16 luglio, 2019

16 luglio 2004 - Chi vota per Bush non è punk


«Questa compilation non nasce per fare profitti: nasce per fare la differenza». La scritta in inglese campeggia bene in evidenza nel libretto che accompagna Rock Against Bush – vol. 1 l’album promosso e realizzato dall’eclettico Fat Mike a supporto del sito www.punkvoter.com. per convincere i giovani ad andare a votare contro Bush. La filosofia dell’album, presentato anche in Italia il 16 luglio, e del sito è, grosso modo, riassumibile così: chi vota per Bush non è punk e chi si astiene è un pisciasotto. E se il presidente dell’America imperialista che punta a farsi impero sceglie il mondo intero come scenario per la sua campagna elettorale, i punk decidono di fare lo stesso perché alla minaccia globale si risponde con la mobilitazione globale. L’album viene così distribuito ovunque e anche in un mercato provinciale come quello italiano si può acquistare per 14 Euri. Sono soldini spesi bene sia per la causa che per il contenuto musicale. In allegato c’è un dvd, forse un po’ ostico per chi non frequenta troppo l’inglese, con videoclip (di Bad Religion, Anti-Flag, NOFX e Strike Anywhere), documentari sulla guerra in Iraq, divertenti spot anti-Bush e un monologo del comico David Cross. La scaletta del Cd è ricca. Accanto ai nomi sempre presenti in iniziative di questo genere ci sono anche gruppi inaspettati. Balzano all’occhio Pennywise, Strike Anywhere, Anti-Flag, NOFX, New Found Glory, Sum 41, Less Than Jake, Soviettes, Ataris, Authority Zero, Strong Out e il quasi leggendario Jello Biafra supportato per l’occasione dai D.O.A. Tra i brani spiccano la bella versione elettrica di Sink, Florida, sink degli Against Me!, l'inedito Give it all dei Rise Against e una Baghdad degli Offspring che è in realtà la riscrittura della Tehran del loro primo album. L’elenco comprende altri nomi illustri come Social Distortion, Descendents o Billy Bragg che affianca i Less Than Jake. Gli amanti dei generi più di confine si possono deliziare con il crossover dei Frisk, il metallo industriale dei Ministry, l'indie-rock degli ormai disciolti Denali, la new wave degli Epoxies, lo ska-core degli RX Bandits, il folk-punk di The World/Inferno Friendship Society o l'emo-pop-rock degli Alkaline Trio e dei Get Up Kids. La campagna di Punkvoter.com sarà supportata anche da decine di concerti cui parteciperanno, oltre ai gruppi citati, Bad Religion, Blink, Good Charlotte, Foo Fighters, Green Day e Sonic Youth, destinati a finire nell’annunciata seconda compilation. Di fronte a quest’offensiva mediatica l’establishment non è stato fermo. In pochi giorni è nato un sito “di destra”, ConservativePunk.com, che ha arruolato l'ex cantante dei Misfits Michael Graves, l’ex Black Flag Henry Rollins e il leggendario Johnny Ramone, tutti favorevoli alla rielezione di Bush. Il tentativo, però, come scrive la stampa d’oltreoceano «…finora ha raccolto scarse adesioni e si è tolto poche soddisfazioni…». Sono timidi e un po’ patetici pannicelli messi a fermare l’onda. Nata sull’onda del movimento contro la guerra l’ondata musicale anti-Bush non sembra facilmente arrestabile. Chi vota per Bush non è punk, appunto.



15 luglio, 2019

15 luglio 1978 – L’album più bello di Chuck Mangione

Il 15 luglio 1978 il trombettista Chuck Mangione si esibisce all'Hollywood Bowl in un concerto destinato a entrare nella storia del jazz rock. La performance, infatti, verrà pubblicata l’anno dopo nel doppio album An evening of magic - Live at the Hollywood Bowl che segnerà il punto più alto del successo di uno dei protagonisti dell'ultimo periodo dell'epoca d'oro del jazz rock. Anche se i grandi successi di vendite e i concerti affollati non lo lasciano prevedere, Mangione alimenta le ultime fiammate di un genere che alla fine degli anni Settanta sta già evolvendosi verso la “new age music” dopo aver toccato vertici altissimi grazie all’impegno di musicisti come, tra gli altri, Miles Davis, Herbie Hancock, Wayne Shorter, Chick Corea, Tony Williams, John McLaughlin, Donald Byrd. Chuck Mangione, all’anagrafe Charles Frank Mangione, nasce a Rochester, New York, il 29 novembre 1940. Suo padre è amico di musicisti come Art Blackey, Horace Silver e, soprattutto, di Dizzy Gillespie che regala al piccolo Chuck la sua prima tromba quando ha soltanto otto anni. Il ragazzo si innamora della musica. Diplomatosi alla Eastman School of Music, nel 1960 forma con suo fratello Gap i Jazz Brothers della cui formazione fanno parte musicisti come Ron Carter, Sal Nistico, Roy McCurdy e Jimmy Garrison. Cinque anni dopo, trasferitosi a New York, si unisce ai Jazz Messenger del vecchio amico di famiglia Art Blackey e suona con musicisti come Maynard Ferguson, Keith Jarrett, Chick Corea. Lasciati i Jazz Messenger forma, nel 1968, il Chuck Mangione Quartet e nel 1970 durante uno show televisivo dirige la Rochester Filarmonic Orchestra nell'esecuzione di Friends and love, una sua composizione che ottiene un grande successo di pubblico e che, pubblicata in un doppio album, diventa il suo primo successo discografico. La buona accoglienza riservata a questo disco spinge i discografici a proporgli di registrare un nuovo album con la Rochester Filarmonic Orchestra. Nasce così Together, un disco meno originale del predente ma benedetto da un analogo, se non superiore, successo commerciale. Da quel momento i successi discografici non si contano. L’onda lunga del jazz rock sostiene la sua esperienza, accompagnata da una genialità istintiva. Nel 1980 si mobiliterà per i terremotati dell’Irpinia con un concerto insieme al fratello Gap, Chick Corea e Dizzy Gillespie che verrà pubblicato l’anno dopo nell’album Tarantella.



