12 novembre, 2019

12 novembre 1970 – Harold Eugene Gifford, in arte Gene Gifford

Il 12 novembre 1970 muore a Memphis, nel Tennessee il chitarrista Harold Eugene Gifford, conosciuto dagli appassionati di jazz come Gene Gifford. Nato ad Americus, in Georgia, il 31 maggio 1908 cresce musicalmente a Memphis, nel Tennessee. Dopo aver fatto le prime esperienze in complessi studenteschi, per qualche tempo suona come banjoista con l'orchestra di Bob Foster a El Dorado e successivamente con la formazione di Lloyd Williams e con i Watson's Bell Hops. Nel 1927 dà vita a un suo gruppo con cui si esibisce in vari locali e teatri del Texas. L’anno dopo è con Blue Steele e in questo periodo passa dal banjo alla chitarra. All’inizio degli anni Trenta è a Detroit dove il noto impresario Jean Goldkette lo scrittura come chitarrista nella Orange Blossom Band, primo nucleo della famosa Casaloma. È l'arrangiatore principale di quell’orchestra di cui determina lo stile e le caratteristiche. Alla fine degli anni Trenta se ne va per dedicarsi all’attività di orchestratore prima di diventare, nel 1943, il chitarrista-arrangiatore della formazione di Bob Strong. Nel 1948 torna per un paio d’anni con Glen Gray in una nuova formazione della celebre Casaloma. Negli anni Cinquanta lascia l’attività di strumnentista per lavorare come fonico e arrangiatore. Alla fine degli anni Sessanta si stabilisce a Memphis dove insegna musica. Brillante arrangiatore di orientamento jazzistico deve la sua fama a brani come Casaloma Stomp, White Jazz o Stompin' Around, considerati anticipatori dello swing.

10 novembre, 2019

11 novembre 1999 - Da metà febbraio tutti con il casco!

L’11 novembre 1999 il Parlamento italiano armonizza definitivamente le normative italiane con quelle europee prevedendo l’introduzione del casco obbligatorio per tutti gli utenti di motocicli e scooter a partire dalla metà del successivo mese di febbraio. I giornali annunciano che non sono previste eccezioni né dovrebbero essere possibili ripensamenti. Il ritardo di tre mesi tra approvazione ed esecutività della norma è dovuto soltanto a una norma del nostro ordinamento nella quale si prevede che tutte le variazioni legislative riguardanti la circolazione stradale diventino operative non prima di tre mesi dopo la loro approvazione, in modo da consentire gli adeguamenti tecnici della viabilità e le opportune campagne informative. Le nuove disposizioni, peraltro, interessano una fascia limitata di motociclisti, quelli, cioè, che avendo superato i diciotto anni d’età si trovino alla guida di ciclomotori fino a 50 cc. In tutti gli altri casi l’obbligo esisteva già. Cade quindi la distinzione finora in atto tra minorenni e maggiorenni relativa a un segmento limitato della produzione, quella fino a 50 cc. C’è ancora un’esenzione, per la verità, ma riguarda soltanto “i conducenti di ciclomotori e motocicli, anche a tre ruote, purché dotati di cellula di sicurezza a prova di crash, nonché di sistemi di ritenuta e dispositivi atti a garantire l’utilizzo del veicolo in condizioni di sicurezza”.

09 novembre, 2019

10 novembre 1964 - Siamo i Beefeaters ci manda Miles Davis


Il 10 novembre 1964 la Columbia scrittura i Beefeaters, un gruppo formato da tre cantanti e chitarristi: David Crosby, un tipo con alle spalle cinque anni di lavoro nei locali folk, Gene Clark già componente dei New Christy Minstrels e Jim McGuinn, la cui fila di collaborazioni è lunghissima e comprende i Limeliters e il Chad Mitchell Trio, oltre alle band di Bobby Darin e Judy Collins. I tre si sono incontrati nei primi mesi dell'anno al Trobadour di Los Angeles e proprio in quel locale, uno dei più frequentati templi del folk di quel periodo nasce l'idea di mettersi insieme. Il primo nome scelto per il gruppo è quello di Jet Set, poi cambiato in Beefeaters. Sono, dunque, insieme da poco più di sei mesi e tuttavia la Columbia accetta di metterli sotto contratto. Per quale ragione? In realtà i ragazzi hanno un santo in paradiso e non lo sanno. Si chiama Miles Davis. Il trombettista li ha ascoltati per caso ed è rimasto favorevolmente impressionato. Ha intuito che, dietro l'acustica un po' monotona dei loro brani forse troppo uguali c'è stoffa. Per questo li ha "raccomandati" alla Columbia che si è fidata e li ha scritturati. Qui incontreranno Jim Dickson, un discografico convinto che dall'incontro tra i nuovi suoni del beat britannico e le vecchie melodie del folk statunitense possa nascere qualcosa di nuovo. I tre ragazzi gli daranno ragione. Poco tempo dopo, con l'aggiunta di Chris Hillman e Michael Clarke, cambieranno nome e diventeranno i Byrds. Non sarà l'unico cambiamento di nome. Qualche tempo dopo Jim McGuinn si convertirà all'induismo cambiando nome in Roger.

9 novembre 1963 – La prima volta di Joan Baez

Il 9 novembre 1963 Joan Baez entra per la prima volta nella classifica dei dischi più venduti negli Stati Uniti. È soltanto al novantesimo posto, ma la presenza assume una valenza simbolica, perché ottenuta con un singolo che ha sulla facciata principale una versione di We shall overcome registrata dal vivo durante una manifestazione antirazzista svoltasi al Miles College di Birmingham, in Alabama. A questo va aggiunto che il brano è stato eseguito dalla stessa folk singer a Washington qualche mese prima, il 28 agosto, durante la grande marcia per i diritti civili che ha bloccato il centro della capitale degli Stati Uniti. La sua presenza in classifica, al di là del significato commerciale, diventa un modo per verificare i passi avanti compiuti dalla battaglia per la propagazione di nuove idee di libertà, pace e fratellanza all’interno della società statunitense, soprattutto tra le generazioni più giovani. È un inno, una colonna sonora che accompagna la lunga marcia di chi insegue il sogno di un’America diversa. Non a caso tre anni prima, in una chiesa assediata dai razzisti, la voce di Martin Luther King aveva intonato proprio We shall overcome e le sue note, a partire dal 4 maggio 1961, sono state diffuse in tutte le strade degli stati del sud dai colorati autobus dei predicatori erranti di libertà, ribattezzati Freedom Riders dalla nazione nera. L’ingresso nella classifica dei dischi più venduti di Joan Baez, una bianca dal cuore d’ogni colore, funziona da cassa di risonanza e dà forza al movimento per i diritti civili. Il messaggio politico viaggia sulle ali della musica ed entra nelle case di tutti. Anni dopo la stessa Baez così ricorderà quell’evento: «Fu allora che cominciai a vedere nella canzone folk un vero strumento di cultura alternativa e a capire che la coscienza politica poteva essere mescolata alla musica e diventare un messaggio forte. Fu Pete Seeger, furono i vecchi folksinger a farmelo capire. Prima non lo accettavo. Ero una purista, musicalmente parlando, e non potevo sopportare la commistione tra musica e politica, non sopportavo nulla che non fosse il folk tradizionale, asettico e lontano nel tempo. Poi ho aperto gli occhi…».


08 novembre, 2019

8 novembre 1987 – Jacques Anquetil, l’uomo-orologio

L’8 novembre 1987 il cancro uccide il francese Jacques Anquetil, una leggenda del ciclismo. Amante dello champagne e dei piaceri della vita, l'atleta che i tifosi francesi hanno ribattezzato “Maître Jacques” è stato il più grande cronoman della storia del ciclismo. Vincitore di due Giri d’Italia, nel 1960 e nel 1964, è stato un attento amministratore della sua forza, preferendo all’impegno assiduo, una scelta oculata delle gare che gli permettesse di potersi godere anche la vita senza doversi sottoporre alle restrizioni tipiche della vita degli atleti della sua epoca. Nato l’8 gennaio 1934 a Mont Saint-Aignan, in Francia, ha spesso assunto posizioni di aperta contestazione dell’establishment ciclistico, da lui considerato in più occasioni autoritario e indifferente alla fatica e ai problemi dei ciclisti. Conclusa la carriera ha lavorato nel campo del giornalismo e svolse l’incarico di Commissario Tecnico della nazionale ciclistica transalpina ai mondiali.





07 novembre, 2019

7 novembre 1972 - Con Black Ace se ne va un pezzo del blues texano


Il 7 novembre 1972 si spegne all'età di sessantasette anni il cantante e chitarrista Black Ace, uno dei esponenti più significativi del blues texano. La sua morte non fa notizia perché da tempo il bluesman non si esibisce più e preferisce passare le giornate dietro al bancone dell'"Ace's Dark Room", il negozio di articoli fotografici che ha aperto a Fort Worth, nel "suo" Texas, lo stato dove è nato nel lontano 1905 a Hughes Springs. Il suo vero nome è Babe Kyro Lemon Turner. Per molto tempo la sua attività di bluesman si svolge quasi esclusivamente all'interno dei confini del Texas. Come molti esponenti del blues rurale il ragazzo è attaccatissimo alle sue origini contadine e alle contrade che lo hanno visto crescere. Non ha neppure un nome d'arte visto che gli è sufficiente troncare il suo lunghissimo nome anagrafico in combinazioni diverse per trovarsene uno nuovo ogni volta. Il suo isolamento cessa quando, cedendo alle lusinghe di suo amico registra Black ace, il brano che gli dà un'inaspettata notorietà e un nome d'arte definitivo. Ormai divenuto per tutti Ace Black prende sul serio il nuovo ruolo e inizia a migliorare la propria tecnica. Lavora a lungo sulle corde e aggiunge alla sua dote anche la chitarra hawayana nella quale viene istruito da Oscar Buddy Woods. Uscito dall'isolamento texano per molti anni si esibisce in tutti gli Stati Uniti, con una preferenza per quelli meridionali, dove si sente più a suo agio nel comunicare con la gente. Negli anni Sessanta molla tutto per aprire il negozio di articoli fotografici a Fort Worth, dove lavora fino alla morte.


