31 marzo, 2017

31 marzo 1967 – Brucia la chitarra di Hendrix

Che cos'è un "package tour"? È una sorta di "offerta speciale" per il pubblico che mette insieme artisti diversi sullo stesso palco. Il 31 marzo 1967 all'Astoria Theatre di Londra, in Finsbury Park fa il suo debutto un "package tour" con un pacchetto di artisti che sembra compilato appositamente per attrarre spettatori di ogni tipo e gusto. In una sorta di azzardata compilation, infatti, si alternano sul palco i Walker Brothers, il re del pop melodico Engelbert Humperdinck, il cantautore Cat Stevens non ancora convertitosi all'Islam e Jimi Hendrix con gli Experience. Una tale mescola di stili e generi musicali oggi farebbe accapponare la pelle, ma in quel periodo non è dissimile da altri "package". È comunque certo che nessuno ricorderebbe quello spettacolo se Hendrix non l'avesse marchiato a fuoco, non solo per modo di dire. Fin dalle prime battute il chitarrista, da pochi mesi trasferitosi in Gran Bretagna alla corte di Chas Chandler, l'ex chitarrista degli Animals suo scopritore, estimatore e manager, fatica a reprimere la noia per quanto accade sul palco. Jimi detesta i tempi contingentati di quel genere di spettacolo e, ancor di più, non sopporta la superficialità con la quale il pubblico digerisce tutto. Quando sale sul palco è teso come un elastico. Mentre il basso di Noel Redding e la batteria di Mitch Mitchell pompano blues a tutta forza, Hendrix impressiona per il suo modo di trattare la chitarra. Spinge al massimo il volume degli amplificatori, lavora sulla distorsione del suono e introduce cacofonie mai ascoltate prima. Di fronte a tanta forza gli spettatori sono divisi. C'è chi si lascia catturare dal suo carisma trascinante e chi manifesta a gran voce il suo disappunto. Jimi, sul palco, non si cura di nulla. La sua attenzione principale è concentrata sulla chitarra. Ne sfrega le corde contro l'asta del microfono, la stimola, la maltratta, la avvicina alla bocca e inizia a suonarla con i denti. Quando l'ultimo brano sta per finire appoggia la chitarra per terra, si inginocchia e le dà fuoco. La fiammata sembra avvolgerlo. Jimi si alza e guarda emozionato il suo strumento che brucia mentre gli amplificatori ne rimandano l'ultima lancinante distorsione. Poi si alza e se ne va. Il pubblico non s'è accorto, ma le sue mani sono state investite dalla prima fiammata. Rientrato tra le quinte dovrà essere accompagnato all'ospedale per essere medicato. Il "numero" della chitarra bruciata diventerà un classico delle sue esibizioni.

30 marzo, 2017

30 marzo 1962 – Jack Purvis, il trombettista rapinatore

Il 30 marzo 1962 muore a San Francisco, in California, il cinquantacinquenne trombettista Jack Purvis, uno dei personaggi più eccentrici della storia del jazz. Nato a Kokomo, nell'Indiana, impara a suonare la tromba fin da bambino e a quindici anni si esibisce con varie band della sua zona. Successivamente se ne va a Lexington, nel Kentucky dove viene ingaggiato dalla Original Kentucky Night Hawks. A soli vent'anni fa parte dell'organico della big band di Walter Kaufman e, dopo una breve esperienza con gli ensemble di George Cahart e Hal Kemp, nel 1930 entra nella formazione dei California Ramblers. Irrequieto come tutti i grandi strumentisti gira tra i vari gruppi e occasionalmente si esibisce come quarta tromba nella grande orchestra di Fletcher Henderson. A partire dal 1933 sembra aver trovato finalmente un approdo stabile con la band di Charlie Barnet e un lavoro fisso negli studi della Warner Bros, ma è soltanto un'illusione. Due anni dopo, tentato dall'idea di mettersi in proprio, forma un quartetto con il quale si esibisce a lungo al Club 18 di New York. Chiusa anche questa parentesi torna a vagabondare tra varie orchestre, tra cui quella di Joe Hymes e John Wynn. Si incarica la sorte di frenare la sua irrequietezza. Nel 1937 viene arrestato per rapina a El Paso, nel Texas, e condannato a dieci anni di carcere senza alcuna attenuante. Li sconta tutti, ma non smette di suonare, anzi il periodo carcerario finisce per rappresentare la più lunga esperienza artistica della sua vita. Forma un'orchestra di detenuti, i Rhythm Swingsters, di cui è direttore, arrangiatore, pianista e trombettista e a partire dal 1938 ottiene l'autorizzazione a trasmettere con regolarità i propri concerti dalla prigione sui canali di una emittente radiofonica. Quando, nel 1947, torna libero decide di chiudere con la musica. Se ne va in Florida e trova un impiego come pilota civile in una piccola compagnia aerea. Da quel momento se ne perdono le tracce. Le sue vicende di quegli anni, compresa la data della morte, sono state ricostruite dagli storici in un periodo successivo. Nel 1949, perso l'impiego come pilota, si adatta a fare il carpentiere a Pittsburg prima di imbarcarsi, come cuoco di bordo, su una nave in partenza da Baltimora. Sulla sua vita non mancano le leggende. La più suggestiva è quella di un hawaiano che giura di averlo visto suonare il Volo del calabrone alternando tromba e trombone in un locale di Honolulu.

29 marzo, 2017

29 marzo 1985 – Il suicidio di Suor Sorriso

Il 29 marzo 1985 l'ex suora cantante Jeanine Deckers e la sua compagna Annie Pescher scelgono di darsi insieme la morte. La notizia, pubblicata da tutti i giornali europei e statunitensi riporta all'attenzione della cronaca la vicenda di Suor Sorriso e delle sue canzoni, uno dei fenomeni più straordinari della musica pop all'inizio degli anni Sessanta. In quel tempo Jeanine è una suora del convento di Fichermont, in Belgio, con il nome di Luc Gabriele. Oltre a insegnare ai giovani studenti che frequentano la scuola del convento, si diletta a suonare la chitarra e a comporre canzoni. Nel 1961 ha ventotto anni e, spinta dall'esuberanza giovanile dei suoi studenti, si fa convincere a registrare i suoi brani negli studi di una casa discografica. Non ha l'assenso della Madre Superiora e non lo chiede nemmeno, temendo un rifiuto. Al tecnico che chiede quale nome debba scrivere sul materiale registrato lei dichiara di chiamarsi "Soeur Sourire" (Suor Sorriso). Il gioco di complicità con i suoi studenti finisce lì, e l'episodio è ormai dimenticato quando nel 1963, due anni dopo viene pubblicata in singolo la sua Dominique, una canzone dedicata all'ordine delle Dominicane di cui fa parte. Il successo è immediato e straordinario, tanto che in breve tempo viene immesso sul mercato anche un album con tutte le canzoni registrate dalla suora canterina. Sulla copertina dei dischi destinati al mercato europeo c'è il nome di Suor Sorriso, mentre su quelli per gli Stati Uniti il nome cambia in The Singing Nun (la suora canterina). Proprio negli States diventa la prima interprete femminile con album e singolo contemporaneamente al primo posto della classifica. Con la notorietà, per la piccola suora iniziano i guai tanto che, il 6 gennaio 1964, può cantare in diretta dal suo convento davanti alle telecamere dell'Ed Sullivan Show solo dopo che l'intervento del Vescovo ha vinto le resistenze della Madre Superiora. Nel 1966 Debbie Reynolds porta la sua storia sugli schermi. L'ambiente del convento, le proibizioni e le gelosie suscitate dalla sua popolarità finiscono, però, per cambiarle definitivamente la vita. Non riuscendo a resistere alle pressioni, nella seconda metà degli anni Sessanta suor Luc Gabriele lascia gli abiti religiosi, abbandona il convento e recupera il suo vero nome cercando di vivere la sua vita lontano dai riflettori. La storia di Suor Sorriso si conclude però in quel tragico 29 marzo 1985 quando, insieme alla sua compagna Annie Pescher, si accorge di non avere più la forza di vivere.

27 marzo, 2017

28 marzo 1964 – Mods contro Rockers

Il 28 marzo 1964 inizia a Clayton, in Gran Bretagna, uno dei più accesi e violenti confronti tra bande giovanili che la storia ricordi. Da tempo i Mods e i Rockers, i due gruppi principali nei quali si dividono i ragazzi britannici, si sono dati appuntamento nella cittadina balneare per regolare definitivamente la lunga lista di conti aperti. La polizia non ha dato gran peso alla notizia e si è limitata a raccomandare prudenza e vigilanza ai propri agenti in servizio nella zona. Già nella serata del 27 marzo la località scelta per la resa dei conti assiste all'arrivo, con ogni mezzo, di gruppi di giovani attribuibili fin dal primo colpo d'occhio a uno dei due gruppi. I Mods e i Rockers, infatti, sono bande giovanili che vivono e si vestono in modo estremamente differente tra loro. I Mods, pur essendo in gran parte composti da giovani studenti e operai, arrivano da zone dove si respira un clima di benessere piccolo borghese, soprattutto da Londra e dal meridione dell’Inghilterra. Amano la “pillola blu”, come viene chiamata in gergo l'amfetamina e sono vestiti in modo inappuntabile con parka, giacche di velluto a coste, camicie e pantaloni larghi. La cura dell'abbigliamento si accompagna a una ostentata cura della persona, con capelli corti o moderatamente lunghi e ben curati. Si muovono in gruppo guidando scooter, soprattutto Lambrette, personalizzate con un numero incredibile di fari. Detestano il vecchio rock and roll, al quale preferiscono il soul della Motown e il rhythm and blues. Tra i gruppi britannici preferiti dai Mods ci sono gli Who e gli Small Faces, per il loro rock accelerato e amfetaminico. I Rockers, invece, provengono dai quartieri poveri della capitale e dall'Inghilterra settentrionale. Girano su rumorose e antiquate motociclette, hanno i capelli lunghi e incolti o corti e impomatati di brillantina e indossano jeans con giubbotti di pelle. Amano il rock and roll delle origini, i Kinks di You really got me e, soprattutto, i Beatles che considerano «sporchi rocker di un rumoroso porto industriale» come scrive il cantante e giornalista Mick Farren. I primi scontri tra le due bande avvengono nel primo pomeriggio del 28 marzo e sono violentissimi, mentre la polizia, vista la gravità della situazione, chiede rinforzi. Per due giorni i giovani combatteranno su due fronti: da un lato Mods contro Rockers e dall'altro le due bande insieme per liberare i giovani fermati e rinchiusi nei cellulari. Il bilancio finale sarà di un numero incalcolabile di contusi e feriti e di centinaia di fermati.

