14 aprile, 2021

14 aprile 1982 - Silvio, il più piccolo dei Muccino

Il 14 aprile 1982 nasce a Roma Silvio Muccino, il più piccolo dei tre figli del dirigente RAI Luigi Muccino e della pittrice Antonella Cappuccio. Prima di lui ci sono Gabriele, regista affermato in tutto il mondo, e Laura, che pure lavora nell’ambiente dello spettacolo occupandosi soprattutto di casting. Allievo del Liceo Mamiani ha soltanto diciassette anni quando, con la sua amica e compagna d scuola Adele Tulli, affianca il fratello maggiore Gabriele Muccino nella stesura dello script di “Come te nessuno mai”, un film ambientato tra i liceali romani nel quale ricopre anche il ruolo del protagonista. Quello che sembra un episodio diventa segna invece la svolta decisiva nella sua vita. Alcune apparizioni in “Un delitto impossibile” di Antonio Luigi Grimaldi, “CQ” di Roman Coppola e “L'ultimo bacio” di suo fratello Gabriele precedono una nuova fortunata interpretazione da protagonista in “Ricordati di me”, sempre di Gabriele. A vent’anni è ormai considerato più di una promessa del cinema italiano grazie alla sua ecletticità. Nel 2004 dopo aver partecipato a “Il cartaio” di Dario Argento collabora alla sceneggiatura del film “Che ne sarà di noi” di Giovanni Veronesi nel quale interpreta anche la parte del protagonista. Due anni dopo scrive e gira “Il mio miglior nemico” insieme a Carlo Verdone. Sempre nel 2006 pubblica il romanzo di successo “Parlami d’amore”, scritto a quattro mani con Carla Vangelista, del quale cura anche la trasposizione cinematografica.. Il film tratto dal romanzo arriva nelle sale italiane il giorno di San Valentino del 2008 e conferma le buone qualità registiche già messe in mostra in vari videoclip da lui realizzati per vari protagonisti della musica italiana come Stadio, Gianluca Grignani e Ligabue. Nel 2009 viene scelto per prestare la voce al film di animazione Astro Boy. Nel 2010 torna al doppio ruolo di attore-regista in "Un altro mondo", film tratto dal secondo romanzo di Carla Vangelista e con la quale scrive la sceneggiatura. Il film, distribuito Universal, esce a Natale e ottiene il plauso della critica oltre che del pubblico. Nel 2011 pubblica "Rivoluzione n. 9", il suo secondo romanzo. Dopo cinque anni di pausa, a febbraio 2015 esce nelle sale la sua terza opera da regista "Le leggi del desiderio", scritto assieme a Carla Vangelista e interpretato con Nicole Grimaudo, Carla Signoris e Maurizio Mattioli. Nel 2017 esce il suo romanzo "Quando eravamo eroi".

13 aprile, 2021

13 aprile 1945 – Il canto dei deportati

Il 13 aprile 1945 gli alleati arrivano nel campo di concentramento di Buchenwald, il luogo dove è nato il più famoso brano della resistenza antifascista europea. Si intitola Il canto dei deportati, ed è stato composto negli anni Trenta dall'elaborazione collettiva dei prigionieri politici. Viene poi ripreso anche nel campo femminile di Ravensbruk e successivamente tramandato in tutte le lingue d'Europa. La sua storia inizia quando, nel 1937 un gruppo composto da circa trecento deportati, provenienti dal disciolto campo di concentramento di Lichtenburg, presso Lipsia, inizia a costruire, con attrezzi primitivi e insufficienti, le prime baracche del campo di Buchenwald. Il legname necessario viene ricavato dalla vicina foresta di Ettersberg, un tempo descritta e amata da Goethe. Alla fine dello stesso anno il campo ospita già più di novemila prigionieri. Con l'inasprirsi della repressione e delle persecuzioni naziste il numero degli internati cresce in modo geometrico. Alla fine del mese di dicembre del 1943 le immatricolazioni sono 37.319. Un anno dopo diventano 63.084 e 80.436 verso la fine del marzo 1945, quando, cioè, manca ormai poco alla Liberazione dell'Europa. Si calcola, per difetto, che in quel campo siano transitate più di duecentotrentamila persone. La cifra vera dei morti è difficile da ricostruire con esattezza. I registri ufficiali riportano parlano di circa sessantamila, ma la cifra è certamente lontana dalla realtà. All'inizio della sua storia il Lager è uno di quelli affidati dai nazisti alla cosiddetta autogestione da parte dei "triangoli verdi" cioè dei delinquenti comuni il cui potere si esprimeva soprattutto in delazioni e violenze. Dopo aspri scontri e non senza vittime, giorno dopo giorno, però, i prigionieri politici, quelli del "triangolo rosso", finiscono per prendere il sopravvento. A Buchenwald viene sperimentato e applicato lo sterminio per lavoro. I deportati lavorano come schiavi nelle infrastrutture militari con tempi e ritmi oltre il limite della sopravvivenza. La presenza fra i prigionieri di numerosi dirigenti politici, soprattutto comunisti, favorisce, però, i contatti fra i vari gruppi nazionali e la costruzione di una rete clandestina di solidarietà. A poco a poco si sviluppa nel campo un movimento di resistenza con la costituzione di un comitato clandestino internazionale. Con il passare degli anni viene messa in piedi anche una struttura militare. I deportati che lavorano nelle fabbriche d'armi dei dintorni trafugano pezzo dopo pezzo armi, che vengono riassemblate di nascosto. Quando, nei primi giorni dell'aprile 1945; le SS decidono di sgombrare il campo il comitato clandestino dà l'ordine dell'insurrezione generale. Accade così che il 13 aprile 1945, gli alleati arrivino a Buchenwald in un campo che è già stato liberato con il comitato internazionale, non più clandestino, che ne gestisce la vita democraticamente.



12 aprile, 2021

12 aprile 1975 - Josephine Baker, la venere nera


Il 12 aprile 1975 muore Josephine Baker, un pezzo di storia dello spettacolo francese. Nel 1925 un gonnellino di banane su un sinuoso corpo femminile lucido e nero segna la nascita di un mito. Josephine Baker, la “Venere nera”, cantante, ballerina, attrice, diventa la stella più fulgida del music-hall parigino e fa innamorare l’Europa intera con la sua bellezza, i suoi numeri di danza e le sue canzoni. La regina nera di Francia non nasce nel paese che l’incorona, ma arriva da lontano, dall’altra parte dell’oceano, nelle ex colonie francesi degli Stati Uniti. Apre gli occhi sul mondo il 3 giugno 1906 a Saint Louis, nel Missouri. I suoi genitori sono due artisti girovaghi. Carrie Mac Donald si chiama la madre ed Eddie Carson il padre che un anno dopo la sua nascita molla per sempre compagna e figlia. Si dice che dalla madre la ragazza abbia ereditato la bellezza e dal padre l’energia. Dopo Josephine arriveranno altri tre marmocchi, Richard, Margaret e Willie Mae. I tempi e le condizioni son quelli che sono e nessuno dei piccoli Mac Donald può permettersi di non lavorare. A otto anni, mentre le altre bambine vanno a scuola, Josephine va a servizio in una casa di bianchi che la maltrattano. Non dura molto. Scappa e si rifugia dalla comprensiva nonna Elvara. In quegli anni impara a danzare nelle strade ripetendo all’infinito i movimenti sinuosi dei ballerini jazz. Nel 1917, a soli undici anni, assiste atterrita a una serie di disordini razziali scoppiati a Saint Louis con l’uccisione di decine di persone colpevoli solo di avere la pelle nera. Lei stessa racconterà in futuro che quell’esperienza ha segnato in modo indelebile la sua coscienza spingendola ad affiancare all’impegno artistico l’impegno civile e sociale. La strada è una grande scuola e quando Josephine compie tredici anni la danza e il canto non hanno più segreti per lei. I passi più difficili dei ballerini jazz ripetuti all’infinito le sono diventati naturali, quasi istintivi. Si sente pronta per il palcoscenico, ma s’accontenta di esibirsi saltuariamente come cantante e ballerina in qualche locale della città sognando di diventare la stella delle grandi riviste. Il sogno sembra avverarsi quando a Saint Louis arrivano la compagnia Dixies Steppers. È il 1920, lei si propone e viene assunta, anche se soltanto aiutante della sarta di scena. «Troppo magra per andare in scena» ha sentenziato il direttore. Josephine, però, è testarda e passa più tempo a danzare e a imparare canzoni che a rammendare i costumi. In breve conosce a memoria tutte le canzoni e ogni coreografia. Tanto impegno non va sprecato. Nel mese d’aprile del 1921 viene chiamata a sostituire una delle soubrette infortunata al Gibson Theater di Filadelfia. Finalmente è arrivata sul palcoscenico e non lo lascerà più. Nel 1922 lavora nella rivista “Shuffle Along” e nel 1924 in “The Chocolate Dandies”. L’anno magico è però il 1925 quando la Baker, sbarcata sul suolo francese con la sua compagnia per una breve tournée, arriva al Teatro degli Champs Elysées con lo spettacolo musicale “Revue Nègre”. È il 2 ottobre quando il corpo splendido di Josephine Baker si esibisce per la prima volta su un palcoscenico francese e conquista prima Parigi, poi l’Europa intera. Pochi giorni dopo è già la stella dello spettacolo, anche grazie agli inimitabili manifesti di Paul Colin. Josephine Baker diventa la regina dei music-hall parigini e decide di non tornare più negli Stati Uniti. La sua nuova patria è la Francia dove il pubblico l’adora e la chiama Venere Nera. Il primo a ribattezzarla così è André Levinson che sulla rivista Commedia del 22 ottobre 1925 scrive «…i seni che sembrano scolpiti da uno scultore e il vibrare (nella sua danza ndr) dell’Eros africano ci catturano. La ballerina scompare per lasciare il posto alla Venere Nera di Baudelaire…». Josephine Baker diventa rapidamente un simbolo della Parigi dei famosi “Années Folles”, come viene chiamato quel periodo che va dalla metà degli anni Venti alla metà degli anni Trenta. La sua popolarità cresce geometricamente di rivista in rivista fino a toccare l’apoteosi con “La joie de Paris”, lo spettacolo andato in scena al Casino nel dicembre del 1932. Per lei stravedono gli artisti che la considerano un simbolo di anticonformismo e liberazione sessuale. Mentre i benpensanti si scandalizzano e chiedono provvedimenti contro l’immoralità dilagante di cui sarebbe simbolo, di lei s’innamorano diplomatici e principi. Dal teatro di rivista al cinema il passo è breve e il successo costante con film come “Zouzou” del 1934 e “Princesse Tam-Tam” del 1935. Le sue canzoni, in particolare J’ai deux amours che diventa quasi la sua sigla, fanno il giro del mondo. Nel 1937 diventa ufficialmente cittadina francese e quando la Francia viene occupata dai tedeschi lei cambia aria visto che la sua pelle nera non appare proprio in sintonia con le teorie naziste sulla supremazia della razza ariana. L’esilio non cambia né la sua vita né il successo. Continua a esibirsi sui palcoscenici del mondo, ma diventa anche un agente segreto. Nel corso del conflitto, infatti, viene arruolata dai servizi segreti inglesi che utilizzano la sua mobilità per trasmettere importanti messaggi in codice nascosti negli spartiti musicali. La sua attività è incessante. Va ovunque sia possibile: in Spagna, in Portogallo, nel nord Africa. Organizza poi concerti destinati ai soldati al fronte per cercare di sollevare il morale delle truppe Alleate. Usa poi le arti della seduzione per convincere i governi dei paesi non allineati a schierarsi con le “Forze Armate della Libera Francia” guidate dal generale De Gaulle. Per questa sua attività di resistenza e di intelligence il 18 agosto 1961 riceverà dal generale Valin la Legione d’Onore e la Croce di Guerra. Nel dopoguerra Joséphine comincia ad avere vari problemi di salute. Costretta a ridurre un po’ la sua attività artistica nel tempo che si libera si dedica agli altri impegnandosi anche nella lotta contro la segregazione razziale. Negli USA raccoglie fondi, offre gratuitamente concerti, partecipa a conferenze e a marce per la pace, mentre nel suo castello di Milandes, in Dordogna, ospita dodici bambini adottati ciascuno appartenente a una razza e una religione diversa per dare un esempio di fraternità universale. Gli spettacoli, però, non bastano a mantenere economicamente tutte queste attività e, all’inizio degli anni Sessanta, Josephine, quasi sul lastrico, decide di vendere Milandes. Nel febbraio 1964 alla vigilia del giorno fissato per la vendita Brigitte Bardot, in quel periodo al culmine della sua popolarità, lancia un appello per aiutare la Venere Nera. La vendita viene sospesa, ma i debiti e i problemi non scompaiono per magia. Passato l’effetto Bardot Josephine si ritrova sola nella sua battaglia quotidiana e comincia ad avere problemi di cuore sempre più frequenti. Non manca chi l’aiuta a far fronte ai debiti. Nel 1968 il suo amico Bruno Coquatrix le organizza un concerto all’Olympia mentre la Pathé Marconi si impegna a pubblicare un album speciale per l’occasione. Nonostante i generosi tentativi la battaglia contro i debiti finisce male. Nel 1969, mentre i suoi ragazzi sono rifugiati a Parigi da amici, tenta di resistere alla sfratto ma nella notte viene presa e buttata fuori da Milandes. La sua vita riprende a muoversi tra tournée e ricoveri in ospedale. L’8 aprile 1975 celebra i cinquant’anni dal suo debutto in Francia mettendo in scena al Bobino uno straordinario spettacolo di fronte a un parterre colmo di personalità. Nessuno lo sa ma quello è il suo ultimo saluto alla città. Due giorni dopo si addormenta per un sonnellino pomeridiano e non si sveglia più. Colpita da un’emorragia celebrale muore il 12 aprile 1975. Parigi l’accompagna nel suo ultimo viaggio con un corteo immenso, ripreso in diretta televisiva, che attraversa la città sostando davanti ai teatri che hanno costruito il suo mito e i suoi successi.


