allegra avventura dei Thunderclap Newman, i cui componenti avranno destini diversi. Il primo batterista Speedy Keen formerà, senza grandi risultati un proprio gruppo pubblicando un paio d'album, mentre Andy Newman non tornerà più al jazz e inizierà una discreta carriera di solista. Il "piccolo" McCulloch, invece, dopo aver suonato con John Mayall, gli Stone The Crows e i Blue, si unirà poi ai Wings di Paul McCartney.

01 agosto, 2017

1° agosto 1966 - Al concerto degli Who una serata di straordinaria follia

Nel 1966 il National Jazz and Blues Festival di Windsor, arrivato alla sua sesta edizione, è ormai considerato uno dei più importanti appuntamenti musicali dell’estate inglese. Articolato su una serie di concerti che si svolgono nel periodo compreso tra gli ultimi giorni di luglio e la metà d’agosto, si è evoluto nel tempo. Intelligentemente ha iniziato a dare spazio, oltre che al jazz tradizionale, anche ai nuovi gruppi emergenti della scena rock britannica, attirando così l’attenzione di un vasto pubblico giovanile. Il programma del 1966 prevede l’esibizione di band come gli Yardbirds, Chris Farlowe, i Move, gli esordienti Cream, ma soprattutto gli attesissimi Who. Questi ultimi, distruttori di strumenti e famosi per la loro musica violenta, sono divenuti in breve tempo l’emblema del movimento Mod. La loro My generation (Spero di morire prima di diventare vecchio/sto parlando della mia generazione) è quasi un inno per la gioventù inglese in cerca di emozioni forti e mette in evidenza la capacità del gruppo di essere, più di tutti gli altri, capace di fornire una colonna sonora alle prime bande giovanili. La loro musica è violenta, aggressiva e i loro fans sono parte di quella massa enorme di ragazzi che anni dopo verrà definita “proletariato giovanile”. Sono i giovani nati e cresciuti nelle periferie industriali delle grandi città britanniche che lasciano presto la scuola per lavorare in fabbrica. La loro voglia di cambiare è rabbia inespressa, primitiva. L’idea di cambiamento non si alimenta con ideali, non c’è tempo. C’è da lavorare per tirare avanti e resta solo il fine settimana per coltivare il sogno di una vita diversa. Ci sono gli amici, la musica e la possibilità di rompere, meglio se con la violenza, il quieto conformismo di una settimana lavorativa che al lunedì, tutti i lunedì, ricomincia sempre uguale a se stessa. Ce l’hanno con tutti, ma soprattutto con i loro genitori che non hanno fatto niente per cambiare la vita e l’ambiente in cui vivono. La loro è una ribellione senza particolari obiettivi e gli Who ne sono i profeti ideali. Il chitarrista Pete Townshend così definisce la filosofia mod: «I Mod sono il rifiuto di quello che c’era prima. Se ne fregano della tv, delle beghe dei politici e della guerra del Vietnam...». Con il tempo il gruppo cambierà registro, analizzerà a fondo le ragioni del suo successo e cercherà contenuti nuovi producendo capolavori come Tommy o Quadrophenia, ma nel 1966 è ancora un concentrato di rabbia e violenza pura. I suoi componenti, Roger Daltrey, Pete Townshend, John Entwistle e Keith Moon non sono differenti dai ragazzi che li amano. Litigano spesso, s’azzuffano, vivono senza regole e quasi quotidianamente annunciano l’intenzione di sciogliere la band. Il 1° agosto 1966, comunque, sono a Windsor, come prevede il programma del festival. Quando salgono sul palco l’immenso tendone che ospita i concerti fatica a contenere l’entusiasmo di centinaia di spettatori accaldati e stretti come sardine. Dopo un’ora e mezza di concerto gli Who danno il via al rito della violenta distruzione dei loro strumenti. Quando Pete Townshend spacca contro il pavimento del palco la sua chitarra, un giovane spettatore delle ultime file fa lo stesso con una sedia lanciando i pezzi in aria. Quasi fosse un segnale la maggioranza dei presenti inizia a rompere tutto quello che gli capita sotto mano. I pochi agenti di polizia presenti sul posto chiamano rinforzi, mentre gli organizzatori si affannano nel vano tentativo di convincere i ragazzi a desistere dalla loro opera di distruzione. Tutto è inutile. In preda a una sorta di follia collettiva, prima che le forze dell’ordine riescano a fermarli, i giovani, dopo aver scalato le strutture metalliche, completano la loro opera distruggendo anche il tendone che ospita i concerti.