05 novembre, 2019

6 novembre 1938 – P. J. Proby, il rocker col codino

Il 6 novembre 1938, a Houston, nel Texas nasce James Marcus Smith destinato a diventare un personaggio di spicco della scena musicale con il nome di P. J. Proby. Inizia a esibirsi in pubblico a soli undici anni e a diciassette ottiene, grazie a Jackie De Shannon, il suo primo contratto discografico. Nonostante la sua precocità Proby non riesce a sfondare negli Stati Uniti, ma sotto l'abile guida di Brian Epstein diventa uno dei cantanti più popolari in Inghilterra, debuttando nel 1964 nello show dei Beatles “Around The Beatles”. Famoso anche per il suo codino, inusuale in quel periodo, e per l'abbigliamento in stile “rivoluzione francese”, per un paio d'anni colleziona successi con brani come Hold me, Somewhere I apologize, Let the water run down, That means a lot, Maria, You need love e I can't make it alone. Nel 1968, ormai in declino, torna negli Stati Uniti. Si parla nuovamente di lui nel 1971, quando ritorna a Londra per interpretare Jago nel musical "Catch my soul", versione rock dell'Otello. Nel 1977 è uno dei protagonisti del musical "Elvis" con Shakin' Stevens.


04 novembre, 2019

5 novembre 2002 – Not in my name


Il 5 novembre 2002 a Roma viene presentato ufficialmente Not in my name, un album di canzoni contro la guerra edito dal quotidiano "Liberazione" e realizzato da quattordici gruppi e artisti italiani. Il progetto, curato da Michele Anelli, Gianni Lucini e Paolo Pietrangeli, è nato sottoponendo ai gruppi e agli artisti una lista di canzoni "storiche" del rock, del pop e della tradizione che avessero al centro il tema del rifiuto della guerra e della pace e chiedendo agli stessi di "reinterpretarli" filtrandoli attraverso la loro sensibilità artistica. Il risultato è un disco di notevole interesse e di grande suggestione con brani di una lunga serie di autori che va da Dylan a Fossati, da Country Joe McDonald a De André, da Lennon a Tenco, da Pietrangeli a De Gregori, al "primo" Guccini. Tutti i brani però, appaiono "nuovi" perché ciascuno è "ripensato" e filtrato attraverso la personalità degli interpreti finendo per disegnare una caleidoscopica rassegna dei linguaggi principali della musica di oggi. Accanto a Gang, Paolo Pietrangeli, Ratoblanco, Groovers, Mirafiori Kids e gran parte dei gruppi emergenti della canzone d'impegno la lista degli interpreti vede anche il gradito ritorno in sala di registrazione di Tommaso Leddi e Umberto Fiori, cioè il chitarrista e il cantante dei leggendari Stormy Six, che hanno regalato all'album un brano originale. Molti sono stati gli apporti "illustri" alla realizzazione del progetto, come quella di Jaré, un gruppo dietro al quale si nasconde il nome di Mauro Sabbione, il protagonista della svolta elettropop dei Matia Bazar di Vacanze romane nonché tastiera aggiunta dei "vecchi" Litfiba in El Diablo e dei nuovi in Elettromacumba. Tra le collaborazioni importanti c'è poi da annoverare anche la presenza di Fabrizio Barale degli Yo Yo Mundi nel brano registrato dal Gruppo Spontaneo di Musica Moderna. Il missaggio finale del CD è stato curato da Daniele Denti, l'indimenticato chitarrista dei Settore Out passato poi alla live band di Gianna Nannini. In un periodo in cui da più parti si criticano gli artisti italiani perché, pur prendendo posizione contro la guerra, faticano a elaborare un progetto collettivo, "Liberazione" ha fatto un piccolo miracolo.



4 novembre 1966 - Gli angeli del fango

Il 4 novembre 1966 una fitta serie di nubifragi si abbatte sull’Italia. Venezia viene ricoperta dall’acqua per ventitrè ore mentre Firenze, una delle più belle città storiche del nostro paese, dopo essere stata sommersa per tre metri dalle acque dell’Arno, resta a lungo isolata dal resto del paese. Il bilancio finale parlerà di circa dodicimila sfollati e una settantina di morti. L’evento colpisce l’immaginazione dell’Italia intera e una fiumana di volontari, in gran parte giovani, decide di non restare con le mani in mano ma di correre ad aiutare la città. Giovani di tutte le regioni con zaini e sacchi
a pelo, in autostop, in treno e con mezzi di fortuna partono per il capoluogo toscano intenzionati a dare il loro contributo soprattutto al salvataggio dei beni culturali. Accade così che la colorata e un po’ disprezzata generazione dei capelli lunghi e delle minigonne si renda protagonista di una straordinaria prova della sua capacità di muoversi al di fuori di qualunque struttura istituzionale. A Firenze li si vede lavorare fianco a fianco con le forze dell’ordine, i vigili del fuoco e i militari. L’opera delle migliaia di ragazze e ragazzi si rivelerà preziosa e l’Italia, improvvisamente si accorgerà che questi giovani, chiamati fino al giorno prima con un po’ di disprezzo “capelloni” e “ninfette” non sono poi il diavolo. Dei nuovi sentimenti si farà interprete, tra gli altri, Giovanni Grazzini, l’inviato del Corriere della Sera che li ribattezzerà “Angeli del fango” scrivendo: «d’ora in avanti nessuno si permetta più d’insultarli».


03 novembre, 2019

3 novembre 1946 - Una sola radio


A partire dal 3 novembre del 1946 le trasmissioni radiofoniche diventano uniche su tutto il territorio nazionale. Lo annuncia, con non poca soddisfazione, la RAI (Radio Audizioni Italia), l'ente di stato per le radiodiffusioni che da pochi mesi ha sostituito l’EIAR (Ente Italiano Audizioni Radiofoniche), una sigla troppo legata all'esperienza del regime fascista per poter sopravvivere. Tutta la penisola torna così a essere riunita via etere. Nel periodo precedente alla Liberazione, infatti, i collegamenti tra il Nord occupato dai tedeschi dove era nata la Repubblica di Salò e il Sud in mano agli alleati non esistevano più. Il fronte, che passava attraverso la famosa Linea Gotica, divideva in due l’Italia anche per quel che riguardava la radiodiffusione. Ripristinati i collegamenti fra le stazioni settentrionali e quelle meridionali, anche la radio può riprendere finalmente a irradiare programmi omogenei su tutto il territorio italiano. Fa eccezione la Sardegna, temporaneamente esclusa dall’unificazione della rete. Gli ascoltatori possono sintonizzarsi su due canali distinti in onde medie: la Rete rossa e la Rete azzurra. Inutile dire che la musica fa la parte del leone proponendo una nuova generazione di interpreti, alcuni dei quali riabilitati dopo essere stati colpiti dalla censura fascista. Il pubblico impara così a conoscere i nomi del Quartetto Cetra, Lelio Luttazzi, Gorni Kramer e di molti altri. L'unificazione della rete di radiodiffusione non sarà l'unica novità. Nuove applicazioni tecnologiche sono, infatti, in arrivo. Sull’esempio di quanto avviene nel resto del mondo si inizia a considerare l’opportunità di utilizzare per le trasmissioni radiofoniche la modulazione di frequenza, meno soggetta a interferenze e a disturbi. In breve tempo anche i tecnici italiani saranno in grado di operare in questo campo e il 1° ottobre 1948 entrerà in funzione a Milano la prima stazione sperimentale di radiodiffusione a modulazione di frequenza.


02 novembre, 2019

2 novembre 1975 – Muore assassinato Pier Paolo Pasolini, l’eretico fustigatore del boom

