Il 31 agosto 1976 l’ex Beatle George Harrison viene riconosciuto colpevole di plagio. My sweet Lord, il suo grande successo pubblicato nel dicembre del 1970, è stato spudoratamente copiato dalla canzone di Ronnie Mack He’s so fine, portata al successo dalle Chiffons nel 1963. A nulla è valsa la linea difensiva predisposta dai legali di Harrison che sostenevano la casualità della coincidenza di alcuni brevissimi passaggi. A loro dire, infatti, l’ex Beatle si era, casomai, ispirato a un altro brano, Oh happy days, portato al successo dagli Edwin Hawkins Singers nel 1969. La vicenda, trascinatasi per alcuni anni ha ridato nuova popolarità al brano di Ronnie Mack che è stato ripubblicato in varie versioni, compresa quella originale delle Chiffons. La chiusura della causa legale scrive la parola fine sulla vicenda. Il giudice statunitense Richard Owen accoglie la tesi della non casualità delle coincidenze tra le due canzoni, rilevando come esse sono sostanziali e decisive nella stessa struttura compositiva, oltre che nell’arrangiamento, di My sweet Lord. La sentenza, che verrà resa pubblica il 7 settembre, condanna George Harrison a pagare più di mezzo milione di dollari alla Bright Tunes a titolo di compensazione per i diritti non percepiti e diffida il cantante e il suo manager dal mettere in atto azioni, atteggiamenti o iniziative che possano recare altri danni alla stessa Bright Tunes. Apparso a tutti come il più dinamico dei Beatles dopo lo scioglimento della band, Harrison, aveva centrato subito il successo con l’album triplo “All things must pass” che aveva fatto gridare al miracolo la critica. L’entusiasmo della stampa specializzata orfana dei quattro di Liverpool e alla ricerca di un sostituto era parso un po’ troppo eccessivo. Titoli come quello di “Melody Maker” che strillava «Dimenticate i Beatles. Ascoltate George!», non avevano una reale consistenza nella qualità della produzione dell’artista. Passata la sbornia iniziale, l’immagine dell’ex Beatle si era appannata a partire dal 1971, un po’ per le vicende legali relative a My sweet Lord ma, soprattutto, per i pasticci truffaldini legati all’organizzazione del Concerto per il Bangladesh. Quello che viene chiamato "rock" non è soltanto un genere musicale. È uno stato d'animo, un modo d'essere che incrocia la musica, il cinema, la letteratura, il teatro e la creatività in genere compresa quella destinata alla produzione industriale. Per chi è nato negli anni Cinquanta e Sessanta è un sottofondo, una colonna sonora di ogni momento della vita, di pensieri e ricordi. Esiste da sempre e aiuta a vivere meglio...
31 agosto, 2022
31 agosto 1976 - Quel copione di George Harrison
Il 31 agosto 1976 l’ex Beatle George Harrison viene riconosciuto colpevole di plagio. My sweet Lord, il suo grande successo pubblicato nel dicembre del 1970, è stato spudoratamente copiato dalla canzone di Ronnie Mack He’s so fine, portata al successo dalle Chiffons nel 1963. A nulla è valsa la linea difensiva predisposta dai legali di Harrison che sostenevano la casualità della coincidenza di alcuni brevissimi passaggi. A loro dire, infatti, l’ex Beatle si era, casomai, ispirato a un altro brano, Oh happy days, portato al successo dagli Edwin Hawkins Singers nel 1969. La vicenda, trascinatasi per alcuni anni ha ridato nuova popolarità al brano di Ronnie Mack che è stato ripubblicato in varie versioni, compresa quella originale delle Chiffons. La chiusura della causa legale scrive la parola fine sulla vicenda. Il giudice statunitense Richard Owen accoglie la tesi della non casualità delle coincidenze tra le due canzoni, rilevando come esse sono sostanziali e decisive nella stessa struttura compositiva, oltre che nell’arrangiamento, di My sweet Lord. La sentenza, che verrà resa pubblica il 7 settembre, condanna George Harrison a pagare più di mezzo milione di dollari alla Bright Tunes a titolo di compensazione per i diritti non percepiti e diffida il cantante e il suo manager dal mettere in atto azioni, atteggiamenti o iniziative che possano recare altri danni alla stessa Bright Tunes. Apparso a tutti come il più dinamico dei Beatles dopo lo scioglimento della band, Harrison, aveva centrato subito il successo con l’album triplo “All things must pass” che aveva fatto gridare al miracolo la critica. L’entusiasmo della stampa specializzata orfana dei quattro di Liverpool e alla ricerca di un sostituto era parso un po’ troppo eccessivo. Titoli come quello di “Melody Maker” che strillava «Dimenticate i Beatles. Ascoltate George!», non avevano una reale consistenza nella qualità della produzione dell’artista. Passata la sbornia iniziale, l’immagine dell’ex Beatle si era appannata a partire dal 1971, un po’ per le vicende legali relative a My sweet Lord ma, soprattutto, per i pasticci truffaldini legati all’organizzazione del Concerto per il Bangladesh. 30 agosto, 2022