31 luglio, 2017

31 luglio 1968 – Chiude la boutique dei Beatles

Il 31 luglio 1968 la boutique Apple di Londra chiude i battenti regalando le rimanenze ai clienti. È il fallimento sostanziale di una delle sezioni più importanti della società creata dai Beatles dopo la morte del loro scopritore, manager e amico Brian Epstein. La chiusura della boutique è solo l'ultima tappa di un cammino segnato dall'incertezza e da crescenti difficoltà nei rapporti interni alla band. Negli anni successivi John Lennon confesserà: «La morte di Brian ci aveva sconvolto. In quel momento fu Paul (McCartney) ad assumere il controllo della situazione. Prese per mano il gruppo e iniziò a condurci, ma non tutti eravamo d’accordo di andare nella direzione che aveva scelto. Fu allora che cominciò la nostra disintegrazione, non dopo». Eppure in quel momento i Beatles sembrano nocchieri di una nave inaffondabile. Su proposta di Paul viene fondata la Apple, un’organizzazione di proprietà di tutti e quattro i componenti della band destinata a occuparsi della produzioni in campo artistico e della gestione di vari settori merceologici collegati all’immagine del gruppo. Il nome e il marchio sono ispirati a un quadro del pittore belga René Magritte, mentre per la sede della società viene scelto un imponente palazzo del XVIII secolo situato in un angolo di Baker Street a Londra. La prima operazione, il film "Magical mistery tour", si rivela un clamoroso fiasco commerciale e artistico. Le perdite vengono in parte compensate dal successo delle canzoni contenute nella colonna sonora. Più grave è la chiusura della boutique perché evidenzia anche il fallimento del tentativo di gestire in modo commercialmente interessante l'immagine del gruppo. Nel disastro generale fa eccezione il settore musicale e della produzione discografica, che continua a essere trainato dal costante successo del marchio Beatles e dal lancio di alcuni giovani talenti, ma la solidità interna del quartetto mostra le prime evidenti crepe. Con la boutique si chiude un sogno.

30 luglio, 2017

30 luglio 1942 – La tubercolosi uccide Jimmy Blanton

Consumato dalla febbre e dal dolore giovedì 30 luglio 1942 nel letto di una triste camerata comune del sanatorio di Monrovia, in California, muore di tubercolosi il contrabbassista Jimmy Blanton. Per i frettolosi inservienti non è altro che un nero come tanti in un epoca in cui in molti Stati si discute ancora se questi strani esseri dalla pelle scura debbano godere o no dei diritti civili. Un modesto e anonimo funerale chiude la breve vita di un musicista destinato a lasciare un segno importante nella storia del jazz e del rock. Quando la tubercolosi se lo porta via ha ventun anni, ma ne dimostra di meno. Le foto dell’epoca mostrano la sua faccia da ragazzo quasi nascosta dietro a uno strumento imponente come il contrabbasso. Nato a St. Louis, nel Missouri, in una famiglia poverissima per passare il tempo si diverte a suonare strumenti a corda inventati da lui. Quando qualcuno gli fa conoscere il contrabbasso decide che quello strano strumento, così simile a quelli con cui gioca, sarà la sua vita. Istintivo e geniale, non ha ancora l’età per portare i pantaloni lunghi quando viene ingaggiato dall’orchestra Jeter-Pillar, una delle più famose della sua città. Nel 1939 il grande Duke Ellington lo ascolta per caso, ne resta affascinato e gli propone, nonostante abbia solo diciott’anni, di entrare nella sua orchestra. L’avventura con il Duke dura fino all’inverno del 1941 quando Jimmy scopre di doversi occupare di una compagna più esigente e più totalizzante del suo strumento: la tubercolosi. Nonostante la brevità della sua carriera Blanton ha un'influenza rilevante nell’evoluzione dell’utilizzo del contrabbasso che lui trasforma da strumento defilato d’accompagnamento in una “voce” importante dell’insieme strumentale. Leggendari restano la sicurezza del suo attacco, la potenza della sonorità e i suoi dialoghi strumentali con il solista o le varie sezioni. La sua lezione, raccolta e sviluppata dai maggiori contrabbassisti del jazz moderno influenzerà anche l’evoluzione del basso elettrico nel rock-jazz degli anni Settanta.

