15 febbraio, 2026

23 febbraio 1942 – Il primo disco di Nilla Pizzi

Il 23 febbraio 1944 negli studi della Parlophone l’emiliana Adionilla Pizza registra con il nome d’arte di Nilla Pizzi il suo primo disco da solista. È passato soltanto un anno da quando la ragazza aveva vinto il concorso EIAR davanti a migliaia di concorrenti conquistandosi così un contratto per cantare ai microfoni della radio con l’orchestra di Carlo Zeme. È stato un anno ricco di soddisfazioni e di cambiamenti con il grande successo radiofonico della sua interpretazione di Casetta tra le rose e il passaggio all’orchestra prestigiosa di Cinico Angelini. Il 23 febbraio 1944 si presenta negli studi della Parlophone per registrare Alba della vita, un brano destinato a venir pubblicato su un 78 giri come lato B di Guarda un po’ di Dea Garbaccio. La strada sembra ormai in discesa, ma non è così. Il suo modo di cantare, considerato troppo “moderno” dalla censura fascista, unito ai suoi atteggiamenti insofferenti nei confronti delle imposizioni sul repertorio le costeranno l’allontanamento dalla radio e la rescissione del contratto discografico. Soltanto nel 1946, dopo la Liberazione, riprenderà il suo posto ai microfoni radiofonici e otterrà un nuovo contratto discografico con La Voce del Padrone. Nello stesso periodo pubblicherà anche per la Cetra e le etichette consociate Fon e Mayor, alcuni dischi con vari pseudonimi: Carmen Isa, Isa Merletti, Conchita Velez e Ilda Tulli. Il definitivo salto di qualità avverrà nel 1951 quando entrerà nella storia della musica italiana vincendo il primo Festival di Sanremo con Grazie dei fior.

15 febbraio 1910 - Walter Fuller, trombettista e qualche volta cantante

Il 15 febbraio 1910 a Dyersburg, nel Tennessee nasce Walter Fuller, un trombettista che non disdegna di usare la voce. Comincia a suonare la tromba da ragazzo sotto la guida del padre appassionato suonatore di mellophone nelle brass band della zona in cui vivono. La musica diventa presto il suo mestiere. A soli quattordici anni, nel 1924, viene ingaggiato da una troupe che organizza riviste destinate al pubblico di colore, il circuito T.O.B.A. la cui vedette in quel periodo è Ma Rainey. Nel 1925 si trasferisce a Chicago dove entra nell’organico dell'orchestra di Sammy Stewart con la quale si sposta a New York nel corso del 1929 per suonare al celebre Savoy Ballroom, ove ottiene un notevole successo personale. Rientra quindi a Chicago chiamato a far parte dei Vogue Vagabonds di Irene Eadie. Nel 1931 viene ingaggiato da Earl Hines con cui lavora ininterrottamente sino al 1941, salvo una breve parentesi a cavallo tra il 1937 e il 1938 con Horace Henderson. Tra i tanti dischi registrati da Fuller con l’orchestra di Hines sono degni di nota Rosetta, per la splendida parte vocale e Bubbling Over dove esegue dei felicissimi passaggi con la tromba in uno stile simile a quello del suo modello Louis Armstrong. Nel 1941, lasciato Hines, mette in piedi una propria orchestra con la quale continua a esibirsi al Grand Terrace di Chicago. Nel 1944 va al Radio Room di Los Angeles e l'anno successivo al Downbeat di Chicago prima di trasferirsi in California stabilendosi a San Diego dove si esibisce per molti anni consecutivi al Club Royal.



14 febbraio, 2026

14 febbraio 2007 - Con “Notte prima degli esami – Oggi” nasce il “newquel”

Il 14 febbraio 2007, giorno di San Valentino, arriva nelle sale cinematografiche italiane “Notte prima degli esami – Oggi” un film che riprende i personaggi e la formula del fortunato e omonimo lungometraggio uscito nelle sale l’anno precedente collocandoli però in un altro periodo storico. Non si tratta di un “prequel”, cioè il racconto dei fatti che hanno preceduto gli eventi narrati nel film precedente né un “sequel”, cioè la narrazione del seguito. Come definirlo? Nella conferenza stampa di presentazione il regista Fausto Brizzi conia il termine di “newquel” spiegandolo così: «Io aggiorno la storia. È come se fosse un’istantanea di due periodi completamente diversi». Per meglio far comprendere le sue intenzioni allo spettatore sui titolo di testa mette il protagonista Luca, interpretato da Nicolas Vaporidis, di fronte alle commissioni di varie sessioni dell’esame di maturità ambientate in epoche diverse. Il ragazzo, indipendentemente dalle diverse ambientazioni, appare imbarazzato e reticente come sempre perché in fondo i veri protagonisti del film sono loro, gli esami di maturità, anno dopo anno così uguali eppure così diversi. Come già accaduto per il primo film della serie anche "Notte prima degli esami – Oggi" arriva nelle sale il 14 febbraio 2007, giorno di San Valentino, festa degli innamorati. Ad accompagnarlo ci sono due iniziative editoriali decisamente curiose. La prima è un libro, pubblicato dalla Mondadori, con il “Diario di Luca e Azzurra” direttamente tratto dalla sceneggiatura del film e la seconda è ancora più singolare. Nel numero di “Topolino” che arriva in edicola nello stesso giorno d’uscita del film, infatti, c’è una storia a fumetti intitolata “Qui Quo Qua e il giorno prima degli esami” il cui soggetto è stato scritto dallo stesso Fausto Brizzi, regista del film.


13 febbraio, 2026

13 febbraio 1977 - Cicciolina a Radio Luna

 

Il 13 febbraio 1977 Radio Luna, un’emittente privata di Roma, inaugura il primo programma radiofonico dall’erotismo spinto ed esplicito. Si intitola “Voulez-vous coucher avec moi?” (Vuole venire a letto con me?) e va in onda a tarda ora, da mezzanotte alle due. È interamente dedicato alle telefonate a sfondo erotico degli ascoltatori e delle ascoltatrici con le quali interagisce una voce femminile che li apostrofa con l’appellativo confidenziale di “Cicciolini” e “Ciccioline”. La voce in questione è quella di Elena (Ilona) Anna Staller, una ragazza ungherese figlia di un funzionario del Ministero dell’Interno e di un’ostetrica, sbarcata in Italia dopo una rapidissima carriera di modella culminata con l’elezione a Miss Ungheria. La giovane Ilona nel nostro paese incontra Riccardo Schicchi, destinato a diventare uno dei top manager del settore pornografico, che intuisce di avere tra le mani una fortuna. Le costruisce addosso il personaggio di ingenua tentatrice e inizia a promuoverla ovunque. “Voulez-vous coucher avec moi?” segna l'inizio di una lunghissima carriera che la vedrà diventare una delle più ammirate pornostar e la porterà anche in Parlamento nel gruppo del Partito Radicale.



12 febbraio, 2026

12 febbraio 1919 – Ferruccio Valcareggi, l’allenatore della staffetta

Ferruccio Valcareggi nasce a Trieste il 12 febbraio 1919 e debutta nel mondo del calcio come mezzala della Triestina, squadra con la quale gioca per la prima volta in serie A nel 1938. Nel 1940 passa alla Fiorentina dove rimane per tre stagioni per poi passare al Bologna e ritornare quindi alla Fiorentina. Nel corso della sua lunga carriera gioca poi nella Lucchese, nel Vicenza e nel Piombino dove nel 1953 inizia la carriera di allenatore. Passa poi ad allenare il Prato e per il suo lavoro riceve l’ambito riconoscimento del “Seminatore d'oro”, l’Oscar degli allenatori. La sua avventura con la nazionale inizia nel 1966 quando, dopo la disfatta della squadra azzurra nei mondiali inglesi, la federazione intenzionata a rimuovere il condottiero della sfortunata spedizione Edmondo Fabbri con figure nuove chiama lui ed Helenio Herrera. Nominato responsabile tecnico della squadra azzurra nel 1968 vince il Campionato d'Europa. Due anni dopo diventa vice campione del mondo nei mondiali del Messico e viene licenziato dopo l’eliminazione dell’Italia ai campionati del mondo del 1974. La sua ultima esperienza su una panchina è con la Fiorentina, dove subentra a De Sisti nel campionato 1984/85. Proprio a Firenze muore il 2 novembre 2005.

