18 settembre, 2019

19 settembre 1960 - Signori, ecco il twist!


Il 19 settembre 1960 Chubby Checker, uno dei tanti sconosciuti cantanti dell'etichetta Cameo-Parkway, entra per la prima volta nella classifica dei dischi più venduti negli Stati Uniti con la canzone The twist, destinata a cambiare per sempre la sua vita. Il ragazzone nero non doveva neppure interpretare quel brano, originariamente registrato da Hank Ballard. La fortuna ci mette, però, lo zampino. Tutto inizia quando Chubby, che in quel periodo si chiama ancora Ernest Evans, sta bighellonando negli studi di registrazione del programma televisivo "American bandstand". Proprio mentre è lì Hank Ballard comunica che non può arrivare in tempo per cantare The twist. Il presentatore Dick Clark chiede se sul posto ci sia qualcuno in grado di sostituirlo. Le alternative possibili risultano due: Danny & the Juniors e Chubby Cheker. La scelta cade su Chubby. Sulla base registrata dai musicisti dello show il ragazzone fa del suo meglio per non sfigurare. Da quel momento diventa il profeta del twist, un ballo che fa impazzire il mondo e che lui descrive così: «Il twist è talmente facile che non lo puoi insegnare. All'inizio ti devi mettere nella stessa posizione di un pugile all'inizio dell'incontro, poi devi muovere le anche come se ti stessi strofinando il corpo con un asciugamano e mentre il corpo si muove avanti e indietro, le braccia fanno lo stesso nella direzione opposta. Il twist è tutto qui». Già, è tutto lì. Forse proprio per la sua semplicità il ballo, nato da una variazione del preesistente Jive, diventa in una mania sconvolgente, una moda che non conosce confini. Sulle sue ali Chubby Cheker gira il mondo intero mentre anche il cinema sfrutta la sua popolarità chiamandolo a interpretare film come "Twist around the clock" e "Don't knock the twist". Nonostante tutto, però, il ballo che lo porta al successo finirà per trasformarsi in una condanna. Nella sua carriera tenterà varie strade ma non riuscirà mai a scrollarsi di dosso l'etichetta di "re del twist".



18 settembre 1926 – Enrico Maria Salerno, la voce di Clint Eastwood e di Cristo


Il 18 settembre 1926 nasce a Milano Enrico Maria Salerno. È ancora studente quando per seguire il desiderio di fare l’attore comincia muovere i primi passi nel mondo del teatro della sua città e nel 1949 ottiene la sua prima scrittura regolare con la Compagnia Adani-Tofano-Cimara. Negli anni seguenti passa dal Piccolo Teatro di Milano dove interpreta “La morte di Danton”, al Piccolo Teatro della Città di Roma e, a partire dal 1954, al Teatro Stabile di Genova dove ottiene eccellenti critiche in opere di Cechov, Dostojevskij, Pirandello e altri autori importanti. Negli anni Cinquanta inizia a lavorare anche nel cinema dove dopo essersi fatto conoscere per in una serie di lungometraggi di genere viene scritturato per uno dei ruoli principali nel film Estate violenta di Valerio Zurlini. Nel 1960 con Gino Cervi, Marcello Mastroianni, Nino Manfredi, Giancarlo Sbragia e Arnoldo Foà dà vita al primo vero Sindacato degli attori Italiani. Ormai considerato uno dei grandi personaggi dello spettacolo italiano alterna gli impegni teatrali con quelli televisivi e cinematografici. Nel cinema oltre che come attore, ottiene un buon successo come doppiatore (è sua la voce di Clint Eastwood nella “trilogia del dollaro di Leone” e quella di Cristo ne Il Vangelo Secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini) e come regista. Muore a Roma il 28 febbraio 1994 dopo aver interpretato centodue spettacoli teatrali, novantadue film per il grande schermo e un’infinità di spettacoli per la televisione.


17 settembre 1952 - Leonard V. Bechet, dentista e trombonista

Il 17 settembre 1952 muore nella sua città natale, cioè a New Orleans, in Louisiana, il trombonista Leonard V. Bechet. Nato il 25 aprile 1877 è il fratello del clarinettista Sidney Bechet, più popolare di lui. Di lui non si sa molto. All’inizio del Novecento è il leader della Silver Bells Band, un ensemble che si esibisce a New Orleans dal 1903 al 1907. Poi divide la passione musicale con il mestiere di dentista. Negli anni Venti è il direttore e leader della Young Superior Brass Band, un’orchestra che oltre a lui comprende il trombettista Arthur Derbigny, il clarinettista Andrew Morgan, il banjoista Whitey Arcenaux, il bassista (contrabbasso e tuba) Tommy Hudson e il batterista Arthur Joseph.

15 settembre, 2019

15 settembre 1965 - Steve Brown, il campione dello slap


Il 15 settembre 1965 muore all'età di settantacinque anni il contrabbassista Steve Brown, all'anagrafe Theodore Brown, fratello minore del trombonista Tom Brown. Protagonista di primo piano del revival dixieland degli anni del dopoguerra, si fa notare per la prima volta nel 1923 quando sostituisce il contrabbassista Arnold Loyacano nell'orchestra dei New Orleans Rhythm Kings. Nello stesso periodo suona anche con il gruppo del cornettista Murphy Steinberg al "Midway Gardens" di New Orleans. All'inizio degli anni Trenta se ne va a Detroit dove ha modo di allargare la sua popolarità con vari gruppi, alcuni dei quali lo vedono nel ruolo del leader. Verso la metà degli anni Cinquanta si unisce alla band del fratello Tom senza però rinunciare a qualche esperienza autonoma. Legato agli schemi del jazz più morbido e tradizionale è uno dei campioni della tecnica contrabbassistica dello "slap" tanto che c'è chi lo definisce, a torto, «l'inventore dello slap». Che cos'è lo slap? La parola, che significa "schiaffo", indica una tecnica particolare per suonare il contrabbasso nata all'inizio del secolo e che consiste nello "schiaffeggiare" corde e cordiera dello strumento sui tempi pari della battuta in 4/4 dopo aver pizzicato la nota sui tempi dispari. Quando lo slap viene dato "in levare" fra tutti e quattro i tempi della battuta si crea una sorta di raddoppio del tempo iniziale. Brown, dunque, non l'ha inventata, visto che esiste già quando lui inizia a suonare, ma ne ha sviluppate le possibilità. Non si limita, infatti, a utilizzare lo slap in modo rigido, ma ne fa una componente sonora dell'esecuzione. Invece di pizzicare le corde trasversalmente, lo fa tirandole verso l'esterno in modo che la corda ribatta contro la cordiera producendo, oltre alla nota voluta, un rumore secco come una frustata. È ancora oggi possibile verificarne l'efficacia in brani divenuti leggendari come Dinah o My pretty girl da lui registrati con l'orchestra di Goldkette.




14 settembre, 2019

14 settembre 1968 – Un giocatore di flipper sordo, muto e cieco


«So che non mi crederà nessuno, ma io sto davvero pensando di scrivere un’opera rock che abbia per protagonista un giocatore di flipper sordo, muto e cieco. Non sto scherzando, anche se per ora è solo un’idea che ho in testa. Non c’è niente di definito». In questa dichiarazione, rilasciata il 14 settembre 1968 alla rivista Rolling Stone, Pete Townshend, chitarrista e leader degli Who annuncia in anteprima la sua intenzione di comporre “Tommy”, un affresco musicale destinato a entrare nella storia del rock. Come spesso accade la notizia passa inosservata perché nessuno se la sente di prenderla sul serio. Dopo la pubblicazione, da parte dei Beatles, di Sgt. Pepper’s lonely hearts club band molti gruppi hanno iniziato a considerare gli album non più come un contenitore per tante canzoni slegate tra loro, ma come uno spazio per brani diversi legati da un filo conduttore. Gli stessi Who con Sell out sembrano aver voluto raccogliere la sfida lanciata dai quattro baronetti di Liverpool. Proprio mentre sta parlando con i giornalisti dell’ultimo lavoro del gruppo Pete Townshend accenna alla sua intenzione di sfruttare meglio e in modo originale la dimensione del concept-album, ritenendo l’esperienza dell’album Sell out un punto di passaggio, non un approdo definitivo. I giornalisti che lo ascoltano si appuntano le considerazioni generali ma ritengono che la storia del giocatore di flipper muto, cieco e sordo sia una delle tante stramberie provocatorie tipiche degli Who e non gli danno peso. Hanno torto. Profondamente influenzato dalle filosofie orientali e dalla dottrina del guru indiano Meher Baba, il musicista sta vivendo un periodo di grandi cambiamenti e di ricerca artistica. L’indifferenza dei giornalisti lo ferisce. A parte qualche accenno generico evita di parlare ancora del progetto e lavora in silenzio a Tommy che vede la luce nel 1969. Proprio come anticipato l’opera rock narra la storia di un ragazzo divenuto sordo, cieco e muto in seguito a un trauma infantile che, inaspettatamente diventa un asso del flipper. La vicenda affascinerà anche il regista Ken Russell che cinque anni dopo la trasformerà in un geniale e visionario film.



