21 luglio, 2019

21 luglio 1981 – Snub Mosley, lo showman del trombone


Il 21 luglio 1981 muore a New York il trombonista Snub Mosley, all’anagrafe Lawrence Leo Mosely. Nato a Little Rock, nell'Arkansas, ha settantun anni. È adolescente e sta ancora studiando per migliorare la sua tecnica quando Alphonso Trent lo vuole nella sua orchestra. Il suo debutto professionale avviene proprio nella formazione di Trent a Dallas e prosegue con un'intera stagione all'Adolphus Hotel. Con la stessa band se ne va a Richmond dove, alla fine del 1928, registra i primi dischi. La sua presenza scenica e la capacità di divertire il pubblico ne fanno lievitare le azioni e, nel 1934, entra a far parte della formazione di Claude Hopkins. Non ci resta per molto perché non tardano a bussare alla sua porta personaggi leggendari del jazz di quel periodo come Fats Waller e Louis Armstrong. Snub non dice mai di no, ma non accetta contratti a lungo termine. Il suo sogno è quello di mettersi in proprio. Ci riesce nel 1936 quando dà finalmente vita a un'orchestra che porta il suo nome e che riesce a tenere unita per molti anni. Alla testa dei suoi strumentisti diventa l'attrazione di locali come il Woodmere Country Club e il Queen's Terrace di Long Island. Tra lui è il gruppo c'è amore vero, come emerge anche dalla cura con la quale prepara le numerose sedute di registrazione per la Decca nelle quali suona sia il suo trombone, stilisticamente influenzato da Tommy Dorsey, che come vocalist e anche come solista di slide-sax, un sassofono inventato da lui al quale è dedicato il brano The man with the funny little horn. Nel corso degli anni Quaranta e Cinquanta la sua popolarità si allarga anche al di fuori dei confini degli Stati Uniti, in Oriente e in Europa dove colpisce l'immaginazione del pubblico più per le doti di showman che per le sue qualità artistiche. Con la crisi delle big band si dedica alle orchestre-spettacolo, capaci di esaltarne le doti di simpatia e d'intrattenimento sulle note del suo brano più famoso: Snub's blues.



20 luglio, 2019

20 luglio 1963 – Con "Maria Elena" l'Italia scopre Los Indios Tabajaras


Il 20 luglio 1963 arriva al vertice della classifica dei dischi più venduti in Italia la canzone Maria Elena. Ci resterà per sei settimane diventando uno dei primi fenomeni del mercato discografico del nostro paese. Il duo che l'interpreta è indicato sulla copertina del disco con il nome di Los Indios Tabajaras. Più che un marchio di fabbrica la definizione è la pura e semplice verità. Nonostante nelle biografie addomesticate abbiano i nomi molto cristiani e civilizzati di Natalicio e Antenor i componenti del duo si chiamano Musaperi ed Herundy e sono davvero due indios della tribù Tabajaras, stanziata nel nord-est del Brasile. La loro storia inizia alla fine degli anni Cinquanta quando, chitarristi autodidatti e appassionati dei suoni caraibici, lasciano il loro villaggio per cercar fortuna nel mondo dello spettacolo. In quel periodo incidono alcuni classici della tradizione cubana e centro- americana compresa Maria Elena, una canzone degli anni Quaranta scritta da Barcelata. I sogni di gloria non si concretizzano e i dischi finiscono direttamente sulle bancarelle dei venditori ambulanti. Molto tempo dopo, nel 1963, per uno scherzo del destino il disk jockey di una radio newyorkese si ritrova Maria Elena tra le mani e decide di trasmetterla. Il risultato è inaspettato. La canzone piace al pubblico per cui la RCA decide di farla propria e distribuirla. In breve tempo Maria Elena ottiene un successo strepitoso, ma dei musicisti che l'hanno incisa si sono perse le tracce. Vengono rintracciati qualche tempo dopo in uno dei villaggi della loro tribù e convinti a tornare sulle scene. Questa volta sarà per sempre. Nel 1965 ottengono un nuovo successo mondiale con Siempre en mi corazon, un classico di Ernesto Lecuona, uno dei tanti della loro lunghissima carriera scandita dalla rielaborazioni di classici della canzone latina e nordamericana. Negli anni Settanta, sull'onda dell'interesse per il folk, si fanno trascinare in un'operazione commerciale di dubbio gusto che li porta a eseguire il consueto repertorio indossando però i costumi tipici della loro tribù con tanto di piume in testa. Recuperata una dimensione più dignitosa al loro lavoro riusciranno a sopravvivere ai margini del music business grazie al circuito del revival e dei grandi alberghi statunitensi. Negli anni Ottanta pubblicheranno, con risultati lusinghieri, una loro versione di Annie's Song di John Denver e di Woman in love dei Bee Gees.



19 luglio, 2019

19 luglio 1944 – Will Marion Cook, l'uomo che ha colorato di nero il varietà


Il 19 luglio 1944 muore a New York il compositore e direttore d’orchestra Will Marion Cook, una delle figure più importanti e significative del grande rinnovamento della musica statunitense nel periodo a cavallo tra l'Ottocento e il Novecento. Il suo lavoro, penalizzato dalla separazione razziale che in gran parte degli stati degli USA impediva a neri e bianchi di frequentare lo stesso locale, è fondamentale nella nascita e nello sviluppo del teatro musicale nero. Senza l'opera di compositori come Will Marion Cook anche la storia dei grandi musicals americani e, più in generale, del teatro musicale del Novecento sarebbe probabilmente stata diversa. Nato a Washington il 27 gennaio 1869 frequenta regolari studi di composizione e di direzione d'orchestra. Dopo il diploma sbarca il lunario dirigendo le orchestrine che sottolineano lo svolgimento dell'azione o accompagnano gli spettacoli di varietà nei piccoli teatri di periferia. Affascinato dalle dinamiche del melodramma e dalle intuizioni del jazz delle origini ritiene che anche il teatro musicale nero americano abbia la necessità di uscire dall'orizzonte ristretto del semplice "adattamento per neri" delle strutture musicali e spettacolari della cultura bianca. Lavora a lungo su quest'idea e solo nel 1898 ha pronta la sua prima opera completa. È Clorindy or the Origin of the Cakewalk, che viene presentata a Broadway nello stesso anno. Le opere di Cook non possono essere iscritte né all'elenco dei musical né a quello delle opere liriche. Si tratta, più semplicemente di spettacoli di varietà legati da un filo conduttore le cui dinamiche musicali, però, si liberano progressivamente degli stereotipi bianchi per recuperare le strutture ritmiche della musica nera. Nel decennio successivo vedono la luce le cinque opere fondamentali del suo lavoro. La prima è Wild Rose del 1902, cui segue l'anno dopo In Dahomey e, nel 1904, The Southerners. La sua ispirazione musicale matura definitivamente nei due lavori successivi: Abyssinia del 1906 e Bandana land del 1908. Will Marion Cook non si limita a comporre, ma in molte occasioni dirige personalmente l’orchestra nei teatri dove vengono rappresentati i suoi lavori. Nel 1919 arriva anche in Europa alla testa della sua Southern Syncopated Orchestra che schiera in formazione nomi illustri come quelli di Sidney Bechet, Arthur Briggs e John Forrester.



18 luglio, 2019

18 luglio 1975 – Nasce il mito di Marley


Il 18 luglio 1975 una folla impressionante si accalca davanti al Lyceum di Londra dove è in programma un concerto di Bob Marley & The Wailers. Il servizio d'ordine, sorpreso e impreparato a reggere un afflusso di queste proporzioni, fatica a contenere l'urto dei corpi che si spingono per entrare. Interviene anche la polizia che, faticosamente, forma un cordone protettivo. Sono migliaia le persone senza biglietto costrette a restare fuori. La confusione è tale che anche Tyrone Downie, il tastierista degli Wailers, rischia di non poter suonare perché imbottigliato nella ressa. Alla fine Bob Marley può iniziare. L’intero concerto viene registrato e fornirà il materiale per l’album Live, destinato a portare nelle classifiche di vendita la magia che Bob e la sua band sanno creare dal vivo. Il concerto del 18 luglio resta nella storia della musica del Novecento soprattutto per la versione, strepitosa, di No woman, no cry registrata in quell’occasione e pubblicata in singolo. Sarà proprio questo disco a segnare la definitiva conquista da parte di Marley del difficile mercato inglese. Quel 18 luglio nasce un mito destinato a durare oltre la morte del musicista. In breve tempo il Rasta Marley diventerà una sorta di portavoce ufficiale della vasta comunità giamaicana in Gran Bretagna e dalle rive del Tamigi la sua popolarità inizierà a estendersi anche nell’Europa continentale. In quella trionfale sera di luglio la rockstar immaginata da Blackwell, il discografico giamaicano bianco che per primo ha creduto nelle sue possibilità, si separa dalle mani del suo creatore. Il suo destino sarà diverso da quello dei dominatori delle classifiche. Non sarà prigioniero della ricerca spasmodica del risultato commerciale. A Bob il successo discografico interesserà sempre poco, perché, come avrà modo di dichiarare più volte, lui si sente investito da una missione più grande: testimoniare la potenza di Jah in tutto il mondo. Lo farà fino alla morte, oltre la morte.



17 luglio, 2019

17 luglio 1942 – Zoot Money, un irrequieto bluesman britannico


Il 17 luglio 1942 nasce a Bournemouth, in Gran Bretagna, Zoot Money, uno dei grandi pionieri del blues britannico. Registrato all’anagrafe con il nome di George Bruno, il giovane Zoot studia pianoforte ma agli autori classici preferisce decisamente i ritmi e le melodie dei discendenti degli schiavi neri d'America. Quando, nel 1961, dà vita alla prima formazione della Big Roll Band ha soltanto diciannove anni. Lo affianca nell'impresa un gruppo di giovani destinati a lasciare un segno importante: il chitarrista Roger Collins, il bassista Johnny King, il batterista Peter Brooks e il sassofonista Kevin Drake. La Big Roll Band diventerà una sorta di contenitore di cui Zoot costituirà l'unico elemento stabile, tanto che non si potrà mai parlare di una "formazione tipo", ma di tante formazioni, ciascuna riferita a un periodo specifico. Una delle più significative è quella del 1963, che schiera, oltre a Zoot, il chitarrista Andy Somers (il futuro Andy Summers dei Police), il sassofonista Nick Newall e il batterista Colin Allen. Tra le numerose testimonianze discografiche di questo periodo, alcune ufficiali, altre meno, la migliore resta l'album live Zoot! del 1966, registrato al Klook's Kleek con la partecipazione del sassofonista Johnny Almond. In quell'anno Zoot abbandona il progetto della Big Roll per formare una nuova band: i Dantallion's Chariot. Non si fermerà lì. Irrequieto e sempre disponibile a nuove avventure alternerà progetti solistici a esperienze con gruppi diversi. Alla fine degli anni Sessanta farà anche parte di una delle ultime formazioni storiche degli Animals, la leggendaria band di Eric Burdon, con i quali registrerà l'album Everyone of us. All'inizio degli anni Settanta darà vita agli Ellis insieme a Steve Ellis, l'ex componente dei Love Affair, ma anche questa non sarà una scelta definitiva. Recuperata, come ogni volta, la sua libertà continuerà a vivere da protagonista le ricche esperienze della scena blues britannica.