29 luglio, 2017

29 luglio 1987 - Bill Clinton al sax per i Four Tops

Mercoledì 29 luglio 1987 il governatore dello Stato del Michigan James Blanchard dichiara il Four Tops Day, la “Giornata dei Four Tops”, in tutto il territorio dello stato per sottolineare il contributo dato alla crescita civile e culturale di Detroit e della nazione intera dal gruppo vocale nero dei Four Tops. Sulla breccia da più di trent’anni (sono nati nel 1956) senza mai cambiare formazione i quattro, Levi Stubbs, Lawrence Payton, Abdul “Duke” Fakir e Renaldo “Obie” Benson, sono il gruppo più longevo della Motown, la casa discografica fondata da Berry Gordy jr che ha il merito di aver imposto il “Detroit sound”, la musica nera di derivazione soul, in tutto il mondo. I Four Tops sono degli operai della canzone. Abili esecutori senza velleità compositive credono nella forza del gruppo e non sono mai stati tentati dall’idea di esibirsi come solisti. Nel 1987 sono passati ventitré anni dal loro primo grande successo Baby I need your loving, ma la loro popolarità non ha subito flessioni, anche se i dischi non arrivano più al vertice della classifica. In quell’anno Levi Stubbs ha anche prestato la sua voce alla pianta carnivora del film “Little shop of horrors” (La piccola bottega degli orrori). In occasione del Four Tops Day viene organizzata una grande festa nella cittadina di Traverse City cui partecipano artisti e personalità provenienti da tutti gli Stati Uniti. Il programma prevede che il gruppo esegua i brani più famosi accompagnato da molti strumentisti neri degli studi Motown. Quando partono le prime note il pubblico s’accorge che sul palco c’è una mosca bianca, non in senso figurato. Tra i sassofonisti, infatti, c’è un giovanottone di pelle bianca che suona il sax. È un ex obiettore alla leva negli anni della guerra in Vietnam che è riuscito a diventare Governatore dell’Arkansas. Il suo nome è Bill Clinton e nel suo futuro c’è la presidenza degli Stati Uniti.

27 luglio, 2017

28 luglio 1979 - La fine degli Sham 69 e il crepuscolo del punk

Sabato 28 luglio 1979 un imponente servizio d’ordine presidia le strade che circondano il Rainbow di Londra. In quello che è considerato uno dei templi del rock britannico si esibiscono nell’ultimo concerto della loro breve vita gli Sham 69, una band di culto del movimento punk. Le forze dell’ordine sono state allertate fin dalla mattinata. Ogni concerto del gruppo guidato da Jimmy Pursey si trasforma in un campo di battaglia per opera degli skinheads, accesi, quanto imbarazzanti sostenitori degli Sham 69. Del resto non è immotivata la pessima fama, delle “teste rasate”, termine che in quel periodo ha una connotazione di estrema sinistra. Nati come risposta alle provocazioni fasciste del National Front contro i punk, in breve tempo si sono fatti la fama di violenti e attaccabrighe spesso senza motivo. «Se tutti i ragazzi rimarranno uniti, non saranno mai vinti» è il saluto con il quale gli Sham 69 si congedano dal pubblico del Rainbow. Ma non è solo la fine del concerto, né quella della band. La fiammata del punk, anarchica e nichilista, non ha sbocchi e si sta esaurendo. Le urla che salutano l’uscita di scena di Pursey, del batterista Mark “Doidie” Cain, del chitarrista Dave Parsons e del bassista Dave “Kermit” Treganna hanno il sapore dell’addio a una stagione esaltante, ma disperata. Eppure solo un anno prima Jimmy Pursey gettava a terra e calpestava il disco d’argento consegnatogli per le vendite di That’s life in segno di solidarietà con gli Angelic Upstarts, messi alla porta dalla Polydor, la sua casa discografica. Non è più tempo di premi. Le energie del punk si stanno spegnendo. Pursey, dopo un paio d’album da solista, tornerà nell’anonimato, come i ragazzi da lui descritti: «Il punk è un ragazzo che vive in palazzoni desolati della periferia. Non sa cosa fare. Non gli piace la noia e ogni tanto si diverte a sfasciare i vetri di qualche finestra con un mattone, poi torna a casa».