13 settembre, 2019

13 settembre 1997 – Georges Guétary, il re dell’operetta francese


Il 13 settembre 1997 a Mougins, nelle Alpi Marittime, una crisi cardiaca spegne per sempre la voce e la vita del re dell’operetta francese. All’epoca in cui inizia a cantare quelli come lui vengono ancora chiamati “tenorini” con un termine italiano che per secoli è stato utilizzato così, senza traduzione, in tutto il mondo. Poco considerati dai puristi e dagli appassionati di lirica nei primi anni del Novecento erano destinati, se bravi, a diventare protagonisti sui palcoscenici dell’operetta considerati una sorta di paradiso minore dai conservatori. In realtà proprio su quelle scene si stavano mettendo le basi alle moderne commedie musicali, quelle che gli anglosassoni chiamano musicals, cioè a una forma di mescola tra musica, spettacolo, teatro e canzone destinata a rifulgere di gloria internazionale dalla seconda metà del Novecento in poi. L’immigrato greco-egiziano Guétary frutto, come Georges Moustaki, di una delle tante migrazioni interne all’Impero Ottomano, oltre alla voce da “tenorino” ha anche un talento quasi istintivo nel canto a “mezza voce”, un altro termine universale di origine italiana che definisce la capacità di emissione smorzata del suono. Per evitare, però, il rischio che le descrizioni tecniche troppo insistite finiscano per mettere un po’ in ombra la sostanza delle qualità del personaggio, è necessario ricordare che, grazie alle sue particolari qualità vocali e a una presenza scenica che si è alimentata allo charme da tombeur de femmes, Georges Guétary per più di sessant’anni ha saputo rappresentare il punto di contatto tra gli chansonniers e la tradizione. Interprete di grande fascino, nel corso della sua carriera è riuscito a passare con disinvoltura da Trenet a Offenbach, da Aznavour a Brahms, a Granados, unificando nella sua interpretazione culture musicali diverse in un mélange di grande suggestione nel quale le differenze hanno finito per trasformarsi in una ricchezza e non in una barriera. Il futuro Georges Guétary nasce ad Alessandria d’Egitto l’8 febbraio 1915 con il nome di Lambros Worloou. I suoi genitori appartengono alla numerosa colonia di greci trasferitisi nella grande città egiziana nel periodo in cui gran parte delle aree mediorientali e del nordafrica è sotto il dominio dell’Impero Ottomano. Il loro sogno è quello di vedere il piccolo Lambros diventare un pezzo grosso dell’economia. Per questa ragione nel 1937, quando ha diciassette anni, lo spediscono in Francia con i soldi necessari a completare gli studi in materia di commercio internazionale. Per evitare che si senta troppo solo e per ogni altra necessità gli consigliano di prendere contatto con uno zio che si chiama Tasso Janopoulo che di mestiere fa il pianista nelle sale da concerto e in quel periodo è l’accompagnatore fisso di Jacques Thibaud, uno dei più popolari virtuosi del violino dell’epoca. L’incontro con lo zio finisce per cambiare la sua vita. Grazie a lui, infatti, il giovane Lambros entra in contatto con il mondo dello spettacolo della capitale e inizia a diventare una presenza fissa nei locali in cui i musicisti si ritrovano a notte fonda quando hanno finito di suonare. Proprio in uno di questi incontri un giorno, un po’ per gioco e un po’ per curiosità, si ritrova in piedi accanto al pianoforte a cantare una melodia tradizionale greca accompagnato dall’illustre parente. Tra i musicisti che l’ascoltano c’è la cantante lirica Ninon Vallin che resta colpita dall’esibizione: «Ragazzo mio, tu hai del talento. Dovresti coltivarlo invece di perdere tempo sui libri di una materia di cui non t’interessa niente…». Anche Jacques Thibaud si unisce all’invito e il ragazzo molla gli studi di commercio internazionale, che già frequentava con una certa fatica, e si dedica anima e corpo alla musica. Oltre ai corsi di canto tenuti dalla sua prima sostenitrice Ninon Vallin, prende lezioni d’armonia, solfeggio e pianoforte nella scuola Cortot-Thibaud e frequenta anche i corsi d’arte drammatica di René Simon. Nel 1938, quando non è ancora passato un anno dal suo arrivo a Parigi, è già stato scritturato come cantante dall’orchestra di Jo Buoillon. Qualche mese dopo, notato da Henri Varna, direttore del Casino de Paris, diventa uno dei boys della mitica Mistinguett. Quando la strada verso una carriera luminosa sembra ormai spianata arriva la guerra con l’occupazione nazista della Francia. Lambros, straniero e tutt’altro che bendisposto verso gli occupanti, abbandona precipitosamente Parigi e si rifugia nella zona di Tolosa dove lavora in un ristorante. Le sorprese non sono però finite. Proprio nel locale in cui lavora incontra il fisarmonicista Fredo Gardoni che gli chiede di unirsi a lui come cantante e gli fa incidere il primo disco della sua carriera. Per evitare storie con poliziotti e spioni gli chiede di scegliere un nome d’arte. Lambros diventa così Georges e il cognome Worloou viene sostituito da Guétary, il nome d’un paese basco. In quegli anni difficili lavoricchia nell’operetta e, soprattutto, conosce il compositore Francis Lopez destinato a diventare l’uomo chiave per la sua scalata al successo. Proprio lui, infatti scrive nel 1943 i brani Caballero e Robin de Bois che regalano a Guétary il primo grande successo. Dopo la Liberazione la sua popolarità si allarga al di là dei confini francesi. Le sue esibizioni entusiasmano il pubblico dei teatri di Londra e Broadway e attirano l’attenzione dei produttori cinematografici che nel 1945 gli affidano il ruolo del protagonista in “Le cavalier noir” un film ricco di canzoni composte dal suo amico Francis Lopez che ottiene un successo strepitoso. All’inizio degli anni Cinquanta Gene Kelly lo vuole con lui nella versione cinematografica del musical “Un americano a Parigi” di Vincente Minnelli premiata con sei Oscar. Georges Guétary è ormai una stella internazionale quando Maurice Lehmann lo convince a tornare in Francia per interpretare il protagonista nell’operetta “Pour Don Carlos” scritta quasi appositamente per lui dal suo amico Francis Lopez. Lo spettacolo, rappresentato per la prima volta il 17 dicembre 1950 al Théâtre de Châtelet, totalizza ben quattrocentoventi repliche. Il successo di “Pour Don Carlos” fa di Georges Guétary l’indiscusso re dell’operetta francese. Due anni dopo si ripete con “La route fleurie”, un altro lavoro con le musiche di Francis Lopez che viene rappresentato per la prima volta all’ABC il 19 dicembre 1952 e resta in cartellone per ben quattro anni. Alla fine degli anni Cinquanta chiude provvisoriamente la collaborazione con Francis Lopez e mette la sua popolarità al servizio di lavori decisamente più sperimentali dei precedenti come “La polka des lampions” di Gérard Calvi del 1961 e “Monsieur Carnaval” di Charles Aznavour nel 1965. Proprio queste due opere in particolare sembrano delineare una nuova strada per quella che alcuni critici cominciano a chiamare “commedia musicale alla francese”. Dopo “Monsieur Pompadour” del 1971 Georges Guétary pensa sia venuto il tempo di adeguare repertorio e ruoli alla sua età. Non è più un ragazzino e si sente un po’ ridicolo nel ruolo del dinamico e giovane conquistatore di ragazze che, in qualche caso, hanno la metà dei suoi anni. Il pubblico, però, sembra non gradire questa svolta e nel 1974 boccia clamorosamente “Les aventures de Tom Jones”. Per scoraggiare un tipo come Guétary ci vuole ben altro. Alla fine degli anni Settanta chiama di nuovo al suo fianco quel Francis Lopez che è stato l’artefice dei suoi primi successi e nel 1981 mette in scena “Aventure à Monte-Carlo”, la prima di quattro creazioni che caratterizzeranno la carriera di Georges Guétary negli anni Ottanta. A partire dalla fine degli anni Cinquanta la sua teatrale si alterna con tour musicali con la conduzione di alcuni programmi televisivi di successo. Nel 1996, a ottantun anni suonati, stupisce tutti presentando un recital di canzoni di un’ora e mezza al Bobino accompagnato dai Paradisio, un gruppo di giovani musicisti. Secondo le sue intenzioni, nell’autunno del 1997 lo spettacolo dovrebbe lasciare Parigi per una lunga serie di concerti in tutto il territorio francese. Non sarà così perchè la morte chiude la sua carriera.



12 settembre, 2019

12 settembre 2004 – In 25.000 a Londra per la “La corazzata Potemkin”


In una serata da lupi, con una pioggia e un vento da far rabbrividire solo a guardare, il 12 settembre 2004, venticinquemila spettatori si ritrovano a Londra in Trafalgar Square per assistere alla proiezione su grande schermo del film “La corazzata Potemkin” con la nuova colonna sonora scritta e per l’occasione eseguita dal vivo dai Pet Shop Boys accompagnati dai ventisei elementi della Dresden Sinfoniker Orchestra. Sembrava un’accoppiata davvero improbabile quella tra lo storico duo elettronico britannico e il film realizzato da Sergej Ejzenstejn nel 1925 che seimila cineasti europei una decina d’anni fa hanno consacrato “miglior film di tutti i tempi” e che Paolo Villaggio nel primo Fantozzi ha santificato a icona del cineforum noioso. Eppure funziona, confermando l’intuizione geniale dall’Istituto di Arte Contemporanea di Londra. È stato proprio il prestigioso istituto britannico a scegliere i Pet Shop Boys, il duo di elettro-pop sfavillante che aveva ricamato gli anni Ottanta con brani destinati a restare nell’immaginario collettivo, per l’impresa di accompagnare le gesta degli ammutinati della “Potemkin” a Odessa. La decisione era stata presa in ossequio al desiderio di Ejzenstejn che ogni nuova generazione creasse una colonna sonora per il suo capolavoro. L’opera di Neil Tennant e Chris Lowe si affianca così alle due precedenti colonne sonore che portano le prestigiose firme di Edmund Meisel e Dimitri Shostakovich. La nuova versione mescola pop e musica classica e, più che rappresentare una rottura rispetto alle due precedenti, utilizza nuove sonorità e strumentazioni per sottolineare le emozioni raccontate dallo schermo in un modo più rispondente alla sensibilità musicale del pubblico del nuovo millennio. L’entusiasmo e la lunghissima ovazione che salutano i Pet Shop Boys quando il proiettore che illumina le immagini sullo schermo gigante si spegne insieme all’eco dell’ultima nota sono la riprova più evidente del successo. Un po’ spaventato dagli eccessi di complimenti Neil Tennant assume un atteggiamento piuttosto defilato ricordando che è impossibile ragionare del valore musicale di una colonna sonora senza considerare il valore del film. In questo senso lui e il suo socio non avrebbero poi inventato granché visto che «In fondo ci siamo solo ingegnati a mettere in evidenza il lato più moderno del film». Invece la colonna sonora rappresenta l’ennesima conferma dell’intelligenza e della genialità di un duo che lungi dal restare prigioniero del proprio effimero e datato mito, ha scelto di misurarsi con sempre nuove sfide. Dèi del rutilante firmamento degli anni Ottanta, amatissimi in ugual modo dalle comunità gay e dagli yuppies della City, hanno rotto le catene di chi voleva agganciarli per sempre a un genere e hanno iniziato a percorrere nuove strade senza l’assillo di vedere prima dove portassero. Con il passare del tempo l’elettro-pop sfavillante si è mutato in una produzione artistica ricca di richiami interdisciplinari e prende sottobraccio Ejzenstejn. Forse è anche per questo che il Guardian li definisce "l'ultimo baluardo del pop intelligente".