30 agosto 1961 : Roberto Ciaramella, la più bella voce d'angelo
Il 30 agosto 1961 muore Roberto Ciaramella. Ha settantaquattro anni e all'Italia distratta dal boom il suo nome non dice più niente. Eppure è stato uno dei personaggi più importanti della scena musicale di Napoli, città dove nasce nel maggio del 1887. Il Novecento non è ancora iniziato quando debutta, a soli sette anni, al Teatro Rossini di Napoli cantando l'inedita "Maria Marì" di Eduardo Di Capua, suo maestro di canto. In breve tempo il bambino prodigio diventa un beniamino del pubblico nel capoluogo partenopeo tanto che viene chiamato a far parte del gruppo di artisti che mettono in scena la "Cantata dei pastori" di Angelo Gabriele. È in questo periodo che, proprio giocando sul nome di Gabriele, Ciaramella si conquista il soprannome di "la più bella voce d'Angelo". A sedici anni si arruola in marina e la sua carriera sembra chiudersi lì, ma il richiamo del palcoscenico è più forte della paga militare. Nel 1913 è nuovamente in scena insieme ad altri due personaggi fondamentali per l'evoluzione dello spettacolo napoletano: Mimì Maggio e Silvia Coruzzolo. Con loro forma un trio le cui esibizioni sono oggi considerate tra i primi tentativi di sceneggiata. Di nuovo la divisa sembra sbarrare la strada della sua carriera. Con lo scoppio della prima guerra mondiale viene richiamato sotto le armi. Nel 1918 quando il conflitto finisce torna ancora a Napoli e si riunisce ai suoi due compagni d'avventura. Nel 1920, costretto a letto da un banale, ma fastidioso, infortunio, comincia a mettere sulla carta qualche idea. In breve tempo diventa un prolifico e geniale autore di sceneggiate, macchiette e canzoni popolari. Alla sua inventiva si devono canzoni in lingua partenopea che hanno fatto epoca come "O squilibrato" e "Ah Matalè". La sua napoletanità non ha confini. Come molti suoi compaesani prende "il vapore" e se ne va negli Stati Uniti, accolto da vere e proprie manifestazioni di piazza. Le sue tournée oltreoceano saranno numerosissime. In quegli anni traduce gran parte del repertorio tradizionale partenopeo nello slang di Little Italy favorendone la diffusione. Fa lo stesso, all'inverso, con alcuni brani americani che inserisce nel repertorio destinato al pubblico di Napoli previa traduzione in dialetto. Sulle due sponde dell'oceano registra gran parte delle canzoni dell'epoca tanto da lasciare in eredità ai posteri un'imponente mole di materiale fonografico. Memorabili restano anche i suoi duetti con la moglie Anna Carlevalis e con Ciccillo Rondinella, uno dei monumenti della napoletanità. 29 agosto, 2022
29 agosto 1911 - Marcel Bianchi, la miglior chitarra dopo Django Reinhardt
Il 29 agosto 1911 nasce a Marsiglia, in Francia, il chitarrista Marcel Bianchi. Fin da ragazzo si lascia affascinare dalla musica e studia il mandolino, il violino e la chitarra. Negli anni della gioventù non pensa che il mestiere dello strumentista possa diventare un modo per guadagnarsi da vivere. La svolta arriva nel 1934 quando, dopo aver avuto l'occasione di accompagnare Louis Armstrong in uno dei suoi concerti francesi decide di trasformare l’hobby in un lavoro. Due anni dopo, nel 1936, diventa musicista professionista. Nel 1937 si stabilisce a Parigi dove viene ingaggiato da Alix Combelle e suona con quasi tutti i protagonisti della scena jazz parigina di quel periodo, da Philippe Brun a Stéphane Grappelli, da Jerry Mengo a Bill Coleman, a Fletcher Allen a molti altri. Partecipa anche ai concerti dell'Hot Club di Francia. La sua attività viene interrotta dalla guerra. Imprigionato dai tedeschi riesce a fuggire dal campo di prigionia in cui è stato rinchiuso e si stabilisce in Svizzera. Al suo ritorno in Francia, ne1 1946, è tra i primi ad adottare la chitarra elettrica. Forma un sestetto con il quale si esibisce in numerosi club a Parigi, sulla Costa Azzurra, e in tournée all'estero. Dotato di una eccellente tecnica e di una buona sonorità, Marcel Bianchi appare influenzato da Charlie Christian e Les Paul. La critica lo considera il miglior chitarrista francese dopo Django Reinhardt. Muore nel 1998.26 agosto, 2022