Il 2 novembre 1975 su una spiaggia di Ostia viene ritrovato il corpo sfigurato di Pier Paolo Pasolini. Poche ore dopo il ritrovamento viene annunciato l’arresto del suo assassino. È il diciassettenne Giuseppe Pelosi, detto “Pino la rana” che confessa di averlo ucciso dopo un litigio e di averlo poi investito casualmente con l’automobile mentre fuggiva in preda al panico. Muore così uno dei protagonisti assoluti della cultura del Novecento italiano. Scrittore, poeta, critico, sceneggiatore e regista cinematografico, Pier Paolo Pasolini nasce a Bologna il 5 marzo 1922, l’anno in cui Mussolini va al potere. Il padre Carlo Alberto Pasolini è ufficiale di fanteria, mentre la madre, Susanna Colussi, è una maestra elementare. Il piccolo Pier Paolo trascorre l’infanzia e la prima giovinezza girovagando al seguito del padre, ufficiale di carriera. Se ne va prima a Parma, quindi a Belluno, Conegliano, Cremona e Reggio Emilia, anche se il luogo che ama di più è Casarsa, la cittadina friulana dove è nata sua madre, che lui descriverà come un «… vecchio borgo… grigio e immerso nella più sorda penombra di pioggia, popolato a stento da antiquate figure di contadini e intronato dal suono senza tempo della campana». Il rapporto con il padre non è facile e il giovane sviluppa un attaccamento fortissimo nei confronti della madre. Terminato il liceo, nel 1939 s’iscrive alla Facoltà di Lettere dell’Università di Bologna, e nel 1942 pubblica a proprie spese, Poesie a Casarsa, una raccolta di composizioni poetiche in dialetto friulano. In quell’anno il padre cade prigioniero degli inglesi in Africa. Chiamato alle armi il giovane figlio dell’ufficiale Pasolini non ci resta per molto. L’8 settembre 1943 butta la divisa e torna a Casarsa dalla madre. Gli ultimi anni della guerra e i primi dopo la liberazione sono tragici e segnati dalla morte del fratello minore partigiano. Alla fine degli anni Quaranta, dopo un periodo d’insegnamento nella scuola media di Valvasone, viene sospeso dall’incarico perché omosessuale e nei suoi confronti viene avviato anche un vero processo. Per tentare di ricominciare se ne va con la madre a Roma dove riesce a sbarcare il lunario insegnando in una scuola privata a Ciampino per ventisettemila lire al mese. Nella capitale vedono la luce “Ragazzi di vita” e “Una vita violenta” due fra i romanzi più importanti di Pier Paolo Pasolini. Vede la luce anche “Le ceneri di Gramsci”, un’opera poetica che gli vale il Premio Viareggio del 1957. La letteratura però non è sufficiente a mantenerlo. Per arrotondare le scarse entrate inizia a lavorare anche come sceneggiatore cinematografico. Tra il 1957 e il 1961 sono undici le sceneggiature firmate da Pasolini che considera cinema e scrittura due forme espressive strettamente complementari e non alternative. I suoi romanzi e le sue poesie, infatti, sono ricche, infatti, di elementi per cosi dire “cinematografici”, mentre le sceneggiature dei suoi film hanno spesso una autonoma e solida validità letteraria. La sua avventura cinematografica nasce un po’ per incoscienza e un po’ per caso. Pur non essendo in possesso di una particolare preparazione tecnica, ma sorretto dall’ispirazione interiore, fa il suo esordio come regista nel 1961 con il film “Accattone”, con il quale porta sul grande schermo il suo interesse e la sua simpatia per le fasce più marginali del sottoproletariato romano. Nel lavoro di quel periodo è evidente la solidarietà con il mondo che il boom della società italiana sta lasciando al margine. I suoi personaggi sono diseredati, dimenticati da ogni chiesa e partito, dei quali lui cui ammira gli istintivi valori culturali che sopravvivono alla miseria materiale e morale, ma che nella sua visione pessimista sono però destinati a soccombere di fronte ai miti del “benessere” e della normalità piccolo-borghese. Negli anni successivi la sua narrazione cinematografica si arricchisce di un afflato religioso d’impianto squisitamente laico disegnando una sorta di cattolicesimo “eretico” che trova il suo momento culminante nel 1964 con “Il Vangelo secondo Matteo”. Negli anni della contestazione, la sua posizione dissente sia dai palazzi del potere che dai nuovi oppositori, ai quali attribuisce il tentativo di omologare l’intero tessuto sociale dell’Italia al modello piccolo-borghese spazzando via i valori dell’Italia precapitalistica e contadina. Accusa i contestatori del Sessantotto di essere i portatori di un nuovo potere e, negli anni successivi, pur continuando a militare nel Partito Comunista (che lo aveva sospeso nel 1949 per la sua omosessualità) critica aspramente il “conformismo di sinistra”. Le modalità del suo assassinio così come sono state diffuse non convincono. Non tutti credono alla versione raccontata dal ragazzo e molti amici dell’intellettuale scomparso sosterranno negli anni successivi la tesi di un vero proprio agguato premeditato ed eseguito da un gruppo numeroso. Sergio Citti, regista attore e amico di Pasolini dichiara pubblicamente che «...Quella notte Pelosi era insieme ad altre quattro persone e quelle persone erano lì per uccidere Pier Paolo... Pier Paolo era scomodo. Scriveva cose scomode, anche sul Corriere . No, non fu un incidente, una lite: Pier Paolo fu giustiziato. Qualcuno aveva deciso che Pasolini dovesse morire...». Già due settimane dopo il ritrovamento del suo corpo la giornalista Oriana Fallaci in un lungo articolo su “L’Europeo” ipotizza per la prima volta che il poeta, scrittore e regista sia stato ucciso in un agguato premeditato cui avrebbero partecipato più persone. L’ipotesi viene ripresa più volte nel corso degli anni e argomentata anche da inchieste giornalistiche accurate e ben documentate. Nessuna delle ricostruzioni riesce però a far riaprire le indagini finché nel 2005 è lo stesso Pino Pelosi annunciare in un seguitissimo programma televisivo: «Non sono io l’assassino di Pasolini ma tre uomini sui 45 anni, dal forte accento siciliano, scesi da una 1500 Fiat targata Catania, che lo assalirono gridandogli “Fetuso, arruso, sporco comunista” e minacciando di uccidere i miei genitori se non avessi taciuto su ciò che avevo visto quella notte».

01 novembre, 2019

1° novembre 1926 – Lou Donaldson, dal clarinetto al sax contralto

Il 1° novembre 1926 a Badin, nel North Carolina nasce il sassofonista Lou Donaldson. Figlio di un predicatore che di mestiere fa l’insegnante di musica, apprende le prime nozioni musicali in famiglia e a quindici anni, inizia a studiare clarinetto. È durante il servizio militare prestato in marina che prende la decisione di lasciare il suo strumento di legno per il metallo del sax contralto. Congedato, nel 1950 frequenta il Darrow Institute dove incontra Charlie Parker, Sonny Stitt e altri boppers. Dopo varie esperienze si trasferisce a New York dove incidere per la Blue Note prima in una formazione guidata da Horace Silver e poi anche sotto suo nome. Dopo un breve passaggio al al rhythm and blues torna al jazz dando vita a una propria band con la quale suona in alcuni tra i più importanti club di New York, dal Five Spot all’Half Note, al Play House e tanti altri. Nell’autunno del 1965 arriva in Europa per una breve permanenza al Golden Circle di Stoccolma. Dopo aver inciso per quattro anni per la Cadet, ritorna alla Blue Note. Considerato dalla critica come un allievo di Charlie Parker, in realtà Donaldson ha due facce. La prima decisamente e rigorosamente jazz hard bopper e la seconda nata nel rhythm and blues ed evoluta nel funky.

31 ottobre, 2019

31 ottobre 2003 – Frankie Hi-Nrg Mc era un autarchico


Ci sono anche Franca Valeri, Arnoldo Foà, Antonio Rezza, Paola Cortellesi e Pacifico in Ero un autarchico, l’album che vede la luce il 31 ottobre 2003. L’artefice è Frankie Hi-Nrg Mc, uno dei personaggi più significativi dell'hip-hop italiano dei primi anni Novanta, capace di essere, insieme, innovativo e campione di vendite. Arriva nei negozi sei anni dopo il suo ultimo lavoro in studio La morte dei miracoli, un periodo lunghissimo per un ambiente che è abituato a capitalizzare in fretta le azioni consolidate. Frankie, al secolo Francesco Di Gesù, nonostante i successi la prende con calma ma non sta fermo. La sua creatività si sperimenta anche in altre direzioni. Prova a realizzare alcuni video-clip per sé, poi ci prende gusto e lavora ai filmati musicali di altri come Nocca, Flaminio Maphia, Tiromancino e Pacifico. Sul piano strettamente musicale spiccano le collaborazioni con Alice, Puff Daddy, Nas, Alter Ego, Shel Shapiro, Banda Osiris e, soprattutto la partecipazione all'album The world according to RZA, uscito quest'anno dalla factory dei Wu-Tang Clan, che sembra avergli ridato la voglia di lavorare a un progetto musicale nuovo e più ampio. L'album che esce il 31 ottobre Ero un autarchico, un voluto omaggio a Nanni Moretti, segna una svolta decisa rispetto al passato almeno sul piano musicale. Le atmosfere sono meno cupe e la sua voce non ha i connotati della disperazione presenti soprattutto nel disco precedente, anche se le parole restano di pietra, ben tagliata e dura come il diamante. In Generazione di mostri spiega che «Rivoluzione resta un vocabolo impronunciabile/se l'unico scontro possibile/è tra parti di popolo/che vivono gomito a gomito/e non si accorgono di essere identiche…» e in Rap lamento usa l'accetta contro un'opposizione che rischia di assomigliare troppo alla "squadraccia" di governo del centro-destra. Strepitoso è Morsi e rimorsi, un taglia e incolla dell'intervento di Arnoldo Foà per il "no" all'abrogazione del divorzio nel 1974, smontato e ricomposto in una dichiarazione attualissima. La critica è radicale, ma a dispetto delle apparenze, non prevale mai la tentazione qualunquista: «Io sono geneticamente di sinistra, ma non posso ignorare le deficienze di questa sinistra prigioniera di piccole beghe di condominio. Ci sono milioni di salotti che assomigliano a tante piazzette Venezia e la sinistra si muove in punta di forchetta quando tutti ci si dovrebbe tirare su le maniche». Questa è l'aria che tira nel disco e che, a partire dal 13 novembre a Verona dà anche sostanza al nuovo tour di Frankie Hi-Nrg Mc accompagnato da una band che schiera Francesco Bruni alla chitarra, Lino De Rosa al basso, Ninja alla batteria e Skizo al piatto dei vinili.



