27 febbraio, 2017

28 febbraio 1970 – Chi diavolo sono questi NOBS?

Il 28 febbraio 1970 una folla immensa attende a Copenaghen il concerto dei NOBS. La notizia finisce sul tavolo di un redattore di cronaca di uno dei più diffusi quotidiani della capitale danese con una nota a mano del direttore: «Chi diavolo sono questi NOBS e perché hanno tanto successo?». Se si eccettuano i magazine specializzati, in quel periodo nelle redazioni non c'è un vero e proprio esperto musicale. La musica pop tocca, di volta in volta, alla cronaca, al costume e, più raramente, alla cultura. L'idea che guida i direttori è che la musica non faccia notizia se non nelle pagine delle inserzioni a pagamento. Al malcapitato cronista non resta che cercare aiuto per evitare di scrivere stupidaggini. Scopre così quello che gli appassionati di musica sanno da tempo. La formazione dei NOBS è composta da Jimmy Page, Robert Anthony Plant, John Henry "Bonzo" Bonham e John Paul Jones. I quattro ragazzi quando sono fuori dai confini della Danimarca si chiamano Led Zeppelin, ma nel regno che fu d'Amleto non possono più utilizzare quel nome. Su di loro, infatti, pende la diffida di una certa Eva Von Zeppelin, discendente di Ferdinand, l’inventore dei famosi dirigibili, che ha minacciato di chiedere un risarcimento miliardario per l’uso improprio e non autorizzato del nome. La causa deve ancora essere discussa e i legali già da qualche mese hanno consigliato la band di sospendere la distribuzione dei loro dischi. Su questo i discografici sono stati, però, categorici: «Non se ne parla». Come dar loro torto visto che l'album Led Zeppelin II sta facendo sfracelli in tutte le classifiche di vendita e in Gran Bretagna ha addirittura scalzato dal vertice della classifica Abbey road dei Beatles? Il Financial Times ha calcolato in cinque milioni di dollari l'utile commerciale dei loro dischi e anche il mondo politico s'è accorto di loro. Il segretario del Parlamento Britannico in persona è intervenuto alla consegna di due dischi d'oro alla band lanciandosi in un pubblico encomio per il contributo dato con le vendite dei dischi alla bilancia dei pagamenti britannica. Un po' sconcertati da quanto sta accadendo i Led Zeppelin invocano tranquillità per comporre in santa pace nuovi brani da inserire nel terzo album. Il concerto di Copenaghen cade in un periodo di relativa serenità della band. La scelta di esibirsi come NOBS finisce per diventare una nota di colore in più. Confonde qualche caporedattore, ma non disorienta il pubblico.

25 febbraio, 2017

26 febbraio 1947 – Charlie Parker registra "Relaxin’ at Camarillo"

Dopo sei mesi di assenza dalle scene, il 26 febbraio 1947 il leggendario sassofonista Charlie Parker registra negli studi della Dial Records il brano Relaxin’ at Camarillo. Lo accompagnano Howard McGhee, Wardell Gray, Dodo Marmarosa, Barney Kessel, Red Callender e Don Lamond. Il brano, destinato a diventare uno dei più famosi della carriera del sassofonista, è dedicato al Camarillo State Hospital di Los Angeles, la clinica che l'ha ospitato fino a pochi giorni prima. La sua storia inizia nel mese di luglio del 1946 quando Parker è impegnato al Finale Club di Los Angeles. Il sassofonista sta attraversando un periodo difficile. Da qualche tempo, perso il suo fornitore abituale cui ha dedicato anche il brano Moose the mooche, non ha più rapporti con l'eroina, ma non ha ritrovato la tranquillità. Il vuoto lasciato dalla droga è stato sostituito dal whisky che assume in quantità industriali ed è diventato praticamente il suo unico alimento. Litigioso, spesso confuso, riesce a trovare la concentrazione solo quando suona. Nella notte tra il 29 e il 30 luglio viene arrestato per aver tentato di appiccare il fuoco alla camera dell'albergo che lo ospita. Dopo un rapido processo si ritrova con la condanna al ricovero coatto presso il Camarillo State Hospital di Los Angeles per essere sottoposto a una terapia rapida di disintossicazione. Per qualche mese mette in atto una sorta di "resistenza passiva" nei confronti di quelli che considera i suoi carcerieri, ma poi si lascia andare. Progressivamente le sue condizioni migliorano e il corpo, alimentato correttamente, ritrova vigore ed energia. Le notizie rassicuranti sul suo stato di salute tranquillizzano anche i discografici e gli impresari che avevano temuto di perdere la "gallina dalle uova d'oro". Quando esce dalla clinica i dirigenti della Dial Records ritengono non sia il caso di perdere tempo. Gli affari sono affari e la sua salute può aspettare! Il piano di produzione prevede che Charlie Parker registri, in una sola seduta, ben dieci brani. I pochi amici che gli sono rimasti cercano di modificare la decisione perché ritengono che non sia possibile sottoporre il musicista, dopo sei mesi di clinica, a un impegno così stressante. Inizialmente i discografici fanno spallucce, forti anche dell'assenso di Parker, che ha bisogno di soldi. Alla fine però cedono. Le sedute saranno due. La seconda è proprio quella del 26 febbraio in cui, insieme ad altri tre brani, vede la luce per la prima volta Relaxin' at Camarillo.