26 agosto 1994 - Rap, coltelli e tanti soldi
Si chiama Colin Alexander Easton, ha ventisei anni e nessuna vocazione alla popolarità. Il 26 agosto 1994 viene accoltellato a Glasgow durante un concerto del rapper Ice Cube. Il volto di Colin Alexander fa il giro del mondo e riapre la mai sopita polemica nei confronti del rap e soprattutto di personaggi come Ice Cube, perennemente in bilico tra inferno e paradiso, tra coerenza e mercato. Nato a Los Angeles, O'Shea Jackson, questo è il vero nome di Ice Cube, si impone all'inizio degli anni Novanta come uno dei più carismatici e discussi rapper hardcore statunitensi. La sua popolarità, inizialmente limitata ai giovani dei quartieri neri delle grandi metropoli, esplode all'improvviso nel 1991 quando l'album Death certificate arriva al secondo posto nelle classifiche di vendita degli Stati Uniti. L'imprevisto exploit coglie di sorpresa l'ambiente musicale statunitense e provoca polemiche a non finire. Ice Cube viene accusato di essere razzista e di incitare alla violenza, in particolare nei confronti delle comunità ebraiche, prese di mira dalla sua No vaseline, e coreane, attaccate nel brano Black Korea. La campagna di accuse e controaccuse non fa che giovare alla causa commerciale del rapper, che interpreta con perfezione un po' sospetta la parte del personaggio maledetto, aggressivo e un po' losco. In breve tempo diventa più di un mito per i giovani dei quartieri neri, soprattutto nel 1992 quando pubblica, immediatamente a ridosso della rivolta nera di Los Angeles, l'album The predator e il singolo Wicked che schizzano con la rapidità del fulmine ai vertici delle classifiche di vendita. Deciso a sfruttare fino in fondo la sua popolarità si presta a essere variamente strumentalizzato, non rifiutando neppure qualche offerta commerciale non proprio coerente con il suo personaggio. Si fa conquistare anche dal cinema e partecipa a film non memorabili come “I trasgressori” di Walter Hill che doveva originariamente intitolarsi "I saccheggiatori", termine considerato "politicamente scorretto" dopo la rivolta di Los Angeles. Negli anni successivi la sua popolarità non accenna a scemare anche se le frange più radicali del movimento rap prendono le distanze da lui, accusandolo di essere ormai una macchina mangiasoldi. L'accoltellamento di Glasgow arriva al momento giusto per rilanciare il "lato oscuro" di questo rapper un po' in difficoltà a reggere il ruolo che gli è stato costruito addosso. Ice Cube non commenta, ma i suoi produttori si fregano sicuramente le mani…25 agosto, 2022
25 agosto 1973 - Tetsu Yamauchi non può far parte dei Faces perché non è inglese
Un giapponese entra a far parte di uno dei gruppo storici del rock britannico. La notizia sembra inventata, ma è vera. Nel mese di marzo del 1973, dopo la pubblicazione dell'album Ooh la la, i Faces attraversano uno dei tanti periodi turbolenti della loro storia. Il cantante Rod “The Mod” Stewart, sempre più tentato dall’avventura solistica, dichiara alla stampa di sentirsi limitato dai compagni. Per tutta risposta il bassista Ronnie Lane, dopo un tour statunitense portato a termine solo per tenere fede agli impegni contrattuali, se ne va. Non è un colpo da poco, neppure per una band all’apice del successo, perché Lane, oltre a essere uno dei “soci fondatori” del gruppo, ne è anche un simbolo. In ogni caso la decisione sembra definitiva e bisogna andare avanti. Rod Stewart, Kenny Jones, Ron Wood e Ian McLagan si guardano un po’ intorno e poi fanno la loro scelta. Il sostituto di Ronnie Lane è il giapponese Tetsu Yamauchi, un bassista che ha già collaborato con vari artisti britannici, tra i quali Paul Kossof e Simon Kirke dei Free. Un bassista con gli occhi a mandorla in una delle principali band del rock britannico? Non sia mai. L’ambiente, più conservatore e corporativo di quel che sembra, si mobilita in difesa dell’onore nazionale minacciato. Anche l’Associazione dei Musicisti Britannici non perde l’occasione di fare la sua brutta figura e chiede che a Yamauchi, in possesso soltanto di una licenza temporanea, non venga rinnovato il permesso di lavorare in Gran Bretagna. Si va avanti così per un po’ di tempo finché il 25 agosto 1973 le autorità britanniche rifiutano al bassista giapponese il rinnovo del permesso di lavoro. Storia finita? Niente affatto. I Faces non si scompongono. Propongono ricorso contro la decisione e poi annunciano: «Tetsu è il nostro nuovo bassista, non c’è un’altra soluzione e neppure ci interessa trovarla. Se lui non può lavorare in Gran Bretagna, neppure noi possiamo farlo. Vorrà dire che sceglieremo un paese meno razzista e ottuso». La compattezza del gruppo, deciso davvero ad andarsene, otterrà il risultato voluto e Tetsu Yamauchi resterà.16 agosto, 2022
