Il 31 maggio 1930 nasce a San Francisco Clint Eastwood. Cresce negli anni della Depressione e vagabonda per gli Stati uniti al seguito della famiglia incontrando il cinema relativamente tardi. Accade nel 1954 quando, ventiquattrenne, partecipa a un provino per la Universal che gli offre un contratto da 75 dollari a settimana. Ottiene piccoli ruoli in vari film prima di essere scelto per la parte del cow boy Rowdy Yates nei telefilm western della serie “Rowhide”. Una delle tante leggende nate sul western all’italiana racconta che quando Sergio Leone lo sceglie per il ruolo di protagonista del suo film "Per un pugno di dollari" Clint Eastwood sia ormai praticamente fuori dal cinema, non veda un set da almeno cinque anni e lavori a tempo parziale presso un distributore di benzina. La storia è suggestiva ma probabilmente inventata. Leone lo sceglie dopo aver scartato per rifiuti o per le richieste eccessive una lunga fila d’attori che comprende Rory Calhoun, Richard Harrison, Henry Fonda, Charles Bronson e James Coburn. Reduce dal successo dei telefilm della serie “Rowhide” Clint Eastwood viene proposto al regista da Claudia Sartori dell’agenzia “William Morris” di Roma. Leone alla fine lo chiama. Con la sua faccia spigolosa, gli occhi taglienti e il mezzo sigaro stretto tra le labbra diventa il perfetto protagonista del nascente “western all’italiana”. Dopo il successo di "Per un pugno di dollari" arrivano "Per qualche dollaro in più" e "Il buono, il brutto e il cattivo", il film che conclude la cosiddetta “trilogia del dollaro” di Sergio Leone. Da quel momento si toglie il poncho e non lavora più con nessun altro regista italiano. L’uomo senza nome sceglie di cavalcare altrove. Dopo il successo mondiale regalatogli dai western all’italiana fonda una propria casa di produzione e interpreta moltissimi film di successo di vari generi. A partire dal 1971 esordisce alla regia con il film "Brivido nella notte". Nel 1989 vince il Golden Globe come miglior regista per "Bird" e nel 1993 vince ben due Oscar, per il miglior film e per la migliore regia, con il western "Gli spietati". Nel 2000 riceve il Leone d'oro per la carriera alla Mostra del Cinema di Venezia e nel 2005 il suo "Million Dollar Baby" vince il Golden Globe per la regia e due Oscar per il miglior film e per la migliore regia. Nel 2007 sorprende pubblico e critica con la quasi contemporanea realizzazione i due film, "Flags of our fathers" e "Lettere da Iwo Jima" che raccontano la battaglia di Iwo Jima dal punto di vista sia dei soldati alleati e che da quello dei combattenti giapponesi.Quello che viene chiamato "rock" non è soltanto un genere musicale. È uno stato d'animo, un modo d'essere che incrocia la musica, il cinema, la letteratura, il teatro e la creatività in genere compresa quella destinata alla produzione industriale. Per chi è nato negli anni Cinquanta e Sessanta è un sottofondo, una colonna sonora di ogni momento della vita, di pensieri e ricordi. Esiste da sempre e aiuta a vivere meglio...
31 maggio, 2026
31 maggio 1930 - Clint Eastwood, un pistolero da Oscar
Il 31 maggio 1930 nasce a San Francisco Clint Eastwood. Cresce negli anni della Depressione e vagabonda per gli Stati uniti al seguito della famiglia incontrando il cinema relativamente tardi. Accade nel 1954 quando, ventiquattrenne, partecipa a un provino per la Universal che gli offre un contratto da 75 dollari a settimana. Ottiene piccoli ruoli in vari film prima di essere scelto per la parte del cow boy Rowdy Yates nei telefilm western della serie “Rowhide”. Una delle tante leggende nate sul western all’italiana racconta che quando Sergio Leone lo sceglie per il ruolo di protagonista del suo film "Per un pugno di dollari" Clint Eastwood sia ormai praticamente fuori dal cinema, non veda un set da almeno cinque anni e lavori a tempo parziale presso un distributore di benzina. La storia è suggestiva ma probabilmente inventata. Leone lo sceglie dopo aver scartato per rifiuti o per le richieste eccessive una lunga fila d’attori che comprende Rory Calhoun, Richard Harrison, Henry Fonda, Charles Bronson e James Coburn. Reduce dal successo dei telefilm della serie “Rowhide” Clint Eastwood viene proposto al regista da Claudia Sartori dell’agenzia “William Morris” di Roma. Leone alla fine lo chiama. Con la sua faccia spigolosa, gli occhi taglienti e il mezzo sigaro stretto tra le labbra diventa il perfetto protagonista del nascente “western all’italiana”. Dopo il successo di "Per un pugno di dollari" arrivano "Per qualche dollaro in più" e "Il buono, il brutto e il cattivo", il film che conclude la cosiddetta “trilogia del dollaro” di Sergio Leone. Da quel momento si toglie il poncho e non lavora più con nessun altro regista italiano. L’uomo senza nome sceglie di cavalcare altrove. Dopo il successo mondiale regalatogli dai western all’italiana fonda una propria casa di produzione e interpreta moltissimi film di successo di vari generi. A partire dal 1971 esordisce alla regia con il film "Brivido nella notte". Nel 1989 vince il Golden Globe come miglior regista per "Bird" e nel 1993 vince ben due Oscar, per il miglior film e per la migliore regia, con il western "Gli spietati". Nel 2000 riceve il Leone d'oro per la carriera alla Mostra del Cinema di Venezia e nel 2005 il suo "Million Dollar Baby" vince il Golden Globe per la regia e due Oscar per il miglior film e per la migliore regia. Nel 2007 sorprende pubblico e critica con la quasi contemporanea realizzazione i due film, "Flags of our fathers" e "Lettere da Iwo Jima" che raccontano la battaglia di Iwo Jima dal punto di vista sia dei soldati alleati e che da quello dei combattenti giapponesi.30 maggio, 2026
30 maggio 1962 - Calci, pugni e colpi di testa
I mondiali che si svolgono in Cile dal 30 maggio al 17 giugno 1962 restano nella storia del calcio, oltre che per la splendida vittoria del Brasile, per l’incontro tra i padroni di casa e l’Italia che, grazie all’arbitraggio incredibile dell’inglese Aston, diventa uno dei più violenti mai visti sui campi da gioco. Calci, pugni e provocazioni caratterizzano l’impostazione della partita da parte dei cileni, mentre l’arbitro tollera senza battere ciglio la spirale di violenza della squadra di casa e penalizza le reazioni degli azzurri con due espulsioni. L’italiano Maschio, insultato dall’inizio alla fine della partita come traditore per aver rinnegato le sue origini sudamericane, resta in campo per tutto l’incontro con il setto nasale fratturato.29 maggio, 2026
29 maggio 1922 - Ivan Giachetti, una voce da crooner
Il 29 maggio 1922 nasce a Roma il cantante Ivan Giachetti. Nel 1941, a diciannove anni, superata un'audizione dell'EIAR, decide di lasciare gli studi universitari per dedicarsi a tempo pieno alla canzone. Per un paio d'anni canta alla radio, recita nella compagnia di rivista di Radio Torino e in quella di Radio Roma e fino al 1943 canta con quasi tutte le orchestre dell’organico EIAR, da quella di Cinico Angelini a quella di Carlo Zeme. Dopo l’8 settembre 1943 fugge nel meridione d’Italia e dopo l’arrivo degli alleati colpisce l’immaginazione delle orchestre statunitensi con la sua voce calda da crooner. In quel periodo si esibisce con varie band alleate, oltre che con il duo pianistico Galzio-Graziosi. Nel dopoguerra lascia poi le scene e si ritira a vita privata. Tra le sue più famose interpretazioni sono da ricordare Ohi Marì, Ascension (cantata in duo con Lina Termini), Maria Luisa, Ciribiribin, Cielito lindo (con Silvana Fioresi), Tornerai, La canzone dei sommergibili, La piccinina e Passa la serenata.