11 aprile, 2021

11 aprile 1953 - Il “giallo” Montesi

L’11 aprile 1953 viene rinvenuto sulla spiaggia di Torvaianica il corpo seminudo e senza vita della giovane Wilma Montesi. Inizia così uno scandalo politico e di costume destinato a monopolizzare l’attenzione morbosa della cronaca e a provocare un terremoto politico. La ragazza si allontana da Roma, alle cinque del pomeriggio, per recarsi a Ostia e da quel momento le sue tracce diventano confuse, anche se una testimone, la professoressa Rosetta Passarelli, conferma che ha effettivamente preso il treno per Ostia. Il giallo si alimenta di sempre nuove voci, ma, a poco a poco, la pista principale diventa quella di una lussuosa Alfa 1900 che in molti hanno visto aggirarsi nella zona di Torvaianica con a bordo la Montesi e “il figlio di una nota personalità politica”. La testimonianza principale sull’identità delle persone a bordo dell’auto è del meccanico Mario Piccinini di Castelporziano, uno dei pochi personaggi di questo giallo che non cambierà mai versione e che ha riconosciuto nei due occupanti la signorina Wilma Montesi e il signor Piero Piccioni. Quest’ultimo è il figlio del ministro Attilio Piccioni, tra i più autorevoli esponenti della Democrazia Cristiana dell’epoca e considerato da molti il probabile successore di Alcide De Gasperi alla guida del partito. Le indagini si fanno più serrate, ma le conclusioni cui giungono gli investigatori destano sconcerto e perplessità. Secondo la ricostruzione, infatti, la morte sarebbe da attribuire a una disgrazia: Wilma toltesi le calze, avrebbe messo i piedi in acqua e sarebbe stata colta da un malore, morendo annegata. Qualcuno parla chiaramente di ‘versione di comodo’ non suffragata da prove, anche perché sembra che il cadavere non presenti alcuna traccia di permanenza in mare. A zittire gli scettici interviene però il padre della ragazza, Rodolfo Montesi, che dichiara “È stata una disgrazia”. Un caso chiuso? Così si vorrebbe, ma il diavolo ci mette lo zampino. Il 6 ottobre 1953 il settimanale ‘Attualità’, diretto dal ventiquattrenne Silvano Muto, parla esplicitamente di delitto e denuncia la responsabilità di non ben precisate persone altolocate, dedite alla cocaina e allo sfruttamento della prostituzione. Nel gennaio 1954 il Muto, processato per aver diffuso “notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico”, decide di rivelare ai giudici i nomi dei suoi confidenti: due aspiranti attrici, Anna Maria Moneta Caglio e Adriana Bisaccia, e un funzionario della camera, il dottor Angioy. Il caso si riapre. La Caglio sostiene che Wilma Montesi sarebbe morta per mano di Piero Piccioni durante un ‘droga party’ organizzato da un certo Ugo Montagna, consulente dell’INA per gli affari immobiliari, descritto come un trafficante di droga invischiato in un giro di prostituzione d’alto bordo. Il 21 settembre 1954 il giudice istruttore Sepe ordina la cattura di Piccioni per assassinio e Montagna per favoreggiamento. I due vengono rinchiusi nel carcere di Regina Coeli. Lo scandalo segna la fine della carriera politica del potente ministro Piccioni. Il processo si svolgerà a Venezia nell’estate del 1957 in un clima torbido e confuso. Il dibattimento, ricco di mezze verità e di testimoni improbabili, si concluderà con l’assoluzione di entrambi gli imputati. Il giallo Montesi, persa la sua attualità politica, resterà per sempre senza risposte.

10 aprile, 2021

10 aprile 1933 - Chelo Alonso, da Cuba alle Folies Bergères

Il 10 aprile 1933 a Central Lugrano, in Cuba, nasce la cantante, attrice e ballerina Chelo Alonso. Il suo vero nome è Isabel Garcia e fin da piccola la sua aspirazione è quella di diventare una bravissima ballerina. La costanza, l’impegno, lo studio e uno straordinario talento naturale le consentono di bruciare rapidamente le tappe e di diventare, ancora adolescente, una delle ballerine più applaudite dei Caraibi. A vent’anni è già una star delle riviste e dei music hall statunitensi di Miami, New Orleans e Broadway. Quando arriva a Parigi, dove è stata scritturata dalle Folies Bergères, tutti parlano di lei come della “nuova Josephine Baker”. La ragazza però ha altre ambizioni. Vuole diventare anche una stella del cinema. Alla fine degli anni Cinquanta diventa una delle più popolari protagoniste della stagione dei “peplum” vestendo panni diversi, dalla cattivissima regina Syria in “Maciste nella terra dei ciclopi” all’orgogliosa Landa ne “Il terrore dei barbari”. Non mancano interpretazioni di commedie come “Gastone” di Mario Bonnard nel 1958 con Alberto Sordi e Vittorio De Sica o “La ragazza sotto il lenzuolo” di Marino Girolami del 1961 con Walter Chiari. Alla sua popolarità non guasta una nutrita serie di presenze televisive. Alla metà degli anni Sessanta decide di lasciare le scene per amore. Fa soltanto tre eccezioni per tre film western all’italiana: “Il buono, il brutto, il cattivo” di Sergio Leone nel 1966, “Corri uomo corri” di Sergio Sollima nel 1968 e “La notte dei serpenti” di Giulio Petroni nel 1969. Muore a Mentana il 20 febbraio 2019.


09 aprile, 2021

9 aprile 2004 – “Fotti Bush”, l'invito degli Xiu Xiu

Il 9 aprile 2004 viene pubblicata in Italia una delle foto della campagna stampa che accompagna l’ultimo album degli Xiu Xiu, nella quale James Stewart, l’inventore della sigla e deus ex machina del progetto è fotografato insieme alla sua compagna d’avventura Caralee McElroy con una maglietta nera su cui compare, in rosso e molto evidente, la scritta “Fuckbush”(Fottibush). In più sull’ultimo album c’è un brano dal titolo esplicitamente ironico Support our troops in Iraq Oh! che, invece di essere una canzone, è un sorta di drammatica sonorizzazione di un equivoco insito nel titolo. Se anche un gruppo di culto o, meglio, un progetto ad assetto variabile, come quello degli Xiu Xiu, lontanissimo per sonorità e per impostazione dal concetto di “musica militante” aggiunge il suo piccolo mattoncino alla battaglia per fermare il delirio dell’amministrazione americana vuol dire che il movimento è più diffuso di quello che potrebbe apparire. Ciò avviene nel momento in cui il linguaggio di James Stewart e compagni si apre verso il pop, diventa più accessibile e allarga gli orizzonti di possibile ascolto. Nei suoni dei loro album, compreso l’ultimo Fabulous Muscles la voce di Stewart incontra e qualche volta sfida su terreni diversi tutte le costruzioni stilistiche degli ultimi vent’anni, dalla new wave alla classica, al technopop, all’etnica elettronica. Il lavoro di frammentazione e ricostruzione avviene trattando gli strumentisti come se fossero macchine sonore con l’anima. Non sempre, peraltro, gli strumentisti ci sono davvero perché talvolta accade che lo stesso Stewart crei direttamente i vari suoni. Tutto ciò, pur intrigante, non ne fa necessariamente un campione d’originalità. La differenza con molti altri sperimentatori sta invece nel fatto il progetto Xiu Xiu non punta a far vivere in maniera astratta o casuale i vari suoni. Due sono gli elementi che, a detta di Stewart, vengono presi a riferimento nella composizione e nella registrazione di un brano. In un primo momento c’è la ricerca di un equilibrio sonoro in grado di rendere efficacemente un testo, uno stato d’animo, un concetto o un’emozione. Ottenuto il primo risultato inizia una sorta di ambientamento storico del suono ottenuto. Che cosa vuol dire? Che siccome niente o quasi nasce dal nulla, ottenuto un suono dichiaratamente new wave lo si utilizza in modo da rispettare i riferimenti storici del genere a cui è legato. Il risultato è un lavoro ricco di quei riferimenti culturali la cui mancanza ha spesso fatto sembrare arida e insulsa la sperimentazione technopop.