27 marzo 1981 – Esce il primo singolo dei Tenpole Tudor

Il 27 marzo 1981 in Gran Bretagna viene pubblicato Swords of a thousand men, che segna il debutto discografico in singolo dei Tenpole Tudor poco tempo dopo l'uscita del loro primo album Eddie, Old Bob, Dick & Gary. Il leader della band è una vecchia conoscenza, uno dei sopravvissuti del punk britannico. Si chiama Eddie Tudorpole ed è un eclettico personaggio con all'attivo una lunga collaborazione con i Sex Pistols evidenziata dalla sua partecipazione al film sulla band "The great rock 'n' roll swindle". Non è un tipo marginale visto che di quel film ha composto, insieme a Steve Jones e Paul Cook, il tema principale. In realtà è stato una sorta di membro aggiunto dei Sex Pistols. È sua, infatti, la voce che canta Who killed Bambi sul retro del singolo Silly thing. Grazie all'amicizia che lo lega agli alfieri del punk ha anche pubblicato due brani a suo nome senza grandi risultati. Quando cambiano i tempi la sua storia personale diventa un'attrazione. Diffusa ad arte dal marketing della casa discografica Stiff è considerata suficiente a creare attenzione e attesa intorno al debutto discografico della sua nuova band. La formazione dei Tenpole Tudor, comunque, è tutt'altro che improvvisata visto che oltre a Eddie ci sono anche il batterista Gary Long, il chitarrista "Old" Bob Kingston e il bassista Dick Crippen, tutta gente che se la cava egregiamente con i propri strumenti. Mentre l'album fatica a farsi largo nelle classifiche di vendita proprio il singolo The swords of a thousand men fa decollare i Tenpole Tudor che si ripetono qualche mese dopo con Wunderbar. Sulla vita della band pesa però la perenne insoddisfazione e l'irrequietezza di Eddie che dopo il modesto singolo Throwing my baby out with the bathwater aggiunge alla formazione il chitarrista e percussionista Munch Universe. Non sono tempi facili per il gruppo. Da un lato la critica li sollecita a "dare di più" e dall'altro le continue baruffe tra il leader e gli altri componenti rendono decisamente difficile la coesistenza interna. Nonostante la buona accoglienza riservata dal pubblico al secondo album Let the four winds blow Eddie finirà per sciogliere la formazione, intenzionato a percorrere strade diverse più vicine al jazz e allo swing, mentre Crippen, Kingston e Long continueranno per un po' con il nome di Tudors. Verso la metà degli anni Ottanta Eddie si dedicherà alla televisione, ai musicals e al cinema, partecipando a film come "Absolute beginners", "Walker" e "Straight to hell". Colto da nostalgia nel 1989 finirà per riformare, senza grandi risultati, i Tenpole Tudor.


25 marzo, 2017

26 marzo 1952 – Paolo Damiani, un contrabbasso con i fiocchi

Il 26 marzo 1952 nasce a Roma il contrabbassista Paolo Damiani. Laureatosi in architettura presso l'Università di Roma, approfondisce lo studio del contrabbasso, dell'armonia e della composizione con Bruno Tommaso. Dal 1974 con Martin Joseph, Eugenio Colombo e Michele Iannacone fonda il quartetto Strutture di Supporto. Considerato uno dei più promettenti strumentisti della sua generazione si fa notare durante un corso di perfezionamento tenuto da Giorgio Gaslini a Venezia nel 1976 e viene chiamato a far parte stabilmente del sestetto diretto da quest'ultimo. La collaborazione si protrarrà sino al 1979. Non rinuncia però ad altre avventure in jazz come quella con il trio di Gianluigi Trovesi o con i gruppi di Danilo Terenzi e di Giancarlo Schiaffini. Proprio Schiaffini lo vuole con lui nell’esecuzione della favola musicale “I 7 Corvi”. Nel 1978 è tra i componenti dell’orchestra UER (Unione Europea di Radiodiffusione) esibitasi a Perugia sotto la direzione di Giorgio Gaslini. Anche la musica contemporanea rientra tra i suoi interessi. In questo campo collabora con musicisti come Albert Mangelsdorff, Manfred Schooff, Giancarlo Schiaffini e Billy Higgins. Tra le sue innumerevoli imprese c’è anche la partecipazione alla fondazione della Scuola Popolare di Musica di Testaccio. Nel 1979 viene chiamato a insegnare contrabbasso jazz al conservatorio Giuseppe Verdi di Milano. Tra i personaggi più attivi del panorama musicale italiano non sempre ha ottenuto i riconoscimenti che la sua classe e la sua preparazione meritavano.




25 marzo 1981 – La Contiana di Sanremo

Il 25 marzo 1981 il Club Tenco organizza una sorta di 24 ore non-stop in onore di Paolo Conte dal curioso titolo di "Contiana". Si tratta del primo, importante, riconoscimento nei confronti del lavoro di questo cantautore nato ad Asti il 6 gennaio 1937. Dopo aver fatto parte di vari gruppi astigiani pubblica nel 1962 il suo primo album jazz, The italian way to swing, con il Paul Conte Quartet nel quale lui suona il vibrafono e suo fratello Giorgio la batteria. Negli anni successivi viene scritturato dal Clan Celentano cui presta la sua vena compositiva a partire dal 1967 quando scrive Chi era lui un brano dedicato a Gesù Cristo che passa quasi inosservato. Il rapporto con Celentano continua e decisamente meglio gli va con l'antidivorzista La coppia più bella del mondo e soprattutto con Azzurro, una marcetta destinata a restare nella storia della musica leggera italiana. Nello stesso periodo la sua genialità percorre anche altre strade con brani come Insieme a te non ci sto più per Caterina Caselli o Mexico e nuvole per Enzo Jannacci. Nel 1972 sembra aver ormai deciso di chiudere con la musica per dedicarsi a tempo pieno alla professione di avvocato, ma non è così. Un anno dopo è già alla ricerca di nuovi interpreti per una lunga serie di brani composti nel frattempo. Dopo un lungo peregrinare si fa convincere dal Lilli Greco della RCA a interpretare direttamente le sue canzoni. È l'inizio, per la verità poco convinto, del sorprendente e tardivo exploit del cantautore astigiano. Il suo secondo album, intitolato come il primo Paolo Conte vince il Premio nazionale della critica discografica. Nel 1976 canta per la prima volta dal vivo sul palcoscenico del teatro Ariston di Sanremo in occasione del premio Tenco. Non si fermerà più, anche perché il pubblico non farà mai mancare il suo sostegno a questo strano cantautore che narra di strani paesi esotici, con la voce roca da pianista di night e con musiche di chiara derivazione jazzistica. Il 25 marzo, quando il Club Tenco organizza la "Contiana", la sua popolarità sta per varcare i confini d'Italia e conquistare la Francia, paese nel quale, qualche tempo dopo, terrà due lunghe tournée culminate in una lunga serie di concerti all'Olympia di Parigi. Ormai considerato uno dei grandi della canzone d'autore, Paolo Conte continuerà a scrivere canzoni che, come i libri di Salgari, regaleranno sogni a poco prezzo dal sapore di poesia raccontando luoghi mai visti e avventure mai vissute.


24 marzo, 2017

24 marzo 1974 – Con i Ramones nasce il punk rock

Fumo, urla e grida caratterizzano un locale "difficile" come il Performance Studio di New York, uno dei covi della musica alternativa della città. Il 24 marzo 1974, accolti da ululati e fischi, si presentano sul palco quattro ragazzi di Forest Hill. Sembrano uguali e indistinguibili tra loro: capelli lunghi lisci e neri, jeans blu, t-shirt bianca e un paio di impenetrabili occhiali neri. Sono i Ramones, dicono di essere cugini e di avere in comune il cognome Ramone. Ovviamente non è vero. Il nome del gruppo è preso a prestito da Phil Ramone, uno degli pseudonimi utilizzati da Paul McCartney e l'unica cosa che li accomuna è la provenienza dallo stesso quartiere di Forest Hill. Il cantante Joey Ramone si chiama in realtà Jeffrey Hyman, il chitarrista Johnny Ramone è l'ex Sniper Johnny Cummings, il vero nome del bassista Dee Dee Ramone è Douglas Colvin mentre dietro allo pseudonimo di Tommy Ramone si nasconde l'ungherese Thomas Erdelyi. La loro esibizione del 24 marzo è devastante e lascia senza fiato anche un pubblico difficile come quello del Performance: volume al massimo e brani a ritmo tiratissimo che durano il breve spazio di un respiro. La band resta immobile sul palco per tutto il tempo con il chitarrista e il bassista schierati ai lati del cantante. Nessuna parola viene sprecata tra un brano e l'altro che si susseguono senza presentazione. I turbolenti frequentatori del Performance assistono scioccati a un'esibizione che non ha precedenti e che verrà successivamente ricordata come la nascita del punk rock. Tra il pubblico è presente il giornalista Danny Field che, per primo, intuisce le potenzialità del gruppo e ne diventa il manager. In breve tempo diventano la bandiera dei giovani emarginati delle metropoli statunitensi e dopo la devastante esibizione Summer Rock Festival del 1975 vengono scritturati dalla Sire Records. Nel febbraio del 1976 pubblicano il primo album Ramones, registrato in soli tre giorni, che pur non riuscendo a sfondare sul piano delle vendite diventa un successo nel circuito alternativo. L'anno dopo il neonato movimento punk adotta come inno la loro Sheena is a punk rocker. Marginali per scelta resteranno fedeli alla loro immagine anche dopo la fine della breve fiammata del punk. Nel 1979 parteciperanno al film "Rock 'n' Roll High School" interpretando se stessi. Sempre in bilico tra scioglimenti annunciati e clamorosi rientri sopravviveranno, con vari cambiamenti di formazione, al passare delle mode, senza mai perdere l'antico smalto. Solo la morte di Joey Ramone chiuderà per sempre la loro storia.


