16 gennaio, 2019

17 gennaio 1973 – Edgar Sampson, un agnello polistrumentista


Il 17 gennaio 1973 a Englewood, nel New Jersey, muore Edgar Melvin Sampson, soprannominato "The lamb", l'agnello, per i suoi capelli ricci e setosi. Ha sessantacinque anni e da tempo è stato colpito da una misteriosa malattia che ha lasciato spazio a varie ipotesi sulle quali lui tace. Gli annuari del jazz parlano di lui come di un sassofonista, ma in realtà The Lamb, pur avendo dato il meglio di sé al sassofono, è un polistrumentista ricco di genio. Il suo incontro con la musica avviene, infatti, quando, ancora piccolo, comincia a fare esperienza davanti alla tastiera di un pianoforte, passando poi al violino. L'incontro con il sassofono avviene più tardi, quando il giovane Sampson sta già frequentando le scuole superiori. È amore a prima vista, anche se destinato a restare segreto per qualche tempo. Nel 1924, infatti, fa il suo debutto come strumentista suonando il violino al fianco di Joe Coleman. Tre anni dopo entra a far parte della big band di Duke Ellington e tra il 1928 e il 1930 suona con le orchestre di Arthur Gibbs e Charles Johnson. Passa indifferentemente dal violino al sassofono, ma lascia ad altri il compito di pigiare sulla tastiera del pianoforte. All'inizio degli anni Trenta sembra trovare un equilibrio definitivo nell'orchestra di Fletcher Henderson, che sfrutta in modo intelligente la sua capacità con entrambi gli strumenti. The Lamb, però, non si lascia intruppare. Nel 1933 chiude il suo rapporto con Henderson e inizia a lavorare con Chick Webb. Alla coppia si devono brani come Blue Lou, Stompin’ at The Savoy o Lullaby in rhythm, considerati ancora oggi tra le migliori pagine scritte durante l’era dello swing. Chiusa anche la collaborazione con Webb, Sampson giura a se stesso di dedicarsi completamente all’arrangiamento e alla composizione abbandonando la carriera solistica. Non è l'ultimo atto del suo percorso musicale. Nel 1944 Al Sears lo convince a suonare il sassofono nella sua orchestra e lui rompe il giuramento e ricomincia a vagabondare tra le migliori formazioni dell'epoca, con una predilezione per quelle che si esibiscono nei locali di New York, in modo da non doversi spostare. Negli anni Cinquanta scopre la nuova frontiera delle sonorità latino-americane e presta il suo sassofono alle formazioni di Tito Puente, Tito Rodriguez, Manolo Guerra e altri. All'inizio degli anni Sessanta i primi sintomi della misteriosa malattia lo costringono a chiudere con la musica.


15 gennaio, 2019

16 gennaio 1938 – Con Benny Goodman alla Carnegie Hall è swing craze


Il 16 gennaio del 1938 alla Carnegie Hall di New York suona l’orchestra di Benny Goodman. È una data storica perché proprio a quel celebre concerto si fa risalire lo scoppio della swing craze, la follia dello swing. Mentre le note dei musicisti attraversano l’aria migliaia di giovani, aperte le porte di quello che fino a quel momento era stato considerato il tempio della musica classica, iniziano a ballare fra le poltrone, nei corridoi, nella hall del teatro e ovunque ci sia un po' di spazio. È nata la “swing era”, cioè l’era dello swing, una moda di massa che coinvolge prima gli Stati Uniti e poi il resto del mondo che è destinata a durare fino alla fine della seconda guerra mondiale. Proprio in quegli anni viene sublimato il rapporto tra il jazz e la danza. Il concerto di Benny Goodman, però, non è solo questo. L’avvenimento però non segna soltanto l’inizio della follia dello swing. Dopo quel concerto infatti il jazz, conquistatosi il diritto di entrare nella grande sala costruita da Andrew Carnegie, inizia a essere riconosciuto musica d'arte e lascia i club e i locali notturni per entrare nelle sale da concerto per diventare essenzialmente musica d'ascolto. Proprio nel momento in cui tocca attraverso lo swing la danza e il jazz si incontrano quest’ultimo fa un salto di qualità e scarta di lato, lasciando che il compito di far ballare negli anni successivi se lo assumano generi da lui derivati come il rhythm'n blues e poi il rock'n'roll.