10 settembre, 2019

11 settembre 1973 – Inizia il “tour senza fine” degli Inti Illimani


L’11 settembre 1973 un colpo di stato militare chiude in Cile la breve parentesi del governo di Unidad Popular. Gli Inti Illimani, che in quel periodo sono impegnati in un tour europeo, ricevono notizie agghiaccianti. Le televisioni, le radio e i giornali di tutto il mondo raccontano di migliaia di persone rastrellate e ammassate negli stadi trasformati in immensi campi di concentramento. Arrivano anche le prime voci di torture e uccisioni da parte della polizia militare e degli “squadroni della morte”, gruppi paramilitari di estrema destra formati da veri e propri killer che agiscono al di fuori di qualunque regola. Il Presidente legittimo del Cile, Salvador Allende, è stato ucciso nel palazzo presidenziale della Moneda a Santiago. Il generale Augusto Pinochet, che ha assunto il potere dopo il colpo di stato, sospende le libertà costituzionali. Gli Inti Illimani scoprono di essere stati inseriti nelle liste di proscrizione compilate dal nuovo regime. In più le autorità militari hanno disposto anche il sequestro del loro più recente album Canto de pueblos andinos, che per molti anni rimarrà l’ultimo disco non clandestino pubblicato nel loro paese natale. Si rendono conto di non poter più rientrare in patria. Sono esiliati. È l’inizio di quello che qualche tempo dopo definiranno un “tour senza fine”, una diaspora destinata a durare più di quindici anni.



10 settembre 1977 – Le Emotions smentiscono i profeti di sventura


Contrariamente alle previsioni di chi le aveva giudicate una sorta di “tardivo fulmine estivo” il 10 settembre 1977 le Emotions sono per la terza settimana consecutiva al vertice delle classifiche statunitensi dei dischi più venduti con il loro brano Best of my love. Si tratta di una bella soddisfazione per Jeanette, Wanda e Sheila le tre componenti del gruppo nato più di dieci anni prima a Chicago. All’inizio della carriera le ragazze si chiamano The Hutchinson Sunbeams e accompagnano Mahalia Jackson quando nel 1968 vengono scritturate dalla Stax. Proprio la leggendaria etichetta cambia loro il nome e pubblica il primo album The Emotions, prodotto da Isaac Hayes e David Porter. Fino al 1975, anno di chiusura della Stax, le ragazze pubblicano vari album tra cui spiccano So I can love you, Songs of love, Untouched e Chronicle. Dopo la fine dell’etichetta in molti le danno ormai per spacciate. Tra i molti non c’è Maurice White, il leader degli Earth, Wind and Fire che nel 1976 porta le Emotions alla CBS e le produce nell'album Flowers, registrato insieme agli stessi Earth, Wind and Fire. Alla faccia dei profeti di sventura, nel 1977 arrivano al vertice delle classifiche statunitensi e britanniche proprio con il singolo Best of my love e con gli album Rejoice e Sunshine, il primo dei quali prodotto ancora da White. L’anno dopo insieme agli Earth, Wind and Fire registrano Boogie Wonderland, che diventa uno dei classici della disco music e che segna il punto di successo più alto raggiunto dal trio.



08 settembre, 2019

9 settembre 1954 – Nasce la Thunderbird


Il 9 settembre 1954 la Ford presenta una nuova vettura. Si chiama “Thunderbird” anche se i giovani la ribattezzano immediatamente “T-bird” e in brevissimo tempo diventa uno dei modelli più venduti della sua classe. La sua storia comincia qualche anno prima quando, all’inizio degli anni Cinquanta i giovani d’oltreoceano si innamorano delle vetture sportive europee da strada basse, compatte e filanti. È una vera e propria passione generazionale che secondo alcuni trova una spiegazione nella “scoperta” dell’Europa da parte di migliaia di giovani in età di leva chiamati a prestare il servizio militare nelle basi statunitensi negli anni dell'immediato dopoguerra. Altri propendono per una spiegazione più tecnica sostenendo che proprio nel dopoguerra le case automobilistiche europee si organizzano meglio e impongono gusti e stile al mercato statunitense. In ogni caso, spiegazioni a parte, resta il fatto che negli anni Cinquanta le giovani generazioni degli Stati Uniti scoprono il gusto per le vetture a due posti di scuola europea. Accade così che il mercato USA inizi a premiare le marche europee, in particolare i modelli sportivi inglesi, MG su tutti, ma anche Triumph, Austin-Healey e Jaguar. La situazione finisce per stimolare l’idea di una risposta americana. Dopo un primo momento di smarrimento la gigantesca macchina produttiva dell’immenso paese si mette al lavoro per adeguare i propri modelli alle nuove esigenze del mercato. La prima vettura aperta a due posti, dal look sportivo con meccanica derivata dalla grande serie è la Nash-Healey del 1952, seguita dalla Kaiser-Darrin e dalla Chevrolet Corvette. È proprio in questo clima che la Ford inventa un marchio destinato a durare per molti anni. Si chiama Thunderbird. Il nome viene preso in prestito dalla mitologia dei nativi (quelli che nei film western si chiamano indiani) dell'Arizona e del New Mexico. Thunderbird (cioè l'uccello del tuono) è la divinità che governa il cielo e il suo batter d'ali crea i venti e il tuono. Il primo modello con questo nome viene disegnato da Franklin Hershey e Bill Boyer della Ford Sport Car, che si ispirano ad alcune creazioni italiane, su una vettura con telaio a longheroni con traverse, un motore V8 da 4,8 litri con una potenza di 193 cv preso in prestito dalla Mercury e un cambio a tre velocità. La Thunderbird, ribattezzata quasi immediatamente "T-Bird" viene presentata al pubblico il 9 settembre 1954 e in brevissimo tempo diventa uno dei modelli più venduti della sua classe. Nel 1956 la vettura non cambia molto, salvo alcune piccole migliorie nella carrozzeria. Cambia invece il motore. L’acquirente può scegliere tra un modello “base” con il solito V8 da 4,8 litri, la cui potenza è aumentata da 193 a 202 cv, e un modello opzionale più potente con un motore V8 da 5,1 litri capace di sviluppare una potenza di 218 cv. Il prezzo base della T-Bird del 1956 è di 3.151 dollari, tanto, forse troppo per una famiglia ma non tantissimo da non consentire a chi ha un sogno di realizzarlo con qualche risparmio in più. Dopo una battuta d’arresto con il modello del 1957 il cui restyling disorganico sconcerta un po’ il pubblico, arriva la Thunderbird 1958, molto diversa dai modelli che l’hanno preceduta, più grande, potente e dalle forme meno arrotondate. Da allora il marchio Thunderbird caratterizzerà per molti anni la produzione Ford di vetture destinate a colpire l’immaginazione di un pubblico appassionato e ampio che va dai giovani californiani amanti delle scivolate sull’onda con la tavola da surf ai Presidenti degli Stati Uniti. Non è un mistero, infatti, che la Thunderbird fosse la passione di John F. Kennedy, che quando venne eletto Presidente degli Stati Uniti, inserì ben cinquanta modelli di T-Bird nella sua parata d'investitura. Si calcola che in mezzo secolo di storia, la Ford abbia venduto circa un milione e duecentomila Thunderbird.



07 settembre, 2019

8 settembre 1962 - I Tokens e il leone addormentato


L'8 settembre 1962, dopo aver conquistato il pubblico di mezzo mondo, i Tokens arrivano anche in Italia al vertice anche della classifica discografica con The lion sleep tonight. Il gruppo vocale nato per accompagnare Neil Sedaka ottiene così l'ennesimo premio alla sua scelta di autonomia. Nel 1956, infatti, i Tokens si chiamano Linc-Tones, e sono un trio composto da Hank Medress, Eddie Rabkin e Cynthia Zoltin. C'è chi sostiene che gran parte del successo di Neil Sedaka alla fine degli anni Cinquanta dipenda dai loro giochi vocali, ma nessuno pensa che il gruppo possa avere un futuro in proprio. I primi timidi tentativi di autonomia con dischetti di poco conto danno ragione agli scettici. La svolta inizia nel 1958 dopo la sostituzione di Rabkin con Jay Siegel. In quell'anno, infatti anche Cynthia Zoltin se ne va. Medress e Siegel invece di mollare rilanciano aggregando alla formazione altri tre membri: Joseph Venneri più i fratelli Mitch e Phil Margo. Fanno di più. Cambiano repertorio allargando l'orizzonte anche al di fuori dalla tradizione bianca americana. È la loro fortuna. Un paio d'anni dopo arrivano al successo in tutto il mondo con The lion sleeps tonight, una versione di Wimoweh un brano della tradizione mbube degli zulù, arrangiato da George Weiss, Albert Stanton, Hugo Peretti e Luigi Creatore. La canzone entrerà nella storia della musica popolare e vivrà in decine di versioni successive alcune della quali, come quelle di Robert John o degli Stylistics, torneranno ai vertici delle classifiche di vendita in periodi successivi. Verso la metà degli anni Sessanta Venneri verrà sostituito da Stephen "Brute Force" Friedland. I Tokens non riusciranno più a ripetere il grande successo di The lion sleeps tonigh, ma non perderanno mai la loro caratteristica di originali "rilettori" delle tradizioni musicali del mondo. Il gruppo si scioglierà nei primi anni Settanta, anche se non mancheranno nostalgiche riunioni negli anni successivi.