23 marzo, 2017

23 marzo 1953 – Chaka Khan, l'attivista soul delle Black Panthers

Il 23 marzo 1953 a Great Lakes, una cittadina nei dintorni di Chicago, nell'Illinois, nasce Yvette Marie Stevens, la futura Chaka Khan. A dodici anni inizia a cantare nei locali della sua zona e successivamente canta con gruppi vocali come le Crystalettes o le Shades Of Black. A sedici anni incontra il Black Panthers Movement e ne resta affascinata. Al momento del suo inserimento nella struttura organizzativa del movimento le viene assegnato il nome di battaglia di Chaka Khan. Nel 1972 diviene la cantante dei Rufus, sostituendo Paulette McWilliams. Ben presto la sua personalità si impone anche all'interno del gruppo che nel 1978 inizia a chiamarsi Rufus and Chaka Khan. Nello stesso anno pubblica Chaka, il suo primo album da solista e l'esplosivo singolo I'm every woman che la trasforma in una star della Black Music. Il successo non le fa abbandonare la militanza nelle Pantere Nere. Non vede alcuna contraddizione tra l'esibirsi su un palcoscenico e la costruzione di una società diversa. Anzi, insieme al movimento di cui fa parte decide una strategia finalizzata a sfruttare la sua popolarità per diffondere le idee delle Black Panthers e per promuovere le campagne di aiuto e di assistenza agli emarginati dei quartieri neri. Nel 1979 lascia definitivamente i Rufus e l'anno dopo pubblica Naughty, un album dal quale vengono estratti altri due singoli di successo come Papillon e Clouds. Sempre nel 1980 il suo tour statunitense è costellato da numerosi episodi di isteria collettiva da parte di un pubblico che vede in lei, oltre che la cantante di successo, la donna impegnata per il riscatto della popolazione nera. Nel 1984 lo straordinario successo commerciale dell'album I feel for you viene premiato da ben due dischi di platino, mentre molti artisti bianchi fanno la fila per poter ottenere la sua collaborazione. Inizialmente restia a confondere le sue strade con altri progetti artistici, nel 1986 accetta, però di cantare con Robert Palmer in Addicted to love e Steve Winwood in Higher love. Due anni dopo realizza quello che da molti è considerato il suo insuperato capolavoro: CK, un album coprodotto da Prince, per il quale lavorano alcuni giganti della musica nera come Stevie Wonder, Bobby McFerrin e Dave Grusin. Le Black Panthers non ci sono più e sono ormai un ricordo del passato, ma l'impegno di Chaka Khan contro la discriminazione e l'emarginazione non cambia. A chi la interroga sull'argomento risponde: «Ci sono idee e speranze che porti nel cuore per tutta la vita, perché esistevano prima di te e continueranno a esistere anche dopo. È forse per questa ragione che vale la pena di vivere per un'ideale».


22 marzo, 2017

21 marzo 1978 – Roxanne, una canzone offensiva per la BBC

Il 21 marzo 1978 i Police, una band composta da Sting, Stewart Copeland e Andy Summers, che da poco ha sostituito il chitarrista Henry Padovani, fanno ascoltare per la prima volta Roxanne, un brano in cui credono molto, a quello che considerano un po' il loro grande protettore: Miles Copeland, proprietario dell'etichetta Illegal Records, che ha pubblicato, senza grande fortuna, il loro primo singolo Fall out. Copeland ascolta in silenzio quella strana mescola di reggae, punk e funky e alla fine s'accende d'entusiasmo: «Ragazzi, questa non è musica, è dinamite pura! Un distillato di nitroglicerina! Fatemi fare un paio di telefonate, ci risentiamo domani». Il giorno dopo i Police si ritrovano tra le mani un'allettante proposta contrattuale pronta da sottoscrivere con la A&M Records, una delle major più disponibili a lanciare nuovi artisti. Miles si è reso conto di non poter sostenere con la sua piccola etichetta un gruppo dalle grandi potenzialità e si è dato da fare, autonominandosi "manager" del trio. In una sola notte ha convinto i dirigenti della A&M e ora alla band non resta che accettare. Il contratto è vantaggioso e prevede un forte impegno promozionale, oltre al lancio della band anche sul mercato statunitense. I Police firmano e il singolo viene registrato a tempo di record. Il 7 aprile è pronto per essere distribuito. Tutto a posto? No. A spegnere gli entusiasmi arriva un'improvvisa doccia fredda: la BBC decide di non dare il nulla osta alla diffusione radiofonica e televisiva di Roxanne perché il testo «rischia di offendere la sensibilità degli ascoltatori». Di fronte a questo atto di censura i Police cercano di difendersi e Sting arriva addirittura a scrivere una lettera all'emittente britannica cercando di spiegare il testo ai cocciuti censori e chiedendo di poter difendersi in contraddittorio. Gli sforzi risultano tutti vani: la BBC non cambia decisione. Roxanne diventa così un fenomeno "underground" e non riesce ad andare oltre la ristretta cerchia degli appassionati cercatori di novità. Il timore della band è che l'incidente provochi la rescissione del contratto con la A&M, come tutte le major non troppo disposta a coinvolgere il proprio marchio in situazioni del genere. Nonostante le preoccupazioni, però, non succede niente. L'etichetta non molla un gruppo che considera una "gallina dalle uova d'oro" e sei mesi dopo, passata la bufera, immetterà sul mercato l'album Outlandos d'amour, il primo grande successo internazionale dei Police.

20 marzo, 2017

22 marzo 1978 – All you need is cash

Il 22 marzo 1978 sugli schermi televisivi degli Stati Uniti va in onda, a cura dell’NBC, uno show televisivo intitolato "All you need is cash" (Tutto ciò di cui hai bisogno è denaro contante), un'evidente presa in giro della beatlesiana All you need is love (Tutto ciò di cui hai bisogno è amore). Ne sono interpreti quattro strumentisti che fanno il verso ai Beatles oltre che sul piano musicale, nei gesti, negli atteggiamenti, nelle acconciature e nell'abbigliamento. Si chiamano Rutles e hanno pubblicato un album che nelle note di copertina non aggiunge alcuna notizia al loro nome. Prodotto dalla Warner è accompagnato da un'infinita serie di fotografie identiche, salvo che per i volti, a quelle che hanno sottolineato i momenti salienti della storia dei Beatles. Anche i nomi dei componenti sembrano nati dalla penna di un umorista: Ron Nasty, Stig O'Hara, Dirk McQuickly e Barry Wom. Lo show "All you need is cash" si rivela una feroce satira nei confronti di quelli che sono i luoghi comuni sulla band di Liverpool. Ne ripercorre le tracce e ne mette alla berlina le esagerazioni. La ricostruzione televisiva è resa ancor più verosimile dalla presenza di personaggi "veri" come Paul Simon e Mick Jagger nella parte di se stessi nonché di un divertito George Harrison che compare sotto mentite spoglie. L'elemento più stuzzicante è costituito, però, dalle canzoni ricalcate, anche nei titoli, su quelle di Lennon e McCartney, la cui esecuzione fa pensare che dietro agli pseudonimi dei quattro interpreti ci sia una band di veri professionisti. Per esigenze di produzione sulla vera identità dei finti Beatles viene tenuto per un po' il segreto, mentre circolano le ipotesi più azzardate e, qualche volta, strampalate. Alla fine i quattro burloni rivelano le loro vere identità. Ron Nasty è, in realtà Eric Idle, uno dei componenti dei "Monty Phyton", maestri britannici della comicità demenziale. Dietro ai panni di Stig O'Hara c'è Ricky Fataar, già componente dei Beach Boys, mentre il nome di Dirk McQuickly nasconde John Halsey, già batterista di Roy Harper e dei Patto. Barry Wom, infine, è Neil Innes, uno dei componenti storici della Bonzo Doo Dah Band. Svelato lo scherzo i quattro tornano alle loro precedenti occupazioni anche se la registrazione dello show "All you need is cash" finirà per fare il giro del mondo, unitamente all'album The Rutles e ai rifacimenti delle "foto storiche". Tutto diventerà merce pregiata per i collezionisti.