15 gennaio 1994 – Si ferma il cuore di Harry Nilsson


Il 15 gennaio 1994 un attacco cardiaco si porta via Harry Nilsson. Non ha ancora compiuto cinquantatre anni ed è uno dei personaggi più singolari della scena musicale statunitense. Autore e cantante dallo stile personalissimo nella sua carriera è riuscito a percorrere strade musicali diverse, anche se non tutte con gli stessi risultati e con la stessa fortuna. Divenuto famoso come autore di Cuddle toy, uno dei successi dei Monkees, dopo aver pubblicato l'album Early years nel 1968 viene scritturato dalla RCA per la quale pubblica un pugno di dischi di buon successo. In quel periodo diventa popolarissimo interpretando la canzone Everybody's talkin' nella colonna sonora del film “Un uomo da marciapiede”. Nel 1971 pubblica in Gran Bretagna l'album Nilsson Schmilsson, prodotto da Richard Perry, il cui brano Without you, composto da alcuni membri dei Badfinger, arriva al primo posto delle classifiche di vari paesi e diventa uno dei brani più gettonati del 1972. Nel 1973 partecipa alla realizzazione dell'album Ringo di Ringo Starr e nel 1975 a quella di The side of the Moon, l'unico album di Keith Moon, il batterista degli Who. Tra gli album successivi spicca Pussy cats del 1974 prodotto da John Lennon e Flash Harry del 1980 alla cui realizzazione partecipano John Lennon, Ringo Starr e altri. Proprio l'insuccesso di quest’ultimo lo convince a non pubblicare altri dischi. Pur non abbandonando mai l’ambiente della musica cessa di essere un protagonista per i media e per il pubblico fino alla fine del 1993 quando Mariah Carey porta al successo una versione di Without you. Poche settimane dopo il suo cuore lo tradisce per l’ultima volta.


14 gennaio, 2019

14 gennaio 1949 - George Baquet, il primo a suonare il famoso "obbligato” di High Society,


Il 14 gennaio 1949 muore a Philadelphia, in Pennsylvania il clarinettista George Baquet. È nato a New Orleans in Louisiana, nel 1883 ed è figlio di Theogene V. Baquet, il leader della celebre Excelsior Brass Band. Il suo debutto nel jazz avviene a soli quattordici anni nel 1897 nella Lyre Club Symphony Orchestra diretta dal padre. Il suo clarinetto all’inizio del secolo è presente in alcuni gruppi leggendari come la Onward Brass Band, la Imperial Brass Band, l'orchestra di John Robichaux, la Superior Band, la Magnolia Orchestra, in cui funge anche da leader, e l'Olympia di Freddie Keppard e Armand Piron. Proprio Keppard si accorge delle sue qualità e nel 1914 lo chiama a far parte della celeberrima Original Creole Orchestra. Quella formazione della Creole di Keppard entra nella storia. Con Eddie Vinson al trombone, Baquet al clarinetto, Jimmy Palao al violino, Bill Johnson al basso e Dink Johnson alla batteria riesce a far entusiasmare Chicago e New York per il jazz nero di New Orleans contrastando l’assuefazione del pubblico al dixieland di Nick La Rocca e Yellow Nuñez. Negli anni Venti il suo clarinetto partecipa a varie sedute di registrazione di Bessie Smith, Clara Smith e di Evelyn Thompson, anche se la sua seduta più importante resta quella con i Red Hot Peppers di Jelly Roll Morton a Camden nel luglio del 1929. Uno storico del jazz come Samuel Charters sostiene che sia stato proprio lui e non Picou, come in genere riportato, a suonare per primo il famoso "obbligato” di High Society, ripreso poi nota per nota da tutti i clarinettisti delle generazioni successive. Stanco di girovagare per gli States nel dopoguerra si stabilisce a Philadelphia dove continua suonare in orchestre locali sino al momento della sua morte.



13 gennaio, 2019

13 gennaio 1967 – Cliff Richard alla musica preferisce Dio, anzi no…


Il 13 gennaio 1967 la rivista inglese New Musical Express pubblica una lunga intervista con Cliff Richard, l'interprete di rock and roll che tra la fine degli anni Cinquanta e l'inizio dei Sessanta è stato considerato il primo vero fenomeno di massa della scena musicale britannica. Il servizio è di quelli destinati a fare scalpore. Il cantante, infatti, spiega le ragioni della sua recente conversione al cattolicesimo e dichiara di non sentirsi più a suo agio nel mondo dello spettacolo. A suo parere la turbolenta società moderna sta facendo sempre più emergere la necessità di riscoprire la presenza divina e alla fine confessa la sua intenzione di chiudere con la musica per dedicarsi alla predicazione del Vangelo. La notizia fa rapidamente il giro del mondo e qualche giornale arriva a titolare «Tra la musica e Dio scelgo Dio», utilizzando una frase che, per la verità, il cantante non ha mai detto. Non è estranea alla sua conversione l'esperienza di Brian "Liquorice" Locking, il chitarrista e bassista della sua band, gli Shadows, che nel 1963 ha lasciato la musica per farsi prete. In realtà alla crisi mistica si somma anche la difficoltà a reggere l'usura del tempo. Cliff, infatti, dopo aver vissuto da principale protagonista l'esplosione del rock and roll nel suo paese, con milioni di dischi venduti e una popolarità paragonabile a quella di Elvis Presley negli Stati Uniti, è stato travolto dall'irrompere sulla scena musicale del "ciclone" Beatles. A ventisette anni è considerato dalle giovani generazioni un cantante ormai vecchio, incapace di rappresentare in modo credibile la nuova voglia di protagonismo. È una fase difficile per quasi tutti gli eroi adolescenziali nati alla fine degli anni Cinquanta, spazzati via dall'esplosione beat. La crisi mistica e i propositi di chiudere per sempre con la musica non dureranno a lungo. Ben presto Cliff Richard recupererà il suo equilibrio e saprà trovare spazi diversi d'espressione. Uno dei momenti principali della sua rinascita sarà la terza edizione del Festival of Pop Songs di Bratislava, in quella che ancora si chiama Cecoslovacchia, dove, insieme ad altri "vecchi" come Gene Pitney e a vari gruppi della nuova generazione, come gli Easybeats, scoprirà di avere ancora spazio a sufficienza per poter continuare. Nello stesso anno tornerà anche al vertice delle classifiche europee con la canzone Congratulations. La musica pop ritroverà un protagonista e la chiesa cattolica dovrà rinunciare a un prete canterino.