11 febbraio, 2026

11 febbraio 1925 – Aristide Bruant, il poeta del tabarro

L’11 febbraio 1925 muore Aristide Bruant, universalmente considerato un po' il “padre nobile”, l’antesignano degli chansonnier. Alcuni suoi brani in particolare hanno dato origine alla cosiddetta “chanson sociale”. Quasi tutti i protagonisti della canzone francese del Novecento gli sono in qualche modo debitori, non soltanto quelli che più manifestamente si sono abbeverati alla sua inesauribile fonte inserendo nel proprio repertorio brani da lui composti. Anche la sua figura alta, avvolta nel “tabarro”, il lungo mantello nero a copertura totale, resa immortale da Tolouse-Lautrec, non passa inosservata e negli anni a cavallo tra Ottocento e Novecento ispira gran parte degli interpreti maschili dei cabaret di tutta Europa, Italia compresa. A quell’immagina sembra ispirarsi, per esempio, nel nostro paese Gino Franzi, lo “scettico blu”, il fustigatore dei vizi e delle differenze di classe, dominatore dei palcoscenici negli anni Venti e Trenta, la cui popolarità è tale da renderlo praticamente inattaccabile anche dalla solerte e invasiva censura fascista. Aristide Bruant non è soltanto uno chansonnier, ma scrittore, poeta e animatore oltre che gestore di Cabaret divenuti rapidamente il luogo di ritrovo di artisti e creativi d’ogni risma e inclinazione. Nel suo lavoro artistico scompare la distinzione tra canzone colta, ballata popolare e critica sociale. Cessa anche la separazione tra musica e poesia in una sorta di ponte simbolico tra la Francia di fine Ottocento e quella dei trovatori che si esibivano nelle corti feudali. Tutto, per Aristide Bruant, può diventare canzone, dai sentimenti alla descrizione di un luogo, alla rabbia per le ingiustizie, alla denuncia, alla critica sociale. La struttura dei suoi brani è spesso quella tipica dei cantastorie, basata sul “rimodellamento”, una tecnica che prevede di comporre testi diversi su un pugno di melodie sempre uguali. Con qualche approssimazione si dice che nella sua carriera abbia dedicato una canzone a ogni quartiere di Parigi. Aristide Louis Armand Bruand, questo è il nome vero del futuro Aristide Bruant, nasce a Courtenay il 6 maggio 1851. La sua infanzia trascorre tranquilla in una famiglia della media borghesia che non ha problemi finanziari. Al piccolo Aristide non manca nulla e l’unica preoccupazione di quel periodo sono i severi insegnanti che accompagnano il suo corso di studi regolari a Sens. Quando arriva per la prima volta a Parigi ha soltanto dodici anni. Sono i suoi genitori a portarlo con loro nella capitale francese dove si sono trasferiti provvisoriamente nel tentativo di risolvere una serie di difficoltà economiche nate da alcuni errori nella gestione del patrimonio famigliare. Il bambino ascolta i discorsi preoccupati dei suoi genitori sul patrimonio famigliare che si sta rapidamente consumando. Pur se non ne capisce ancora interamente il significato ne coglie il senso d’angoscia e di preoccupazione. Quelle sensazioni resteranno per sempre impresse nella sua memoria e saranno alla base di molte tra le composizioni più drammatiche e vivide di critica sociale. Purtroppo la permanenza nella capitale francese non serve a migliorare le condizioni economiche della famiglia Bruand né a risolverne i problemi. Ben presto la situazione precipita. Dopo anni di tranquillità economica i Bruand sono costretti a darsi da fare per sopravvivere. Anche per il piccolo Aristide a Parigi la vita cambia in peggio da un giorno all’altro. Non ci sono soldi per continuare gli studi e la sua nuova scuola è la strada del quartiere popolare dove la sua famiglia si è trasferita. Ben presto però il tempo per i giochi nella via si riduce fino a quasi scomparire. Anche lui deve dare il proprio contributo alla sopravvivenza della famiglia. Aristide si ritrova così a fare piccole commissioni per un procuratore legale, un vecchio amico di suo padre che cerca di dare una mano alla famiglia Bruand. Non è un gran lavoro e, soprattutto, non gli dà nessuna soddisfazione. Per questa ragione nel 1858, a diciassette anni, decide di fare di testa sua e si fa assumere come apprendista in una gioielleria. Nell’Europa turbolenta di quegli anni le guerre non sono certo una rarità. All’alba del 1870 scoppia quella che resterà nella storia come Guerra Franco Prussiana. La vita a Parigi si fa ancora più dura e la famiglia Bruand decide di tornare a Courtenay mentre Aristide, arruolato dall’esercito, partecipa alla guerra con la divisa dei “franchi tiratori”. Quando la guerra finisce trova un posto di lavoro come spedizioniere in una compagnia ferroviaria del Nord della Francia. Più o meno nello stesso periodo inizia a scrivere le prime canzoni e a cantarle in pubblico. La data della sua prima esibizione si è persa nel tempo e le fonti divergono. C’è chi dice che Aristide abbia cominciato a cantare le sue canzoni nei cabaret a partire dal 1873 e chi invece sostiene che il debutto sulle scene sia avvenuto due anni dopo, nel 1875. Di certo c’è che in quel periodo il cantante sostituisce la “d” del cognome con la “t” diventando per sempre Aristide Bruant. Il suo primo repertorio è composto quasi esclusivamente da canzoni leggere, divertenti e in qualche caso salaci e licenziose. Comincia a pensare di chiudere il suo rapporto con la compagnia ferroviaria per dedicarsi esclusivamente alla canzone quando, nel 1880, l’esercito si accorge che, nonostante la sua partecipazione alla guerra Franco Prussiana, Aristide non ha ancora saldato completamente il suo debito con la divisa. Alla sua ferma militare mancano, infatti, ben ventotto giorni! Richiamato passa un mesetto scarso nei ranghi del 113° Reggimento di stanza a Melun. Approfitta dalla sosta per comporre alcune canzoni, compresa la famosa V’là l’cent-treizième qui passe dedicata ai suoi commilitoni. Chiusa la parentesi militare riprende la vita di sempre cantando nei cabaret e nei caffé concerto. Nel 1880 conosce e diventa amico di Jules Jouy, un operaio, poeta, chansonnier e attivista politico destinato ad avere un ruolo importante nella sua evoluzione artistica e nel suo destino. È proprio lui infatti a trovargli la prima scrittura al cabaret Chat Noir di Boulevard Rochechouart, in quel periodo di proprietà di Rodolphe Salis, un uomo attento alle novità che dà spesso spazio ai nuovi artisti della zona di Montmartre. Aristide Bruant e le sue canzoni diventano un’attrazione fissa del locale. La relativa tranquillità della sua vita dura poco. Un giorno un paio di teppistelli mettono a soqquadro il Chat Noir uccidendo un cameriere e malmenando il proprietario che, spaventato, decide di chiudere il locale e riaprirlo in Rue Laval, una zona decisamente più tranquilla. Aristide coglie l’occasione, rileva i locali lasciati liberi da Rodolphe Salis e apre un proprio cabaret, il Mirliton. È il 1894 quando i primi tre clienti del locale entrano e vengono accolti da... insulti e imprecazioni lanciate loro da Bruant in persona. Nasce così la leggenda del Mirliton, un locale alla moda, ritrovo di artisti e abitatori della notte disposti a farsi maltrattare dalle imprecazioni e dai lazzi di Aristide Bruant. La popolarità del poeta e chansonnier cresce a dismisura in tutta Parigi grazie anche ai manifesti realizzati dal suo amico Tolouse-Lautrec. Non si dedica solo alla canzone. In quegli anni lavora alla realizzazione di un vero e proprio dizionario dell’Argot, l’idioma della strada che lui considera una vera e propria lingua sviluppatasi parallelamente al francese insegnato nelle scuole. Il suo è un lavoro serio di ricerca che viene però snobbato dalle istituzioni culturali ufficiali poco disposte a dare spazio a un personaggio eclettico come lui. Aristide vive male questa situazione e dopo la lunghissima e trionfale tournée in Francia e in vari paesi europei del 1895 decide di dedicare sempre meno tempo alla musica per occuparsi di più di scrittura e di ricerca. Nonostante i propositi non lascia mai completamente il palcoscenico sul quale torna di tanto in tanto per offrire al pubblico applauditissimi récital mescolando i suoi vecchi brani con nuove canzoni. L’ultimo concerto è del 1924, qualche mese prima della morte che avviene a Parigi l’11 febbraio 1925.

10 febbraio, 2026

10 febbraio 1966 – Caro Bob Marley, ti decidi a baciarmi?

Il 10 febbraio 1966, Bob Marley e Alvarita Constantia Anderson, detta Rita, si sposano. È la conclusione di una storia cominciata qualche tempo prima. Tutto inizia quando Bob Marley insieme a Bunny Livingston e Peter Tosh, suoi inseparabili amici e compagni negli Wailers, assiste a un’audizione organizzata dal loro impresario e “padre artistico” Clement “Coxsone” Dodd, padre padrone dello Studio One. Da tempo quella vecchia volpe pensa a una sorta di versione femminile degli Wailers e crede di aver trovato la soluzione. L'oggetto della sua attenzione è un trio di ragazze di cui a Trench Town parlano tutti molto bene e che si è specializzato in cover dei grandi successi delle donne della Motown. L’esibizione delle Soulettes, questo è il nome del tre pulzelle, lo convince definitivamente. Dopo aver siglato il contratto con il trio decide di affidarlo alle cure di Marley perché lo segua nel lavoro in studio e lo aiuti a trovare i brani adatti per il debutto discografico. Le ragazze, Alvarita “Rita” Constantia Anderson, Marlene “Precious” Gifford e Constantine “Dream” Walker conoscono bene gli Wailers e, tranne Rita che mantiene un atteggiamento distaccato e un po’ aristocratico, le altre due danno l'impressione di essere molto eccitate ed emozionate all’idea di dover lavorare con il cantante di quello che è il loro gruppo preferito. Se Bob è molto professionale nel rapporto con loro, non così accade per Bunny e Peter che, appena possono, le coinvolgono nelle loro strampalate session di canti, balli e scherzi. «Qui si lavora, non siete state scritturate per divertirvi» è la frase con la quale Marley gela ogni tentativo della compagnia di divertirsi un po’. Il suo senso di responsabilità non è particolarmente apprezzato dalle ragazze, ma i risultati si vedono presto. Il loro primo disco, una versione di I love you baby, interamente riscritta da Bob scala velocemente la classifica di vendita. Come è già accaduto anche per gli Wailers, le Soulettes diventano così ospiti quotidiane dello Studio One. Lo prevede l’aggiornamento contrattuale imposto da Coxsone, che non ama perdere di vista i suoi artisti. La quotidianità dei contatti sembra solleticare la fantasia di Peter e Bunny che cambiano registro e sottopongono le ragazze a un corteggiamento ogni giorno più serrato e pressante. L’unico a non cambiare le sue abitudini è Bob. Il ragazzo è chiuso in se stesso e non partecipa alla sarabanda di follie dei compagni. La verità è che per lui le Soulettes non sono tutte e tre uguali. Si è innamorato di Rita, ma ha paura di rivelarsi perché teme un rifiuto. Le scrive brevi lettere farcite di pensieri, considerazioni, piccole riflessioni e gliele fa recapitare da Bunny. Poi, quando la incontra allo studio, la scruta in silenzio per capire cosa pensi. Questa storia non va avanti per molto. È la ragazza la prima a prendere l’iniziativa: «Bob, anche tu mi piaci, ma sono stanca di leggere solo i tuoi biglietti. Vuoi deciderti a baciarmi o aspetti che io scelga un altro?». Pochi mesi dopo, il 10 febbraio 1966, si sposano.