27 luglio 1979 - In fiamme l’emporio indiano di Alice Cooper

Il 27 luglio 1979 un attentato distrugge a Scottsdale, in Arizona, un negozio di prodotti d’artigianato dei nativi americani, quelli che nei film western vengono chiamati “indiani”. Le fiamme riducono in cenere l’intero emporio. In assenza di rivendicazioni gli investigatori brancolano nel buio. L’unica certezza è l’origine dolosa dell’incendio, preceduto da un’esplosione assordante. La curiosità dei giornalisti aumenta quando si scopre che il proprietario del negozio è Alice Cooper, una delle rockstar più popolari dei primi anni Settanta, le cui violente e raccapriccianti invenzioni sceniche hanno entusiasmato anche Salvador Dalì. Proprio il celebre pittore lo ha definito “re della confusione totale”. Nel 1972 la sua School’s out era divenuta l’inno di ribellione degli studenti inglesi («Noi non abbiamo classi/e non abbiamo princìpi/e non abbiamo neanche l’innocenza/e non riusciamo a pensare neppure una parola che faccia rima»). Simbolo di un rock decadente ricco d’effetti e affascinato dall’horror, Vincent Damon Furnier, questo è il suo vero nome, ha sempre diviso l’immagine pubblica dalla vita privata. Incendiario e provocatorio sul palcoscenico, quando sveste i panni della rockstar si trasforma in un uomo cortese, intelligente e colto. A partire dalla seconda metà degli anni Settanta riduce l’attività artistica, allargando il campo dei suoi interessi anche a settori diversi dalla musica. Per questa ragione appare improbabile che l’incendio sia opera di qualche ammiratore in cerca di popolarità. Ai giornalisti confessa che nell’attentato sono andati distrutti tutti i riconoscimenti ottenuti nel corso della sua carriera, compresi i dischi d’oro. «Non so chi volessero colpire con questa azione, se la mia modesta attività commerciale o l’opera di sensibilizzazione sui diritti dei nativi americani, ma chiunque sia stato sappia che non otterrà risultati. Sgomberate le macerie ricominceremo come prima».

25 luglio, 2017

26 luglio 1959 – Muore la Rosa di Napoli

Il 26 luglio 1959 muore a Napoli, la città che le ha dato i natali e alla quale è stata sempre profondamente legata, la cantante e attrice Rosa Moretti. Da un mese ha compiuto cinquantacinque anni. Il suo nome vero, per la verità, è Maria Santoro ma da anni in tutto il mondo è conosciuta come "la Rosa di Napoli". Proprio nella città partenopea nasce, infatti, nel 1904. La bambina si fa notare per la sua voce squillante e naturalmente intonata. Ben presto scopre che, con un po' di studio e tanta applicazione, può migliorare la sue qualità. È difficile dire quanto pesino le lezioni dei vari maestri che, via via, l'assistono nei suoi progressi e nell'apprendimento delle tecniche vocali, e quanto, invece, sia determinante la sua caparbia voglia di migliorare. Comunque sia, non ha ancora diciotto anni ed è già una della cantanti più contese dalle varie "sale da musica" napoletane. La sua voce da soprano leggero dotata di ampia estensione conquista un pubblico sempre più vasto. Nel 1928 viene scritturata dall'appena nata EIAR e fa il suo debutto ai microfoni di Radio Napoli accompagnata dall’orchestra di un grande maestro come Tito Petralia. In quei tempi un contratto radiofonico richiede un impegno costante, con orari quasi impiegatizi. Tutto viene trasmesso in diretta e richiede prove quotidiane. La ragazza appena può cambia aria e se ne va all'estero dove diventa una vera e propria star delle comunità italiane sparse per il mondo, soprattutto negli Stati Uniti, in Canada e nel Sudamerica. Nonostante le sue tournée si tramutino regolarmente in grandi bagni di folla, Rosa non ce la fa a stare lontana dalla sua Napoli. Nel dopoguerra, superato il traguardo dei quarant'anni sceglie di cambiare genere per dedicarsi quasi esclusivamente alla sceneggiata. Abituata a essere padrona del proprio destino, verso la metà degli anni Cinquanta, quando capisce che il suo fisico non regge più le fatiche e lo stress del palcoscenico, saluta tutti e lascia le scene.