08 aprile, 2021

8 aprile 1929 - Eiji Kitamura, il clarinetto dello swing giapponese

L’8 aprile 1929 nasce a Tokyo, in Giappone, il clarinettista Eiji Kitamura. Autodidatta, si afferma sulla scena jazz giapponese con uno stile ispirato soprattutto a Benny Goodman e ai musicisti dell’epoca dello swing e delle grandi orchestre. Tra il 1951 e il 1953 suona con il gruppo di Saburo Nanbu e successivamente si mette in proprio con la formazione dei Cats Herd. Nel 1957, dopo lo scioglimento della band suona a lungo con Mitsuru Ono con il quale resta fino al 1960. Ormai divenuto il più popolare clarinettista giapponese proprio nel 1960 parte per una nuova avventura formando un quintetto a suo nome. Nel corso della sua lunga carriera Kitamura ha inciso numerosi album, alcuni dei quali in compagnia del suo ispiratore Teddy Wilson.




07 aprile, 2021

7 aprile 2003 – Cindy Lauper al Gay & Lesbian Alliance Against Defamation Media Awards

Il 7 aprile 2003 Cindy Lauper viene invitata a parlare all'annuale Gay & Lesbian Alliance Against Defamation Media Awards. Si tratta di un riconoscimento importante per la cantante, icona dei movimenti per i diritti civili, nell’anno del suo cinquantesimo compleanno. Il tempo che passa non la spaventa. «Questa società è ossessionata dall'idea di invecchiare. Quando si chiede l'età a una donna che lavora lo si fa come se si scalciasse un cerchione di una ruota per verificare la tenuta dell'intelaiatura». Con la sua faccina da svampita, le multicolori acconciature, il look stravagante e la vocetta acuta e duttile negli anni del disimpegno ha osato l'inosabile facendo ballare una generazione su parole tutt'altro che ingenue. Quando la sua Girls just want to have fun (Le ragazze vogliono solo divertirsi) diventa un canto liberatorio per milioni di adolescenti alle prese con una società maschilista, lei spinge la provocazione più in là con She bop (Lei esplode), un inno alla masturbazione («dicono che dovrei smetterla,/se no divento cieca… non è ancora/una cosa proibita dalla legge»). Con la sua aria un po' stordita e una musica che salda il punk alle energie danzerecce "buca" il disimpegno di quel periodo portando in discoteca parole impegnative («padre, padre/non c'è bisogno di grandi scalate/la guerra non è una soluzione»). In lei il divertimento si coniuga con la rabbia e il ritmo con le idee. Riesce a far ballare il popolo delle discoteche su un brano feroce contro la loro superficialità come Love to hate (Amo odiare) «Fascisti alla moda,/lì fuori in branchi,/alcuni con la cipria sul naso… amo odiarvi, amo odiarvi, lo dico sul serio…». Guai poi a cascare nella trappola della sua faccetta ingenua e stordita pensando che in fondo sia soltanto il prodotto inconsapevole di un marketing provocatorio studiato a tavolino da un gruppo di esperti. Quando chiacchiera con i giornalisti le sue idee sono più dirette ancora dei testi delle canzoni: «Io sono nata in un quartiere povero, ho visto con i miei occhi la lotta di classe e so che cosa significa il fascismo economico. Se sei povero non c'è altra via d'uscita che la lotta. Si lotta per tutto anche solo per riuscire a vivere e a trovare un lavoro». Nell’anno del suo cinquantesimo compleanno promette di continuare a cantare, forse per mantenere l'impegno preso proprio in True colors: «se questo mondo ti fa impazzire/e hai subito tutto quello che puoi sopportare/tu chiamami/perché lo sai che ci sarò».




06 aprile, 2021

6 aprile 1935 – Fred Bongusto, il cantautore confidenziale

Il 6 aprile 1935 nasce a Campobasso Fred Bongusto, all’anagrafe Alfredo Buongusto. Sua mamma è veneta e papà campano. Gli anni dell’infanzia non sono facili. Tira aria di guerra e allo scoppio del conflitto suo padre viene spedito sul fronte greco. Non tornerà più. Nel 1942, quando arriva la notizia della sua morte, il futuro Fred Bongusto ha soltanto sette anni e tanti sogni. A scuola è bravino e la madre lo incoraggia a proseguire gli studi. Frequenta il liceo classico “Mario Pagano” e dopo la maturità si iscrive alla facoltà di giurisprudenza dell’università di Modena coltivando una nuova irresistibile passione: la musica. Uno zio musicista per diletto e grafico di professione gli ha regalato una chitarra e il ragazzo pian piano ha imparato a suonarla fino a restare sempre più affascinato dalle canzoni. Tra lo studio e la musica sceglie sempre di più la seconda finendo per abbandonare gli studi universitari e tornare a Campobasso dove frequenta un corso post-diploma giusto per non gettare via anni di impegno sui libri. Sono anni intensi di passioni e speranze. Gioca a calcio con risultati discreti ma soprattutto suona e canta in vari gruppi locali. Deciso a giocarsi il suo destino fino in fondo lascia di nuovo Campobasso per cercare fortuna altrove. Nei primi anni Sessanta Fred Bongusto comincia a essere molto conosciuto tra i frequentatori dei locali da ballo e dei night-club. L’Italia dopo gli sforzi della ricostruzione sta uscendo dalle difficoltà economiche e la gente ha una gran voglia di divertirsi. In questi anni, che verranno poi ricordati come quelli del “boom”, Bongusto imbocca finalmente la strada giusta per il successo. La svolta nella sua carriera arriva quando il suo amico ed estimatore Ghigo Agosti, il popolarissimo interprete di Coccinella, scrive appositamente per lui il brano Bella bellissima che viene pubblicato su un 45 giri accompagnato sul lato B da Doce Doce. Il disco, uscito per l’etichetta milanese Primary di Gianbattista Ansoldi, è decisivo per allargare la sua popolarità soprattutto nell’ambiente degli addetti ai lavori. Sempre per la Primary pubblica Madeleine aufwiedersen, che nel dicembre 1962 porta per la prima volta il suo nome nella classifica dei dischi più venduti, sia pure per una sola settimana. Tra i suoi estimatori c’è anche il grande maestro Gorni Kramer che nel 1963 scrive per lui Amore fermati una canzone utilizzata anche come sigla per un popolare programma televisivo che ottiene rapidamente un grande successo commerciale. Nel mese d’aprile arriva al quarto posto della classifica dei dischi più venduti in Italia. Il 1964 per Fred Bongusto è l’anno della consacrazione definitiva. Il cantante partecipa alla prima edizione della manifestazione “Un disco per l’estate” indetta dalla RAI con il brano Mare non cantare senza troppe soddisfazioni ma il grande successo arriva con Una rotonda sul mare, una delle canzoni più conosciute del suo repertorio destinata a diventare una sorta di emblema del periodo tanto da regalare trent’anni dopo il titolo a un fortunato programma televisivo di revival e nostalgia. Per il cantante è un periodo magico con ripetuti successi discografici e grandi soddisfazioni con brani come Frida e Malaga. Un buon successo ottiene anche al Festival di Napoli dove presenta una sua composizione intitolata Napoli c'est fini in coppia con Luciano Lualdi. Nel 1965 partecipa per la prima volta al Festival di Sanremo con Aspetta domani un brano che porta anche la sua firma. A interpretarlo con lui sul palcoscenico della città dei fiori c’è la giovanissima Kiki Dee, destinata alcuni anni dopo a diventare una stella del pop al fianco di Elton John. La canzone, pur entrando in finale, non ha grande fortuna con le giurie anche se ottiene un buon successo di pubblico. Decisamente sfortunata è, invece, la partecipazione di Fred Bongusto a “Un Disco per l’estate” del 1965 con Il mare quest’estate, un brano che non arriva neppure alla serata finale. Si rifà l’anno dopo vincendo la manifestazione a mani basse con Prima c’eri tu, un brano che si piazza davanti a Se la vita è così di Tony Del Monaco e Tema dei Giganti. Nel 1967 torna al Festival di Sanremo con Gi, un brano interpretato insieme alla polacca Anna German che non riesce neppure ad arrivare alla serata finale. Nel 1968 Fred Bongusto si lascia catturare dalla moda del “ritorno” agli anni Trenta iniziata con il successo mondiale del film “Gangster Story” e pubblica la divertente e ironica Spaghetti a Detroit, il cui attacco «…spaghetti, pollo, insalatina e una tazzina di caffè…» si trasforma in un tormentone senza tempo. In quegli anni i suoi dischi arrivano anche al vertice delle classifiche del Sud America aprendogli la strada a un periodo di intense e nuove esperienze e collaborazioni prestigiose come quelle con Vinicius De Moraes, Tom Jobim e Joao Gilberto, che pubblica anche una sua personalissima versione di Malaga. Non mancano poi collaborazioni con grandi jazzisti come Chet Baker e direttori d’orchestra come Don Costa. Negli anni Settanta entra anche per un tempo brevissimo nel Clan Celentano prima di riprendere la sua strada solitaria. Nel 1989 torna al Festival di Sanremo con il brano Scusa. Nel 1992 ottiene un grande successo con una tournée in Italia al fianco di Toquinho. L’esperimento viene poi ripetuto in Brasile qualche anno dopo. Il nuovo millennio lo trova ancora in grande attività. Il 18 marzo 2005 riceve dal Governo italiano una targa d'argento per i suoi cinquant’anni anni di carriera mentre il 2 giugno 2006 viene nominato commendatore dal Presidente della Repubblica. In suo onore la città di Roma organizza un grande concerto presso Villa Celimontana cui partecipano migliaia di persone. Nell’inverno del 2007 è nuovamente protagonista di una affollatissima tournée in Uruguay e in Argentina. Muore a Roma l'8 novembre 2019.