12 gennaio, 2019

12 gennaio 1942 – Willie Cornish, il trombonista che non leggeva la musica

Il 12 gennaio 1942 il trombonista Willie Cornish, uno dei più apprezzati strumentisti delle jazz band d’inizio secolo muore, povero e dimenticato da tutti, a New Orleans, in Louisiana, la città dove è nato nel 1875. La sua morte non fa notizia e, a parte un ristrettissimo gruppo di conoscenti, nessuno degli artisti con i quali ha suonato in più di sessant’anni d’attività l’accompagnerà nell’ultimo viaggio. È una fine triste per un uomo che ha contribuito ad alimentare molte leggende del jazz. Lo stesso inizio della sua attività musicale si perde tra leggende e mezze verità. Di certo si sa che impara da solo a suonare il trombone e che nel 1897 entra a far parte della band di Buddy Bolden insieme al clarinettista Frank Lewis, al chitarrista Bronck Mumford, al batterista Bill Willigan e al contrabbassista Jimmy Johnson. A parte la parentesi del servizio militare resta con Bolden fino al 1903 quando viene sostituito da Frankie Dusen. Il suo amore per la musica non è pari alla disciplina. Insofferente a qualunque regola non ama i lunghi ingaggi e per più di quindici anni suona con quasi tutte le più importanti jazz band dell’epoca senza legarsi definitivamente a nessuna. Rifiuta cocciutamente anche di imparare a leggere la musica, sostenendo di essere in grado di comprendere a orecchio la parte che gli viene attribuita. I risultati sembrano dargli ragione visto che i leader di numerose band fanno la fila per poter inserire in formazione il suo trombone. Nel 1920 cede alle lusinghe di Willie Wilson e accetta di entrare stabilmente nella formazione dell’Eureka Brass Band, considerata, insieme alla Excelsior e alla Onward, una delle tre migliori band di New Orleans. Lo affiancano altri personaggi leggendari come il trombettista Tom Albert e il clarinettista George Lewis. La prima grande età d’oro del jazz sta, però, per finire sotto i colpi della grande depressione. Willie Cornish tenta di sopravvivere unendosi alla W.P.A. Band, una delle poche orchestre che si mantengono in attività nonostante la crisi. La concorrenza, però, è spietata e lui che non sa leggere correntemente il rigo musicale, perde anche questa possibilità d’ingaggio. Solo, deluso e senza un soldo in tasca inizia un lungo calvario di malattie e povertà che l’accompagnerà fino alla morte.