24 luglio, 2017

25 luglio 1965 – Quel rinnegato di Bob Dylan

Il concerto di Bob Dylan è l’evento più atteso dell’edizione del 1965 del Festival Folk di Newport. Due anni prima, infatti, quel giovane scontroso dalla voce nasale era stato salutato come il maggior protagonista di una nuova stagione del folk statunitense. Quasi a sancire la sua consacrazione, durante l’esecuzione del brano “Blowin’ in the wind” era stato raggiunto sul palco da Joan Baez, Peter Paul and Mary, i Freedom Singers e Pete Seeger, vale a dire tutti gli artisti più importanti di quel genere musicale. Il Festival di Newport lo aveva indicato al mondo come il profeta-cantore di una nuova rivoluzione giovanile. Nel 1965, però, è diverso. Son passati due lunghi anni dall’episodio e molte cose sono successe nel frattempo. Bob Dylan non è più quello del 1963. È andato più volte in Inghilterra e ha avuto una lunga serie di incontri e scambi artistici con i protagonisti della scena musicale inglese di quel periodo, in particolare con i Beatles ed Eric Burdon, il cantante degli Animals. Pian piano si è fatta strada in lui l’idea di abbandonare le sonorità acustiche del folk per dare nuova linfa alle sue composizioni. Nei primi mesi del 1965 è nato così l’album Higway 61 Revisited, nel quale il folk delle origini sembra annegare in una esplosiva miscela di rock e blues. Considerato anche nei decenni successivi uno dei migliori dischi del cantautore, con brani come Like a rolling stone, Desolation row o Ballad of a thin man, l’album ha, però, scavato un solco profondo tra Dylan e i “puristi” del folk. La sua decisione di accettare l’invito a esibirsi nel Festival Folk di Newport sembra quasi preludere a un ripensamento critico nei confronti delle sue ultime scelte, ma c’è chi lo aspetta al varco per fargli pagare caro quello che considera un “tradimento”. Il 25 luglio 1965, quando appare sul palco accompagnato dalla Paul Butterfield Blues Band tutti capiscono che Dylan ha deciso di tirare dritto e di non accettare imposizioni o richiami al passato. Lui è quello che è. Fin dalle prime note elettriche il pubblico si divide a metà: da una parte quelli che urlano, schiamazzano e lo chiamano “rinnegato”, dall’altra chi si appassiona alla trascinante carica delle nuove sonorità. Il cantautore, sordo alle contestazioni, mostra una grinta insospettabile, ben sostenuta dalla band di Paul Butterfield, che schiera musicisti di tutto rispetto come Elvin Bishop, Mike Bloomfield e Al Kooper Questo atteggiamento infastidisce ulteriormente i suoi detrattori che iniziano a premere sulle transenne. A nulla vale l’intervento pacificatore di altri artisti. Alcuni esagitati tentano anche di salire sul palco e vengono respinti a stento dal servizio d’ordine. Dylan sembra non vedere e non sentire nulla. Snocciola, una dopo l’altra le sue canzoni e, orrore!, anche quelle vecchie e più conosciute vengono presentate in una nuova versione elettrica, mentre nel pubblico continuano le discussioni e le minacce di scontro fisico tra chi lo invita a smettere e chi lo incita ad andare avanti. Come spesso accade, nessuno si rende conto di vivere un evento fondamentale della storia del rock. Quel concerto, infatti, verrà ricordato negli anni, oltre che come la prima grande svolta nella carriera di Bob Dylan, come il primo, coraggioso e riuscito tentativo di innovare le sonorità del nuovo folk statunitense. Dopo di lui altri artisti seguiranno la sua strada e lo stesso Festival Folk di Newport si aprirà alle strumentazioni elettriche. Verrà anche coniato un nome per il nuovo genere, folk rock, capace di salvare capra e cavoli (la capra della tradizione e i cavoli dell’innovazione). Dylan non si fermerà qui. Qualche mese dopo incontrerà gli Hawks di Robbie Robertson, dal cui nucleo nascerà la Band, il gruppo destinato ad affiancarlo per lungo tempo.