14 luglio, 2019

14 luglio 1974 – Gli Everly Brothers chiudono baracca


Il 14 luglio 1974 gli Everly Brothers si stanno esibendo al John Wayne Theatre del Knott's Berry Farm di Hollywood. In una pausa del concerto il direttore del locale manifesta la sua insoddisfazione per la scialba e distratta performance del duo. Senza dire una parola Phil Everly spacca la sua chitarra e se ne va. Suo fratello Don chiude da solo lo spettacolo e annuncia al microfono «Questa sera avete assistito alla fine ufficiale del duo, ma dovete sapere che gli Everly Brothers sono in realtà morti dieci anni fa». Le parole appaiono come l’epitaffio definitivo per l’avventura artistica del duo carismatico che per primo ha gettato un ponte stilistico tra il rock and roll degli anni Cinquanta e il pop del decennio successivo influenzando gran parte dei principali gruppi rock degli anni Sessanta. Figli di una famosa coppia di cantanti country, Ike & Margaret Everly, Don e Phil sono popolarissimi nell’ambiente musicale fin da quando portano i calzoni corti. Non hanno ancora vent’anni quando Chet Atkins convince la CBS a pubblicare il loro primo singolo, Keep a lovin' me, destinato a passare inosservato. Il successo è rinviato solo di un anno. Nel 1957, infatti, Wesley Rose della Acuff Rose Publishing, uno dei discografici più importanti di Nashville, diventò loro manager e li presenta a un’altra coppia di fratelli, Felice e Boudleaux Bryant, due autori alla ricerca di qualcuno che interpreti le loro canzoni. Nel 1957 pubblicano per la Cadence due singoli che aclano rapidamente le classifiche di vendita: Bye bye love e Whake up little Susie. Gli Everly Brotehrs diventano così uno dei più grandi fenomeni del rock dei primi anni Sessanta. La loro popolarità non viene messa in discussione neppure dal forzato silenzio dovuto all’arruolamento nella marina militare. Neppure l’esplosione del beat negli anni Sessanta riesce a oscurare del tutto il loro lavoro, anche se il duo è costretto a scontare un modesto calo del successo commerciale. A partire dal 1965 emergono le prime differenze d’impostazione tra Phil e Don. Il primo sente il peso della ripetitività stilistica e vorrebbe muoversi su terreni nuovi, mentre il fratello teme che il loro pubblico non sia disposto a seguirli sulla strada di un cambiamento di stile troppo rapido e radicale. La rottura sempre rinviata esplode drammaticamente il 14 luglio 1974. Non sarà definitiva perché nel 1983 il duo tornerà sulle scene alla Royal Albert Hall di Londra.