06 settembre, 2019

6 settembre 1974 – Peppino De Luca si arrende solo alla fine


Il 6 settembre 1974 muore il trombonista e, qualche volta, cantante Peppino De Luca. Nato a Roma il 5 gennaio 1936 a soli quindici anni debutta nei Traditional Dixielanders con il trombettista Piero Saraceni, il clarinettista Gianni Sanjust, il pianista Gianni Marchetti, il contrabbassista Antonello Branca e il batterista Roberto Trillò. Nel 1954 e nel 1955 Peppino De Luca viene anche chiamato a sostituire in qualche occasione Luciano Fineschi nella Roman New Orleans Jazz Band. Nel 1956 entra stabilmente bel gruppo che, dopo l’arrivo di Carlo Loffredo assume il nome di Seconda Roman New Orleans Jazz Band. In quel periodo la band attraversa un momento di grande successo con festival, tournée in Italia e all'estero, ma Peppino De Luca non rinuncia a esperienze diverse con gruppi come i New Orleans Jazz Senators, il Quintetto Rosa-De Luca, gli Yama Yama Men e tanti altri. Nei primi anni Sessanta Peppino De Luca inizia a comporre musica per la TV e il cinema con registi come Antonello Branca, Carlo Tuzii, Sandro Bolchi, Liliana Cavani, Gianni Serra, Mario Monicelli, Nelo Risi e molti altri. Da trombonista il suo stile viene inizialmente accostato a quello di Kid Ory, anche se successivamente il suo fraseggio si evolve in senso mainstream, avvicinandosi a quello di Vic Dickenson. Indimenticabili sono anche i suoi interventi di canto scat. Quando nel febbraio 1972 gli viene diagnosticato un tumore e asportato un rene non si arrende e continua a suonare fino alla fine.



05 settembre, 2019

5 settembre 1947 - La batteria nera del rock blues


Il 5 settembre 1947 nasce a Omaha, in Nebraska, il batterista (e qualche volta cantante) Buddy Miles. La storia musicale di uno dei più grandi batteristi neri di rock blues inizia quando, a quindici anni picchia sui piatti e sui tamburi degli Ink Spots, una band che gli permette di farsi notare. Suona poi con alcuni mostri sacri del rhythm and blues come Wilson Pickett e Otis Redding prima di dar vita agli Electric Flag, la prima delle sue leggendarie band. Del gruppo, che debutta al Festival Pop di Monterey nel 1967 fanno parte, oltre a lui e a una sezione fiati di quattro elementi, i chitarristi Mike Bloomfield e Nick Gravenites, il bassista Harvey Brooks e il tastierista Barry Goldberg. Un tale spreco di talenti non può durare a lungo, infatti dopo qualche mese l'esperienza si chiude. Billy forma allora i Buddy Miles Express con i quali pubblica un paio d'album interessanti prima di lanciarsi nelle più breve ed elettrizzante avventura della sua carriera. Alla fine del 1969, con il bassista Billy Cox e Jimi Hendrix dà vita alla Band of Gypsys, il gruppo che il buon Hendrix sogna da tempo e che debutta il 31 dicembre in un discusso concerto al Fillmore East, poi registrato e pubblicato nell'album live Band of Gypsys. Il trio, però, si trova a dover fare in conti con il management di Hendrix che tenta di ostacolarlo in tutti i modi. Gli esperti di marketing della casa discografica, infatti, già preoccupati dai contatti di Jimi con le Black Panthers, pensano che una band composta esclusivamente da musicisti di colore possa alienargli le simpatie del pubblico bianco. Le pressioni rendono difficili i rapporti interni al trio e la band si scioglie già nel gennaio del 1970 in un concerto al Madison Square Garden di New York interrotto dopo due canzoni dallo stesso Hendrix. Buddy andrà avanti sulla sua strada con vari gruppi a suo nome e, soprattutto, con numerose collaborazioni importanti, tra cui quelle, fortunatissime, con Carlos Santana.Muore per una crisi cardiaca il  26 febbraio del 2008, quando non ha ancora compiuto il sessantunesimo anno, nella sua casa ad Austin in Texas.



04 settembre, 2019

4 settembre 1894 - Il corno di Aaron Warren Clark


Il 4 settembre 1894 a New Orleans, in Louisiana muore a soli trentasei anni Aaron Warren Clark. Nato a Louisville nel Kentucky, nel 1858 è una delle figure più leggendaria tra i musicisti che hanno dato vita alle esperienze jazz della Louisiana. Con il suo corno baritono dal 1882 al 1890 suona con la Excelsior Brass Band, una delle più prestigiose formazioni in attività a New Orleans dal 1880 e che ha avuto in organico gran parte degli strumentisti che oggi vengono considerati un po’ come i padri del jazz. Dal 1890 al 1894 entra in un altro ensemble leggendario come la Onward Brass Band che ha avuto tra i suoi musicisti personaggi come Manuel Perez, Peter Bocage, Joseph Oliver, Buddy Johnson e George Baquet. Dopo la sua morte il testimone passa al figlio trombonista e suonatore di basso tuba Red Clark.




03 settembre, 2019

3 settembre 1960 – Livio Berruti, il quattrocchi velocissimo


Nel 1960 la televisione trasmette in diretta nelle case degli italiani le principali gare dell'Olimpiade di Roma. Il 3 settembre le strade delle città sono deserte. Tutta Italia è davanti al televisore per assistere, nella gara dei 200 metri, all'impresa di un occhialuto studente torinese che risponde al nome di Livio Berruti. In semifinale ha eguagliato il record del mondo facendo fermare i cronometri sul tempo di 20''5 dando l'impressione di aver volutamente rallentato la sua corsa negli ultimi metri e nelle due ore che precedono la disputa della finale si rilassa leggiucchiando il libro dell'esame di chimica e bevendo lunghe sorsate di acqua e limone. Sulla linea di partenza ci sono ben quattro primatisti mondiali, tutti con lo stesso tempo: il francese Seye, lo statunitense Carney, il polacco Foyk e Berruti. La prima partenza non è valida. Uno dei due atleti scattati in anticipo è proprio l'italiano. L'incidente, però, non riesce a scalfire la sua tranquillità. Allo sparo scatta potente e, dopo aver resistito alla rimonta di Carney, è primo eguagliando ancora il record mondiale di 20''5. Non perde la calma neppure dopo la conquista dell'oro olimpico e risponde educatamente in inglese alle domande dei giornalisti. A chi gli chiede qual'è il segreto della sua corsa, così fluida ed elegante risponde: «La robustezza delle mie caviglie, temprate in ore di pattinaggio e di tennis».

02 settembre, 2019

2 settembre 1938 – Nasce Ringo


Il 2 settembre 1938 nasce Giuliano Gemma, con Clint Eastwood e Franco Nero uno dei tre personaggi più amati del primo periodo del western all’italiana. Se Eastwood è il pistolero senza nome della Trilogia del dollaro e Nero è il primo indimenticato Django, Giuliano Gemma è Ringo, ribattezzato anche “faccia d’angelo” dal pubblico femminile dei magazine popolari. Il nome, preso in prestito dallo scontroso eroe che in Ombre rosse ha il volto di John Wayne, gli resta appiccicato dopo l’interpretazione dell’omonimo personaggio in Una pistola per Ringo di Duccio Tessari, il regista che, insieme a Giorgio Ferroni, per primo crede nelle possibilità di questo ex stuntman che si è fatto conoscere nell’ultimo periodo dei “peplum”, il genere fantastico-mitologico nato in Italia negli anni Cinquanta. Il futuro “Ringo faccia d’angelo” degli western all’italiana nasce a Roma, ma poco tempo dopo la sua nascita si trasferisce con la famiglia a Reggio Emilia dove trascorre parte dell'infanzia. Nel 1944 i suoi genitori tornano definitivamente a Roma e il piccolo Giuliano, giocando in un prato trova un ordigno bellico il cui scoppio accidentale gli provoca varie ferite, una delle quali resta visibile sullo zigomo sinistro e diventa un po’ la caratteristica del suo viso. Tra i sedici e i diciott'anni pratica il pugilato con buoni risultati. Dopo aver prestato il servizio militare nei Vigili del Fuoco inizia a lavorare nel mondo del cinema come controfigura per le scene pericolose o, come stuntman, secondo la definizione hollywoodiana. Dopo molte presenze sotto mentite spoglie pellicole come nel 1958 Venezia, la luna e tu di Dino Risi o nel 1959 Ben-Hur di William Wyler partecipa finalmente a un film senza travestirsi o nascondersi. Si tratta di Messalina, venere imperatrice un film del 1960 diretto da Vittorio Cottafavi. Gemma dovrebbe pugnalare Belinda Lee ma si fa disarmare da un bacio. È una piccola parte di contorno ma sufficiente a farlo notare da Duccio Tessari che in quella pellicola, oltre ad aver messo mano nella sceneggiatura, dirige la seconda unità. Proprio lui l’anno dopo gli affida il suo primo ruolo da protagonista in Arrivano i Titani, sceneggiato insieme con Ennio De Concini. Giuliano Gemma è Crios, titano liberato da Zeus per punire il re di Tebe, Cadmo. Anche Luchino Visconti resta colpito da quel giovane attore e gli affida il ruolo di un Generale dei Garibaldini nel Gattopardo. Il suo esordio nel western all’italiana sotto le mentite spoglie di Montgomery Wood, un nome d’arte in linea con la tendenza che vede i primi protagonisti del genere mascherarsi da “americani”, avviene con Un dollaro bucato, il primo film di una trilogia diretta da Giorgio Ferroni che si conclude con Wanted La sua “Faccia d’angelo” attraversa da protagonista tutta l’epopea dei western all’italiana fino a Sella d’argento, un film per famiglie girato da Lucio Fulci quando il periodo d’oro del genere è ormai alle spalle. Il suo successo nel mondo è tale che in Giappone la Suzuki lancia sul mercato due scooter con il suo nome. Tornerà a indossare i panni dell’eroe del west nel 1985 quando Duccio Tessari, incaricato di realizzare la trasposizione cinematografica di Tex Willer affiderà proprio a lui la parte dell’eroe ideato da Sergio Bonelli in Tex Willer e il Signore degli Abissi. Nella sua lunga carriera Giuliano Gemma presta il suo volto agli eroi di moltissimi generi cinematografici, dai peplum storico-mitologici alla fantascienza, dal comico alla parodia alla spy story, anche se la sua esperienza nel western all’italiana resterà per sempre nell’immaginario degli appassionati. Muore il 1° ottobre 2013 in un incidente stradale a Fiumicino.