20 marzo 1993 – Snow, un disco d'oro in carcere

Il 20 marzo 1993 arriva al vertice della classifica dei singoli più venduti negli Stati Uniti Informer, un brano esplosivo interpretato dal rapper bianco Snow. L'evento viene accolto con sorpresa perché, dopo l'exploit di Vanilla Ice, Snow è il secondo rapper bianco che negli anni Novanta si dimostra capace di conquistare ampi consensi anche tra il pubblico nero. Di lui non si sa molto, se non che sarebbe nato in Canada e avrebbe avuto un'adolescenza burrascosa con una scheda personale ricca di aggressioni, risse e carcere. È tutto troppo perfetto per essere vero. Scottati dalla vicenda di Vanilla Ice, tranquillo figlio di una famiglia della middle class texana trasformato dagli uffici stampa, per esigenze di ruolo, in una sorta di teppistello con un passato turbolento in bande assolutamente inventate, i giornalisti non ci cascano più. C'è anzi chi accoglie con ironia la nascita di un nuovo "pericoloso" rapper dalla faccia pallida. Nel caso di Snow ci sono poi elementi ancora più sospetti. Nonostante la conquista del vertice delle classifiche di vendita l'ufficio stampa della sua casa discografica ne dichiara l'indisponibilità a incontri, interviste e dichiarazioni dirette. L'unica prova della sua esistenza sembra affidata a qualche foto e un mazzetto di fogli contenenti varie banalità. È inevitabile che cominci a circolare il sospetto di un personaggio inesistente, una sorta di clone creato a tavolino con voce e immagine appartenenti a due persone diverse. Non è la prima volta che accade. Quando l'idea che sia una sorta di "fantasma mediatico" sta prendendo consistenza, emerge la verità. Snow esiste davvero, si chiama Darrin O' Brien, è nato in Canada ed è rinchiuso in un carcere dove sta scontando una condanna per aggressione. Essendo recidivo, dopo una prima esperienza carceraria parzialmente condonata per rissa, non può godere di alcuna agevolazione nel regime carcerario e, quindi, non può rilasciare interviste. Scoperto a New York nel 1991 da D J Prince, ha iniziato a lavorare in sala di registrazione con il produttore M.C. Shan. Il suo nome d'arte è un acronimo di "Super Notorious Outrageous Whiteboy", datogli proprio da Prince.Quando Informer è ormai pronto per la distribuzione arriva la condanna per aggressione e la fine della libertà. Mentre il disco scala le classifiche di tutto il mondo Snow passa così le giornate in cella. Quando tornerà libero, si ritroverà ricco e confermerà il suo momento d'oro con l'album 1 2 inches of Snow e il singolo Lonely monday morning.

17 marzo, 2017

19 marzo 1895 - Giuseppe Cattafesta, un pioniere del sincopato

Il 19 marzo 1895 nasce a Sustinente, in provincia di Mantova, il sassofonista Giuseppe Cattafesta, considerato uno dei pionieri della musica sincopata in Italia. Come la stragrande maggioranza dei musicisti della sua epoca, ha iniziato a suonare in una banda, nel suo caso quella municipale di Milano studiando con il maestro Quaranta. Negli anni Venti ha fatto parte di quasi tutte le prime orchestre jazz del capoluogo lombardo. La Concert 13 Jazz Band nel 1924, la Milton Ferracioli Jazz Band nel 1925, passando poi, nel 1926, a far parte della celebre Mediolana. Dopo lo scioglimento di quest'ultima entra negli All Devils, insieme al suo collega Attilio Oltrabella, anch'egli sassofonista. Negli anni successivi fa parte delle maggiori orchestre di musica leggera del periodo (Angelini, Barzizza, Zeme, Rizza, ecc.) fino agli anni Sessanta quando si stanca della vita dello strumentista e lascia l’attività per dedicarsi all'insegnamento. La critica è unanime nel considerarlo uno dei migliori sassofonisti della sua epoca, anche se il pubblico pian piano si dimentica di lui. Muore a Grado nel 1976.

18 marzo 1977 – Inizia l’avventura dei Clash

Il 18 marzo 1977 la CBS pubblica il primo singolo di una band sconosciuta. Il gruppo si chiama Clash (Scontro) e il disco è White riot (rivolta bianca). Ispirato ai disordini scoppiati in occasione del carnevale giamaicano di Notthing Hill quando i giovani di colore avevano reagito alle provocazioni della polizia, il brano si rivolge esplicitamente ai giovani londinesi bianchi invitandoli a dare un senso alla loro rabbia: «Il nero ha un casino di problemi/ma non si fa menate se deve tirare un mattone… Tutto il potere è nelle mani/di chi è abbastanza ricco da comprarlo/mentre noi camminiamo per le strade/troppo stupidi per sfidarlo/… nessuno vuol finire in galera». La musica, tirata e travolgente, è in linea con la semplicità dei due-accordi-due di quel periodo. In piena era punk i Clash lanciano così una sfida al ribellismo più esistenziale che sociale di gruppi come i Sex Pistols e i Damned. «Non siamo ribelli, siamo rivoluzionari!» è il loro grido di rivolta e il disegno è chiaro: trasformare un movimento musicale anarchico e spontaneo in qualcosa di organizzato e politicamente più incisivo. Il loro lavoro si muove su piani diversi. Uno è quello musicale. Saldano l'esperienza del punk ad altre culture generando nuovi suoni e ponendo le basi a quella contaminazione che diventerà quasi una regola negli anni successivi. L'altro è quello politico. I Clash fanno politica non soltanto con le canzoni, ma partecipando attivamente alla costruzione di movimenti contro il razzismo e di solidarietà nei confronti delle grandi lotte sociali. Utilizzano poi la loro popolarità per far filtrare messaggi orientati alla costruzione di un'opposizione radicale e di massa (un esempio su tutti sono le migliaia di magliette con la scritta "sicurezza sociale" in un'epoca in cui altri gruppi privilegiavano slogan come "distruzione" o "suicidio"). Negli anni successivi vanno oltre. Sfruttando il grande potere contrattuale che deriva dalla loro popolarità impongono limiti ai costi dei biglietti e accettano di rinunciare a parte delle royalties pur di pubblicare il triplo album Sandinista a prezzo ridotto. Lo slang operaio di Joe Strummer, volgare e provocante, dà parole e musica alla voglia di cambiare il mondo di un'intera generazione. Chi ha avuto la fortuna di assistere al loro concerto milanese del 1981 ha ancora negli occhi lo striscione appeso dai ragazzi arrivati da tutta Italia: "Milano calling - Clash is coming". Con White riot iniziava l’avventura di una band il cui rock operaio resta una lezione, per molti versi insuperata, di come sia possibile coniugare politica e impegno musicale.

17 marzo 1979 – Caro Costello, ai razzisti spacchiamo la faccia!

La scena si svolge nella hall dell'Holiday Inn di Columbus, nell’Ohio. È il 17 marzo 1979. Elvis Costello, impegnato in un lungo tour statunitense insieme a Stephen Stills sta intrattenendo un nutrito stuolo di ammiratori. Un po' alticcio e sopra le righe inizia una scombinata arringa contro la musica statunitense colpevole, a suo dire, di essere noiosa e ripetitiva, senza la fantasia e l'originalità del rock britannico. I suoi interlocutori gli fanno notare che il suo è un discorso senza senso e che su entrambe le sponde dell'oceano ci sono episodi noiosi e ripetitivi. Nella concitata discussione si alza una voce di forte dissenso: «Tutto il rock è debitore alla musica nera, al soul e al blues in particolare. Le tue sono storie! Come puoi ignorare la genialità interpretativa di un Ray Charles o una forza della natura come James Brown?»: Elvis Costello reagisce con violenza alla dichiarazione: «Ray Charles? Tu mi parli di Ray Charles? Quello è un negro cieco e ignorante! E James Brown è un altro stupido negro!» Le frasi urlate rimbombano nella hall e attirano l'attenzione degli strumentisti della band di Stephen Stills che si alzano e con aria minacciosa si dirigono verso il capannello che circonda il cantante inglese. «Tu sei un razzista, un verme bianco e razzista. Con gli animali come te è inutile perdere tempo a parlare. L'unica soluzione è quella di spaccarti la faccia!» Detto questo si lanciano verso il cantante e ingaggiano una rissa furibonda con le sue guardie del corpo prontamente accorse. Costello, spaventato e protetto dagli agenti in servizio nella hall dell'Holiday Inn riesce a guadagnare il più vicino ascensore e a dileguarsi. La fuga non seda la rissa tra le guardie del corpo del cantante e i componenti della band di Stills, cui si sono aggiunti fonici e addetti al palco. Solo l'arrivo di rinforzi, chiamati tempestivamente dagli agenti in servizio presso l'albergo, riesce a placare gli animi e a chiudere, almeno per il momento l'incidente. Il tour è, però, a rischio, perché i musicisti non intendono dividere più il palcoscenico con Elvis Costello. «Se quel signorino ci ricapita tra le mani finiremo il lavoro lasciato a metà questa notte!» La tensione è destinata a stemperarsi definitivamente il giorno dopo quando, in un'improvvisata conferenza stampa, il cantante inglese chiederà scusa a tutti e minimizzerà l'incidente sostenendo di non essere razzista, ma di aver pronunciato, senza pensare, alcune frasi provocatorie così per il gusto di esagerare. La sua carriera confermerà che si è trattato soltanto di una stupida fanfaronata.

16 marzo, 2017

16 marzo 1966 – Una zanzara eversiva

Il 16 marzo 1966 mentre al vertice della classifica dei dischi più venduti in Italia c'è Nessuno mi può giudicare della quasi debuttante Caterina Caselli, gli studenti del Liceo "Parini" di Milano pubblicano un giornale autogestito intitolato "La zanzara". La rivista non è diversa da tanti altri giornali studenteschi che escono nello stesso periodo: cronaca, un po' di goliardia, qualche riflessione sui problemi della società, il tutto condito con alcune notizie di musica e cinema. C'è poi un servizio, una sorta di "inchiesta speciale", che affronta il tema del comportamento sessuale dei giovani realizzata da tre studenti dell'istituto con interviste ai loro compagni. L'argomento, un po' scabroso per l'italia dell'epoca, sembra non suscitare, all'interno della scuola, particolari reazioni. Non così la pensa un genitore che, dopo aver visto tra i libri della figlia il giornale, prende carta e penna e rivolge un dettagliato esposto alla magistratura. L'inchiesta è immediata e rapida. I responsabili dell’inchiesta, tre studenti minorenni, Marco Sassano, Marco De Poli e Claudia Beltrami Ceppi, vengono denunciati per il reato di "pubblicazione oscena". Additati come "esempio della corruzione dei costumi" all'opinione pubblica dai giornali scandalistici e anche da qualche grande quotidiano, sono destinati a diventare il simbolo di una grande battaglia di libertà delle giovani generazioni alla vigilia della grande fiammata del Sessantotto. Gran parte delle forze laiche e di sinistra si schiera al loro fianco quando, per ordine del pubblico ministero Pasquale Carcasi viene disposta ai sensi di una legge fascista del 1933, mai abrogata, una visita medica per accertare se i tre «sono in grado di intendere e di volere». La ragazza, Claudia Beltrami Ceppi, oppone un netto rifiuto alla richiesta di denudarsi di fronte alla commissione di "esperti". Mentre la protesta e la mobilitazione crescono, i tre studenti vengono rinviati a giudizio. Nel corso del processo il pubblico ministero Oscar Lanzi chiede al giudice di disporre una nuova “ispezione corporale" nei confronti dei ragazzi, ma il presidente della Corte, Luigi Bianchi d’Espinosa, respinge la richiesta. C'è chi rileva come nell'aula si confrontino due Italie: quella dei nuovi fermenti e della voglia di protagonismo delle giovani generazioni e quella bigotta e democristiana. Alla fine di un lungo dibattimento i tre ragazzi verranno assolti, ma la battaglia non è che all'inizio.