28 maggio, 2026
28 maggio 2004 - Modstock II, quarant’anni di modernismo
Il 28 maggio 2004 inizia il Modstock II, la manifestazione con la quale il Movimento Mod festeggia i quarant’anni dalla sua nascita a Streatham, un quartiere di Londra, la città dove tutto è cominciato. I Mods tornano così sul luogo del delitto dopo che il primo Modstock per i trent’anni di vita del movimento si era svolto a Saarbrucken, in Germania, rompendo clamorosamente con la culla britannica. La manifestazione, che dura tre giorni, prevede, oltre all’esibizione di una serie di band “storiche” del periodo di grande esplosione mod, l’alternarsi di un nutrito numero di gruppi provenienti da tutto il mondo. Tra mostre, rassegne cinematografiche, concerti e performance di Dj rigorosamente in tema la notte diventa solo un’espressione gergale per definire alcune ore della giornata. La prima serata vede, tra gli altri, l’esibizione dei Pretty Things, che si esibiscono accompagnati da filmati pop art che ruotano sul palco. Il programma dei concerti di sabato vede il popolo modernista scatenarsi con le musiche dei Creation mentre la chiusura domenicale è riservata a una furibonda performance degli Action. Tra gli appuntamenti di maggior impatto spettacolare c’è anche un corteo in scooter per le vie di Londra.27 maggio, 2026
27 maggio 1927 - Il Café Chantant per Sacco e Vanzetti
Il 27 maggio 1927 il duo Ambro's - Ferraro compone la drammatica canzone Lettera a Sacco p’o figlio suio dedicata alla vicenda dei due anarchici Sacco e Vanzetti. «Mai vivendo l'intera esistenza avremmo potuto sperare di fare così tanto per la tolleranza, la giustizia, la mutua comprensione fra gli uomini». Questa frase, rivolta da Bartolomeo Vanzetti alla giuria che lo condanna alla pena capitale fa il giro del mondo grazie agli artisti del Café Chantant. Gran parte degli esponenti più conosciuti della canzone napoletana degli anni Venti si mobilitano infatti per Sacco e Vanzetti, i due anarchici italiani condannati a morte innocenti. Lo fanno con coraggio e determinazione sia in Europa che al di là dell'oceano trasformando gli spettacoli delle loro tournée nordamericane in vere e proprie iniziative di solidarietà. Come in una sorta di passaparola solidale le vedette del café chantant made in Napoli cantano brani come Mamma sfurtunata (‘A seggia elettrica) («...ma chella mamma s’accurgette subito/ca n’copp’a seggia elettrica ‘o figlio jeva a murì...) che porta la firma illustre di Ermete Giovanni Gaeta, meglio conosciuto con lo pseudonimo di E.A. Mario. Più ricca di implicazioni politiche è proprio Lettera a Sacco p’o figlio suoio, («...e mo chistu volo se spezzate/dimostra chi è nucente, tu me muore...») scritta dal duo Ambro's-Ferraro e incisa anche su disco da Alfredo Bascetta. Dedicata a Sacco e Vanzetti è anche Lacreme ‘e cundannate, («... sta tutt’o munno sano arrevutato/pe’ Sacco e Vanzetti cundannate...») un brano che all’epoca del processo e della condanna a morte viene eseguito dalla bellissima “sciantosa e canzonettista” Gilda Mignonette nei suoi spettacoli. Nei giorni che precedono l’esecuzione Sica e Ferraro compongono E figlie 'e nisciune mentre quando tutto è finito Imella e Bascetta firmano Core nun chiagnere, una melodia malinconica che chiede di non smettere di sperare nella ricerca della verità. 26 maggio, 2026
26 maggio 1970 – Claudio Villa a "Speciale per voi": Patetico? Ma io picchio…
Il 26 maggio 1970 tutta Italia ha modo di assistere, sugli schermi televisivi, a un incontro-scontro tra Claudio Villa e i giovani che lo contestano. L’ideatore di questa contesa destinata a entrare nella storia del costume è Renzo Arbore che chiama il cantante a partecipare come ospite alla trasmissione televisiva “Speciale per voi”. Villa appare in gran forma e determinato a sostenere le sue ragioni. Attaccato ferocemente da un gruppo che lo bersaglia di strali velenosi sostenendo che il suo genere è finito, replica: «Qui tutti protestano, qui tutti vogliono sentire cose nuove e socialmente impegnate, almeno dicono. Poi però quando canto Marina cascano tutti a terra commossi». Sornione, Arbore guida con mano ferma il dibattito, ma non riesce a contenere l’esuberanza dei giovani e a trattenere l’irruenza di Villa. La discussione si surriscalda quando un giovane dice «Sei patetico» al cantante che, non accettando di subire passivamente, replica a suo modo: «Patetico a me? Ma io picchio, io ve faccio paura...». I giovani si dividono. C’è chi apprezza quello che il cantante fa, pur non sentendolo così vicino alla sua sensibilità, e chi apertamente gli manifesta simpatia. Alla fine della trasmissione Claudio, visibilmente soddisfatto, così conclude: «Ci sono i giovani, i meno giovani e i sempre giovani. Io sono uno di quelli».25 maggio, 2026
25 maggio 1965 – “Un amore”, un libro da Oscar
«Circa esito pubblicazione in collana Oscar suo ultimo romanzo altissimo grado diffusione ammontante a 200 mila copie». Così il 25 maggio 1965 Arnoldo Mondadori annuncia con malcelata soddisfazione e orgoglio con un telegramma a Dino Buzzati lo straordinario successo del suo romanzo “Un amore”, il quarto titolo dei neonati Oscar. La cifra, incredibile per l’epoca, non è che un primo resoconto parziale delle vendite che toccheranno le 400 mila copie. Sono tirature davvero impressionanti e mai toccate prima d’allora, soprattutto da una storia che fa storcere il naso all’Italia conservatrice, codina e preoccupata per la degenerazione dei costumi. Il romanzo di Buzzati parla, infatti, dell’amore appassionato di un tranquillo borghese per una giovane squillo. I risultati commerciali eccellenti danno il segno di un profondo cambiamento nelle abitudini degli italiani. Il libro, fino a quel momento considerato o un contenitore di nozioni scolastiche o un lusso destinato ad alimentare la cultura dei ceti più abbienti, diventa nei primi anni Sessanta una delle abitudini quotidiane per migliaia di italiani. Gli Oscar, pratici e comodi da portare in tasca o nella borsetta, diventano i compagni delle trasferte in treno dei pendolari, delle pause nei giardini e anche delle scampagnate domenicali. Quando si è finito di leggere li si presta agli amici in una sorta di circolo virtuoso che si alimenta costantemente.24 maggio, 2026
24 maggio 1941 – Il mistero della vita e della morte di Berthe Sylva.
Il 24 maggio 1941 muore improvvisamente a Marsiglia la cantante Berthe Sylva, una delle protagoniste di primo piano della canzone francese degli anni Trenta. Ancora oggi, a decenni di distanza dalla sua scomparsa, la sua vita e, soprattutto, la sua morte sono fonte costante di supposizioni, ipotesi, illazioni in una mescola in cui diventa arduo distinguere tra fantasia morbosa e verità. Di questa situazione la cantante è, insieme, vittima e complice. È vittima perchè molto spesso le vicende vere o inventate della sua vita finiscono per oscurarne le notevoli qualità artistiche ma è anche complice perchè gran parte delle ricostruzioni scandalistiche nasce da sue misteriose allusioni a episodi drammatici, avventurosi ed esotici svoltisi negli anni che precedono il suo successo visto che Berthe Sylva è divenuta popolare soltanto dopo aver compiuto i quarant’anni. Le leggende sul suo personaggio nascono anche dal fatto che la sua stella ha brillato così intensamente da consumarsi in uno spazio temporale brevissimo. Una decina d’anni, infatti, separano il primo approdo al successo dalla scomparsa della cantante. In mezzo c’è la straordinaria avventura di un’artista che ha saputo conquistare il cuore di milioni di francesi grazie alle sue qualità vocali, e alla capacità quasi istintiva di adattarsi e utilizzare al meglio le innovazioni tecnologiche dell’epoca, dall’introduzione del microfono alle tecniche di registrazione. Il mistero di Berthe Sylva comincia dalla ricostruzione storica della sua nascita che secondo alcuni sarebbe avvenuta a Saint Brieuc nel 1886 e secondo altri a Lambézellec, un comune che oggi fa parte del territorio di Brest, il 7 febbraio 1885. Sua madre si chiama Anne Poher e suo padre Joseph Faquet. Quest’ultimo è un marinaio e, secondo la leggenda, sarebbe stato lontano da casa il giorno in cui sua figlia vedeva la luce. La piccola, registrata all’anagrafe con il nome di Berthe Francine Ernestine Faquet, cresce nelle strade del suo borgo natale. Le condizioni della famiglia non sono tali da consentire grandi illusioni sul futuro e la bambina è costretta ben presto ad abbandonare i giochi e le compagnie della sua età per dedicarsi al lavoro. Si racconta che mentre le sue coetanee sono ancora impegnate ad accudire le bambole, lei passi gran parte del suo tempo a fare commissioni per le signore che affidano i loro lavori di casa alla madre. Pian piano la bimbetta impara anche a spolverare, rassettare, lavare, insomma riesce a cavarsela in tutti i “mestieri di casa” che fanno della madre una delle più apprezzate “bonnes” (domestiche) del borgo dove vive. La piccola Berthe impara talmente bene che viene assunta a tempo pieno come “bonne” quando non ha ancora compiuto i quattordici anni. Siccome la famiglia che richiede i suoi servigi abita nella cittadina di Saumur, la ragazza lascia paese natale e genitori per andarsene a vivere da sola presso i suoi nuovi padroni. Di questo periodo, pettegolezzi a parte, non si sa con certezza quasi niente. L’unico elemento di verità è che Berthe negli anni seguenti resta incinta e dà alla luce un bambino di cui si disfa con grande rapidità. Il piccolo, registrato all’anagrafe con il nome di Henri, viene praticamente abbandonato e affidato alla famiglia d’origine di Berthe in quel di Lambézellec. Sempre secondo la leggenda la madre non avrebbe mai più avuto contatti con lui, salvo tre incontri quasi casuali e senza seguito ed Henri, divenuto adulto, abbia saputo della morte della madre assolutamente per caso e molto tempo dopo. Henri non è l’unica creatura messa al mondo da Berthe Sylva. Dopo di lui nasce anche Emilienne, una figlia ugualmente inaspettata e prontamente abbandonata a un gruppo di parenti disponibili a occuparsene. Quanto ci sia di vero e quanto di leggenda nella storia degli abbandoni nessuno può dirlo con certezza anche perchè, come raccontano i biografi e i cronisti dell’epoca quando si chiedevano a Berthe Sylva spiegazioni o informazioni su quel periodo della sua vita la risposta era sempre la stessa: «Lascia perdere, prendi un bicchiere e bevi con me!» Nonostante la difficoltà di discernere tra le storie e le leggende che si raccontano su Berthe Sylva, un dato sembra certo. Il suo debutto nel mondo della spettacolo avviene intorno al 1910, quando si è da poco liberata di Henri. Anche le testimonianze di questo periodo però sono contraddittorie