05 aprile, 2021

5 aprile 2003 – Per gli Avion Travel “Poco mossi gli altri bacini”

«In fondo abbiamo sempre sognato di suonare dal vivo la sigla del meteo o dei tg...». Così il 5 aprile 2003 Peppe Servillo, l'uomo immagine più che il leader autoritario di un gruppo da sempre strutturato come un collettivo di uguali, commenta il titolo del nuovo album Poco mossi gli altri bacini firmato Piccola Orchestra Avion Travel arrivato nei negozi il giorno prima. Il disco è una sorpresa. Le sonorità, il divertimento e il gusto di sorprendere riportano alla mente gli anni degli esordi, quelli in cui la band casertana mescolava il rock un po' standardizzato degli anni Ottanta con la nobiltà degli echi dello swing. Le discografie pubblicate negli stessi giorni stranamente fanno partire la storia del gruppo dal 1991, dall'album Bellosguardo dimenticando due lavori, forse ingenui, ma sicuramente vivi e sinceri come Sorpassando del 1987 e Perdo tempo del 1989. La dimenticanza, se non è frutto di ignoranza, è singolare, perché rimuove gli anni della metamorfosi, quelli in cui la band scompare. Parte per un lunghissimo tour in Unione Sovietica e quando torna è così diversa da far nascere la battuta che i sovietici ne abbiano sostituito i componenti con dei sosia. Gli echi ska, le cavalcate sospese tra un pop rock intelligente, anche se un po' maniera, e la leggerezza di un dialogo musicale che strizza l'occhio alle sonorità alternative di quel periodo scompaiono. Al loro posto c'è una band elegante, che mescola il gusto per la melodia della tradizione italiana con le suggestioni delle esperienza più colte del pop internazionale. Quella metamorfosi tanto repentina finisce per cancellare un pezzo della stessa storia del gruppo. È una vera e propria rimozione dimostrata ancora oggi dal fatto che molti ancora oggi citino il loro terzo album Bellosguardo come quello del debutto. Che cosa c'entra questo ragionamento con il nuovo disco della band? C'entra perché Poco mossi gli altri bacini getta un ponte con il passato, recupera un entusiasmo che via via appariva annacquato da uno stile che sembrava raffreddato da una ricerca troppo concettuale. Nel nuovo album cultura e intelligenza tornano ad andare sottobraccio con il divertimento. È sufficiente ascoltare il brano-autoritratto Banda casertana per accorgersi che non si tratta di un'operazione casuale, ma di un progetto voluto e pensato a lungo nei quattro anni in cui il gruppo è stato lontano dalla sala di registrazione. «Sono stati quattro anni molto intensi, confusi e ricchi di tante esperienze» commenta Servillo che, a chi gli fa notare una sorta di recupero del linguaggio dei primi Avion Travel, risponde ammiccando: «..l'album ci riporta all’innocenza e all’ingenuità dei primi dischi fin dal titolo, che è semplice e spiritoso». Dea ex machina dell'operazione è, come sempre, Caterina Caselli, una delle poche discografiche capace di rischiare in proprio sulla qualità. La sua ala protettrice questa volta si è spinta più in là del solito fino a partecipare direttamente alla realizzazione di una bella versione di Insieme a te non ci sto più, un suo antico successo. Non è l'unica voce femminile che si aggiunge agli Avion Travel in questo disco. L'altra è quella di Elisa, che nella suggestiva Vivere forte duetta con Peppe Servillo portando la sua vocalità a percorrere strade tanto diverse da quelle su cui cammina abitualmente da sembrare irriconoscibile. Detto per inciso è una lezione importante quella che arriva dalla cantante di Monfalcone perché segnala all'universo mondo l'inutilità di aggiungere intonazioni rhythm and blues a brani che non ne hanno bisogno. Sembra una cosa da poco ma in tempi in cui l'omologazione porta tutti a rifare all'infinito lo stesso stile la capacità di Elisa di adattare voce e impostazione fino a integrarsi con l'ambiente musicale che la circonda appare quasi rivoluzionaria. I testi dei brani parlano con pudore e ironia della difficoltà dei rapporti umani. Non mancano scelte diverse dal solito anche dal punto di vista linguistico, come E mo, cantata in dialetto (una rarità nella storia della band casertana) o Le style de ma memoire, in francese. Nella track list ci sono infine anche due brani legati al cinema: Piccolo tormento, nato per la colonna sonora del film "La felicità non costa niente" di Mimmo Calopresti e Avrei bisogno d’amore, scritta insieme a Fabrizio Bentivoglio per l'ultimo film di Gabriele Muccino "Ricordati di me". A quattro anni dal suggestivo ma troppo cerebrale Cirano gli Avion Travel o, meglio, la Piccola Orchestra Avion Travel torna a fare canzoni che raccontano storie e sentimenti.


04 aprile, 2021

4 aprile 1959 – La prima volta di Mina in TV

Il 4 aprile 1959 Mina fa il suo debutto sul piccolo schermo cantando Nessuno a “Il musichiere”, un gioco a quiz musicale presentato da Mario Riva. La puntata è interamente dedicata agli “urlatori” e con lei si esibiscono anche Giorgio Gaber, Jenny Luna, Adriano Celentano e Tony Dallara. Qualche settimana dopo consolida la sua popolarità partecipando a “Lascia o raddoppia?”, il programma di Mike Bongiorno che ha stregato gli italiani e che conta su una platea di oltre venti milioni di spettatori, almeno dieci volte il numero di televisori esistenti in quel momento in tutto lo stivale. L’Italia resta affascinata da questa ragazza alta e magra che indossa un maglioncino chiaro sopra un paio di jeans. Mina canta Nessuno guardando la telecamera con i suoi grandi occhi che sbucano da una zazzera spettinata e accompagna il ritmo agitando freneticamente braccia e mani. Quando la congeda Mike Bongiorno si lancia in un augurio profetico giocando con il titolo della canzone: «Ragazza mia, non ti fermerà nessuno».


03 aprile, 2021

3 aprile 1917 - Bill J. Finegan, l’unico assolo è il rumore di un cavallo

Il 3 aprile 1917 nasce a Newark, nel New Jersey il pianista, compositore, arrangiatore e direttore d'orchestra Bill J. Finegan, all’anagrafe William J. Finegan. Si appassiona alla musica fin da piccolo visto che tutti i suoi familiari sono pianisti dilettanti. Durante le scuole superiori comincia a studiare il pianoforte prima prendendo lezioni private, poi frequentando il conservatorio. Per sbarcare il lunario scrive arrangiamenti e partiture che vende a vari editori. La sua carriera di arrangiatore professionista inizia quando Tommy Dorsey acquista la sua orchestrazione di Lonesone Road e la fa ascoltare a Glenn Miller. Questi resta favorevolmente sorpreso e nel 1938 invitò Finegan a collaborare con lui. La collaborazione far i due dura fino al 1942, quando Bill diventa l'arrangiatore di fiducia di Tommy Dorsey per il quale lavora una decina d’anni sia pur con qualche interruzione. Nel 1952 fonda con Eddie Sauter la Sauter-Finegan Orchestra, nata inizialmente come formazione esclusivamente da studio sull’onda del successo partecipa poi a vari programmi televisivi e si esibisce in molti locali. Il successo dell’orchestra nasce soprattutto dall’amalgama sonora tra gli strumenti, i cantanti Joe Mooney, Florence Fogelson, Anita Boyer e i cori del gruppo dei Doodlers. In tutta la sua carriera Finegan non svolge mai attività solistica e se ne fa un vanto quando dice sorridendo che l'unico suo assolo registrato è un'imitazione della corsa di un cavallo da slitta ottenuta battendo le mani sul petto. Non è uno scherzo. Esiste davvero e la si può ascoltare nel brano Midnight Sleigh Ride, inciso con la Sauter-Finegan Orchestra. Muore il 4 giugno 2008.




02 aprile, 2021

2 aprile 1979 - Jean Lumière, “chanteur de charme”

