10 aprile, 2021

10 aprile 1933 - Chelo Alonso, da Cuba alle Folies Bergères

Il 10 aprile 1933 a Central Lugrano, in Cuba, nasce la cantante, attrice e ballerina Chelo Alonso. Il suo vero nome è Isabel Garcia e fin da piccola la sua aspirazione è quella di diventare una bravissima ballerina. La costanza, l’impegno, lo studio e uno straordinario talento naturale le consentono di bruciare rapidamente le tappe e di diventare, ancora adolescente, una delle ballerine più applaudite dei Caraibi. A vent’anni è già una star delle riviste e dei music hall statunitensi di Miami, New Orleans e Broadway. Quando arriva a Parigi, dove è stata scritturata dalle Folies Bergères, tutti parlano di lei come della “nuova Josephine Baker”. La ragazza però ha altre ambizioni. Vuole diventare anche una stella del cinema. Alla fine degli anni Cinquanta diventa una delle più popolari protagoniste della stagione dei “peplum” vestendo panni diversi, dalla cattivissima regina Syria in “Maciste nella terra dei ciclopi” all’orgogliosa Landa ne “Il terrore dei barbari”. Non mancano interpretazioni di commedie come “Gastone” di Mario Bonnard nel 1958 con Alberto Sordi e Vittorio De Sica o “La ragazza sotto il lenzuolo” di Marino Girolami del 1961 con Walter Chiari. Alla sua popolarità non guasta una nutrita serie di presenze televisive. Alla metà degli anni Sessanta decide di lasciare le scene per amore. Fa soltanto tre eccezioni per tre film western all’italiana: “Il buono, il brutto, il cattivo” di Sergio Leone nel 1966, “Corri uomo corri” di Sergio Sollima nel 1968 e “La notte dei serpenti” di Giulio Petroni nel 1969. Muore a Mentana il 20 febbraio 2019.


09 aprile, 2021

9 aprile 2004 – “Fotti Bush”, l'invito degli Xiu Xiu

Il 9 aprile 2004 viene pubblicata in Italia una delle foto della campagna stampa che accompagna l’ultimo album degli Xiu Xiu, nella quale James Stewart, l’inventore della sigla e deus ex machina del progetto è fotografato insieme alla sua compagna d’avventura Caralee McElroy con una maglietta nera su cui compare, in rosso e molto evidente, la scritta “Fuckbush”(Fottibush). In più sull’ultimo album c’è un brano dal titolo esplicitamente ironico Support our troops in Iraq Oh! che, invece di essere una canzone, è un sorta di drammatica sonorizzazione di un equivoco insito nel titolo. Se anche un gruppo di culto o, meglio, un progetto ad assetto variabile, come quello degli Xiu Xiu, lontanissimo per sonorità e per impostazione dal concetto di “musica militante” aggiunge il suo piccolo mattoncino alla battaglia per fermare il delirio dell’amministrazione americana vuol dire che il movimento è più diffuso di quello che potrebbe apparire. Ciò avviene nel momento in cui il linguaggio di James Stewart e compagni si apre verso il pop, diventa più accessibile e allarga gli orizzonti di possibile ascolto. Nei suoni dei loro album, compreso l’ultimo Fabulous Muscles la voce di Stewart incontra e qualche volta sfida su terreni diversi tutte le costruzioni stilistiche degli ultimi vent’anni, dalla new wave alla classica, al technopop, all’etnica elettronica. Il lavoro di frammentazione e ricostruzione avviene trattando gli strumentisti come se fossero macchine sonore con l’anima. Non sempre, peraltro, gli strumentisti ci sono davvero perché talvolta accade che lo stesso Stewart crei direttamente i vari suoni. Tutto ciò, pur intrigante, non ne fa necessariamente un campione d’originalità. La differenza con molti altri sperimentatori sta invece nel fatto il progetto Xiu Xiu non punta a far vivere in maniera astratta o casuale i vari suoni. Due sono gli elementi che, a detta di Stewart, vengono presi a riferimento nella composizione e nella registrazione di un brano. In un primo momento c’è la ricerca di un equilibrio sonoro in grado di rendere efficacemente un testo, uno stato d’animo, un concetto o un’emozione. Ottenuto il primo risultato inizia una sorta di ambientamento storico del suono ottenuto. Che cosa vuol dire? Che siccome niente o quasi nasce dal nulla, ottenuto un suono dichiaratamente new wave lo si utilizza in modo da rispettare i riferimenti storici del genere a cui è legato. Il risultato è un lavoro ricco di quei riferimenti culturali la cui mancanza ha spesso fatto sembrare arida e insulsa la sperimentazione technopop.