13 luglio, 2019

13 luglio 1920 – Umberto Cesari, il pianista che amava Fats Waller


Il 13 luglio 1920 nasce a Chieti il pianista Umberto Cesari. All’inizio dell’attività, pur essendo in possesso di una formazione classica non disdegna incursioni sempre più frequenti nella musica leggera. La sua carriera sembra ormai incanalata sui binari di una tranquilla routine da strumentista d’accompagnamento quando l’ascolto casuale di un disco che contiene After you’ve gone nella versione di Fats Waller gli fa scoprire il jazz. È quasi un colpo di fulmine. Gli orizzonti del giovanotto chietino cambiano improvvisamente e anche la sua impostazione stilistica per un po’ appare fortemente condizionata da quella di Waller. Negli anni immediatamente successivi alla Liberazione dà vita a ben due formazioni: il Cristall Trio e un sestetto impostato sulla falsariga delle formazioni di Benny Goodman di cui si occupa persino Down Beat, la rivista per le forze armate statunitensi di stanza in Europa. La sua popolarità si allarga e alla fine degli anni Quaranta se ne va a New York per suonare in una grande orchestra radiofonica. Nel marzo del 1950 è, però di nuovo in Italia per registrare negli studi della Parlophon una leggendaria versione di Begin the Beguine con il Trio, un gruppo che oltre a lui comprende Carlo Pes alla chitarra e Carletto Loffredo al basso. In breve tempo diventa uno dei più apprezzati strumentisti jazz di studio. Tra le sue registrazioni più famose ci sono quelle con il quartetto di Aurelio Ciarallo per la Columbia nel 1954, quattro brani con la Roman New Orleans Jazz Band per la RCA nel 1958 e otto nel 1959 con la stessa band che può contare per l’occasione anche sull’apporto del clarinettista Peanuts Hucko e del trombettista Trummy Young. Il 24 ottobre 1960, con Sergio Biseo al basso e Roberto Podio alla batteria, registra negli studi della RCA la famosa Pino solitario. Nella sua carriera ha incontrato quasi tutti i protagonisti del jazz di quel periodo. Suona a lungo con Stéphane Grappelli e, in jam session, incrocia il suo strumento con quelli di personaggi straordinari come Django Reinhardt, Louis Armstrong, Trummy Young, Cozy Cole, Arvell Shaw, Jack Teagarden, Bill Coleman, Barney Bigard, Don Byas, Toots Thielemans, Chet Baker, Max Roach, Zoot Sims, oltre a moltissimi musicisti europei. Da sempre poco incline a mostrarsi in pubblico, negli anni Sessanta rende il suo isolamento quasi inaccessibile rifiutando quasi tutte le proposte di nuove registrazioni. Fanno eccezione un concerto in trio con Giovanni Tommaso al contrabbasso e Daniel Humair alla batteria tenuto il 28 marzo 1968 per Rai Radio e la registrazione nel 1975 dell'album Reminiscenze per la Carosello. Muore nel 1992.


12 luglio, 2019

12 luglio 1969 – Il successo del 2.525


Il 12 luglio 1969 arriva al vertice della classifica dei dischi più venduti in Italia In the year 2525 un brano gradevole interpretato da Zager & Evans, un duo di cui nessuno ha sentito mai parlare fino a quel momento. In pochi mesi la canzone farà il giro del mondo scalando le classifiche di moltissimi paesi in centinaia di versioni diverse. In Italia si cimentano nell'operazione, tra gli altri, Caterina Caselli e i Dik Dik. Resta l'incognita di chi siano i due interpreti. Per un po' si pensa all'ennesima sigla inventata per coprire un'operazione di studio, poi si scopre che in realtà il duo esiste davvero. È formato da Denny Zager e Rick Evans, due componenti del gruppo country degli Eccentrics. Entrambi nati a Lincoln, nel Nebraska, l'anno prima hanno deciso di di fondare una piccola casa di edizioni con l'appendice di un'etichetta discografica. Giusto per poter registrare il marchio danno alle stampe un migliaio di copie di un singolo che contiene un brano scritto da Evans nel 1964 in appena mezz'ora. Il titolo completo della canzone è In the year 2525 (Exordium and terminus). Le copie del disco si esauriscono rapidamente. L'estrema freschezza del brano e la sua imprevista popolarità negli ambienti country attira l'attenzione dei talent scout della RCA che, prima ancora di pensare a un suo possibile utilizzo, ne comprano i diritti. Viene ripubblicato nel 1969, con maggior cura negli arrangiamenti e un'adeguata campagna promozionale. Il successo va al di là delle stesse previsioni dei dirigenti della RCA. Il disco vende più quattro milioni di copie e si trasforma in un "cult" di quel periodo. Nonostante la sua semplicità In the year 2525 affascina anche la critica che parla, forse un po' a vanvera, di «primo esempio di rock futurista» mettendolo insieme a Space oddity di David Bowie. L'entusiasmo non trova giustificazione nei fatti. Il brano è gradevole, ben costruito, ma rimane essenzialmente un buon esempio di pop orecchiabile. Niente più. Non è neanche il primo exploit di una nuova "coppia d'oro" di interpreti della musica statunitense perché i poveri Zager & Evans non riusciranno più a ripetersi. Dopo il discreto successo dell'album 2525 (Exordium and terminus), registrato in fretta e furia per sfruttare al meglio l'improvvisa popolarità, la loro scarna discografia verrà arricchita dai deludenti Zager & Evans del 1970 e Food for the minds, pubblicato postumo nel 1971 quando il duo ha già deciso di cambiare mestiere.