Il 2 aprile 1979 muore a Parigi Jean Lumière. Interprete sopraffino, capace di lavorare di cesello sulla voce con una cura quasi maniacale, Jean Lumière corre il rischio di essere ricordato soltanto per la sua capacità di insegnare ad altri il “mestiere” degli chansonniers. È uno strano destino il suo. Attore, cantante e fine dicitore di canzoni prende tremendamente sul serio la “missione” di insegnare e dà il meglio di sè con le interpreti femminili molte delle quali, proprio grazie a lui, diventano vivide e brillanti stelle della canzone francese. La più luminosa tra loro è Edith Piaf, un mito che lo scorrere del tempo non è riuscito neppure a scalfire, ma l’elenco è lunghissimo e comprende personaggi come Gloria Lasso, Cora Vaucaire, Mireille Mathieu, Christiane Legrand e moltissimi altri, non esclusa quella Marie Dubas che non è propriamente una sua creatura ma che lui adotta quasi come modello per affinare le qualità sceniche e interpretative della Piaf. Molte sono le incertezze quando si affrontano i primi anni di vita di Jean Lumière. C’è chi lo fa nascere a Marsiglia nel 1895 con la stessa sicurezza con la quale altri attribuiscono i suoi natali alla stessa città ma dieci anni dopo, cioè nel 1905. Non è finita perchè ci sono storici e ricercatori che lo vogliono ancora più giovane e originario di una città diversa facendolo nascere ad Aix-en-Provence nel 1907. Anche il nome con il quale viene registrato all’anagrafe è oggetto di discussione. C’è chi dice che il suo vero nome sia Jean Anezi e chi Jean-Louis Anezin. A completare il quadro nebuloso che avvolge i primi anni di vita del futuro Jean Lumière ci sono infine le ricostruzioni dell’ambiente famigliare. Nessuno discute sul fatto che la musica sia stata una sorta di passione naturale fin dall’infanzia perchè è una sua affermazione, ma alcuni sostengono che i suoi genitori possedevano un cabaret e altri sposano una tesi leggermente diversa che li vuole commercianti con la passione per la musica. Dettagli che non cambiano la sostanza delle cose ma contribuiscono a far capire come con il tempo gran parte delle notizie relative a Jean Lumière tendano a corrompersi e a sfumare un indistinto alone leggendario. La sua storia artistica comincia quando ha ancora i pantaloni corti e non ha la musica al centro. Il piccolo Jean è intenzionato a diventare attore. Metodico e senza lasciare nulla al caso frequenta con profitto regolari corsi di recitazione ottenendo alcuni prestigiosi riconoscimenti scolastici sia sul versante della commedia leggera d’ispirazione moderna che in quello della tragedia classica. Il ricongiungimento tra musica e teatro avviene quando il giovane e promettente attore viene scritturato dal Théâtre de Variétés di Marsiglia, all’epoca considerato il tempio dell’operetta dell’intero meridione francese. Non è una stella e i ruoli che gli vengono affidati hanno funzioni di contorno, ma gli consentono di affinare anche le sue qualità come cantante oltre che come attore. Con l’operetta la musica entra nel cuore di Jean Lumière, anche se non è ancora la sua attività principale. Il ragazzo, poi, è riluttante ad abbandonare una rassicurante carriera teatrale per dedicarsi interamente alla musica. Non vuole lasciare il certo per l’incerto. È la sorte a decidere per lui. La svolta nella sua carriera avviene nel 1929 in occasione della grande festa d’addio al pubblico del cantante Henri Dickson all’Opera di Marsiglia. Come molti protagonisti della stagione teatrale e musicale cittadina viene invitato a salire sul palco per un breve omaggio al festeggiato e canta uno dei brani del repertorio di Dickson. La sua esibizione sorprende sia il pubblico che gli addetti ai lavori. Tra i personaggi più entusiasti c’è Esther Lekain, una delle grandi vedette dell’Alcazar di Marsiglia a quell’epoca al vertice della popolarità. È lei la prima a suggerirgli di lasciar perdere il teatro per dedicarsi a tempo pieno alla musica ed è sempre lei a scegliere il suo nome d’arte: «...caro ragazzo, avete una voce chiara come la luce di un giorno d’estate di questo nostro meridione. Perchè non la mettete nel vostro nome? Io credo che voi dobbiate prendere il nome di Jean Lumière...» Così accade. La luminosa vedette Esther Lekain diventa la sua madrina e lo aiuta a farsi conoscere nel giro che conta. La scalata al successo è velocissima. Un anno dopo l’esibizione all’Opera di Marsiglia ottiene un inaspettato contratto discografico della sua carriera con la Odeon. I primi due brani registrati per quella prestigiosa etichetta sono Les trois filles e Notre amour. Il 1930 non è soltanto l’anno della prime registrazioni discografiche. In quello stesso anno, infatti, Jean Lumière fa anche il suo debutto dal vivo a Parigi. La sua prima esperienza nella impegnativa e sfolgorante notte parigina avviene sul palcoscenico dell’Européen, un locale che all’epoca è famoso proprio per la capacità di scovare e proporre giovani talenti. In breve tempo diventa uno dei cantanti più apprezzati delle notti parigine. Il suo stile melodico e aggraziato, senza eccessive forzature né appesantimenti stilistici lo iscrive di diritto alla schiera di quegli interpreti che la critica definisce “chanteurs de charme”, avvicinandoli ai crooners del jazz orchestrale e del pop e considerandoli una sorta di congiunzione tra la tradizione melodica dell’Europa mediterranea e la scuola dei balladeers anglosassoni. Il pubblico viene catturato da quella voce tenera dalla dizione perfetta, sempre controllata e intonata, e ne fa uno dei suoi beniamini. Ancora oggi è ritenuto uno dei più significativi esponenti di quello stile insieme a personaggi come Fragson, Paul Delmet e Tino Rossi. Negli anni Trenta la sua popolarità raggiunge vertici inaspettati anche grazie all’ennesimo colpo di fortuna. Nel 1933, infatti, proprio la vedova di Paul Delmet gli chiede un appuntamento. Colpita dalla somiglianza della sua tecnica con quella del marito vuole fargli un dono. È un brano che si intitola La petite église, scritto dal suo defunto marito nel 1890 insieme a Charles Fallot e mai più interpretato da nessuno dopo di lui. Il brano, inserito da Jean Lumiére nel suo repertorio diventa il più grande successo della sua carriera. Proprio con La petite église vince anche il Grand Prix du Disque del 1934. Sull’onda del successo riprende altre canzoni del passato riportandole alla luce. Vivono così di nuova vita e nuovo splendore brani come Visite à Ninon, scritto nel 1879 da Gaston Maquis, Lilas blancs di Théodore Botrel o L’âme des violons di René de Buxeuil. Nel 1941 è uno dei protagonisti dei concerti dell’Étoile organizzati da Georgius. Dopo la Liberazione la popolarità di Jean Lumière resta notevole nonostante il cambiamento di gusto del pubblico e l’emergere di nuovi protagonisti della scena musicale. Tra i brani di maggior successo del 1945 anche la sua interpretazione di Ah le petit vin blanc. In quel periodo la sua fama si allarga anche all’estero grazie anche alla sua disponibilità a viaggiare. Nella seconda metà degli anni Quaranta e negli anni Cinquanta le sue tournée toccano vari paesi Europei, dell’America Settentrionale e di quella Meridionale, oltre che dell’Africa e del medio oriente. Considerato dai critici “la miglior voce radiofonica” del panorama musicale francese affianca all’attività di cantante quella di insegnante di canto destinata ad appassionarlo sempre di più fino a convincerlo, nel 1960, a lasciare le scene per dedicarvisi a tempo pieno. I suoi metodi d’insegnamento fanno scalpore perchè mescolano vocalità a particolari posture corporali, ma risultano particolarmente efficaci soprattutto con le voci femminili.


01 aprile, 2021

1° aprile 1992 - L’Oscar a “Mediterraneo”. Non è uno scherzo


Non è un pesce d’aprile anche se il giovane regista italiano per un po’ sospetta che sia tutto uno scherzo. Il 1° aprile 1992 nella lunga e spettacolare notte del Dorothy Chandler Pavilion di Los Angeles il regista italiano Gabriele Salvatores viene premiato con l’Oscar destinato al miglior film straniero. L’ambita statuetta è per “Mediterraneo”, un lungometraggio da lui diretto e interpretato da Claudio Bigagli, Diego Abatantuono, Giuseppe Cederna, Ugo Conti, Gigio Alberti, Vanna Barba, Claudio Bisio e Antonio Catania. Tra i cosiddetti esperti che nel nostro paese abbondano più che altrove le prime reazioni sono di stupore. Nella cerchia degli invidiosi si finge soddisfazione ma si lanciano strali avvelenati a rilascio lento. Tra le osservazioni nate dal bolo dell’invidia la più velenosa è quella di chi mostra un incantato e quasi ingenuo stupore perché i giudici degli Academy Awards avrebbero premiato con la prestigiosa statuetta un film dalle caratteristiche tutte interne al dibattito culturale italiano e le cui dinamiche sono comprensibili soltanto a chi ha vissuto nell’Italia degli anni Settanta. Non è tutto perché anche le vendette degli invidiosi hanno delle regole precise. Non si può esagerare perché se si porta alle estreme conseguenze questa teoria del film dalle tematiche provinciali e incomprensibili si rischia di ipotizzare che i giudici della prestigiosa Academy hollywoodiana abbiano pescato a caso da un cappello il biglietto con il nome di uno dei film stranieri perché non avevano voglia di vederseli oppure (peggio!) che si siano bevuti il cervello. Entrambe le ipotesi possono rivoltarsi contro a chi, nonostante l’invidia e il fastidio per i successi degli altri, nel mondo del cinema deve comunque continuare a lavorare. Per questa ragione insieme alla sorpresa per il risultato si fa sapere con nonchalance, quasi si trattasse di un dettaglio, che “Mediterraneo” è distribuito in tutto il Nord America dalla potentissima (all’epoca) Miramax dei fratelli Weinstein. E siccome le due comunicazioni viaggiano accoppiate l’effetto indotto è che si tratta di un Oscar immeritato assegnato in virtù delle pressioni di un potente distributore. Nonostante gli invidiosi “Mediterraneo” era e resta uno splendido film girato con mano leggera e destinato a commuovere anche chi non appartiene alla generazione del regista. Per chi invece ha vissuto l’esaltazione del sogno di cambiamento degli anni Settanta e il lungo riflusso degli Ottanta è la “chiusa” finale della cosiddetta “trilogia della fuga” di Gabriele Salvatores, iniziata nel 1989 con “Marrakesh Express” e proseguita l’anno dopo con “Turné”. Il centro della narrazione filmica di Salvatores in quel periodo (e non soltanto in quello) è rappresentato dal vortice di disillusioni, incertezze e voglia di fermare il tempo che caratterizza l’impatto con il riflusso degli anni Ottanta (e con la maturità) da parte di una generazione, la sua, dopo l’illusione di poter cambiare il mondo. Mentre i primi due film della trilogia entrano direttamente nel vivo di queste tematiche, “Mediterraneo” ci si avvicina per contiguità di emozioni mentre la chiosa finale del Salvatores-pensiero sulla questione arriva una citazione da Henri Laborit («In tempi come questi la fuga è l’unico mezzo per mantenersi vivi e continuare a sognare») e dalla dedica che appare prima dei titoli di coda («Dedicato a tutti quelli che stanno scappando»).



31 marzo, 2021

31 marzo 1911 - Freddie Green, la morbida chitarra di Count Basie

Il 31 marzo 1911 nasce a Charleston, nel South Carolina, il chitarrista Frederick William Green, conosciuto con il nome d’arte di Freddie Green. Comincia a suonare la chitarra a dodici anni con ottimi risultati. Trasferitosi a New York per terminare gli studi guadagna qualche dollaro esibendosi nei locali del Greenwich Village. Una sera tra il pubblico di uno di questi locali c’è John Hammond che resta favorevolmente impressionato dal suo talento e qualche giorno dopo parla di lui a Count Basie, in quel periodo alla ricerca di un chitarrista. È così che nel marzo 1937 Green entra a far parte dell'orchestra di Basie alla quale, da quel momento la sua vita artistica resta indissolubilmente legata. Sono pochissimi i jazzisti capaci di affermarsi senza mai praticamente esibirsi come solisti. Uno di loro è proprio Freddie Green, che con la sua chitarra acustica resta con Count Basie per mezzo secolo, tranne una brevissima interruzione nel 1950. I critici hanno scritto che «...ha il dono, con la sua sola presenza in una sezione ritmica, di farla suonare supremamente bene. Con le sue pennate morbide, elastiche, perfettamente a punto, con la sua scelta sempre felice degli accordi e dei rivolti, cementa i compagni che sono intorno a lui e le sezioni ritmiche di Basie hanno sempre avuto un tocco speciale e un fascino discreto che proveniva appunto dalla chitarra di Freddie Green, intimamente fusa con lo scarno e sempre squisito pianoforte di Basie...». Per questa ragione il suo apporto in sala di registrazione è molto ambito e la sua chitarra appare nei dischi di artisti straordinari come Benny Carter, Benny Goodman, Lionel Hampton, Pee Wee Russell, Joe Sullivan, Dicky Wells, Teddy Wilson, Lester Young, Herb Ellis, Gerry Mulligan, Mildred Bailey, Billie Holiday e tanti altri... Muore il 1° marzo 1987.