08 aprile, 2021

8 aprile 1929 - Eiji Kitamura, il clarinetto dello swing giapponese

L’8 aprile 1929 nasce a Tokyo, in Giappone, il clarinettista Eiji Kitamura. Autodidatta, si afferma sulla scena jazz giapponese con uno stile ispirato soprattutto a Benny Goodman e ai musicisti dell’epoca dello swing e delle grandi orchestre. Tra il 1951 e il 1953 suona con il gruppo di Saburo Nanbu e successivamente si mette in proprio con la formazione dei Cats Herd. Nel 1957, dopo lo scioglimento della band suona a lungo con Mitsuru Ono con il quale resta fino al 1960. Ormai divenuto il più popolare clarinettista giapponese proprio nel 1960 parte per una nuova avventura formando un quintetto a suo nome. Nel corso della sua lunga carriera Kitamura ha inciso numerosi album, alcuni dei quali in compagnia del suo ispiratore Teddy Wilson.




07 aprile, 2021

7 aprile 2003 – Cindy Lauper al Gay & Lesbian Alliance Against Defamation Media Awards

Il 7 aprile 2003 Cindy Lauper viene invitata a parlare all'annuale Gay & Lesbian Alliance Against Defamation Media Awards. Si tratta di un riconoscimento importante per la cantante, icona dei movimenti per i diritti civili, nell’anno del suo cinquantesimo compleanno. Il tempo che passa non la spaventa. «Questa società è ossessionata dall'idea di invecchiare. Quando si chiede l'età a una donna che lavora lo si fa come se si scalciasse un cerchione di una ruota per verificare la tenuta dell'intelaiatura». Con la sua faccina da svampita, le multicolori acconciature, il look stravagante e la vocetta acuta e duttile negli anni del disimpegno ha osato l'inosabile facendo ballare una generazione su parole tutt'altro che ingenue. Quando la sua Girls just want to have fun (Le ragazze vogliono solo divertirsi) diventa un canto liberatorio per milioni di adolescenti alle prese con una società maschilista, lei spinge la provocazione più in là con She bop (Lei esplode), un inno alla masturbazione («dicono che dovrei smetterla,/se no divento cieca… non è ancora/una cosa proibita dalla legge»). Con la sua aria un po' stordita e una musica che salda il punk alle energie danzerecce "buca" il disimpegno di quel periodo portando in discoteca parole impegnative («padre, padre/non c'è bisogno di grandi scalate/la guerra non è una soluzione»). In lei il divertimento si coniuga con la rabbia e il ritmo con le idee. Riesce a far ballare il popolo delle discoteche su un brano feroce contro la loro superficialità come Love to hate (Amo odiare) «Fascisti alla moda,/lì fuori in branchi,/alcuni con la cipria sul naso… amo odiarvi, amo odiarvi, lo dico sul serio…». Guai poi a cascare nella trappola della sua faccetta ingenua e stordita pensando che in fondo sia soltanto il prodotto inconsapevole di un marketing provocatorio studiato a tavolino da un gruppo di esperti. Quando chiacchiera con i giornalisti le sue idee sono più dirette ancora dei testi delle canzoni: «Io sono nata in un quartiere povero, ho visto con i miei occhi la lotta di classe e so che cosa significa il fascismo economico. Se sei povero non c'è altra via d'uscita che la lotta. Si lotta per tutto anche solo per riuscire a vivere e a trovare un lavoro». Nell’anno del suo cinquantesimo compleanno promette di continuare a cantare, forse per mantenere l'impegno preso proprio in True colors: «se questo mondo ti fa impazzire/e hai subito tutto quello che puoi sopportare/tu chiamami/perché lo sai che ci sarò».