16 agosto 1977 – Muore Elvis
Nella notte tra il 15 e il 16 agosto 1977, a Memphis, nel Tennessee, muore un cantante e inizia un mito. Elvis Presley, soprannominato “the Pelvis”, il ragazzone dalla voce scura capace di muovere il bacino in un modo oltraggioso, si spegne per un attacco cardiaco sull'ambulanza che lo sta trasportando al Baptist Memorial Hospital di Memphis. Da mesi, forse da anni consumato dall’abuso di psicofarmaci, il suo cuore cessa per sempre di battere. Il simbolo del rock and roll muore e nello stesso giorno prende il volo un mito destinato a continuare fino ai giorni nostri, pur se attraversato da più di una contraddizione. Per alcuni, infatti, Elvis è stato il protagonista indiscusso della prima, grande, ribellione giovanile, mentre altri lo ritengono l’inconsapevole eroe di un’operazione tendente a privare il rock & roll originario della sua carica eversiva. Alla seconda schiera appartengono i nuovi protagonisti neri della ribellione musicale, che lo considerano, senza mezzi termini, come un bamboccione bianco manovrato dal music business. Osserva, infatti, il rapper Ice-T che «…negli anni Cinquanta i brani di Little Richard e Chuck Berry venivano definiti “suoni da jungla”, poi l’industria ha capito che poteva essere un affare e ha tirato fuori dal cilindro un caro ragazzo bianco del Sud come Elvis Presley». L’idea, secondo i sostenitori di questa tesi, non era quella di fermare il rock, ma di inglobarlo nel sistema del music business depotenziandone la componente nera. A distanza di anni dalla morte del mito questo giudizio appare corretto ma incompleto perché il fenomeno rappresentato da Elvis Presley non può essere considerato soltanto una semplice operazione industrial-culturale. È sufficiente dare uno sguardo alle scene che accompagnano il suo funerale per capire come fin dai primi giorni dopo la morte dell’eroe, il mito sia andato al di là del semplice fenomeno indotto. Fra i settantacinquemila e gli ottantamila sono, secondo la polizia i fans che al momento dell’addio definitivo circondano Graceland, la favolosa villa di Memphis nella quale il re del rock and roll ha vissuto fino agli ultimi giorni della sua vita in una situazione di alienante, pur se dorata, solitudine. E quella che accorre a dargli l’ultimo saluto è una folla disperata e piangente, non aliena da gesti di isteria, multietnica e colorata. Resterà, per disposizioni superiori, ai margini delle cerimonie ufficiali, sarà costretta a viverle a distanza di sicurezza, visto che alla cerimonia ufficiale, cui sono stati ammesse solo centocinquanta sceltissime persone, ma non rinuncerà a far sentire la sua presenza. Rincorre un mito che altri hanno preparato per lei? A chi osserva superficialmente può sembrare che sia così. Gli occhi della generazione che l’ha conosciuto e amato però vedono in Presley qualcosa che va al di là della abusata storia del cantante leggendario che trova nella morte la sua definitiva consacrazione ideale e commerciale. Osservano lo svolgersi degli eventi ma si muovono in un territorio imprevisto: occupano anche gli spazi proibiti, quelli non direttamente commerciali, usando la memoria come un’arma invincibile. Scandiscono note e parole di brani che hanno accompagnato la presa di coscienza di una generazione e ne fanno inni imprevisti e del tutto imprevedibili. Travolgono le rassicuranti certezze del music business e trasformano Elvis nel simbolo che, probabilmente, non è mai stato e non ha mai voluto essere quando era in vita. Ovvie e un po’ stonate, di fronte a questo poco silenzioso omaggio del popolo del rock and roll, appaiono le dichiarazioni “ufficiali”, che hanno il gusto di minestre già assaggiate. Emblematico il fatto che anche il Presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter voglia dire la sua: «Tutti noi sappiamo che la morte di Elvis Presley priva il nostro paese di una parte importante della sua cultura. Irripetibile e unico è stato il suo apporto. Alla sua musica e alla sua personalità si deve la