29 ottobre, 2019

29 ottobre 1980 – Georges Brassens, l'orso della canzone francese

Il 29 ottobre 1980 nel piccolo villaggio di Saint-Gély-du-Fesc, tra Séte e Montpellier muore Georges Brassens, un artista unico, un orso dotato di una genialità e un’ironia senza pari, scorbutico al punto da spaventare anche Fabrizio De André. Si racconta, infatti che il cantautore genovese, nonostante le parole di apprezzamento dello chansonnier per le versioni italiane delle sue canzoni da lui curate, non ha mai voluto incontrarlo temendo il suo brutto carattere. Nessuno può sapere se e quanto ci sia di vero in questa storia è vera ma non importa perchè certe storie hanno ragione d’esistere indipendentemente dalla loro veridicità. Aneddoti a parte Georges Brassens non ha mai avuto un bel carattere e il suo modo di scrivere canzoni non è differente dalla sua brusca capacità di relazione con il mondo. Mette al centro delle cure la parola. Come un artigiano perennemente insoddisfatto, la lima, la aggiusta, la adatta e quando non è convinto la sostituisce. Il risultato è una scrittura matematica che attraverso architetture ardite sviluppa un linguaggio raffinato con un rigore formale che non ammette deroghe. I suoi versi sono una costruzione perfetta, precisa come un orologio svizzero, complessa e insieme così semplice da poter essere cantati in coro dai liceali di buona famiglia come dagli avventori delle osterie o dai bambini. In questa fusione tra semplicità dei concetti e ricerca della perfezione formale c’è il segreto della grandezza e della longevità di Brassens. È il miracolo di quel coacervo di sentimenti, emozioni e passioni che l’umanità chiama da sempre poesia. Il suo non è il gioco dell’enigmista, l’esercizio senza scopo del letterato innamorato della propria cultura e delle proprie parole. In lui la poesia è forma ma anche sostanza. Le sue canzoni, pur attraversate da una febbrile tensione morale, si abbeverano alle sorgenti inesauribili dell’ironia e di quella capacità di benevolenza che gli antichi chiamavano “pietas” e che non può essere compiutamente rappresentata dalla sola parola “pietà”. Figlio di un muratore Georges Brassens nasce a Sète nel 1921 e lì nei dintorni muore sessant’anni dopo. In mezzo tra la nascita e la morte c’è una vita intensa, iniziata rubacchiando qua e là come un comune teppistello da strada e proseguita tra mille mestieri, compreso quello di spazzacamino e d’operaio alla Renault, passata per l’occupazione nazista, un campo di lavoro in Germania e l’adesione convinta al movimento anarchico. Quando arriva a Parigi non ha ancora compiuto vent’anni. Vive per lungo tempo a poche centinaia di metri dal parco che oggi porta il suo nome ubicato nei pressi del vecchio mattatoio. La capitale lo affascina, lo ispira e lo accompagna per quasi tutta la vita anche se non riesce mai a conquistarlo completamente tanto che quando sente che la morte sta per arrivare chiede di tornare a Sète, in quella che considera davvero casa sua. L’atteggiamento è in linea con un personaggio che nella propria vita si cura pochissimo della forma, diversamente da quanto accade nella sua poesia e nelle sue canzoni. Eppure, nonostante tutto, senza Parigi probabilmente non esisterebbe Brassens. È nella Parigi dei primi anni del dopoguerra, infatti, che trova gli umori giusti per far decollare le sue canzoni. Nella capitale francese respira l’aria degli esistenzialisti, sia pur senza troppo confondersi si mescola con gli intellettuali e gira per le cantine con il suo piccolo ensemble di derivazione jazz mettendo in musica le poesie di autori scomodi come François Villon. In questi fumosi locali negli anni Cinquanta nasce la sua fama di interprete della canzone sociale, erede della tradizione della chanson réaliste. I personaggi che popolano i suoi brani sono quasi sempre gli ultimi, quelli che vivono ai margini della società cosiddetta civile e, spesso, si prendono gioco anche degli intellettuali con le loro presunzioni. Nonostante tutto però proprio l’intellettualità parigina finisce per amarlo alla follia. Non è l’unica contraddizione del lungo percorso artistico di Brassens perché il gioco delle parti a volte è riserva sorprese inaspettate. A lui, anarchico e anti-istituzionale per eccellenza toccherà in sorte di ricevere encomi e riconoscimenti da alcune tra le più paludate e prestigiose istituzioni francesi. Se la poetica letteraria dei brani di Georges Brassens appare rigida nella sua definizione formale fino ad apparire più vicina all’Ottocento che al Novecento la musica non è da meno. Impermeabile alle mode e a qualunque evoluzione, la struttura di tutti i suoi dischi dal 1951 alla fine degli anni Settanta è sempre impostata su voce, chitarra e contrabbasso. Sbaglierebbe però chi s’immaginasse una lunga serie di brani sostanzialmente tutti uguali come accaduto alla canzone cantautorale italiana e anche a quella statunitense nella sua fase calante. Georges Brassens non attinge da quel pozzo. Per quel che riguarda i testi si riallaccia alla grande tradizione della chanson réaliste francese, quella che ha tradizionalmente per protagoniste le figure che popolano i bassifondi: vagabondi, poveri protettori, sbandati, prostitute, ladruncoli e delinquenti di strada. Prima di lui il genere era caduto nella stanca ripetitività didascalica. Lui impugna la ramazza, toglie la polvere, spazza le ragnatele e mette chanson la réaliste in relazione con le nuove pulsioni musicali derivate dal jazz e soprattutto dallo swing. In questa operazione fa tesoro della lezione surrealista di Charles Trenet che lui considererà sempre il suo maestro. Il risultato è che le sue canzoni, lungi dal restare aristocraticamente riservate a pochi intenditori, finiscono per diventare un patrimonio disponibile a tutti. Ascoltandole si piange e si ride, ci si indigna e ci si commuove perché le sue storie sono hanno una forza comunicativa cui non si può resistere. C’è chi gli ha rimproverato per questo una scarsa coerenza con la sua militanza nel movimento anarchico come se l’impegno politico e sociale in musica avesse il dovere di produrre solo inni. Lui non ha mai risposto lasciando che le canzoni parlassero da sole. La carica rivoluzionaria contenuta in storie come quella del gorilla che sodomizza l’autorità viaggia sul filo dell’ironia e dell’intelligenza. Se qualcuno non ce l’ha né Brassens né altri possono farci niente. Georges Brassens nasce il 22 ottobre 1921 a Sète, una città della Francia meridionale dove resta fino al 1940 quando va a Parigi. Appassionato di poesia nel 1942 riesce a pubblicare un volumetto con le sue composizioni che passa inosservato. Lavora come operaio alla Renault ma nel marzo del 1943 viene reclutato a forza dai tedeschi per il Servizio di Lavoro Obbligatorio e spedito in Germania. Non ci resta per molto. Sfruttando una licenza torna a Parigi e si nasconde in casa di Jeanne Le Bonniec, la bretone che l’ospiterà a pensione per una ventina d’anni. Dopo la Liberazione di Parigi nel 1946 aderisce alla Federazione Anarchica e scrive con vari pseudonimi sul giornale “Le Libertaire", Nello stesso periodo comincia a cantare in pubblico le sue canzoni. Negli anni successivi suona in vari locali. La svolta arriva il 6 marzo 1952 quando tra pubblico che l’ascolta c’è Patachou, uno dei personaggi più popolari del cabaret francese. Patachou resta impressionata dalle sue canzoni e lo ingaggia per aprire i suoi spettacoli. Tre giorni dopo, il 9 marzo Georges Brassens debutta al Trois Baudets, uno dei templi del cabaret parigino di quel periodo. È il successo. Prima della fine dell’anno incide il suo primo album. Da quel momento, pur tra alti e bassi, la sia carriera continuerà ininterrottamente fino alla fine degli anni Settanta. Nel mese di novembre del 1980 si ammala di cancro. Quando capisce di essere condannato decide di lasciare Parigi. Nell'estate del 1981 torna nella sua città natale e il 29 ottobre dello stesso anno muore nel piccolo villaggio di Saint-Gély-du-Fesc, tra Séte e Montpellier, dove è ospite del suo amico e medico Maurice Bousquet.


28 ottobre, 2019

28 ottobre 1945 – Elton Dean, uno dei Soft Machine


Il 28 ottobre 1945 a Nottingham, in Gran Bretagna, nasce il sassofonista Elton Dean, un tipo curioso che nella sua carriera non ha disdegnato di suonare anche tastiere e strumenti vari. Dopo le prime esperienze con vari gruppi semi-professionali di jazz tradizionale dà vita ai Soul Pushers, una propria band di musica soul.. Verso la metà degli anni Sessanta, entra a far parte della band di Long John Baldry dove incontra il trombettista Marc Charig e il pianista Keith Tippett destinati a diventare suoi compagni di strada in varie occasioni. Dopo aver suonato in uno dei tanti gruppi formati da Keith Tippett, nel 1969 entra a far parte dei Soft Machine, uno dei più dotati e geniali gruppi di rock progressivo. Proprio nei Soft Machine militano anche Robert Wyatt, Hugh Hopper e Michael Ratledge, musicisti che, come lui, sono destinati a lasciare un segno importante nelle varie forme di contaminazione tra il rock inglese e il jazz elettrico e nelle altre forme di musica di confine. Terminata la collaborazione con i Soft Machine nel 1972 suona coi Centipede, una formazione di cinquanta elementi diretta da Keith Tippett. Successivamente prosegue l'attività dando vita a vari gruppi dall’organico variabile come i Just Us, i Ninesense o l’Elton Dean Quintet. In tutte queste avventure gli saranno al fianco, oltre ai soliti Tippett e Charig, musicisti come il batterista Louis Moholo, il trombonista Nick Evans, il sassofonista Alan Skidmore e il contrabbassista Harry Miller. Muore a Londra l'8 febbraio 2006.


27 ottobre, 2019

27 ottobre 1988 – Rattle and hum


Dublino non è una città abituata ai grandi eventi cinematografici come le prime mondiali. In genere si preferisce lanciare un film in una delle grandi capitali della comunicazione, preferibilmente negli Stati Uniti, al centro dell’Impero. Gli U2 no. Per la prima di “Rattle and hum” il film che li vede nel ruolo di ispiratori e protagonisti hanno imposto alla produzione Dublino, la loro città, uno dei tanti cuori della periferia dell’Occidente. La capitale irlandese reagisce con orgoglio a questa scelta e, il 27 ottobre 1988 in occasione della prima mondiale del film sugli U2 si dimostra all’altezza della situazione accogliendo con simpatia la moltitudine di giornalisti, critici, fans e semplici curiosi che arrivano nei modi più disparati per assistere all’avvenimento. I fortunati che riescono ad assistere al film ne parlano con entusiasmo. La band si sottopone di buon grado alla conferenza stampa insieme al regista del film, Phil Joanou, un californiano di Los Angeles laureato in cinematografia all’università della sua città, la prestigiosa UCLA. Ha soltanto venticinque anni e dopo una collaborazione con Steven Spielberg in “Amazing stories” ha all’attivo soltanto “Three o’ clock high”, un cortometraggio realizzato in proprio nel 1986. «Perché proprio lui, vista la scarsa esperienza?» chiedono i cronisti a Bono e compagni. La risposta della band è chiara: «Perché il film non poteva funzionare se non c’era sintonia tra le parti. Molti registi affermati ci avevano informato della loro disponibilità a partecipare al progetto, ma incontrandoli ci rendevamo conto che ciascuno di loro pensava a noi come a degli oggetti da muovere, da interpretare a suo piacimento. L’ultima cosa che volevamo era che qualcuno trasformasse il film in un circo hollywoodiano». Per vari mesi Joanou e un suo assistente hanno seguito con due telecamere i membri del gruppo girando una quantità di materiale sufficiente a realizzare centodiciotto documentari da novanta minuti l’uno. Per il montaggio sono stati necessari circa dieci mesi di lavoro. L’accoglienza del pubblico è entusiastica, ma anche la critica non arriccia il naso, nonostante la struttura narrativa del film sia tutt’altro che originale: è sostanzialmente un documentario che racconta una tournée. Lo fa, però, con mano leggera e gradevole, evitando di santificare gli artisti. E questo, non solo in quel periodo, è un fatto raro


26 ottobre, 2019

26 ottobre 1931 - Little Junior Williams e Detroit Junior, due nomi un solo blues


Il 26 ottobre 1931 nasce ad Haynesville, in Arkansas, Emery H. Williams jr., destinato a diventare un bluesman famoso con due nomi d'arte in due epoche diverse della sua carriera: Little Junior Williams e Detroit Junior. Gli inizi della sua carriera si perdono nella notte dei tempi. Sballottato qua e là dalla sua famiglia che si sposta continuamente vive l'infanzia in una sorta di triangolo tra le città di Forrest City, Memphis e Pulaski (un piccolo centro dell'Illinois). In questo suo vagabondaggio apprende le prime nozioni musicali, non complete dal punto di vista formativo, ma sufficienti a dargli la possibilità di cantare accompagnandosi in modo accettabile con pianoforte e chitarra. 
Nel 1948 si stabilisce a Flint nel Michigan, dove comincia ad esibirsi soprattutto nelle feste private. Ha diciassette anni e si presenta con il suo vero nome. La svolta sul piano professionale avviene nei primi anni Cinquanta, quando ottiene un contratto fisso dal Mellowland Club di Pontiac e incide i primi dischi con la Great Lakes. La sua giovane età gli regala il primo nome d'arte. In questo periodo, infatti, diventa Little Junior Williams. Nel 1953 forma i Blues Champs, una band destinata ad avere vita breve. Dopo lo scioglimento del gruppo riprende a vagabondare offrendo i propri servigi come solista e suonando occasionalmente con l'orchestra del Circle Club di Flint. Nel 1956 va a Chicago a cercare fortuna. La trova nella band del chitarrista Eddie Taylor e, dal 1959, con i Royal Aces di Little Mack. In quel periodo l'etichetta Bea & Baby gli propone un nuovo contratto discografico. «Sei già sotto contratto con altri?». Il buon Emery non si ricorda i termini del contratto con la Great Lakes, ma dice di no. Per evitare guai decide di cambiare nome d'arte. Nasce così Detroit Junior. Nel 1967 verrà ingaggiato dal grande Howlin' Wolf con cui resterà fino alla metà degli anni Settanta, partecipando tra l'altro al festival blues di Ann Arbor del 1972.