06 aprile, 2021

6 aprile 1935 – Fred Bongusto, il cantautore confidenziale

Il 6 aprile 1935 nasce a Campobasso Fred Bongusto, all’anagrafe Alfredo Buongusto. Sua mamma è veneta e papà campano. Gli anni dell’infanzia non sono facili. Tira aria di guerra e allo scoppio del conflitto suo padre viene spedito sul fronte greco. Non tornerà più. Nel 1942, quando arriva la notizia della sua morte, il futuro Fred Bongusto ha soltanto sette anni e tanti sogni. A scuola è bravino e la madre lo incoraggia a proseguire gli studi. Frequenta il liceo classico “Mario Pagano” e dopo la maturità si iscrive alla facoltà di giurisprudenza dell’università di Modena coltivando una nuova irresistibile passione: la musica. Uno zio musicista per diletto e grafico di professione gli ha regalato una chitarra e il ragazzo pian piano ha imparato a suonarla fino a restare sempre più affascinato dalle canzoni. Tra lo studio e la musica sceglie sempre di più la seconda finendo per abbandonare gli studi universitari e tornare a Campobasso dove frequenta un corso post-diploma giusto per non gettare via anni di impegno sui libri. Sono anni intensi di passioni e speranze. Gioca a calcio con risultati discreti ma soprattutto suona e canta in vari gruppi locali. Deciso a giocarsi il suo destino fino in fondo lascia di nuovo Campobasso per cercare fortuna altrove. Nei primi anni Sessanta Fred Bongusto comincia a essere molto conosciuto tra i frequentatori dei locali da ballo e dei night-club. L’Italia dopo gli sforzi della ricostruzione sta uscendo dalle difficoltà economiche e la gente ha una gran voglia di divertirsi. In questi anni, che verranno poi ricordati come quelli del “boom”, Bongusto imbocca finalmente la strada giusta per il successo. La svolta nella sua carriera arriva quando il suo amico ed estimatore Ghigo Agosti, il popolarissimo interprete di Coccinella, scrive appositamente per lui il brano Bella bellissima che viene pubblicato su un 45 giri accompagnato sul lato B da Doce Doce. Il disco, uscito per l’etichetta milanese Primary di Gianbattista Ansoldi, è decisivo per allargare la sua popolarità soprattutto nell’ambiente degli addetti ai lavori. Sempre per la Primary pubblica Madeleine aufwiedersen, che nel dicembre 1962 porta per la prima volta il suo nome nella classifica dei dischi più venduti, sia pure per una sola settimana. Tra i suoi estimatori c’è anche il grande maestro Gorni Kramer che nel 1963 scrive per lui Amore fermati una canzone utilizzata anche come sigla per un popolare programma televisivo che ottiene rapidamente un grande successo commerciale. Nel mese d’aprile arriva al quarto posto della classifica dei dischi più venduti in Italia. Il 1964 per Fred Bongusto è l’anno della consacrazione definitiva. Il cantante partecipa alla prima edizione della manifestazione “Un disco per l’estate” indetta dalla RAI con il brano Mare non cantare senza troppe soddisfazioni ma il grande successo arriva con Una rotonda sul mare, una delle canzoni più conosciute del suo repertorio destinata a diventare una sorta di emblema del periodo tanto da regalare trent’anni dopo il titolo a un fortunato programma televisivo di revival e nostalgia. Per il cantante è un periodo magico con ripetuti successi discografici e grandi soddisfazioni con brani come Frida e Malaga. Un buon successo ottiene anche al Festival di Napoli dove presenta una sua composizione intitolata Napoli c'est fini in coppia con Luciano Lualdi. Nel 1965 partecipa per la prima volta al Festival di Sanremo con Aspetta domani un brano che porta anche la sua firma. A interpretarlo con lui sul palcoscenico della città dei fiori c’è la giovanissima Kiki Dee, destinata alcuni anni dopo a diventare una stella del pop al fianco di Elton John. La canzone, pur entrando in finale, non ha grande fortuna con le giurie anche se ottiene un buon successo di pubblico. Decisamente sfortunata è, invece, la partecipazione di Fred Bongusto a “Un Disco per l’estate” del 1965 con Il mare quest’estate, un brano che non arriva neppure alla serata finale. Si rifà l’anno dopo vincendo la manifestazione a mani basse con Prima c’eri tu, un brano che si piazza davanti a Se la vita è così di Tony Del Monaco e Tema dei Giganti. Nel 1967 torna al Festival di Sanremo con Gi, un brano interpretato insieme alla polacca Anna German che non riesce neppure ad arrivare alla serata finale. Nel 1968 Fred Bongusto si lascia catturare dalla moda del “ritorno” agli anni Trenta iniziata con il successo mondiale del film “Gangster Story” e pubblica la divertente e ironica Spaghetti a Detroit, il cui attacco «…spaghetti, pollo, insalatina e una tazzina di caffè…» si trasforma in un tormentone senza tempo. In quegli anni i suoi dischi arrivano anche al vertice delle classifiche del Sud America aprendogli la strada a un periodo di intense e nuove esperienze e collaborazioni prestigiose come quelle con Vinicius De Moraes, Tom Jobim e Joao Gilberto, che pubblica anche una sua personalissima versione di Malaga. Non mancano poi collaborazioni con grandi jazzisti come Chet Baker e direttori d’orchestra come Don Costa. Negli anni Settanta entra anche per un tempo brevissimo nel Clan Celentano prima di riprendere la sua strada solitaria. Nel 1989 torna al Festival di Sanremo con il brano Scusa. Nel 1992 ottiene un grande successo con una tournée in Italia al fianco di Toquinho. L’esperimento viene poi ripetuto in Brasile qualche anno dopo. Il nuovo millennio lo trova ancora in grande attività. Il 18 marzo 2005 riceve dal Governo italiano una targa d'argento per i suoi cinquant’anni anni di carriera mentre il 2 giugno 2006 viene nominato commendatore dal Presidente della Repubblica. In suo onore la città di Roma organizza un grande concerto presso Villa Celimontana cui partecipano migliaia di persone. Nell’inverno del 2007 è nuovamente protagonista di una affollatissima tournée in Uruguay e in Argentina. Muore a Roma l'8 novembre 2019.