11 luglio, 2019

11 luglio 1980 – Mario Schisa, il maestro dimenticato


L’11 luglio 1980 muore a Roma all’età di settantaquattro anni il maestro Mario Schisa, uno dei più intelligenti e abili musicisti, arrangiatori e compositori della storia della canzone italiana. Se ne va nel silenzio, dimenticato dai più. La sua scomparsa non fa notizia in questo strano mondo che è la musica leggera italiana, quasi mai capace di valorizzare la propria storia. Se un personaggio come Schisa avesse vissuto negli Stati Uniti probabilmente per la sua morte si sarebbero consumati fiumi d’inchiostro, ma in Italia questo non accade. Geniale e intuitivo è lui che consiglia al giovane e acerbo Luciano Tajoli di cambiare la modulazione della voce. «Devi cantare modulando come se avessi il raffreddore. Acquisterai quel tono malinconico che a voce piena ti manca. Diventerai un grande interprete». Ha ragione, così come ha ragione quando capisce che l’industria discografica italiana non può restare prigioniera di una sorta di autarchia melodica, ma non s’aspetta che qualcuno gli dimostri riconoscenza. Sa come vanno le cose della vita. Nessuno gli ha mai regalato niente. Nasce a Montevideo, in Uruguay, il 1° maggio 1906 da una famiglia di immigrati italiani convinti che solo la musica possa regalare al figlio un futuro migliore del loro. È ancora bambino quando i genitori scelgono per lui lo studio del pianoforte. Il padre lo lega letteralmente allo sgabello dello strumento quando lo vede svogliato o distratto: «Adesso non capisci, ma in futuro capirai che è per il tuo bene». Appena può trova i soldi per andarsene e arriva in quell’Italia di cui ha tanto sentito parlare ma che non ha mai conosciuto. Si diploma in pianoforte e composizione presso il conservatorio Giuseppe Verdi di Milano e nei primi anni Trenta debutta come direttore d’orchestra negli spettacoli di varietà e nelle sale da ballo. Nel 1936 centra il primo successo come compositore con il brano Conosco una fontana. La sua poliedrica vena compositiva sa far tesoro delle esperienze altrui senza lasciarsi imprigionare dai generi. Non gli piace seguire le mode. Alla sua vena si deve un gran numero di canzoni di successo compresa l’originale Mamma non vuole, una rielaborazione del tema del “Capriccio italiano” di Ciaikovskij. Negli anni Sessanta abbandonerà, di fatto, la produzione musicale, salvo qualche sporadica eccezione, per impegnarsi sul fronte della tutela dei diritti d’autore.




10 luglio, 2019

10 luglio 1991 – Un fulmine sugli Happy Mondays


Il 10 luglio 1991, quando mancano trenta minuti all’inizio del concerto degli Happy Mondays nella Plaza de Toros di Valencia, un fulmine si abbatte sul palco mettendo fuori uso gran parte degli strumenti della band. Sembra un segno del destino per il gruppo formato a Salford, in Gran Bretagna, undici anni prima dai fratelli Shaun e Paul Ryder, uno cantante e l'altro bassista, dal batterista Gary Whelan e dal chitarrista Mark Day. Dopo l'arrivo del tastierista Paul Davis prendono il nome definitivo di Happy Monday ispirandosi all'omonima canzone dei New Order, la loro band preferita. Qualche disco autoprodotto precede la pubblicazione del singolo Freaky dancin', prodotto proprio da Barney Sumner, uno dei componenti dei New Order Il loro sound, una sapiente fusione tra la dance, l'acid house e le linee morbide del pop, attira l'attenzione di John Cale che, nel 1986 li aiuta nella registrazione dell'album Squirel and G-Man twenty four hour party people plastic face carnt smile (white out). Il successivo Bummed, precede l'inizio di una lunga serie di guai per la band che iniziano nel 1989 con l'arresto di Shaun Ryder e Mark Berry per detenzione di sostanze stupefacenti. Da quel momento la loro storia è un continuo alternarsi di successi discografici e pause sempre più lunghe per problemi di droga. All'inizio degli anni Novanta dopo lo splendido Manchester rave on, il gruppo si ferma perché Shaun Ryder si chiude in clinica per disintossicarsi dall'eroina. Il concerto di Valencia del 10 luglio 1991 è uno di quelli programmati per rilanciare la band, per questo il fulmine appare come un segnale. Qualche mese dopo la tossicodipendenza di Shaun Ryder, ricoverato nuovamente in clinica, bloccherà ancora l'attività del gruppo e segnerà l'inizio della crisi. Nel mese di febbraio del 1993, dopo l'uscita dal gruppo dello stesso Shaun e dopo violente liti e discussioni, la storia degli Happy Mondays si concluderà con una traumatica separazione.