11 gennaio, 2019

11 gennaio 1999 – Ciao Faber

L’11 gennaio 1999 moriva Fabrizio De André. Ci rattrista l’idea che tra i tanti personaggi che ci hanno accompagnato nel nuovo millennio, molti dei quali ci sembrano così ridicolmente inutili, lui non ci sia. Da venti anni ci ha salutato e se n’è andato. Restano i suoi brani, ricchi d’umori e di sapori, poesie lievi che paiono scritte di getto su un foglio di carta appoggiato sul tavolo di una taverna o su una panca ai bordi di una strada. Ora che non c’è più manca a molti, anche a chi non l’ha mai capito davvero ma l’ha guardato come uno strano fenomeno da baraccone in grado di salvare, solo per il fatto d’esistere, la canzone italiana dalla mediocrità e dalle costanti colonizzazioni. Lui non ha mai preso sul serio nessuno. Anarchico, come un gatto più che come Bakunin, si schiera con gli oppressi e gli emarginati senza la pretesa di infiammarne i cuori. Non gli piace essere strumentalizzato, neppure da quelli che considera suoi compagni di strada. Raramente si fa trascinare in discussioni politiche, ma quando accade preferisce partire dalla sua esperienza e fermarsi lì. «Le mie idee politiche? Dal punto di vista strettamente ideologico, se posso permettermi il lusso di un termine così impegnativo, sono sicuramente anarchico. Cosa vuol dire? Vuol dire che mi ritengo una persona che pensa di essere abbastanza civile da riuscire a governarsi per conto proprio e attribuisce agli altri, con fiducia, le sue stesse capacità. Utopia? Forse. Anzi con il tempo tendo a diventare pessimista. Credo che l’esperienza libertaria possa diventare concreta in piccole isole felici, ma è molto difficile da realizzare in queste società sempre più complesse, perché la specializzazione maledetta porta gli uomini a considerare se stessi come delle macchine con una determinata e specifica funzione». Quando parla non si prende mai completamente sul serio. Gli piace introdurre elementi di dubbio anche nelle sue affermazioni più convinte e lo stesso fa con gli altri. Accende gli occhi d’ironia di fronte alle lodi, anche se vengono da persone che lo amano davvero, come Fernanda Pivano che lo considera «il più grande poeta che l’Italia ha avuto negli ultimi 50 anni». Soprattutto negli ultimi anni, quando in molti tentano di santificarlo, la capacità di non prendere mai sul serio i giudizi diventa la sua preziosa alleata nella quotidiana battaglia contro l’adulazione. «Sono spaventato. Non molto, ma abbastanza. Sono abbastanza spaventato dall’eccesso di consensi, perché da ogni vertice di grazia si può prevedere che si scivolerà in disgrazia». E di fronte a chi con aria complice ma illuminata gli ricorda il suo essere scomodo, non s’atteggia a incompreso, nega la sua presunta scomodità ma, in ogni caso, risponde di preferire la scomodità all’inutilità. La sua cultura musicale spazia senza pregiudizi in ogni direzione. A sedici anni suona la chitarra nel gruppo jazz del pianista Mario De Santis, che si avvale con discontinuità anche di un sassofonista un po’ introverso che risponde al nome di Luigi Tenco. Passa poi ai Crazy Cowboy & Sheriff One, una band di country a metà strada tra la Genova dei Carrugi e Nashville e nel 1958 pubblica il suo primo singolo Nuvole barocche. Gli sono compagni d’avventura, anche se non sempre amici, cantautori e perdigiorno, come l’impiegato Paolo Villaggio, che lo aiuta a scrivere il testo di Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers, un brano che gli vale una denuncia all’autorità giudiziaria per “linguaggio osceno”. La grande popolarità arriva nel 1965 quando Mina pubblica il suo brano La canzone di Marinella che diventa uno dei motivi più popolari degli anni Sessanta e trova posto anche nelle antologie scolastiche. Eppure man mano che gli anni passano ama sempre di meno questa canzone e storce la bocca quando gli chiedono di eseguirla nei concerti. «Ognuno ha la sua croce, la mia si chiama Marinella». Si cimenta anche con concept album come La buona novella, ispirato ai Vangeli apocrifi, Non al denaro né all'amore né al cielo nel quale traduce in musica l'"Antologia di Spoon River" di Edgar Lee Masters e Storia di un impiegato in cui racconta la solitaria ribellione di un uomo infiammato da una canzone del maggio francese. Lui però non è un solitario come viene dipinto. Non rifiuta la collaborazione con altri artisti e, addirittura, si spende in prima persona in un lunghissimo tour, nel 1979 con la PFM, una delle rockband più popolari di quegli anni. Ama la musica e la sua capacità di dare forza alle parole e arricchirle d’umori. Non accetta le regole dell’industria discografica, non ne capisce le esigenze e, soprattutto negli ultimi anni della sua vita, può permetterselo. Pubblica dischi quando ha il materiale necessario, quando è convinto di avere davvero qualcosa da dire, non importa se devono passare sei anni come accade con Le nuvole nel 1990 o con Anime salve nel 1996. La sua è la storia di un artista vero, poeta e musicista completo, capace di entusiasmarsi ai suoni mediterranei e di inserire nelle sue canzoni in genovese le calde note di un bouzouki greco o di un oud arabo. Quando incontra la malattia che lo porterà alla morte la sua indulgenza nei confronti dell’umanità che lo circonda si arricchisce di nuove motivazioni. «Con l’andare del tempo ho scoperto che gli uomini sono, in fondo, dei meccanismi così complessi che spesso agiscono indipendentemente dalla loro volontà. Il risultato è che, in fondo, c’è ben poco merito nella virtù e ben poca colpa nell’errore. Questo voglio dire da tanti anni, ma solo adesso l’ho scoperto in modo chiaro». Ma quando s’accorge del rischio di interpretare la parte del profeta o del filosofo, torna a introdurre il dubbio: «Per la verità c’è anche un’altra spiegazione: che io mi stia semplicemente rincoglionendo…».

09 gennaio, 2019

10 gennaio 1977 - Doc Evans, cornettista per amore e per necessità


Il 10 gennaio 1977 muore a Minneapolis, nel Minnesota il cornettista Doc Evans. Nato il 20 giugno 1907 a Spring Valley, sempre nel Minnesota, viene registrato all’anagrafe con il nome di Paul Wesley Evans. Quando muove i primi passi nella musica non ha assolutamente intenzione di diventare cornettista. I suoi interessi spaziano dal sassofono al violino al pianoforte e alla batteria. Alla cornetta arriva quasi per caso nel 1929 quando scopre che è l’unico strumento rimasto scoperto nella banda del Carleton College e, quindi, è una sorta di passaporto per potersi esibire con quel gruppo. La suona, gli piace e a partire dal 1931 abbandona definitivamente tutti gli altri strumenti per specializzarsi in questo strumento scegliendo come modello Bix Beiderbecke. Nei primi anni Trenta si trasferisce a Minneapolis e la sua attività musicale è circoscritta a vari gruppi che si esibiscono in città. Non pensa che la musica possa rappresentare un’occupazione vera e per vivere fa vari mestieri compreso l’insegnante e l’allevatore di cani. Torna sui suoi passi nel 1939 quando suona con Red Dougherty e decide di dedicarsi alla musica a tempo pieno. Poco tempo dopo è a New York alla testa di un'ottima jazz band comprendente Ed Hubble, Tony Parenti, Joe Sullivan e George Wettling con la qua1e suona in vari locali della 52a strada. Nel 1947 suona a Minneapolis insieme a Bunk Johnson e verso la fine degli anni Quaranta si trasferisce a Chicago dove si esibisce in vari Club. In questo periodo registra anche uno splendido disco dal vivo al Jazz Limited pubblicato nel 1949 e nel quale è contornato da ottimi musicisti tra cui Muggsy Spanier, Miff Mole, Don Ewell e Bill Reinhardt. Negli anni Cinquanta torna a Minneapolis dove suona in vari locali con una propria jazz band. Gli anni successivi lo vedono dividersi tra la febbrile voglia di suonare e la tentazione di gestire club in proprio come il Rampart Street Club. Incide un’infinità di dischi e giganteggia nei piccoli e grandi festival degli States. La sua storia si chiude pochi mesi prima di compiere settant’anni.