23 febbraio, 2017

23 febbraio 1995 – Dio, uno dei Temptations

Il 23 febbraio 1995 muore a cinquantadue anni Melvin Franklin, uno degli originali componenti del gruppo vocale dei Temptations. La sua morte arriva a meno di tre anni da quella di Eddie Kendricks, un altro dei fondatori della formazione originale del gruppo di punta del Motown Sound, ucciso dal cancro nell'ottobre del 1992. Prima di lui se n'erano andati altri due componenti: Dave Ruffin, stroncato da un'overdose il 1 giugno 1991, e Paul Williams, suicidatosi il 17 agosto 1973. La notizia della morte di Franklin suscita una forte emozione in tutto il mondo musicale statunitense che sottolinea come uno strano e sfortunato destino stia accomunando i principali esponenti di uno dei gruppi protagonisti dell'esplosione soul degli anni Sessanta. I Temptations arrivano al successo per la prima volta nel 1964 con The way you do the things you do e per almeno cinque anni dominano le classifiche di tutto il mondo con brani come My girl, (You gotta walk) Don't look back, ripresa nel 1977 da Peter Tosh e Mick Jagger, Wish it would rain e War, molti anni dopo interpretata anche da Bruce Springsteen. Nonostante i vari cambiamenti di formazione la loro popolarità regge alla conclusione della parabola espansiva del soul e si mantiene intatta fino alla metà degli anni Settanta. Anche dopo, però, i Temptations non cesseranno d'esistere, pur se più come sigla che come sostanza, con nuovi volti e periodiche riunioni dei vecchi fondatori. La scomparsa di Franklin sembra confermare l'impressione che il gruppo porti il segno di un tragico destino e in una delle cerimonie funebri organizzate dalla comunità nera di Harlem un pastore darà corpo a questa impressione in un sermone straordinario. «Dio ama il soul, ma più di tutti ama i Temptations. Li ha amati a tal punto da volerne almeno quattro intorno. Al primo che gli è arrivato tra i piedi, Paul Williams, ha detto "Hey amico, fammi sentire qualche pezzo dei Temptations". Lui ha fatto quello che poteva, ma era da solo, mancava di profondità. Dio ha cantato per un po' con lui, ma non era soddisfatto. Allora ha chiamato Dave Ruffin. Ma due erano ancora troppo pochi. È arrivato il turno di Kendricks. Quando ne ha avuti intorno tre Dio ha pensato: se ne chiamo ancora uno rimettiamo insieme il gruppo. Ecco perché ha voluto anche Melvin Franklin, per completare il gruppo. E ora i cinque Temptations cantano nella formazione più straordinaria che mai abbiano avuto: Williams, Ruffin, Kendricks, Franklin e… Dio».

21 febbraio, 2017

21 febbraio 1936 – Junior Club, covo di negrofili ed esterofili!