15 marzo, 2017

15 marzo 1932 – Arif Mardin, il soul di un immigrato turco

Il 15 marzo 1932 nasce a Istanbul in Turchia Arif Mardin considerato, insieme a Jerry Wexler, il maggior artefice dell'esplosione soul dell'Atlantic Records, l’etichetta che ha fatto conoscere al mondo artisti come Aretha Franklin, Otis Redding, Arthur Conley, Wilson Pickett, King Curtis, Percy Sledge e Sam & Dave. Emigrato negli Stati Uniti, Mardin, alla fine degli anni Cinquanta, trova un impiego fisso come insegnante di musica alla Berklee School. Nonostante gli sforzi per integrarsi, la società statunitense di quegli anni non accetta tanto facilmente l’intrusione di un ragazzo dalla pelle scura proveniente da un oscuro paese ai limiti dell’Europa. Il suo ambiente naturale diventano, quindi, i piccoli locali della comunità nera, dove si può ascoltare buona musica e trovare qualcuno disposto a fare quattro chiacchiere senza problemi. Nel 1963, senza lasciare l’impiego fisso, inizia a lavorare come produttore in una piccola casa discografica, l’Atlantic Record, specializzata nella produzione di dischi soul e rhythm and blues destinati ai negozi dei quartieri neri. Lui ha in mente un progetto diverso. Pensa, infatti, che quel tipo di musica, se opportunamente arrangiato, possa avere grandi potenzialità. In breve da produttore diventa vicepresidente e direttore musicale dell'etichetta. I suoi arrangiamenti, la sua creatività e la sua tecnica di studio ne fanno uno degli uomini chiave della musica statunitense. Molti sono gli artisti in debito con l'intuito e la genialità di Arif, a partire da Aretha Franklin fino ai Bee Gees che devono a lui l'evoluzione stilistica che li rilancia alla metà degli anni Settanta. Se le sue capacità in studio sono fuori dal comune anche il suo fiuto non scherza. Tra gli artisti da lui scoperti figurano l'Average White Band, Bette Midler e Roberta Flack. Negli anni Sessanta e Settanta cura la produzione di oltre cento album di successo e un numero incalcolabile di singoli che fanno conoscere al mondo o rilanciano personaggi come Herbie Mann, Laura Nyro, gli Young Rascals, Stephen Stills, Wilson Pickett, Cher, King Curtis, John Prine e Dough Sahm. Con l’arrivo degli anni Ottanta riduce molto la sua attività. Si sente un po’ spaesato di fronte alla crescita d’importanza delle tecnologie disgiunte dalle capacità artistiche degli interpreti. Non polemizza ma si tira da parte, pur senza rinunciare, di tanto in tanto, alla cura di qualche produzione. Tra i beneficiati dai suoi sporadici ritorni in veste di produttore ci sono i Culture Club, gli Scritti Politti, David Bowie e la sua antica scoperta Bette Midler. In tempi più recenti c’è la sua mano anche nell’improvviso successo di Norah Jones. Muore a New York il 25 giugno 2006.

14 marzo, 2017

14 marzo 1944 – Sergio Bruni dalle barricate al palcoscenico

Il 14 marzo 1944 il Cinema Teatro Reale di Napoli ospita la prima esibizione di un giovane cantante. I manifesti lo indicano come Sergio Bruni, ma il suo vero nome è Guglielmo Chianese. Non ha neppure ventitrè anni e alle spalle ha una storia da raccontare. Nato a Valricca, un borgo agricolo dell'Hinterland napoletano, porta ancora i calzoni corti quando incontra per la prima volta il lavoro. Sono lavori umili, pagati male, ma servono a mantenere la famiglia. L'unica fuga da quella realtà dura è la musica. A dodici anni suona il clarinetto nella banda musicale e arrotonda le entrate con le mance che gli arrivano quando si esibisce nelle feste per i battesimi e i matrimoni. Allo scoppio della Seconda guerra mondiale viene chiamato alle armi. Proprio mentre veste la divisa grigioverde a Torino nel 1942 canta per divertimento in uno spettacolino organizzato dai suoi commilitoni. I complimenti dei compagni non lasciano segni anche perché il periodo non è fecondo per chi vuole coltivare sogni. L'8 settembre 1943 butta alle ortiche la divisa e torna a Napoli, dove l'intera città è insorta contro i tedeschi. Si combatte nei vicoli e nelle strade con tutti i mezzi, dai sassi alle tegole, a qualche moschetto recuperato chissà dove e con le armi strappate ai tedeschi. L'insurrezione, che passerà alla storia come "le quattro giornate di Napoli", vede in prima fila vari gruppi di ragazzi che, avendo prestato il servizio militare, se la cavano meglio degli altri con le armi. Tra questi c'è anche Chianese che viene ferito alla gamba e ricoverato in ospedale. È autunno inoltrato quando il cantante Vittorio Parisi e il maestro Anepeta si esibiscono per i feriti ancora ricoverati in uno spazio improvvisato all'interno delle mura ospedaliere. Il futuro Sergio Bruni, reggendosi al bastone, approfitta dell'occasione e canta una canzone. Parisi l'ascolta e intuisce che il ragazzo ha talento. Quando viene dimesso gli dà lezioni di canto e suggerimenti utili per la carriera. Il 14 marzo 1944 inizia così al Cinema Teatro Reale di Napoli la straordinaria carriera di Sergio Bruni, il cantante amato anche dagli intellettuali che lo definiranno "la voce di Napoli". Con uno stile che richiama quello dei cantori popolari e con modulazioni vibrate direttamente mutuate dagli influssi della tradizione araba e spagnola, insieme a Roberto Murolo, verrà considerato uno dei principali artefici della rivitalizzazione della canzone napoletana nella seconda metà del Novecento.


13 marzo, 2017

13 marzo 1971 - Gli Allman al Fillmore East


Il 13 marzo 1971 la Allman Brothers Band si esibisce per il secondo giorno consecutivo al Fillmore East di New York. Non è una novità per la band più rappresentativa del rock sudista la presenza nel locale di Bill Graham. Gli abituali frequentatori hanno ancora scolpito nella memoria le sorprendenti esibizioni in occasione dei concerti dei Blood Sweat & Tears e dei Grateful Dead. I concerti del 12 e 13 marzo, aperti da Elvin Bishop e Johnny Winter, vengono interamente registrati. Dall'ingente materiale vengono poi scelti i brani destinati all'album doppio Live at the Fillmore East, considerato dalla critica un autentico capolavoro e una sorta di manifesto del rock sudista. I virtuosismi di Duane Allman e Dickey Betts lasciano senza fiato anche i più scettici e regalano una musica che affonda le sue radici nel blues più profondo con preziose gocce di gospel e country. La band schiera un insolito sestetto con due chitarristi, due batteristi, un bassista e il tastierista-cantante Gregg Allman. L'album si apre con due ruvidi classici del gruppo come Statesboro blues e Done somebody wrong. Il primo lato è chiuso da Stormy monday, un brano del leggendario bluesman T Bone Walker. La carica energetica degli Allman Brothers emerge prepotente nella lunga versione di You don't love me, un brano dilatato, una sorta di chilometrica improvvisazione sulle note di un classico di Willie Cobb, quasi una suite che occupa interamente la seconda facciata dell'album. Più lunga ancora, oltre ventidue minuti di musica, è Whipping post, considerata anche oggi una delle migliori composizioni in assoluto di Gregg Allman, che chiude in gloria il concerto dai solchi della quarta facciata. La introducono egregiamente due brani incisi sul terzo lato: Hot'lanta, una composizione corale di tutti i membri del gruppo, e In memory of Elizabeth Reed, frutto della genialità di Dickey Betts. Live at the Fillmore East scala rapidamente la classifica dei dischi più venduti e consolida la popolarità della Allman Brothers Band che tornerà ancora nel locale newyorkese di Bill Graham a giugno, poco tempo prima della sua definitiva chiusura. Questa volta i manifesti li annunceranno come "il miglior gruppo rock d'America". La parabola ascendente della band verrà interrotta di lì a poco dalla tragica morte di Duane Allman in un incidente motociclistico, ma questa è un'altra storia.