9 gennaio 1976 - Primo contratto discografico per Graham Parker & The Rumour


Il 9 gennaio 1976 Graham Parker & The Rumour firmano il loro primo contratto discografico con la Phonogram, l'unica etichetta che ha accettato di dare loro fiducia. Nell'ambiente sono considerati una band raccogliticcia e fragile, come molti gruppi nati in quel fertile movimento chiamato pub rock. In effetti la loro formazione è un po' avventurosa. Tutto inizia quando Graham Parker pubblica un'inserzione che recita «cantante cerca gruppo» o giù di lì. In quel periodo dalle ceneri di tre band storiche del pub rock, i Brinsley Schwartz, i Ducks De Luxe e i Bontemps Roulee si formano i Rumour. Compongono il gruppo due reduci dai Brinsley Schwartz, il tastierista Bob Andrews e il chitarrista Brinsley Schwartz, due dai Bontemps Roulee, il batterista Steve Goulding e il bassista Andrew Bodnar nonché il chitarrista Martin Belmont proveniente dai Ducks de Luxe. Cosa fanno un cantante senza band e una band senza cantante? Si uniscono. È il 1975 e Graham Parker & The Rumour diventano una ditta sola. Pochi mesi dopo trovano anche una casa discografica, la citata Phonogram, e iniziano a lavorare al loro primo album Howlin' wind, prodotto da Nick Lowe e accolto bene da pubblico e critica. I successivi confermeranno Parker e la band come una delle migliori della seconda metà degli anni Settanta. La loro discografia, come quella di tutti i gruppi del pub rock, sarà ricca di album non ufficiali e nastri variamente registrati. Con il procedere del tempo, però, il gruppo e il cantante verranno sempre più tentati da progetti diversi fino a recuperare la reciproca libertà all'inizio degli anni Ottanta.

08 gennaio, 2019

8 gennaio 1985 - Paola Musiani, una piccola stella


L'8 gennaio 1985 in un incidente stradale muore a Bologna la cantante Paola Musiani. Ha trentasei anni e nella seconda metà degli anni Sessanta è stata l'interprete della versione italiana di Ode per Billie Joe, uno dei brani-simbolo di quel periodo nato dalla creatività della cantautrice Bobbie Gentry. La sua carriera è simile a quella di molte altre ragazze di quel periodo, bruciate presto dal music business. Nata a Vignola, in provincia di Modena, inizia a cantare a quattordici anni nelle balere della sua zona. Nel 1967, diciottenne, attira l'attenzione del pubblico e della critica presentando a un concorso di giovani talenti una originalissima interpretazione del brano Sono bugiarda, versione italiana di I'm believer dei Monkees. Poche settimane dopo la ragazza pubblica il suo primo disco Dipingi un mondo per me che si confonde nella sterminata produzione dell'epoca. Dopo un altro singolo interlocutorio, le viene affidato il difficile compito di dare voce e sentimento alla versione italiana di Ode to Billie Joe. Lei accetta consapevole dell'inevitabile rischio di essere schiacciati dal confronto con la versione originale e in breve tempo diventa una delle interpreti più popolari tra gli adolescenti "alternativi". L'anno dopo vince la Gondola d'argento di Venezia con Faccia da schiaffi, un altro brano fuori dai canoni della tradizione. Negli anni Settanta inizia il declino. Un paio di partecipazioni al Festival di Sanremo precedono la sua decisione di chiudere con la canzone per dedicarsi all'operetta. Il teatro diventa così la sua nuova casa in cui resta fino alla prematura scomparsa.