fusione del country dei bianchi con il blues dei neri che ha cambiato per sempre la cultura del popolo americano». Ma è stato davvero così? Oggi possiamo dire che Presley è stato il personaggio simbolo della trasformazione del rock in un grande affare. Incarnando con la sua immagine pubblica una ribellione più formale che reale, priva di carica eversiva, ha depotenziato il rock and roll delle origini fino a farne in uno dei tanti aspetti della “America way of life”. La sua faccia pulita e la sua trasgressione “accettabile”, contrapposte al demoniaco rock 'n' roll dei neri, ma anche di ribelli bianchi come Jerry Lee Lewis, rassicuravano l'opinione pubblica americana, garantendogli l'appoggio dei media e segnarono il suo trionfo. Tradotta così la storia, pur corretta nell’analisi, non rende merito a un personaggio meno scontato di quello che sembra. Resta folgorato dalla musica nera, dall'espressività corporale dei cori gospel e dalla vocalità graffiante dei dischi di rhythm and blues quando, ancora con i calzoni corti, canta nel coro della sua chiesa. Il tratto distintivo della sua ispirazione artistica non è artefatto, tutt’altro. Passeranno anni prima che il colonnello Tom Parker, suo pigmalione e despota, riesca a rendere innocua quella carica istintivamente eversiva. La storia in seguito diventerà quella che tutti conoscono, quella del ragazzone biondo in pace con se stesso e con il mondo che piace alle mamme, alle figlie e alle zie. Ogni disco venduto offusca l’immagine originaria, ma non la cancella. Paradossalmente è proprio la leggenda a ucciderlo. Incapace di vivere bene il declino, invece di seguire altri protagonisti del rock & roll sulla strada del ritorno alle origini, dà retta ai cattivi consiglieri e finisce per trasformarsi in un crooner adatto a tutte le stagioni. Cannibalizzato dal suo entourage si tramuta in una specie di zombie da richiamare in vita ogni volta che il mercato chiama e da lasciare annegare nelle sue contraddizioni interiori quando non serve. Così inizia la sua fine, non solo artistica, ma anche personale. Obeso e gonfiato da una lunga sequenza di veleni artificiali che lo aiutano a sopravvivere regala al pubblico una serie di apparizioni da incubo. La sua storia finisce male, ma chi l’ha sempre sfruttato continuerà a guadagnare sul mito. Ancora oggi, mentre leggete queste righe, qualcuno di quelli che hanno contribuito alla sua fine, sta contando le royalties incassate su dischi, canzoni e gadget. 09 agosto, 2022
9 agosto 1957 - L'altera ed elegante Nina Imperio
Il 9 agosto 1957 muore la sessantunenne Anna Benedetti. L'avvenimento non fa notizia e nel mondo dello spettacolo a nessuno quel nome dice niente. In realtà la signora Benedetti è stata Nina Imperio, dal 1915 al 1920 una delle cantanti napoletane del varietà più popolari in Italia e in Europa. Figlia del maestro Michele Benedetti, direttore d'orchestra "dei balli" presso il San Carlo di Napoli, canta per la prima volta in uno spettacolo di varietà nel capoluogo partenopeo nel 1911, a soli quindici anni. Il luogo del debutto, la Sala Imperio, resta nel suo nome d'arte. Nina Imperio si fa presto apprezzare per la sua sobrietà altera sul palco e l'eleganza della presenza scenica. La sua voce fa il resto. Irrobustita dagli studi di canto iniziati nella più tenera età, ricca di sfumature e capace di far vibrare le corde dei sentimenti negli ascoltatori, si adatta perfettamente al repertorio classico napoletano. In breve tempo diventa una delle beniamine del pubblico napoletano. La sua popolarità, però, non si ferma alle falde del Vesuvio. Insieme ad alcune tra le migliori compagnie di varietà dell'epoca inizia a girare l'Italia. A diciott'anni, nel 1913, entusiasma il pubblico romano che saluta la sua prima esibizione in assoluto all'Eden tributandole una lunghissima ovazione. Il suo peregrinare in Italia e in vari paesi europei non le fa dimenticare Napoli cui resta legata da un affetto profondo. Nelle sue tournée, infatti, è prevista sempre la possibilità di un suo ritorno a Napoli in occasione dell'annuale rassegna canora di Piedigrotta. Innumerevoli sono le edizioni della manifestazione che la vedono protagonista e molte delle canzoni lanciate per l'occasione entrano stabilmente nel suo repertorio. La parabola ascendente di Nina Imperio sembra destinata a non fermarsi mai quando, improvvisamente, nel 1920 annuncia la sua intenzione di ritirarsi dalle scene. La donna che ha davanti al suo camerino lunghe file di ammiratori e spasimanti, per la quale gli impresari sono ormai disposti a fare follie è intenzionata a lasciare tutto per… amore. S'è, infatti, innamorata di un uomo che non fa parte del mondo dello spettacolo e intende stare con lui. Dal momento dell'annuncio si esibisce soltanto negli spettacoli previsti dai contratti già firmati, poi se ne va per sempre. Nina Imperio muore con la sua scelta. Non calcherà più il palcoscenico e quando, nel 1957, anche Anna Benedetti scompare più nessuno ricorderà la cantante che fece impazzire con il suo talento il pubblico di mezza Europa.07 agosto, 2022