e scontano un eccesso di illazioni e chiacchiere spesso messe in giro dalla stessa cantante negli anni seguenti. Si racconta di una serie di tournée che l’avrebbero portata a esibirsi sui palcoscenici di mezzo mondo, dall’America del Sud alla Russia, dalla Romania all’Egitto. A riprova che non sono tutte esagerazioni o ricostruzioni fantasiose c’è una foto realizzata negli anni della Prima Guerra Mondiale nella quale è raffigurata al fianco della celebre chanteuse Eugénie Buffet e dello chansonnier cieco René de Buxeuil. Proprio in quegli anni si fa conoscere e apprezzare per le sue doti interpretative dal taglio fortemente drammatico con canzoni come Mon gosse, Je n’ai qu’un maman o Ne quittez jamais votre enfant (Non abbandonate il vostro bambino), una sorta di scherzo del destino per lei, che s’è liberata così rapidamente dei suoi figli. Il tempo passa e la sua carriera appare simile a quella di tante cantanti da cabaret e da bistrot, apprezzate e applaudite dagli abitatori della notte ma pressoché sconosciute al grande pubblico. La svolta, inaspettata, arriva nel 1928 quando Berthe ha già superato la boa dei quarant’anni e si sta esibendo, con il solito buon successo, al “Caveau de la Republique” di Parigi. L’artefice delle sue fortune è il fisarmonicista e compositore Léon Raiter. L’ascolta cantare nel locale, ne resta impressionato e le chiede di esibirsi ai microfoni di Radio Tour Eiffel in uno spazio musicale da lui condotto e prodotto da un altro fisarmonicista che risponde al nome di Maurice Privas. La cantante, un po’ sorpresa, accetta e nel suo debutto radiofonico interpreta Les roses blanches, una canzone scritta dallo stesso Léon Raiter su un testo di Charles Louis Pothier. Il risultato è inaspettato e quasi incredibile. L’emittente riceve migliaia di lettere inviate da ascoltatori entusiasti che chiedono di poter riascoltare la voce di Berthe. La forza di penetrazione della radio ha trasformato la cantante del “Caveau de la Republique” in una star a più di quarant’anni. Dopo Les roses blanches Berthe Sylva lancia altre due canzoni nate dalla vena malinconica di Léon Raiter, On n’a pas tous les jours vingt ans e Grisante folie, entrambe destinate al successo. Nel 1929 registra per la Odéon il primo disco di una serie lunghissima. Si calcola che in tutta la sua carriera la cantante abbia registrato circa quattrocentocinquanta brani. Per tutti gli anni Trenta la sua popolarità tocca vertici altissimi e non mancano episodi di vera e propria follia da parte dei suoi ammiratori. Nel 1935 i fans marsigliesi in preda al furore parossistico dopo una sua esibizione distruggono le poltroncine dell’Alcazar e tentano di sfondare la porta del suo camerino per poterla toccare. Il successo non ne cambia però lo stile di vita, disordinato e sempre più spesso condizionato dall’amicizia con l’alcol . I soldi finiscono con stessa rapidità con la quale sono stati guadagnati. A volte molto più velocemente. Quando i nazisti occupano Parigi lei si rifugia a Marsiglia dove nel 1940 il suo nome fa bella mostra di se sul cartellone dell’Alcazar per oltre quindici giorni di repliche. Proprio in quella stessa città l’anno dopo muore. Succede all’improvviso il 24 maggio 1941. Non son passati che pochi mesi dalla sua ultima esibizione e qualche anno dai grandi trionfi eppure Berthe Sylva muore povera e praticamente sola. Con la fine dei soldi sono scomparsi quasi tutti gli amici. Ad accompagnarla nel suo ultimo viaggio verso il cimitero Saint Pierre di Marsiglia ci sono soltanto cinque persone due delle quali sono lo chansonnier Darcelys, suo fedele amico da sempre, e l’impresario Hervais, l’ultimo amore della sua vita.23 maggio, 2026
23 maggio 1946 – Don Moye, la batteria del Regno di Mu
Il 23 maggio 1946 nasce a Rochester, New York, il batterista Don Moye. Questo, almeno, è il nome con il quale è stato registrato all'anagrafe, perché lui racconta che il suo vero nome è Dougoufana Famoudou Môyè. La storia del suo nome è legata anche alla ricostruzione immaginifica di una vita precedente. Convinto assertore della reincarnazione, sostiene di essere stato già un musicista trentamila anni prima della sua ultima nascita. Proprio con il nome di Dougoufana Famoudou Môyè sarebbe stato un membro della Società dei Musicisti Reali del Regno di Mu, situato nel leggendario continente perduto di Atlantide. Afferma anche di non essere nato per caso nel Novecento, ma di avere una sorta di missione da compiere. La sua reincarnazione, infatti, avrebbe lo scopo di tenere viva la musica e l’arte che hanno ispirato trentamila anni prima la leggendaria dell’Età dell’Oro dell'umanità. Decisamente più verificabili, le tracce novecentesche della sia vita rivelano che ha studiato percussione a Detroit tra il 1965 e il 1966 collaborando con il trombettista Charles Moore. Successivamente lo si ritrova nella formazione dei Detroit Free Jazz. Alla fine del 1968, dopo una lunga tournée europea con la band resta per un po' in Italia, a Roma, dove si esibisce insieme a Steve Lacy. Nel 1969 si sposta a Parigi. Nella capitale francese suona con un'infinità di gruppi e solisti come i Gospel Messenger Singers, Sonny Sharrock, Dave Burrell, Gato Barbieri e Alan Shorter, solo per citare i più importanti. Alla fine dello stesso anno l'Art Ensemble Of Chicago gli chiede di diventare il percussionista del gruppo che fino a quel momento ha utilizzato in quel ruolo strumentisti occasionali. Da quel momento la sua storia si legherà a quella della band. Parteciperà anche ai progetti singoli dei musicisti dell'Art Ensemble, senza rinunciare a esperienze diverse.22 maggio, 2026
22 maggio 1924 – Charles Aznavour dalla Piaf al grande successo

Il 22 maggio 1924 nasce a Parigi Charles Aznavourian, destinato a diventare famoso con il nome di Charles Aznavour. Il lieto evento avviene per caso sul territorio francese dove i suoi genitori, profughi armeni, stanno aspettando un visto per trasferirsi negli Stati Uniti. Suo padre è il baritono Micha Aznavourian, figlio di un cuoco dello zar Nicola II, mentre sua madre Knar proviene da una famiglia di commercianti armeni stabilitisi in Turchia. Il tempo passa e il visto per gli Stati Uniti non arriva. Il vecchio Micha decide allora di aprire un piccolo ristorante armeno dove gli avventori possono trovare cibo e musica. Il locale, situato in Rue de la Huchette, diventa una luogo di ritrovo di artisti, in particolare musicisti e attori di teatro. Il piccolo Charles respira fin dai primi anni di vita questa atmosfera e ne resta affascinato. Nel 1933, quando ha solo nove anni, i suoi genitori lo iscrivono alla scuola di Spettacolo per assecondare la sua intenzione di diventare attore. Il ragazzo ha stoffa e ben presto inizia ritagliarsi piccoli ruoli nel cinema e nel teatro. Nel 1939 però, mentre il mondo si prepara a una nuova follia bellica, il padre Micha si arruola volontario nell’Armée e il quindicenne Charles Aznavourian lascia la scuola per lavorare. Sembra la fine dell’avventura nel mondo dello spettacolo, ma non è così. Nel 1941 incontra un giovane compositore. Si chiama Pierre Roche. I due decidono di unire la loro creatività. Nasce il duo Aznavour-Roche destinato a diventare popolarissimo nei locali di Parigi. Per Charles Aznavour è l’inizio di una lunghissima carriera. Nel 1946 Charles Aznavour incontra Edith Piaf. L’incontro lascia il segno su entrambi. Lui le regalerà alcune bellissime canzoni e lei gli apre le porte degli Stati Uniti. Alla fine degli anni Quaranta il duo Aznavour-Roche parte per una lunga tournée nordamericana dalla quale il buon Charles ritorna solo. Roche è rimasto oltreoceano per amore. Aznavour, pur essendo uno dei più apprezzati autori dell’epoca fatica ad affermarsi come interprete. Scrive canzoni per la Piaf, Mistinguett, Patachou, Juliette Gréco e un’infinità di protagonisti della scena musicale parigina ma fatica a farsi apprezzare in proprio. La svolta avviene nel 1957 quando, dopo una fortunata tournée nell’Africa del Nord, ottiene un sorprendente successo all’Alhambra che prelude a un vero e proprio trionfo nel tempio della musica parigina: l’Olympia. Tra la fine degli anni Cinquanta e i primi Sessanta la sua popolarità cresce a dismisura in tutto il mondo con brani come Sur ma vie, Parce que, Après l’amour e La mamma. I suoi dischi arrivano al vertice delle classifiche di moltissimi paesi e i teatri più prestigiosi ospitano i suoi concerti. Anche il cinema lo vede protagonista di successo sia come interprete che come autore di colonne sonore e di brani indimenticabili. Il passare del tempo non lascia tracce su Charles Aznavour che negli anni Ottanta colleziona trionfi dal vivo, successi discografici e buone frequentazioni cinematografiche. Nel 1988, quando un terribile terremoto scuote l’Armenia mietendo oltre cinquantamila vittime, crea la fondazione “Aznavour pour l’Armenie” e, insieme a Henri Verneuil, chiama a raccolta novanta protagonisti dello spettacolo francese per registrare la canzone Pour toi Armenie. Il disco vende un milione di copie e il ricavato va interamente al popolo armeno. L’iniziativa gli vale la nomina ad Ambasciatore permanente in Armenia da parte dell’Unesco. L’impegno sociale non cancella quello artistico costellato da dischi straordinari come gli album Aznavour 2000 o Je voyage, e concerti memorabili come quello tenuto nel 1990 al Palais des Congrès di Parigi con la sua amica Liza Minnelli, quello di Montreux del 1997 per festeggiare i suoi cinquant’anni di carriera e quello svoltosi sempre al Palais des Congrès di Parigi del 2004 per festeggiare il proprio ottantesimo compleanno. Nel frattempo è diventato padrone dei suoi diritti visto che nel 1992 ha acquistato l’intero catalogo della società d’edizioni fonografiche Raoul Breton che oltre ai suoi brani comprende gran parte delle opere di Gilbert Bécaud, Edith Piaf e Charles Trenet. La sua popolarità non ha confini generazionali visto che nel 1999 i frequentatori dei siti Internet della CNN e di Time lo indicano, insieme a Elvis Presley e Bob Dylan come uno dei cantanti simbolo del ventesimo secolo. La Francia non ha voluto essere da meno. L’8 ottobre 2001 in una cerimonia ufficiale svoltasi all’Eliseo il Presidente Jacques Chirac l’ha decorato per i suoi meriti artistici. Come ha avuto più volte occasione di ripetere, i riconoscimenti ufficiali gli fanno piacere ma non lo cambiano. Il nuovo millennio lo vede nuovamente sulla breccia con dischi, concerti e qualche gesto eclatante come nell’aprile del 2002 quando canta la Marsigliese durante la mobilitazione contro il leader dell’estrema destra xenofoba Jean-Marie Le Pen ammesso al secondo turno delle elezioni presidenziali francesi. Muore il 1° ottobre 2018.