01 settembre, 2019

1 settembre 2004 - Addio alla CGD: Warner Italia cancella la storica etichetta


Ormai era soltanto un marchio, ma vederlo scomparire fa male al cuore. Nell'estate del 2004 esce di scena uno dei marchi storici della musica italiana. Warner Music ha infatti deciso di cancellare, dal 1° settembre, il “marchio” CGD per pubblicare anche il repertorio del nostro paese sotto le insegne storiche della major americana: Atlantic e Warner Brothers. I dischi di Nomadi e Paolo Conte, per esempio, dovrebbero uscire con l’etichetta Atlantic. Si chiude così per sempre la gloriosa storia della CGD (Compagnia Generale del Disco), creata da Teddy Reno nel 1948 e rilevata, negli anni ’50, dall’italo-ungherese Ladislao Sugar, uno dei protagonisti della stagione d’oro della discografia italiana. Alla sua morte, nel 1981, gli subentrarono il figlio Piero con la moglie Caterina Caselli. Nel 1989 una grave crisi finanziaria la consegnò al gruppo Warner Music. Da allora la CGD ha cessato di esistere come etichetta indipendente, diventando una divisione artistica della major statunitense. Il 1° settembre 2004 scompare del tutto.

31 agosto, 2019

31 agosto 1984 – Un film da Oscar per Prince


Il 31 agosto 1984, preceduto da una massiccia campagna pubblicitaria viene distribuito nelle sale di tutto il mondo il film “Purple rain”. Prodotto e interpretato da Prince, uno dei grandi miti neri del pop degli anni Ottanta è diretto dall'esordiente Albert Magnoli. Vista la popolarità dell'interprete c'è molta attesa per la performance cinematografica e i media sfoderano paragoni con Elvis Presley e con i Beatles. La pellicola è una sorta di lungo videoclip racconta la storia di Kid, il leader della band dei Revolution, un giovane musicista ambizioso ed egocentrico figlio di un jazzista fallito e violento. Il protagonista, interpretato da Prince, e i suoi compagni del gruppo sono in lotta perenne con un'altra band, i Time, il cui leader cerca di soffiargli anche la donna dei suoi sogni, l'amata Apollonia, interpretata da Patti Kotero, in quel periodo compagna del cantante anche nella vita. La storia, che la massiccia campagna promozionale sostiene contenga riferimenti autobiografici del cantante, si dipana tra musica, qualche colpo di scena, l'inevitabile lite nel gruppo dei Revolution e l'altrettanto inevitabile suicidio del padre di Kid. Non manca il lieto fine con il protagonista che dopo un bagno di umiltà riesce a ricostituire la band e a riconquistare l'amore della sua bella. La storia restituisce una inaspettata dignità ai "musicarelli" italiani degli anni Sessanta, con storie da fotoromanzo ispirate alle canzoni del momento. La storia di "Purple rain" è, però, davvero tutta qui, ma la risposta del pubblico è incredibile. Il film balza in testa alle classifiche dei botteghini negli Stati Uniti e in Gran Bretagna fa addirittura meglio. Qui Prince diventa il primo artista dopo i Beatles a piazzare al primo posto della relativa classifica il film, l'album della colonna sonora e il singolo della canzone d'apertura When doves cry. Non è finita qui perché proprio When doves cry vincerà anche l'Oscar per la miglior canzone da film.



30 agosto, 2019

30 agosto 1924 - Nasce Kenny Dorham


Il 30 agosto 1924 nasce a Fairfield in Texas Howard McKinsey, un trombettista destinato a lasciare un segno importante nell'età di mezzo del jazz con il nome d’arte di Kenny Dorham. Tra gli strumentisti più geniali e più richiesti dalle piccole formazioni che hanno vissuto l'avventura del be bop e quella immediatamente successiva del cool e dell'hard bop, si avvicina alla musica suonando e studiando il pianoforte anche se passa molto presto allo studio della tromba. La sua prima esibizione avviene nella band del Wiley College insieme a Russell Jacquet, fratello del più celebre Illinois. Nel 1945 è con Dizzy Gillespie, l’anno dopo con Billy Eckstine e nel 1947 con Lionel Hampton. Nel 1948 suona con Mercer Ellington poi si aggrega a Charlie Parker con il quale resta per due anni. Nei primi anni Cinquanta vagabonda come free lance alternando come sempre i piccoli gruppi alle band più corpose fino al 1955, anno in cui entra a far parte dei Jazz Messengers di Art Blakey e poi del gruppo di Max Roach, in sostituzione di Clifford Brown. A partire dagli anni Sessanta non disdegna puntate in ambienti più aperti al rock esprimendosi con successo su sonorità e linee melodiche vicine al Miles Davis dei tempi migliori. La sua tecnica gli consente di svariare a piacimento lungo l'intera scala melodica giocando con la scansione del fraseggio rapido e spezzato, tipico del boppers.


29 agosto, 2019

29 agosto 1914 – Clely Fiamma, la più giovane star dell’Olympia


Il 29 agosto 1914 nasce a Milano Clelia, la figlia dell'attore e cantante Bruno Cantalamessa destinata a diventare famosa con il nome d’arte di Clely Fiamma. Attrice, soubrette e cantante diventerà uno dei personaggi più eclettici del teatro di rivista italiano. Cresciuta nell’ambiente artistico a sette anni debutta col suo vero nome per la prima volta in palcoscenico a La Spezia al fianco del famoso chansonnier Gino Franzi. Nel 1923, quando ha soltanto nove anni, entra nella storia del teatro parigino dell’Olympia per essere la più giovane vedette mai proposta dal cartellone di quello che in Francia è considerato un vero e proprio tempio dello spettacolo. Nel 1932 debutta come soubrette accanto al celebre Totò, con il quale resta ben sette anni e poi lavora con Riccardo Billi e Tino Scotti. Nel dopoguerra entra a far parte della Compagnia del Teatro Comico Musicale di Radio Roma e non disdegna di cimentarsi anche con la prosa con Gino Cervi e Lilla Brignone. Non mancano esperienze interessanti e con buon successo nella canzone. Tra le sue interpretazioni più famose ci sono Qui fu Napoli, E tu chi si? e Quando ammore vo' filà.


28 agosto, 2019

28 agosto 1985 – Gli INX: non siamo ambasciatori di nessuno


Il 28 agosto 1985 la band australiana degli INXS parte per il primo tour mondiale della sua carriera. Il gruppo formato dal cantante Michael Hutchence, dal bassista Gary Beers, dal chitarrista Kirk Pengilli oltre che dai tre fratelli Farriss (il tastierista e chitarrista Andrew, il chitarrista Tim e il batterista Jon) si è progressivamente allontanato dal punk delle origini, quando ancora si chiamava Vegetables, per approdare a un rock più metallico non privo di qualche svolazzo di marca new wave. Soltanto un anno prima, con la pubblicazione del loro album The swing, erano ancora considerati una buona band "di nicchia". Determinante per la crescita della loro popolarità è stata la partecipazione al Live Aid, il megaconcerto benefico organizzato da Bob Geldof e trasmesso in mondovisione, che li ha portati nelle case dei telespettatori di tutto il globo. Non meno decisiva è stata, però, la scelta di MTV che ha inserito i loro video-clip nella martellante programmazione quotidiana. Il tour mondiale è dunque la consacrazione di un successo planetario per gli INXS. Tutto a posto? No, perché una parte della stampa australiana li accusa di essere troppo attenti alla loro immagine e del tutto indifferenti al ruolo di alfieri della musica del loro paese. All'attacco risponde, proprio nella conferenza stampa che precede il tour, Michael Hutchence a nome di tutti: «Cosa dovremmo fare? Vestirci con i colori della bandiera o cantare in coro che non siamo gli unici a suonare in questo continente? Il pubblico sa intuire da solo che noi siamo soltanto una delle tante band di questa parte del mondo. Possiamo raccontare che qui da noi esiste una scena musicale sottovalutata, anche se molto attiva e variegata, ma poi ci fermiamo lì. Siamo disposti a dare una mano ad altri gruppi, anzi lo stiamo già facendo, ma non chiedeteci di interpretare una parte che non ci si addice. Non siamo ambasciatori di nessuno, facciamo già fatica a rappresentare noi stessi…».



27 agosto, 2019

27 Agosto 1950 - La fatica di vivere uccide Cesare Pavese


Il 27 Agosto 1950 lo scrittore Cesare Pavese, uno degli autori più amati del dopoguerra, muore suicida ingoiando una forte dose di barbiturici in una camera al secondo piano dell'Hotel Roma a Torino, a due passi dalla stazione di Porta Nuova. Non lascia scritti, a parte un'annotazione, sulla prima pagina di una copia dei “Dialoghi con Leucò”, sul comodino al fianco del letto: «Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.». Nato a Santo Stefano Belbo, un borgo delle Langhe in provincia di Cuneo, il 9 settembre 1908, dove il padre, che di mestiere fa il cancelliere del tribunale di Torino, ha un podere, resta orfano a sei anni. Dopo la morte del padre lui vive con la famiglia a Torino, ma le colline del suo paese natale restano per sempre impresse nella mente e nel cuore dello scrittore tanto da fondersi, come accaduto a Giovanni Pascoli, con la nostalgia dell’infanzia e della fanciullezza. Nel capoluogo piemontese compie l’intero ciclo di studi e al liceo ha come insegnante Augusto Monti, allievo di Gobetti e una delle figure più prestigiose della Torino antifascista. La sua figura rappresenta il primo contatto di Pavese con il mondo degli intellettuali torinese, dove spiccano personaggi come Leone Ginzburg, Vittorio Foa, Tullio Pinelli, Massimo Mila e Norberto Bobbio. La sua morte arriva proprio all’apice del successo, nell’anno in cui ha ottenuto il Premio Strega uno dei più ambìti riconoscimenti letterari italiani, per il romanzo “La bella estate”. I giornali popolari guardano con stupore alla scomparsa, per molti versi inspiegabile di questo fragile e introverso autore, tra i più amati del dopoguerra, che diviene rapidamente un simbolo dell’eterna contraddizione tra impegno politico e disagio esistenziale. Al mondo della cultura, invece, il suicidio di Pavese, pur improvviso e doloroso, non appare così inaspettato. L’autore da tempo aveva manifestato il tormento esistenziale di chi sente sempre più come l’esistenza come una fatica. Un anno dopo la sua scomparsa l’editore Einaudi pubblicherà la raccolta di liriche “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”.