24 luglio 1978 – Il film del sergente Pepper è un fiasco

Il 24 luglio 1978, preceduto da una martellante campagna promozionale, arriva finalmente nelle sale cinematografiche degli Stati Uniti il film “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band”. Sono molti quelli che scommettono su un rapido e sicuro successo del lungometraggio prodotto da Robert Stigwood. Le premesse ci sono tutte, visto che si tratta di un film musicale che mette insieme i Bee Gees, cioè il gruppo più famoso del momento, e Peter Frampton, il solista più venduto dell'anno. Anche il titolo dovrebbe, nelle intenzioni degli ideatori, costituire un valore aggiunto, visto che si ispira al famoso concept album dei Beatles, considerato uno dei più importanti album della storia del rock mondiale. In più la locandina annuncia la partecipazione in ruoli minori di una lunga serie di musicisti, tra i quali spiccano i nomi di Alice Cooper, degli Aerosmith e degli Earth Wind & Fire. Il cast artistico è completato dalla presenza di Frankie Howerd, George Burns, Donald Pleasance e di uno Steve Martin al debutto su grande schermo. Come spesso accade, però, i fatti smentiscono la pianificazione a tavolino. I critici stroncano l'intero film, a partire dalla strampalata e improbabile storia di una band formata da Frampton e dai Bee Gees che lotta contro i cattivi di turno sulle arie delle canzoni dei Beatles. Quello che nelle intenzioni degli autori e delle numerose anticipazioni dei media doveva diventare una sorta di manifesto neo-psichedelico folle e surreale appare, in realtà, una commediola musicale scialba e insipida. Terminato l'effetto della campagna promozionale di lancio anche il pubblico diserterà le sale. Il fiasco del film costringerà il produttore Robert Stigwood a far fronte a una perdita di rilevanti proporzioni, ma avrà anche una serie di effetti collaterali. La figuraccia peserà negativamente sui Bee Gees e anche su Peter Frampton, ma soprattutto rischierà di chiudere prematuramente la carriera del regista Michael Schultz.

23 luglio, 2017

23 luglio 1970 - I conservatori vincono: basta con lo sconcio dei concerti rock!

«Corpi nudi che si abbracciano nel fango, droga a fiumi, bestemmie, oscenità varie e promiscuità. Questo è lo spettacolo che danno quei raduni chiamati, con termine improprio, "concerti rock". Sono orge sfrenate accompagnate da dosi massicce di rumori assordanti e ululati belluini. Nessuna persona di buon senso può accettare l’idea di averne uno vicino alla sua casa. Chiunque sia timorato di Dio non può che avere un moto di raccapriccio all’idea che il proprio figlio, o, peggio, la propria figlia, entrino in contatto con una di queste manifestazioni...». Dichiarazioni come questa condiscono, nel luglio 1970 una straordinaria campagna di mobilitazione contro il rock “corruttore della gioventù”, attuata nello Stato del Connecticut da un insieme improvvisato di benpensanti, conservatori, fondamentalisti religiosi e associazioni della destra culturale. L’obiettivo dichiarato è quello di impedire lo svolgimento dal 30 luglio al 1° agosto di un Festival Rock nei pressi della cittadina di Powder Ridge. La mobilitazione vede in prima fila, accanto a semplici cittadini, numerosi amministratori locali desiderosi di mettersi in evidenza. I giovani organizzatori del Festival Rock, decisi a non accettare le provocazioni, tendono a sottovalutare la portata di queste iniziative demolitorie, evitando perfino di rispondere alle centinaia di lettere di protesta che invadono le redazioni dei giornali locali. Nelle prime settimane di luglio, in una conferenza stampa, sostengono che i benefici economici per la zona sono notevolmente superiori ai possibili disagi. Annunciano poi di aver già venduto più di diciottomila biglietti. Infine si dicono certi dell’assoluta infondatezza dell’azione legale che chiede la sospensione del Festival. L’illusione finisce il 22 luglio 1970 quando, mentre a Powder Ridge stanno arrivando i primi gruppi di ragazzi, il caso viene discusso di fronte alla Corte Distrettuale di New Haven. La sentenza è sorprendente. Accettando le ragioni dei ricorrenti, si proibisce “per ragioni d’ordine pubblico” lo svolgimento della manifestazione. Le autorità locali sono incaricate di predisporre lo sgombero immediato dell’area che avrebbe dovuto ospitare il concerto.