07 gennaio, 2019

7 gennaio 1928 - Emilio Pericoli, una voce da swing


Il 7 gennaio 1928 nasce a Cesenatico Emilio Pericoli. Dotato di una voce pastosa e ricca di swing inizia a cantare sul serio nel 1947 in varie sale da ballo milanesi con l’orchestra di Enzo Ceragioli. Nel 1954 debutta alla radio conquistando il pubblico con la sua voce calda e confidenziale. Negli anni successivi interpreta un paio di film musicali e partecipa alla commedia musicale “Valentina”, messa in scena dalla compagnia di Isa Barzizza e Enrico Viarisio. Nel 1962 pubblica l’album Amori dei nostri anni ruggenti che contiene varie rielaborazioni dei più famosi brani degli anni Venti e Trenta e scala le classifiche statunitensi con la sua versione del brano Al di là, inserita nella colonna sonora del film "Gli amanti devono imparare" di Delmer Daves, interpretato da Troy Donahue, Angie Dickinson e Rossano Brazzi. Nel 1962 partecipa al Festival di Sanremo con Quando quando quando, in coppia con Tony Renis, e vince il Festival di Piedigrotta con Mandulinata blu in coppia con Mario Trevi. L’anno dopo, ancora in coppia con Tony Renis, vince il Festival di Sanremo con Uno per tutte e porta in finale anche Sull’acqua, l’altro brano affidato a lui e a Sergio Bruni. Nel 1964 partecipa ancora alla rassegna sanremese interpretando Piccolo, piccolo con Peter Krauss. Nonostante il cambiamenti nei gusti del pubblico continuerà a cantare anche negli anni successivi, circondato dal rispetto e dell’affetto di numerosi estimatori.

05 gennaio, 2019

6 gennaio 1973 – You're so vain


Il 6 gennaio 1973 arriva per la prima volta al vertice della classifica dei singoli più venduti negli Stati Uniti la cantautrice Carly Simon con You're so vain. Il brano, che vede la partecipazione di un corista d'eccezione come Mick Jagger dei Rolling Stones, è contenuto nell'album No secrets che ha rivelato al grande pubblico le qualità di uno dei personaggi musicali più interessanti di quel periodo. Carly Simon, che a ventotto anni pensava di non riuscire più a raggiungere un simile successo commerciale, ringrazia commossa. Figlia di una ricca famiglia newyorchese, la ragazza inizia la carriera musicale intorno ai quindici anni formando con la sorella maggiore Lucy il duo delle Simon Sisters. Le due sorelle diventano popolarissime nei locali dell'area di New York e, in particolare, al Bitter End del Greenwich Village, uno dei covi della cultura alternativa. Qui incontrano Albert Grossman, manager di Bob Dylan nonché organizzatore dei primi Festival di Newport, che diventa il loro pigmalione. Dopo un paio d'album l'esperienza della coppia si chiude con il matrimonio di Lucy mentre Carly decide di andare avanti da sola. Nel 1966 inizia a lavorare a un album con la collaborazione di musicisti come Al Kooper e Mike Bloomfield oltre a Robbie Robertson, Danko e Manuel della Band, mentre Bob Dylan accetta addirittura di riscrivere per lei il testo di un brano di Eric Von Schmidt. La ragazza però non sopporta l'eccesso di zelo di Grossman, che vuole mettere il becco dovunque. Ne nasce una discussione e Carly pur di non cedere decide di abbandonare il progetto e di non farne niente. Nel 1969 viene scritturata dalla Elektra e l'anno dopo inizia a lavorare alla registrazione del suo primo album Carly Simon, cui collabora anche il critico cinematografico Jacob Brackman e che vede la luce nel 1971. La buona accoglienza del pubblico e della critica la convincono che può far meglio. In questo periodo si lega sentimentalmente con il cantautore James Taylor. Quella storia d'amore, turbolenta, tesa, contrastata, ma ricca di passione con riunioni e abbandoni anche drammatici durerà un decennio e darà linfa alla grande stagione di Carly. Il successo di You're so vain corrobora la sua fiducia. Negli anni successivi l'ex ragazza un po' viziata si dimostrerà un'abile amministratrice del suo personaggio e si orienterà sempre di più verso un pop molto sofisticato, allargando la sua popolarità anche al di fuori dei ristretti confini del rock.

04 gennaio, 2019

5 gennaio 1948 – Kaiser Marshall, l'inventore dell'high hat

Il 5 gennaio 1948 muore a New York il batterista Joseph "Kaiser" Marshall, grande innovatore e protagonista della scuola di New Orleans. Non ha ancora compiuto quarantasei anni, ma nonostante la sua breve vita, lascia un contributo fondamentale all'evoluzione del jazz di quel periodo. A lui si deve la tecnica dell'high hat, un abile gioco contrappuntistico articolato su anticipazioni e ritardi ritmici in grado di produrre uno swing solido e possente, l'ideale per esaltare gli inserimenti dei solisti. Infaticabile predicatore del rinnovamento ritmico si diverte innanzitutto a suonare e dà il meglio di sé in ogni occasione, con i piccoli gruppi come con le grandi orchestre. Negli anni Venti il suo modo particolare di utilizzare i piatti fa rapidamente scuola e nel 1922, a vent'anni, entra a far parte del gruppo di Shrimp Jones. La band è di fatto il nucleo fondamentale sulla quale qualche anno dopo viene costruita la grande orchestra di Fletcher Henderson con la quale Marshall rimane fino al 1929 e registra quelli che saranno considerati i suoi brani migliori come The whiteman stomp, I’m coming Virginia e Come on baby. Nello stesso periodo perfeziona la tecnica dell’high hat ed esalta le capacità solistiche dei grandi musicisti della band di Henderson, in particolare di Hawkins, Harrison e Allen. Al termine dell'esperienza con Fletcher Henderson prova a mettersi in proprio. Forma un'orchestra e non ha difficoltà a trovare scritture nei locali di New York, ma la tentazione dell'esperienza autonoma non dura molto. Chiusa l'avventura si diverte a muoversi tra un numero infinito di band. Non dice mai di no, ma non accetta più impegni di lunga durata. Nel 1937 partecipa a una lunga tournée europea del gruppo di Bobby Martin e al ritorno negli Stati Uniti passa all’orchestra di Edgar Hayes. Qualche tempo dopo lo si ritrova in quella di Wild Bill Davison, ma non si dedica solo alle formazioni più conosciute. Molto richiesto dalle piccole formazioni che negli anni Quaranta Kaiser Marshall non si risparmia. La sua breve ma splendida carriera musicale è ricca di perle preziose tra le quali spiccano le sue esecuzioni con il gruppo di studio di Mezz Mezzrow con il quale registra brani indimenticabili come Tommy’s blues, dedicato al trombettista Tommy Ladnier e soprattutto Funky butt, inciso nel 1947 poco tempo prima di morire.