09 luglio, 2019

9 luglio 2003 – Festa Nazionale di Liberazione a Modena Park


«A Modena Park puoi starci anche tutta vita…» Le parole di una delle più suggestive canzoni di Ivan Graziani sono diventate un po’ il simbolo di una Festa di Liberazione nazionale tra le più particolari e ricche. A partire dal 9 luglio 2003 fino a domenica 27 la città emiliana diventa il centro di un crocevia ideale tra cultura, politica, musica e parole in movimento. Parte lì, infatti, la prima di tre feste nazionali di Liberazione, la seconda delle quali è in programma a Venezia alla fine d’agosto e la terza, la più grande, a Roma, nella Capitale. Il programma della Festa dà l’idea di un grande laboratorio aperto a mille contributi. Ricca e articolato è anche il programma degli spettacoli concepito non come una lunga serie di eventi slegati tra loro, ma come una vetrina sulla molteplicità dei generi, delle linee, delle tendenze, con l’unica scelta pregiudiziale di invitare soltanto artisti che non abbiano avuto ambiguità sul tema della guerra globale. Ci sono alcune "chicche" come il californiano Elliott Murphy, che ha anticipato di un giorno l’inizio del suo tour italiano per esserci, il jazzista Gaetano Liguori che rimette in scena la sua Cantata rossa per Tall El Zataar, o Claudio Lolli e Il Parto delle Nuvole Pesanti che rifanno sul palco della Festa Ho visto anche gli zingari felici. Nella programmazione singolare, accanto a personaggi noti e importanti, ci sono immagini e suoni diversi con alcune delle band che hanno partecipato al Cd di Liberazione Not in my name” e altre che sono state protagoniste dei concerti del Forum Europeo di Firenze, per finire ai suggestivi suoni zingari di Federico Sirianni e della sua Molotov Orchestra. Due serate hanno un gusto particolare. La prima è “Cattivo come il pane”, una lunga kermesse condotta da David Riondino con la partecipazione di musici, artisti e intellettuali dedicata alla memoria di Valerio Peretti, uno scrittore, vignettista, autore radiofonico e televisivo scomparso pochi mesi prima che aveva regalato spesso la sua genialità a Liberazione e al PRC pur senza averne mai fatto parte. La Tv lo ha ricordato come “uno degli autori di Striscia la notizia”, la Festa lo ricorda come un compagno e un amico impegnato in tanti campi. La seconda serata-omaggio viene dedicata a Franco Trincale, l’espressione migliore di una tradizione, quella dei cantastorie, che rischia quotidianamente di non trovare più spazio in una società sempre più repressiva verso le forme d’arte libere. Per un giorno Trincale non deve esibirsi all’angolo di una strada ma canta le sue canzoni sul grande Palco Centrale con un impianto d’amplificazione “vero”. A ben guardare, gli spettacoli della Festa, pensati e messi in fila uno dopo l’altro, finiscono per rappresentare una sorta di affresco dai mille colori capace di parlare di politica con un linguaggio diverso.



08 luglio, 2019

8 luglio 1904 – Bill Challis, l’autodidatta laureato


L’8 luglio 1904 nasce a Wilkes-Barre, in Pennsylvania il pianista e arrangiatore Bill Challis, uno dei più singolari personaggi del jazz degli anni Venti e Trenta. È ancora un bambino quando scopre il fascino della tastiera. Senza maestri si applica con costanza a quello che considera un hobby divertente e in pochi anni i tasti bianchi e neri del pianoforte non hanno più segreti per lui. Non pensa, però, di fare della musica la sua attività principale. Seguendo i consigli della sua famiglia si applica a fondo sui libri. I suoni restano un passatempo cui dedicare le ore libere e, quando si stanca del pianoforte, passa al sassofono. A volte ascolta con interesse i gruppi jazz che arrivano nella sua zona, ma il suo sogno è quello di laurearsi. Superati gli esami d’ammissione all’università frequenta con profitto i corsi delle facoltà di economia e filosofia. L’indecisione nella scelta tra sassofono e pianoforte, che caratterizza il suo rapporto con la musica sembra condizionare anche la scelta della materia in cui laurearsi: economia o filosofia? Alla fine si laurea in filosofia economica. Nel frattempo, però, ha iniziato a suonare il pianoforte in una band universitaria e, perfezionista come al solito, si sta applicando con assiduità anche agli studi musicali. Dopo la laurea si diploma in pianoforte e composizione. Il primo ad accorgersi di lui è il violinista e capo orchestra Dave Harmon che lo scrittura come pianista e arrangiatore. Da quel momento la laurea viene appesa a un muro. Nel 1926 entra a far parte dell’orchestra di Jean Goldkette e nel 1928 è con Paul Whiteman. In entrambe lascia un segno con le sue originali orchestrazioni. Pigro per natura e insofferente nei confronti delle esibizioni dal vivo a partire dal 1930 decide di ridurre l’attività come strumentista dedicandosi agli arrangiamenti. Tra le beneficiate dal suo lavoro di quel periodo ci sono le orchestre di Glen Gray, dei Dorsey Brothers e di Willard Robinson. Tra il 1935 e il 1936, all’apice della sua popolarità, può contare anche su un proprio programma radiofonico intitolato “Bill Challis and His Music”. Nel dopoguerra, con la fine dell’epopea delle grandi orchestre, la sua attività tenderà progressivamente a ridursi. Di lui restano nella storia del jazz gli arrangiamenti per le orchestre di Jean Goldkette e di Paul Whiteman fondamentali nella valorizzazione di grandi solisti come Bix Beiderbecke, Frankie Trumbauer e Joe Venuti.