16 luglio, 2019

16 luglio 2004 - Chi vota per Bush non è punk


«Questa compilation non nasce per fare profitti: nasce per fare la differenza». La scritta in inglese campeggia bene in evidenza nel libretto che accompagna Rock Against Bush – vol. 1 l’album promosso e realizzato dall’eclettico Fat Mike a supporto del sito www.punkvoter.com. per convincere i giovani ad andare a votare contro Bush. La filosofia dell’album, presentato anche in Italia il 16 luglio, e del sito è, grosso modo, riassumibile così: chi vota per Bush non è punk e chi si astiene è un pisciasotto. E se il presidente dell’America imperialista che punta a farsi impero sceglie il mondo intero come scenario per la sua campagna elettorale, i punk decidono di fare lo stesso perché alla minaccia globale si risponde con la mobilitazione globale. L’album viene così distribuito ovunque e anche in un mercato provinciale come quello italiano si può acquistare per 14 Euri. Sono soldini spesi bene sia per la causa che per il contenuto musicale. In allegato c’è un dvd, forse un po’ ostico per chi non frequenta troppo l’inglese, con videoclip (di Bad Religion, Anti-Flag, NOFX e Strike Anywhere), documentari sulla guerra in Iraq, divertenti spot anti-Bush e un monologo del comico David Cross. La scaletta del Cd è ricca. Accanto ai nomi sempre presenti in iniziative di questo genere ci sono anche gruppi inaspettati. Balzano all’occhio Pennywise, Strike Anywhere, Anti-Flag, NOFX, New Found Glory, Sum 41, Less Than Jake, Soviettes, Ataris, Authority Zero, Strong Out e il quasi leggendario Jello Biafra supportato per l’occasione dai D.O.A. Tra i brani spiccano la bella versione elettrica di Sink, Florida, sink degli Against Me!, l'inedito Give it all dei Rise Against e una Baghdad degli Offspring che è in realtà la riscrittura della Tehran del loro primo album. L’elenco comprende altri nomi illustri come Social Distortion, Descendents o Billy Bragg che affianca i Less Than Jake. Gli amanti dei generi più di confine si possono deliziare con il crossover dei Frisk, il metallo industriale dei Ministry, l'indie-rock degli ormai disciolti Denali, la new wave degli Epoxies, lo ska-core degli RX Bandits, il folk-punk di The World/Inferno Friendship Society o l'emo-pop-rock degli Alkaline Trio e dei Get Up Kids. La campagna di Punkvoter.com sarà supportata anche da decine di concerti cui parteciperanno, oltre ai gruppi citati, Bad Religion, Blink, Good Charlotte, Foo Fighters, Green Day e Sonic Youth, destinati a finire nell’annunciata seconda compilation. Di fronte a quest’offensiva mediatica l’establishment non è stato fermo. In pochi giorni è nato un sito “di destra”, ConservativePunk.com, che ha arruolato l'ex cantante dei Misfits Michael Graves, l’ex Black Flag Henry Rollins e il leggendario Johnny Ramone, tutti favorevoli alla rielezione di Bush. Il tentativo, però, come scrive la stampa d’oltreoceano «…finora ha raccolto scarse adesioni e si è tolto poche soddisfazioni…». Sono timidi e un po’ patetici pannicelli messi a fermare l’onda. Nata sull’onda del movimento contro la guerra l’ondata musicale anti-Bush non sembra facilmente arrestabile. Chi vota per Bush non è punk, appunto.



15 luglio, 2019

15 luglio 1978 – L’album più bello di Chuck Mangione

Il 15 luglio 1978 il trombettista Chuck Mangione si esibisce all'Hollywood Bowl in un concerto destinato a entrare nella storia del jazz rock. La performance, infatti, verrà pubblicata l’anno dopo nel doppio album An evening of magic - Live at the Hollywood Bowl che segnerà il punto più alto del successo di uno dei protagonisti dell'ultimo periodo dell'epoca d'oro del jazz rock. Anche se i grandi successi di vendite e i concerti affollati non lo lasciano prevedere, Mangione alimenta le ultime fiammate di un genere che alla fine degli anni Settanta sta già evolvendosi verso la “new age music” dopo aver toccato vertici altissimi grazie all’impegno di musicisti come, tra gli altri, Miles Davis, Herbie Hancock, Wayne Shorter, Chick Corea, Tony Williams, John McLaughlin, Donald Byrd. Chuck Mangione, all’anagrafe Charles Frank Mangione, nasce a Rochester, New York, il 29 novembre 1940. Suo padre è amico di musicisti come Art Blackey, Horace Silver e, soprattutto, di Dizzy Gillespie che regala al piccolo Chuck la sua prima tromba quando ha soltanto otto anni. Il ragazzo si innamora della musica. Diplomatosi alla Eastman School of Music, nel 1960 forma con suo fratello Gap i Jazz Brothers della cui formazione fanno parte musicisti come Ron Carter, Sal Nistico, Roy McCurdy e Jimmy Garrison. Cinque anni dopo, trasferitosi a New York, si unisce ai Jazz Messenger del vecchio amico di famiglia Art Blackey e suona con musicisti come Maynard Ferguson, Keith Jarrett, Chick Corea. Lasciati i Jazz Messenger forma, nel 1968, il Chuck Mangione Quartet e nel 1970 durante uno show televisivo dirige la Rochester Filarmonic Orchestra nell'esecuzione di Friends and love, una sua composizione che ottiene un grande successo di pubblico e che, pubblicata in un doppio album, diventa il suo primo successo discografico. La buona accoglienza riservata a questo disco spinge i discografici a proporgli di registrare un nuovo album con la Rochester Filarmonic Orchestra. Nasce così Together, un disco meno originale del predente ma benedetto da un analogo, se non superiore, successo commerciale. Da quel momento i successi discografici non si contano. L’onda lunga del jazz rock sostiene la sua esperienza, accompagnata da una genialità istintiva. Nel 1980 si mobiliterà per i terremotati dell’Irpinia con un concerto insieme al fratello Gap, Chick Corea e Dizzy Gillespie che verrà pubblicato l’anno dopo nell’album Tarantella.



14 luglio, 2019

14 luglio 1974 – Gli Everly Brothers chiudono baracca


Il 14 luglio 1974 gli Everly Brothers si stanno esibendo al John Wayne Theatre del Knott's Berry Farm di Hollywood. In una pausa del concerto il direttore del locale manifesta la sua insoddisfazione per la scialba e distratta performance del duo. Senza dire una parola Phil Everly spacca la sua chitarra e se ne va. Suo fratello Don chiude da solo lo spettacolo e annuncia al microfono «Questa sera avete assistito alla fine ufficiale del duo, ma dovete sapere che gli Everly Brothers sono in realtà morti dieci anni fa». Le parole appaiono come l’epitaffio definitivo per l’avventura artistica del duo carismatico che per primo ha gettato un ponte stilistico tra il rock and roll degli anni Cinquanta e il pop del decennio successivo influenzando gran parte dei principali gruppi rock degli anni Sessanta. Figli di una famosa coppia di cantanti country, Ike & Margaret Everly, Don e Phil sono popolarissimi nell’ambiente musicale fin da quando portano i calzoni corti. Non hanno ancora vent’anni quando Chet Atkins convince la CBS a pubblicare il loro primo singolo, Keep a lovin' me, destinato a passare inosservato. Il successo è rinviato solo di un anno. Nel 1957, infatti, Wesley Rose della Acuff Rose Publishing, uno dei discografici più importanti di Nashville, diventò loro manager e li presenta a un’altra coppia di fratelli, Felice e Boudleaux Bryant, due autori alla ricerca di qualcuno che interpreti le loro canzoni. Nel 1957 pubblicano per la Cadence due singoli che aclano rapidamente le classifiche di vendita: Bye bye love e Whake up little Susie. Gli Everly Brotehrs diventano così uno dei più grandi fenomeni del rock dei primi anni Sessanta. La loro popolarità non viene messa in discussione neppure dal forzato silenzio dovuto all’arruolamento nella marina militare. Neppure l’esplosione del beat negli anni Sessanta riesce a oscurare del tutto il loro lavoro, anche se il duo è costretto a scontare un modesto calo del successo commerciale. A partire dal 1965 emergono le prime differenze d’impostazione tra Phil e Don. Il primo sente il peso della ripetitività stilistica e vorrebbe muoversi su terreni nuovi, mentre il fratello teme che il loro pubblico non sia disposto a seguirli sulla strada di un cambiamento di stile troppo rapido e radicale. La rottura sempre rinviata esplode drammaticamente il 14 luglio 1974. Non sarà definitiva perché nel 1983 il duo tornerà sulle scene alla Royal Albert Hall di Londra.