25 ottobre, 2019

25 ottobre 2004 - Quando Papa Wemba venne accusato di favorire l’immigrazione clandestina


Il 25 ottobre 2004 a Bobigny, Parigi, inizia il processo intentato contro Papa Wemba, una delle star della world music mondiale, nato in Congo, cittadino belga e residente in Francia, accusato di vari reati collegati all’immigrazione illegale. Il musicista rischia una pena pesante, fino a dieci anni di carcere, per aver fatto entrare in Francia centinaia di cittadini congolesi con un’ingegnosa truffa ai danni delle leggi sull’immigrazione. Secondo l’accusa, infatti, Papa Wemba chiedeva visti per loro dichiarando che erano componenti del suo nutrito gruppo Vive La Musique. Sempre stando alla ricostruzione dell’accusa i cittadini congolesi, una volta ottenuto il visto per la Francia, non avrebbero fatto più ritorno in Congo. Con Papa Wemba, il cui vero nome è Jules Shungu Wembadio Pene Kikumba, saranno giudicate altre sette persone. Il musicista, che ha cinquantacinque anni, al momento del processo ha già trascorso in prigione quasi quattro mesi da quando ha preso avvio l’inchiesta.



24 ottobre, 2019

24 ottobre 1925 – Willie Mabon, una vita tra blues e camion


Il 24 ottobre 1925 nasce a Hollywood, nel Tennessee, il bluesman Willie Mabon. Come accade a molti altri protagonisti della storia del soul e del blues, la sua prima scuola di musica è il coro della chiesa del quartiere dove vive. Nel 1940, a quindici anni, convinto che il canto possa essere la sua definitiva scelta di vita, inizia a studiare pianoforte e armonica, ma l'anno dopo è costretto a cambiare progetti. La morte improvvisa della madre lo costringe a stabilirsi a Chicago dove alterna lavori saltuari a sporadiche esibizioni nei locali della città. La fine della seconda guerra mondiale lo sorprende al volante di un poderoso autocarro di proprietà di un'impresa di trasporti. Appena può, però, abbandona la vita vagabonda e senza orari per fare l'operaio in una fabbrica d'ascensori. Il lavoro è più duro ma gli lascia maggior tempo per la musica. I suoi amici di quel periodo si chiamano Memphis Slim e Sunnyland Slim, personaggi destinati a scrivere pagine importanti nella storia del blues. Nel mese di dicembre del 1946 forma con Lazy Bill Lucas ed Earl Dranes un trio che debutta al Tuxedo Lounge. L'esperienza di gruppo gli piace. Nel 1948 dà vita ai Blues Rockers e qualche tempo dopo forma addirittura una sorta di big blues band. Sono anni fortunati che lo vedono protagonista di innumerevoli successi discografici tra cui spicca, nel 1952, il singolo I don’t know e, nel 1953, I’m mad. In quel periodo vagabonda per le varie città degli Stati Uniti accompagnato da una band di sette elementi. Negli anni Sessanta, mentre sull'onda dell'esplosione del beat tutto il mondo scopre e impara ad amare il blues, lui comincia ad avere una crisi di rigetto nei confronti del music business. L'invadenza delle case discografiche e del sistema in generale finiscono per fargli rimpiangere gli anni della gioventù, duri ma caratterizzati da maggior libertà. Quando nessuno se l'aspetta abbandona tutto e torna a guidare camion. Accade alla fine del 1967, dopo una lunga serie di concerti nei club di Chicago. Per evitare problemi con la sua casa discografica entra in sala di registrazione e incide a tappe forzate i brani previsti dal contratto. Poi si cerca un posto da camionista e lascia tutto. La scelta non sarà definitiva. Dopo quattro anni sulle strade tornerà a esibirsi alla fine del 1972. L'anno dopo, invitato in tournée in Europa, scoprirà Parigi e non si muoverà più. Stabilirà la sua residenza nella capitale francese e troverà gli stimoli giusti per continuare.



23 ottobre, 2019

23 ottobre 1940 – Nasce Edson Arantes Do Nascimento, in arte Pelè


Il 23 ottobre 1940 a Tres Corações in Brasile nasce un bambino che viene registrato all’anagrafe con il nome di Edson Arantes Do Nascimento e che tutto il mondo conoscerà con il nome di Pelé. Lui stesso racconta di chiamarsi Edson in onore di Thomas Alva Edison e di non aver mai apprezzato particolarmente il nomignolo di Pelé. Nonostante le sue personali preferenze resta nella storia dello sport e del costume proprio con questo appellativo di due sole sillabe regalatogli da un compagno di scuola e di giochi quando era ancora un ragazzino e rimastogli appiccicato per tutta la vita. Talento naturale viene scoperto all'età di 11 anni dall'ex giocatore della nazionale brasiliana Waldemar de Brito che lo segue e si incarica di trovargli una collocazione. Quando entra a far parte della prestigiosa formazione del Santos ha soltanto quindici anni e non ne ha ancora compiuti sedici quando, nel mese di settembre del 1956, debutta contro il Corinthians segnando un gol. Due anni dopo i mondiali di Svezia lo consacrano tra gli dei del calcio mondiale. La fortuna non l’assiste quattro anni dopo, ai Mondiali del Cile del 1962. Attesissimo e in gran forma si fa male nel primo incontro e chiude lì la sua avventura. I suoi compagni vincono di nuovo il titolo ma lui deve accontentarsi di entrare nell’albo d’oro della manifestazione senza mai alzarsi dalla panchina. Il destino sembra prendersi gioco di lui anche nei mondiali del 1966 quando, colpito a uno stinco nel corso della terza partita contro il Portogallo deve uscire dal campo in barella e assistere al resto degli incontri dalla panchina. Questa volta, però, il tormento dura poco perché il Brasile viene rapidamente eliminato. Per rivedere il suo genio calcistico all’opera nella più grande e importante competizione internazionale di calcio si dovrà attendere Messico 1970 quando ormai trentenne, assistito dalla giovanile esuberanza di Jairzinho, Tostao, Rivelino e Carlos Alberto darà al mondo una serie di prove delle sue straordinarie qualità In quello che passerà alla storia come il primo Mondiale di calcio trasmesso a colori (anche se in Italia lo si vedrà ancora in bianco e nero) Pelé regala almeno tre perle rimaste negli annuari del calcio spettacolo. La prima è il tentativo di colpire la Cecoslovacchi con un pallonetto da metà campo, la seconda il colpo di testa contro l’Inghilterra impossibile per posizione e per dinamica cui risponde con una parata-capolavoro il portiere inglese Gordon Banks. Terza, ma soltanto in ordine di tempo, è la finta con la quale lascia scorrere il pallone oltre il portiere dell'Uruguay uscito fuori area, per poi recuperarlo e tirare verso la porta mancandola di un soffio. Nella finale contro l’Italia realizza il centesimo gol del Brasile in un Mondiale con un colpo di testa dopo essere stato sospeso in aria per un’eternità. Tarcisio Burgnich, il difensore italiano che ha l’ingrato compito di marcarlo, non si dimenticherà più quella giornata: «Prima della partita mi ripetevo che era un uomo di carne e ossa come me e come tutti gli altri, ma sbagliavo». Il Brasile vince il titolo e Pelé entra definitivamente nella leggenda. Il giorno dopo la finale sulla prima pagina del Sunday Times c’è scritto: «Come si scrive Pelé? D-I-O». Nel 1974 Pelé annuncia il suo abbandono del campo da gioco, ma non è vero. Un anno dopo accetta di andare a giocare nei Cosmos di New York «per portare il gioco più diffuso al mondo al pubblico nordamericano». L’esperienza si rivela molto remunerativa ma non ottiene i risultati sperati sul piano sportivo per cui appende definitivamente le scarpe al chiodo nel 1977 dopo aver realizzato 1.281 gol, un record insuperato che fa di lui il più grande cannoniere della storia del calcio.


21 ottobre, 2019

22 ottobre 1958 - La prima volta di "Canzonissima"



Il 22 ottobre 1958 va in onda la prima puntata di “Canzonissima”, una sfida musicale collegata alla Lotteria di Capodanno, che qualche anno più tardi cambierà nome in Lotteria Italia. Il ruolo di presentatore-conduttore è affidato a Renato Tagliani, mentre l’ospite fisso è Ugo Tognazzi, che verrà sostituito successivamente da Walter Chiari. La prima edizione si concluderà il 4 gennaio con la vittoria di Nilla Pizzi, che canta L’edera, davanti a Claudio Villa con Arrivederci Roma. Verranno venduti 2.246.763 biglietti della lotteria e il possessore del biglietto accoppiato alla canzone vincitrice riceverà un premio di 100 milioni.


21 ottobre 1996 - I cantautori non sono il diavolo!