07 luglio, 2019

7 luglio 1979 – Tu sei l'unica donna per me


Il 7 luglio 1979 arriva al vertice della classifica italiana dei dischi più venduti il brano Tu sei l'unica donna per me. Lo interpreta Alan Sorrenti, un cantautore considerato fino a un paio d'anni prima uno dei pochi solisti italiani in grado di cimentarsi senza sfigurare sul terreno del rock progressivo. Al suo attivo ci sono lavori sperimentali e un paio d'album di buon livello come Aria e Come un vecchio incensiere all'alba di un villaggio deserto. Da un anno, però, lo sperimentalismo non fa più per lui. Il successo di Tu sei l'unica donna per me ne consolida la svolta commerciale, iniziata nel 1978 prima con la rivisitazione di Dicitencello vuie e poi con un altro campione di vendite come Figli delle stelle. Gran parte della critica, che l'ha seguito con simpatia nella fase più impegnata e sperimentale della sua carriera, snobba la svolta dance di Alan Sorrenti, ironizzando sulla sua nuova immagine e sulla banalità di un'impronta musicale sostenuta da un largo uso di falsetti in stile Bee Gees. «Una gran voce sprecata» scrivono alcuni giornali specializzati. Lo stesso atteggiamento assumono i suoi ammiratori della prima ora che, delusi e traditi, gli voltano le spalle. Il cantautore viene invece scoperto dal grande pubblico, quello che affolla le discoteche ed è affascinato dalla "febbre del sabato sera". È questa sterminata platea che porta il suo brano al vertice delle classifiche di vendita dove resterà per ben tre mesi. Sull'onda del successo Alan Sorrenti e il suo produttore Corrado Bacchelli penseranno di poter conquistare anche il pubblico d'oltreoceano ripetendo, in piccolo, l'operazione riuscita all'australiano Robert Stigwood con i Bee Gees. Tra New York e Los Angeles verrà realizzata All day in love, la versione inglese di Tu sei l'unica donna per me, mentre l'immagine del cantante si americanizzerà al limite del ridicolo. L'operazione finirà per incepparsi tra eccessi di megalomania e qualche ingenuità.




05 luglio, 2019

6 luglio 1983 – Jean-Michel Jarre, un album in una sola copia


Il 6 luglio 1983 il francese Jean-Michel Jarre pubblica il suo nuovo album Music for supermarkets stampato in una sola copia. Battuto all’asta, il disco viene venduto per sessantanovemila franchi francesi. Non è la prima e non sarà l’ultima stravaganza del figlio del grande compositore francese di colonne sonore Maurice Jarre. Jean-Michel, nato il 24 agosto 1948 a Lione diventa alla fine degli anni Settanta, il simbolo della nuova musica francese. Diplomatosi al Conservatorio di Parigi, nel 1968 entra a far parte del Gruppo di Ricerca Musicale di Parigi, diretto da Pierre Shaffer. Nel 1972, appena ventiquattrenne, compone le musiche per "Aor", una coreografia di Norbert Schmuki e porta per la prima volta i suoni elettronici nel Teatro dell'Opera di Parigi, il tempio della classicità. Cinque anni dopo l’album Oxigene e il singolo omonimo scalano le classifiche di tutto il mondo. Jarre, musicista puro come Mike Oldfield, si caratterizza come un personaggio schivo con l'abitudine a lavorare da solo. La sua musica costituisce una sorta di sintesi cibernetica tra l'elegante e patinata creatività del padre e l'onirica immaginazione del rock sinfonico. Il successo di Oxigene gli vale il Grand Prix dell'accademia Charles Cross di Parigi e il titolo di “personaggio dell'anno” dalla rivista statunitense “People Magazine”. Pur continuando a pubblicare dischi di successo ritiene che la sua musica debba essere soprattutto eseguita dal vivo. Affascinato dall’idea di ambientare le sue composizioni in grandi ambienti aperti e di sperimentare nuove fusioni tra musica e immagine, il 14 luglio del 1979, a Parigi, in Place de la Concorde dirige di fronte a più di un milione di spettatori l'esecuzione all’aperto delle sue musiche corredata da giganteschi giochi di luce. Due anni dopo è il primo musicista moderno occidentale invitato a esibirsi nella Repubblica Popolare Cinese. La registrazione delle sue performances in Cina, pubblicata nel doppio live The Concert in China si trasforma in un nuovo successo mondiale. Compagno dell’attrice Charlotte Rampling, intelligente e colto, tornato dall'oriente dichiara di non sopportare le pressioni e i trucchi del music business, per il quale «contano soltanto i dischi venduti e non la musica». Per questa ragione realizza Music for supermarkets con la stessa cura di un album destinato al mercato, ma per contratto esso dovrà essere stampato in una sola, rarissima, copia.