12 marzo, 2017

12 marzo 1977 – Stigwood chiede ai Bee Gees le musiche per Travolta

Il 12 marzo 1977 i fratelli Gibb, meglio conosciuti come i Bee Gees sono in Francia per i fatti loro. Non è un bel momento per la carriera del gruppo che cerca di sopravvivere come può alla crisi del pop melodico. La giornata riserva, però, una sorpresa inaspettata e decisiva per il seguito della loro storia. Proprio in quel 12 marzo, infatti, vengono raggiunti dal produttore Robert Stigwood che chiede loro alcuni brani fortemente ritmati per la colonna sonora di un film di cui racconta sommariamente la trama. Si tratta di “Saturday night fever” interpretato dall’emergente John Travolta. Senza neppure leggere la sceneggiatura i tre musicisti si mettono al lavoro nelle sale di registrazione dei francesi Chateau d’Heronville Studios e in breve tempo realizzano i brani richiesti. Nonostante la perfetta aderenza allo spirito del film, quindi, le canzoni che compongono la colonna sonora di “Saturday night fever” non sono state costruite direttamente sulle immagini, ma nel chiuso degli studi di registrazione dopo un sommario racconto della storia cinematografica. La colonna sonora del film, pubblicata nel 1977, diventerà uno dei dischi più venduti di ogni tempo rilanciando i Bee Gees dopo un periodo piuttosto oscuro. In particolare Fever night è destinato a restare, più di altri, il brano simbolo di quegli anni scanditi dal ritmo della dance e dalle prime avvisaglie di un disimpegno che negli anni Ottanta sarebbe diventato una caratteristica generazionale. Nonostante la frettolosa realizzazione tanto il film quanto la colonna sonora sembreranno costruiti l’una sull’immagine dell’altra e viceversa e sono destinati a entrare nella storia del costume degli anni Settanta.


10 marzo, 2017

11 marzo 1955 – Nina Hagen, la punk di Berlino Est

L’11 marzo 1955 nasce a Berlino Est, nella Repubblica Democratica Tedesca, Katherina Hagen, detta Nina. Fin da bambina partecipa alle attività di animazione delle organizzazioni giovanili comuniste del suo paese frequentando regolari corsi di canto e recitazione. Per un po’ resta indecisa sulla strada da prendere, ma poi il destino decide per lei. Nel 1972 non riesce a superare gli esami della Berliner Oberschoneweide, l'accademia di recitazione statale, e si convince a lasciare il teatro per la musica. Forma così il suo primo gruppo rock con il quale compie una lunga tournée nei vari locali della gioventù comunista polacca. Non smette però di frequentare i corsi di canto e nel 1974 entra a far parte dell’orchestra di Alfons Wonnenberg, garantendosi uno stipendio fisso che le consente di dedicarsi senza problemi, in una sorta di carriera parallela, alle vivaci esperienze di gruppi rock come gli Automobil e la Fritzens Dampferband. Quando, nel 1976, il suo patrigno Wolf Biermann, un cantautore comunista critico nei confronti del gruppo dirigente della RDT, se ne va all’Ovest, Nina parte con lui e, in piena esplosione punk, comincia a farsi conoscere esibendosi nel Club SO36 e in altri locali d'avanguardia di Berlino Ovest. Ribelle e critica nei confronti del sistema capitalista, viene più volte sospettata di essere una spia al soldo dell’RDT. Nonostante le sue qualità non ha vita facile nel music business occidentale. Nel 1977 forma la Nina Hagen Band, con il chitarrista Bernhard Potschka, il bassista Manfred Praeker, il batterista Herwig Mitteregger e il tastierista Reinhold Heil. L’anno dopo pubblica il suo primo album Nina Hagen Band. Collabora con la band britannica delle Slits e sviluppa un intenso rapporto con Herman Brood, elemento di spicco della new wave olandese. Alla fine del 1979 pubblica l’album Unbehagen che rivela al mondo la sua aggressività e una non comune capacità scenica. È il successo. Gli anni Ottanta la consacreranno definitivamente tra le grandi protagoniste della scena rock internazionale. Non si lascerà, però, rinchiudere nel ristretto recinto della musica, ma darà buone prove anche nel cinema, nel teatro e nella pittura. Memorabili restano le sue partecipazioni al film “Cha-Cha" e al documentario su Berlino "Bildnis eine trinkerin". Pubblicherà anche una problematica e divertente autobiografia intitolata "I'm a berliner" (Sono una berlinese).

10 marzo 1977 – Il giubileo dei Sex Pistols

Il 10 marzo 1977, quando mancano due mesi all’inizio dei festeggiamenti per il giubileo della regina Elisabetta II, i Sex Pistols scelgono di dare appuntamento ai giornalisti di fronte a Buckingham Palace per la firma di un nuovo contratto discografico con la A&M. Dopo essere stati cacciati in malo modo ma con una cospicua somma di buonuscita gli oltraggiosi alfieri del punk hanno finalmente trovato una nuova casa discografica. La formazione non è più quella originale perché il bassista Glen Matlock è stato allontanato dai compagni che l’hanno sostituito con Sid Vicious, un bassista “inventato” proveniente dai Flowers Of Romance con all’attivo anche un’esperienza come batterista dei Siouxsie & The Banshees. I ragazzi e il loro manager Malcom McLaren ricevono su un tavolo apparecchiato per l’occasione nella piazza che fronteggia il palazzo reale i complimenti dei loro nuovi discografici accompagnati da cinquantamila sterline d'acconto per la pubblicazione del loro primo singolo targato A&M. Si intitola God save the Queen e vuole essere un ironico e dissacrante contributo ai festeggiamenti per il giubileo della regina Elisabetta II. L’uscita del disco non va via liscia. La rivisitazione parodistica e apocalittica dell’inno nazionale viene accolta come un oltraggio grave all’immagine del paese. Iniziano così le pressioni perché esso venga ritirato. A dar fuoco alle polveri è un gruppo di musicisti guidato da Rick Wakeman, il tastierista leader degli Yes, che prende apertamente posizione contro il brano. L’iniziativa censoria arriva anche in parlamento dove il deputato conservatore Marcus Lipton, incurante del ridicolo, chiede addirittura lo scioglimento della band. La mobilitazione spaventa la A&M che a soli sei giorni dalla firma rescinde in tutta fretta il contratto con la band risarcendola con venticinquemila sterline. Il sasso è, però, lanciato. Incurante delle pressioni la Virgin pubblica, in tutta fretta, God save the Queen che ottiene uno straordinario successo di vendite. I Sex Pistols sono ormai divenuti, loro malgrado, un simbolo. Gli anatemi dei benpensanti apriranno la strada alla violenza dei gruppi di estrema destra. Poco tempo dopo, infatti, gli squadristi del National Front accoltelleranno Johnny Rotten e feriranno alla testa Paul Cook. Entrambi sopravviveranno, ma la band, incapace di reggere il ruolo di emblema, non durerà a lungo.

09 marzo, 2017

9 marzo 1945 – Robin Trower, la chitarra blues dei Procol Harum

Il 9 marzo 1945 nasce a Catford, in Gran Bretagna, il chitarrista Robin Trower. Non ha ancora diciassette anni quando, con il tastierista Gary Brooker, il batterista Barry J. Wilson e il bassista Chris Copping forma i Raiders, poi ribattezzati Paramounts, il gruppo definito dai Rolling Stones come «la miglior band inglese di rhythm and blues». Nonostante la stima dell'ambiente musicale britannico i Paramounts non riescono, però, a ottenere il successo commerciale sperato con vari singoli tra i quali Bad blood, censurata dalla BBC. Nonostante tutto la passione di Trower non basta a mantenere in vita l’esperienza dei Paramounts che, nel 1966, decidono di prendersi un anno di riflessione. L’anno successivo da una costola del gruppo nascono i Procol Harum, una band dal sound impostato principalmente sull'organo di Brooker, ma che si avvale della chitarra blues di Trower per dare corpo all’insieme. Quando nel 1971 lascia i Procol Harum perchè non condivide la svolta progressiva del gruppo Robin Trower forma i Jude insieme a Jim Dewar l'ex bassista degli Stone The Crows, al batterista Clive Bunker già dei Jethro Tull e al cantante Frankie Miller. L’esperienza ha però una vita breve tanto che i quattro si separano senza riuscire a pubblicare nemmeno un disco. Il fallimento dei Jude convince Trower a continuare come solista, facendosi accompagnare da Dewar e dal batterista Reg Isidore, con i quali pubblica gli album Twice removed from yesterday e Bridge of sighs, entrambi prodotti da Matthew Fisher, un altro ex Procol Harum . In questi dischi, Robin, ben sostenuto da un solido tappeto ritmico attira l'interesse del pubblico e della critica con il suo blues acido, frutto di una tecnica dichiaratamente ispirata al suo idolo Jimi Hendrix. Dopo aver sostituito nel 1974 Isidore con Bill Lordan, l'ex batterista degli Sly & The Family Stone, pubblica, sempre con la produzione di Fisher, l'album For earth below con il quale sfonda anche negli Stati Uniti. Il successo, però, sembra intorpidire la sua creatività e le incisioni successive peccano di eccessiva ripetitività negli schemi musicali che, se da una parte contribuiscono a consolidare il suo personaggio, dall'altra allontanano i fans della prima ora. Incurante delle critiche continuerà per la sua strada anche negli anni Ottanta. Nel 1991 accetterà di partecipare alla riunione dei Procol Harum promossa da Gary Brooker.