13 luglio, 2019

13 luglio 1920 – Umberto Cesari, il pianista che amava Fats Waller


Il 13 luglio 1920 nasce a Chieti il pianista Umberto Cesari. All’inizio dell’attività, pur essendo in possesso di una formazione classica non disdegna incursioni sempre più frequenti nella musica leggera. La sua carriera sembra ormai incanalata sui binari di una tranquilla routine da strumentista d’accompagnamento quando l’ascolto casuale di un disco che contiene After you’ve gone nella versione di Fats Waller gli fa scoprire il jazz. È quasi un colpo di fulmine. Gli orizzonti del giovanotto chietino cambiano improvvisamente e anche la sua impostazione stilistica per un po’ appare fortemente condizionata da quella di Waller. Negli anni immediatamente successivi alla Liberazione dà vita a ben due formazioni: il Cristall Trio e un sestetto impostato sulla falsariga delle formazioni di Benny Goodman di cui si occupa persino Down Beat, la rivista per le forze armate statunitensi di stanza in Europa. La sua popolarità si allarga e alla fine degli anni Quaranta se ne va a New York per suonare in una grande orchestra radiofonica. Nel marzo del 1950 è, però di nuovo in Italia per registrare negli studi della Parlophon una leggendaria versione di Begin the Beguine con il Trio, un gruppo che oltre a lui comprende Carlo Pes alla chitarra e Carletto Loffredo al basso. In breve tempo diventa uno dei più apprezzati strumentisti jazz di studio. Tra le sue registrazioni più famose ci sono quelle con il quartetto di Aurelio Ciarallo per la Columbia nel 1954, quattro brani con la Roman New Orleans Jazz Band per la RCA nel 1958 e otto nel 1959 con la stessa band che può contare per l’occasione anche sull’apporto del clarinettista Peanuts Hucko e del trombettista Trummy Young. Il 24 ottobre 1960, con Sergio Biseo al basso e Roberto Podio alla batteria, registra negli studi della RCA la famosa Pino solitario. Nella sua carriera ha incontrato quasi tutti i protagonisti del jazz di quel periodo. Suona a lungo con Stéphane Grappelli e, in jam session, incrocia il suo strumento con quelli di personaggi straordinari come Django Reinhardt, Louis Armstrong, Trummy Young, Cozy Cole, Arvell Shaw, Jack Teagarden, Bill Coleman, Barney Bigard, Don Byas, Toots Thielemans, Chet Baker, Max Roach, Zoot Sims, oltre a moltissimi musicisti europei. Da sempre poco incline a mostrarsi in pubblico, negli anni Sessanta rende il suo isolamento quasi inaccessibile rifiutando quasi tutte le proposte di nuove registrazioni. Fanno eccezione un concerto in trio con Giovanni Tommaso al contrabbasso e Daniel Humair alla batteria tenuto il 28 marzo 1968 per Rai Radio e la registrazione nel 1975 dell'album Reminiscenze per la Carosello. Muore nel 1992.


12 luglio, 2019

12 luglio 1969 – Il successo del 2.525


Il 12 luglio 1969 arriva al vertice della classifica dei dischi più venduti in Italia In the year 2525 un brano gradevole interpretato da Zager & Evans, un duo di cui nessuno ha sentito mai parlare fino a quel momento. In pochi mesi la canzone farà il giro del mondo scalando le classifiche di moltissimi paesi in centinaia di versioni diverse. In Italia si cimentano nell'operazione, tra gli altri, Caterina Caselli e i Dik Dik. Resta l'incognita di chi siano i due interpreti. Per un po' si pensa all'ennesima sigla inventata per coprire un'operazione di studio, poi si scopre che in realtà il duo esiste davvero. È formato da Denny Zager e Rick Evans, due componenti del gruppo country degli Eccentrics. Entrambi nati a Lincoln, nel Nebraska, l'anno prima hanno deciso di di fondare una piccola casa di edizioni con l'appendice di un'etichetta discografica. Giusto per poter registrare il marchio danno alle stampe un migliaio di copie di un singolo che contiene un brano scritto da Evans nel 1964 in appena mezz'ora. Il titolo completo della canzone è In the year 2525 (Exordium and terminus). Le copie del disco si esauriscono rapidamente. L'estrema freschezza del brano e la sua imprevista popolarità negli ambienti country attira l'attenzione dei talent scout della RCA che, prima ancora di pensare a un suo possibile utilizzo, ne comprano i diritti. Viene ripubblicato nel 1969, con maggior cura negli arrangiamenti e un'adeguata campagna promozionale. Il successo va al di là delle stesse previsioni dei dirigenti della RCA. Il disco vende più quattro milioni di copie e si trasforma in un "cult" di quel periodo. Nonostante la sua semplicità In the year 2525 affascina anche la critica che parla, forse un po' a vanvera, di «primo esempio di rock futurista» mettendolo insieme a Space oddity di David Bowie. L'entusiasmo non trova giustificazione nei fatti. Il brano è gradevole, ben costruito, ma rimane essenzialmente un buon esempio di pop orecchiabile. Niente più. Non è neanche il primo exploit di una nuova "coppia d'oro" di interpreti della musica statunitense perché i poveri Zager & Evans non riusciranno più a ripetersi. Dopo il discreto successo dell'album 2525 (Exordium and terminus), registrato in fretta e furia per sfruttare al meglio l'improvvisa popolarità, la loro scarna discografia verrà arricchita dai deludenti Zager & Evans del 1970 e Food for the minds, pubblicato postumo nel 1971 quando il duo ha già deciso di cambiare mestiere.


11 luglio, 2019

11 luglio 1980 – Mario Schisa, il maestro dimenticato


L’11 luglio 1980 muore a Roma all’età di settantaquattro anni il maestro Mario Schisa, uno dei più intelligenti e abili musicisti, arrangiatori e compositori della storia della canzone italiana. Se ne va nel silenzio, dimenticato dai più. La sua scomparsa non fa notizia in questo strano mondo che è la musica leggera italiana, quasi mai capace di valorizzare la propria storia. Se un personaggio come Schisa avesse vissuto negli Stati Uniti probabilmente per la sua morte si sarebbero consumati fiumi d’inchiostro, ma in Italia questo non accade. Geniale e intuitivo è lui che consiglia al giovane e acerbo Luciano Tajoli di cambiare la modulazione della voce. «Devi cantare modulando come se avessi il raffreddore. Acquisterai quel tono malinconico che a voce piena ti manca. Diventerai un grande interprete». Ha ragione, così come ha ragione quando capisce che l’industria discografica italiana non può restare prigioniera di una sorta di autarchia melodica, ma non s’aspetta che qualcuno gli dimostri riconoscenza. Sa come vanno le cose della vita. Nessuno gli ha mai regalato niente. Nasce a Montevideo, in Uruguay, il 1° maggio 1906 da una famiglia di immigrati italiani convinti che solo la musica possa regalare al figlio un futuro migliore del loro. È ancora bambino quando i genitori scelgono per lui lo studio del pianoforte. Il padre lo lega letteralmente allo sgabello dello strumento quando lo vede svogliato o distratto: «Adesso non capisci, ma in futuro capirai che è per il tuo bene». Appena può trova i soldi per andarsene e arriva in quell’Italia di cui ha tanto sentito parlare ma che non ha mai conosciuto. Si diploma in pianoforte e composizione presso il conservatorio Giuseppe Verdi di Milano e nei primi anni Trenta debutta come direttore d’orchestra negli spettacoli di varietà e nelle sale da ballo. Nel 1936 centra il primo successo come compositore con il brano Conosco una fontana. La sua poliedrica vena compositiva sa far tesoro delle esperienze altrui senza lasciarsi imprigionare dai generi. Non gli piace seguire le mode. Alla sua vena si deve un gran numero di canzoni di successo compresa l’originale Mamma non vuole, una rielaborazione del tema del “Capriccio italiano” di Ciaikovskij. Negli anni Sessanta abbandonerà, di fatto, la produzione musicale, salvo qualche sporadica eccezione, per impegnarsi sul fronte della tutela dei diritti d’autore.




10 luglio, 2019

10 luglio 1991 – Un fulmine sugli Happy Mondays


Il 10 luglio 1991, quando mancano trenta minuti all’inizio del concerto degli Happy Mondays nella Plaza de Toros di Valencia, un fulmine si abbatte sul palco mettendo fuori uso gran parte degli strumenti della band. Sembra un segno del destino per il gruppo formato a Salford, in Gran Bretagna, undici anni prima dai fratelli Shaun e Paul Ryder, uno cantante e l'altro bassista, dal batterista Gary Whelan e dal chitarrista Mark Day. Dopo l'arrivo del tastierista Paul Davis prendono il nome definitivo di Happy Monday ispirandosi all'omonima canzone dei New Order, la loro band preferita. Qualche disco autoprodotto precede la pubblicazione del singolo Freaky dancin', prodotto proprio da Barney Sumner, uno dei componenti dei New Order Il loro sound, una sapiente fusione tra la dance, l'acid house e le linee morbide del pop, attira l'attenzione di John Cale che, nel 1986 li aiuta nella registrazione dell'album Squirel and G-Man twenty four hour party people plastic face carnt smile (white out). Il successivo Bummed, precede l'inizio di una lunga serie di guai per la band che iniziano nel 1989 con l'arresto di Shaun Ryder e Mark Berry per detenzione di sostanze stupefacenti. Da quel momento la loro storia è un continuo alternarsi di successi discografici e pause sempre più lunghe per problemi di droga. All'inizio degli anni Novanta dopo lo splendido Manchester rave on, il gruppo si ferma perché Shaun Ryder si chiude in clinica per disintossicarsi dall'eroina. Il concerto di Valencia del 10 luglio 1991 è uno di quelli programmati per rilanciare la band, per questo il fulmine appare come un segnale. Qualche mese dopo la tossicodipendenza di Shaun Ryder, ricoverato nuovamente in clinica, bloccherà ancora l'attività del gruppo e segnerà l'inizio della crisi. Nel mese di febbraio del 1993, dopo l'uscita dal gruppo dello stesso Shaun e dopo violente liti e discussioni, la storia degli Happy Mondays si concluderà con una traumatica separazione.