09 febbraio, 2026

9 febbraio 2002 – Raiz debutta in teatro

Dopo aver portato con successo sul palcoscenico dei teatri d'Italia i Sud Sound System in "Acido Fenico - Ballata per Mimmo Carunchio camorrista" i Cantieri Teatrali Koreja continuano a far incontrare teatro e musica. Il 9 febbraio 2002 presentano "Brecht’s dance" un lavoro teatrale nel quale fa il suo debutto come attore e cantante Raiz, voce e frontman degli Almamegretta. Lo spettacolo, ispirato a tre opere di Brecht, “Baal”, “L’opera da tre soldi” e “Il cerchio di gesso del Caucaso”, è una sorta di viaggio nella "fatica di vivere" tra adolescenze rabbiose e disperate. Scritto da Gianluigi Gherzi e diretto da Salvatore Tramacere ha visto un apporto diretto di Raiz già nella fase di elaborazione. Il leader degli Almamegretta, infatti, ha riletto insieme a Paolo Polcari le canzoni de “L’opera da tre soldi” ispirandosi, oltre che alla musica di Kurt Weill, anche alla fascinazione di Brecht per l'Asia. Il linguaggio brechtiano viene riproposto non con intento calligrafico, ma come lettura viva della realtà di oggi. Del resto, come dice il regista Salvatore Tramacere «Bertolt Brecht aveva già capito nel suo tempo che il teatro doveva incontrare la musica e cercare insieme di costruire un linguaggio nuovo». La sfida vera è quella di reggere l'impatto con «l’ambiguità e la complessità del nostro tempo». L'opera verrà presentata presso i Cantieri Teatrali di Lecce a partire dall'11 febbraio. Non sarà un evento isolato, ma una parte significativa del progetto “I giorni di Brecht", una serie di spettacoli, mostre, convegni e feste dedicati al grande maestro che richiameranno nella città pugliese artisti, docenti universitari, critici ed esperti.


08 febbraio, 2026

8 febbraio 1967 – A Pisa la prima occupazione

Nel 1967 con le prime occupazioni delle Università inizia il periodo della contestazione. I primi in assoluto sono i pisani. L’8 febbraio 1967 gli studenti della città della torre pendente occupano l’università “La Sapienza”, ma in molti atenei italiani tira un’aria nuova che chiede il rinnovamento dell’intero sistema universario. Vengono messi in discussione programmi, metodi, orari, costo e diritti di rappresentanza. Le risposte che i giovani ottengono da parte delle autorità universitarie oscillano tra autoritarismo e insofferenza. Si pensa che il movimento sia una sorta di “ballon d’essai” destinato a esaurirsi in breve tempo, ma non è così. Nell’inverno seguente i giovani universitari di tutta Italia si passano la parola. Il 24 febbraio 1968 le università italiane occupate sono già ventisette. L’ondata di nuove occupazioni è iniziata il 10 gennaio 1968 a Torino, quando gli studenti hanno invaso Palazzo Campana, sede delle facoltà umanistiche del capoluogo piemontese per protestare contro un insegnamento considerato vecchio e classista. Il 1° marzo a Valle Giulia gli studenti di architettura di Roma impegnano la polizia in durissimi scontri con centinaia di feriti da entrambe le parti. Il 16 marzo, sempre a Roma un gruppo di neofascisti assalta l’Università occupata. Il bilancio degli scontri è di un centinaio di feriti. Il 26 marzo anche a Milano gli studenti si scontrano con la polizia: una settantina i feriti e cinquantuno gli arrestati, tra cui Mario Capanna, destinato a diventare uno dei leader della rivolta studentesca. Nel capoluogo lombardo il 24 maggio scatta l’occupazione dell’università Cattolica e il 29 quella della Statale.

07 febbraio, 2026

7 febbraio 1980 - Sanremo fa trenta e si rilancia con Benigni

Il 7 febbraio 1980 prende il via il Festival di Sanremo. È l’anno del trentennale di questa manifestazione, data più volte per morta, e che miracolosamente sembra, invece, suscitare nuovi interessi. Alla rassegna partecipano, accanto ai nomi affermati di Bobby Solo, Gianni Morandi o Peppino Di Capri, i nuovi protagonisti della musica leggera italiana di quel periodo, da Toto Cutugno a Pupo, al graffiante e ironico cantautore Stefano Rosso. Tra i debuttanti particolare interesse suscitano i Decibel, un gruppo proveniente dalle file del punk milanese, il cui cantante, un ossigenato e biondissimo Enrico Ruggeri, è destinato a segnare profondamente la storia della canzone italiana a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta. L’evento più significativo è, però, la presenza sul palcoscenico, nelle vesti di presentatore, di uno scatenato e straripante Roberto Benigni, affiancato da Olimpia Carlisi e da Claudio Cecchetto. Il comico toscano fa scalpore per la sua conduzione del tutto fuori dall’ordinario e riesce anche a collezionare una denuncia da parte di un gruppo integralista cattolico per l’epiteto “Wojtilaccio”, rivolto al Papa. Il vincitore dell’edizione del trentennale è Toto Cutugno, l’ex leader degli Albatros, che conferma il suo buon momento con il brano Solo noi, seguito da un sorprendente Enzo Malepasso con Ti voglio bene e da Pupo con Su di noi.

06 febbraio, 2026

6 febbraio 2004 - Quando i PGR persero i pezzi

Il 6 febbraio 2004 Ginevra Di Marco e il suo compagno, di vita oltre che d'avventura artistica, Francesco Magnelli se ne vanno. Due pilastri importanti dei PGR lasciano il gruppo. La notizia viene data ufficialmente da un comunicato stampa di Gianni Maroccolo, fondatore del gruppo nato dalle ceneri dei CSI insieme ai due "dimissionari" e a Giovanni Lindo Ferretti e Giorgio Canali. Nel suo scritto Maroccolo non si nasconde dietro parole di circostanza «Scelte di vita personali, private, profonde, per certi aspetti a me incomprensibili, comunque sia da rispettare, seppur a malincuore», ma conclude augurando buona fortuna alla cantante e al tastierista della band «Non state a chiedervi o a chiedermi le ragioni. Così è! Ogni parola risulterebbe superflua». Con la defezione di Ginevra Di Marco e Francesco Magnelli si allungano ombre preoccupanti sul destino del gruppo. Proprio qualche giorno prima lo stesso Maroccolo presentando il suo primo album solista, A.C.A.U., aveva detto che i PGR a fine febbraio sarebbero ritornati in studio per lavorare a un nuovo album il cui materiale è già stato composto. La band si sarebbe dovuta ritrovare a Bath, negli studi della Real World di Peter Gabriel. L'addio di Ginevra e Francesco cambia le prospettive.



05 febbraio, 2026

5 febbraio 1903 - Earl Fouché, il saxoclarinettista di Sam Morgan

Il 5 febbraio 1903 nasce a New Orleans, in Louisiana, il saxoclarinettista Earl Fouché. Nipote di John Joseph, uno dei primi maestri di contrabbasso di New Orleans, inizia a suonare il sassofono proprio sotto la guida dello zio quando è ancora ragazzo. Trasferitosi a New York con la famiglia verso il 1920 continua i suoi studi musicali con il professor Henry Nickerson, un insegnante creolo molto quotato tra i musicisti di colore residenti ad Harlem. Rientra poi a New Orleans nel 1925 e viene subito ingaggiato dai fratelli Morgan (Isahia e Sam), con i quali lavora per diversi anni consecutivi; esibendosi nei più rinomati locali della città e conquistandosi una grossa popolarità anche in grazie alla quotazione e alla fama di cui godeva la jazz band di Sam Morgan. Con questa formazione Fouchè registra una serie di dischi per la Columbia che sono oggi annoverati tra i migliori in assoluto incisi a New Orleans nel corso degli anni Venti e nei quali ha modo di emergere come solista di sax alto dimostrando delle doti tecnico-strumentali non comuni per quell'epoca. Nel 1932, dopo lo scioglimento dell'orchestra di Morgan, suona al Country Club a fianco di Steve Lewis e Johnny St. Cyr e poi si aggrega alla Tuxedo Orchestra di Bebè Ridgely. Nel 1937 si trasferisce a San Antonio nel Texas per suonare nel gruppo di Don Albert con il quale effettua un lungo tour. Nel dopoguerra si stabilisce a Santa Barbara in California dove riprende a suonare alla testa di un suo gruppo a struttura variabile che manterrà per anni.





04 febbraio, 2026

4 febbraio 1981 - La prima volta di J.R.