08 marzo, 2017

8 marzo 1989 – Una Squillo a San Vittore

L'8 marzo 1989 Jo Squillo, una delle interpreti più discusse e contraddittorie della scena musicale italiana degli anni Ottanta, si esibisce nella sezione femminile del carcere di S. Vittore di Milano. Sembra quasi un ritorno al passato per Giovanna Coletti (questo è il suo vero nome), l'ex leader delle Kandeggina Gang, il gruppo punk femminile nato all'interno del Centro Autogestito S. Marta di Milano che scandalizzava i benpensanti con i testi delle canzoni e con atteggiamenti provocatori. Memorabile resta il loro concerto in piazza del Duomo l'8 marzo 1980 nel corso del quale rivendicano la distribuzione di tampax gratis lanciandoli macchiati di rosso sugli spettatori. Il gruppo pubblica per l’etichetta Cramps il 45 giri su vinile colorato Sono cattiva/Orrore. Nel giugno 1980 Jo Squillo è capolista del Partito Rock nato sempre nel centro autogestito S. Marta che si presenta alle elezioni comunali e nello stesso anno partecipa in Germania al grande raduno di Francoforte Rock contro il Razzismo. Dopo lo scioglimento della band continua da sola. Il suo primo lavoro in proprio è il singolo Skizzo skizzo in cui è accompagnata dai Kaos Rock, un altro gruppo cult del punk milanese di quel periodo. La consacrazione definitiva come solista arriva con l'album Girl senza paura che le vale il premio come miglior rivelazione femminile dell'anno. L'anno dopo la sua popolarità s'allarga a vari paesi europei, soprattutto Francia e in Germania. Proprio in quest'ultimo paese la critica e il pubblico le tributano un trionfale successo tanto che un diffusissimo magazine come "Stern" le dedica addirittura la copertina. Nel maggio del 1982 realizza Africa, dedicato a Nelson Mandela. In molti pensano che il disco preluda a una svolta professionale in una direzione più impegnata e riflessiva, ma, smentendo tutti, la ragazza qualche mese dopo con la pubblicazione del singolo Avventurieri inizia a percorrere una strada più commerciale anticipando l'album Bizarre del 1984, fortunato dal punto di vista del successo di vendita, ma destinato a segnare una frattura con i suoi e soprattutto le sue fans della prima ora. Quella commerciale non è, però, una scelta definitiva. Tre anni dopo, infatti, pubblica a sorpresa un lavoro ispirato ai "Carmina Burana" che fa da preludio all'album Terra magica del 1988, esplicitamente dedicato al suo amico Demetrio Stratos, cantante degli Area e sperimentatore di azzardate tecniche vocali. Il concerto dell'8 marzo 1989 a San Vittore e una presenza alla manifestazione nazionale per la salvaguardia dell'Amazzonia sembrano confermare il recupero della parte più alternativa e originale della sua personalità. Sulla stessa linea è anche la pubblicazione dell'album Tracce 80/90 che raccoglie alcune tra le sue più importanti tappe musicali. Sarà soltanto una fiammata. Jo Squillo finirà per privilegiare la ricerca del successo commerciale nel mondo variegato dello spettacolo lasciando sempre più sullo sfondo l'immagine dell'alternativa e provocatoria ragazzaccia del centro autogestito S. Marta.

07 marzo, 2017

7 marzo 1967 – Tace il sax alto di Willie Smith

Il 7 marzo 1967 muore di cancro a Los Angeles, in California, il cinquantaseienne Willie Smith, all’anagrafe William McLeish Smith, considerato, insieme a Johnny Hodges e Benny Carter, uno dei tre grandi specialisti di sax alto degli anni Trenta. Nato a Charleston, nel South Carolina, inizia gli studi musicali suonando il clarinetto e a quattordici anni suona già in pubblico accompagnato al pianoforte dalla sorella. Non pensa che la musica possa diventare la sua professione per cui frequenta, con buon profitto, il Case Technical College e successivamente la Fisk University di Nashville dove completa gli studi di chimica. Nel tempo libero il suo unico hobby è il jazz e durante le vacanze estive del 1927 percorre il New Jersey con il quartetto di Beaty Conner. Il primo ad accorgersi delle sue qualità è Jimmy Lunceford che lo corteggia a lungo e nel 1929, quando finisce l'università, lo scrittura per la sua orchestra. Willie resterà con lui fino all'estate del 1942 quando passa alla band di Charlie Spivack. Chiusa la parentesi bellica, si unisce ad Harry James nella cui formazione suona fino al marzo del 1951, salvo una breve parentesi nella primavera del 1947. Richiesto da quasi tutti i protagonisti della scena jazz di quel periodo, si lascia tentare da sempre nuove esperienze. Nell'inverno del 1951 è con la grande orchestra di Ellington, poi passa alla formazione di Billy May. Agli inizi del 1953 viene scritturato da Norman Granz che lo inserisce nel Jazz At The Philarmonic portandolo in tournée in Europa. Varie esperienze con Benny Goodman, Gene Krupa e il solito Billy May, precedono il tentativo di mettersi in proprio con una formazione a suo nome che si esibisce all’Oasis Club di Los Angeles. Nella primavera del 1954 torna con Harry James. Questa volta ci rimane fino all’estate del 1963, pur non disprezzando estemporanee esibizioni con il suo amico Billy May e con varie band della West Coast. Quando sul suo fisico si fanno sentire i primi segnali del cancro sparisce dalla scena per circa un anno e ricompare a Los Angeles nell’orchestra di Johnny Catron nell’autunno del 1964. Nel 1965 è a Las Vegas con Johnny Rivers, anche se preferisce dedicarsi maggiormente al lavoro in studio, decisamente meno stancante delle tournée. Continuerà a suonare fino alla morte. L'ultimo suo concerto è del 1966 nella big band di Charlie Barnet. Pochi mesi dopo il cancro lo uccide.

06 marzo, 2017

6 marzo 1942 – Flora Purim, la signora brasiliana del jazz

Il 6 marzo 1942 nasce a Rio de Janeiro Flora Purim, la signora del jazz brasiliano. Cantante, chitarrista e percussionista, si avvicina alla musica a otto anni studiando pianoforte sotto la guida della madre. A diciotto, con l'aiuto di Oscar Neves scopre i segreti della chitarra e, qualche anno più tardi, si dedica anche alle percussioni affiancata da un grande strumentista come Airto Moreira. Proprio con quest'ultimo ottiene il suo primo ingaggio importante in Brasile con gruppi come il Quartetto Novo di Hermeto Pascoal. Nel 1967, intenzionata a fare esperienza, lascia il suo paese e se ne va a Los Angeles dove la sua voce diventa popolarissima nel circuito del jazz. Nel 1968 Stan Getz la vuole con sé in una lunghissima tournée che tocca anche vari paesi europei. Tornata negli Stati Uniti tra il 1969 e il 1970 lavora insieme a Duke Pearson con il quale incide, tra gli altri, i brani How insensitive e It could happen with you. Nel 1971 sposa Airto Moreira ma non accetta di trasformare il rapporto di coppia in una prigione professionale. Collabora con Gil Evans e, soprattutto, diventa la voce femminile dei Return To Forever di Chick Corea in un lunghissimo tour negli Stati Uniti, in Giappone e in Europa. Nello stesso periodo partecipa alla registrazione di Return to forever e Light as a feather dello stesso Corea, Feel di George Duke, oltre a Virgin land e Fingers del suo compagno di vita Airto Morera. La sua voce è poi presente in un numero incredibile di registrazioni di artisti come Miles Davis, Stanley Clarke e altri. Nel 1973 pubblica Butterfly dreams, il primo album a suo nome. Nel 1974 viene arrestata per detenzione di stupefacenti e rinchiusa in carcere fino al processo che la vede assolta per insufficienza di prove. La ragazza non si fa spaventare dalla carcerazione. Chiede e ottiene di poter fruire di un piccolo registratore portatile con il quale raccoglie interviste, interventi, canti e materiale vario. Dopo il suo rilascio le tracce registrate vengono montate e diffuse in una trasmissione radiofonica destinata a diventare leggendaria. Ancora oggi la registrazione integrale di quel programma è materiale prezioso per i cacciatori di rarità e i collezionisti. Lo stop forzato non ne bloccherà la carriera. Nel 1975 con Stories to tell riprenderà a pubblicare dischi. Memorabile tra le sue incisioni resta il live 500 miles high, registrato nel corso del Festival di Montreux del 1974, poco tempo prima dell'arresto.

05 marzo, 2017

5 marzo 1886 - Carl Davis, il mezzadro della musica statunitense

Il 5 marzo 1886 nasce a Rison, in Arkansas Carl Davis, uno dei personaggi chiave della musica statunitense del Novecento. Figlio di mezzadri, Carl lavora la terra con la famiglia e si trastulla con una chitarra recuperata chissà dove. Il lavoro dei campi è duro e il ragazzo quando compie diciotto anni comincia a pensare di lasciare il paese natìo per cercare fortuna. Il suo stile non è eccezionale, visto che ha imparato da solo a tirar fuori suoni dalla chitarra, ma la voglia di cambiare vita è più forte delle preoccupazioni. Intorno al 1905, si stabilisce a Shreveport in Louisiana dove si dà da fare a sbarcare il lunario in vari gruppi locali. Alla fine fa coppia fissa con Charles Chicken Jackson, un suonatore di washboard e di jug molto popolare in quel periodo. Per aumentare le possibilità di trovare lavoro comincia anche a strimpellare il pianoforte perché nella vita non si sa mai… Dopo qualche anno passato a girare per locali più o meno accoglienti si trasferisce a New Orleans e trova un posto quasi fisso nell'orchestra di Oscar Papa Celestin, un'altra leggenda del periodo. L’idea di un posto fisso, però, non lo affascina per niente. Intorno alla metà degli anni Venti inizia a girovagare per gli States in compagnie di spettacoli viaggianti. Dopo essersi esibito a fianco del cantante Hattie Burleson, incontra Texas Alexander con il quale entra per la prima volta in sala di registrazione nel mese di novembre del 1929. Deciso a non dipendere più da nessuno forma la Dallas Jamboree Jug Band, un'orchestra destinata a ottenere un buon successo per tutti gli anni Trenta e della quale restano varie testimonianze grazie alle registrazioni effettuate a partire dal 1935 per la Vocalion. All'inizio degli anni Quaranta abbandona la baracca ed entra nella formazione di Fat Head Williams, con la quale si esibisce nel circuito dei club dell'Illinois. Non concepisce la musica come un elemento statico della vita e, d’altra parte, comincia a essere stanco di vagabondare. Detto e fatto. Nel 1949 chiude per sempre con l'attività musicale perché non si diverte più.