21 maggio, 2026
21 maggio 2004 – Il primo disco da solista di Raiz
Il 21 maggio 2004 esce Wop, il primo album da solista dell’ex cantante degli Almamegretta. In quel momento si chiama Raiz, ma nel corso del tempo è stato anche Rais, Raiss o come lo si è voluto chiamare. Sulla sua carta d’identità c’è scritto Gennaro Della Volpe, ma in fondo quei documenti servono solo per le statistiche. Per molti anni voce carismatica degli Almamegretta, non è un tipo a cui piace stare fermo. Teatro, collaborazioni, la sua voce ha percorso in questi anni tante strade, spesso piccoli sentieri prima di approdare al suo primo disco da solista. Si intitola Wop e contiene dieci brani, dieci piccoli e delicati fiori del deserto curati insieme a Paolo Polcari, un altro protagonista della storia degli Almamegretta. Raiz, come John Frusciante, è uscito dal gruppo? Se lo si chiede a lui la risposta è meticcia: «Non sono e, probabilmente, non sarò più la voce degli Almamegretta, ma il rapporto con il gruppo non è chiuso. Hanno fatto un disco senza di me, inseguono nuovi progetti, ma sono e restano un gruppo aperto. Credo che collaboreremo ancora». Intanto, però, c’è Wop, un album delizioso ricamato dal filo duttile della tua voce, che si muove tra le sponde del mediterraneo e riesce a unificare, spesso nello stesso brano, atmosfere diverse, stili apparentemente lontanissimi… «È un disco che volevo fare da tempo e che dimostra come, in musica, la convivenza culturale tra impostazioni diverse è un valore e finisce per dar vita a un nuovo linguaggio». Quello che non accade nella realtà… «Forse sarebbe meglio dire “quello che si impedisce accada nella realtà”. In questo Mediterraneo, in cui i rapporti vengono distrutti e lacerati dalla “guerra di petrolio e acqua”, sarebbe sufficiente cominciare a scrutare le somiglianze per trovare una strada nuova. Ecco, io questo faccio. Lavoro sulle somiglianze, sulle linee che si incrociano, in musica come nelle tradizioni culturali. Ci sono leggerezze armoniche pakistane che si integrano perfettamente con alcune strutture della canzone napoletana, ci sono somiglianze, sguardi, tradizioni che non possono essere colti perché, magari, qualcuno ha eretto nella nostra testa un muro…» Come in Dietro il tuo chador quando dici “…noi siamo due sponde dello stesso mare, divisi da un muro che è fatto di parole…”, ma una canzone può cambiare il mondo? «Una canzone non può cambiare il mondo, ma può aiutare a capire, far crescere il dubbio, costruire un dialogo… Se tu ascolti il pop israeliano e quello palestinese e non capisci la lingua non ti accorgi della differenza, eppure c’è un muro che impedisce a molti di cogliere la somiglianza…». Nel tuo disco ci sono tante parole di speranza. C’è ancora spazio per la speranza in un tempo in cui la guerra copre le parole? «C’è spazio, basta che lo si voglia trovare. Il mondo è in movimento e anche nella piccola e tormentata area geografica che circonda il Mar Mediterraneo sono in tanti quelli che hanno cominciato a camminare verso i propri simili che stanno al di là del muro». 20 maggio, 2026
20 maggio 1934 – Tonino Valerii, un regista nato sulle strade del West
Il 20 maggio 1934 nasce a Montorio al Vomano in provincia di Teramo Tonino Valerii. Nel 1955, superato l’esame d’ammissione, entra al Centro Sperimentale di Cinematografia dove si diplomerà in regia. Per raggranellare qualche soldino e per farsi un po’ le ossa lavora come sceneggiatore e come assistente di regia con diversi registi da Camillo Mastrocinque ad Alessandro Blasetti. La svolta alla sua carriera arriva nel 1966 quando, dopo aver fatto l’aiuto regista di Sergio Leone nei primi due film della “trilogia del dollaro” realizza Per il gusto di uccidere, il suo primo western e anche il suo primo film in assoluto. Il western all’italiana è un linguaggio senza segreti per Tonino Valerii, che con Sergio Leone collabora senza citazione in Per un pugno di dollari e dirige la seconda unità di regia in Per qualche dollaro in più. Più che un allievo è un fedele collaboratore di Leone, con il quale condivide il gusto per le citazioni e il piacere della ricerca scenografica, tecnica e culturale. Quando lavora a Per il gusto di uccidere, il primo western in proprio, di cui firma soggetto, sceneggiatura e regia, si diverte a riprendere e a rielaborare un po’ la figura dell’antieroe cinico e gelido dei primi due film leoniani. Due anni dopo con I giorni dell’ira, il secondo western della sua carriera, recupera la trama dell’omonimo romanzo di Ron Barker innestando sul clima crudo e ricco di tensione tipico della scuola di Leone un inaspettato e all’epoca inedito finale pacifista. Nel 1969 gira forse il suo progetto più ambizioso con Il prezzo del potere trasportando in chiave western l’assassinio di Kennedy a Dallas. La sua ricerca non si ferma lì. Nel 1972 torna sulle polverose strade della frontiera con Una ragione per vivere e una per morire, un film nel quale gioca a mescolare nel western all’italiana le suggestioni di due capisaldi del cinema hollywoodiano come Quella sporca dozzina e Il mucchio selvaggio. Proprio da quest’esperienza forse nasce nel 1973 Il mio nome è nessuno il film ispirato e prodotto da Sergio Leone che segna l’incontro tra il western classico e quello all’italiana e affida al vecchio pistolero interpretato da Henry Fonda il compito simbolico di liquidare con il Mucchio Selvaggio anche l’epopea del west. La sua cinepresa non scruta soltanto le polverose strade della frontiera. Nel corso della sua carriera, infatti,. Tonino Valerii si cimenta con successo anche con altri generi realizzando, tra l’altro La ragazza di nome Giulio, il film del 1970 tratto dall’omonimo scandaloso romanzo di Milena Milani, il thriller Mio caro assassino del 1972 e gli avventurosi Vai gorilla del 1975 e Sahara cross del 1977. A partire dagli anni Ottanta lavora più per la televisione pur non disdegnando di tornare al grande schermo con lavori come Senza scrupoli del 1985 e Una vacanza all’inferno del 1997. Ha scritto anche il libro “Fare l'aiuto-regista nel cinema e nella tv” dedicato a tutti i giovani che vogliono fare il suo “mestiere”. Muore a Roma il 13 ottobre 2016.19 maggio, 2026
19 maggio 1956 - La prima pietra dell’Autostrada del Sole
Il 19 maggio 1956, nel cantiere aperto a San Donato Milanese, viene posta la prima pietra della costruzione dell’Autostrada del Sole. L’evento viene così raccontato dal Corriere della Sera: «L’atto di nascita dell’Autostrada del Sole ha avuto ieri nelle campagne di San Donato Milanese una consacrazione solenne. Quella che in meno di otto anni sarà l’arteria modernissima di grande e celere comunicazione fra Nord e Sud, attraverso l’Appennino, non era ieri, sul terreno, rappresentata soltanto dal cippo d’origine nel quale Giovanni Gronchi avrebbe murato la pergamena commemorativa, benedetta dall’arcivescovo e firmata da uno stuolo di alte personalità di Governo. A un allestimento tra scenografico e simbolico era affidato l’ufficio di rendere quasi tangibile in sintesi sul luogo della cerimonia la futura strada, o almeno l’idea di essa, la sua fisionomia, il percorso persino. Lungo un centinaio di metri di una doppia pista che davanti al cippo appariva prendere avvio in direzione del Mezzogiorno, non costruita, solo raffigurata con sabbia, bordi bianchi e spartitraffico erbosi, erano dislocati gran cartelli con le insegne di Bologna, Firenze, Roma, Napoli: le tappe, cioè, dei 738 chilometri che da Milano porteranno alla meta. Alto più di due metri, bianco, il cippo inaugurale con la sua iscrizione latina si erge all’altezza del chilometro 6,136 da Milano, fra la via Emilia e la ferrovia. L’abitato più vicino è la cascina Bagnola, in comune di San Donato. Su una tribuna presso il cippo, in attesa del Capo dello Stato erano convenute le autorità con l’arcivescovo mons. Montini. Giovanni Gronchi è giunto col ministro dei Trasporti on. Angelini alle 17.20. Un reparto del 27° Artiglieria ha reso gli onori militari, mentre l’inno di Mameli squillava dagli ottoni della banda dei carabinieri».18 maggio, 2026
18 maggio 1958 – Toyah, la regina della new wave
Il 18 maggio 1958 nasce a Birmingham, in Gran Bretagna, la cantante Toyah, all'anagrafe Toyah Willcox, una delle voci più originali e più celebrate della new wave britannica. Fin da ragazzina la sua prima idea non è quella di cantare, ma di diventare attrice. Frequenta regolari corsi di teatro e sembra avere davvero la stoffa per fare carriera in tutti i campi della recitazione. Partecipa a un musical della BBC, lavora con il National Theatre e si fa notare in film come "Jubilee", "Il grano è verde" e, soprattutto, "Quadrophenia", ispirato all'omonima opera rock degli Who, oltre che nel serial televisivo "Dr. Jekyll & Mr. Hyde". Quella della recitazione non resta, però, la sua unica passione. Con il passare degli anni ne coltiva un'altra. Si chiama musica. Parallelamente all'attività di attrice forma nel 1977 la sua prima band e un paio d'anni dopo pubblica l'album Sheep farming in barnet e il singolo Victims of the riddle. Nel 1980 pur senza abbandonare il cinema viene insignita del titolo di "rivelazione femminile dell'anno" per gli album Toyah Toyah Toyah e The blue meaning. Sono gli anni di maggior successo per quella che tutti chiamano "la regina della new wave" e vengono scanditi dai record di vendite di album come Anthem e The Changeling. Come accade per tutti i personaggi legati a un genere, la crisi della new wave finisce per appannare la sua stella. A sorpresa, però, nel 1986 torna alla ribalta per il sodalizio con Robert Fripp, l'ex leader dei King Crimson, divenuto anche suo compagno nella vita. I due pubblicano insieme l'album The lady of the tiger e partono per un lungo e, per molti versi, straordinario tour accompagnati da una band di cui fanno parte anche Trey Gunn e il batterista Paul Beavis. L'esperienza accanto a Fripp le consentirà di affrontare gli anni successivi con maggior personalità. Il personaggio della regina della new wave lascerà il posto a una preparata e apprezzata signora della canzone.