Alle 22.30 del 4 febbraio 1981 gli italiani conoscono per la prima volta i protagonisti di “Dallas”, uno dei telefilm più popolari d’America. È stata un’idea di Claudio G. Fava quella di comprare alcuni episodi di una saga di petrolieri alla disperata ricerca del potere tra intrighi, tradimenti e amori, trasmessa negli Stati Uniti dalla CBS a partire dal 1978. L’emittente di stato ne acquista tredici puntate. Il pubblico italiano resta affascinato dalla personalità del cattivissimo J.R. Ewing, interpretato da Larry Hagman. Proprio il mitico "Geiar", fedele interprete del "rampantismo" che caratterizza la società italiana di quel periodo, inchioda milioni di persone davanti al video. Quando, il 29 aprile, andrà in onda l’ultimo episodio acquistato dalla RAI in molti attenderanno con ansia la ripresa del serial sull’emittente privata Canale 5 che ne ha acquistato i diritti. Da quel momento tutte le televisioni, da quella di stato alle private, verranno invase da un centinaio di produzioni con gli stessi ingredienti di “Dallas”: affari, ambizione, denaro, sesso, amore e vendette con relativo corredo di eroi in negativo, perfidi e intriganti.

03 febbraio, 2026

3 febbraio 1968 – A Sanremo vincono due cantautori

Il 3 febbraio 1968, a sorpresa, un cantautore vince per la prima volta il Festival di Sanremo. Un anno dopo la morte di Luigi Tenco un artista della stessa scuola, Sergio Endrigo, sale sul podio più alto della rassegna sanremese. In coppia con lui c’è un altro personaggio emblematico della nuova musica di quel periodo: il brasiliano Roberto Carlos. La tragica morte di Tenco sembra aver cambiato molte cose e non è stata, almeno dal punto i vista musicale, inutile. I primi a cogliere le novità sono i critici che salutano nel risultato un segno d’apertura alle nuove tendenze e sottolineano come la vincitrice Canzone per te, non rientri negli "exploit da Festival", ma si inserisca a pieno titolo nella migliore produzione della malinconica vena del cantautore istriano. Tenco a parte, c'è da rilevare come quell'edizione del Festival risenta un po' del clima generale della società italiana, ricco di fermenti e ribellioni che di lì a poco sfoceranno in un vero e proprio movimento di contestazione generale al sistema. La vittoria di Endrigo non è l'unica novità di un Festival che vede la presenza di alcuni personaggi di primo piano della musica nera di quel periodo, come Shirley Bassey, Dionne Warwick e, soprattutto, Wilson Pickett e Earta Kitt. Proprio all'esplosivo Pickett viene affidato, in coppia con Fausto Leali, Deborah un brano "nero" nato dalla penna di Paolo Conte, altro cantautore per la prima volta a Sanremo. Per la cronaca quel Festival segna anche, almeno come autore, la presenza sanremese di Lucio Battisti. Il ragazzotto di Poggio Bustone è l'autore della mielosa Una farfalla impazzita, nobilitata da una buona interpretazione di Johnny Dorelli e dell'ormai ex idolo delle teen-ager Paul Anka. Il vero colpo grosso è però la contemporanea presenza di due leggende del jazz come Louis Armstrong e Lionel Hampton. Il primo interpreta in coppia con Lara Saint Paul Mi va di cantare, un motivetto vagamente dixieland che può contare sull'accompagnamento della band di Hengel Gualdi, mentre il secondo è incaricato di ripetere al vibrafono, riarrangiandole, tutte le canzoni in gara. Le piacevoli anomalie di questa edizione sessantottina del Festival trovano la loro sintesi proprio nella vittoria di Sergio Endrigo, un cantautore per il quale le canzoni d'amore non sono un ostacolo all'impegno politico e sociale. Non a caso presterà qualche anno dopo la sua immagine alla campagna elettorale dello PSIUP, il Partito Socialista di Unità Proletaria.


02 febbraio, 2026

2 febbraio 2002 – I Subsonica al vertice della classifica

Il 2 febbraio 2002 fa un certo effetto vedere al vertice della classifica dei dischi più venduti in Italia un album decisamente inusuale come Amorematico dei Subsonica. Il successo della band torinese nata nel 1996 dall'incontro di Samuel, il cantante degli Amici di Roland, con il chitarrista C-Max proveniente dagli Africa Unite conferma le tesi di chi sostiene che la crisi di vendite dell'industria discografica italiana nasca, oltre che dai prezzi, dalla sostanziale mancanza di idee. Lo pensano anche i Subsonica: «Quando cominci a vendere dischi, arriva un sacco di gente che ti spiega come hai fatto e come devi comportarti per restare in vetta. A noi non interessava uniformarci a un format sonoro gradevole e scacciapensieri che fa contenti gli uffici marketing ma che ha distrutto il mercato discografico». Il disco conferma le qualità del gruppo cresciuto nel vivace nightclubbing torinese ed esalta l'apporto di DJ Roger Rama, uno che pensa che la contaminazione espressiva sia una pratica e non una vuota teorizzazione. In più ci sono i testi, che affondano l'ispirazione nella realtà e raccontano anche la persecuzione del diverso, le manifestazioni no-global e gli scontri di Genova. Non è un album rivoluzionario, ma segnala la possibilità che qualcosa possa cambiare nel panorama e nel linguaggio della musica italiana. Alla conferenza stampa di presentazione i Subsonica hanno giustificato l'assenza del rapper marocchino Rachid dicendo «avrebbe dovuto essere qui, ma è stato pestato a sangue da tre carabinieri mentre camminava nel parco del Valentino». Sono fatti così e vederli in vetta alla classifica mette di buon umore tutti quelli che vogliono bene alla musica e al mondo…

01 febbraio, 2026

1° febbraio 1968 - Elvis diventa padre mentre il suo mito scricchiola

Il 1° febbraio del 1968 nasce Lisa Marie Presley. La bimba apre gli occhi sul mondo a nove mesi esatti dal matrimonio di Elvis e Priscilla. La notizia fa il giro del mondo e sembra che non meno di diecimila telefonate da ogni parte del globo siano giunte al centralino della clinica. La nascita della bimba è utile per dare nuovo smalto alla popolarità di Elvis che, dopo l'avvento dei Beatles e del nuovo rock, soprattutto negli Stati Uniti si sta lentamente spegnendo. I suoi primi fans sono ormai genitori come lui mentre i ragazzi lo snobbano e lo considerano un rottame del decennio precedente da relegare nel passato. Lui fatica a trovare la sua dimensione. Anche i nuovi film si rivelano fallimenti commerciali, e si dice che nei primi giorni del 1968 Presley passeggi per il Sunset Boulevard, a Los Angeles, senza essere riconosciuto dai passanti, quando solo pochi anni prima sarebbe stata necessaria la polizia per proteggerlo dai fans. A cambiare la situazione arriva l'annuncio di un nuovo special televisivo, in preparazione per la rete NBC. In quel momento è chiaro a tutti che il "Re" non ha ancora abdicato. Lo show, subito ribattezzato "The '68 comeback" (il grande ritorno del'68), si trasformerà nel momento della verità, nel punto cruciale di tutta la carriera di Elvis Presley.




31 gennaio, 2026

31 gennaio 1927 - Giampiero Boneschi, il pianoforte e l'arrangiamento

Il 31 gennaio 1927 nasce a Milano il pianista Giampiero Boneschi. Fin da giovane coltiva gli studi musicali e si diploma in pianoforte e armonia al conservatorio Giuseppe Verdi nella sua città natale. Nel 1944 inizia l'attività di pianista insieme al trombettista Nino Culasso e il sassofonista Glauco Masetti. Successivamente fa parte di un duo pianistico con Luciano Sangiorgi, cui segue nel primo dopoguerra la costituzione di un trio con il batterista Claudio Gamberelli e il clarinettista Franco Mojoli che registra alcuni dischi per la Columbia. Nello stesso periodo incide in quartetto, sempre per Columbia, una serie di brani con Franco Cerri alla chitarra, Michele d'Elia al contrabbasso e Giuseppe "Pinun" Ruggeri alla batteria. Successivamente entra nella grande orchestra diretta da Gorni Kramer e nel 1947 forma un proprio complesso con Nino Impallomeni, Eraldo Volontè, Gilberto Cuppini. Nel 1949 registra con Henghel Gualdi al clarinetto e Paolo Mezzaroma al violino. Verso la metà degli anni Cinquanta fa parte del Sestetto italiano con Valdambrini, Donadio, Basso e Rodolfo Bonetto oltre al bassista statunitense Al King. A partire dagli anni Sessanta la sua attività si allarga al cinema e alla televisione dove ha modo di dare prova delle sue ottime qualità d'arrangiatore e compositore. Muore a Segrate il 12 maggio 2019.