05 aprile, 2021

5 aprile 2003 – Per gli Avion Travel “Poco mossi gli altri bacini”

«In fondo abbiamo sempre sognato di suonare dal vivo la sigla del meteo o dei tg...». Così il 5 aprile 2003 Peppe Servillo, l'uomo immagine più che il leader autoritario di un gruppo da sempre strutturato come un collettivo di uguali, commenta il titolo del nuovo album Poco mossi gli altri bacini firmato Piccola Orchestra Avion Travel arrivato nei negozi il giorno prima. Il disco è una sorpresa. Le sonorità, il divertimento e il gusto di sorprendere riportano alla mente gli anni degli esordi, quelli in cui la band casertana mescolava il rock un po' standardizzato degli anni Ottanta con la nobiltà degli echi dello swing. Le discografie pubblicate negli stessi giorni stranamente fanno partire la storia del gruppo dal 1991, dall'album Bellosguardo dimenticando due lavori, forse ingenui, ma sicuramente vivi e sinceri come Sorpassando del 1987 e Perdo tempo del 1989. La dimenticanza, se non è frutto di ignoranza, è singolare, perché rimuove gli anni della metamorfosi, quelli in cui la band scompare. Parte per un lunghissimo tour in Unione Sovietica e quando torna è così diversa da far nascere la battuta che i sovietici ne abbiano sostituito i componenti con dei sosia. Gli echi ska, le cavalcate sospese tra un pop rock intelligente, anche se un po' maniera, e la leggerezza di un dialogo musicale che strizza l'occhio alle sonorità alternative di quel periodo scompaiono. Al loro posto c'è una band elegante, che mescola il gusto per la melodia della tradizione italiana con le suggestioni delle esperienza più colte del pop internazionale. Quella metamorfosi tanto repentina finisce per cancellare un pezzo della stessa storia del gruppo. È una vera e propria rimozione dimostrata ancora oggi dal fatto che molti ancora oggi citino il loro terzo album Bellosguardo come quello del debutto. Che cosa c'entra questo ragionamento con il nuovo disco della band? C'entra perché Poco mossi gli altri bacini getta un ponte con il passato, recupera un entusiasmo che via via appariva annacquato da uno stile che sembrava raffreddato da una ricerca troppo concettuale. Nel nuovo album cultura e intelligenza tornano ad andare sottobraccio con il divertimento. È sufficiente ascoltare il brano-autoritratto Banda casertana per accorgersi che non si tratta di un'operazione casuale, ma di un progetto voluto e pensato a lungo nei quattro anni in cui il gruppo è stato lontano dalla sala di registrazione. «Sono stati quattro anni molto intensi, confusi e ricchi di tante esperienze» commenta Servillo che, a chi gli fa notare una sorta di recupero del linguaggio dei primi Avion Travel, risponde ammiccando: «..l'album ci riporta all’innocenza e all’ingenuità dei primi dischi fin dal titolo, che è semplice e spiritoso». Dea ex machina dell'operazione è, come sempre, Caterina Caselli, una delle poche discografiche capace di rischiare in proprio sulla qualità. La sua ala protettrice questa volta si è spinta più in là del solito fino a partecipare direttamente alla realizzazione di una bella versione di Insieme a te non ci sto più, un suo antico successo. Non è l'unica voce femminile che si aggiunge agli Avion Travel in questo disco. L'altra è quella di Elisa, che nella suggestiva Vivere forte duetta con Peppe Servillo portando la sua vocalità a percorrere strade tanto diverse da quelle su cui cammina abitualmente da sembrare irriconoscibile. Detto per inciso è una lezione importante quella che arriva dalla cantante di Monfalcone perché segnala all'universo mondo l'inutilità di aggiungere intonazioni rhythm and blues a brani che non ne hanno bisogno. Sembra una cosa da poco ma in tempi in cui l'omologazione porta tutti a rifare all'infinito lo stesso stile la capacità di Elisa di adattare voce e impostazione fino a integrarsi con l'ambiente musicale che la circonda appare quasi rivoluzionaria. I testi dei brani parlano con pudore e ironia della difficoltà dei rapporti umani. Non mancano scelte diverse dal solito anche dal punto di vista linguistico, come E mo, cantata in dialetto (una rarità nella storia della band casertana) o Le style de ma memoire, in francese. Nella track list ci sono infine anche due brani legati al cinema: Piccolo tormento, nato per la colonna sonora del film "La felicità non costa niente" di Mimmo Calopresti e Avrei bisogno d’amore, scritta insieme a Fabrizio Bentivoglio per l'ultimo film di Gabriele Muccino "Ricordati di me". A quattro anni dal suggestivo ma troppo cerebrale Cirano gli Avion Travel o, meglio, la Piccola Orchestra Avion Travel torna a fare canzoni che raccontano storie e sentimenti.