7 agosto 1941 – Una tuba jazz prestata al pop
Il 7 agosto 1941 nasce a Montgomery, nell'Alabama, Howard Lewis Johnson, polistrumentista tra i più versatili del jazz e del rock statunitense degli anni Settanta. Dalla tuba al sassofono, al trombone, al flicorno, non c'è strumento a fiato con il quale non si sia sperimentato con successo. Ancora piccolo resta affascinato dalle orchestrine jazz che gironzolano nell'Ohio, stato nel quale si è trasferito poco tempo dopo la nascita. Non potendo contare su maestri affidabile rubacchia il mestiere qua e là e a tredici anni sa già cavarsela egregiamente con il sassofono baritono. In breve diventa un po' la mascotte dei musicisti che operano nella sua zona e nel 1955 inizia a frequentare un corso (quasi) regolare di tuba. Non fa in tempo a terminare gli studi che deve indossare la divisa marina statunitense. Ci resta quattro anni, passati in gran parte a Chicago, ma mantiene i contatti con l'ambiente del jazz. Proprio a Chicago conosce Eric Dolphy, che lo consiglia di trasferirsi a New York. Ci va nel 1963 e un anno dopo entra a far parte del gruppo di Charlie Mingus con cui resta fino al 1966, senza rinunciare ad altre collaborazioni come quelle con Gil Evans, Hank Crawford, Archie Shepp e Buddy Rich, soltanto per citarne alcuni. In questo periodo inizia anche il suo rapporto con il Composer's Workshop Ensemble, destinato a durare a lungo. Quando molla la band di Mingus, dopo un breve periodo a Los Angeles, nel settembre del 1967 forma a New York i Substructure, un gruppo di solisti di tuba che cambia poi nome in Gravity. Oltre a lui e alla indispensabile sezione ritmica ne fanno parte Joe Daley, Morris Edwards, Carleton Greene, Jack Jeffers e Bob Stewart. Negli anni Settanta collabora a vari progetti di Carla Bley e, come molti altri strumentisti, allarga il suo interesse anche al di fuori del jazz. Particolarmente interessante risulta la sua collaborazione con Taj Mahal. Compare anche insieme alla Band nel film di Scorsese "The Last Waltz". 06 agosto, 2022
6 agosto 1970 - Mai più Hiroshima, basta con la guerra!
«Mai più stragi inutili, mai più guerra!». Il variegato mondo del pacifismo statunitense si mobilita, nell’estate del 1970, per ricordare il venticinquesimo anniversario dell’esplosione della bomba atomica di Hiroshima. Lo fa sapendo che non sarà una passeggiata perché “peace and love” è un bello slogan se serve a decorare le magliette o le copertine dei dischi, ma diventa pericoloso e sovversivo se trasferito nella realtà. E la realtà è che gli Stati Uniti sono impegnati a “difendere la civiltà occidentale” nelle paludi della penisola indocinese e che, come contro i giapponesi, il fine giustifica qualunque mezzo. Ieri era giusto lanciare un paio di bombe atomiche contro un paese già prossimo alla resa come oggi il napalm è l’unico modo per “stanare i musi gialli” da quelle giungle così intricate dove i marines si perdono. Il movimento pacifista sa che il ricordo di Hiroshima rischia di essere un ingombrante fantasma per l’establishment americano e che la celebrazione del venticinquennale non avrà vita facile. Decide così di costringere il “nemico” a dividere le forze. Per il 6 agosto 1970 programma due concerti in contemporanea, entrambi dedicati all’anniversario della bomba atomica di Hiroshima, entrambi contro la guerra. Il primo si dovrebbe svolgere a New York e l’altro a Filadelfia. Gli organizzatori sono sicuri che nessuno dirà loro un chiaro e tondo “no”, ma con altrettanta sicurezza si rendono conto che si tenterà in ogni modo di impedire le due manifestazioni. Parte così una corsa a ostacoli contro il tempo e le complicazioni burocratiche. Il 6 agosto allo Shea Stadium di New York più di ventimila persone gridano il loro impegno per la pace mentre sul palco si esibiscono John Sebastian, Janis Joplin, Paul Simon, Paul Butterfield, Johnny Winter e tutto il cast del musical “Hair”. La stessa sera tutto tace, invece, al JFK Stadium di Filadelfia. Guarda caso, la mancanza di banalissimo certificato ha impedito la concessione dello stadio: all’ultimo momento, naturalmente. 05 agosto, 2022