30 gennaio, 2026

30 gennaio 1978 – Damia, la tragédienne de la chanson

Il 30 gennaio 1978 Muore Damia, una delle grandi interpreti della “chanson réaliste” francese. Come Mistinguett, Damia si è sempre vantata di non aver mai fatto uso del microfono nelle sue esibizioni dal vivo. Oggi l’idea che qualcuno rinunci a un mezzo capace di far ascoltare meglio anche il più piccolo sussurro espressivo può far sorridere, ma fino a cinquant’anni fa i puristi inorridivano di fronte all’utilizzo di un congegno metallico destinato ad amplificare il canto. La ragione fondamentale del rifiuto all’utilizzo del microfono era: nessun filtro per la voce, perché i filtri attenuano la forza emotiva del canto. In questo ambito vanno inserite sia la scelta di Damia, che quella di Mistinguett. Le due cantanti, infatti, non sono da ascrivere alla contrapposizione che per larga parte del novecento ha diviso i cantanti e le cantanti di scuola lirica, la cui potenza vocale è tale da poter rinunciare al microfono, da quelli popolari che utilizzano tranquillamente il microfono per farsi ascoltare meglio. Mistinguett e Damia non ne fanno una questione di potenza vocale, ma di sentimenti, di sfumature emozionali che rischiano di venir tradite dall’uso di uno strumento posticcio destinato soltanto ad amplificare i suoni. Tutto ciò vale, naturalmente, per le esibizioni dal vivo visto che entrambe non si sottraggono alla possibilità di registrare dischi o di cantare nei programmi radiofonici, due casi nei quali l’utilizzo del microfono diventa indispensabile. Quella che oggi appare come una polemica eccessivamente sofisticata e un po’ posticcia in realtà aiuta a capire la concezione di una grande artista come Damia per la quale il rapporto con il pubblico è la ragione principale del lavoro dell’artista. Considerata uno dei simboli più vividi della “chanson réaliste” e capace di rappresentare il punto di sintesi tra la musicalità delle interpreti della chanson e la presenza scenica delle attrici teatrali, la forza della sua personalità è stata tale che, ancora oggi, quando si dice “una canzone di Damia” non si precisa altro. La sua interpretazione è sufficiente a definire i contorni di ciò che ci aspetta. Di fronte alla sua capacità anche gli autori e i compositori passano in secondo piano. Damia ha una voce forte e profonda capace di trasmettere una vasta gamma di emozioni, di passare dalla tristezza o dal dramma alla sensualità più spinta e sfacciata. Tra tutte le interpreti della “chanson réaliste” lei è quella che maggiormente fa tesoro dell’esperienza teatrale sia nella presenza scenica che nel considerare la dizione un elemento, per così dire, variabile dell’interpretazione. La sua dizione, infatti, non è mai asettica come accade alle cantanti “di buona scuola”, ma cambia in funzione dei brani interpretati e delle emozioni che essi esprimono. Accade così che in qualche canzone la sua voce abbia l’accento spiccato delle periferie parigine e in altre la perfezione scolastica di chi è in grado di controllare con freddezza persino l’intonazione più marginale. È la qualità musicale del brano, sono le parole del testo e l’impronta del messaggio a determinare la scelta del taglio interpretativo e di quello vocale. La qualità è tutto e la potenza è nulla. In nessun caso, infatti, cerca di catturare l’attenzione degli ascoltatori con la potenza della voce, non perché non ne abbia, ma perché ritiene che il suono inutilmente gonfiato abbia il limite di non riuscire ad arrivare al cuore del pubblico. Come accade in seguito anche a Edith Piaf, per Damia l’intensità dell’interpretazione è molto più importante della perfezione asettica del vocalizzo. Questa sua caratteristica interpretativa le è valsa l’appellativo di “tragédienne de la chanson”, “attrice tragica della canzone” con un richiamo evidente alla tradizione drammatica di quella grande scuola teatrale che è stata la tragedia greca classica. Damia nasce il 5 dicembre 1889 a Parigi, anche se in qualche biografia degli anni Cinquanta la lancetta del tempo viene spostata di tre anni più avanti, nel 1892. All’anagrafe è registrata come Marie-Louise Damien. Figlia di un poliziotto o, meglio, di un sergente della polizia francese che i biografi raccontano autoritario e un po’ repressivo nei rapporti famigliari, non ha ancora compiuto quindici anni quando esce di corsa dalla porta di casa intenzionata a cercare fortuna nel mondo. Trova ospitalità nelle compagnie di attori, saltimbanchi, vagabondi e musicisti le cui attività animano le strade, le piazze e i locali della frenetica capitale francese. Seguendo le imprevedibili strade di questa compagnie di giro di località in località arriva dove la terra finisce e comincia la distesa del mare. Spinta dall’irrefrenabile voglia di sperimentarsi segue i suoi compagni su una delle tante carrette che attraversano la Manica e se ne va in Inghilterra. Qui a diciassette anni scandalizza e, insieme, entusiasma il pubblico londinese portando sul palcoscenico lo scandalo de “la valse chaloupée”, (il valzer ondeggiante) il ballo lanciato da Mistinguett che mima il rapporto aggressivo e violento di una ragazza di vita con il suo protettore. A Londra è accompagnata dallo stesso Max Dearly che è stato al fianco di Mistinguett. Tornata a Parigi sbarca il lunario lavorando come figurante nelle varie compagnie che arrivano al Châtelet. La ragazza è come una spugna. Assorbe il mestiere dello spettacolo, con i relativi trucchi e la capacità di reggere alle inevitabili difficoltà. Lavora con moltissime compagnie e da ciascuna impara qualcosa. Pian piano riesce a ritagliarsi spazi sempre maggiori e grazie anche ai consigli e alle raccomandazioni di Robert Holland, detto Roberty, il marito della grande Fréhel, debutta come cantante solista sul palcoscenico della Pépinière con il nome di Maryse Damia. Le cure e le attenzioni di Roberty le aprono le porte del Petit Casino, del Concert Mayol e di molti altri locali alla moda nei quali divide spesso il palcoscenico con Fréhel. Il suo rapporto con Roberty diventa sempre più stretto fino a quando l’uomo decide di lasciare per lei la moglie Fréhel che gli ha da poco dato un figlio. Quest’ultima non si dà pace e, dopo la tragica morte del figlio, precipiterà in una depressione disperata destinata a cambiarle la carriera e anche la vita. In qualche modo, però, questa vicenda segna anche l’esistenza e la carriera di Damia che finirà per essere lungamente colpevolizzata da parte dell’opinione pubblica e della stampa popolare. Dopo la prima guerra mondiale Damia va in tournée con la coreografa statunitense Loïe Fuller e scopre l’uso delle luci e dei proiettori sul palcoscenico. Diventa così la prima cantante a utilizzare i proiettori come complemento scenico. Nel 1921 Abel Gance le affida il ruolo della Marsigliese nel suo film muto “Napoléon”, la prima di una lunga serie di importanti performances cinematografiche che si concludono nel 1956 quando compare per l’ultima volta nel film “Notre-Dame de Paris” di Jean Delannoy con Gina Lollobrigida e Anthony Quinn. Si esibisce anche in tutti i locali più alla voga, da Chez Fisher all’Apollo, all’Olympia, al Moulin Rouge a tanti altri. Nel 1929 recupera Les goélands, una canzone già interpretata nel 1905 da Lucien Boyer, e la trasforma nel più grande successo della sua carriera. Il modo di presentarsi in scena diventa parte del personaggio e della sua leggenda: sola, con un vestito nero lungo e senza maniche e nessuna invenzione scenografica al di fuori di un proiettore bianco puntato sulla sua figura intera. Sulla scena sarà così per tutta la vita salvo nel periodo dell’occupazione nazista quando per rispondere a modo suo alle pressioni del governo collaborazionista che l’invitano ad avere un atteggiamento più gaio e spensierato lascia la scena com’è e cambia solo il colore dell’abito da nero a bianco. Nel 1956 lascia definitivamente le scene dopo un concerto nel quale indossa per l’ultima volta quell’abito nero destinato a ispirare anche Juliette Gréco. Nel 1964 la Francia le concede il Grand Prix du Disque per la sua straordinaria carriera e la cantante ringrazia ma poi torna nell’ombra. Muore il 30 gennaio 1978 all’età di ottantanove anni nella sua casa di Saint-Cloud.



29 gennaio, 2026

29 gennaio 1951 – Il Festival di Sanremo nasce di lunedì

Nel 1951 il 29 gennaio cade di lunedì. Per gran parte degli italiani non è che una dura giornata di lavoro che precede il secondo giorno lavorativo della settimana. Per questa ragione chi deve alzarsi presto per andare a lavorare è probabilmente già a letto alle 22 quando, diffusa in tutta Italia dal Programma Nazionale della RAI, la voce di Nunzio Filogamo, proveniente dalla Sala delle Feste del Casinò di Sanremo, annuncia per la prima volta il Festival della Canzone Italiana: «Signori e signore, benvenuti al Casinò di Sanremo per un'eccezionale serata organizzata dalla RAI, una serata della canzone con l'orchestra di Cinico Angelini. Premieremo, tra duecentoquaranta composizioni inviate da altrettanti autori italiani, la più bella canzone dell'anno. Le venti canzoni prescelte vi saranno presentate in due serate e saranno cantate da Nilla Pizzi e da Achille Togliani con il duo vocale Fasano». Neppure in sala c’è la percezione del grande evento. Il pubblico seduto ai tavolini, infatti, presta una modesta e distratta attenzione ai brani preferendo dedicarsi con maggior impegno alla cena e alla conversazione. Se ne accorge anche chi ascolta la radio. Le esibizioni dei cantanti arrivano nelle case con il sottofondo di un brusio diffuso e del tintinnare delle stoviglie. La presenza è scarsa, non soltanto perché è lunedì, ma anche perché il prezzo d’ingresso di ciascuna serata è di 500 lire, una cifra all’epoca non certo alla portata di tutte le tasche. Al termine delle due serate il primo premio verrà assegnato alla canzone Grazie dei fiori di Saverio Seracini, Mario Panzeri e Giancarlo Testoni, interpretata da Nilla Pizzi. Sette sono i giurati: il vicesindaco di Sanremo, il presidente della società concessionaria del Casinò, il maestro Giulio Razzi, il capo dell’ufficio stampa del Festival, l’avvocato Nino Bobba, Nunzio Filogamo e una signora scelta tra il pubblico. La premiazione sarà anche l’occasione per la prima gaffe della storia del Festival. Ne è artefice il presentatore Nunzio Filogamo, il quale, ignorando che Seracini, cieco, diserta qualunque cerimonia mondana ne reclamerà la presenza sul palco per ritirare il premio. Sarà Cinico Angelini a togliere tutti dall’imbarazzo annunciando: “il maestro Seracini non c’è e non verrà. Ha composto questa canzone poco dopo essere improvvisamente diventato cieco...”.