04 aprile, 2021

4 aprile 1959 – La prima volta di Mina in TV

Il 4 aprile 1959 Mina fa il suo debutto sul piccolo schermo cantando Nessuno a “Il musichiere”, un gioco a quiz musicale presentato da Mario Riva. La puntata è interamente dedicata agli “urlatori” e con lei si esibiscono anche Giorgio Gaber, Jenny Luna, Adriano Celentano e Tony Dallara. Qualche settimana dopo consolida la sua popolarità partecipando a “Lascia o raddoppia?”, il programma di Mike Bongiorno che ha stregato gli italiani e che conta su una platea di oltre venti milioni di spettatori, almeno dieci volte il numero di televisori esistenti in quel momento in tutto lo stivale. L’Italia resta affascinata da questa ragazza alta e magra che indossa un maglioncino chiaro sopra un paio di jeans. Mina canta Nessuno guardando la telecamera con i suoi grandi occhi che sbucano da una zazzera spettinata e accompagna il ritmo agitando freneticamente braccia e mani. Quando la congeda Mike Bongiorno si lancia in un augurio profetico giocando con il titolo della canzone: «Ragazza mia, non ti fermerà nessuno».


03 aprile, 2021

3 aprile 1917 - Bill J. Finegan, l’unico assolo è il rumore di un cavallo

Il 3 aprile 1917 nasce a Newark, nel New Jersey il pianista, compositore, arrangiatore e direttore d'orchestra Bill J. Finegan, all’anagrafe William J. Finegan. Si appassiona alla musica fin da piccolo visto che tutti i suoi familiari sono pianisti dilettanti. Durante le scuole superiori comincia a studiare il pianoforte prima prendendo lezioni private, poi frequentando il conservatorio. Per sbarcare il lunario scrive arrangiamenti e partiture che vende a vari editori. La sua carriera di arrangiatore professionista inizia quando Tommy Dorsey acquista la sua orchestrazione di Lonesone Road e la fa ascoltare a Glenn Miller. Questi resta favorevolmente sorpreso e nel 1938 invitò Finegan a collaborare con lui. La collaborazione far i due dura fino al 1942, quando Bill diventa l'arrangiatore di fiducia di Tommy Dorsey per il quale lavora una decina d’anni sia pur con qualche interruzione. Nel 1952 fonda con Eddie Sauter la Sauter-Finegan Orchestra, nata inizialmente come formazione esclusivamente da studio sull’onda del successo partecipa poi a vari programmi televisivi e si esibisce in molti locali. Il successo dell’orchestra nasce soprattutto dall’amalgama sonora tra gli strumenti, i cantanti Joe Mooney, Florence Fogelson, Anita Boyer e i cori del gruppo dei Doodlers. In tutta la sua carriera Finegan non svolge mai attività solistica e se ne fa un vanto quando dice sorridendo che l'unico suo assolo registrato è un'imitazione della corsa di un cavallo da slitta ottenuta battendo le mani sul petto. Non è uno scherzo. Esiste davvero e la si può ascoltare nel brano Midnight Sleigh Ride, inciso con la Sauter-Finegan Orchestra. Muore il 4 giugno 2008.




02 aprile, 2021

2 aprile 1979 - Jean Lumière, “chanteur de charme”