09 luglio, 2019

9 luglio 2003 – Festa Nazionale di Liberazione a Modena Park


«A Modena Park puoi starci anche tutta vita…» Le parole di una delle più suggestive canzoni di Ivan Graziani sono diventate un po’ il simbolo di una Festa di Liberazione nazionale tra le più particolari e ricche. A partire dal 9 luglio 2003 fino a domenica 27 la città emiliana diventa il centro di un crocevia ideale tra cultura, politica, musica e parole in movimento. Parte lì, infatti, la prima di tre feste nazionali di Liberazione, la seconda delle quali è in programma a Venezia alla fine d’agosto e la terza, la più grande, a Roma, nella Capitale. Il programma della Festa dà l’idea di un grande laboratorio aperto a mille contributi. Ricca e articolato è anche il programma degli spettacoli concepito non come una lunga serie di eventi slegati tra loro, ma come una vetrina sulla molteplicità dei generi, delle linee, delle tendenze, con l’unica scelta pregiudiziale di invitare soltanto artisti che non abbiano avuto ambiguità sul tema della guerra globale. Ci sono alcune "chicche" come il californiano Elliott Murphy, che ha anticipato di un giorno l’inizio del suo tour italiano per esserci, il jazzista Gaetano Liguori che rimette in scena la sua Cantata rossa per Tall El Zataar, o Claudio Lolli e Il Parto delle Nuvole Pesanti che rifanno sul palco della Festa Ho visto anche gli zingari felici. Nella programmazione singolare, accanto a personaggi noti e importanti, ci sono immagini e suoni diversi con alcune delle band che hanno partecipato al Cd di Liberazione Not in my name” e altre che sono state protagoniste dei concerti del Forum Europeo di Firenze, per finire ai suggestivi suoni zingari di Federico Sirianni e della sua Molotov Orchestra. Due serate hanno un gusto particolare. La prima è “Cattivo come il pane”, una lunga kermesse condotta da David Riondino con la partecipazione di musici, artisti e intellettuali dedicata alla memoria di Valerio Peretti, uno scrittore, vignettista, autore radiofonico e televisivo scomparso pochi mesi prima che aveva regalato spesso la sua genialità a Liberazione e al PRC pur senza averne mai fatto parte. La Tv lo ha ricordato come “uno degli autori di Striscia la notizia”, la Festa lo ricorda come un compagno e un amico impegnato in tanti campi. La seconda serata-omaggio viene dedicata a Franco Trincale, l’espressione migliore di una tradizione, quella dei cantastorie, che rischia quotidianamente di non trovare più spazio in una società sempre più repressiva verso le forme d’arte libere. Per un giorno Trincale non deve esibirsi all’angolo di una strada ma canta le sue canzoni sul grande Palco Centrale con un impianto d’amplificazione “vero”. A ben guardare, gli spettacoli della Festa, pensati e messi in fila uno dopo l’altro, finiscono per rappresentare una sorta di affresco dai mille colori capace di parlare di politica con un linguaggio diverso.



08 luglio, 2019

8 luglio 1904 – Bill Challis, l’autodidatta laureato


L’8 luglio 1904 nasce a Wilkes-Barre, in Pennsylvania il pianista e arrangiatore Bill Challis, uno dei più singolari personaggi del jazz degli anni Venti e Trenta. È ancora un bambino quando scopre il fascino della tastiera. Senza maestri si applica con costanza a quello che considera un hobby divertente e in pochi anni i tasti bianchi e neri del pianoforte non hanno più segreti per lui. Non pensa, però, di fare della musica la sua attività principale. Seguendo i consigli della sua famiglia si applica a fondo sui libri. I suoni restano un passatempo cui dedicare le ore libere e, quando si stanca del pianoforte, passa al sassofono. A volte ascolta con interesse i gruppi jazz che arrivano nella sua zona, ma il suo sogno è quello di laurearsi. Superati gli esami d’ammissione all’università frequenta con profitto i corsi delle facoltà di economia e filosofia. L’indecisione nella scelta tra sassofono e pianoforte, che caratterizza il suo rapporto con la musica sembra condizionare anche la scelta della materia in cui laurearsi: economia o filosofia? Alla fine si laurea in filosofia economica. Nel frattempo, però, ha iniziato a suonare il pianoforte in una band universitaria e, perfezionista come al solito, si sta applicando con assiduità anche agli studi musicali. Dopo la laurea si diploma in pianoforte e composizione. Il primo ad accorgersi di lui è il violinista e capo orchestra Dave Harmon che lo scrittura come pianista e arrangiatore. Da quel momento la laurea viene appesa a un muro. Nel 1926 entra a far parte dell’orchestra di Jean Goldkette e nel 1928 è con Paul Whiteman. In entrambe lascia un segno con le sue originali orchestrazioni. Pigro per natura e insofferente nei confronti delle esibizioni dal vivo a partire dal 1930 decide di ridurre l’attività come strumentista dedicandosi agli arrangiamenti. Tra le beneficiate dal suo lavoro di quel periodo ci sono le orchestre di Glen Gray, dei Dorsey Brothers e di Willard Robinson. Tra il 1935 e il 1936, all’apice della sua popolarità, può contare anche su un proprio programma radiofonico intitolato “Bill Challis and His Music”. Nel dopoguerra, con la fine dell’epopea delle grandi orchestre, la sua attività tenderà progressivamente a ridursi. Di lui restano nella storia del jazz gli arrangiamenti per le orchestre di Jean Goldkette e di Paul Whiteman fondamentali nella valorizzazione di grandi solisti come Bix Beiderbecke, Frankie Trumbauer e Joe Venuti.



07 luglio, 2019

7 luglio 1979 – Tu sei l'unica donna per me


Il 7 luglio 1979 arriva al vertice della classifica italiana dei dischi più venduti il brano Tu sei l'unica donna per me. Lo interpreta Alan Sorrenti, un cantautore considerato fino a un paio d'anni prima uno dei pochi solisti italiani in grado di cimentarsi senza sfigurare sul terreno del rock progressivo. Al suo attivo ci sono lavori sperimentali e un paio d'album di buon livello come Aria e Come un vecchio incensiere all'alba di un villaggio deserto. Da un anno, però, lo sperimentalismo non fa più per lui. Il successo di Tu sei l'unica donna per me ne consolida la svolta commerciale, iniziata nel 1978 prima con la rivisitazione di Dicitencello vuie e poi con un altro campione di vendite come Figli delle stelle. Gran parte della critica, che l'ha seguito con simpatia nella fase più impegnata e sperimentale della sua carriera, snobba la svolta dance di Alan Sorrenti, ironizzando sulla sua nuova immagine e sulla banalità di un'impronta musicale sostenuta da un largo uso di falsetti in stile Bee Gees. «Una gran voce sprecata» scrivono alcuni giornali specializzati. Lo stesso atteggiamento assumono i suoi ammiratori della prima ora che, delusi e traditi, gli voltano le spalle. Il cantautore viene invece scoperto dal grande pubblico, quello che affolla le discoteche ed è affascinato dalla "febbre del sabato sera". È questa sterminata platea che porta il suo brano al vertice delle classifiche di vendita dove resterà per ben tre mesi. Sull'onda del successo Alan Sorrenti e il suo produttore Corrado Bacchelli penseranno di poter conquistare anche il pubblico d'oltreoceano ripetendo, in piccolo, l'operazione riuscita all'australiano Robert Stigwood con i Bee Gees. Tra New York e Los Angeles verrà realizzata All day in love, la versione inglese di Tu sei l'unica donna per me, mentre l'immagine del cantante si americanizzerà al limite del ridicolo. L'operazione finirà per incepparsi tra eccessi di megalomania e qualche ingenuità.




05 luglio, 2019

6 luglio 1983 – Jean-Michel Jarre, un album in una sola copia


Il 6 luglio 1983 il francese Jean-Michel Jarre pubblica il suo nuovo album Music for supermarkets stampato in una sola copia. Battuto all’asta, il disco viene venduto per sessantanovemila franchi francesi. Non è la prima e non sarà l’ultima stravaganza del figlio del grande compositore francese di colonne sonore Maurice Jarre. Jean-Michel, nato il 24 agosto 1948 a Lione diventa alla fine degli anni Settanta, il simbolo della nuova musica francese. Diplomatosi al Conservatorio di Parigi, nel 1968 entra a far parte del Gruppo di Ricerca Musicale di Parigi, diretto da Pierre Shaffer. Nel 1972, appena ventiquattrenne, compone le musiche per "Aor", una coreografia di Norbert Schmuki e porta per la prima volta i suoni elettronici nel Teatro dell'Opera di Parigi, il tempio della classicità. Cinque anni dopo l’album Oxigene e il singolo omonimo scalano le classifiche di tutto il mondo. Jarre, musicista puro come Mike Oldfield, si caratterizza come un personaggio schivo con l'abitudine a lavorare da solo. La sua musica costituisce una sorta di sintesi cibernetica tra l'elegante e patinata creatività del padre e l'onirica immaginazione del rock sinfonico. Il successo di Oxigene gli vale il Grand Prix dell'accademia Charles Cross di Parigi e il titolo di “personaggio dell'anno” dalla rivista statunitense “People Magazine”. Pur continuando a pubblicare dischi di successo ritiene che la sua musica debba essere soprattutto eseguita dal vivo. Affascinato dall’idea di ambientare le sue composizioni in grandi ambienti aperti e di sperimentare nuove fusioni tra musica e immagine, il 14 luglio del 1979, a Parigi, in Place de la Concorde dirige di fronte a più di un milione di spettatori l'esecuzione all’aperto delle sue musiche corredata da giganteschi giochi di luce. Due anni dopo è il primo musicista moderno occidentale invitato a esibirsi nella Repubblica Popolare Cinese. La registrazione delle sue performances in Cina, pubblicata nel doppio live The Concert in China si trasforma in un nuovo successo mondiale. Compagno dell’attrice Charlotte Rampling, intelligente e colto, tornato dall'oriente dichiara di non sopportare le pressioni e i trucchi del music business, per il quale «contano soltanto i dischi venduti e non la musica». Per questa ragione realizza Music for supermarkets con la stessa cura di un album destinato al mercato, ma per contratto esso dovrà essere stampato in una sola, rarissima, copia.


5 luglio 1966 – I Beatles? Linciateli pure!