5 luglio 1966 – I Beatles? Linciateli pure!


Il 5 luglio 1966 è l’ultimo giorno di permanenza dei Beatles a Manila, una tappa della loro tournée asiatica. Tutto è andato bene, nonostante il soliti eccessi d'entusiasmo del pubblico. Si sono rivelate infondate anche le preoccupazioni circa i rischi di contestazione in un paese cattolico come le Filippine dopo le dichiarazioni rilasciate da John Lennon un paio di mesi prima sui «Beatles più famosi di Gesù Cristo». Il clima nell'entourage del gruppo è eccellente. Un incidente, per la verità, c’è stato, ma appartiene più alla sfera diplomatica che al loro modo di concepire la vita. Nessuno dei quattro, infatti, se l’è sentita di partecipare a un ricevimento organizzato in loro onore dalla terribile Imelda, la moglie di Marcos, padre-padrone delle Filippine. Fino all’ultimo la rappresentanza diplomatica britannica a Manila ha fatto pressione perchè i quattro cambiassero idea, ma non c’è stato nulla da fare. «Siamo stanchi e poi ci annoieremmo a morte. Non ci va di essere ostentati come gioielli. Preferiamo starcene per conto nostro...». L’ufficio stampa della band ha ritenuto opportuno, comunque, inviare alla first lady una serie di fotografie autografate e vari regali di cortesia. Tutto a posto? Tutt’altro. Il presidente Marcos è furente con «quei quattro capelloni spocchiosi». Presto, però, sarà tutto finito. I Beatles e i loro collaboratori salgono sul piccolo corteo di auto che li deve condurre all’aeroporto. La folla che li attende è immensa. Un robusto cordone di polizia li protegge mentre entrano nella grande hall dell'aerostazione. Improvvisamente, però, gli agenti si ritirano e se ne vanno. Le migliaia di fans urlanti ci mettono un po’ a capire quello che sta succedendo, ma poi, aizzati da alcuni provocatori disposti in modo strategico, si accorgono che la band non più alcuna protezione. È un assalto. C’è chi tenta di strappare loro un pezzetto d’abito o una ciocca di capelli per ricordo, ma c’è anche chi lancia oggetti e brandisce bastoni con l’evidente scopo di colpire per far male. È la vendetta di Marcos che si materializza in questo modo. In tutta l’area dell’aeroporto non c’è più un solo agente in divisa. Protetti più dalla velocità delle gambe che dai loro collaboratori i quattro si riparano in un locale di difficile accesso. Potranno imbarcarsi sull’aereo soltanto dopo l’intervento della rappresentanza diplomatica britannica e grazie all'aiuto materiale e alla protezione di un nutrito gruppo di volontari scelti tra il personale dell’aeroporto.



04 luglio, 2019

4 luglio 1934 – Gegè Munari, un batterista jazz targato Napoli


Il 4 luglio 1934 nasce a Fratta Maggiore, in provincia di Napoli, il batterista Gegé Munari, all'anagrafe Eugenio Commonara, uno dei jazzisti più illustri della scuola napoletana. Lui è il secondo batterista di una famiglia di musicisti. Il primo è Pierino, mentre il padre suona il contrabbasso e il fratello Armando si alterna tra clarinetto, sassofono e violino. Quando nel 1944 arrivano gli alleati nella sua terra lui ha dieci anni ma è già inserito nella band famigliare nel ruolo di ballerino intrattenitore. La sua specialità è la "claquette", una sorta di tip tap veloce. All'inizio degli anni cinquanta diventa batterista. Per un po' sostituisce suo fratello Pierino poi si unisce a vari gruppi da ballo di Napoli, ma la sua passione non è la musica leggera. All'inizio degli anni Sessanta se ne va a Roma per dedicarsi quasi esclusivamente al jazz. Nell'inverno del 1964 suona al "Purgatorio" di Roma con una band di talenti che comprende, oltre a lui, Gato Barbieri, Enrico Rava, Franco D'Andrea e Gianni Foccià. La sua collaborazione con Barbieri continua l'anno successivo con la pubblicazione della colonna sonora del film "Una bella grinta", scritta da Piero Umiliani. Partecipa anche al festival di Bologna con Annie Ross e nella stagione invernale con Foccià e il pianista sudamericano Delgado Aparicio fa parte della struttura ritmica fissa che accompagna i grandi jazzisti ospiti del "Clubino" di Roma, come Sal Nistico, Dusko Gojkovic, Milt Jackson e altri del. Nel 1967 è tra i protagonisti dell'esperienza della Swingin' Dance Band di Marcello Rosa. La sua batteria accompagna anche i tout di Martial Solal e Lee Konitz. Quest'ultimo lo vuole con sé anche nella realizzazione dell'album Stereokonitz. Molto apprezzato nell'ambiente jazz accompagnerà alcuni tra i maggiori protagonisti della scena musicale internazionale, da Mary Lou Williams a Jon Hendriks, a Dizzy Reece, a Johnny Griffin, a Dexter Gordon, a Chet Baker, ad Art Farmer e molti altri.