Il 2 aprile 1979 muore a Parigi Jean Lumière. Interprete sopraffino, capace di lavorare di cesello sulla voce con una cura quasi maniacale, Jean Lumière corre il rischio di essere ricordato soltanto per la sua capacità di insegnare ad altri il “mestiere” degli chansonniers. È uno strano destino il suo. Attore, cantante e fine dicitore di canzoni prende tremendamente sul serio la “missione” di insegnare e dà il meglio di sè con le interpreti femminili molte delle quali, proprio grazie a lui, diventano vivide e brillanti stelle della canzone francese. La più luminosa tra loro è Edith Piaf, un mito che lo scorrere del tempo non è riuscito neppure a scalfire, ma l’elenco è lunghissimo e comprende personaggi come Gloria Lasso, Cora Vaucaire, Mireille Mathieu, Christiane Legrand e moltissimi altri, non esclusa quella Marie Dubas che non è propriamente una sua creatura ma che lui adotta quasi come modello per affinare le qualità sceniche e interpretative della Piaf. Molte sono le incertezze quando si affrontano i primi anni di vita di Jean Lumière. C’è chi lo fa nascere a Marsiglia nel 1895 con la stessa sicurezza con la quale altri attribuiscono i suoi natali alla stessa città ma dieci anni dopo, cioè nel 1905. Non è finita perchè ci sono storici e ricercatori che lo vogliono ancora più giovane e originario di una città diversa facendolo nascere ad Aix-en-Provence nel 1907. Anche il nome con il quale viene registrato all’anagrafe è oggetto di discussione. C’è chi dice che il suo vero nome sia Jean Anezi e chi Jean-Louis Anezin. A completare il quadro nebuloso che avvolge i primi anni di vita del futuro Jean Lumière ci sono infine le ricostruzioni dell’ambiente famigliare. Nessuno discute sul fatto che la musica sia stata una sorta di passione naturale fin dall’infanzia perchè è una sua affermazione, ma alcuni sostengono che i suoi genitori possedevano un cabaret e altri sposano una tesi leggermente diversa che li vuole commercianti con la passione per la musica. Dettagli che non cambiano la sostanza delle cose ma contribuiscono a far capire come con il tempo gran parte delle notizie relative a Jean Lumière tendano a corrompersi e a sfumare un indistinto alone leggendario. La sua storia artistica comincia quando ha ancora i pantaloni corti e non ha la musica al centro. Il piccolo Jean è intenzionato a diventare attore. Metodico e senza lasciare nulla al caso frequenta con profitto regolari corsi di recitazione ottenendo alcuni prestigiosi riconoscimenti scolastici sia sul versante della commedia leggera d’ispirazione moderna che in quello della tragedia classica. Il ricongiungimento tra musica e teatro avviene quando il giovane e promettente attore viene scritturato dal Théâtre de Variétés di Marsiglia, all’epoca considerato il tempio dell’operetta dell’intero meridione francese. Non è una stella e i ruoli che gli vengono affidati hanno funzioni di contorno, ma gli consentono di affinare anche le sue qualità come cantante oltre che come attore. Con l’operetta la musica entra nel cuore di Jean Lumière, anche se non è ancora la sua attività principale. Il ragazzo, poi, è riluttante ad abbandonare una rassicurante carriera teatrale per dedicarsi interamente alla musica. Non vuole lasciare il certo per l’incerto. È la sorte a decidere per lui. La svolta nella sua carriera avviene nel 1929 in occasione della grande festa d’addio al pubblico del cantante Henri Dickson all’Opera di Marsiglia. Come molti protagonisti della stagione teatrale e musicale cittadina viene invitato a salire sul palco per un breve omaggio al festeggiato e canta uno dei brani del repertorio di Dickson. La sua esibizione sorprende sia il pubblico che gli addetti ai lavori. Tra i personaggi più entusiasti c’è Esther Lekain, una delle grandi vedette dell’Alcazar di Marsiglia a quell’epoca al vertice della