Il 5 luglio 1966 è l’ultimo giorno di permanenza dei Beatles a Manila, una tappa della loro tournée asiatica. Tutto è andato bene, nonostante il soliti eccessi d'entusiasmo del pubblico. Si sono rivelate infondate anche le preoccupazioni circa i rischi di contestazione in un paese cattolico come le Filippine dopo le dichiarazioni rilasciate da John Lennon un paio di mesi prima sui «Beatles più famosi di Gesù Cristo». Il clima nell'entourage del gruppo è eccellente. Un incidente, per la verità, c’è stato, ma appartiene più alla sfera diplomatica che al loro modo di concepire la vita. Nessuno dei quattro, infatti, se l’è sentita di partecipare a un ricevimento organizzato in loro onore dalla terribile Imelda, la moglie di Marcos, padre-padrone delle Filippine. Fino all’ultimo la rappresentanza diplomatica britannica a Manila ha fatto pressione perchè i quattro cambiassero idea, ma non c’è stato nulla da fare. «Siamo stanchi e poi ci annoieremmo a morte. Non ci va di essere ostentati come gioielli. Preferiamo starcene per conto nostro...». L’ufficio stampa della band ha ritenuto opportuno, comunque, inviare alla first lady una serie di fotografie autografate e vari regali di cortesia. Tutto a posto? Tutt’altro. Il presidente Marcos è furente con «quei quattro capelloni spocchiosi». Presto, però, sarà tutto finito. I Beatles e i loro collaboratori salgono sul piccolo corteo di auto che li deve condurre all’aeroporto. La folla che li attende è immensa. Un robusto cordone di polizia li protegge mentre entrano nella grande hall dell'aerostazione. Improvvisamente, però, gli agenti si ritirano e se ne vanno. Le migliaia di fans urlanti ci mettono un po’ a capire quello che sta succedendo, ma poi, aizzati da alcuni provocatori disposti in modo strategico, si accorgono che la band non più alcuna protezione. È un assalto. C’è chi tenta di strappare loro un pezzetto d’abito o una ciocca di capelli per ricordo, ma c’è anche chi lancia oggetti e brandisce bastoni con l’evidente scopo di colpire per far male. È la vendetta di Marcos che si materializza in questo modo. In tutta l’area dell’aeroporto non c’è più un solo agente in divisa. Protetti più dalla velocità delle gambe che dai loro collaboratori i quattro si riparano in un locale di difficile accesso. Potranno imbarcarsi sull’aereo soltanto dopo l’intervento della rappresentanza diplomatica britannica e grazie all'aiuto materiale e alla protezione di un nutrito gruppo di volontari scelti tra il personale dell’aeroporto.



04 luglio, 2019

4 luglio 1934 – Gegè Munari, un batterista jazz targato Napoli


Il 4 luglio 1934 nasce a Fratta Maggiore, in provincia di Napoli, il batterista Gegé Munari, all'anagrafe Eugenio Commonara, uno dei jazzisti più illustri della scuola napoletana. Lui è il secondo batterista di una famiglia di musicisti. Il primo è Pierino, mentre il padre suona il contrabbasso e il fratello Armando si alterna tra clarinetto, sassofono e violino. Quando nel 1944 arrivano gli alleati nella sua terra lui ha dieci anni ma è già inserito nella band famigliare nel ruolo di ballerino intrattenitore. La sua specialità è la "claquette", una sorta di tip tap veloce. All'inizio degli anni cinquanta diventa batterista. Per un po' sostituisce suo fratello Pierino poi si unisce a vari gruppi da ballo di Napoli, ma la sua passione non è la musica leggera. All'inizio degli anni Sessanta se ne va a Roma per dedicarsi quasi esclusivamente al jazz. Nell'inverno del 1964 suona al "Purgatorio" di Roma con una band di talenti che comprende, oltre a lui, Gato Barbieri, Enrico Rava, Franco D'Andrea e Gianni Foccià. La sua collaborazione con Barbieri continua l'anno successivo con la pubblicazione della colonna sonora del film "Una bella grinta", scritta da Piero Umiliani. Partecipa anche al festival di Bologna con Annie Ross e nella stagione invernale con Foccià e il pianista sudamericano Delgado Aparicio fa parte della struttura ritmica fissa che accompagna i grandi jazzisti ospiti del "Clubino" di Roma, come Sal Nistico, Dusko Gojkovic, Milt Jackson e altri del. Nel 1967 è tra i protagonisti dell'esperienza della Swingin' Dance Band di Marcello Rosa. La sua batteria accompagna anche i tout di Martial Solal e Lee Konitz. Quest'ultimo lo vuole con sé anche nella realizzazione dell'album Stereokonitz. Molto apprezzato nell'ambiente jazz accompagnerà alcuni tra i maggiori protagonisti della scena musicale internazionale, da Mary Lou Williams a Jon Hendriks, a Dizzy Reece, a Johnny Griffin, a Dexter Gordon, a Chet Baker, ad Art Farmer e molti altri.



02 luglio, 2019

3 luglio 1969 – Una data per gli Environs


Nel 1989, dopo la fine dell'esperienza dei Franti, il chitarrista, sassofonista e cantante Stefano Giaccone e la cantante Lalli formano a Torino un gruppo aperto che si muove sulla stessa strada del vecchio gruppo, amalgamando impegno politico e ricerca musicale. Dopo un singolo con le versioni di No man can find the war di Tim Buckley e di Todavia cantamos di Heredia Sosa, pubblicano un album che ha per titolo la data del 3 Luglio 1969. Nel disco vengono, tra l'altro, proposte versioni di Close Watch di John Cale e di My Funny Valentine di Rodgers e Hart. L’esperienza instabile degli Environs lascia un nuovo segno l’anno dopo, nel 1990 quando pubblicano l’album Cinque pezzi che raccoglie le musiche di Stefano Giaccone e Toni Ciavarra per l'"Antigone" messa in scena a Torino dalla compagnia teatrale Rote Fabrik.

2 luglio 1987 – Muore la mamma di Sting


Il 1987 è un anno di svolta nella carriera e nella vita di Sting. In primavera si ritira in isolamento per scrivere il materiale destinato al suo nuovo album. Quando, alla fine di giugno, sta ormai per entrare in sala di registrazione viene raggiunto dalla notizia che sua madre, da tempo malata di cancro, è in fin di vita. Il 2 luglio la donna, cui l’ex leader dei Police è molto legato, si spegne e questo fatto lo segna profondamente. Per non richiamare troppa folla intorno a un evento che considera strettamente personale è costretto a disertare i funerali. Nel frattempo la realizzazione del disco procede a rilento, un po’ per l’irrequietezza del cantante, un po’ per i numerosi impegni cui deve far fronte. Sempre in luglio tiene uno straordinario concerto con l’orchestra di Gil Evans allo stadio di Perugia dove si esibisce in occasione di “Umbria Jazz 1987”. A novembre vede finalmente la luce il nuovo album Nothing like the sun che arriva rapidamente al vertice delle classifiche dei dischi più venduti in quasi tutti i paesi d’Europa. Tra i brani più significativi dell’album c’è Fragile, una canzone di chiara ispirazione sudamericana la cui tristezza, più di altre, rispecchia lo stato d’animo del cantante. Qualche mese dopo il brano, insieme ad altri quattro tra cui la famosa They dance alone, dedicata alle madri dei desaparecidos argentini, verrà pubblicato anche in spagnolo, con il titolo di Fragilidad, nell’album Nada como el sol.


01 luglio, 2019

1 luglio 1971 – Bobby Donaldson la batteria del jazz tradizionale


Il 1° luglio 1971 muore a New York il batterista Bobby Donaldson uno dei migliori batteristi che il jazz tradizionale abbia avuto. Nato a Boston, nel Massachusetts, il 29 novembre 1922 il suo nome completo è Robert Stanley Donaldson. Cresciuto in una famiglia di musicisti studia musica fin da ragazzo e ottiene le sue prime scritture tra il 1939 e il 1941 con varie orchestre della sua città natale tra cui quella di Tasker Crosson. Durante il servizio militare suona con Russell Procope e successivamente con Cat Anderson. Nel 1947 perfeziona negli studi musicali alla Schillinger House e verso la fine degli anni Quaranta lavora con Paul Bascomb e con Willis Jackson. Tra il 1950 e il 1952 è con l'orchestra del clarinettista Edmond Hall al Café Society di Boston. Nella prima metà degli anni Cinquanta è attivissimo e suona, spesso in contemporanea, con le orchestre di Sy Oliver, Lucky Millinder e Andy Kirk. Successivamente la sua batteria scandisce il ritmo delle orchestre più prestigiose dell’epoca come quelle di Buck Clayton, con cui suona al “Basin Street" di New York, Benny Goodman, Red Norvo, Eddie Condon; Ruby Braff e Mel Powell solo per citare le più conosciute. Instancabile, nel 1957 i Seven Avenue Stompers, una band di stampo dixieland, composta da musicisti dotati come Emmett Berry, Vic Dickenson, Buster Bailey, Red Richards e Al Lucas, con la quale registra anche una serie di dischi per la World Wide e la Savoy.

30 giugno, 2019

30 giugno 1963 – Yngwie Malmsteen, il chitarrista metallico che ama Bach


Il 30 giugno 1963 nasce a Stoccolma, in Svezia, il chitarrista Yngwie Malmsteen, uno dei più apprezzati chitarristi heavy metal degli anni Ottanta. Già a otto anni la sua principale passione è la chitarra. I genitori, lungi dall'ostacolarlo, lo mettono in contatto con i migliori maestri di quello strumento. La sua formazione musicale è intensa e decisamente classica. «Ascoltavo Bach e Mozart, ma non disprezzavo neanche i gruppi del rock progressivo che arrivavano in Svezia, come i Deep Purple e i Pink Floyd.» Quando a quattordici anni forma la band dei Rising ha già alle spalle una breve esperienza con i Powerhouse. Periodicamente registra le sue performance su nastri che invia poi in ogni parte del mondo ai talent scout delle case discografiche. Il primo ad accorgersi di lui è Mike Varney, che gli telefona e lo convince a raggiungerlo a Los Angeles città dove, gli dice, «c'è fame di buoni chitarristi». Il ventenne Yngwie se ne va così dall'altra parte dell'oceano e ottiene la sua prima scrittura come chitarrista degli Steeler di Ron Keel. Le sue virtù attirano l'attenzione di band di primo piano della scena heavy degli States, ma tra tutte le proposte lui accetta quella del cantante Graham Bonnet, che ha alle spalle un paio d'esperienze interessanti con i Rainbow e con il Michael Schenker Group. I due formano così gli Alcatrazz, con il bassista Gary Shea, il batterista Jan Uvena e il tastierista Jimmy Waldo. L'avventura non dura molto perché, nel 1984, dopo un paio di album Yngwie saluta e se ne va. Intenzionato a non farsi più imprigionare in schemi troppo rigidi forma una propria band d'accompagnamento, i Rising Force, e debutta come solista. L'album si intitola Rising force come il nome della sua band. Il pubblico e la critica mostrano di gradire le sue scelte a anche gli album successivi vengono accolti bene. Quando tutto sembra andare ormai per il verso giusto nel 1987 Yngwie resta fermo per un lungo periodo con un braccio bloccato dai postumi di un grave incidente stradale. Si riprende l'anno dopo e nel 1989 va in Unione Sovietica a registrare in due tornate successive lo splendido live Trial by fire - Live in Leningrad con Barry Dunaway al basso. Gli anni Novanta e la sostanziale ripetitività dell'heavy metal lo stimoleranno a cimentarsi su altre strade come la realizzazione dell'album No mercy, contenente una lunga serie di brani classici eseguiti con l'accompagnamento di un'orchestra di strumenti a corda. Nonostante tutto, però, non rinnegherà mai il furore del metallo che gli ha dato la notorietà.