17 maggio, 2026
17 maggio 1936 - Renata Mauro, cantante, attrice e soubrette
Il 17 maggio 1936 nasce a Milano Renata Maraolo. Figlia di un industriale milanese e di una ricchissima ereditiera la ragazza è destinata a ottenere un grande successo nel mondo dello spettacolo come cantante, attrice e soubrette con il nome di Renata Mauro. Tutto inizia nel 1953 quando, pur senza coltivare particolari ambizioni di carriera nel mondo dello spettacolo, prende lezioni di canto da Gorni Kramer. Una sua estemporanea esibizione tra amici in un locale di Ischia nell’estate del 1955 entusiasma l’attrice Franca Valeri che la convince a partecipare alla commedia "L'arcisopolo". Nel 1957 prende il posto di Giovanna Ralli nella commedia musicale "Un paio d'ali" di Garinei e Giovannini, cui seguono vari impegni con numerose compagnie. Dopo un periodo passato con la compagnia di Carlo Dapporto ed Elena Giusti, sembra intenzionata a lasciare l'ambiente, ma il destino ha deciso diversamente. Nel 1961, infatti, debutta come cantante nella trasmissione televisiva "Giardino d'inverno" con Ti odio, un brano scritto per lei da Lelio Luttazzi con il quale vince anche la Sei Giorni della Canzone di Milano. Nello stesso anno è ospite fissa del varietà televisivo a "Studio Uno" con Mina e partecipa a "Canzonissima" con Il tempo è tra noi e Passerà. L'anno dopo riceve il Premio Mario Riva per la sua conduzione dello show televisivo "Alta pressione" e nel 1963 interpreta una cantante da night nello sceneggiato televisivo "La sciarpa". Nel 1966 partecipa al Festival di Napoli in coppia con Nunzio Gallo con 'Stu ppoco 'e bene. Dotata di una voce particolare, molto sensuale, interpreta moltissimi brani nella sua carriera ottenendo un buon successo con, oltre a quelli citati, Non piove sui baci, Cantando un blues, Il tempo è tra noi, Passerà, Tafetas e Portami tante rose. A lei tocca il difficile e drammatico compito di annunciare all'Italia il suicidio di Luigi Tenco. Lasciato l'ambiente dello spettacolo si dedica alla cura e all'allevamento di cani. Muore a Biella il 28 marzo 2009.16 maggio, 2026
16 maggio 2003 – Il primo album di Mirko, l’alfiere della terza generazione dei Casadei
Il 16 maggio 2003 è un venerdì. Proprio quel giorno in tutti i negozi d’Italia viene messo in vendita Doccia fredda, il primo album di Mirko, l’alfiere della terza generazione dei Casadei e nuovo front man della più famosa e innovativa orchestra da ballo italiana.Con lui quello che gli osservatori distratti si ostinano ancora a chiamare “liscio” nonostante le evoluzioni degli ultimi trent’anni, cambia ancora pelle. Il nuovo linguaggio musicale targato Casadei diventa così un pop folk meticciato, arioso e solare che si apre al mondo e ne assorbe gli umori di festa e speranza. Uno dei brani dell’album è quasi un “documento programmatico” di questa svolta. Si intitola La musica del mondo e racconta l’incontro tra le diverse culture della musica popolare.
15 maggio, 2026
15 maggio 1985 – L’ultimo concerto de Les Compagnons de la Chanson
Il 15 maggio 1985 Les Compagnons de la Chanson cantano insieme per l’ultima volta dopo un tour d’addio durato anni. Finisce così la storia di un gruppo che per oltre quarant’anni ha segnato con la sua presenza la scena musicale francese grazie a un’originale formula interpretativa che sposa il classico con il popolare senza mai farsi coinvolgere dalle mode. La chiave di un successo così inossidabile è da ricercare nell’estrema professionalità dell’ensemble e in una presenza scenica che qualcuno ha definito “deliziosamente demodè” fin dagli anni Quaranta quando muovono i primi passi nel mondo dello spettacolo. Les Compagnons de la Chanson nascono in un periodo complicato e drammatico come il 1941 con la Seconda Guerra Mondiale in corso e la Francia quasi interamente occupata dalle truppe naziste. Tutto inizia a Lione, in quel periodo in zona libera, quando un maestro di cappella che si chiama Louis Liébard forma un gruppo che viene chiamato Compagnons de la Musique con alcuni ragazzi formatisi nei Compagnons de France. L’idea è quella di farne un ensemble vocale che si esibisca nella zona con un repertorio imperniato prevalentemente sui brani popolari e folkloristici più conosciuti. Tra i primi componenti ci sono Jean-Louis Jaubert, che all’anagrafe è registrato come Jacob e ha ventun anni, il diciottenne Hubert Lancelot, Guy Bourguignon un ventunenne rampollo di una famiglia di banchieri, Jean Albert, la maschera comica del gruppo soprannominato “petit roquin” (piccolo rossino) perché ha i capelli rossi e Marc Herrand il cui cognome vero è Holtz. I cinque rappresentano un po’ la prima struttura fissa di un gruppo che ospita periodicamente anche altri ragazzi. Nel 1943 un diciannovenne di origini italiane, Fred Mella, si unisce al gruppo per sfuggire ai tedeschi e finisce per diventarne la voce solista. Nel 1944 si esibiscono per la prima volta a Parigi nei locali della Comédie Française in uno spettacolo di beneficenza cui partecipa anche Edith Piaf che, affascinata dal talento dei ragazzi, decide di occuparsi di loro. Pone però una condizione: il repertorio va aggiornato e reso più moderno. Il gruppo accetta ma intanto ha altro da fare visto che dopo la Liberazione di Parigi se ne va con l’armata del generale De Lattre che sta combattendo contro i tedeschi nel Nord della Francia. In questo periodo l’ensemble cresce di numero con l’arrivo di Jo Frachon e Gérard Sabbat. Nel 1946, probabilmente anche per le insistenze di Edith Piaf, si chiude la collaborazione con Louis Liébard mentre la formazione, dopo l’arrivo di Paul Buissoneau, si completa e muta definitivamente nome in Les Compagnons de la Chanson. I nove componenti sono: Fred Mella, Jean-Louis Jaubert, Guy Bourguignon, Marc Herrand, Jean Albert, Jo Frachon, Gérard Sabbat, Hubert Lancelot e, appunto, Paul Buissoneau. Nello stesso anno ottengono il primo grande successo della loro carriera con Les trois cloches, un brano cantato insieme a Edith Piaf che, pubblicato su disco, vende più di un milione di copie. Niente male per un debutto! Con la loro “divisa da scena” composta dalla camicia bianca e dai pantaloni blu diventano popolarissimi prima in Francia e poi sulla scena internazionale. È sempre la Piaf a scandire le tappe della loro scalata al successo. Nel 1947 a New York vengono accolti con gli onori che si riservano alle stelle. Nel 1949 Paul Boissoneau lascia i compagni per amore di una ragazza del Quebec. Al suo posto arriva René Mella, il fratello più giovane del solista Fred. Gli anni Cinquanta segnano la definitiva consacrazione del gruppo che è ormai entrato nel cuore dei francesi. Il loro nome appare in cartellone in tutti i migliori locali di Parigi e della Francia compresi l’ABC, la sala Pleyel e l’Alhambra. Quando non si esibiscono nel loro paese se ne vanno in giro per il mondo, soprattutto negli Stati Uniti. E mentre i concerti registrano il tutto esaurito, i loro dischi si vendono come il pane. Non è estraneo a questo risultato il contributo di Edith Piaf con la quale Les Compagnons de la Chanson registrano brani di successo come Céline, Dans les prisons de Nantes o quella C’est pour ça che entra anche nella colonna sonora del film “Neuf garçon, un coeur”, una delle tante pellicole cui partecipano da protagonisti. La struttura del gruppo è solida e consente di superare anche situazioni apparentemente difficili come l’improvviso abbandono di Marc Herrand che nel 1952 torna a fare il direttore d’orchestra a tempo pieno. Al suo posto subentra Jean Broussolle e il gruppo guadagna un buon autore e uno straordinario arrangiatore. Il suo arrivo segna un salto di qualità importante per Les Compagnons de la Chanson il cui repertorio si va sempre più caratterizzando, oltre che per le canzoni originali, per la capacità di riprendere e rielaborare i grandi successi francesi e internazionali. Nel 1956 c’è un nuovo cambiamento nella formazione. Jean Albert se ne va per tentare la carriera come solista e viene sostituito dal giovane cantante e chitarrista Jean Pierre Calvet. Il segreto della loro solidità è da ricercare anche nella strutturazione interna che assegna a ogni componente un ruolo nella vita del gruppo: Jaubert si occupa di contratti e pubbliche relazioni, Bourguignon della regia scenografica, Sabbat delle luci e della cassa, René Mella dei costumi di scena, Broussolle e Calvet degli arrangiamenti e Lancelot dei dettagli. La popolarità e il successo de Les Compagnons de la Chanson non vengono scalfiti neppure dall’avvento del rock and roll negli anni Sessanta. Poco disposti a lasciarsi condizionar dalle mode festeggiano i vent’anni della loro storia il 26 gennaio 1961 al Bobino. L’unico cambiamento riguarda la casa discografica. Dopo quindici anni con la Pathé Marconi passano alla Polydor che li paga a peso d’oro. Per il resto Les Compagnons de la Chanson continuano