28 gennaio, 2026

28 gennaio 1930 – Angel "Pocho" Gatti, il jazzista venuto dall’Argentina

Il 28 gennaio 1930 nasce a Buenos Aires, in Argentina, il jazzista Angel “Pocho” Gatti. Trasferitosi negli Stati Uniti nel corso degli anni Quaranta, risiede soprattutto a New York, dove approfondisce gli studi musicali e incontrato vari esponenti del jazz collaborando anche con Sarah Vaughan, Frank Sinatra e Nat King Cole. Nel 1961 decide di trasferirsi in Italia e ci resta per una decina d’anni ininterrottamente partecipando a vari festival jazz e, dando vita nel 1968 a una big band con i più dotati solisti italiani, da Gianni Basso a Oscar Valdambrini, da Dino Piana a Tullio De Piscopo, a Giorgio Azzolini con il quale lavora anche qualche anno dopo in veste di arrangiatore. Nel 1971, dopo aver ripetuto l’esperienza orchestrale riprende la strada degli Stati Uniti, dove si è fermato per qualche anno prima di tornare nuovamente in Italia. Nel corso della sua lunga carriera sviluppa collaborazioni con quasi tutti i più grandi jazzisti della sua generazione. Muore a Parigi il 1° gennaio del 2000.

27 gennaio, 2026

27 gennaio 1952 - Roberto Benigni, un talento musicale

Il 27 gennaio 1952 a Misericordia, in provincia di Arezzo nasce Roberto Benigni. La musica è il suo primo amore tanto che all'età di quindici anni pubblica un disco interamente autoprodotto. Quando negli anni seguenti diventa famoso come attore e poi come regista non abbandona mai completamente la prima passione artistica della sua vita pubblicando brani come L'inno del corpo sciolto, Al Pantheon e Il pillolo. Nel 1983 canta come ospite al Festival di Sanremo la canzone di Paolo Conte Via con me, inserita anche nella colonna sonora del film "Tu mi turbi". Molte sono le performance canore nei suoi spettacoli e le sue interpretazioni estemporanee come nel film "I giorni cantati", dove interpreta un lied di Shubert con Mariangela Melato. Tra le sue canzoni c'è anche la curiosa Mi sono innamorato della moglie di Paolo Conte presentata dal vivo al Premio Tenco.


26 gennaio, 2026

26 gennaio 1974 - Joe Benjamin se ne va

Il 26 gennaio 1974 muore a Livingstone, nello Zimbabwe, il contrabbassista Joe Beniamin. Registrato all’anagrafe con il nome di Joseph Rupert nasce ad Atlantic City, nel New Jersey, il 4 novembre 1919. Inizia giovanissimo gli studi musicali dedicandosi inizialmente al violino sotto la guida di Hal Johnson e passando poi al contrabbasso, strumento al quale rimane poi fedele per il resto della vita, conclusasi per un attacco cardiaco probabilmente conseguente a un incidente automobilistico nel quale era rimasto coinvolto qualche settimana prima. Strumentista di grandi possibilità tecniche e accompagnatore di notevole sensibilità, conosce il momento di maggior gloria nel gennaio del 1951 quando ha l’occasione di partecipare come secondo bassista dell'orchestra di Duke Ellington a un memorabile concerto alla Metropolitan Opera House. Componente della band di Jimmy Lunceford, Billy Moore jr., Mercer Ellington, Billy Taylor, Artie Shaw, Fletcher Henderson, Lena Horne, Sy Oliver, Ellis Larkins e moltissimi altri leader, nel 1953 partecipa a una leggendaria tournée con Sarah Vaughan con la quale incide anche una lunga serie di brani eccellenti.


25 gennaio, 2026

25 gennaio 1975 – Antonello Venditti dall’impegno alla curva

Antonello Venditti, uno dei più amati e impegnati cantautori della nuova generazione compone una canzone dedicata alla sua squadra del cuore. Il 25 gennaio 1975, in occasione del derby calcistico Roma-Lazio, presenta il singolo Roma Roma (La Roma non si discute si ama), un brano del tutto controcorrente rispetto alla sua produzione che per alcuni è un segno dei tempi e del progressivo affievolirsi delle illusioni sulla possibilità di cambiare la società, per altri solo un’idea per guadagnare di più e per altri ancora soltanto un atto d'amore. Sul retro del disco, pubblicato dalla RCA, si possono ascoltare i cori dei tifosi della Curva Sud dello Stadio Olimpico di Roma registrati dal vivo. I suoi ammiratori ‘della prima ora’ faticano a digerire quello che considerano come un cedimento commerciale e un tradimento della sua linea d’impegno politico e sociale, tanto che in alcuni concerti nasceranno furibonde discussioni sull’argomento tra il pubblico e il cantante.


24 gennaio, 2026

24 gennaio 1939 - Julius Hemphill, il sax del Black Artist Group

Il 24 gennaio 1939 nasce il sassofonista Julius Hemphill. La città che gli dà i natali è Fort Worth, nel Texas la stessa dove sono nati tra gli altri i sassofonisti Ornette Coleman e Dewey Redman e il batterista Charles Moffett. A dodici anni Hemphill soffia già nel clarinetto sotto la guida di John Carter e successivamente passa al sassofono tenore e trova qualche ingaggio in vari gruppi, soprattutto di blues. Chiamato alle armi, viene destinato a Saint Louis, nel Missouri. La città lo conquista al punto da convincerlo a restare lì anche dopo la fine del servizio di leva. Proprio a Saint Louis nel 1968 dà vita al BAG (Black Artist Group), un'associazione simile alla chicagoana AACM (Association For Advancement of Creative Musician), che, però, allarga la sua sfera d’interesse anche a campi espressivi diversi dalla musica improvvisata quali la danza, il teatro, la poesia e la pittura. Con lui nel BAG ci sono vari musicisti come Jerome Harris, Charles Bobo Shaw, Oliver Lake, Arzinia Richardson e tanti altri. Nel 1971 Hemphill forma un gruppo di cui divide la leadership con il pianista John Hicks, uno dei più frequenti compagni d’avventura artistica della sua carriera con il quale nel 1974 partecipa all'incisione di Fast Last! di Lester Bowie. A Chicago collabora con il polistrumentista Anthony Braxton. A partire dal 1975 i suoi interessi sembrano orientarsi alle esperienze solistiche, spesso sperimentali, nonostante l’esperienza collettiva del World Saxophone Quartet il gruppo formato nel 1976 con Hamlet Bluiett, David Murray e Oliver Lake. Muore a New York il 2 aprile 1995.