26 agosto, 2019

26 agosto 1981 - Quel folk singer è un pericoloso comunista!


Il 26 agosto 1981 un arresto cardiaco pone fine alla vita di Lee Hays nella sua casa di New York. Ammalato da anni di diabete è stato uno dei personaggi più significativi del folk politico statunitense. La sua vicenda artistica è strettamente legata con le battaglie politiche, antifasciste e sindacali degli Stati Uniti alla fine degli anni Trenta. Nel 1941 con Woody Guthrie, Pete Seeger e Millard Campbell fonda gli Almanac Singers, un gruppo di folk urbano che si esibisce nelle fabbriche occupate, nei picchettaggi e nei raduni sindacali. Il gruppo è anche l’inventore degli “Hootenannies”, concerti inframmezzati da storielle divertenti, discussioni politiche e slogan destinati a raccogliere fondi per le battaglie sindacali. Sotto l’incalzare della seconda guerra mondiale la band si scioglie e Hays fa dell’impegno antifascista lo scopo principale della sua attività. Nel primo dopoguerra il clima degli Stati Uniti è cambiato. I partiti della sinistra e i comunisti in particolare vengono guardati con crescente sospetto in una società che prepara la Guerra Fredda. Lee Hays non cambia bandiera e nel 1948 con Pete Seeger, Ronnie Gilbert e Fred Hellerman dà vita agli Weavers. La band ottiene un clamoroso successo commerciale con il brano Goodnight Irene che resta al primo posto della classifica dei dischi più venduti per ben tredici settimane vendendo oltre due milioni di copie. La storia degli Weavers viene, però, drammaticamente interrotta nel 1952 dalla caccia alle streghe scatenata dal senatore McCarthy contro i comunisti e gli oppositori di sinistra. Hays, dopo essere stato sottoposto a umilianti interrogatori dal Comitato contro le Attività Antiamericane e a vessazioni di ogni genere si vede messo al bando dalla vita civile. Inizia così a vivere ai margini del mondo musicale esibendosi in qualche campus universitario o nei circoli sindacali e riuscendo a vivere solo grazie alla silenziosa quanto efficace catena di solidarietà messa in piedi dalla sinistra statunitense. Quando muore i tempi duri sono ormai alle spalle, ma hanno lasciato un segno indelebile sulla sua salute, già minata dal diabete.




25 agosto, 2019

25 agosto 1979 - Stan Kenton l'uomo che trattava l'orchestra come se fosse uno strumento


Il 25 agosto 1979 muore al Midway Hospital di Hollywood all’età di sessantasette anni Stan Kenton o, come risulta dai dati anagrafici, Stanley Newcombe Kenton, uno dei protagonisti di primo piano della storia del jazz orchestrale. Nato a Wichita, nel Kansas, si trasferisce poi con i genitori in un sobborgo di Los Angeles. Non sa ancora scrivere compiutamente il suo nome quando la madre inizia ad avviarlo ai segreti della tastiera di un pianoforte. La musica diventa ben presto il suo mondo. Non si accontenta del piano. Studia armonia e composizione e nel 1928 ha da poco compiuto i sedici anni quando scrive le partiture del suo primo arrangiamento. Una lunga gavetta in gruppi dell'hinterland losangelino precede il primo regolare contratto. Glielo propone Everett Hoagland che, nel 1934, lo scrittura come pianista e arrangiatore. Suona poi per un anno circa con Gus Arnheim e, in seguito, con Vido Musso e Johnny Davis, ma la sua idea fissa, il sogno della sua vita, è la costituzione di una grande orchestra. È talmente sicuro di farcela che dedica gran parte del suo tempo a preparare arrangiamenti destinati alla sua big band. Nel 1940 il sogno inizia ad avverarsi. La sua formazione non va oltre nove musicisti, ma è un primo passo. Ci riesce l'anno dopo quando chiama accanto a sé un nutrito gruppo di musicisti che, pur non potendo contare su grandi nomi, riesce a conquistare larghe schiere di appassionati. È l'inizio di una straordinaria carriera scandita dalle collaborazioni con quasi tutti i grandi jazzisti del dopoguerra e di cui resta una traccia consistente in oltre cinquanta album. Abilissimo negli arrangiamenti e nella direzione Stan Kenton tratta l'orchestra come fosse uno strumento, quasi annullando le individualità dei singoli strumentisti in una sorta di sintesi superiore. Sono pochi, nel jazz, i casi di un leader capace di sostituire qualsiasi musicista senza cambiare il volto della formazione. Proprio questa sua pretesa di sottomettere a un progetto corale le individualità, che qualcuno battezza "jazz sinfonico", gli vale anche le maggiori critiche. Se da un lato gli si riconosce il merito di aver saputo superare la crisi delle big band, dall'altra lo si ritiene marginale nell'evoluzione del movimento jazzistico, basata innanzitutto sulla grande creatività dei singoli. Mentre la critica si accapiglia lui tira dritto per la sua strada fatta di arrangiamenti calibrati, di esecuzioni perfette e di particolarissime e riconoscibili sonorità orchestrali. Non si fermerà più fino alla morte.



24 agosto, 2019

24 agosto 1963 – Ciro Formisano il primo interprete di "Varca napulitana"

Il 24 agosto 1963 in una modesta casa di Fuorigrotta a Napoli muore il cantante e attore Ciro Formisano. Ha settantacinque anni e, se si eccettua un breve commento nella cronaca locale, i giornali non danno neppure la notizia della sua morte. In quel periodo, infatti, sono pochi quelli che ancora si ricordano di lui, ma il suo nome è entrato di diritto nella storia della canzone per essere stato il primo interprete del famoso brano "Varca napulitana", un classico della canzone napoletana scritto da Frustaci e Sala. Nato nel capoluogo campano nel luglio del 1888 studia canto con il tenore Fernando De Lucia. Il suo sogno è quello di diventare una stella della lirica e proprio nell'opera all'inizio degli anni Venti fa il suo debutto in palcoscenico. Il destino, però, ha in serbo altre sorprese per lui. Nel 1924, mentre sta preparando un recital di romanze e canzoni da eseguire al Trianon di Napoli, gli viene proposto un brano mai eseguito. È Varca napulitana, una canzone che fino a quel momento è rimasta nel cassetto degli autori perché nessun cantante se l'è sentita di inserirla in repertorio. Formisano all'inizio è scettico, ma poi, cedendo alle insistenze dei due autori accetta di farla sua nel concerto del Trianon. Il brano diventerà un classico e lui resterà nella storia della canzone italiana per esserne stato il primo interprete. Sull'onda del successo decide di lasciare la lirica per dedicarsi alla canzone. A partire dal 1926 passa a tempo pieno al varietà, dove ottiene uno straordinario successo con un repertorio di classici napoletani. Negli anni Trenta e Quaranta è popolarissimo. La sua fama non si ferma a Napoli e neppure nei confini italiani. Numerosissime tournée in Europa e in Nordamerica costellano la sua intensa attività. Come molti protagonisti di quel periodo, però, all’inizio degli anni Cinquanta quando la fatica degli anni comincia a farsi sentire, lascia il palcoscenico e si ritira a vita privata nella sua Napoli.

23 agosto, 2019

23 agosto 1975 – Un Reynolds di troppo


Il 23 agosto 1975 in vetta alla classifica statunitense dei singoli c'è il brano Fallin' in love e l'indicazione degli interpreti sull'etichetta riporta un marchio abbastanza noto in quel periodo: Hamilton, Joe Frank & Reynolds. Il nome è quello del gruppo formato alla fine degli anni Sessanta da Dan Hamilton, Joe Frank Carollo e Tommy Reynolds, tre ex componenti dei T-Bones, la band di No matter what shape (Your stomach's in). Il trio, dato per scomparso nel 1972 dopo un paio d'album di buon successo sembra così tornare alla ribalta. Sembra, perché gli esperti di cose musicali sono perplessi. Si sa, infatti, che Tommy Reynolds da tempo preferisce le regole di un ordine religioso del Texas allo scintillante mondo dello show-business. La comparsa della sigla appare quindi sospetta. C'è chi sostiene che Fallin' in love sia un brano inedito registrato tre anni prima quando Reynolds faceva ancora parte della band, ma c'è anche chi parla esplicitamente di "gruppo fantasma". La pubblicazione di un album con lo stesso titolo complica ancora di più le cose. Quanti sono gli inediti del gruppo? La verità sta nel mezzo. Il disco è nuovo ed è stato registrato da due terzi del vecchio trio, cioè da Dan Hamilton e Joe Frank Carollo, con l'aggiunta di un nuovo componente: Alan Dennison. Il trucco è stato quello di non cambiare nome al gruppo. Il clamore suscitato dalle polemiche fa arrabbiare il buon Tommy Reynolds che chiede di togliere il suo nome dal marchio. I due ex compagni non gli rispondono neppure e a lui non resta che citarli in tribunale. La causa durerà un anno e nel frattempo il gruppo pubblicherà, ancora come Hamilton, Joe Frank & Reynolds, l'album Winners and losers. Nell'estate del 1976 Tommy Reynolds riuscirà a impedire al gruppo di continuare a usare il suo nome e la band diverrà Hamilton, Joe Frank & Dennison. Paradossalmente con il cambio del nome finirà il successo. I tre pubblicheranno ancora qualche disco, con scarsi risultati.