22 luglio, 2017

22 luglio 1967 - La prima volta dei Vanilla Fudge

Nel Village Theatre di New York la sera di venerdì 22 luglio 1967 non si respira. L’afa, il fumo delle sigarette e il calore dei corpi di centinaia di ragazze e ragazzi stordiscono più della musica diffusa dalle casse audio del locale. Sfidando la calura estiva in molti aspettano il concerto dei Byrds, annunciato come l’evento principale del fine settimana. Il cartellone della serata prevede l’esibizione di due gruppi di contorno: i Seeds e i Vanilla Fudge. Questi ultimi, sconosciuti ai più, sembrano destinati a fare le spese dell’impazienza degli spettatori, accaldati e ansiosi di applaudire la band principale. Un mormorìo insofferente accoglie il loro ingresso sulla scena. Sono quattro, Vince Martell alla chitarra, Carmine Appice alla batteria, Tim Bogert al basso e Mark Stein alle tastiere. Senza dire una parola iniziano a suonare una stralunata versione di You keep me hangin’ on, un brano "leggero" portato al successo dalle Supremes. Le note distorte delle tastiere e della chitarra, talora in leggera dissonanza, sorrette da una batteria che sembra suonare in controtempo, catturano l’attenzione del pubblico che, rapito, si lascia ipnotizzare dalla liquidità psichedelica della band. L’esibizione segna l’inizio delle fortune dei Vanilla Fudge. Scritturati dall’Atlantic, incuriosiranno i ragazzi di tutto il mondo con la loro musica, caratterizzata da un collage di citazioni classiche e rivisitazioni psichedeliche di canzoni famose. Nelle loro esecuzioni si ritrova di tutto: dai successi pop del momento ai Beatles, a Chopin, a Stravinsky. Il successo della band sarà breve, un paio d’anni o poco più. Nel 1970 i Vanilla Fudge si scioglieranno lasciando ai critici il compito di gingillarsi con un dubbio su quel frullato di suoni che caratterizzava le loro esecuzioni: un’intelligente contaminazione tra varie forme musicali filtrate attraverso la psichedelia o una furba e fortunata operazione commerciale?

20 luglio, 2017

21 luglio 1959 – Rossana Casale, una voce da jazz

Il 21 luglio 1959 nasce a New York Rossana Casale, una delle voci più interessanti del jazz e della musica leggera italiana degli ultimi anni. Dopo aver passato i primissimi anni della sua vita negli Stati Uniti torna in Italia e nel 1973 si iscrive al Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano dove studia percussioni, musica elettronica e, soltanto in un secondo momento, canto. Sta ancora frequentando i corsi quando inizia a lavorare come corista prima con Paola Orlandi, poi con Lella Esposito e successivamente con un quintetto vocale che la vede anche tra le promotrici. In pochi anni diventa molto popolare nell'ambiente musicale milanese per la sua voce limpida e quasi naturalmente impostata che fa da sfondo sonoro alle incisioni di un gran numero di cantanti, da Edoardo Bennato a Ron, a Riccardo Cocciante a Mina, a tanti altri. Forse in questo periodo nasce il contrasto interiore che non la porterà a scegliere mai definitivamente tra jazz e musica leggera. Il suo primo disco in proprio viene pubblicato nel 1983. Si tratta di Didin, una sorta di cantilenante gioco musicale realizzato in collaborazione con Alberto Fortis e prodotto da Flavio Premoli della PFM. Il discreto interesse del pubblico e l'invito della critica a osare di più la convincono a continuare. Dopo un mini-album premiato nel 1985 dalla critica con la Vela d'Argento, si presenta al Festival di Sanremo del 1986 con Brividi, un brano suggestivo ricco di spunti jazzistici. La canzone sanremese anticipa la pubblicazione del primo l'album di grande respiro, La via dei misteri, che contiene una straordinaria e rivelatrice versione di Sitting dock of the bay. Negli anni successivi alterna scorribande jazzistiche con l'impegno di cantante di musica leggera, quasi fosse indecisa su quale strada prendere. Nonostante la sua "voce da jazz" non molla mai del tutto l'ambiente della musica leggera che è spesso invidioso e riluttante a comprenderne appieno le potenzialità. Dopo la partecipazione a Umbria Jazz e alla Rassegna Jazz di Roma del 1987 abbandona le scene per approfondire la sua grande passione per i tempi dispari e lo swing. Il risultato dell'anno sabbatico è Incoerente jazz, un album inciso con alcuni tra i migliori jazzisti italiani. Negli anni successivi le sofisticate incursioni nella musica leggera si alterneranno con la produzione di piccoli gioielli di jazz classico cesellati in modo sapiente dalla sua voce.