29 giugno, 2019

29 giugno 1910 – Il colonnello Parker, dal circo a Elvis


Il 29 giugno 1910 nasce in West Virginia Tom Parker soprannominato "Il Colonnello", l'artefice principale del successo di Elvis Presley di cui resta confidente, consigliere e manager per tutta la carriera e del cui mito continuerà a occuparsi anche dopo la sua morte. Praticamente dalla nascita Parker cresce nell'ambiente del circo e quando si può reggere da solo sulle gambe si occupa di svariate incombenze in una sorta di spettacolo itinerante messo in piedi da suo zio e che gira l'America con il nome di "The Great Parker Pony Circus". Per lungo tempo la sua vita scorre nell'ambiente delle attrazioni viaggianti, dei saltimbanchi e dei circhi, prima come addetto stampa e, dagli anni Quaranta, come impresario e promotore di spettacoli in cui i numeri da circo si alternano a intermezzi country. Diventa così manager di vari esponenti di spicco del country di quel periodo come Hank Snow ed Eddy Arnold. La sua decisione, venata da malcelate inclinazioni autoritarie gli valgono nel 1953 titolo onorifico di "colonnello", che gli viene ufficialmente conferito nel corso di una spiritosa cerimonia svoltasi nel 1953 in Tennessee e che gli resterà appiccicato per tutta la vita. Una sera, dopo averlo ascoltato in concerto nell'Arkansas, offre i suoi servigi a Elvis Presley. Nel novembre del 1955 mette a segno il suo primo colpo vendendo il contratto già firmato da Presley con la Sun Records alla RCA Victor. La sua influenza determina anche l'atteggiamento da tenere in alcune scelte cruciali della sua vita di Elvis. È Parker che gli suggerisce di non sottrarsi al servizio di leva e di continuare a pagare le tasse anche quando risiederà alle Hawaii, perché questo è quello che deve fare ogni "buon americano". È sempre lui che quando il rock and roll inizia a declinare lo convince a dedicarsi maggiormente al cinema e alla sua intuizione si deve, passata la buriana del beat, il ritorno sensazionale di Elvis sulla scena musicale alla fine degli anni Sessanta. Il "Colonnello" Parker è tuttora considerato l'esempio del perfetto manager dello show-businnes statunitense. In realtà il suo lungo legame con Elvis Presley è la dimostrazione dell'intelligenza di entrambi che fa sì che lo spirito di collaborazione tra l'ex impresario circense e la star del rock and roll rimanga inalterato anche dopo il successo planetario del cantante. Alla morte di Presley sarà sempre il "Colonnello" Parker, per lungo tempo affiancato dal padre di Elvis, a occuparsi dell'immagine e degli interessi commerciali legati al suo mito. Muore a Las Vegas il 21 gennaio 1997.



28 giugno, 2019

28 giugno 1950 – Jaybird, un bluesman dell'Alabama


Il 28 giugno 1950 muore a Tuskegee, in Alabama, il leggendario cantante, armonicista e chitarrista blues Jaybird Coleman. Ha soltanto cinquantaquattro anni, ma ne dimostra molti di più. La vita di strada ha, infatti, lasciato segni pesanti sul suo corpo, in particolare sul volto e sulle mani. Nato nel 1986 a Gainesville, viene registrato all'anagrafe con il nome di Burl C. Coleman e, salvo per il periodo del servizio militare, si può dire che raramente abbia varcato i confini dell'Alabama. Sulle polverose strade dello stato che l'ha visto crescere, infatti inizia a soffiare in una vecchia armonica raccattata chissà dove quando non ha ancora compiuto dodici anni. Lo fa così bene che il numero degli ascoltatori aumenta ogni volta. Con i primi soldi della questua si procura anche una vecchia chitarra che impara a suonare da solo. I suoi due strumenti lo seguono anche nel lungo periodo passato sotto le armi. Quando viene congedato, nel 1918 si trasferisce a Bessemer, una cittadina nei pressi di Birmingham. Le comunità nere della zona ne fanno un idolo locale e gli regalano il nome d'arte di Jaybird. Pur entrando nella formazione della Birmingham Jug Band non rinuncia al piacere di esibirsi da solo ogni volta che sia possibile. La strada è il suo regno, le feste un'occasione di lusso per esibirsi. Non ci sono ricorrenze famigliari o cerimonie varie che non lo vedano protagonista. La sua popolarità non conosce limiti e un giorno riesce a ottenere anche un modesto contratto discografico. Incapace di adattarsi alle regole ferree delle sale di registrazione Jaybird registra quando può e, soprattutto, quando non ha niente di meglio da fare. Nonostante tutto nel 1927 la Gennett pubblica i suoi primi dischi. Tre anni dopo, terminata una seduta per la Columbia con la Birmingham Jug Band decide di chiudere con i dischi. Ritorna a vagabondare e accompagna fino alla morte lungo le strade dell'Alabama la cognata Lizzie Coleman, cantante e intrattenitrice.



26 giugno, 2019

27 giugno 1970 – Lady Barbara


Il 27 giugno 1970, sull'onda del successo ottenuto alla manifestazione "Un disco per l'estate", arriva al primo posto della classifica dei singoli più venduti in Italia il brano Lady Barbara. La interpreta Renato Brioschi o, come recita la copertina del disco, Renato dei Profeti, dal nome della band di cui è leader. Resterà al vertice delle classifiche di vendita per oltre quattro mesi, ispirerà un film omonimo e diventerà una delle canzoni simbolo di quello che qualcuno, con un po' d'azzardo, chiamerà "pop sinfonico italiano". Il brano, in realtà, è una furba operazione d'aggancio con le sonorità del pop inglese di quel periodo: una melodia romantica supportata da un sontuoso arrangiamento in stile sinfonico, ricco d'archi. Lady Barbara segna la definitiva rottura tra il cantante e la sua band, che proseguirà in proprio. Il buon Renato, non più "dei Profeti", non riuscirà più a bissare lo straordinario successo del suo debutto come solista, anche se pian piano comincerà a farsi apprezzare come autore e produttore. Nel 1975 una sua canzone, Giochi senza età, passata quasi inosservata in Italia diventerà un grande successo in terra di Francia con il titolo La peure d'aimer nell'interpretazione di Jean Chevalier, il figlio del famoso Maurice. La vicenda si ripete qualche anno dopo quando un altro brano, Io voglio vivere viene snobbato dai discografici italiani ma diventa un successo internazionale nella versione francese di Gerard Lenorman. Come produttore è stato uno dei primi a credere in Eros Ramazzotti e, soprattutto, ha rischiato operazioni di qualità anche se non baciate dal successo, come la produzione di Gunfire, l'unico disco da solista del batterista Andy Surdi. La sua carriera di cantante sembra, invece, contraddire il coraggio dimostrato in altri campi. Costretto a ripetere all'infinito Lady Barbara per un pubblico in vena di ricordi, nel 1986 accetta persino di partecipare alla "reunion" nostalgica dei Profeti.