5 agosto 1967 – Il primo album dei Pink Floyd
Il 5 agosto 1967 viene pubblicato The piper at the gates of dawn, il primo album dei Pink Floyd. La realizzazione del disco è stata preceduta dal licenziamento di Joe Boyd, il produttore della band, e dalla sua sostituzione con Norman Smith, più gradito alla Columbia, l'etichetta del gruppo EMI alla quale sono legati contrattualmente. È proprio Smith il primo a intuire che le potenzialità dei Pink Floyd non possono essere compresse nel ristretto spazio di un singolo. Per questa ragione lascia mano libera alla band nella scelta dei brani da inserire nel loro primo album. Il risultato è un disco splendido, completamente ispirato dal genio visionario del chitarrista Syd Barrett. A lui si deve, oltre che la composizione di ben dieci degli undici brani dell'album, anche la scelta del titolo The piper at the gates of dawn, ispirato a uno racconto dello scrittore underground Kenneth Graham. L'impronta di Barrett non finisce qui, visto che s'è anche occupato delle grafica della copertina. Il disco segna una forte discontinuità con i due singoli che l'hanno preceduto. Due brani in particolare, Astronomy domine e Interstellar overdrive sono destinati a vivere a lungo entrando nei classici senza tempo della band. L'album, accolto con stupore e qualche perplessità dalla critica, vola alto nelle classifiche di vendita aprendo ai nuovi leader della psichedelia britannica le porte del mercato internazionale. Di lì a qualche mese, infatti, i Pink Floyd partiranno per la loro prima tournée negli Stati Uniti. Soprattutto nei concerti dal vivo emerge con forza la completa dipendenza della band da Syd Barrett, la cui carismatica presenza scenica è però resa ogni giorno più imprevedibile dalla costante assunzione di forti dosi di LSD. I rapporti interni al gruppo vengono messi a dura prova nonostante o, forse, a causa del crescente successo. I Pink Floyd da band "di nicchia", con un seguito ristretto a pochi ma fedeli appassionati, si ritrovano, quasi da un giorno all'altro, a dover gestire il ruolo di profeti della psichedelia con un crescente ed entusiastico seguito di pubblico. Con il passar del tempo cresce l'insofferenza dei compagni nei confronti di Barrett, spesso alle prese con disturbi mentali provocati dall'azione dell'acido lisergico. Proprio in questo periodo inizia l'evoluzione che li porterà prima ad affiancare, poi a sostituire il loro fragile leader con David Gilmour. I fans della prima ora lo rimpiangeranno per sempre, ma per i Pink Floyd inizierà l'era dei grandi successi mondiali. 04 agosto, 2022
4 agosto 1906 – Una canzone per gli emigranti morti in mare
«E da Genova in Sirio partivano/per l’America varcare, varcare i confin/e da bordo cantar si sentivano/tutti allegri del suo destin./Urtò il Sirio un terribile scoglio,/di tanta gente la misera fin:/padri e madri abbracciava i suoi figli/che sparivano tra le onde, tra le onde del mar...» La canzone dalla struttura tipica dei cantastorie ricorda il naufragio di una nave carica di italiani che emigravano in America, avvenuto il 4 agosto 1906. Sulla Sirio c’erano 1.300 persone a bordo, in prevalenza emigranti italiani diretti in Sud America. Alle 16.30 del 4 agosto 1906 il piroscafo mentre sta dirigendosi verso lo Stretto di Gibilterra urta contro una delle secche più tragicamente note del Mediterraneo, al largo di Capo Palos, sulla costa sud-orientale della Spagna,. La nave resta agganciata con la prua sospesa a venti metri dall’acqua e la poppa completamente immersa. Rimane così per diciassette giorni, prima di spaccarsi in due e colare a picco e in quel lunghissimo tempo nessuno fa nulla. I passeggeri impazziscono di paura, qualcuno si suicida, interi nuclei famigliari si gettano in mare senza saper nuotare, una parte viene salvata dalle fragili imbarcazioni dei contrabbandieri, gli unici che arrivano a dare una mano. Impossibile conoscere il numero esatto delle vittime visto che l'alto numero di emigranti clandestini. I registri dei Lloyd’s di Londra riportano il dato ufficiale di 292 morti, ma sono più di 500 le tombe italiane con quella data nei cimiteri della costa.