23 gennaio, 2026

23 gennaio 1951 – Alibert, la stella dell’Operetta Marsigliese

Il 23 gennaio 1951 muore Alibert, uno dei personaggi fondamentali dell’Operetta Marsigliese al punto che c’è chi ha sostenuto che senza di lui quel genere non avrebbe neppure superato i confini della città nella quale è nato e che gli ha dato il nome. Sono osservazioni difficili da commentare perchè prive della possibilità di controprova. Appare certo, invece, il contrario. Pochi dubbi invece sussistono sul fatto che senza l’esplosione improvvisa della passione per l’operetta del pubblico parigino, probabilmente il segno lasciato da Alibert nella storia dello spettacolo francese e parigino in particolare sarebbe stato molto più leggero. Sia come sia è andata così e oggi insieme a Jules Muraire, in arte Raimu, e a Fernand Contandin, in arte Fernandel, Alibert compone il cosiddetto “trio dei marsigliesi”, una piccola pattuglia di uomini di spettacolo provenienti dal meridione della Francia che, a partire dagli anni Trenta, ha saputo conquistare Parigi. Le biografie raccontano che Henri Allibert, il futuro Alibert, è nato a Carpentras. In realtà il piccolo Henri vede la luce il 3 dicembre 1889 a Loriol-du-Comtat, un piccolo borgo a circa cinque chilometri da Carpentras. La sua infanzia non è diversa da quella di altri bambini dell’epoca. Vive in una famiglia che, pur senza avere particolari difficoltà di sostentamento, non può permettersi follie. Frequenta la scuola senza grandi problemi ma anche senza particolari eccellenze. Alla noia e alla fatica dello studio e della scrittura preferisce le lunghe giornate passate a giocare nella via con i suoi coetanei. Il bambino non dà particolari problemi ai genitori che lo lasciano fare consapevoli che, prima o poi, l’età dei giochi e delle corse a perdifiato è destinata a lasciare il posto alla vita vera, fatta di lavoro, tante preoccupazioni, poche speranze e nessuna illusione. Il piccolo Henri cresce così nella strada. Nella polvere delle vie del suo paese d’origine impara a tenere testa ai prepotenti, a coltivare e mantenere vivo un bene prezioso come l’amicizia e a essere solidale fino in fondo con i compagni d’avventure e di giochi. Quando compie quindici anni, però, si ritrova a dover affrontare il primo, vero, importante cambiamento della sia vita. I suoi genitori, infatti, si trasferiscono ad Avignone, una città che dista circa trenta chilometri dal paese natìo. Quella distanza, che oggi può essere percorsa da un’auto in poco più di una ventina di minuti, all’inizio del Novecento è un viaggio che dura qualche ora. Per un ragazzo di quindici anni che è costretto ad abbandonare gli amici e i luoghi dove è cresciuto sapendo di non tornarci più, è una separazione difficile, un cambiamento che pesa come un esilio. A chi arriva da Loriol-du-Comtat, o anche da Carpentras, Avignone può apparire come una grande e inesplicabile città. Lo spaesato quindicenne Henri Allibert ha l’impressione che in quelle vie ricche di storia così lontane e diverse da quelle in cui sono nati i giochi e le amicizie infantili stiano finendo i suoi sogni. Non è così. Ad Avignone finiscono i giochi ma i sogni sono destinati a irrobustirsi e a muoversi su nuovi e inaspettati scenari. Proprio nei caffè della città e poi in quelli dei dintorni, Henri muove i primi passi come intrattenitore. Il suo modello è Mayol, al secolo Felix Mayol l’uomo con la houppette, il ciuffetto di capelli sopra la fronte, che ha lanciato La mattchiche, l’adattamento francese di una canzone spagnola, un ballo birichino che costringe due corpi a stare molto vicino e che diventa di gran moda nelle notti parigine del 1905. Henri ne ripropone le canzoni, lo stile, ne copia i movimenti, i gesti, i vestiti e si fa crescere proprio sopra alla fronte un ciuffo di capelli identico al suo. Il pubblico si diverte alle sue esibizioni e, locale dopo locale, successo dopo successo, il giovane intrattenitore arriva a Parigi. Alla fine del 1908, pochi giorni dopo il suo diciannovesimo compleanno, si esibisce per la prima volta sul palcoscenico prestigioso del Bobino. Non riscuote un successo travolgente, ma il pubblico parigino finisce per affezionarsi a questo giovanissimo emulo di Mayol ed Henri resta nella capitale per una nutrita serie di esibizioni nei vari caffè concerto. Alla prima stagione segue la seconda e poi la terza finché Henri Allibert, il giovane cantante arrivato dal meridione della Francia, chiamato semplicemente Alibert sui manifesti e sui cartelloni, diventa una presenza fissa nei locali di Parigi. Nel 1913 viene scritturato per uno spettacolo di varietà che lo porta in tournée nei teatri delle città francesi. Tra le tappe c’è anche l’Alcazar di Marsiglia, la città più vicina ai luoghi dove è nato e dove ha vissuto gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza. Per l’occasione molti degli amici di un tempo affollano il teatro e gli tributano un successo inaspettato e commovente. Il successo dell’esibizione all’Alcazar di Marsiglia rinfranca Alibert e lo convince definitivamente delle sue possibilità. Per la verità avrebbe anche voglia di rinnovare il repertorio, magari affrancandosi dal ruolo del “giovane imitatore di Mayol” dal quale comincia a sentirsi un po’ soffocato, ma non può. Non sono d’accordo con lui gli impresari che, in Francia come altrove, tendono in genere a sfruttare fino all’ultimo le fortune di un personaggio prima di investire e rischiare su qualche novità. Nel 1914 però la sua carriera si interrompe bruscamente. Alibert, la stella nascente del varietà francese, ridiventa Henri Allibert per l’ufficio di leva che gli invia una cartolina di reclutamento. L’Europa sta per piombare nella prima delle due grandi guerre del Novecento e, come milioni di altri giovani del continente, anche lui è costretto a partire per il fronte. Nel 1917, quando torna a casa dalla guerra, Alibert è un uomo diverso, provato dall’esperienza vissuta nonostante una decorazione ottenuta per i servizi resi alla patria. Intenzionato a lasciarsi alle spalle il più rapidamente possibile i ricordi del fronte si rituffa nel lavoro. Accantonata l’imitazione di Mayol comincia a farsi apprezzare come cantante e intrattenitore negli spettacoli di rivista. Nel 1918 il suo nome affianca quello di Georgius sul cartellone dell’Alcazar di Marsiglia, nel 1920 è al Concert Mayol e all’Eldorado. Nello stesso anno pubblica anche su disco Jazz Band partout, il brano di maggior successo del suo repertorio. Nel 1924 è all’Olympia, nel 1925 al Théâtre de l’Empire con Yvette Guilbert e poi all’Européenn. Nel 1927 si esibisce anche sul palcoscenico delle Folies Bergère. Nel 1928 ottiene un grande successo con il brano Mon Paris scritto da Vincent Scotto e nel 1929 mette in scena “Elle est à vous”, la prima operetta della sua carriera. È l’inizio di una nuova fase della sua vita artistica che lo vedrà diventare il protagonista assoluto della miglior stagione di un genere che i francesi chiameranno “operetta marsigliese”. La sua voce dolce, il suo sorriso e il suo ottimismo conquistano la Francia che affolla i teatri per assistere a operette come “Au pays du soleil” del 1932, “Arènes joyeuse” del 1934, “Trois de la marine” del 1935, “Un de la Canebière” del 1935 e tante altre. Anche il cinema si accorge di lui e gli affida parti importanti in commedie di successo. La sua attività non si ferma neppure negli anni dell’occupazione nazista e ciò gli crea qualche difficoltà nel periodo successivo alla Liberazione quando non pochi l'0accusano di collaborazionismo. A partire dal 1945 abbandona progressivamente il palcoscenico per dedicarsi maggiormente alla composizione. Alla fine degli anni Quaranta assume anche la direzione di vari teatri, in particolare del Théâtre des Deux-Ânes. Pensa anche di mettersi a fare l’impresario, affascinato dall’idea di scoprire nuovi talenti e accompagnarli al successo, ma è un progetto che non vedrà mai la luce. La morte lo sorprende a Marsiglia il 23 gennaio 1951 quando è da poco entrato nel suo sessantaduesimo anno di vita. Il suo corpo viene tumulato nel cimitero marsigliese di Saint Pierre, lo stesso che ospita anche le spoglie mortali di altri grandi protagonisti dello spettacolo originari di quella città, come Rellys, Vincent Scotto, Charles Helmer Ponge e l’affascinante Gaby Deslys.

22 gennaio, 2026

22 gennaio 1977 - Mai più aborti clandestini

Il 22 gennaio 1977 la Camera approva la legge che legalizza l’aborto in Italia e rende possibile l’interruzione di gravidanza all’interno delle strutture sanitarie pubbliche. Chiesta da un ampio schieramento di forze con alla testa il movimento delle donne, la legge dovrebbe, nelle intenzioni dei proponenti, sancire la fine degli aborti clandestini nel nostro paese. L’articolato prevede anche un potenziamento dell’educazione sessuale e dell’informazione, in modo da impedire che l’aborto venga utilizzato in funzione contraccettiva. Non è in questione il giudizio sull’aborto, tanto che i sostenitori della legge dichiarano: «Al di là dei giudizi morali l’aborto è e resta un dramma. Lo scopo di questa legge è quello di toglierlo dagli anfratti bui della clandestinità che arricchisce medici senza scrupoli e praticoni di paese. Ora si tratta di andare oltre, diffondendo la conoscenza sui metodi contraccettivi e portando l’educazione sessuale nelle scuole».




21 gennaio, 2026

21 gennaio 1937 - Snooks Eaglin il vagabondo


Il 21 gennaio 1937 a New Orleans, in Louisiana, nasce Snooks Eaglin, uno dei quei bluesmen vagabondi che si sono formati percorrendo in lungo e in largo le regioni del sud degli Stati Uniti e assimilando una grande varietà di stili, dal jazz suonato nella città del delta al gospel, al blues vero e proprio fino alla musica hillbilly che ha rappresentato spesso per lui una piacevole parentesi. Dopo aver imparato da autodidatta a suonare la chitarra nel 1952 entra a far parte dei Flamingoes, un gruppo con un repertorio incentrato sul rock'n'roll, sul country e sul western come prevedono il gusto e le tendenze del tempo. Siccome i pochi soldi che gli derivano dall’attività in gruppo non gli bastano e per ampliare il bilancio canta e suona per le strade della città natale spesso accompagnato spesso da Percy Randolph e da Lucius Bridges. Nel 1956, a diciannove anni, diventa cieco in seguito a un tumore al cervello asportatogli con una difficile operazione chirurgica. Nel 1958, con l'aiuto di Harry Oster e Richard B. Allen, registrare alcuni dischi con alcune importanti etichette che gli aprono anche la strada per potersi esibire in locali più importanti. Negli anni Sessanta dopo il matrimonio con Doretha si stabilisce a St. Rose, sempre in Louisiana. Nell'aprile del 1970 partecipa per la prima volta al New Orleans Jazz & Heritage, una manifestazione che lo avrà come ospite fisso per cinque anni consecutivi. In quel periodo viene spesso in Europa, soprattutto a Londra dove in compagnia con il Professor Longhair anima una lunga serie di parties privati organizzati dal Ritz Hotel. Ormai considerato un grande del blues più facile e ballabile continuerà da protagonista anche negli anni successivi.