a tenere concerti, a fare tournée e, soprattutto, a vendere dischi. Incuranti del rock, del beat, del rhythm and blues e degli altri generi che si affermano in quel periodo loro continuano a vendere milioni di dischi con brani come Verte campagne, Roméo, Un mexicain o La chanson de Lara. Il 4 ottobre 1969 iniziano quella che è destinata a restare nella storia come l’ultima tournée della formazione a nove elementi. Il 31 dicembre dello stesso anno, infatti, muore Guy Bourguignon. I compagni decidono di non sostituirlo e di continuare con la formazione a otto componenti. Gli anni Settanta li vedono ancora protagonisti pur con qualche cambiamento nella formazione. Nel 1972 Jean Broussolle chiude la sua esperienza con i compagni per continuare come autore e viene sostituito da Michel Zasser chiamato Gaston, un polistrumentista che ha suonato con Claude François e che contribuisce a ringiovanire il repertorio del gruppo. Alla fine del decennio mentre stanno per festeggiare i quarant’anni di carriera annunciano di aver preso la decisione di chiudere con la musica dopo un ultimo tour mondiale. Tra il dire e il fare ci sono di mezzo… cinque anni. Tanto dura, infatti, il tour d’addio anche perché nel 1982 deve essere interrotto per consentire a Fred Mella di sottoporsi a una difficile operazione al cuore. Dopo un commosso abbraccio ai loro ammiratori di molti paesi del mondo Les Compagnons de la Chanson cantano insieme per l’ultima volta il 15 maggio 1985. Tutti i componenti lasciano la scena musicale tranne Fred Mella che, per qualche tempo, tenta di continuare da solo senza risultati apprezzabili.14 maggio, 2026
14 maggio 1988 – Il suono fresco dei Fairground Attraction
Il 14 maggio 1988 al vertice della classifica britannica dei singoli più venduti arriva un disco decisamente inusuale per la scena musicale di quel periodo. Si tratta di Perfect, un brano che fa conoscere al grande pubblico i Fairground Attraction. In un'epoca in cui sembra che l'immagine e la sofisticazione del suono siano la sola risorsa del pop commerciale, la band britannica fa una scelta in controtendenza. Il brano e, ancor di più l'album The first of a million kisses si fanno notare per l'originalità del loro suono fresco e senza eccessive sofisticazioni, una sorta di miscela tra pop e folk con apporti diversi di stampo jazzistico. L'immagine del gruppo, in sintonia con la musica, è tutta affidata alla voce e agli atteggiamenti da antidiva miope della cantante, la scozzese Eddie Reader, all'anagrafe Sadenia Reader, una ragazza che ha all'attivo una lunga gavetta da corista in sala di registrazione e in tour di artisti come gli Eurythmics e Alison Moyet. È lei l'anima della band, la cui formazione comprende il chitarrista Mark Nevin, proveniente da una delle tante formazioni dei Belvederes di Jane Aire, il batterista Roy Dodds e il bassista Simon Edwards. Quest'ultimo nei Fairground non suona il basso tradizionale, ma il "guitarron", una chitarra acustica di origine messicana impostata e accordata come un basso. Il successo di Perfect viene confermato dal secondo singolo Find my love. Tra il 1988 e il 1989 la band colleziona una lunga serie di riconoscimenti da pubblico, critica e giornali specializzati. La maternità di Eddie impedisce però ai Fairground Attraction di sfruttare il buon momento per tentare il grande salto sul mercato internazionale. Quando la ragazza rientra in servizio nascono le prime tensioni tra lei e i compagni. L'insuccesso del secondo album farà il resto. In aperta rottura con il gruppo, la cantante deciderà di andarsene per continuare da sola, ma i risultati non saranno all'altezza delle aspettative.13 maggio, 2026
13 maggio 1928 - Clara Jaione, la cantante dell’allegria
Il 13 maggio 1928 nasce a Roma la cantante Clara Jaione. Nel 1947 vince il concorso per voci nuove indetto dalla RAI. Vivace e spigliata, con la sua voce fresca e sbarazzina in breve tempo diventa una delle maggiori esponenti del cosiddetto “filone dell’allegria”. È il maestro Giulio Razzi il primo a intuire le sue qualità e a suggerire ad Armando Fragna, suo capo-orchestra, l’idea di affidarle canzoni orecchiabili, ricche di humor e doppi sensi al limite del surreale. Il suo primo successo è, nel 1948 I pompieri di Viggiù, cui seguono, tra gli altri I cadetti di Guascogna, Arrivano i nostri, Nanà del varietà e L’onorevole Bricolle. Tra il 1948 e il 1953 è una delle cantanti più amate e seguite dal pubblico radiofonico. Spesso ospite nelle trasmissioni di Paolo Limiti, è tornata in televisione il 17 ottobre 2008 partecipando alla trasmissione di Raiuno “I migliori anni”, condotta da Carlo Conti e il 26 febbraio 2009 per un'apparizione cantando I pompieri di Viggiù alla trasmissione di Raiuno "Affari tuoi". Muore a Roma il 6 ottobre 2011.12 maggio, 2026
12 maggio 1942 – Italo Janne, il socio della Strambelli
Il 12 aprile 1942 nasce a Castellammare di Stabia, in provincia di Napoli, il cantautore Italo Janne. Studia svogliatamente la chitarra e quando nei primi anni Sessanta la famiglia si trasferisce a Venezia inizia a frequentare i primi locali alternativi. Qui costituisce un duo con una certa Nicoletta Strambelli, destinata a diventare famosa con il nome di Patty Pravo. Stanco del ruolo di "socio della Strambelli", si imbarca su una nave che gironzola tra il Mar Rosso e l'Oceano Pacifico e intrattiene i passeggeri con le canzoni. Probabilmente il suo destino sarebbe lo stesso di tanti suonatori vagabondi dell'epoca, se il caso non gli avesse fatto incontrare Gianni Meccia e Bruno Zambrini che lo convincono a fermarsi a Milano. Dotato di una voce estesa e robusta, nel 1970 ottiene uno straordinario exploit commerciale con Centomila violoncelli, una sua canzone che fa da sigla a una serie televisiva de "Le avventure del tenente Sheridan". Da quel momento continua a lavorare in proprio e per altri, anche se non riesce più a ripetersi al livello del suo primo successo. No Lucky no e Lavora ragazzo sono gli unici brani degni di nota di questo periodo. Nel 1971 centra un nuovo successo commerciale con Supersonic band, un brano leggero leggero che fa da sigla a un programma radiofonico. I tempi sono, ormai cambiati, come del resto i gusti del pubblico e il buon Italo tenta di riciclarsi con un'operazione di restyling cambiando immagine e nome. Nasce così il personaggio di Jerry Mantron, destinato a finire ben presto tra le tante stranezze prodotte dall'ambiente musicale italiano. Lui per un po' se la prende con il destino, ma poi alza le spalle e se ne va. Torna a suonare nei piano bar e continua a scrivere nuovi brani sperando di trovare qualcuno disposto a interpretarli, come accade nel 1987 quando il vecchio amico Fausto Leali porta la sua Io amo al Festival di Sanremo. Muore il 28 ottobre 2024.
11 maggio, 2026
11 maggio 1985 - Morire a diciannove anni in Vietnam
L'11 maggio 1985 arriva al vertice della classifica dei singoli più venduti negli Stati Uniti 19 (Nineteen), un brano di Paul Hardcastle che ha avuto più di qualche problema per poter essere pubblicato negli Stati Uniti. Si tratta, infatti, di una composizione antimilitarista, scritta a quattro mani dallo stesso interprete insieme a Mike Oldfield, il cui titolo è un esplicito richiamo all'età media (diciannove anni) dei ragazzi mandati dagli Stati Uniti a morire nella "sporca guerra" del Vietnam. A trentadue anni il produttore, solista e "mago" del synth Paul Hardcastle firma in proprio il suo primo successo commerciale. Considerato uno dei più abili creatori di atmosfere sonore di un periodo in cui la New Age è soltanto uno stile musicale, non ama presentare direttamente le sue composizioni, mentre i suoi arrangiamenti e la sua capacità di remixare fanno la fortuna di un numero incredibile di artisti. Dopo anni di oscuro lavoro in studio nel 1981 si unisce ai Direct Drive, gruppo che lascia nel 1983 insieme a Derek Green per formare i First Lights. In quel periodo si fa convincere anche a pubblicare due canzonette pop Explain the reason e Wish you where here che ottengono scarsi risultati. L'anno dopo decide di mettersi in proprio. Fonda una propria casa discografica, la Total Control, con la quale pubblica il singolo You're the one for me che precede il grande successo di 19 (Nineteen). Visti i risultati ci prende gusto e continua sulla stessa strada con una serie di brani tra i quali spicca, nel 1986, il nuovo successo discografico di Don't waste my time affidato alla voce di Carol Kenion. Nuove polemiche suscita il brano Just for money nel quale utilizza, tra le varie voci, anche quella di Ronald Biggs, uno degli autori della rapina del treno postale Glasgow Londra. Parallelamente all'attività in proprio si diverte anche a produrre dischi di genere più scanzonato come Papa's got a brand new pigbag con lo pseudonimo di Silent Underdog.10 maggio, 2026
10 maggio 1978 - Basta coi manicomi!