22 agosto, 2019

22 agosto 1988 - Aretha, la regina del soul


Fresca vincitrice di due Grammy Awards, Aretha Franklin assiste il 22 agosto 1988 alla presentazione di un film-documentario su di lei: “Aretha Franklin: The queen of soul” (Aretha Franklin, la regina del soul). Oltre a raccontarne la vita e le vicende artistiche, raccoglie le testimonianze di colleghi come Ray Charles, Eric Clapton, Whitney Houston e Smokey Robinson. Nata a Memphis il 25 marzo 1942 la Franklin inizia a cantare da giovanissima, insieme al fratello Cecil e alle sorelle Erna e Carolyn, sotto la guida del padre, il reverendo C.L. Franklin, cantante di gospel che la porta con sé nei suoi spettacoli itineranti. In questa mescola di musica, ritmo, fede e teatralità si forma la sua personalità artistica. Conosce grandi artisti come Mahalia Jackson e James Cleveland e pubblica il suo primo disco nel 1956 quando, appena quattordicenne, è la solista del coro della New Bethal Baptist Church di Detroit. Ben presto la sua fama travalica i confini dei concerti religiosi e di lei si accorge John Hammond, lo scopritore di Billie Holiday, che le procura il primo contratto discografico con la Columbia Records. Sotto la sua guida incide vari dischi gospel, ma i limiti di questo genere le stanno stretti. Nella seconda metà degli anni Sessanta passa alla Atlantic dove entra in contatto con i nuovi fermenti della musica nera. È il produttore John Wexler l’artefice del suo cambiamento. La lascia libera di spaziare come vuole, limitandosi a curare gli arrangiamenti e il tessuto orchestrale. Nel 1967 con I never loved a man (the way I love you) Aretha vola alta nelle classifiche e nel cuore del pubblico. La conferma arriva, qualche mese dopo da una drammatica versione di Respect, un brano di Otis Redding. Sono anni di forti tensioni razziali e di lotte per i diritti civili. La sua voce, potente e dolcissima, si leva sulla scena artistica statunitense di quel periodo e ne interpreta, come poche altre, la colonna sonora. Negli anni Settanta la formula ideata da Wexler sembra non funzionare più. Aretha ripiega allora sulle atmosfere eleganti e rilassate del pop orchestrale, imprigionando in parte la sua personalità e affidandosi a produttori abili come Quincy Jones. Sembra l’inizio del declino artistico, il progressivo adattamento a una tranquilla normalità, ma le apparenze ingannano. All’inizio degli anni Ottanta si rivede la vecchia e non sopita grinta in un’indimenticabile apparizione nel film “The blues brothers” che la rilancia come una delle più grandi interpreti del soul moderno.


21 agosto, 2019

21 agosto 1930 – La difficile carriera di Christiane Legrand


Il 21 agosto 1930 nasce ad Aix-les-Bains, in Francia, Christiane Legrand, una delle più importanti voci femminili del jazz europeo tra gli anni Cinquanta e Sessanta. La sua è una famiglia destinata a lasciare più d'una traccia nella storia musicale del Novecento. Il padre, infatti, è il clarinettista, sassofonista e compositore Raymond Legrand, mentre il fratello minore, il pianista Michel Legrand, otterrà uno straordinario successo sia come strumentista e compositore jazz che come autore e interprete di musiche e brani per il cinema. Chiusa tra i due talenti della famiglia Christiane fatica non poco a imporsi in un ambiente chiuso e un po' maschilista come la scena jazz francese degli anni Cinquanta. Dopo gli studi di piano non si rassegna alla carriera dell'insegnamento. A partire dal 1954 inizia a cantare in varie band, comprese quelle del fratellino. Contemporaneamente, nel 1955, trova ospitalità in un gruppo vocale considerato all'avanguardia per l'epoca. Sono i Blue Stars. Successivamente cambieranno nome in Double-Six e finiranno per essere osannati dalla critica come il primo gruppo europeo capace di cimentarsi in un nuovo stile vocale basato sui virtuosismi e l'arte quasi surrealista dell'allitterazione. Sono gli anni a cavallo tra i Cinquanta e i Sessanta e Christiane diventa una delle voci francesi più importanti di quel periodo. La sua popolarità non resta, però, confinata nei ristretti confini del jazz. Più volte spazia nel pop attraverso la porta del cinema. È sua la voce femminile che canta nel film "Les Parapluies de Cherbourg" di Jacques Demy, la cui colonna sonora porta la firma del "fratellino" Michel Legrand. L'avventura con i Double-Six finisce nel 1965. Per un po' si esibisce con Ward Swingle, ma poi lascia. Preferisce seguire da vicino i nuovi gruppi vocali che si ispirano allo stile che l'ha resa famosa. Del suo periodo con i Double Six resta una testimonianza straordinaria nell'album Dizzy Gillespie et Les Double-Six. Muore il 1° novembre 2011.


20 agosto, 2019

20 agosto 1977 – La prima volta dei Fischer-Z di John Watts

Il 20 agosto 1977 dopo vari tentativi debuttano finalmente i Fischer-Z, la band britannica nata da un progetto John Watts, un tipo sveglio che, oltre ad aver studiato sax, clarinetto e batteria ha anche fatto parte del coro della Reale Accademia Militare di Sandhurst. Da tempo lui e il suo inseparabile amico Steve Skolnik lavorano all’idea di questo gruppo. Conosciutisi all’università alcuni anni prima hanno dato vita a un duo chiamato The Onknow Band. Perennemente insoddisfatti e desiderosi di trovare nuove sollecitazioni si trasferiscono prima ad Amsterdam e poi in California, salvo decidere alla fine di ritornare in Gran Bretagna. Nel gennaio 1977 danno vita agli Sheep, una formazione che ancora non riesce a soddisfare appieno le loro aspettative. Con l'aiuto di alcuni annunci pubblicati su "Melody Maker", riescono finalmente a completare l'organico a dar vita ai Fischer-Z. La formazione che il 20 agosto si esibisce per la prima volta in pubblico oltre alla chitarra di John Watts e alle tastiere di Steve Skolnik, schiera il batterista Steve Liddle e il bassista David Graham. L’anno pubblicano i primi due singoli Wax dolls e Remember Russia, anche se il successo tarda fino al 1979 quando il singolo The worker e l'album Word salad conquistano pubblico e critica. Nel 1980, dopo il buon successo di So long e del secondo album Going deal for a living, Skolnik lascia la band e viene sostituito da Bernard Newman. La sua sostituzione riguarda soltanto le esibizioni dal vivo, perchè nella registrazione del terzo album Red skies over paradise del 1981 è lo stesso Watts a occuparsi delle tastiere. La storia della band è però arrivata al capolinea. Nell'estate del 1981, infatti, John Watts, scioglie i Fischer-Z e decide di continuare pubblicando l'album One more twist e il singolo Speaking a different language. La breve avventura dei Fischer-Z non finisce qui. Sull’onda della nostalgia rivedranno, infatti, la luce una decina d’anni dopo, nel 1992, quando, riformatisi, pubblicheranno Destination paradise.

19 agosto, 2019

19 agosto 1906 - Manzie Johnson, elegante ed essenziale


Il 19 agosto 1906 nasce a Putnam, nel Connecticut, Manzie Johnson, uno dei più eleganti ed essenziali batteristi del jazz di New Orleans. Pressoché sconosciuto al grande pubblico, anche per il suo carattere asciutto, incapace di autopromozione e di poche parole, gode invece di una notevole popolarità e stima nella ristretta cerchia degli appassionati di tutto il mondo. Per lui il jazz è un sogno coltivato da piccolo, così come il desiderio di lasciarsi alle spalle la vita difficile nella cittadina dove è nato. Nei suoi occhi ci sono i locali e i teatri di Harlem, scenari che la sua fantasia carica di colori e significati particolari. Ha da poco smesso di portare i calzoni corti quando lascia la città natale per cercare fortuna a New York. A differenza di altri trova davvero quello che cerca. Nella "grande mela", infatti, si fa conoscere suonando per molto tempo allo Small's Paradise con l'orchestra di quel Willie Gant che, in quell'epoca, è considerato uno dei giganti della scena di Harlem. Successivamente suona e registra con quasi tutti i più importanti gruppi degli anni Trenta, da Freddie Johnson a June Clark, da Frankie Newton a Don Redman, da Willie Bryant a Joe Sullivan, a Bobby Burnett. Ancora oggi le sue registrazioni del 1938 con la band di Tommy Ladnier e Mezz Mezzrow sono merce pregiata per i collezionisti. Il suo carattere lo porta a non mettersi in evidenza, spesso con il rischio di non valorizzare abbastanza il suo apporto solido ed essenziale, perfettamente inquadrato nello schema della scuola tradizionale. Non si pensi, però, che la sua esperienza musicale finisca con la fine del periodo d'oro dello stile New Orleans. L'incontro con le aperture dello swing e del grande jazz orchestrale ma anche con le forme più evolute del dopoguerra fornisce alla sua tecnica nuovi stimoli. Resta per tutta la carriera un batterista dalla formazione classica, ma non rinuncia ad aperture e variazioni che denotano una acuta sensibilità e la capacità di adattarsi con intelligenza alle evoluzioni del suo genere musicale. Se può non si sposta da New York. Fino alla morte, che lo sorprende nel 1971, trascorrerà, infatti, gran parte della sua vita in quella città che era nei suoi sogni di ragazzo e che gli ha dato la possibilità di vivere di musica. Del suo lavoro restano testimonianza preziosa alcune registrazioni al fianco dei grandi del jazz come una straordinaria Doin' what I please con Don Retman del 1932, Sixty street con Lil Armstrong del 1939 e The mooche con Sidney Bechet del 1941.