04 marzo, 2017

4 marzo 1937 – Freddy Fender, il messicano del rockabilly

Il 4 marzo 1937 nasce a San Benito, nel Texas, il piccolo Baldemar Huerta, figlio di una coppia di immigrati messicani e futuro interprete di rockabilly con il nome d'arte di Freddy Fender. Fin dai primi anni si accorge di non essere nato dalla parte giusta. I suoi genitori faticano a tirare avanti e la miseria è una compagnia abituale per tutta la comunità messicana. Più diventa grande e meno gli piace quella vita. Ai suoi coetanei che lo prendono in giro, lui risponde stizzito «Io non sono messicano, ma americano come voi» e per dimostrarlo si arruola in marina a soli sedici anni. La divisa lo fa sentire finalmente integrato e per tre anni le navi sono il suo piccolo e protetto mondo. Quando, nel 1956, viene congedato si ritrova alle prese con il solito problema: vivere. Trova un posto da operaio e s'impegna a mettere a frutto la sua passione per la musica. Di giorno lavora e la sera canta nei bar e nei club. Il genere? Rock and roll o, meglio, il rockabilly, la versione più bianca possibile di quella musica un po' troppo da neri. Piano piano la sua popolarità si diffonde, tanto che, con un po' di spirito d'adattamento, può lasciare il lavoro e dedicarsi alla musica a tempo pieno. Pubblica anche qualche disco con piccole etichette indipendenti alternando la lingua inglese all'idioma ispanico. In questo periodo comincia anche a utilizzare, per le versioni in inglese dei suoi brani, il nome d'arte di Freddy Fender, sicuramente più americano di quello che gli hanno dato i suoi genitori. Un po' ingenuo, si fa spesso abbindolare da personaggi senza scrupoli che approfittano della sua voglia di emergere. Nel 1959 finisce in carcere a Baton Rouge, in Louisiana, vittima sacrificale di una sporca storia di soldi e droga. Nel 1963, quando torna libero, il mondo è cambiato. C'è stata la rivoluzione del beat che ha travolto anche il suo genere. Lasciati sul tavolaccio della cella i sogni di gloria riprende a suonare nel circuito dei locali notturni. A sorpresa, però, il destino si ricorda di lui nel 1975, quando il suo singolo Before the next teardrop falls arriva addirittura al vertice della classifica dei dischi più venduti negli Stati Uniti. Sull'onda dell'improvvisa popolarità le sue vecchie incisioni vengono ripubblicate in tutta fretta. Questa volta però Freddy non si fa incantare dai lustrini e dagli applausi. Non è più tempo di sogni. Sa che il successo può finire per cui pubblica un disco ogni tanto e cerca di far durare più a lungo possibile la sua carriera. Muore il 15 ottobre 2006.

03 marzo, 2017

3 marzo 1973 – The dark side of the moon

Il 3 marzo 1973 i Pink Floyd convocano i giornalisti al Planetario di Londra. Le ragioni di questa improvvisa conferenza stampa non sono chiare. Da un anno la band è in silenzio, se si eccettua la pubblicazione di Obscured by clouds, la colonna sonora del film "La vallée". Non sono pochi quelli che pensano all'annuncio dello scioglimento del gruppo. L'ovattata sala del planetario diventa, invece, l'insolito teatro per la presentazione di un album autoprodotto destinato a restare nella storia: The dark side of the moon. Fin dalle prime note i giornalisti che hanno aderito all'invito del gruppo capiscono di trovarsi di fronte a un lavoro che unisce alla semplicità una sorprendente forza espressiva. I Pink Floyd hanno lavorato un anno per ottenere quel risultato, utilizzando in modo decisamente innovativo le più sofisticate tecnologie disponibili in sala d'incisione. È uno sfoggio di musicalità e sapienza tecnica che non ha precedenti nella storia del rock britannico. Il compito di illustrarne il senso spetta a Rick Wright. Il tastierista spiega che il disco è nato da un'idea di Roger Waters: «Ci siamo seduti in sala prove e Roger ci ha parlato della sua idea di dare un suono a tutto ciò che porta la gente alla pazzia. Su questa idea abbiamo lavorato per mesi e il risultato è quello che avete appena ascoltato…». Da sempre attratta dal rapporto tra musica e arti visive, la band prepara con cura anche il tour di presentazione dell'album. Per l'appuntamento all'Earls Court di Londra, nel maggio successivo, i Pink Floyd mettono a punto uno spettacolo ricco di fantasmagoriche allegorie con effetti speciali strabilianti tra i quali spiccano un gong fiammeggiante, una strana e inquietante creatura che lancia raggi laser dagli occhi e un aereo che, sbucato dal fondo della platea, va a schiantarsi sul palco in un'esplosione di suoni, luci e fumi. Lo straordinario baraccone che accompagna il tour rischia di far passare in secondo piano il valore dell'album che è davvero straordinario e destinato a non risentire del passare del tempo. The dark side of the moon si rivela un disco intergenerazionale che resterà nelle classifiche dei settimanali specializzati per oltre un decennio e finirà per diventare un imbarazzante precedente con il quale i Pink Floyd dovranno confrontarsi in tutti i lavori successivi. Da quel momento, infatti, la critica e il pubblico chiederanno alla band di mantenere un livello per molti versi insuperabile e non si accontenteranno facilmente di opere minori!

01 marzo, 2017

2 marzo 1974 – Il primo concerto dei Television di Tom Verlaine

Il piccolo Townhouse Theatre di New York il 2 marzo 1974 ospita il primo concerto di un gruppo sconosciuto. Sono i Television, una band formatasi attorno alla carismatica personalità di Tom Verlaine, all’anagrafe Thomas Miller. La loro storia inizia quando Verlaine, uno studente che frequenta senza grande profitto la scuola nel Delaware, forma, insieme al suo compagno di scuola Billy Ficca, batterista ancora acerbo, una band scolastica la cui carriera termina con la festa di fine anno. Nel 1968, non ancora diciannovenne, se ne va a New York insieme al suo amico Richard Myers, in arte Richard Hell. Qui inizia a frequentare gli ambienti degli artisti, lavorando per guadagnarsi da vivere. Nel 1971, con Hell e il ritrovato Ficca forma i Neon Boys, una band dalla vita breve che si scioglie alla fine dell'anno quando proprio Ficca se ne va a Boston per tentare la fortuna con un nuovo gruppo. Due anni dopo, però, le strade dei tre amici si incontrano di nuovo e li convincono a unire per l’ennesima volta le loro forze. Con l’aggiunta del chitarrista Richard Lloyd danno così vita ai Television. Mesi e mesi di prove precedono il concerto del 2 marzo 1974 nel piccolo Townhouse Theatre. L’esibizione vale loro una scrittura per una serie di concerti al CBGB's Club, il tempio del punk newyorkese, insieme ai Blondie e ad altri gruppi della new wave della città. Qui vengono notati da Richard Williams, un discografico della Island che procura loro un provino con Brian Eno conclusosi senza alcun risultato. Nell'aprile del 1975 Hell, accusato di non essere all'altezza degli altri, lascia la band e venne sostituito dal bassista Fred Smith. Con la nuova formazione i Television pubblicano il loro primo singolo Little Johnny jewel. Il successo arriva però nel febbraio 1977 quando realizzano, sotto le attente cure di Andy Johns, già produttore di Goat's head soup dei Rolling Stones, l’album Marquee moon. Verlaine, impaurito dall’idea di restare prigioniero di uno stereotipo, partecipa alla registrazione dell'album Horses di Patti Smith prima di riunirsi alla band per realizzare il secondo album Adventure. L’esperienza di gruppo gli va, però, ormai stretta e nel 1978 decide di chiudere la storia dei Television. Si sposa con Patti Smith, ma il matrimonio durerà lo spazio di un respiro. Dopo varie esperienze solistiche riunirà nel 1992 i suoi vecchi compagni per registrare Television senza ritrovare più lo smalto dei giorni del debutto

1 marzo 1966 – La battaglia del Cavern

Il 1° marzo 1966 un centinaio di ragazzi occupano il Cavern Club, il locale ricavato da un garage al n° 10 di Mathew Street, nel pieno centro di Liverpool, divenuto famoso in tutto il mondo per aver tenuto a battesimo i Beatles. Aperto il 16 gennaio 1957 da Alan Sytner con un concerto della Merseysippi Jazz Band, per molto tempo è stato considerato il tempio del jazz. I primi a rompere con la tradizione sono i Quarrymen di John Lennon che, nell'agosto dello stesso anno, suonano per la prima volta un paio di brani di rock and roll suscitando le ire di Sytner. Con il passare del tempo e il mutare dei gusti musicali, il locale cambia rotta sostituendo al jazz i suoni e i ritmi del beat. Oltre ai Beatles si può dire che tutti i gruppi protagonisti del Liverpool Sound debuttano in quello strano locale senza finestre. Con il passare degli anni, però, la situazione economica del Cavern tende a peggiorare. Su richiesta di un gruppo di creditori il 22 gennaio 1966 viene accertato che il carico di debiti della sua gestione supera ormai le diecimila sterline. Sei giorni dopo alla proprietà non resta altra scelta che chiudere. La vicenda, così rapida nella sua evoluzione, suscita sospetti, anche perché da tempo l'edificio è al centro di un braccio di ferro della proprietà con le autorità comunali, intenzionate a demolirlo per far posto a un nuovo tratto della metropolitana. La rovina finanziaria e la sua chiusura rendono dunque possibile l'abbattimento dello stabile. Per scongiurare il pericolo viene lanciata una petizione per chiedere che l'edificio venga dichiarato "monumento d'interesse culturale". Nonostante le migliaia di firme raccolte le autorità cittadine non sembrano intenzionate a cambiare idea. Per questa ragione il 1° marzo 1966 alcuni gruppi di giovani decidono l'occupazione simbolica del Cavern. In poche ore viene loro notificata l'ordinanza di sgombero immediato, sostenuta da uno schieramento impressionante di polizia. La notizia fa rapidamente il giro della città e in breve tempo i cento occupanti iniziali diventano dieci, venti volte di più. Le strade che portano al Cavern vengono chiuse da improvvisate barricate e per ore si susseguono gli scontri e i tentativi di sfondamento. Verso sera la polizia si ritira. Non tornerà più. I giovani hanno vinto la battaglia del Cavern. L'edificio non sarà abbattuto e il locale verrà nuovamente riaperto nel mese di luglio con una cerimonia ufficiale cui parteciperà in prima persona anche il primo ministro britannico Harold Wilson.