25 giugno, 2019

26 giugno 1976 – Parco lambro, l’ultima Festa del Proletariato Giovanile


Il 26 giugno 1976 al Parco Lambro di Milano si apre la VI Festa del Proletariato Giovanile. Sesta e ultima. Organizzata dalla mitica e discussa testata dell’underground milanese Re Nudo con l’adesione di altre riviste come Falce e martello, A Rivista Anarchica, Umanità Nova e Rosso nonché di organizzazioni come il Partito Radicale, Lotta Continua e la IV Internazionale, promette «tre giorni di musica, cultura e dibattito politico». Come spesso accade le sigle non significano niente. Ogni ragazza e ogni ragazzo che confluisce in quell’immenso e spelacchiato spiazzo dove la terra e la polvere finiscono rapidamente per avere il sopravvento sulle sparute zolle d’erba rappresenta, innanzitutto se stessa o se stesso e la propria storia. Non è una festa asettica né viene percepita come tale, ma la vera molla della partecipazione è l’idea di passare cinque giornate in una sorta di paradiso possibile dove l’impegno politico e la gioia di vivere si mescolano con musica e divertimento. Se si fa l’analisi politica delle appartenenze ci sono gli anarchici, i radicali, i trotzkisti, quelli di Lotta Continua e dell’autonomia, tutti rappresentati nel cartello organizzatore, ma non mancano gruppi nutriti e visibili di militanti dell’MLS o di Avanguardia Operaia, giovani iscritti al PCI e al PSI, hippies un po’ fuori tempo e un gran numero di ragazzi e ragazze arrivati fin lì per esserci, vedere che cosa succede, ascoltare la musica e farsi sostanzialmente i fatti propri. I tempi sono frizzanti. Nelle elezioni politiche il PCI, che l’anno prima ha trionfato nelle consultazioni regionali cogliendo i frutti del clima nuovo che si respira nel paese, ha sfiorato il sorpasso della DC. La complicata e variegata galassia delle organizzazioni extraparlamentari di sinistra sta discutendo sulla possibilità di unificare gli sforzi per spostare in avanti teoria, prassi, comportamenti e vanità. Tra gli organizzatori (o in gran parte di essi) si dà quasi per scontato che il “dibattito” sull’argomento sia una passione che finirà per attraversare quasi per grazia divina tutto quel magma che viene definito “proletariato giovanile”. Molte sono le voci che vedono in questa definizione una sorta di nuovo soggetto politico da contrapporre a quello di “classe” e in ogni caso quasi tutti sono convinti che l’appuntamento al Parco Lambro debba essere per forza uno snodo fondamentale di questo dibattito. Chi osa soltanto pensare che il “proletariato giovanile” più che un concetto politico sia solo una semplificazione linguistica per definire una realtà frammentata e complessa di umori, speranze, bisogni, passioni e (perché no?) indifferenze, viene tacciato sostanzialmente di disfattismo. L’elemento centrale dell’evento dovrebbe essere, comunque, la musica. Tanta, buona e militante. Tutti gli artisti in programma, con l’eccezione parziale dell’unica “star” internazionale Don Cherry, sono accasati con etichette che oggi si chiamerebbero “indipendenti” (Ultima Spiaggia, Cramps, Intingo solo per citare le più note). Tra gli artisti annunciati ci sono, oltre al già citato Don Cherry, Sensations’ Fix, Ricky Gianco, Eugenio Finardi, Taberna Mylaensis, Canzoniere del Lazio, Area, Tony Esposito, Agorà, Carrozzone, Paolo Castaldi, Gianfranco Manfredi e un’infinità di improvvisate. Nessuno di loro percepisce il becco di un quattrino salvo un rimborso garantito soltanto a chi non è accasato con nessuna casa discografica. La scelta “indipendente” è rigorosa anche nella scelta di affidare la registrazione dei concerti all’etichetta “indipendente” Laboratorio che poi ne pubblicherà una parte nell’album Parco Lambro. Il cuore pulsante di quello che oggi chiameremmo con un po’ di disinvoltura “evento” è o dovrebbe essere la musica da vivere nella più completa libertà in un’area libera dalle suggestioni del capitale e, almeno in teoria, della società dei consumi. Gran parte dei ragazzi e delle ragazze che arrivano lì hanno in mente questo. Contrariamente a quanto scritto in postume esaltazioni, ma anche in postume denigrazioni, l’ingresso non è libero. C’è una tessera per tutte le giornate che costa 1.000 lire. Dà diritto all’ingresso e basta. Per la verità occorre riconoscere che con il procedere delle ore e delle giornate il numero di chi passa senza pagare nulla da varchi improvvisati tenderà a crescere. Il servizio d’ordine messo in piedi dagli organizzatori infatti, soprattutto negli ultimi giorni, è più occupato a sedare o a collaborare ai vari tumulti per occuparsi di portoghesi e autoriduttori o per presidiare militarmente il recinto che cinge il parco. Con o senza biglietto chi entra si trova in una sorta di grande e colorata fiera di stand politici e commerciali, iniziative, proposte e momenti di discussione, divertimento o anche soltanto di chiacchiera. Gli stand politici offrono materiale vario e anche vettovaglie e bevande a prezzi inizialmente modici e comunque inferiori a quelli dei chioschi affittati ai privati. I luoghi destinati alla musica sono fondamentalmente due: il palco centrale per i concerti degli artisti “da cartellone” e un prato laterale per le improvvisazioni e la musica acustica. Lo stesso prato ha il compito di ospitare anche dibattiti, spettacoli, teatrali, massaggi e momenti di meditazione collettiva. Nelle intenzioni e anche nella dislocazione la VI edizione della Festa del Proletariato Giovanile sembra davvero aver fatto tesoro delle esperienze precedenti visto che solo pochi anni prima sulle rive del Ticino a Zerbo in provincia di Pavia il “proletariato giovanile” si erano ritrovato, per dirla con Finardi, «a fare Woodstock sulla riva del fiume» attrezzati con acqua, sole e poco altro. Insomma, tutto dovrebbe andare per il verso giusto, ma non è così. Fin dalla sua costruzione la VI Festa del Proletariato Giovanile sembra nascere sotto nefasti auspici. Il Comune di Milano, che pure concede l’uso del Parco, nega l’allacciamento dell’acqua e decide di non svolgere il servizio di pulizia concordato. Per l’acqua in qualche modo si supplisce anche perché il cielo spesso fa le bizze, ma per la pulizia ben presto il fai da te lascia spazio al più prevedibile letamaio diffuso. I dispetti del Comune non finiscono qui visto che, inopinatamente, arriva anche a interrompere la fornitura di energia elettrica. Per metterci una pezza gli organizzatori sono costretti a noleggiare generatori e ad aggiustarsi con allacciamenti di fortuna. Tutto questo sotto una pioggia battente e di fronte a decine di migliaia di persone arrivate nel pomeriggio e costrette ad attendere per ore tra acqua e cavi sparsi l’inizio dei concerti. Nonostante tutto la Festa parte e la musica riesce a far dimenticare i piccoli inconvenienti. Le difficoltà, però, se da un lato rendono epiche le giornate e i concerti, dall’altro fanno da catalizzatore delle differenze e del nervosismo latente che attraversa i rapporti tra i vari gruppi che compongono quello che oggi definiremmo “movimento”. Le contraddizioni si mutano in conflitto e la dialettica muore di fronte al vibrare della violenza. A dispetto delle ricostruzioni un po’ forzate va subito detto che la maggioranza dei ragazzi arrivati al Parco Lambro non è direttamente protagonista degli episodi più inutili e odiosi. La parte musicale finisce per diventare un’oasi di ristoro e viaggia per conto suo mentre la maionese della politica impazzisce e invece di amalgamarsi finisce per separare irrimediabilmente i suoi componenti. L’idea di una Festa che si trasforma in una rissa generale è stata inventata dai media dell’epoca e anche dall’eccessiva enfasi data da ogni gruppo alle responsabilità degli “altri”. Il casino coinvolge una frangia corposa ma non la totalità dei partecipanti che osserva con curiosità e qualche volta con stizza quel che accade. Tutto accade nel secondo giorno. La situazione precaria delle strutture e l’afflusso di persone superiore a quello previsto fanno sì che gli stand (anche quelli politici) si adeguino rapidamente alle leggi di mercato applicando consistenti aumenti a panini e bevande (una lattina di birra vine portata a 350 lire da tutti). La stessa regola, con qualche aggiustamento verso l’alto, viene applicata anche dallo stand dei polli arrosto per recuperare le perdite subite con il cattivo funzionamento dell’impianto elettrico. Il disagio provocato da queste decisioni invece di essere risolto con una discussione che coinvolga tutti, compresi i gruppi politici che nei loro stand si sono adeguati all’andazzo generale, provoca la rottura del fragile equilibrio tra le componenti. Ciascuno cerca di egemonizzare la protesta per proprio conto. Il gioco a “chi ce l’ha più lungo” vede un’escalation di azioni “esemplari”. La più pericolosa è il tentativo di esproprio proletario al vicino Supermercato di Via Feltre, che rischia di dare il pretesto alla polizia per entrare nel parco affollato da migliaia di ragazzi e ragazze arrivati solo per la musica. Poi ci sono le “bravate” inutili come l’assalto alla “Capanna dello Zio Tom”, uno storico chiosco del parco, e il saccheggio del furgone che trasporta i polli surgelati destinato a diventare il simbolo negativo delle giornate. Infine ci sono le cazzate, vale a dire, regolamenti di conti interni ai servizi d’ordine e ai militanti delle varie organizzazioni con qualche pestaggio sparso e la distruzione totale dello stand del FUORI, il Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano, per la prima volta presente e non senza discussioni alla Festa. L’unica iniziativa utile appare l’occupazione del vicino Istituto “Molinari” che consente ai partecipanti di non passare la notte sotto la pioggia. L’esplosione violenta delle contraddizioni lascia tracce pesanti sulla Festa e non solo perché evidenzia come il grosso dei partecipanti non si sia lasciato coinvolgere dalle “paturnie” e dagli scazzi, ma perché il rischio è che salti tutto. Viene quindi indetta un’assemblea per decidere il da farsi. Inizia nel prato destinato ai dibattiti ma poi, vista la scarsa partecipazione, si trasferisce sul Palco Centrale per “coinvolgere tutti”. In realtà non riesce ad appassionare il grosso dei ragazzi e delle ragazze e quando poco più di un migliaio votano per alzata di mano la stragrande maggioranza decide che è tempo di smetterla con le cazzate e di andare avanti con la musica. I concerti continuano e restano nel cuore di chi ci è stato come una gemma preziosa da portare nel proprio scrigno dei ricordi. Non così per le valutazioni politiche di fatti che vedono la rottura in mille rivoli del movimento. Alcuni degli artisti presenti mettono in musica questi concetti. E se Gianfranco Manfredi canta lo sgomento di fronte al riemergere delle divisioni («E stiamo tutti insieme, ma ognuno sta per sé/la ricomposizione si sogna ma non c’è/ognuno nel suo sacco o nudo fra il letame/solo come un pulcino bagnato o come un cane») Eugenio Finardi va giù duro e diretto («All’alba del ‘76 il mito era crollato/perso nei calci a un pollo surgelato/tra fiumi di cazzate nella foga del momento/ci si prende a sprangate anche dentro al movimento»). Negli anni successivi in molti rifletteranno su quegli episodi a partire dallo stesso Andrea Valcarenghi, deus ex machina della Festa, fondatore e direttore di “Re Nudo” che in “Non contate su di noi” scrive «Nessuno ipotizzò quello che sarebbe successo, nessuno accennò alla possibilità che la proiezione collettiva dei fantasmi della disperazione avrebbe materializzato mostri da combattere. Nessuno previde che per tanti di noi ancora è necessario darsi un nemico esterno per potere sentirsi uniti contro qualcosa o qualcuno…». C’è il senso della delusione e dello sfacelo in quelle anche l’analisi non si può concludere lì. La VI Festa del Proletariato Giovanile ha messo a nudo le contraddizioni e i limiti delle organizzazioni extraparlamentari e l’incapacità di percepire le diversità come un valore. Ha messo in discussione l’idea della continua frantumazione organizzativa pian piano degenerata in una sorta di guerra per bande poco politica e molto adolescenziale (indipendentemente dall’età dei partecipanti). Scrive Marisa Rusconi nell’introduzione al libro fotografico “La Festa del Parco Lambro”: «…Proprio lì, dallo sfacelo del mito di un certo modo di stare insieme... c’era già l’embrione di un nuovo movimento, o meglio, della trasformazione del movimento e della sua separazione in diversi filoni, spesso contraddittori…». Ecco, forse la chiave è proprio lì. Nel giugno 1976 finiva un’epoca e ne iniziava un’altra. Il crocevia era nel Parco Lambro anche se, come spesso succede, chi c’era non poteva accorgersene.