02 luglio, 2019

3 luglio 1969 – Una data per gli Environs


Nel 1989, dopo la fine dell'esperienza dei Franti, il chitarrista, sassofonista e cantante Stefano Giaccone e la cantante Lalli formano a Torino un gruppo aperto che si muove sulla stessa strada del vecchio gruppo, amalgamando impegno politico e ricerca musicale. Dopo un singolo con le versioni di No man can find the war di Tim Buckley e di Todavia cantamos di Heredia Sosa, pubblicano un album che ha per titolo la data del 3 Luglio 1969. Nel disco vengono, tra l'altro, proposte versioni di Close Watch di John Cale e di My Funny Valentine di Rodgers e Hart. L’esperienza instabile degli Environs lascia un nuovo segno l’anno dopo, nel 1990 quando pubblicano l’album Cinque pezzi che raccoglie le musiche di Stefano Giaccone e Toni Ciavarra per l'"Antigone" messa in scena a Torino dalla compagnia teatrale Rote Fabrik.

2 luglio 1987 – Muore la mamma di Sting


Il 1987 è un anno di svolta nella carriera e nella vita di Sting. In primavera si ritira in isolamento per scrivere il materiale destinato al suo nuovo album. Quando, alla fine di giugno, sta ormai per entrare in sala di registrazione viene raggiunto dalla notizia che sua madre, da tempo malata di cancro, è in fin di vita. Il 2 luglio la donna, cui l’ex leader dei Police è molto legato, si spegne e questo fatto lo segna profondamente. Per non richiamare troppa folla intorno a un evento che considera strettamente personale è costretto a disertare i funerali. Nel frattempo la realizzazione del disco procede a rilento, un po’ per l’irrequietezza del cantante, un po’ per i numerosi impegni cui deve far fronte. Sempre in luglio tiene uno straordinario concerto con l’orchestra di Gil Evans allo stadio di Perugia dove si esibisce in occasione di “Umbria Jazz 1987”. A novembre vede finalmente la luce il nuovo album Nothing like the sun che arriva rapidamente al vertice delle classifiche dei dischi più venduti in quasi tutti i paesi d’Europa. Tra i brani più significativi dell’album c’è Fragile, una canzone di chiara ispirazione sudamericana la cui tristezza, più di altre, rispecchia lo stato d’animo del cantante. Qualche mese dopo il brano, insieme ad altri quattro tra cui la famosa They dance alone, dedicata alle madri dei desaparecidos argentini, verrà pubblicato anche in spagnolo, con il titolo di Fragilidad, nell’album Nada como el sol.


01 luglio, 2019

1 luglio 1971 – Bobby Donaldson la batteria del jazz tradizionale


Il 1° luglio 1971 muore a New York il batterista Bobby Donaldson uno dei migliori batteristi che il jazz tradizionale abbia avuto. Nato a Boston, nel Massachusetts, il 29 novembre 1922 il suo nome completo è Robert Stanley Donaldson. Cresciuto in una famiglia di musicisti studia musica fin da ragazzo e ottiene le sue prime scritture tra il 1939 e il 1941 con varie orchestre della sua città natale tra cui quella di Tasker Crosson. Durante il servizio militare suona con Russell Procope e successivamente con Cat Anderson. Nel 1947 perfeziona negli studi musicali alla Schillinger House e verso la fine degli anni Quaranta lavora con Paul Bascomb e con Willis Jackson. Tra il 1950 e il 1952 è con l'orchestra del clarinettista Edmond Hall al Café Society di Boston. Nella prima metà degli anni Cinquanta è attivissimo e suona, spesso in contemporanea, con le orchestre di Sy Oliver, Lucky Millinder e Andy Kirk. Successivamente la sua batteria scandisce il ritmo delle orchestre più prestigiose dell’epoca come quelle di Buck Clayton, con cui suona al “Basin Street" di New York, Benny Goodman, Red Norvo, Eddie Condon; Ruby Braff e Mel Powell solo per citare le più conosciute. Instancabile, nel 1957 i Seven Avenue Stompers, una band di stampo dixieland, composta da musicisti dotati come Emmett Berry, Vic Dickenson, Buster Bailey, Red Richards e Al Lucas, con la quale registra anche una serie di dischi per la World Wide e la Savoy.