popolarità. È lei la prima a suggerirgli di lasciar perdere il teatro per dedicarsi a tempo pieno alla musica ed è sempre lei a scegliere il suo nome d’arte: «...caro ragazzo, avete una voce chiara come la luce di un giorno d’estate di questo nostro meridione. Perchè non la mettete nel vostro nome? Io credo che voi dobbiate prendere il nome di Jean Lumière...» Così accade. La luminosa vedette Esther Lekain diventa la sua madrina e lo aiuta a farsi conoscere nel giro che conta. La scalata al successo è velocissima. Un anno dopo l’esibizione all’Opera di Marsiglia ottiene un inaspettato contratto discografico della sua carriera con la Odeon. I primi due brani registrati per quella prestigiosa etichetta sono Les trois filles e Notre amour. Il 1930 non è soltanto l’anno della prime registrazioni discografiche. In quello stesso anno, infatti, Jean Lumière fa anche il suo debutto dal vivo a Parigi. La sua prima esperienza nella impegnativa e sfolgorante notte parigina avviene sul palcoscenico dell’Européen, un locale che all’epoca è famoso proprio per la capacità di scovare e proporre giovani talenti. In breve tempo diventa uno dei cantanti più apprezzati delle notti parigine. Il suo stile melodico e aggraziato, senza eccessive forzature né appesantimenti stilistici lo iscrive di diritto alla schiera di quegli interpreti che la critica definisce “chanteurs de charme”, avvicinandoli ai crooners del jazz orchestrale e del pop e considerandoli una sorta di congiunzione tra la tradizione melodica dell’Europa mediterranea e la scuola dei balladeers anglosassoni. Il pubblico viene catturato da quella voce tenera dalla dizione perfetta, sempre controllata e intonata, e ne fa uno dei suoi beniamini. Ancora oggi è ritenuto uno dei più significativi esponenti di quello stile insieme a personaggi come Fragson, Paul Delmet e Tino Rossi. Negli anni Trenta la sua popolarità raggiunge vertici inaspettati anche grazie all’ennesimo colpo di fortuna. Nel 1933, infatti, proprio la vedova di Paul Delmet gli chiede un appuntamento. Colpita dalla somiglianza della sua tecnica con quella del marito vuole fargli un dono. È un brano che si intitola La petite église, scritto dal suo defunto marito nel 1890 insieme a Charles Fallot e mai più interpretato da nessuno dopo di lui. Il brano, inserito da Jean Lumiére nel suo repertorio diventa il più grande successo della sua carriera. Proprio con La petite église vince anche il Grand Prix du Disque del 1934. Sull’onda del successo riprende altre canzoni del passato riportandole alla luce. Vivono così di nuova vita e nuovo splendore brani come Visite à Ninon, scritto nel 1879 da Gaston Maquis, Lilas blancs di Théodore Botrel o L’âme des violons di René de Buxeuil. Nel 1941 è uno dei protagonisti dei concerti dell’Étoile organizzati da Georgius. Dopo la Liberazione la popolarità di Jean Lumière resta notevole nonostante il cambiamento di gusto del pubblico e l’emergere di nuovi protagonisti della scena musicale. Tra i brani di maggior successo del 1945 anche la sua interpretazione di Ah le petit vin blanc. In quel periodo la sua fama si allarga anche all’estero grazie anche alla sua disponibilità a viaggiare. Nella seconda metà degli anni Quaranta e negli anni Cinquanta le sue tournée toccano vari paesi Europei, dell’America Settentrionale e di quella Meridionale, oltre che dell’Africa e del medio oriente. Considerato dai critici “la miglior voce radiofonica” del panorama musicale francese affianca all’attività di cantante quella di insegnante di canto destinata ad appassionarlo sempre di più fino a convincerlo, nel 1960, a lasciare le scene per dedicarvisi a tempo pieno. I suoi metodi d’insegnamento fanno scalpore perchè mescolano vocalità a particolari posture corporali, ma risultano particolarmente efficaci soprattutto con le voci femminili.