03 gennaio, 2019

4 gennaio 1969 – Applausi per i Camaleonti


Il 4 gennaio 1969 con Applausi la ruvida voce di Livio Macchia porta i Camaleonti per la seconda volta nella loro carriera al vertice della classifica dei singoli più venduti in Italia. Dopo la mielosa L’ora dell’amore, un’ammorbidita versione italiana di Homburg dei Procol Harum, il brano segna una battuta d’arresto nella progressiva commercializzazione di quello che nei primi anni Sessanta era stato uno dei gruppi culto della scena rock milanese. Il brano, pur orientato a un pop senza pretese ripropone alcune delle sonorità tipiche del garage beat, anche grazie alla voce di Macchia, più energica e nera dei gorgheggi di Tonino Cripezzi. Per qualche tempo i vecchi fans tornano a guardare con interesse il gruppo formato al Santa Tecla, il tempio del rock milanese degli anni Cinquanta e Sessanta dal cantante Ricki Maiocchi dal bassista Gerry Manzoli, dal chitarrista Livio Macchia, dal tastierista Tonino Cripezzi e dal batterista e Paolo De Ceglie. Il nome con il quale si presentano per la prima volta al pubblico è Mods, poi diventano i Beatnicks e infine si stabilizzano con la denominazione definitiva di Camaleonti. Nei primi anni Sessanta sono tra i più attivi esponenti di quell'area alternativa che qualche anno più tardi verrà chiamata “garage beat”. I loro primi dischi sono ruvide cover di brani inglesi e statunitensi dalle sonorità essenziali e spesso registrate in presa diretta durantei concerti. Il loro primo successo è nel 1965 Sha-la-la-la la, versione italiana di un brano di Paul Clarence. La svolta nella loro carriera avviene quando il cantante Ricki Maiocchi se ne va deciso a continuare come solista con un gruppo straordinario di cui fa parte anche Ritchie Blackmore, il futuro chitarrista dei Deep Purple. L’uscita di scena di quello che fino a quel momento è stato il vero uomo immagine del gruppo finisce per modificarne radicalmente l’impostazione. La struttura della formazione a cinque viene mantenuta grazie all’arrivo del chitarrista Mario Lavezzi mentre il tastierista belloccio Tonino Cripezzi viene promosso a cantante. Ai cambiamenti di formazione corrisponde un sostanziale cambio della linea musicale. La caratteristica durezza dei suoni lascia il posto a un’atmosfera più rarefatta e ad arrangiamenti più curati e commerciali. Applausi sembra invertire la tendenza ma non sarà così. Già nel disco successivo i Camaleonti torneranno a strizzare l’occhio al mercato.

02 gennaio, 2019

3 gennaio 1926 - Il produttore che ha inventato i Beatles


Il 3 gennaio 1926 nasce a Londra il produttore George Martin, l'uomo che meglio di altri ha saputo affiancare la istintiva creatività dei Beatles aiutandola a crescere ed evolversi. La sua storia musicale inizia negli anni Cinquanta quando, dopo essersi diplomato alla Guildhall School of Music, entra come musicista di studio alla EMI, passando poi alla produzione. Fino al 1962 il suo lavoro non esce dai confini di quel genere che in Italia verrà poi definito melodico-moderno. Non mancano gli elementi d'innovazione come, per esempio, il tentativo di elaborare strutture sonore che escano dai ristretti ambiti degli standard statunitensi. Al suo lavoro di produzione sono attribuibili alcuni successi di Shirley Bassey e Matt Monro, nonché l'inatteso exploit discografico di un attore popolare come Peter Sellers: buone intuizioni condite da un pizzico di genialità, ma niente di più. La svolta della sua carriera, destinata a inserirlo tra i personaggi leggendari della produzione discografica del Novecento, avviene nel 1962, quando ascolta un quartetto di ragazzi di Liverpool scartati dalla Decca. Sono i Beatles. È lui il primo a percepire, dietro l'apparente semplicità delle loro esecuzioni, la forza del cambiamento epocale. C'è chi dice che senza di lui i Beatles sarebbero rimasti probabilmente nella memoria dei frequentatori del Cavern Club di Liverpool e basta. La storia non si fa con i se, ma è certo che la band, reduce dal fiasco del provino alla Decca, senza quel primo contratto discografico strappato con i denti da George Martin, avrebbe probabilmente tirato i remi in barca. Dà molto ai quattro ragazzi di Liverpool, ma riceve anche molto. Grazie a loro diventa uno dei protagonista del più imponente movimento d'innovazione musicale dei Novecento. Resta il produttore dei Beatles fino al 1969 e accompagna l'evoluzione del gruppo per tutto il periodo d'oro. Con John Lennon e Paul McCartney forma un team affiatato e capace di sperimentare nuove tecniche aprendosi alle contaminazioni. La musica pop, come già aveva fatto il jazz, si rimette in discussione, accetta la sfida e si apre a generi diversi come il classico ed il sinfonico. Nel 1965 George comincia a sentire il peso dei limiti imposti dalla sua casa discografica e lascia la EMI per creare una propria etichetta: la AIR London. Dopo la separazione dai Beatles produrrà nuovi artisti, senza più riuscire a realizzare quella mescola magica capace di segnare un'epoca.