La lunga lotta condotta dallo psichiatra Franco Basaglia contro i manicomi ottiene un primo, significativo successo. Egli sostiene che queste strutture siano dei veri e propri luoghi di reclusione, più che di cure delle malattie psichiche. Il 10 maggio 1978 viene approvata la legge n. 180 che abolisce le strutture manicomiali del nostro paese. Purtroppo però essa è destinata a restare in gran parte inattuata, soprattutto per la parte che riguarda i servizi territoriali di prevenzione, assistenza e cura delle malattie psichiche.09 maggio, 2026
9 maggio 1946 - Addio al re senza rimpianti
Il 9 maggio 1946 tra le migliaia di emigrati costretti a lasciare il loro paese per cercare fortuna all’estero c’è, ovviamente in condizioni ben diverse, anche la famiglia Savoia, cui gli italiani non hanno perdonato l’acquiescenza verso il fascismo, le inique leggi razziali e, soprattutto, lo sbandamento e l’ingloriosa fuga dopo l’8 settembre, che aveva lasciato allo sbando gran parte del paese, caduto nelle mani degli occupanti tedeschi. Proprio il 9 maggio 1946 Vittorio Emanuele III si imbarca sull’incrociatore Duca degli Abruzzi per andarsene in volontario esilio, dopo aver firmato l’atto di abdicazione in favore del figlio Umberto II, nell’estremo tentativo di salvare il destino della monarchia. Morirà un anno dopo ad Alessandria d’Egitto. Per l’istituzione monarchica non c’è, però, più niente da fare. Il 2 giugno si svolge il referendum istituzionale e il 54% degli elettori si pronuncia a favore della Repubblica. Umberto di Savoia lascia definitivamente l’Italia il 13 giugno partendo dall’aeroporto di Ciampino con destinazione Cascais, in Portogallo. Il 28 giugno l’Assemblea Costituente, con un gesto simbolico di riconciliazione tra le due fazioni che si sono confrontate con toni molto aspri nella campagna referendaria appena conclusa, elegge a capo provvisorio dello Stato un monarchico napoletano moderato, Enrico De Nicola.08 maggio, 2026
8 maggio 1899 - Jack Bland, il gelataio con l’hobby del banjo
L’8 maggio 1899 nasce a Sedalia, in Missouri, Jack Bland, uno dei personaggi più singolari del jazz del primo Novecento. Gelataio di professione e banjoista per diletto fa parte del nucleo originale dei Mound City Blue Blowers, il complesso novelty che Red McKenzie forma a St. Louis nel 1924. Con questo gruppo, nelle sue varie edizioni resta per parecchi anni. Cessata l’attività di gelataio, nel 1930 se ne va a New York dove ottiene scritture da vari gruppi. Nel 1932 partecipa alle sedute di registrazione dei Rhythm Makers. Nella Grande Mela dà vita anche a un proprio trio che tra il 1940 e il 1941 si esibisce al Billingsley Club. Nel 1942 passa con Marty Marsala e poi si unisce al gruppo di Art Hodes. Nel 1944 è di nuovo a capo di un proprio gruppo che suona al Club 51 di New York. Qualche anno dopo si stabilisce in California e, se si eccettua qualche occasionale apparizioni sulle scene di Los Angeles, si ritira a vita privata. Muore nel 1968.07 maggio, 2026
7 maggio 1997 – L’Italia riconosce il diritto alla riservatezza
«Se non lede il diritto di altri la mia vita privata è un fatto personale e riservato». Sembra una frase ovvia, ma per lungo tempo in Italia non è stato così. Solo il 7 maggio 1997 infatti il nostro paese si dota di una legislazione sulla tutela della privacy, cioè della vita privata e del diritto alla riservatezza dei cittadini. La nuova legge istituisce la figura del Garante con il compito di controllare e coordinare la raccolta e la diffusione dei dati personali per rispettare i diritti, le libertà fondamentali e la dignità delle persone. Il cittadino che ha il sospetto di essere stato schedato da enti pubblici o privati può chiedere al Garante di verificare se tale schedatura violi il suo diritto alla riservatezza. Non possono essere divulgati i dati personali che rivelano origini razziali ed etniche, convinzioni religiose e idee politiche. È vietato anche rendere pubblici i dati personali sulla salute e sulla vita sessuale, se non per finalità di prevenzione e di accertamento. Ugualmente vietato è l’utilizzo di dati e notizie del casellario giudiziario, con l’eccezione di rilevanti finalità pubbliche e sempre con il permesso del Garante.06 maggio, 2026
6 maggio 1880 - Jammo, jammo, 'ncoppa jammo, jà…
Il 6 maggio 1880 viene inaugurata la funicolare del Vesuvio, un mezzo di trasporto destinato a lasciare un segno anche nella storia della musica. Tutti conoscono l'aria e le parole di Funiculì funiculà, probabilmente la tarantella più famosa del mondo, ripresa anche da Richard Strauss nella sua Aus Italien. Pochi sanno però che si tratta di uno dei primi spot pubblicitari che la storia ricordi. La vicenda si svolge nel 1880 quando la "Thomas Albert Cook & Son" di Londra, che ha rilevato il pacchetto azionario dalla "Société anonyme du chemin del fer funiculaire du Vésuve", inaugura la funicolare vesuviana. L'inaugurazione avviene il 6 maggio, ma i napoletani non sembrano scomporsi più di tanto di fronte a questa meraviglia della tecnica. Un po' per il prezzo del biglietto, ma soprattutto per la diffidenza nei confronti della "carrozza 'e ferramenta", preferiscono continuare ad andare sul Vesuvio a cavallo del "ciuccio". In questa situazione il giornalista Peppino Turco scommette con gli amici che riuscirà a convincere i napoletani a usare la funicolare. Scrive di getto i versi destinati a restare immortali e li fa musicare dal compositore stabiese Luigi Denza. Presentata per la prima volta all’albergo Quisisana di Castellammare di Stabia, la canzone trionfa alla Piedigrotta del 1880. Il successo è incredibile. Nel giro di un anno lo spartito con il relativo testo viene venduto in milioni copie in tutto il mondo. La storia non racconta se i napoletani abbiano poi cominciato a utilizzare la funicolare, ma a Turco poco importava ormai della scommessa…05 maggio, 2026
5 maggio 1972 – Basta con i bombardamenti sul Vietnam! Hollywood sta con McGovern
I più ferventi maccartisti, all'epoca della "caccia al rosso", avevano più d'un sospetto che il cuore di Hollywood, e più in generale del mondo dello spettacolo statunitense battesse a sinistra. Non a caso si erano dati da fare per incarcerare e mettere fuori gioco decine e decine di artisti, sceneggiatori, soggettisti, musicisti e così via. La loro intenzione era sicuramente quella di rendere permanente la campagna, ma con il trascorrere degli anni anche lo zelo anticomunista dell'FBI e delle varie associazioni "patriottiche" si era progressivamente arrugginito. Alla fine degli anni Sessanta l'esplosione del movimento contro la guerra del Vietnam aveva fatto il resto. Nonostante tutto, però, la conferenza stampa convocata da un gruppo di artisti guidato dall’attore Warren Beatty sembra una pugnalata al cuore dell'America più legata alla tradizione e alla bandiera. Si svolge il 5 maggio 1972. Warren Beatty, a nome di un nutrito gruppo di personaggi del mondo dello spettacolo annuncia la sua decisione di tenere dodici spettacoli per raccogliere fondi a sostegno della campagna presidenziale di George McGovern, esponente dell'ala pacifista del Partito Democratico e sostenuto dai movimenti per i diritti civili. Tra gli attivi promotori di questa iniziativa ci sono Judy Collins, Mama Cass Elliot e Michelle Gillian dei Mama's & Papa's, Goldie Hawn e Jack Nicholson. La popolarità dei personaggi è da sola sufficiente ad attirare l'attenzione dei media sulla conferenza stampa del 5 maggio, ma i componenti del gruppo hanno in serbo una sorpresa più eclatante. Il primo a parlare è Warren Beatty che spiega la decisione di sostenere McGovern con l'intenzione di far cessare al più presto la guerra nel Vietnam. «Il nostro paese deve sospendere immediatamente i bombardamenti sul Vietnam del Nord. Adesso, subito! McGovern si è impegnato a prendere immediatamente questa decisione e noi lo sosteniamo. Utilizzeremo gli spazi che ci verranno concessi in tutto il periodo della campagna elettorale per mobilitare l'opinione pubblica contro la guerra che il nostro paese sta conducendo nel Vietnam». Alcuni giornalisti fanno notare come, forse, la loro determinazione rischi di essere più un problema che un aiuto per McGovern perché potrebbe allontanare il voto dell'elettorato più moderato. Per tutti risponde Judy Collins: «Volete sapere la verità? Non ci interessa poi tanto che McGovern arrivi primo. Quel che ci interessa è far finire i bombardamenti sul Vietnam». 04 maggio, 2026
4 maggio 1904 – Rolls e Royce si incontrano
Il 4 maggio 1904 due gentleman si incontrano nella hall del Midland Hotel di Manchester. Sono due persone molto diverse. Il più elegante si chiama Charles Stewart Rolls, è un aristocratico appassionato di auto con il pallino degli affari che ha la rappresentanza della Panhard a Londra. È lì per incontrare un ingegnere di eccezionale talento, di nome Henry Royce, di cui ha sentito tanto parlare. In giro si dice che produca automobili dotate di una qualità e un’affidabilità di gran lunga superiori a quelle delle altre marche esistenti e, soprattutto, rifinite con perizia fino nei più piccoli particolari. Il buon Rolls ha soltanto l’intenzione di acquistare una di quelle fantastiche automobili per soddisfare la propria vanità, ma il destino ha progetti diversi. Quello non sarà solo un incontro per decidere l’acquisto di un auto. Quando, al termine del colloquio, i due uomini si stringono la mano, hanno ormai posto le basi per la nascita di una casa automobilistica che porterà il nome di entrambi e lascerà un segno importantissimo nella storia dell’automobilismo mondiale. La storia della Rolls-Royce porta impressi i segni dell’eccellenza: record di velocità mondiali su terra, in acqua e in aria e modelli destinati a diventare uno dei simboli del prestigio di famiglie reali, capi di stato, attori, personaggi dello sport, artisti e capitani d'industria. Fin dall’inizio il segreto del successo della società è basato sulla costante ricerca dell'eccellenza sia dal punto di vista meccanico che da quello estetico. La leggenda racconta anche che il motto di Henry Royce fosse: «Tendi alla perfezione in tutto quello che fai. Prendi il meglio che c'è e miglioralo ancora. Se non esiste, progettalo». Poco importa se la frase sia stata davvero pronunciata o se sia, invece, farina del sacco di un geniale ufficio stampa. Quel che conta è che la filosofia della Rolls-Royce porta impresse proprio queste caratteristiche. Nel 1906 la prima vera Rolls Royce, la “Silver Ghost”, presentata al Salone di Parigi viene benedetta dai giornalisti specializzati come “La migliore auto al mondo”. Il pubblico resta colpito dalla sagoma imponente, con il radiatore a timpano dorico, mentre gli esperti restano strabiliati dal motore a sei cilindri con sistema di lubrificazione forzata capace di velocità vicine ai 100 Km/h. L’impostazione dell’azienda è già quella che caratterizzerà tutta la sua storia: diffidenza verso le esasperazioni tecniche ed estetiche e assistenza continua ai clienti per fidelizzarli nei confronti del marchio. La morte di Rolls, scomparso a soli 32 anni, in un incidente aereo non ferma la marcia della società che, sotto la direzione di Royce, continua sulla sua strada superando anche il parziale insuccesso della Twenty, un modello più economico del 1922. Nel 1925 la Phantom sostituisce la Ghost e ne rinnova il successo. Scomparso anche Royce l’azienda affronta gli anni Cinquanta e Sessanta con modelli d’intonazione classica e, soprattutto, con la Silver Shadow, la prima Rolls con la scocca portante. All’inizio degli anni Settanta un disastro finanziario provocato da varie disavventure del ramo aziendale che costruisce motori d’aereo, sembra chiudere definitivamente la storia del marchio che, in extremis, viene salvato dal provvidenziale intervento del governo britannico. Le conseguenze, però, si fanno sentire anche negli anni successivi e si sommano alla generale crisi dell’industri automobilistica, nonostante il buon successo di modelli come la Silver Spirit e la Silver Spur. Alla fine degli anni Novanta l’azienda subisce vari assalti da parte di case automobilistiche concorrenti che tentano di conquistare il prestigioso marchio. La spunterà BMW che, sulla base di un accordo siglato nel 1998, lascerà alla connazionale Volkswagen la produzione targata Bentley e terrà per sé la continuità del marchio Rolls Royce.03 maggio, 2026