03 agosto, 2022
3 agosto 1961 – R4, una leggenda a cinque porte
Il 3 agosto 1961 viene presentata per la prima volta la Renault 4, un’automobile destinata a sedurre gli automobilisti del mondo passando indenne attraverso mode e cambiamenti di costume. In trent’anni di produzione saranno più di otto milioni gli esemplari venduti. Tutto nasce nel 1956 quando la direzione della Renault cominciano a pensare a un modello a basso costo, spartano nelle finiture, essenziale nella manutenzione e, insieme, dotato di una buona capacità di carico. In realtà quel tipo di vettura esiste già ed è la Citroën 2 Cv. Proprio il difficile confronto con una concorrenza così agguerrita spinge l’equipe dirigenziale della casa di Billancourt, in particolare il presidente Pierre Dreyfuss, a spingere sull’acceleratore per arrivare nel più breve tempo possibile al risultato. Ai progettisti vengono indicati i cinque requisiti essenziali della vettura: economicità, comodità, facilità di manutenzione, trazione anteriore e quinta portiera di carico posteriore. Lo scopo è quello di recuperare il terreno perduto sul mercato delle utilitarie nel confronto con l’agguerrita concorrenza della Citroën negli anni Cinquanta. La vettura, che nella fase sperimentale, porta il numero 305, viene presentata ufficialmente il 3 agosto 1961 al Salone dell’Automobile di Parigi con il nome di R4. La sua impostazione stilistica gradevole e simpatica, riprende le caratteristiche delle auto in versione furgonata definiti “giardinette”, ed appare semplice ed essenziale, con un portellone posteriore studiato in modo da rendere semplici e quasi naturali le operazioni di carico. La sua meccanica è una sorta di evoluzione di quella della precedente 4Cv adattata alle esigenze di una vettura a trazione anteriore, la prima di questo genere progettata in casa Renault. La carrozzeria, realizzata su un telaio a piattaforma, è studiata in modo che i principali componenti possano essere smontati completamente e senza fatica, rendendo agili ed economiche riparazioni e sostituzioni. Il cambio, a tre marce più la retro, ha la leva collocata al centro del cruscotto in una forma che viene ben presto ribattezzata “a manico d’ombrello”. La nuova utilitaria viene presentata in tre versioni. Una, la R3, equipaggiata con un motore da 603 cc è un po’ la sorella povera della famiglia e verrà tolta dal mercato meno di un anno dopo la sua presentazione, visto lo scarso interesse suscitato. La seconda è la R4, simile alla R3, ma dotata di un motore più potente e robusto da 747 cc e la terza è la R4L, un modello ben rifinito con calandra, coprimozzi e profili laterali cromati. Proprio quest’ultima versione determinerà la prima evoluzione della specie quando, nel 1962, arriverà sul mercato la R4L Super, un modello con un motore da 845 cc, con portellone posteriore ribaltabile e paraurti doppi. Nel frattempo, però, la Renault non rinuncia a continui aggiornamenti di meccanica e carrozzeria dell’intera gamma. Nel 1963, per esempio, tutti i modelli montano paraurti a lama e nuove calotte coprimozzo lisce mentre il basamento delle luci posteriori da cromato diventa trasparente. L’aggiornamento costante senza modificare la struttura di base della vettura è uno dei segreti della longevità della R4. L’altro è la sua capacità di affascinare generazioni e ceti sociali diversi incurante del passare del tempo e delle abitudini. Nata per motorizzare le famiglie francesi ha ottenuto un successo imprevisto dai suoi stessi ideatori diventando, insieme, strumento di trasporto per le famiglie, strumento di lavoro per commercianti e artigiani, simbolo di libertà per le giovani generazioni e oggetto di culto per anticonformisti e intellettuali. Anche la sua uscita di scena, avvenuta nel 1992, a più di trent’anni dalla nascita, diventa un evento con la messa in circolazione dell’ultima serie chiamata “Bye bye”. 02 agosto, 2022
2 agosto 1941 - Georges Locatelli, il chitarrista innamorato di Django Reinhardt
Il 2 agosto 1941 nasce a Parigi il chitarrista Georges Locatelli. Suo padre è italiano e la madre francese. Georges compra la sua prima chitarra a quattordici anni dopo aver ascoltato Django Reinhardt. Tre anni dopo suona con Eddy Louiss, in trio con Joachim Kuhn al Riverboat, in quartetto con Jacques Thollot, e Jean-Luc Ponty; nel 1970 forma i Total Issue, un gruppo con Aldo Romano e Henri Texier, suonando musica pop e jazz. Proprio in quel periodo decide di fare della musica una scelta di vita…
01 agosto, 2022
1° agosto 2003 – Gli Stylophonic al Gay Village
Il 1° agosto 2003 al Gay Village di Testaccio, a Roma, sono di scena gli Stylophonic, il progetto targato Stefano Fontana che nei mesi precedenti ha fatto impazzire gli appassionati della dancefloor di tutto il mondo con il brano If Everybody In The World Loved Everybody In The World, il primo singolo tratto dall'album Man music technology. Quasi in concomitanza con il secondo singolo Soul reply in rotazione sui maggiori network radiofonici europei, regala al pubblico una serie di esibizioni dal vivo. La formazione che sale sul palcoscenico romano, infatti, è la stessa che il 4 luglio ha deliziato la platea di Arezzo Wave e che sta per iniziare un lungo tour nei clubs di tutta Europa. Ad accompagnare i giochi elettronici di Stefano Fontana, deus ex machina del gruppo, ci sono Saturnino al basso, Roberto Baldi alle tastiere, la cantante sudafricana Ariana Schreiber e il vocalist londinese Peter Goodey.
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