30 marzo, 2021

30 marzo 2002 – Eve: Basta con la violenza sulle donne!

Il 30 marzo 2002 le agenzie di stampa specializzate in notizie musicali titolano: Basta con la violenza sulle donne. Non è uno slogan, ma un grido di battaglia, visto che a lanciarlo è la rapper Eve, una delle più cattive e famose bad girls d’inizio millennio. Forte della fama che l'accompagna e della grinta che la caratterizza la ventitreenne, che un tempo si faceva chiamare Eve Of Deconstruction, ha affrontato il problema pubblicando un brano, Love is blind (L'amore è cieco) che parla di violenza domestica sulle donne e ha fatto comunella con le associazioni che forniscono assistenza legale e materiale alle donne maltrattate. Il suo impegno su questo fronte non nasce oggi. In molti suoi brani si ritrova quel concetto complesso che negli ambiente femministi veniva definito con il termine di "sorellanza", sia pur filtrato con la sensibilità di una ragazza nata a Philadelphia nel 1979 e abituata a confrontarsi con gli uomini nella dura palestra delle strade dei ghetti. Il suo Gangsta bitches (traducetelo voi) realizzato a tre voci con altre due ragazze cattive come Da Brat e Trina ha spiegato con le parole e le durezza del linguaggio gangsta, le differenze di genere ai machos del sottobosco rap. Da quando è una star del firmamento hip hop non si è, però, fermata lì. Proprio il 30 marzo ha chiamato a raccolta due cantanti sue amiche come Faith Evans e Amel Larrieux, un pugno di attrici (Salma Hayek, Rosario Dawson, Rosie Perez e Lynn Whitfield) e ha programmato un'uscita clamorosa in occasione del "V-day Harlem 2002", la festa d'inaugurazione del leggendario Apollo Theater di Harlem, chiuso da tempo per lavori di restauro.


29 marzo, 2021

29 aprile 1920 - Grazia Gresi, dal basket alla canzone

Il 29 aprile 1920 nasce a Melfi, in provincia di Potenza la cantante Grazia Gresi. Registrata all’anagrafe con il nome di Grazia Grasso è un’esponente di spicco del basket femminile degli anni Quaranta. Poco più che ventenne lascia la pratica sportiva, trova un impiego all’Intendenza di Finanza di Napoli e si dedica alla canzone per hobby. Nel 1947 vince un concorso per voci nuove della RAI che le vale la prima scrittura a Radio Napoli con l’orchestra Campese. Partecipa a varie audizioni di Piedigrotta e nel 1956, in coppia con Aurelio Fierro, vince il Festival di Napoli con Guaglione. Negli anni successivi torna varie volte alla rassegna partenopea riscuotendo sempre un notevole successo. Negli anni Settanta lascia la musica. Tra le sue interpretazioni più famose sono da ricordare L’urdemo raggio ‘e luna, Cantammola ‘sta canzone, Te sento dint’ ‘e vvene, Napule ncopp’ ‘a luna e Non fa cchiù ‘a frangesa. Muore a Napoli il 17 aprile 2003.


28 marzo, 2021

28 marzo 1973 - Meglio i nativi dell’Oscar

Nella notte degli Oscar del 28 marzo 1973 Marlon Brando rifiuta di ritirare la preziosa statuetta, vinta per la sua interpretazione nel film “Il Padrino” e va a rendere omaggio ai nativi americani, quelli che nei film western statunitensi vengono chiamati "indiani" in segno di solidarietà con le loro rivendicazioni. Son passati quasi vent’anni da “Fronte del Porto” ma Marlon Brando non è cambiato. Negli Stati Uniti squassati da una mobilitazione senza precedenti contro la guerra del Vietnam e per i diritti civili, il mito dei giovani degli anni Cinquanta decide di stare dalla parte delle nuove generazioni. Se nella prima parte della sua carriera l’identificazione con i giovani ribelli era basata sulla sua diversa interpretazione del ruolo dell’attore visto come un soggetto in grado di restituire un significato più complesso della semplice interpretazione di un ruolo, in questo caso la sua presa di posizione appare ancor più sincera perché slegata dalla sua carriera cinematografica. Con quel gesto manda un messaggio preciso: Marlon Brando è un ribelle nella vita prima ancora che sullo schermo. Le nuove generazioni, figlie dei suoi primi ammiratori, capiscono il messaggio e si riconoscono in lui, magari contro i padri e le madri che in gioventù si erano identificati con il motociclista del selvaggio.

27 marzo, 2021

27 marzo 1990 - Un Tornatore da Oscar

«Un capolavoro, un grande affresco poetico e un atto d’amore verso il cinema»: la critica di tutto il mondo va in visibilio di fronte a “Nuovo Cinema Paradiso”, un film di Giuseppe Tornatore. Dopo aver ottenuto nel 1989 il Gran Premio Speciale della giuria al Festival di Cannes, il 27 marzo 1990, nel corso della ‘Notte delle stelle’ di Hollywood, anche la prestigiosa Academy statunitense si inchina di fronte al geniale regista italiano attribuendo alla sua opera l’Oscar per il miglior film straniero.

26 marzo, 2021

26 marzo 2004 – “Salvamm’ ‘o munno”!

Il 26 marzo 2004 in una lunga intervista Enzo Avitabile presenta il suo nuovo disco Salvamm’ ‘o munno. Ci sono le voci e gli strumenti di tutti i Sud della terra nell’album del cantautore napoletano che destina parte dei proventi al finanziamento della campagna di Amnesty contro la piaga dei bambini-soldato. L’artista lo firma insieme ai Bottari di Portici, un gruppo che utilizza botti, tini e falci come strumenti percussivi seguendo le regole di un’antichissima tradizione, ma i brani vedono la partecipazione di un nutritissimo gruppo di artisti, da Khaled a Manu Dibango, Hugh Masekela, Simon Saheen, Amina, Baba Sissoko, Bachir Mizmar, Adel Shaaer, Luigi Lai e tanti altri. Una vera e propria chiamata a raccolta per salvare il mondo? Con la gentilezza e l’ironia napoletana che lo caratterizzano Enzo Avitabile si schernisce «Magari potessimo salvare il mondo con le canzoni!» Poi si fa più serio e spiega «Sono convinto che ciascuno debba fare qualcosa per questa terra. Io con la mia musica, tu con la tua vita quotidiana, con quello che sai fare, tutti insomma devono sapere che non si può uccidere la speranza e che la guerra, questo mondo di guerra che ci circonda, è una prigione da cui dobbiamo uscire. Bisogna essere consapevoli della necessità di fare qualcosa senza avere prima la garanzia che serva davvero. Bisogna perché si deve, perché tutto si lega, perché il piccolo gesto che faccio io può cominciare a cambiare le cose…». Come può essere spiegato questo in un disco? «Intanto con l’esempio. Se lo ascolti bene puoi capire che ciascun musicista entra nel linguaggio musicale senza prevaricazioni, senza imporre niente. Dalla mescola di individualità così diverse nasce quindi un linguaggio nuovo. Non è la somma di tanti stili, ma una costruzione nata dallo sforzo comune. Son partito dalle radici della musica della mia terra, ho chiesto la collaborazione dei Bottari di Portici e poi, insieme, abbiamo aperto la porta ai nostri fratelli e ai nostri amici perché lavorassero con noi». Il risultato è all’altezza delle aspettative, con artisti di fama mondiale che entrano nei suoni degli altri senza disturbare… «Sì e questo vale non soltanto per i grandi personaggi, ma anche per il lavoro fatto sulle sonorità di tutti. Per esempio l’apporto del basso o i rumorini dei tamburi sono minimali per non sovrapporsi al suono dei Bottari. Sai perché? Perché così nessuno colonizza nessuno, ma tutti insieme si lavora per qualcosa che quando inizi a costruire non sai ancora come sarà». C’è qualche novità anche nei testi…«Le parole sono più calate dentro la realtà, cercano di accarezzare il mondo e i suoi problemi ma senza esagerare. Io scrivo canzoni non articoli giornalistici e il mio lavoro funziona quando riesco a farmi capire immediatamente». Insomma vuoi proprio cambiare il mondo? «Se insisti ti dico di sì, ma a modo mio. Questo album è la dimostrazione che per cambiare il mondo bisogna cambiare se stessi. Che se si predica una cosa bisogna cominciare a praticarla, a dimostrare che è possibile. Io credo che su questa terra tutte le razze debbano e possano vivere insieme, in simbiosi? Bene. Siccome sono un musicista comincio a far vivere questa convinzione nel mio lavoro. Capito come funziona?»



24 marzo, 2021

24 marzo 1961 – Addio a Freddy Johnson

Il 24 marzo 1961 scompare il pianista Freddy Johnson. La sua morte avviene a New York, la città dove è nato il 12 marzo 1904. Il pubblico comincia a conoscerlo e ad apprezzarlo nel 1922 nelle vesti di accompagnatore di Florence Mills. Due anni dopo formare una sua orchestra e debutta a New York. Successivamente suona con Elmer Snowden, Billy Fowler e Noble Sissle prima di aggregarsi all'orchestra di Sam Wooding con la quale si trasferisce in Europa nell'estate del 1928.. Tra il 1929 e il 1930 si esibisce più volte con successo al Bricktop's, di Parigi come solista. Nel 1933 insieme al trombettista Arthur Briggs forma una propria orchestra con la quale suona nei più eleganti ritrovi di Parigi mettendosi in luce anche come efficace arrangiatore. Nel 1934 è in Belgio e Olanda a fianco di Lex Van Spall e, successivamente, al Negro Palace di Amsterdam sia come solista, sia alla testa di un trio comprendente Coleman Hawkins. Nel 1939 entra a far parte, per un breve periodo, dell'orchestra di Willie Lewis poi va a Parigi alla testa di una nuova orchestra della quale fanno parte il trombettista Louis Bacon, il sassofonista Alix Combelle, il bassista Wilson Myers e il batterista Tommy Benford. Si ritira quindi ad Amsterdam ove apre un suo club, La Cubana, nel quale si esibisce stabilmente per diversi anni consecutivi. Rientrato negli Stati Uniti nel 1944 lavora prima con George James e poi con l'orchestra di Garvin Bushell. Negli anni successivi continua a esibirsi in vari ritrovi di New York come solista. Verso la fine degli anni Cinquanta ritorna in Europa con lo spettacolo di rivista “Free And Easy”, ma proprio durante questa tournée scopre di essere malato di cancro e dopo un primo ricovero a Copenaghen rientra a New York dove viene ricoverato al St. Barnabas Hospital. Ci resta fino alla morte.