3 maggio 1934 - Moustaki, il meteco
Il 3 maggio 1934 ad Alessandria d’Egitto nasce Yusef Mustacchi, destinato a diventare uno dei grandi cantautori europei del Novecento con il nome d’arte di Georges Moustaki. Figlio di tante culture, preferisce considerarsi le métèque, il meteco, il forestiero come lui stesso si definisce nell’omonima canzone che gli italiani hanno conosciuto con il titolo de Lo straniero. Conosce otto lingue, francese, arabo, ebraico, italiano, spagnolo, portoghese, inglese e greco, ma sostiene che la più importante, quella che gli ha consentito di comunicare con il mondo è la nona, cioè la musica. In lui convivono tutte le culture del Mediterraneo. Greco perché figlio di greci, ebreo per religione, egiziano per nascita, francese per destino e cosmopolita per animo, Moustaki ha fatto delle commistioni la sua scelta musicale e artistica. Nella sua carriera ha collezionato una serie impressionante di collaborazioni iniziando a scambiare note e atmosfere con altri artisti molti anni prima che questa pratica diventasse quasi una normale abitudine artistica nel mondo globalizzato. Pioniere delle moderne “contaminazioni” ha collezionato progetti comuni con cantanti e musicisti di ogni parte del mondo da Astor Piazzola a Mikis Theodorakis, da Francesco Guccini ad Antonio Carlos Jobim, da Bruno Lauzi a Henry Salvador, a Chico Buarque de Hollanda, a Ennio Morricone e a tantissimi altri. La sua ispirazione non si nutre solo di armonie e melodie, ma spesso chiede nuove parole e nuove atmosfere alle arti figurative e alla letteratura, un territorio nel quale si muove accompagnato dal suo “fratello di sangue” Jorge Amado perché «una bella canzone… nasce dallo scambio e dalla vicinanza con gli altri». In lui la tensione artistica e la ricerca continua coincidono in un’evoluzione artistica che è cominciata negli anni Cinquanta e dopo mezzo secolo non si è ancora fermata. Yussef Mustacchi, figlio di Nessim e Sarah, due ebrei greci originari dell’Isola di Corfù, nasce il 3 maggio 1934 ad Alessandria d’Egitto dove i suoi genitori gestiscono una libreria. Come ha avuto modi di dire lui stesso, fin da piccolo capisce che il mondo è complesso. Quando gioca nelle strade con i coetanei parla arabo, in casa un po’ di greco e anche italiano visto che una zia un po’ originale si esprime solo in questo idioma e si rifiuta di parlare greco per scelta personale. Siccome poi frequenta le scuole della comunità francese la sua conoscenza linguistica si arricchisce ancora di più. La scuola però non si limita a regalargli una lingua in più ma lo fa entrare in un mondo nuovo che gli tocca il cuore. Affascinato dalla letteratura e dagli chansonnier francesi nel 1951, dopo essersi diplomato va a Parigi per una breve vacanza e scopre di non aver più voglia di tornare a casa. Nel capoluogo francese sbarca il lunario con lavori occasionali e impara a suonare la chitarra che gli ha mandato sua madre dall’Egitto. Strimpella e scrive qualche canzone cercando di fare il verso a Georges Brassens, che ha ascoltato per la prima volta al Trois Baudets. Proprio Brassens lo incoraggia a continuare, gli dà qualche consiglio e alcuni indirizzi utili. Il giovane Yussef decide che il suo nome d’arte sarà Georges in omaggio allo chansonnier che per primo gli ha dato una mano mentre il complicato Mustacchi diventa Moustaki, più semplice da pronunciare per un francese. Nel 1954 incontra anche Henri Salvador che per primo porta al successo una canzone con la sua firma: Il n’ya plus d’amandes. Nel 1958 Georges Moustaki incontra Henri Crolla, uno dei personaggi chiave della scena musicale parigina di quel periodo, compositore di brani portati al successo da Yves Montand, Colette Renard e Barbara. Proprio Crolla gli presenta Edith Piaf. Tra i due è amore a prima vista e non solo sul piano professionale. Proprio per la Piaf nello stesso anno scrive canzoni come Eden blues o Le gitan et la fille. Il rapporto tra i due è burrascoso e alterna momenti di grandi intensità emotiva con liti improvvise seguite da altrettanto impreviste riappacificazioni. Il giovane segue la cantante in tutte le sue tournée e vive a stretto contatto con il suo entourage. Proprio insieme a Marguerite Monnot, l’inseparabile pianista, compositrice, amica e confidente di Edith Piaf nel 1959 scrive Milord, una canzone destinata a trasformarsi in uno dei più grandi successi internazionali dell’Usignolo di Francia. Proprio il successo del brano rende Moustaki uno degli autori più richiesti della scena musicale francese degli anni Sessanta e le sue composizioni finiscono nel repertorio di cantanti come Yves Montand, Colette Renard, Henri Salvador, Tino Rossi e Barbara solo per citarne alcuni. Se come autore gode di grande considerazione, come interprete fatica a imporsi nonostante la Pathé Marconi abbia pubblicato un paio di suoi dischi a quarantacinque giri. Nel 1961 dopo che la storia d’amore con la Piaf è finita male si trasferisce sull’isola di Saint-Louis a Parigi e inizia a lavorare al suo primo album che contiene qualche brano già conosciuto per essere stato interpretato da altri, un paio di canzoni già pubblicate in singolo e un buon numero di inediti. Quando l’album arriva nei negozi viene accolto tiepidamente dal pubblico. Nel 1966 incontra l’attore Serge Reggiani, che è intenzionato a debuttare anche come cantante. Moustaki scrive per lui brani di successo come Sarah, Votre fille a vingt ans, Ma liberté e Ma solitude. Nello stesso anno propone alla sua casa discografica un brano a cui tiene molto. È intitolato Le métèque, ma gli “esperti” pensano che non valga granché e glielo restituiscono. Nel 1968 inizia a tirare un’aria diversa, più favorevole anche al Moustaki interprete. In quell’anno infatti scrive per Barbara La dame brune, uno dei più bei pezzi del repertorio della cantante, che lui stesso canta in duo con lei in un tour che tocca anche l’Olympia. Proprio nel corso di questa tournée accade un episodio decisivo. A Mulhouse Barbara viene colta da una improvvisa indisposizione pochi minuti prima di salire sul palco. Mentre il pubblico rumoreggia gli organizzatori chiedono Georges Moustaki di esibirsi al posto della cantante. L’accoglienza calorosa degli spettatori fa capire che i tempi sono davvero cambiati. Nel 1969 finalmente registra Le métèque il brano che gli regala la grande popolarità internazionale e, per sfruttare il buon momento, un album che contiene versioni personalissime di brani come Ma solitude o Joseph, destinati a restare per anni nella sua scaletta dal vivo. Il grande successo è arrivato. Nel 1970 vince il Grand Prix della Académie Charles-Cros. e sale sul palco del Bobino per uno spettacolo che verrà poi pubblicato nell’album Bobino ’70. Le métèque gli regala la fama ma non ne condiziona il successivo percorso musicale. Moustaki non accetta di restare prigioniero di un brano né di un periodo. Il suo personaggio da garbato anticonformista, la sua voce quasi colloquiale, la sua capacità di fondere esperienze artistiche molto diverse sono gli elementi principali di una longevità artistica segnata da più di venti album, migliaia di concerti in luoghi diversi, dalla Carnegie Hall di New York alle Università occupate, dalle grandi piazze delle capitali d’Europa agli angusti locali del Folkclub di Roma. Georges Moustaki è la dimostrazione di come si possa lasciare un segno importante sulla scena musicale senza mai alzare la voce. L’aveva capito bene Leo Ferré che gli diceva «tu sussurri le stesse cose che io grido», ironizzando su quell’aria precoce da profeta che gli era stata regalata anche dal precoce imbianchimento della barba e dei suoi capelli lunghi. Nel 1996 la Francia lo insignisce dell’onorificenza di Commandeur des Arts et Lettres e la televisione trasmette uno speciale sulla sua vita. Tra anni dopo l’Unesco lo inserisce nel prestigioso elenco degli Artisti per la Pace. Lui ringrazia ma non si esalta. I troppi consensi sembrano spaventarlo ancora dopo tanti anni e le folle osannanti non gli scaldano il cuore perché «…quando hai di fronte a un milione di persone provi un’emozione grande, ma cerebrale perché non le vedi. Quando ne hai poche decine, invece, li guardi tutti negli occhi e loro guardano te, non c’è paragone…» Muore a Nizza il 23 maggio 2013. 02 maggio, 2026
2 maggio 1898 - Ester Clary, la canzonettista che abbandona il palco per amore
Il 2 maggio 1898 nasce a Salerno Ester Palumbo, destinata a diventare una canzonettista popolarissima con il nome d’arte di Ester Clary. A sei anni comincia a studiare pianoforte con vari maestri e successivamente continua gli studi fino a diplomarsi al conservatorio San Pietro di Majella di Napoli. Ricca di talento musicale riceve anche lezioni di canto da Ernesto De Curtis. Proprio lui, colpito dalle sue qualità, la convince a debuttare a soli diciannove anni al teatro Umberto di Napoli affidandole il suo celebre brano Ah ll'amore che fa ffa'. Il successo del debutto le regala una lunga serie di scritture che la portano a esibirsi nei principali teatri italiani e stranieri. Dotata di una voce potente sorrette da una tecnica raffinata è la prima interprete di brani come Napule ca se ne va e Canzone d'addio, destinati a diventare dei classici della storia della canzone italiana. Tra i suoi successi ci sono anche I' te vurria vasà, Nun so’ geluso e L'addio. Nel 1929, all’apice del successo e della popolarità, vive un’intensa storia d’amore con un ufficiale che sposa e per il quale abbandona le scene.
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