18 agosto, 2019

18 agosto 1966 - Il giorno in cui Paul Jones lasciò i Manfred Mann


Il 18 agosto 1966 la notizia che da qualche giorno circola negli ambienti musicali britannici diventa ufficiale: il cantante Paul Jones lascia i Manfred Mann per continuare come solista e, pare, dedicarsi alla carriera cinematografica. Per sostituirlo verranno contattati prima Rod Stewart e Wayne Fontana, ma poi il posto verrà affidato a Mike D’Abo. A detta dei media la fuga del cantante rischia di essere però un duro colpo d'immagine per la band fondata dal sudafricano Mike Lubowitz, in arte Manfred Mann. Paul Jones appartiene, infatti, al nucleo storico del gruppo e la sua figura carismatica ha avuto un ruolo determinante nel suo successo. I tentativi di trattenerlo non ottengono risultati anche perché, stando alle dichiarazioni, non c'è nulla di personale nella scelta di abbandonare il suo vecchio amico Lubowitz. Paul Jones se ne va perché è stanco delle continue mediazioni imposte dalla vita di un gruppo. Ha in mente un progetto solistico che si concretizza nella pubblicazione di dischi di scarso rilievo con brani come High time e I've been a bad bad boy. Dal punto di vista musicale la sua scelta solistica non lascerà tracce consistenti almeno fino agli anni Ottanta, quando darà vita alla Blues Band con Tom McGuinness. Paul Jones trova, comunque un modo per caratterizzare con la sua personalità quegli anni anche al di fuori dell'esperienza dei Manfred Mann. Viene infatti scelto da regista Peter Watkins per interpretare la parte del protagonista in "Privilege", uno dei film simbolo degli anni Sessanta. Nell'interpretazione del personaggio di Steve Shorter, il cantante pop strumentalizzato dal music business e poi abbandonato a se stesso quando prende coscienza della sua condizione perde un po' del carisma scenico, ma si guadagna quel pezzetto d'immortalità che le sue esperienze solistiche probabilmente non gli avrebbero dato. Nonostante le previsioni fosche sul loro destino i Manfred Mann, sopravviveranno anche senza il loro storico cantante. Prima di inserire in organico una nuova voce solista tentano, per la verità, di lasciare le cose come stanno pubblicando due EP strumentali Instrumental asylum e Instrumental assassination che, però, lasciano indifferente il pubblico. Abbandonata rapidamente ogni velleità di rinnovamento e inserito in organico il già citato Mike D'Abo, ritroveranno la strada del successo con brani di facile consumo, pur se non privi di originalità come Ha! Said the clown, My name is Jack, Fox on the run e Ragamuffin man, oltre alle dylaniane Just like a woman e The Mighty Quinn.



17 agosto, 2019

17 agosto 1964 – Con "You really got me" i Kinks prendono il volo


Il 17 agosto 1964 la Pye Records pubblica You really got me. Il brano sarà il primo grande successo dei Kinks, uno dei gruppi più spigolosi degli anni Sessanta che più di altri incarna lo spirito ribelle delle bande giovanili dell'epoca. La loro selvaggia irruenza sul palco piace ai Mods, ma è amata anche dai Rockers e verrà presa a esempio dai protagonisti del punk. I Kinks nascono, di fatto, nel 1962 attorno ai fratelli Davies, Ray e Dave soprannominati "Rock Brothers" per la mania di ascoltare i dischi ad altissimo volume. Entrambi chitarristi formano il primo nucleo della band con il batterista Mick Avory e il bassista Peter Quaife. Per un po' si fanno le ossa come gruppo d'accompagnamento del cantante Robert Wace, un onesto mestierante che diventerà il loro manager. La storia non va avanti per molto, perché alla fine del 1963 decidono di proseguire da soli. Notati dal produttore Shel Talmy ottengono il primo contratto discografico con la Pye Records e si mettono subito al lavoro in sala di registrazione. Nel mese di febbraio del 1964 pubblicano il loro primo singolo, una cover di Long tall Sally, il brano di Little Richard. Il disco passa quasi inosservato e non va meglio al successivo You do something to me. Decisi a non mollare i quattro lavorano all'idea di realizzare un brano che possa avere la stessa carica esplosiva delle loro esibizioni dal vivo. Nasce così You really got me. Nonostante sia già pronto alla fine della primavera la loro casa discografica prende tempo tentando di convincerli ad ammorbidirne l'impatto con un arrangiamento meno selvaggio e duro. Sono in molti a dubitare che quel selvaggio e grezzo miscuglio di rock urlato e blues nero possa interessare a un mercato che si sta ormai evolvendo in forme più raffinate, ma Ray Davies e i suoi compagni tengono duro. You really got me esce così com'è. In pochi mesi conquista i giovani di tutto il mondo e diventa uno dei più longevi brani della storia del rock.





16 agosto, 2019

16 agosto 1968 – L’inaspettata morte di Cutty Cutshall

Il 16 agosto 1968 a Toronto, in Canada, dove si trova in tournée con gli All Stars di Eddie Condon, muore improvvisamente il trombonista Cutty Cutshall. Ha cinquantasette anni. Nato a Huntington County, in Pennsylvania, 29 dicembre 1911 è registrato all’anagrafe con il nome di Robert Dewee Cutshall. Giovanissimo comincia l'attività professionale a Pittsburg suonando nell'orchestra sinfonica comunale e in vari gruppi da ballo. Nel 1934 viene ingaggiato da Charley Dornberg e dal 1938 al 1940 suona con il gruppo della cantante Jan Savitt Successivamente entra nell’organico dell'orchestra di Benny Goodman e ci resta fino alla fine del 1946 sviluppando un rapporto di amicizia e rivalità professionale con Lou McGarity. Nella band di Goodman Cutshall si fa conoscere e apprezzare sia dai critici sia dal grosso pubblico. Nel 1948 ottiene un importante ingaggio al Nick's, il tempio dei dixielanders di New York, dove suona prima con Billy Butterfield. A partire dal 1949 entra a far parte degli All Stars di Eddie Condon diventandone un componente fedele e quasi inamovibile. Verso la fine degli anni Cinquanta, Cutshall suona anche con le orchestre di Bob Crosby, ancora una volta a fianco di McGarity, e di Wild Bill Davison pur senza abbandonare l’impegno primario con il "clan” di Condon. Nel 1965 entra partecipa a una serie di registrazioni della band di Yank Lawson e Bob Haggart che dal punto di vista stilistico anticipano la nascita della World Greatest Jazz Band nella quale ha ancora una volta al suo fianco McGarity. Non riuscirà però a prender parte alle prime incisioni di quest’orchestra perchè la morte lo sorprende a Toronto dove avrebbe dovuto esibirsi per l’ultima volta con gli All Stars di Condon.


15 agosto, 2019

15 agosto 1969 - Il primo giorno di Woodstock


Alle cinque del pomeriggio del 15 agosto 1969 sono duecentomila le persone che affollano a Bethel i prati della fattoria di Max Yasgur. Il Woodstock Music and Art Fair sembra destinato a non avere mai inizio, ma i giovani arrivati fin lì non danno l’impressione di preoccuparsene. Non c’è il nervosismo che precede eventi di questo genere. Nella confusione indescrivibile ciascuno aspetta con pazienza che qualcosa succeda. Improvvisamente qualcuno arriva sul palco. È un emozionatissimo Richie Havens che, afferrato il microfono intona con voce tremante la sua Freedom. Inizia così, con un ritardo di molte ore e con la scaletta rivoluzionata, il festival di Woodstock, destinato a entrare nella leggenda come “Tre giorni di pace, amore e musica”. Secondo quanto annunciato dal programma non avrebbe dovuto essere Havens il primo a esibirsi e neppure si sarebbe dovuto attendere il pomeriggio per poter ascoltare le prime note. La manifestazione doveva aprirsi nella mattinata con Joan Baez, seguita da Arlo Guthrie e da Tim Hardin, quindi Havens, poi la Incredible String Band, Ravi Shankar, Bert Sommer e gli Sweetwater, cui era affidato il compito di chiudere la prima delle tre giornate. Già all’alba del 15 agosto, però, si capisce che tutte le previsioni sono saltate. Fin dal giorno prima tutte le linee viarie di comunicazione sono saltate. Una folla immensa sta intasando le strade con ogni mezzo nel tentativo di raggiungere i prati della fattoria di Max Yasgur, incurante degli elicotteri della polizia che con gli altoparlanti invitano a tornare indietro annunciando che l’area del festival è già al limite della capienza. Le autorità preposte all’ordine pubblico fanno diffondere via radio la notizia che la zona viene considerata “area disastrata”, ma non serve a molto. Ogni passaggio degli elicotteri viene accompagnato da gesti di scherno e il fiume umano continua ad avanzare. L’intasamento diventa definitivo quando, vista la situazione, molti ragazzi decidono di abbandonare i propri mezzi di locomozione in mezzo alle strade per continuare a piedi. La situazione che si crea rende, però, difficile, se non impossibile per gli artisti raggiungere l’area del festival. Qualcuno arriverà a piedi, altri riusciranno a garantire la loro presenza solo grazie all’intervento degli elicotteri della polizia. Mentre la fiumana di gente continua ad affluire, l’area destinata al Festival, controllata dai ragazzi della Hog Farm, una comunità hippy che si è assunta l’impegno del servizio d’ordine, ospita già duecentomila giovani, ai quali vengono consegnate razioni gratuite di riso integrale per sopperire alla mancanza di cibo. Alle cinque del pomeriggio il clima non è teso, ma la musica deve iniziare. L’unico cantante presente è Richie Havens, non ci sono dubbi che gli tocchi l’apertura. «Continua fin che ce la fai», gli dicono gli organizzatori e lui va avanti per tre ore, fino allo sfinimento, in attesa che arrivi qualcuno a dargli il cambio. Fortunatamente, quando già il povero Richie comincia a temere di dover cantare per tre giorni da solo, arriva quel folle di Country Joe McDonald che, senza la band, ancora dispersa nel traffico, sale sul palco e intona una lunghissima versione di I feel like I’m fixin’ to die rag, il suo brano contro la guerra del Vietnam, concluso da un coro di centinaia di migliaia di persone che all’unisono con lui urlano un sonoro «Fuck». Anche Country Joe, però, non è di ferro e prima o poi bisognerà pur dargli il cambio, ma non si hanno notizie degli altri artisti previsti dal programma. Gli organizzatori non sanno che pesci pigliare, ma la fortuna è decisamente dalla loro parte. Non si sa bene come, ma scovano tra il pubblico John Sebastian, il leader dei Lovin’ Spoonful, arrivato lì in veste di spettatore. Lo convincono a salire sul palco e guadagnano un’altra preziosa mezz’ora. Nel frattempo comincia ad arrivare qualcuno, sia pure alla spicciolata e senza rispettare l’ordine originario. Dopo Sebastian tocca a Bert Sommer, quindi a Ravi Shankar, la cui esibizione si svolge quasi interamente sotto una pioggia battente e improvvisa. Seguono Arlo Guthrie e gli Sweetwater. Manca sempre Joan Baez. Non c’è problema. Come già per John Sebastian, viene recuperata tra il pubblico Melanie, anche lei arrivata come spettatrice e spedita velocemente sul palco mentre calano le prime ombre della sera. Finalmente arriva anche Joan Baez. Quando la folksinger inizia a cantare è ormai notte fonda e, teoricamente, la prima giornata di Woodstock dovrebbe già essersi chiusa da qualche ora, ma chi ha tempo o voglia di guardare l’orologio?