01 aprile, 2021

1° aprile 1992 - L’Oscar a “Mediterraneo”. Non è uno scherzo


Non è un pesce d’aprile anche se il giovane regista italiano per un po’ sospetta che sia tutto uno scherzo. Il 1° aprile 1992 nella lunga e spettacolare notte del Dorothy Chandler Pavilion di Los Angeles il regista italiano Gabriele Salvatores viene premiato con l’Oscar destinato al miglior film straniero. L’ambita statuetta è per “Mediterraneo”, un lungometraggio da lui diretto e interpretato da Claudio Bigagli, Diego Abatantuono, Giuseppe Cederna, Ugo Conti, Gigio Alberti, Vanna Barba, Claudio Bisio e Antonio Catania. Tra i cosiddetti esperti che nel nostro paese abbondano più che altrove le prime reazioni sono di stupore. Nella cerchia degli invidiosi si finge soddisfazione ma si lanciano strali avvelenati a rilascio lento. Tra le osservazioni nate dal bolo dell’invidia la più velenosa è quella di chi mostra un incantato e quasi ingenuo stupore perché i giudici degli Academy Awards avrebbero premiato con la prestigiosa statuetta un film dalle caratteristiche tutte interne al dibattito culturale italiano e le cui dinamiche sono comprensibili soltanto a chi ha vissuto nell’Italia degli anni Settanta. Non è tutto perché anche le vendette degli invidiosi hanno delle regole precise. Non si può esagerare perché se si porta alle estreme conseguenze questa teoria del film dalle tematiche provinciali e incomprensibili si rischia di ipotizzare che i giudici della prestigiosa Academy hollywoodiana abbiano pescato a caso da un cappello il biglietto con il nome di uno dei film stranieri perché non avevano voglia di vederseli oppure (peggio!) che si siano bevuti il cervello. Entrambe le ipotesi possono rivoltarsi contro a chi, nonostante l’invidia e il fastidio per i successi degli altri, nel mondo del cinema deve comunque continuare a lavorare. Per questa ragione insieme alla sorpresa per il risultato si fa sapere con nonchalance, quasi si trattasse di un dettaglio, che “Mediterraneo” è distribuito in tutto il Nord America dalla potentissima (all’epoca) Miramax dei fratelli Weinstein. E siccome le due comunicazioni viaggiano accoppiate l’effetto indotto è che si tratta di un Oscar immeritato assegnato in virtù delle pressioni di un potente distributore. Nonostante gli invidiosi “Mediterraneo” era e resta uno splendido film girato con mano leggera e destinato a commuovere anche chi non appartiene alla generazione del regista. Per chi invece ha vissuto l’esaltazione del sogno di cambiamento degli anni Settanta e il lungo riflusso degli Ottanta è la “chiusa” finale della cosiddetta “trilogia della fuga” di Gabriele Salvatores, iniziata nel 1989 con “Marrakesh Express” e proseguita l’anno dopo con “Turné”. Il centro della narrazione filmica di Salvatores in quel periodo (e non soltanto in quello) è rappresentato dal vortice di disillusioni, incertezze e voglia di fermare il tempo che caratterizza l’impatto con il riflusso degli anni Ottanta (e con la maturità) da parte di una generazione, la sua, dopo l’illusione di poter cambiare il mondo. Mentre i primi due film della trilogia entrano direttamente nel vivo di queste tematiche, “Mediterraneo” ci si avvicina per contiguità di emozioni mentre la chiosa finale del Salvatores-pensiero sulla questione arriva una citazione da Henri Laborit («In tempi come questi la fuga è l’unico mezzo per mantenersi vivi e continuare a sognare») e dalla dedica che appare prima dei titoli di coda («Dedicato a tutti quelli che stanno scappando»).