Il 21 ottobre 1996 il programma televisivo “Roxy Bar” condotto da Red Ronnie ha un ospite d’eccezione e inusuale. Si tratta del cardinale Ersilio Tonini. Il prelato dovrebbe confrontarsi con il cantautore Francesco De Gregori dopo le polemiche scatenate dal L’Osservatore Romano, il giornale del Vaticano, nei confronti dei cantautori italiani per l’utilizzazione di Dio nei loro testi. Il confronto, annunciato dalla stampa come una sorta di resa dei conti tra la musica dei giovani e la Chiesa, attira l’attenzione di milioni di spettatori. Contrariamente alle previsioni non c’è battaglia, ma un gesto ufficiale di conciliazione da parte dell’autorevole esponente della Chiesa Cattolica. Al termine del faccia a faccia con Francesco De Gregori, infatti, il cardinale Ersilio Tonini, si alza e abbraccia il cantautore esclamando «Posso ringraziare Dio di avere fatto uno come te».

19 ottobre, 2019

20 ottobre 1977 – Una copertina premonitrice per i Lynyrd Skynyrd

Il 20 ottobre 1977 un Convair 240 della compagnia privata Falcon Airways decolla da Greenville, nel South Carolina, con destinazione Baton Rouge, in Louisiana. A bordo, tra i ventisei passeggeri, ci sono i componenti dei Lynyrd Skynyrd accompagnati dal loro manager e dal trio vocale femminile delle Konkettes, da un anno coriste della band. Il gruppo sta recandosi alla Louisiana University di Baton Rouge dove ha in programma un concerto. Mentre sorvola lo stato del Massachusetts l’aereo ha un’improvvisa avaria. Il pilota tenta un atterraggio di fortuna, ma non può evitare l’impatto violento con il terreno, che avviene nei pressi della città di Gillsburg. Fortunatamente nello schianto il velivolo non prende fuoco, ma nell’incidente muoiono sei passeggeri, tra cui il cantante dei Lynyrd Skynyrd Ronnie Van Zandt, il chitarrista Steve Gaines, sua sorella Cassie, corista, e Dean Kilpatrik, il manager. Tutti gli altri componenti del gruppo, pur feriti, non sono in pericolo di vita. Tre giorni prima dell’incidente i Lynyrd Skynyrd hanno pubblicato l’album Street survivors, la cui copertina è illustrata da un fotomontaggio premonitore che mostra i componenti del gruppo avvolti dalle fiamme. La storia dei veri Lynyrd Skynyrd finisce qui, anche se negli anni successivi i membri superstiti tenteranno di riformare sull’onda della nostalgia quello che, con l'Allman Brothers Band e la Marshall Tucker Band, è stato uno dei maggiori gruppi del rock sudista. A differenza degli altri due gruppi però Van Zandt e i suoi compagni, non ne hanno rappresentato l’anima innovatrice, né si sono proposti di recuperare gli aspetti più significativi della tradizione musicale sudista. In gran parte della loro carriera essi si identificano con gli umori peggiori degli stati del sud degli Stati Uniti. Apertamente reazionari, all’inizio del 1977 appoggiano ufficialmente la campagna elettorale del leader razzista George Wallace. I brani riflettono questo clima e infiammano i giovani sottoproletari bianchi degli stati del sud, che ne assimilano la voglia di rivincita. La parte più intensa della loro storia finisce a Greenville, con la morte di Van Zandt, vero leader e anima del gruppo, ma la sfortuna no. Colpirà di nuovo, negli anni successivi, anche altri componenti della band tanto da alimentare la leggenda che vede nei Lynyrd Skynyrd un “gruppo maledetto”.



19 ottobre 1967 – Henderson Chambers ovvero quando il trombone da hobby diventa mestiere

Il 19 ottobre 1967 muore New York il cinquantottenne trombonista Henderson Chambers. Nato ad Alexandria, in Georgia, nel 1908 inizia a coltivare la passione per uno strumento inusuale come il trombone negli anni Venti, quando è ancora studente e suona con la banda del Morehouse College di Atlanta. Con il passare del tempo quello che sembrava un hobby diventa sempre più coinvolgente fino a quando, nel 1931, si trasforma definitivamente in un lavoro. Il primo direttore d'orchestra che gli offre un ingaggio professionale è Neil Montgomery. Per tutti gli anni Trenta la sua popolarità non va oltre i confini della Georgia dove suona con quasi tutte le orchestre impegnate nei locali jazz dello stato in cui è nato. Sono le cosiddette "territory bands", le orchestre territoriali che traggono vita e sostanza dal luogo dove sono nate e qui esauriscono il loro ciclo. La limitazione spaziale non ne diminuisce il valore, anzi. Alcune sono destinate a entrare nella storia del jazz e molte di queste schierano in vari periodi il trombone di Chambers. È il caso delle band di Doc Banks, Jack Jackson, Speed Weeb e Zack Whyte, solo per citare quelle più conosciute. Verso la fine degli anni Trenta Chambers è con l’orchestra del sassofonista Al Sears che lascia successivamente per passare a quella di Tiny Bradshaw. All’inizio degli anni Quaranta lascia la sua Georgia e se ne va a New York per suonare al Savoy Ballroom con Chris Columbus. Qui ha modo di farsi notare dalla critica e dal pubblico, suscitando consensi e stupore per il suo stile ricco di abbellimenti e sostenuto da una tecnica sopraffina. L’anno successivo viene ingaggiato da Louis Armstrong, con la cui orchestra entra per la prima volta in sala di registrazione nel 1941. Nel 1943 suona insieme a Don Redman e poi al clarinettista Edmond Hall, con il quale lavora per diversi anni. Proprio con l'orchestra di Hall accompagna il suo vecchio amico Louis Armstrong nel concerto alla Carnegie Hall dell’8 febbraio 1947, considerato uno dei migliori tra i tanti registrati dal trombettista nel corso degli anni Quaranta. Negli anni Cinquanta suona con Lucky Millinder, Count Basie, Buck Clayton, Cab Calloway, Duke Ellington e Mercer Ellington. Considerato ormai uno dei migliori trombonisti di scuola swing, rinuncia alla tentazione di dar vita a una propria orchestra e nel decennio successivo darà il suo contributo strumentale alla costruzione del mito di Ray Charles.

18 ottobre, 2019

18 ottobre 1973 - Addio a Virgilio Crocco


«È morto Virgilio». Il 18 ottobre 1973 a La Crosse, nel Wisconsin, mentre sta attraversando la strada per rientrare in albergo insieme al suo amico Eugenio Malgieri, Virgilio Crocco viene travolto da un’auto e muore. Per Mina è un colpo terribile. Un altro pezzo della sua vita se ne va per sempre. Nonostante il fallimento del matrimonio era rimasta in ottimi rapporti con un uomo che stimava profondamente e dal quale aveva tratto la forza di rinnovarsi, di capire meglio quale strada prendere, come comportarsi e, soprattutto, come difendersi dall’aggressività dei “media”. La lenta consunzione della loro storia d’amore non aveva intaccato l’amicizia e la confidenza che, anzi, sembravano uscire rafforzati dalla fine di un ingombrante e ambiguo legame come quello matrimoniale. Il dolore è fortissimo e contribuisce a farla chiudere ancor di più in se stessa. Per qualche tempo neppure gli amici più fedeli possono nulla contro il muro impenetrabile di silenzio che si è costruita intorno. Pian piano ritrova se stessa, insieme alla consapevolezza che non ce la fa più a reggere gli obblighi di un mondo falso e artificiale come quello dello spettacolo.


17 ottobre, 2019

17 ottobre 1931 – Lucio Capobianco, il trombone innamorato di Genova

Diciamo la verità, quando si parla di jazz è difficile pensare a Genova. In genere sono altri i nomi di città che vengono in mente, New Orleans, Chicago, Detroit o se si vuol essere più nazionalisti Milano, Bologna o Roma. La città della lanterna, famosa per la sua “scuola di cantautori” non è istintivamente accostata al jazz. Eppure proprio a Genova nasce, il 17 ottobre 1931, Lucio Capobianco, destinato a diventare con il suo trombone uno dei personaggi di primo piano della scena jazzistica europea. Il suo incontro con quella strana musica definita dal regime fascista “negroide e degenerata” avviene solo dopo la Liberazione, quando ha già quasi quattordici anni. Prima era impossibile. Un po’ perché per un ragazzino non è facile frequentare i locali notturni e poi perché le proibizioni del regime fascista rendevano pressoché impossibile per chiunque pubblicizzare un concerto jazz. Quando Lucio ascolta per la prima volta quella strana musica porta ancora i calzoni corti e pur non potendo ancora dirsi un adulto non è più un bambino. Non ha alle spalle alcuna preparazione musicale di base, non conosce molto di ciò che sta ascoltando, ma è attratto dal trombone. Lo incuriosisce quella specie di stantuffo che viene spinto avanti e indietro per modulare il suono. Riesce a procurarsene uno e inizia a soffiare senza troppe pretese. Progressivamente lo strumento diventa la sua unica occupazione. Incurante delle critiche degli scettici e delle chiacchiere di chi cerca di dissuaderlo, tira avanti diritto per la sua strada. Sospinto da una feroce determinazione e da una volontà di ferro quando non soffia nel trombone va nei piccoli circoli jazz della sua città e cerca di “rubare il mestiere” a chi ne sa più di lui. Non ha ancora diciotto anni quando, con una ristretta cerchia di appassionati, inizia a suonare negli scantinati della sua città. Nel 1954, a ventitré anni, fonda il suo primo gruppo, la Riverside Syncopators Jazz Band con il trombettista Bruno Martinoli, il clarinettista Lello Mango, il pianista Donato Bianco, il banjoista Claudio Malcapi e il batterista Bruno Chinea. La band, che si ispira all’esperienza della Creole di King Oliver, diventa rapidamente popolare tra gli appassionati di tutta Italia e, pian piano si fa conoscere anche all’estero ottenendo prestigiosi riconoscimenti i festival importanti come quello di Sopot in Polonia nel 1957 e di Lugano nel 1959. Nel 1960 la Riverside Syncopators Jazz Band viene proclamata “miglior formazione italiana di stile tradizionale” da un referendum indetto da un programma radiofonico specializzato della Rai. Vari problemi, soprattutto finanziari, lo portano un paio d’anni dopo a sciogliere la sua band. Inizia così un rapporto di collaborazione con Carletto Loffredo destinato a durare per molto tempo. Nonostante le tournée, gli impegni internazionali e la popolarità che lo circonda non chiude il rapporto con la sua città natale che lui ama molto anche se non è New Orleans. Quando ne ha la possibilità torna a Genova e non è raro ascoltarlo mentre si lancia con altri strumentisti in qualche esibizione improvvisata nel locale che considera ormai la sua “vera casa”: il Louisiana Jazz Club. Agli amici confessa che il suo più grande desiderio è quello di tornare a lavorare a tempo pieno in una formazione della sua città. Il sogno si realizza nel 1970 quando nasce la Genova Dixieland All Stars, con, oltre a lui, il trombettista Fausto Rossi, il clarinettista Lello Mango, il pianista Armando Corso e altri strumentisti della città. La band fa conoscere il nome della città della lanterna in tutto il mondo accompagnando varie stelle di prima grandezza del firmamento jazzistico come Albert Nicholas, Bill Coleman, Bud Freeman, Wild Bill Davison, Kenny Davern, Dick Wellstood, Yank Lawson e Ralph Sutton, tutti rigorosamente invitati a passare qualche ora al Louisiana Jazz Club di Genova. Un omaggio dovuto, ci mancherebbe altro! Lucio muore l'8 luglio 2012.