20 gennaio, 2026

20 gennaio 1976 – La tromba nomade di Gus Deloof

Il 20 gennaio 1976 muore a Schaarbeek, Bruxelles, il trombettista Guf Deloof considerato uno dei migliori solisti di tromba dell’Europa continentale degli anni Trenta insieme a Robert De Kers, anche se a differenza di quest’ultimo è sempre stato più un solista nomade che un leader. Nato il 26 settembre 1909 sempre a Schaarbeek, all'età di dieci anni inizia a studiare il violino e a venticinque anni molla l’ambiente deciso a mettere la testa a posto e a impiegarsi in una società di assicurazioni. Non ha fatto i conti con la passione. Dopo aver ascoltato un assolo di Beiderbecke con i Wolverines, decide di imparare a suonare la tromba e nel 1925 lascia uffici e scartoffie per suonare nei locali da ballo. Nel 1927 entra a far parte dei Michigans e da quel momento la sua vita sarà un continuo girovagare. Nel 1928 prende il posto di Norman Paine nel gruppo di Spike Hughes. L’anno dopo suona con Chas Remue, nel 1930 è in Germania con Bernard Etté, nel 1931 fa parte dei Racketeers, nel 1932 suona con Willie Lewis, nel 1933 con Ray Ventura e nel 1937 con Django Reinhardt, giusto per citare soltanto le principali tappe di una carriera che culmina nel 1958 in un concerto speciale per l'Esposizione Internazionale di Bruxelles. Da quel momento rallenta l’attività senza però mai lasciare le scene. Le sue composizioni più note sono Harlem Swing, Sweeping the Floor, Easy Going, Music for Jetty, On the Ice e Bouncin' Around.


19 gennaio, 2026

19 gennaio 2006 - Wilson Pickett ci saluta e se ne va

Il 19 gennaio 2006 muore Wilson Pickett. Lo uccide un infarto nella notte (quasi In the midnight hour come recitava un suo vecchio successo) tra il 18 e il 19 gennaio in una clinica della Virginia. Ha sessantaquattro anni e da tempo il music business non si occupa più di lui, anche se non ha mai smesso di cantare nel circuito dei piccoli club. In Italia lo si ricorda quasi esclusivamente per un paio di partecipazioni al Festival di Sanremo nel 1968 quando aveva cantato Deborah con Fausto Leali e la seconda nel 1969 quando in coppia con Lucio Battisti aveva felicemente dissacrato Un’avventura. A poche ore dalla sua morte c’è già chi lo incorona come l’ennesimo “Re del soul” lasciando intendere che le case discografiche che l’avevano accantonato come un ferrovecchio stanno meditando di fare ancora qualche spicciolo sull’emozione della scomparsa. La sua popolarità è legata alla stagione del rhythm and blues e alla riscossa nera della metà degli anni sessanta di cui è stato uno dei pilastri, ma non il re, nemmeno per una notte. Pur essendo cresciuto a Detroit non si fa catturare dalla factory Motown di Berry Gordy jr, quella che porterà in alto Diana Ross, Marvin Gaye o i Jackson Five. Il soul patinato non è nelle corde della sua voce selvaggia e nervosa. La sua avventura musicale parte dal gospel e approda al rhythm and blues attraverso l’esperienza dei Falcons, il gruppo vocale con il quale centra il suo primo successo nel 1962 con I found a love. L’anno dopo pubblica per una piccola e misconosciuta casa discografica, la Double LL di Lloyd Price, un brano scritto in proprio e in cui crede molto. Si intitola If you need me e passa del tutto inosservato salvo diventare successivamente una pietra miliare della storia del rhythm and blues entrata nel repertorio di Solomon Burke, Tom Jones e Rolling Stones, solo per citare i primi che ci vengono in mente. La svolta nella sua carriera arriva nel 1964 quando accetta la proposta di trasferirsi a Memphis, la città di Elvis, cuore del rock and roll bianco, dove un pugno di neri arrabbiati e geniali sta pensando di puntare su personaggi meno levigati della banda di Detroit come lui e Otis Redding. Qui il suo stile viene rifinito dal produttore Jerry Wexler e dal chitarrista Steve Cropper che gli regala la ritmica pulsante dei Booker T. and the Mgs, un gruppo di strumentisti capaci di supportare efficacemente la carica di energia vitale che lo anima. A partire dal 1964 Wilson Pickett diventa il feroce, indisciplinato e sensuale interprete di devastanti brani di successo come la già citata In the midnight hour, 634-5789, Land of 1000 dances e Funky Broadway. Il suo canto è un urlo selvaggio che si contrappone alle armonie vocali di Smokey Robinson e Ray Charles, anche se non ha l’eclettica duttilità di Otis Redding. La sua arrogante e sfrontata presenza scenica viene vissuta dalle comunità nere come una sorta di rivincita, mentre i bianchi impazziscono per la carica ritmica e la sensualità che trasuda da quelle canzoni. Alla fine degli anni Sessanta, quando l’ondata soul e rhythm and blues dà i primi segni di cedimento, lui dopo qualche svogliato tentativo di contaminazione con il pop sceglie di non tradire l’ispirazione originaria e di continuare sulla sua strada. Pian piano però il suo spazio d’azione si riduce e il music business gli volta le spalle. Iniziano anche i guai con la giustizia aperti dall’arresto del 1974 per detenzione illegale di armi e culminati con la condanna a qualche mese di detenzione nel 1992 dopo aver investito un passante guidando la sua auto in evidente stato di ubriachezza. Tra le due date ci sono tanti piccoli fastidi con la legge e poche soddisfazioni professionali ottenute più dal pubblico dei bollenti club delle periferie che dall’ambiente del music business. Non si dà mai per vinto. La sua antica anima rhythm and blues lo tiene in vita alla faccia di tutto e di tutti. Fino a ieri quando, dopo un anno di dispetti e sussulti, il suo cuore ha cessato di battere. È arrivata così al termine un’avventura cominciata con un volo da Detroit a Memphis che lui amava raccontare così: «Quando mi hanno portato in aereo a Memphis sorvolavamo bassi i campi che circondano la città. Guardando dai finestrini ho visto un sacco di gente nera che stava raccogliendo il cotone. La visione mi ha fatto stare male e ho chiesto che mi riportassero a Detroit. A farmi desistere ci ha pensato il pilota, nero come me e come loro, che mi ha guardato negli occhi e mi ha detto: Li vedi quelli? Vai e fai loro vedere come canti. Hanno bisogno del tuo successo!».


18 gennaio, 2026

18 gennaio 1964 – Il caso dei coniugi Bebawi

Nelle prime ore del mattino del 18 gennaio 1964 a Latina la segretaria della Tricotex, una società che si occupa di compravendita di lana che ha depositi e stabilimenti nella cittadina laziale, scopre il cadavere del proprio principale, Faruk Churbagi, assassinato in modo particolarmente efferato. Qualcuno, dopo avergli gettato del vetriolo in faccia, gli ha sparato alla schiena e poi l’ha colpito a lungo sulla testa con un corpo contundente. Fin dall'inizio delle indagini appare chiaro che chi ha ucciso Churbagi lo conosce bene e ha libero accesso all'ufficio, visto che la porta d'ingresso non è stata forzata. Ben presto i sospetti si fissano sui coniugi Bebawi: Yusef, un uomo di affari di successo, e la bellissima Gabrielle, detta Claire, che dopo averlo sposato a soli tredici anni, dandogli tre figli, era divenuta l'amante di Churbagi. I coniugi Bebawi vengono localizzati ad Atene ed estradati a Roma dall’Interpol. Fin dal primo interrogatorio Yusef accusa la moglie di essere l'autrice del delitto e di averla aiutata a nascondere le prove per amore e per tutelare dallo scandalo i tre figli. Clair, a sua volta, sostiene di aver visto il marito uccidere Faruk per gelosia. Entrambe le versioni sono attendibili e nell’impossibilità di arrivare alla verità il primo processo si conclude con l’assoluzione di entrambi per insufficienza di prove. Il loro caso divide l’opinione pubblica ed entra nella storia come uno dei casi di cronaca più famosi degli anni Sessanta. Nel 1968 nel processo d’appello che si svolge a Firenze l’accusa sostiene la colpevolezza di entrambi, complici nell’omicidio premeditato e nella fuga. La vicenda si conclude con una condanna di ventidue anni di carcere per ciascuno dei due. Tanto Yusef che Claire, trasferitisi all’estero da tempo, non sconteranno nemmeno un giorno di pena.

17 gennaio, 2026

17 gennaio 1920 – Il jazz progressista di George Handy

Il 17 gennaio 1920 nasce a Brooklyn, New York, George Joseph Hendleman, destinato a lasciare un segno importante nella storia del jazz con il nome di George Handy. Pianista e arrangiatore legherà il suo nome al progetto di “jazz progressista” dell'orchestra di Boyd Reaburn. I primi rudimenti del “mestiere” li impara ancora bambino da sua madre pianista. Successivamente studia allo Juilliard Institute e alla New York University prendendo anche lezioni private da Aaron Copland, uno sperimentatore di fusioni tra folklore e jazz le cui idee influenzeranno non poco Handy che già nel 1938 suona con Michael Loring. Dopo il servizio militare, nel 1941 scrive composizioni e arrangiamenti per Raymond Scott, un pianista-arrangiatore di Brooklyn, dimostrando un buon talento. Verso la fine del 1943 entra nell’orchestra di Boyd Reaburn. Proprio con questa band si nell’esperienza del progressive-jazz avvicinando le istanze di rinnovamento del jazz alla musica colta europea contemporanea, soprattutto a quella di influenza stravinskiana, e al be bop. L’esperimento viene chiamato “advance jazz” o “progressive jazz” e i brani più significativi come Tone poem in four movements, March of the boys e Sitterburg suite composti e arrangiati da lui. Sempre in quegli anni si avvicina anche al be bop partecipando, tra l'altro, a una seduta di incisione organizzata da Ross Russell. Successivamente lavora come arrangiatore e compositore negli studios della Paramount a Los Angeles. Tra gli arrangiamenti di quel periodo sono da ricordare There's no you e Tonsillectomy. Lavora poi a New York suonando occasionalmente il piano con il batterista Buddy Rich e con il pianista Freddy Slack e scrivendo composizioni per pianoforte e balletti. Muore l'8 gennaio 1997.