20 luglio 1968 – In a gadda da vida

Il 20 luglio 1968 entra nella classifica degli album più venduti negli Stati Uniti In a gadda da vida degli Iron Butterfly. Il titolo è preso in prestito dal brano principale che, con i suoi diciassette minuti, occupa un intero lato del disco. Il successo commerciale arriva decisamente a sorpresa per gli Iron Butterfly, formati un paio d'anni prima a San Diego dal tastierista Doug Ingle e fino a quel momento considerati una band di culto della ristretta cerchia del movimento hippie. La formazione del gruppo in quel momento comprende, oltre a Ingle, il chitarrista Erik Braunn, il bassista Lee Dorman e il batterista Ronald Bushy, anche se i cambiamenti sono all'ordine del giorno. Il brano che dà il titolo al disco è una suite psichedelica che nei diciassette minuti di svolgimento, raccoglie un numero impressionante di citazioni. Il riff d'attacco guarda alla lezione dei Cream, ma si sviluppa lungo una sorta improvvisazione collettiva a tema guidata dalla chitarra, in cui ciascuno degli strumentisti gioca a differenziarsi dagli altri. C'è un assolo di batteria geometrico in cui qualcuno ha visto addirittura un'anticipazione delle strutture della disco dance, ci sono distorsioni blues, ma il collante di tutto finisce per essere la psichedelica e solenne esecuzione all'organo di Doug Ingle, che stranisce, stravolge, rivolta ogni variazione fino a ricondurre tutti al tema principale. Il testo suscita più di un sospetto. Per i più smaliziati In a gadda da vida non sarebbe altro che la versione corrotta dagli effetti degli allucinogeni della frase «In a garden of Eden». Sollecitati a una risposta sull'argomento i musicisti tacciono. Il loro silenzio durerà anni. Il successo commerciale dell'album è straordinario: più di tre milioni di copie vendute e disco di platino. Meno bene andrà agli Iron Butterfly. Inadatti a rivestire il ruolo delle rockstar finiranno per perdersi anche se verranno considerati i più influenti precursori dell'heavy metal.

18 luglio, 2017

19 luglio 1934 – Bobby Lee Bradford, un trombettista che meritava di più

Il 19 luglio 1934 nasce a Cleveland, nel Mississippi, il trombettista Bobby Lee Bradford. A dieci anni è costretto a lasciare i suoi compagni di giochi e la città dove è nato per seguire la famiglia a Los Angeles. Non è che la prima tappa di una continua migrazione che in un paio d'anni lo porta a cambiare altre due volte ambiente: prima a Detroit e poi a Dallas nel Texas. Proprio in questa città nel 1949 scopre la tromba. Ha quindici anni, se ne innamora e inizia a suonare quasi subito. Non ha un maestro, è un autodidatta e la sua tecnica è fondamentalmente imitativa. Nello stesso anno entra a far parte della banda della scuola Lincoln, dove studia anche il pianista Cedar Walton. Ci resta fino al 1952, quando cambia scuola e se ne va ad Austin. Alla fine del 1953 presta il servizio militare nell'aviazione preferendo la banda musicale del suo contingente all'esercitazione nell'uso delle armi. In quel periodo conosce Ornette Coleman. È proprio quest'ultimo che nel 1961 lo chiama a New York, per coprire nel suo quartetto il buco lasciato dalla partenza di Don Cherry. Con questa formazione resta fino al 1963, a parte una breve parentesi nel 1962 con l'orchestra di Quincy Jones. Quando lascia Coleman torna nel Texas. A qualche amico confessa di non aver più voglia di muoversi da lì, ma è soltanto l'impressione di un momento. Nel 1966 è a Los Angeles con il sassofonista John Carter. Il sodalizio tra i due dura fino al 1971, anno in cui s'imbarca per l'Europa dove suona, tra gli altri, anche con i musicisti britannici dello Spontaneous Music Ensemble. Il vecchio continente gli piace. Si sente amato e apprezzato. Ci tornerà più volte e terrà un'infinita serie di concerti con una band che, nonostante le numerose variazioni di formazione, potrà contare su due perni fissi nel sassofonista Trevor Watts e nel contrabbassista Kent Carter. Nonostante tutto la sua popolarità non riuscirà mai a raggiungere le vette dei grandi musicisti suoi contemporanei.