24 giugno, 2019

25 giugno 1949 – Nasce la classifica della musica nera


Il 25 giugno 1949 vengono per la prima volta pubblicate negli Stati Uniti le classifiche dei dischi rhythm and blues più venduti. In un paese in cui all'epoca per gran parte degli uomini e delle donne dalla pelle nera i diritti umani sono ancora da conquistare  il segnale è importante al punto che di lì a poco gli sviluppi della musica nera contribuiranno a cambiare i gusti del pubblico bianco, soprattutto giovane, che, sedotto dalla ritmica e dai vocalizzi della musica dei neri, finirà per rifiutare le orchestrazioni pop derivate dai musical. Le classifiche di vendita del rhythm and blues sono in realtà un modo per dare spazio, anche se in un contenitore separato, alla musica nera. Il termine “rhythm and blues” infatti viene utilizzato per indicare la musica leggera nera di quel periodo, cioè la musica esplosiva e ritmata destinata a quella parte della popolazione che era ancora esclusa dai club, dai teatri e dai cinema di prima visione.



24 giugno 1931 – La prima volta di "Casa mia (Casetta de’ Trastevere)"


Al festival poetico-musicale indetto a Roma in occasione della Festa di S. Giovanni del 1931 viene presentata per la prima volta al pubblico il brano Casa mia (Casetta de’ Trastevere). L’autore è Alfredo Del Pelo, considerato, insieme a Romolo Balzani, uno degli esponenti più rappresentativi della scuola degli stornellatori romani degli anni Venti. Del Pelo, che si esibisce alla famosa Taberna Ulpia, destinata a essere distrutta negli anni Trenta dagli sventramenti decisi dal Duce per realizzare la via dell’Impero, ha composto questa canzone l’anno prima insieme ad Alberto Simeoni e Ferrante Alvaro De Torres e ha voluto provare il suo effetto sul pubblico (oggi si direbbe “testarla”) in occasione dell’importante rassegna. Presentata fuori concorso diventa ben presto uno dei canti della tradizione della capitale.


23 giugno, 2019

23 giugno 1950 – Il sogno di Bom-Bay Carter


Il 23 giugno 1950 a Chicago, nell’Illinois, nasce Bom-Bay Carter, uno dei protagonisti della generazione degli anni Settanta dei bluesmen chicagoani. All'anagrafe si chiama William Carter, ma nessuno più se lo ricorda, così come nessuno ricorda quando e come gli sia stato messo il nomignolo di Bom-Bay. A chi glielo chiede risponde che non c'è alcun significato particolare e che è sempre stato chiamato così. Suo padre è di Dan Richmond, uno che con l’armonica e la chitarra ci sa fare. Per la verità ci sa fare anche il piccolo Bom-Bay che invece di andare a scuola preferisce passare le ore in giro per le strade a soffiare nell'armonica. A sette anni la sua carriera scolastica si può già dire compromessa. Sembra che agli insegnanti non piaccia il suono dell'armonica, soprattutto quando stanno parlando, ma lui insiste a suonare anche nelle ore di lezione. Gli sembra che il mondo della scuola funzioni all'incontrario: in strada tutti insistono perché suoni, in aula non vedono l'ora che la pianti. Il mondo degli adulti non gli piace, ma ritiene che, in fondo, non sia un suo problema. Non ha ancora compiuto dieci anni e già si diverte a suonare anche la chitarra. Il padre lo incoraggia a continuare. È un osso duro il ragazzino, non molla mai e dopo l'armonica e la chitarra scopre il basso elettrico. Si esibisce per un po' con gli amici di suo padre, ma poi decide di tentare la fortuna da solo. Ha quindici anni quando inizia a suonare in alcuni locali della West Side e della South Side di Chicago ma non è proprio da solo. I primi contratti riguardano un duo composto, oltre lui, dal chitarrista Charles Griffin, detto anche "Little Nick". È l'inizio di una lunga carriera che si svolgerà prevalentemente a Chicago perché il ragazzo non ama viaggiare e, soprattutto, pensa che il blues sia davvero blues solo a Chicago. Negli anni Sessanta suona spesso con Lee Jackson e Johnny Young, ma non è indifferente al richiamo di nomi come Richard Gary, Howlin’ Wolf, Sunnyland Slim e Homesick James. Inafferrabile e volubile non si fa legare da nessuno, anche se nel 1972 entra per un po' nella formazione di J. B. Hutto e accetta addirittura di andare in tournée. Non abbandona però la sua band personale, che lui stesso ha chiamato Blues Unlimited, con cui registra nel 1974 i primi dischi. Il suo sogno, non tanto segreto, è però quello di aprire un proprio locale a Chicago. Ci riuscirà alla fine del 1975 quando inaugurerà il “Black Spider” con un concerto che durerà fino alla mattina.




22 giugno, 2019

22 giugno 1936 – Kris Kristofferson, tra poesia, canzoni e cinema


Il 22 giugno 1936 a Brownsville, nel Texas nasce il cantante, autore e attore di successo Kris Kristofferson. Negli anni del College la sua prima passione è la letteratura: compone poesie e scrive un paio di romanzi trovando anche qualcuno disposto a pubblicarli e leggerli. Durante il servizio militare resta, però, affascinato dalla possibilità di aggiungere la musica alle parole. L'emozione per la scoperta è tanta che quando, nel 1965, viene congedato, rifiuta la cattedra di Letteratura a West Point e decide di dedicarsi anima e corpo alla musica. A sostenerlo nella scelta c'è il cantante country Johnny Cash, suo grande estimatore, che da tempo insiste perché il ragazzo si applichi con più continuità alla composizione di testi per le canzoni. Si lascia alle spalle West Point e si trasferisce a Nashville. Qui sbarca il lunario scrivendo canzoni per i vari personaggi del country e qualche ballata d'impegno sociale. È proprio in questo periodo che vede la luce Me and Bobby McGee, un brano che conosce un discreto successo nel 1969 nell'interpretazione del cantante Roger Miller e che un paio d'anni dopo diventa uno dei cavalli di battaglia di Janis Joplin. La sua produzione alimenta il repertorio di personaggi di primo piano della scena country come Gordon Lighfoot, Johnny Cash e Willie Nelson. Meno bene vanno le cose quando decide di interpretare da solo i propri brani. Pubblica, infatti, una lunga serie di album senza infamia né lode, tre dei quali in coppia con Rita Coolidge che per qualche anno diventa anche sua moglie. Una nuova svolta nella sua carriera arriva nel 1971 quando Dennis Hopper lo vuole nel suo film "The last movie" (Fuga da Hollywood), uno dei manifesti più confusi della generazione hippie. La piccola e, tutto sommato, marginale partecipazione alla pellicola di Hopper gli apre le porte del cinema. In breve diventa uno dei personaggi più interessanti del cinema degli anni Settanta. Gran parte del merito va al regista Sam Peckinpah che gli affida due parti significative in "Pat Garrett & Billy The Kid" e "Voglio la testa di Garcia" e il ruolo del protagonista in "Convoy, trincea d'asfalto". Tra i suoi successi di quel periodo c'è anche il remake di "È nata una stella" al fianco di Barbra Streisand. Nel 1980 è tra gli attori scelti da Michael Cimino per lo sfortunato film-denuncia "I cancelli del cielo". L'attività cinematografica lo porterà a trascurare quella musicale, anche se non mollerà mai del tutto né la sala di registrazione né le esibizioni dal vivo.



21 giugno, 2019

21 giugno 1968 – I Deep Purple? Cinque ragazzi di campagna


Il 21 giugno 1968 la Parlophone, un'etichetta minore di proprietà della EMI, pubblica Hush, il primo singolo di una nuova band britannica che risponde al nome di Deep Purple. Il brano non sembra niente di speciale, ma in breve tempo arriva ai primi posti delle classifiche statunitensi. L'avvenimento spinge la critica e i media a dedicare un po' più d'attenzione a quello che, fino a qualche tempo prima, era considerato uno dei tanti gruppi che popolavano la scena musicale britannica di quel periodo. Scoprono così che questi cinque "ragazzi della selvaggia campagna dell'Hertfordshire", non sono proprio dei novellini. Il carismatico tastierista John Lord, l'anima del gruppo, ha precedenti importanti nel jazz e una lunga militanza negli Artwoods, mentre il bassista Nicky Simper è reduce dall'esperienza di Johnny Kidd & The Pirates. Il chitarrista risponde al nome di Ritchie Blackmore, un vagabondo che negli anni precedenti è stato anche in Italia con i Trip e ha accompagnato per qualche mese Riki Maiocchi, l'ex cantante dei Camaleonti. Il batterista Ian Paice e il cantante Rod Evans sono stati, infine, recuperati con annunci sulla stampa specializzata. Questo è dunque il gruppo che ha conquistato l'America fin dal primo disco. Un colpo di fortuna? Sono in molti a crederlo e qualcuno si azzarda anche a scriverlo con il rischio di fare l'ennesima figuraccia. I "cinque ragazzi di campagna", infatti, alla faccia degli scettici, dopo un annetto passato a mettere a punto le idee entusiasmeranno il mondo e diventeranno uno dei più grandi gruppi hard rock di tutti i tempi. L'assestamento definitivo della band coinciderà con il primo cambiamento di formazione. Nicky Simper e Rod Evans verranno sostituiti dal bassista e dal cantante degli Episode Six: Roger Glover e Ian Gillan. La scelta sarà determinante per la continuità, ma soprattutto per la personalità della band. Nel 1970 l'album Deep Purple in rock segnerà l'inizio della loro folgorante ascesa vendendo più di un milione di copie mentre le tranquille classifiche dei singoli, caratterizzate in quel periodo da tanti brani gradevoli e rassicuranti, verranno sconvolte dall'arrivo di un ciclone sonoro come Black night, considerato ancora oggi uno dei primi esempi di heavy metal commerciale. Il mondo intero imparerà così ad amare la voce selvaggia di Ian Gillan, la nitida sonorità della chitarra di Ritchie Blackmore, il talento creativo di Lord e le atmosfere sonore delle sue tastiere.