16 ottobre, 2019

16 ottobre 1984 - Quando i Pretori spensero le TV di Berlusconi


Il 16 ottobre 1984 i pretori di Roma, Torino e Pescara dispongono che vengano oscurate le emissioni di Canale Cinque, Italia Uno e Retequattro le tre reti divenute di proprietà di Silvio Berlusconi per violazione delle norme vigenti in materia di telediffusione. Pochi giorni dopo il Presidente del Consiglio Bettino Craxi presenterà un decreto legge per consentire al gruppo privato di riprendere le trasmissioni sul territorio nazionale. Il cosiddetto “decreto Berlusconi” verrà respinto dalla camera perché incostituzionale, ma sarà riproposto e approvato definitivamente il 31 gennaio 1985.


15 ottobre, 2019

15 ottobre 1967 – Gigi Meroni il calciatore beat e capellone


La sera del 15 ottobre 1967 un’auto travolge a Torino Gigi Meroni, il calciatore beat e capellone del Torino e della nazionale. Eccentrico e anticonformista, con i suoi capelli lunghi, i vestiti colorati e la vita sregolata era divenuto un simbolo per le nuove generazioni che si specchiavano nella sua immagine al di là del colore della sua maglia e del semplice fatto sportivo. La sua morte improvvisa e tragica ne alimenta il mito e lega per sempre la sua immagine all’Italia degli anni Sessanta quando i giovani di tutto il mondo iniziano a comunicare sulla stessa onda utilizzando la musica. In quegli anni i giovani della prima generazione nata dopo la seconda guerra mondiale rovesciano la scala gerarchica che li voleva trasparenti in attesa di diventare adulti e decidono di vivere il loro tempo da protagonisti. È l’avvio di un’onda lunga che non resterà limitata al fenomeno di costume ma finirà per investire l’intero assetto della società, istituzioni politiche comprese. Ben presto alle parole d’amore adolescenziale si sostituiscono contenuti diversi. I giovani parlano di parità dei sessi, libero amore, rifiuto del consumismo e pace universale. Nell’Italia tradizionalista del dopoguerra il contrasto generazionale diventa fortissimo e ricco di una simbolica trasgressiva. Capelli lunghi, minigonne, jeans con l’aggiunta di coloratissimi e stravaganti accessori, tutti i segni di identificazione delle giovani generazioni vengono presi di mira dai media. Chi porta i capelli lunghi viene sbrigativamente e negativamente definito dai giornali “capellone”, mentre per le ragazze che osano indossare la minigonna si conia il termine “ninfette” prendendo a prestito la definizione inventata dallo scrittore Nabokov per la sua Lolita. Dall’altra parte si prendono le distanze dagli interlocutori adulti definendoli “matusa”, dalla contrazione di Matusalemme, l’uomo più vecchio della storia del genere umano. La risposta alle accuse viene affidata alle canzoni dei gruppi o “complessi”, come si chiamano in quel periodo mutuando un termine preso a prestito dal jazz. «Ma che colpa abbiamo noi» cantano i Rokes, mentre i Nomadi chiedono ai censori «Come potete giudicar… chi vi credete che noi siam/per i capelli che portiam?». Nella contesa generazionale entrano anche i vecchi ribelli del rock che un po’ dappertutto reagiscono spaventati all’ascesa dei nuovi ritmi. E se in Francia un rocker come Johnny Hallyday canta di «capelli lunghi e idee corte», in Italia Celentano gli risponde a ritmo di rock and roll «…tre passi avanti e crolla il mondo beat…». Meroni era uno dei simboli di tutto questo oltre che un calciatore.


14 ottobre, 2019

14 ottobre 1977 – Bing Crosby, un soprannome nato da una striscia


Il 14 ottobre 1977 muore Bing Crosby, uno dei personaggi più importanti della musica pop statunitense. Nato a Tacoma, nello stato di Washington, il 2 maggio 1904 da Harry Crosby e Kate Harrigan, cresce a Spokane. La sua famiglia non se la passa benissimo e il ragazzo deve abbinare il lavoro allo studio per essere di aiuto alla numerosa famiglia. A otto anni viene soprannominato Bing, come il popolare personaggio della comic strip “Bingleville Bugle” di cui è un appassionato lettore. Studia alla Webster School e poi al Gonzaga Institute, retto dai Gesuiti, dove inizia, ma non completa, gli studi di legge. Le sue prime esperienze musicali risalgono al 1920, quando è batterista e cantante dei Juicy Seven, un gruppo scolastico. Nel 1921 entra a far parte dei Musicaladers un gruppo modellato sullo stile della Original Dixieland Jazz Band. In quegli anni dà vita anche a un duo novelty di canto e piano con il pianista del gruppo, Al Rinker, fratello della cantante Mildred Bailey. Nel 1925, dopo lo scioglimento dei Musicaladers, i due si trasferiscono a Los Angeles, e, grazie all'interessamento di Mildred Bailey, vengono ingaggiati dalla compagnia di vaudeville Fanchon & Marco al Boulevard Theatre di Los Angeles. Le loro interpretazioni jazzate di motivi di successo (San, China Boy, Copenhagen) integrate da effetti speciali mutuati dai Mound City Blue Blows e da occasionali battute comiche, ottengono un buon successo. Per questa ragione l'impresario Arthur Freed li scrittura per la rivista “The Morrisey Music Hall Revue”, messa in scena al Majestic Theatre di Los Angeles. Partecipano poi a uno spettacolo di varietà al Metropolitan Theatre, dove vengono notati da Paul Whiteman, allora all'apice della popolarità, che li aggrega alla sua orchestra come numero di attrazione. Il pubblico di Whiteman però non li apprezza particolarmente e il loro ruolo si riduce quasi esclusivamente al sottofondo vocale delle parti strumentali insieme ad altri vocalist della band. Le cose cambiano quando Whiteman scrittura Harry Barris, un giovane e dinamico pianista e cantante hot proveniente dall'orchestra di George Olsen dando vita ai Paul Whiteman's Rhythm Boys. Il buon successo ottenuto con brani come Mississippi Mud, scritto dallo stesso Barris, e From Monday On, sembra rilanciare Bing e il suo compagno, ma la loro caparbia insistenza a dare sempre maggiore spazio alle battute comiche a detrimento della parte musicale finisce per stancare il pubblico e lo stesso Paul Whiteman che li allontana dall’orchestra. Bing, Rinker e Barris si esibiscono nei teatri e nei night-club di varie città della California ottenendo un notevole successo al Monmartre Café di Los Angeles e un successivo ingaggio al prestigioso Cocoanut Grove di Hollywood. Nel frattempo Bing Crosby sposa la cantante e attrice Wilma Wyatt (Dixie Lee) decide di sfruttare la popolarità guadagnata nei locali con un proprio programma radiofonico dove le sue canzoni When the Blues of the Night e I Surrender Dear fanno faville. Sotto l’abile gestione del fratello maggiore Everett viene scritturato anche dalla casa cinematografica Paramount che lo trasforma in una star del cinema musicale hollywoodiano. La popolarità non lo abbandona più fino alla morte e non conosce appannamenti neppure quando, alla soglia dei settant'anni, riduce al minimo le sue apparizioni in pubblico. Il comico Bob Hope, suo grande amico ed estimatore, a chi vaticinava il declino di Bing dinanzi alla esplosione di Frank Sinatra (soprannominato "swoonatra" perchè faceva svenire le fans) agli inizi degli anni Quaranta, replicava con queste parole, che al di là del paradosso contengono un fondo di verità: «Non si preoccupi per Bing: quello è l'uomo che fece svenire la madre di Sinatra ed è anche l'uomo che fra una quindicina d'anni farà svenire la figlia di Sinatra».

13 ottobre, 2019

13 ottobre 1984 – Il primo cedimento commerciale degli U2

Il 13 ottobre 1984 entra nella classifica dei dischi più venduti in Gran Bretagna l’album The unforgettable fire degli U2, realizzato con la collaborazione di Brian Eno e del tecnico del suono canadese Daniel Lanois. Il titolo del disco è “rubato” da quello di una mostra di quadri dipinti dagli scampati al bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki che i componenti della band hanno visitato a Chicago. «In quei quadri – dice Bono, il leader del gruppo – abbiamo visto l’orrore della strage, la disperazione di un mondo che ha l’impressione di essere arrivato a un punto di non ritorno. Abbiamo, però, visto anche la speranza di risollevarsi, la voglia di continuare a credere nell’alba di una nuova era di pace. Ci siamo immersi in quell’atmosfera e l’abbiamo fatta nostra. Abbiamo voluto dare a chi ci ascolta le stesse sensazioni. L’album è come una mostra di quadri, solo che le pennellate di colore, le sfumature, i disegni sono sostituiti da voci, ritmi e melodie, oltre che da parole». L’opera segna una svolta nella carriera degli U2 che, grazie anche al lavoro di cesello di Eno e Lanois, si presentano al pubblico con un suono diverso dal passato, meno aggressivo e violento. Le atmosfere sonore su cui si dipanano i brani sono morbide e curate, lasciando ai testi il compito di dare il senso della continuità con i lavori precedenti. Le canzoni danno il consueto spazio ai temi sociali, all’importanza della solidarietà e alla difesa dei diritti umani. Nonostante tutto, però, una parte della critica storce il naso, arrivando a parlare di svolta “commerciale” degli U2, e lascia intendere che si tratta del primo cedimento del gruppo nei confronti del music business.

12 ottobre, 2019

12 ottobre 1985 – Chi sono i Ready For The World?