23 marzo, 2021

23 marzo 2007 – Viva gli Spartani!

Il 23 marzo 2007 arriva nelle sale italiane il film "300". Tra i film campioni d’incasso della primavera del 2007 è una pellicola diretta da Zack Snyder ispirata alla vicenda dei trecento spartani che nel 480 a.C., durante la battaglia delle Termopili combatterono fino alla fine per fermare il re persiano Serse e il suo imponente esercito. Il film rappresenta la trasposizione cinematografica di una storia a fumetti creta da Frank Miller e pubblicata in cinque albi mensili nel 1998. Presentato fuori concorso al Festival di Berlino il film, girato con avanzate tecniche di computer graphic ottiene un grande successo di pubblico ma lascia perplessa la critica che, oltre a sottolinearne la scarsa fedeltà storica, vede nella rappresentazione una rozza contrapposizione tra oriente e occidente finalizzata a supportare la politica statunitense nell’area mediorientale. Tra gli interpreti ci sono Gerard Butler nel ruolo di Leonida, Lena Headey in quello di Gorgo, la Regina spartana, mentre a Rodrigo Santoro tocca l’interpretazione del “cattivo” Serse.

22 marzo, 2021

22 marzo 1934 - Tonina Torrielli la caramellaia della canzone

Il 22 marzo 1934 nasce a Serravalle Scrivia, in provincia di Alessandria Antonietta Torrielli, destinata a diventare una delle protagoniste della scena musicale degli anni Cinquanta con il nome d’arte di Tonina Torrielli. Operaia di una fabbrica dolciaria di Novi Ligure nel 1955 è finalista del concorso per voci nuove della RAI e l’anno dopo partecipa al al Festival di Sanremo con Il bosco innamorato, Il cantico del cielo, Qualcosa è rimasto e Amami se vuoi che conquista il secondo posto. Il successo è immediato e i giornali parlano di lei come della principale rivale di Nilla Pizzi e la ribattezzano “la caramellaia di Novi Ligure”. Qualche mese più tardi partecipa al Festival di Napoli dove porta in finale 'E rrose d''o core, con Grazia Gresi, e Adduormete, con Tullio Pane. Nel 1957 torna al festival di Sanremo presentando Intorno a te è sempre primavera con Tina Allori e Scusami con Gino Latilla, che si piazza al terzo posto, e viene presentata dai rotocalchi popolari come la rivale di Nilla Pizzi. Sul palco sanremese si presenta ancora: nel 1958 con Mille volte in coppia con Cristina Jorio, Nozze d’oro con il Duo Fasano e il Trio Joyce e L’edera con Nilla Pizzi, seconda nella classifica finale; nel 1959 con Adorami e Il nostro refrain insieme a Nilla Pizzi e Tua con Jula De Palma; nel 1960 con Colpevole in coppia con Nilla Pizzi e Perderti con Arturo Testa; nel 1961 con Febbre di musica in coppia con Arturo Testa; nel 1962 con Aspettandoti insieme ad Aura D’Angelo e nel 1963 con Com’è piccolo il cielo in coppia con Gianni Lacommare e Perdonarsi in due con Eugenia Foligatti. Dopo il suo matrimonio con l'ex batterista di Angelini, Mario Maschio, riduce l'attività artistica fino a concluderla intorno al 1965, con centinaia di dischi all'attivo. Tra i suoi successi sono da ricordare Gli zingari, La violetera, Tango del cuore, Appuntamento a Madrid, Bacio di fuoco, Il giramondo, La nostra estate e Siboney.


21 marzo, 2021

21 marzo 1925 - Hugo Koblet, l’angelo biondo

Il 21 marzo 1925 nasce a Zurigo il ciclista Hugo Koblet. È il primo straniero a vincere il Giro d’Italia in un’edizione, quella del 1950, che lo vede indossare per ben ventitré giorni la maglia rosa. Soprannominato “pedaleur de charme” dai francesi e “l’angelo biondo” dagli italiani per la sua condotta nella vita privata, non assimilabile alla dura preparazione e all’ascetismo degli altri atleti dell’epoca, si rende protagonista di grandi imprese come la fuga solitaria di centotrentacinque chilometri alla media di 39 km/h nella tappa Brive-Agen del Tour de France del 1951. Nel 1953 impegna Fausto Coppi in un epico duello conclusosi a favore del campionissimo nella tappa dello Stelvio. Nel 1958, accortosi che con il passare degli anni le sue doti naturali non bastano per restare ai vertici senza doversi sottoporre a impegnativi allenamenti, fedele al suo stile di vita preferisce chiudere anticipatamente con il ciclismo agonistico. Pochi anni dopo, il 6 novembre 1964 muore a Uster schiantandosi contro un albero con la sua vettura.

20 marzo, 2021

20 marzo 2004 – The Art of Patti Smith a Ferrara

Il 20 marzo 2004 Patti Smith è a Ferrara per l’inaugurazione di “The Art of Patti Smith”, una tre giorni multimediale dedicata alle varie facce della sua molteplice attività artistica. Il programma della manifestazione, organizzata dall’Unione Donne Italiane e dal locale Assessorato alla cultura, prevede l’apertura della mostra “Strange messenger”, dedicata alla produzione grafica della poetessa in rock nel padiglione d’arte Contemporanea di Palazzo Massari, mentre a domenica 21 a Palazzo Schifanoia è previsto un reading di sue poesie. La manifestazione si conclude lunedì 22 marzo con un esclusivo concerto acustico della stessa Patti Smith al Teatro Comunale. L’artista statunitense coglie l’occasione per annunciare che a fine aprile uscirà Trampin il suo nuovo, atteso, album. Interpellata sull’argomento racconta di un disco che già dal titolo appare come «una metafora della nostra esistenza. Si cammina in un lungo viaggio e la strada non è sempre agevole. A volte è bella e facile, altre volte è difficile e aspra. Io, però, credo che si debba andare avanti senza mai fermarsi perché è un modo di amare la vita e di sentirsi vivi».

19 marzo, 2021

19 marzo 1921 - Harry Babasin, un violoncellista nel jazz

Il 19 marzo 1921 nasce a Dallas, in Texas il contrabbassista e violoncellista Harry Babasin. Cresciuto nella cittadina di Vernon, studia al North Texas State College nello stesso corso frequentato da altri grandi musicisti jazz come Jimmy Giuffré, Herb Ellis e Gene Roland. Dopo aver suonato con varie orchestre della sua zona si trasferisce a New York dove fa le sue prime esperienze di contrabbassista jazz accanto a personaggi come Gene Krupa, Boyd Raeburn e Charlie Barnet. Nel 1945 si stabilisce in California e collabora a lungo con le orchestre di Boyd Raeburn e Benny Goodman. Successivamente partecipa a una seduta di registrazione per la Dial Records con Dodo Marmarosa, rimasta nella storia del jazz. In quell'occasione, infatti, Babasin utilizza, per la prima volta nel jazz, il “pizzicato” al violoncello. Dopo un breve giro di concerti con l'orchestra di Woody Herman, viene scritturato per il film “A song was born” con Louis Armstrong, Tommy Dorsey, Benny Goodman, Charlie Barnet, Mel Powell, Al Hendrickson, Louis Bellson e Lionel Hampton, con i quali incide il tema principale della colonna sonora. Incide poi con quasi tutti i protagonisti del periodo. Nonostante la versatile attività di contrabbassista e violoncellista, fatica a ottenere i riconoscimenti che merita. Solo molti anni dopo il periodo migliore della sua attività il mondo del jazz riconoscerà le sue indubbie qualità. Muore il 21 maggio 1988 a Los Angeles.


18 marzo, 2021

18 marzo 1908 - Loulou Gasté dal banjo alla chitarra

Il 18 marzo 1908 nasce a Parigi il chitarrista Louis Gasté, piu conosciuto sulla scena musicale francese come Loulou Gasté. Irrequieto e geniale da giovanissimo suona il banjo nei locali parigini. Proprio durante una delle sue esibizioni nel 1933 viene notato e scritturato dalla famosa e celebrata formazione dei Collégiens di Ray Ventura nella quale militano alcuni fra i migliori strumentisti francesi dell’epoca. Qui migliora la sua tecnica e progressivamente lascia il banjo per la chitarra. Nel 1940 lascia l’orchestra, scrive canzoni e diventa l’accompagnatore fisso della cantante Lucienne Boyer nei suoi concerti. Passa poi nella formazione di Raymond Legrand, ma dopo aver assaporato la libertà dell’attività solitaria non ce la fa ad adattarsi alle regole delle grandi orchestre. Alla fine fa la scelta di dedicarsi esclusivamente alla composizione di canzoni occupandosi anche della carriera di sua moglie, la cantante Line Renaud. Muore l'8 gennaio 1995.


17 marzo, 2021

17 marzo 1924 - Chet Kruley, un viso pallido in una big band nera

Il 17 marzo 1924 nasce a Cambridge, nel Massachusetts, il chitarrista Chet Kruley, all’anagrafe Chester Krolewicz, l’unico musicista bianco ad aver superato all’inverso la cosiddetta “barriera del colore” nell’epoca d’oro delle grandi orchestre. Non sono viste di buon’occhio le commistioni tra bianchi e neri negli Stati Uniti degli anni Quaranta che vedono ancora molti stati negare i diritti civili agli eredi degli schiavi africano. Le mescole sono viste con il fumo negli occhi anche in un ambiente tutto sommato più aperto come quello del jazz. Se qualche raro musicista nero trova spazio nelle orchestre bianche, il contrario non è neppure ipotizzabile. Per questa ragione fa molto scalpore nel 1943 l’ingaggio di Chet Kruley, reduce da un’esperienza nel trio di Nat Pierce, da parte dell'orchestra di Fletcher Henderson. L’avventura non dura molto e il chitarrista, dopo un periodo difficile, accetta di suonare in vari gruppi di standard. Alla fine decide di chiudere con la professione e si ritira dedicandosi all'insegnamento. Fra i suoi allievi ci sarà anche Gabor Szabo. Muore il 27 novembre 2013.