01 gennaio, 2019

2 gennaio 1945 – Armando Gill, il primo cantautore della canzone italiana


Il 2 gennaio 1945 muore nella sua Napoli Armando Gill, all’anagrafe Michele Testa Piccolomini, il primo cantautore della canzone italiana. La sua età resta avvolta nel mistero. Alcune biografie dicono sia nato a Napoli il 23 luglio 1877, altre il 21 gennaio 1878. Rampollo di una famiglia molto in vista frequenta la facoltà di Giurisprudenza, ma passa gran parte del tempo a suonare e cantare nei vari locali del capoluogo partenopeo. Per sfuggire alle ire del padre sceglie di esibirsi con il nome d’arte di Armando Gill. Nel 1898 pubblica musica e testo della sua prima canzone Fenesta 'nchiusa cui segue 'O surdato. In quel periodo la popolarità dei suoi brani non supera i confini della città di Napoli, ma il ragazzo non se ne cura. Quello che più gli interessa è poter continuare a suonare e cantare. I quattro soldi che gli arrivano dagli editori gli bastano per vivere senza dover presentarsi davanti a papà Pasquale con il capo cosparso di cenere. Progressivamente il suo lavoro riscuote consensi sempre più ampi e nel 1910 arriva il primo successo su scala nazionale con Bel soldatin. La sua popolarità è destinata ad allargarsi a dismisura nel 1918 quando compone e interpreta Come pioveva, una canzone destinata a restare nella storia della musica leggera italiana come uno dei più grandi successi di tutti i tempi. Viaggia per l’Europa acclamato ovunque fino a quando, nel 1933, un impresario statunitense gli offre l’occasione della vita. È disposto a coprirlo d’oro se accetta di varcare l’oceano e trasferirsi definitivamente negli Stati Uniti. Armando Gill tentenna, prende tempo, fa sapere che non è sua intenzione fare scelte così radicali. Gli americani rilanciano: l’offerta resta valida anche se il cantautore non se la sente di trasferirsi definitivamente negli States. L’ultima proposta prevede una serie di concerti nelle maggiori città statunitensi con la possibilità di revocare unilateralmente e senza alcuna motivazione il contratto. In realtà dietro al quella che sembra un’indecisione costruita ad arte per alzare il prezzo c’è il terrore di Gill per il mare. Lo spaventa la sola idea di mettere piede su una nave. Alla fine rinuncia e resta nella sua Napoli. Dieci anni dopo, stanco dell’ambiente, decide di ritirarsi a vita privata.

1° gennaio 1966 - "Sound of silence" al vertice grazie a Tom Wilson


Il 1° gennaio 1966 The sound of silence di Simon & Garfunkel arriva al vertice della classifica dei singoli più venduti negli Stati Uniti. Con due anni di ritardo rispetto alla prima registrazione uno degli inni dei giovani impegnati nel movimento dei diritti civili riceve anche la consacrazione del mercato. La sua prima comparsa è del 1964, quando Simon & Garfunkel la inseriscono nell'album interamente acustico Wednesday morning 3 AM. In quel momento non suscita particolare interesse un po' perché penalizzata dalla scarsa originalità complessiva del disco ma, soprattutto, perché l'attenzione del pubblico più attento ai contenuti si sposta su un altro brano, He was my brother dedicato a un ragazzo morto durante una manifestazione per i diritti civili nel Mississippi. La seconda versione di The sound of silence è quella di un album solista pubblicato a Parigi da Paul Simon nel 1965. La terza e definitiva versione è quella che arriva al vertice della classifica. Cosa è cambiato? Molto. Ci ha messo le mani Tom Wilson, uno dei collaboratori di Dylan nella sua "svolta elettrica", che ha aggiunto alla versione acustica del brano una base grintosa con basso, chitarra elettrica e batteria. In più è stato adottato dai giovani del movimento per i diritti civili e dalle radio universitarie che lo ritrasmettono fino alla nausea. In poche settimane diventa il disco più acquistato degli Stati Uniti. Sull'onda del successo Simon & Garfunkel saranno per cinque anni la "coppia d'oro" della musica statunitense pubblicando brani indimenticabili e vendendo più di venti milioni di dischi.