Il 12 ottobre 1985 al vertice della classifica dei singoli più venduti negli Stati Uniti arriva il brano Oh Sheila, una canzoncina gradevole e ben fatta firmata da una band che si fa chiamare Ready For The World. «Chi diavolo sono questi Ready For The World?» è la domanda che rimbalza negli ambienti musicali statunitensi e qualcuno comincia a pensare che la band non esista. C’è chi avanza esplicitamente l’ipotesi che la sigla nasconda un gruppo fantasma composto da strumentisti di studio al servizio di una geniale operazione commerciale della MCA Record. Prima che le voci riescano a prendere consistenza i Ready For The World si fanno vivi. Sono una vera band e non sono neanche di primo pelo. Nascono nel 1982 quando due tra i gruppi più popolari di Flint, nel Michigan, si raggruppano per esibirsi eccezionalmente insieme. Lo strano supergruppo, inizialmente formato più per scommessa che per effettiva convinzione, finisce per vivere di vita propria determinando la fine delle due band originarie. La sua composizione ha notevoli elementi d’originalità, visto che raggruppa strumentisti che rischiano di essere dei doppioni. Li aiuta nell’avventura la versatilità di alcuni elementi come il cantante, pianista e chitarrista Melvin Riley e l’eccentrico Gordon Strozier che passa indifferentemente dalla chitarra al basso alla batteria. La formazione dei Ready For The World è completata dal tastierista Gregory Potts, dal bassista John Eaton, dal batterista Gerald Valentine e dal percussionista Willie Triplett. Superati i problemi di amalgama i sei ragazzi incrociano sulla loro strada un disk jockey della loro città, “Mojo” Johnson, che ne intuisce le potenzialità, li aiuta a realizzare i primi demo e, soprattutto, li convince a investire i loro risparmi in un’etichetta indipendente, la Blue Lake Records, per la quale pubblicano il primo singolo Tonight. Il disco spopola solo nella loro città, ma attira l’attenzione della MCA che decide di scritturarli. Un singolo d’assaggio precede il grande successo di Oh Sheila che fa di loro uno dei gruppi rivelazione del 1985. Decisi a sfruttare il buon momento pubblicano anche l’album Ready For The World. La loro è, però, una breve fiammata. L’anno dopo, nonostante il buon successo del singolo Love you down entreranno in una fase di declino irreversibile che li riporterà rapidamente nell’anonimato.


10 ottobre, 2019

11 ottobre 1963 – L’usignolo di Francia vola via

L'11 ottobre 1963, Edith Piaf, l’usignolo di Francia, apre le ali e vola via. La notizia non arriva al mondo inaspettata. Da tempo il suo fragile corpo faceva fatica a contenere la sua corsa vitale e tutti se n'erano accorti quattro anni prima quando, sul palcoscenico del Waldorf Astoria di New York, era crollata priva di sensi prima della fine del concerto. Quel segnale non aveva trovato risposte. Lei non aveva mollato e, ancora all'inizio di quel tragico 1963, nonostante le precarie condizioni di salute, aveva voluto tenere un concerto all’Olympia programmato da tempo. L’ultimo. Sul palco tutti l’avevano vista curva, minuta, rinsecchita, con le dita rovinate dall’artrite. Solo il suo volto risaltava sotto le luci di scena bianco, pallido e segnato dal tempo e dai colpi del destino. Una madonnina dei dolori che era però scomparsa non appena la musica aveva cominciato a diffondersi per la sala. Quando aveva liberato la voce, la grottesca figurina si era dissolta lasciando il posto alla solita, grande, cantante. Poco tempo dopo era arrivato il ricovero in ospedale, l’inizio della fine. La sua voce si spegne ed Edith entra in uno strano mito fatto di leggende, memorie, testimonianze, tutte importanti, ma incapaci, da sole di spiegare un fascino che, a distanza di quasi mezzo secolo dalla sua scomparsa, colpisce ancora l'immaginario dei popoli d'Europa. E la risposta è forse in quella voce che riesce ancora ad accarezzare, ferire, accompagnare e far sognare. Lì c'è l'elemento centrale della sua grandezza artistica. La sua voce, infatti, è uno strumento di comunicazione. Nessuno prima di lei l'ha utilizzata così, con quella forza, con quella capacità di comunicare se stessa all'indistinto pubblico che ascolta. È unica nella sua capacità di trasmettere a così tante persone l’angoscia, la tristezza e la carica drammatica di un'esistenza vissuta come una corsa a ostacoli, ciascuno dei quali superato cedendo in cambio un pezzo di vita. Per questa ragione il concetto di versatilità vocale in Edith Piaf cambia significato. In lei non definisce la capacità di interpretare una pluralità di stili e generi o quella di reinventare e filtrare attraverso la sua personalità brani molto diversi fra loro. Per Edith la versatilità vocale è un concetto complesso, è la capacità di fare della voce uno strumento espressivo quasi teatrale. Si alimenta direttamente alla sfera dei sentimenti, a un aggrovigliato incrociarsi di pensieri, aspirazioni e tragedie personali. La duttilità della sua voce non è mai al servizio esclusivo degli autori delle canzoni, ma mette davanti a tutto la necessità di comunicare con il pubblico fino a travalicare, se necessario, anche il significato stesso delle parole, anche quando è lei stessa a scriverle. Fin dal suo primo apparire la critica, nel continuo e spesso eccessivo sforzo di catalogare tutto, inventa il termine di chanson intime per definire il genere da lei interpretato. La definizione è troppo riduttiva e parziale. Non riesce, infatti, a rendere efficacemente la capacità della voce di Edith di dare voce e musicalità diretta a quella gamma di sentimenti e sensazioni che fino a quel momento aveva trovato solo nella poesia la sua principale espressione. La voce, infatti, cambia in funzione delle emozioni che deve esprimere e talvolta anche all’interno dello stesso brano. Non a caso Jean Cocteau disse di lei: «Senza la voce di questa piccola cantante Parigi cesserebbe di essere Parigi. Sono proprio voci come questa che ne interpretano l’anima poetica». La forza principale di Edith è tutta nella sua voce profonda e capace di sfumature di grande drammaticità. A dispetto di tutte le sue imitatrici postume non tenta mai di catturare l’attenzione degli ascoltatori spingendo la potenza al limite delle sue capacità vocali, né cerca l’acuto da applauso. È più interessata all’aspetto espressivo, a comunicare direttamente con il cuore del pubblico. L’intensità per lei è più importante del vocalizzo. Non a caso irride i critici quando dice: «Il mio conservatorio è stato la strada. La strada è una buona scuola. È lì che ti danno il diploma di cantante. Il pubblico lo vedi. Ti sta davanti. Faccia a faccia. Senti il suo cuore battere, dice quello che pensa. Sai quello che gli piace e quello che non gli piace. E se per caso si commuove e piange è fatta. Puoi essere sicuro che la questua andrà bene». Non è una provocazione. Le sue radici sono dentro di lei e fanno parte della sua arte. Senza quelle radici non sarebbe quello che è. In più Edith era dotata di una buona tecnica vocale, appresa un po' sulle strade e un po' dai mille maestri che hanno attraversato la sua di strada. Nelle sue canzoni, nella sua stessa vita si ritrova, poi, un pezzo della cultura di quest'Europa che, a dispetto di chi ha come punto di riferimento il capitale e i banchieri, ha avuto momenti altissimi di cultura. La voce di Edith porta con sé gli echi della storia novecentesca, tormentata e drammatica di un continente ricco di conflitti, di slanci, di tragedie e segnato da due guerre devastanti. La sua stessa vicenda personale l'attraversa con rabbia e gioca, talvolta inconsciamente, a sfidare il potere. Dopo la promulgazione delle leggi razziali unisce la sua vita a quella del pianista ebreo Norbert Glanzberg e quando Broadway il pubblico la fischia apre le porte della sua camera d’albergo soltanto a Longuet, l’inviato di “Ce soir”, un quotidiano dell’area comunista. Il ricordo della Piaf appartiene alla strada, ai popoli della notte, a quella sterminata umanità che non la tradisce e non l'abbandona neppure di fronte all'ineluttabilità della morte. È questo il segreto di un'immortalità che non si alimenta di certezze, ma neppure di rimpianti o, peggio, di tardive abiure e pentimenti. Ciò che è stato e stato ed è importante proprio perché è parte di quello che si è oggi. Per questo, oggi come allora, la sua voce ci ricorda che: «Je ne regrette rien…»


10 ottobre 1934 - Elio Mauro, l'operaio dalla chitarra d'oro


Il 10 ottobre 1934 nasce ad Avezzano, in provincia de L'Aquila, il cantante e chitarrista Elio Mauro, all’anagrafe Aurelio Collacciani. Per lungo tempo per lui la musica resta soltanto un hobby da coltivare nel tempo libero che gli resta dopo il lavoro come operaio nelle Acciaierie di Terni. La svolta nella sua vita arriva inaspettatamente nel 1950 quando viene scritturato da una compagnia di varietà diretta Vichi De Roll e Anna Galento. Da quel momento lascia le Acciaierie di Terni per dedicarsi completamente alla musica. Dotato di una voce calda dall'impostazione moderna e di una buona tecnica chitarristica si adatta bene all'ambiente dello spettacolo anche perché non insegue particolari sogni di gloria. L'esperienza da operaio l'ha abituato ad accettare tutto quello che arriva senza guardare troppo per il sottile. Suona e canta con numerose orchestre ed è disponibile anche a sopportare le non sempre agevoli tournée nei locali da ballo di mezzo mondo. Proprio al ritorno da un lungo tour in terra straniera viene scritturato nel 1954 dalla Rupe Tarpea, un locale romano alla moda. Sono i tempi della "dolce vita" e Roma è un luogo d'incontro per le star hollywoodiane. Lui con la sua voce e la sua musica fa da colonna sonora ai frequentatori del suo locale, tra i quali c'è anche Ava Gardner. Proprio l'attrice, innamorata della sua musica, gli regala una chitarra d'oro. Nel 1955 vince un concorso alla RAI e inizia a cantare a Radio Roma, ma successivamente parte per un lungo tour negli Stati Uniti. Partecipa poi alla commedia musicale "Irma la dolce" con Vittorio Gassman e nel 1959 arriva secondo al Festival di Napoli cantando Padrone d''o mare. La sua popolarità è legata all’interpretazione di brani come Stella furastiera, Ave Maria no morro e, soprattutto La canzone del faro, sigla della famosa inchiesta televisiva "Viaggio nel Sud". La sua voce compare nelle colonne sonore di molti film tra cui il felliniano "Le notti di Cabiria".