Il 21 febbraio 1936 la Galleria Vittorio Emanuele, il cuore della Milano "bene", ospita un avvenimento destinato a restare nella storia del jazz italiano. Nelle salette superiori del Caffè Campari si inaugura lo Junior Club, una sorta di sezione milanese del più famoso omonimo circolo jazzistico giovanile inglese. Il merito è da attribuire alla straordinaria incoscienza di un gruppo composito, che mescola studenti appassionati di jazz e qualche strumentista. La nascita dello Junior Club è un vero e proprio schiaffo in faccia al conformismo culturale del regime fascista e alla sua ostentata ostilità nei confronti di tutto ciò che arriva dall’estero, in particolare dalla "terra d'Albione", cioè l'Inghilterra. In più, come se non bastasse l'evidente affiliazione a una struttura associativa inglese, gli aderenti hanno la dichiarata propensione ad ascoltare e a diffondere una musica dalle radici ancora più lontane come il jazz. Ce n'è abbastanza per scatenare un putiferio. Eppure quelli dello Junior Club incutono un certo timore all'autorità costituite che non se la sente di prenderli di petto chiudendone l'attività. La guerra contro il gruppo inizia con una sorta di campagna preliminare di delegittimazione. La stampa e gli opinionisti cominciano a far notare, sottovoce e senza enfasi, il cattivo gusto di chi lo ha voluto collocare nel cuore delle patriottica Milano, protagonista delle eroiche Cinque Giornate contro "lo straniero". C'è anche chi rileva come non sia elegante neppure l'idea di portare la musica jazz nella città che ha dato lustro alla musica di Giuseppe Verdi. Pian piano la campagna di stampa cresce di tono fino a diventare più accanita e violenta. Se le critiche de “Il Popolo d’Italia”, organo ufficiale del Partito Nazionale Fascista si distinguono per causticità, “Libro e moschetto”, il giornale della Gioventù Universitaria Fascista, arriva a veri e propri incitamenti alla violenza contro gli iscritti al club definiti “negrofili” e accusati di essere più o meno consapevolmente sostenitori di una potenza straniera. L'azione demolitoria sul piano della comunicazione viene successivamente seguita da varie azioni dimostrative. Di fronte a tutto ciò e alle continue provocazioni degli organi di polizia e di vigilanza, i soci e i frequentatori delle salette superiori del Caffè Campari finiranno per gettare la spugna. Lo Junior Club chiuderà i battenti, ma resterà nella storia della jazz italiano come uno dei tanti episodi di resistenza culturale al fascismo.

14 febbraio, 2017

14 febbraio 1976 – Andrea True, una pornostar al vertice della classifica

Il 14 febbraio 1976 entra in classifica negli Stati Uniti More more more (part 1), un singolo interpretato da Andrea True, fino a quel momento conosciuta soltanto come pornostar. L'exploit della ragazza fa storcere il naso i benpensanti e ai voyeur che l’hanno ammirata in varie evoluzioni sessuali. I primi non sopportano il suo passato da pornostar mentre i secondi non si rassegnano al fatto che la ragazza abbia chiuso con il sesso in pellicola. Nata a Nashville Andrea True si trasferisce a New York alla fine degli anni Sessanta intenzionata a fare la cantautrice, ma non trova nessuno disposto a scommettere sulle sue capacità canore. Dopo decine di provini andati a male decide di provarci in proprio. Per recuperare il denaro necessario inizia a lavorare nel mondo dell' hard core e quando ha messo da parte un buon gruzzolo ci riprova. Va in Jamaica e registra il brano More, more, more con il produttore e arrangiatore Gregg Diamond, poi lo porta alla casa discografica Buddah Records e questa volta fa centro. Andrea gestisce con grande furbizia tutta l’operazione. La canzone racconta le sensazioni di una ragazza che fa l’amore davanti alla cinepresa e gran parte del suo repertorio utilizza parole che sembrano prese in prestito ai “dialoghi” dei film hard come «...tienilo su più a lungo…» «...saziami…» ecc. More, more, more ottiene un successo straordinario nel panorama dance dell’epoca e finisce in una lunga serie di compilation. Ancora oggi è campionato da un’infinità di gruppi del panorama danzereccio rap e hip hop. Come prosegue la storia? La storia non prosegue perché Andrea True dopo qualche singolo e un album, un anno dopo il suo primo grande successo sceglie la Disco Convention di New York per annunciare a sorpresa la sua intenzione di abbandonare la scena dance.