16 marzo, 2021

16 marzo 1906 - Scad Hemphill, una tromba swing

Il 16 marzo 1906 nasce a Birmingham, in Alabama, il trombettista Shelton Hemphill, più conosciuto con il nome d’arte di Scad Hemphill, uno dei protagonisti dell’epopea dello swing. Non ha ancora vent’anni quando ottiene il primo ingaggio professionale a New York per suonare insieme al pianista Fred Longshaw con il quale spesso accompagna anche la grande Bessie Smith. Proprio accompagnando Bessie Smith nel mese di dicembre del 1925, a diciannove anni, registra Lonesome Desert Blues, il primo disco della sua carriera. Entra quindi a far parte dell'orchestra di Horace Henderson e, nel 1928 di quella di Benny Carter si sta proprio in quegli anni affermando come uno dei più grandi leaders-arrangiatori della scuola di Harlem. Lasciato Carter nel 1930 si aggrega all’orchestra di Chick Webb che in quel periodo schiera strumentisti del calibro di Louis Bacon, Jimmy Harrison, Benny Carter, Hilton Jefferson ed Elmer Williams. Con questa formazione registra vari brani, compreso quel Heebie Jeebies, che diventerà uno dei cavalli di battaglia di Webb. Nel 1931 passa alla Mills Blue Rhythm Band, una tra le migliori orchestre nere della swing che può contare sugli splendidi arrangiamenti di Nat Leslie e Harry White oltre che sull’apporto di geniali strumentisti come i trombettisti Ed Anderson e Red Allen, i trombonisti Harry White a J. C. Higginbotham, i sassofonisti Charlie Holmes a Joe Garland e i pianisti Edgar Hayes a Billy Kyle. Con la Mills Blue Rhythm Band Hemphill suona per molto tempo pur essendo chiuso come solista prima da Anderson e poi da Allen. Nel 1937 passa all'orchestra di Louis Armstrong e sette anni dopo, nel 1944, a quella di Duke Ellington. Nel 1949 si ritira a New York dove continua a esibirsi tutte le volte che può. Proprio nella Grande Mela muore nel mese di dicembre del 1959.


15 marzo, 2021

15 marzo 1929 - Candy Green, il bluesman giramondo

Il 15 marzo 1929 nasce a Galveston, nel Texas, il cantante e pianista blues Candy Green, all’anagrafe Clarence Green. Figlio di una pianista, comincia a studiare pianoforte da ragazzo. Eclettico e intraprendente raggranella qualche soldo suonando negli honky-tonk della sua sua zona trovando poi un interessante e discretamente remunerato ingaggio come pianista sulle navi in servizio sulle rotte oceaniche. Chiusa l’esperienza marinara torna a Galveston, forma un proprio gruppo e partecipa a vari programmi radiofonici sulla locale stazione radio KGBC. Nel 1948 registra con John Fontenett, Horace Richmond e Rigs Bolden due brani, Galveston e Green's Bounce, per la Eddie’s a Houston e un paio di anni dopo incide per la Peacock con l'orchestra di Bill Harvey e con. il nome di Galveston Green per la Essex e la Monarch. Curioso sperimentatore di nuove mescole e contaminazioni nel 1953 accetta di suonare insieme a Paul Love con un'orchestra di hillbilly che ottiene un buon successo anche in terra messicana. Dal 1954 al 1958 Candy Green resta in Messico dove suona in vari club messicani e poi, dopo una breve permanenza a Houston per registrare alcuni dischi negli studi della Chess a Houston, se ne va in Europa. Per quache tempo suona nei locali di Copenaghen, quindi in quelli di Oslo e poi di Helsinki. Dal 1964 decide di trasferirsi stabilmente in Svezia dove suona con vari gruppi locali senza rinunciare a qualche sporadica incursione in giro per l’Europa soprattutto con l'orchestra del sassofonista Leo Wright. Nel 1974 chiude l’avventura europea e torna sui suoi passi stabilendosi in quella Galveston che gli ha dato i natali. Muore nel 1988.


14 marzo, 2021

14 marzo 1925 - Sonny Cohn, sulla scia di Roy Eldridge e Charlie Shavers

Il 14 marzo 1925 nasce a Chicago, nell’Illinois, il trombettista Sonny Cohn, all’anagrafe George Thomas Cohn. Si avvicina alla musica da bambino e scopre molto presto il jazz facendosi influenzare da trombettisti come Roy Eldridge e Charlie Shavers. Successivamente suona in varie formazioni attive nella sua città natale. Dal 1943 al 1945 è al fianco di Walter Dyett mentre tra il 1945 e il 1960 lavora in modo discontinuo con Red Saunders, In quegli anni suona spesso al Regal Theatre di Chicago con alcuni gruppi di passaggio e presta la sua tromba anche a Louis Bellson e Erskine Hawkins. Nel 1960 viene chiamato da Count Basie a far parte della sua orchestra nella quale milita per lungo tempo in qualità di membro stabile della sezione trombe. Muore il 7 novembre 2006.


13 marzo, 2021

13 marzo 1921 - Isa Marlene da parrucchiera a protagonista dello spettacolo

Il 13 marzo 1921, a Sulmona, in provincia de L'Aquila, nasce l’attrice e cantante Isa Marlene. Registrata all’anagrafe con il nome di Ida Pace inizia presto a lavorare in un salone di parrucchiera per signora. Nel 1942 decide di cambiare vita e di tentare la fortuna nel mondo dello spettacolo. Debutta come cantante a Sulmona e poi inizia a girare per l’Italia. Nel 1944 viene scritturata come cantante dalle Forze Armate statunitensi. Dotata di una voce calda e potente partecipa a varie edizioni di Piedigrotta, interpreta vari film e recita con numerose compagnie di sceneggiata, compresa quella famosa di Aldo Bruno alla quale si unisce nel 1955. Tra i suoi dischi si ricordano Torna piccina, 'O sole mio, Core 'ngrato, Marechiaro e Rondine al nido.


12 marzo, 2021

12 marzo 1948 - James Taylor, cantautore colto e creativo

Il 12 marzo 1948 nasce a Boston James Taylor. Figlio di un decano della Medical School dell'Università del North Carolina di antiche origini scozzesi, come i fratelli Alex, Livingstone, e Hugh e la sorella Kate impara ad amare la musica dalla madre, soprano al New England Conservatory of Music. A soli quindici anni, con il suo amico Danny “Kootch” Kortchmar, vince una concorso per dilettanti accompagnandosi con la chitarra e, dopo un periodo passato alla Milton Academy di Boston, si unisce con il fratello Alex ai Faboulous Corsairs. Più tardi, in preda ad una grave depressione, complicata da una incrollabile amizizia con l'eroina, decide di farsi ricoverare per nove mesi nel McLean Hospital di Belmont nel Massachusetts. Dopo essere stato dimesso se ne va a New York dove ritrova sia l’eroina che il suo vecchio amico Danny Kootch, col quale si unisce ai Flyng Machine. Trasferitosi a Londra nel 1968 riesce addirittura a farsi scritturare dalla Apple, l'etichetta dei Beatles per la quale pubblica il suo primo album, James Taylor, prodotto da Peter Asher, uno dei componenti del duo Peter & Gordon. Deluso dai risultati James torna negli Stati Uniti e in breve finisce in un nuovo ospedale psichiatrico, l'Austin Rigg di Stockbridge. Uscito anche da questa esperienza James si rifugia sulla West Coast e nel dicembre del 1969, sempre sotto l'attenta guida di Peter Asher, divenuto nel frattempo suo manager, torna in sala di registrazione per la Warner Brothers,. Il risultato del suo lavoro è Sweet baby James, un album del 1970 che ottiene un successo straordinario e nel breve volgere di un anno ne fa uno dei cantanti più idolatrati dal pubblico. Analoga accoglienza viene riservata l’anno dopo a Mud slide slim and the blue horizon un album realizzato con collaborazione di Joni Mitchell e di Carole King, mentre qualche perplessità suscita il frettoloso One man dog del 1972. Dopo la pubblicazione dell'album James Taylor and the original Flying Machine James, che sempre nel 1972 ha sposato Carly Simon, si concede un lungo periodo di riposo fino al 1974 quando pubblica l'album Walking man. Il rapporto con Warner è però agli sgoccioli e dopo gli album Gorilla del 1975 e In the pocket del 1976 passa alla CBS pubblicando nel 1977 J.T. un album di grande successo. Nel 1979 James pubblica Flag, un album prodotto dall'intramontabile Asher e partecipa con Bruce Springsteen, i Doobie Brothers, Jackson Browne e altri al festival No Nukes. A partire dagli anni Ottanta la sua carriera procede sui binari tranquilli della ripetitività. Considerato uno dei più dotati tra i cantautori colti e creativi degli anni Settanta non è mai riuscito a sfruttare al meglio il suo talento finendo spesso per farsi condizionare dalle sue nevrosi interiori.



11 marzo, 2021

11 marzo 1932 - LeRoy Jenkins, il violinista del free jazz

L’11 marzo 1932 nasce a Chicago, nell’Illinois, il violinista LeRoy Jenkins, uno dei personaggi carismatici del free jazz. A otto inizia a studiare il violino e dopo solo un anno si esibisce accompagnando i canti nella chiesa del suo quartiere. Pur amando il suo strumento principale non disdegna il sassofono. Tra i suoi insegnanti ci sono anche Walter Dyett e Bruce Hayden. Nel 1961 si diploma e poi insegna musica a Mobile, in Alabama. Nel 1965 torna a Chicago, qui conosce Roscoe Mitchell ed entrato a far parte della giovane A.A.C.M., l’Association for the Advancement of Creative Musicians (Associazione per la valorizzazione dei musicisti creativi), una struttura destinata a segnare fortemente l’evoluzione del jazz negli anni Sessanta e Settanta fondata dal pianista e compositore Muhal Richard. Qui lavora con Richard Abrams, con il quale incide nel 1967 il primo disco, Levels And Degrees Of Light e successivamente costituisce con Anthony Braxton e Leo Smith il gruppo Creative Construction Company. Nel 1969 il gruppo si trasferisce a Parigi aggreggando alla formazione il batterista Steve McCall. Nel febbraio 1970 i quattro se ne vanno a New York, dove lavorano con Ornette Coleman. Alla fine dell’anno forma un trio con Norris "Sirone" Jones e Frank Clayton, che prende poi il nome di Revolutionary Ensemble quando a Clayton si sostituisce Jerome Cooper. In quel periodo LeRoy Jenkins suona con molti musicisti, in particolare Alice Coltrane, Cecil Taylor, la Jazz Composer's Orchestra, Archie Shepp e Cal Massey. Nel 1975 Jenkins incide in duo con Rashied Ali e con la JCOA. Del 1977 è un suo disco per solo violino, registrato dal vivo. Il violinista dà poi vita a un nuovo trio con Andrew Cyrille e Richard Abrams, poi sostituito da Anthony Davis. Considerato uno tra i più rigorosi e importanti esponenti dell'avanguardia continua negli anni la sua opera di affrancamento del violino dai modelli tradizionali. Muore di tumore a Brooklyn il 24 febbraio 2007.