Il 24 febbraio 1994 in una clinica di Cannes-la-Bocca, nelle Alpi Marittime, muore Jean Sablon, il primo vero crooner europeo capace di entusiasmare un ambiente come quello statunitense, diffidente e spesso ostile nei confronti di tutto quello che arriva da fuori dei suoi confini culturali. “The french troubadour” o anche “The French Bing Crosby”, così lo chiamano gli americani, affascinati dalla sua capacità di saldare la canzone francese con le evoluzioni e le atmosfere dello swing. Lo chansonnier francese dal baffo malandrino, il sorriso da conquistatore perennemente stampato sul viso e la voce calda e carezzevole apprende le tecniche dei crooner d’oltreoceano prima ascoltandoli alla radio e poi soggiornando per un po’ negli Stati Uniti. Il suo principale modello è Jack Smith, chiamato anche “The whispering Jack” (il sussurrante Jack), uno dei primi grandi crooner della scena musicale nordamericana, anche se la personale amicizia con Bing Crosby non può non influenzarne impostazione e stile. Quando in Francia fatica ancora a farsi spazio per la diffidenza del pubblico nei confronti del suo stile decisamente innovativo, a Broadway compositori come George Gershwin e Cole Porter gli propongono i loro pezzi mentre il pubblico l’adora. Instancabile e curioso sperimentatore nel dopoguerra si diverte anche a esplorare territori nuovi dove il jazz incontra la canzone d’autore francese avvalendosi dell’amicizia e della collaborazione di strumentisti leggendari come il chitarrista Django Reinhardt, i violinisti Stéphane Grappelli e Léon Ferreri o il pianista Alec Siviane. La sua lezione influenzerà lo stile della generazione degli chansonnier degli anni Cinquanta e Sessanta. Interpreti come André Caveau, Yves Montand o Sacha Distel ammetteranno pubblicamente di essergli debitori. Jean Sablon viene spesso ricordato come “il cantante francese che per primo ha usato il microfono”. L’affermazione, suggestiva, non deve essere intesa in senso letterale. Non è il primo a cantare usufruendo dell’amplificazione, ma è sicuramente il primo a trattare il microfono come un vero e proprio strumento. Lo fa negli anni Trenta, in un periodo in cui molti personaggi dello spettacolo guardano a quello strano aggeggio elettrico con diffidenza quando non con aperta ostilità come la cantante Damia che parlando con un giornalista definisce il microfono come «Uno strumento che ha ucciso il nostro mestiere». In un mondo in cui la potenza e la capacità d’emissione sono stati per lungo tempo l’elemento principale per giudicare un cantante Jean Sablon sostiene che anche un sussurro può essere fondamentale nell’interpretazione di una canzone. In realtà si spinge più in là perché facendo tesoro della lezione appresa negli Stati Uniti pensa che le innovazioni tecnologiche, il microfono per primo, debbano servire a dare al pubblico che ascolta le canzoni dal vivo le stesse sonorità dei dischi o della radio. L’idea che l’esecuzione dal vivo sia una sorta di esercizio a se stante in cui le qualità vocali contano più del risultato sonoro gli sembra una bestemmia. Per lui l’elemento centrale dell’esibizione dal vivo è la cura delle sonorità, la ricerca della perfezione attraverso l’amalgama tra strumento e strumento e tra l’insieme degli strumenti e la voce. Quando nel 1936 al Mogador e al Bobino porta il microfono sul palco utilizzandolo per allargare la gamma delle sue espressioni vocali al sussurro confidenziale, il pubblico applaude ma l’ambiente musicale francese e soprattutto la critica storcono il naso. Viene chiamato con disprezzo «Il cantante senza voce» e sbeffeggiato da battute come quella che dice: «Jean Sablon si esibisce all’ABC. Si può assistere al suo spettacolo, ma non si è sicuri di ascoltarlo». Sono soltanto i contraccolpi di un ambiente tendenzialmente conservatore che fatica a digerire le innovazioni. A dispetto delle resistenze l’arrivo del microfono è destinato a rivoluzionare le tecniche d’interpretazione e Jean Sablon, il primo a capire le possibilità offerte ai cantanti dalle nuove tecniche d’amplificazione, resterà un fondamentale punto di riferimento per tutti i cantanti che arriveranno dopo di lui. Già nei primi anni Trenta Jean Sablon appare impegnato a rompere il muro che fino a quel momento ha tenuto sostanzialmente separati gli interpreti e i protagonisti della chanson dal jazz. Non è l’unico. Da Charles Trenet a George Brassens, a Henri Salvador sono molti gli chansonniers che si muovono in quella direzione. Mentre gli altri, però, sono più concentrati a catturare atmosfere o ad adattare ritmi, lui fa tesoro della lezione statunitense dello swing e tenta un approccio totale. Non a caso è il primo chansonnier a farsi accompagnare da una formazione jazz. La prima esperienza risale al 1931 quando registra brani come Que maravilla, Un cocktail e J’aime les fleurs insieme all’orchestra jazz di Gaston Lapeyronie. Nel 1933 i parigini già lo chiamano “Mister swing” e affollano i locali dove si esibisce con un trio d’eccezione formato dal pianista Alec Siniavine, dal clarinettista Endré Ekyan e dal chitarrista Django Reinhardt. Quando si esibisce sui palcoscenici dei music hall più famosi i musicisti che l’accompagnano non restano confinati nell’angusta “fossa” destinata all’orchestra, ma salgono con lui sul palco. La lezione del jazz si sente anche nella capacità di utilizzare la voce come uno strumento dialogando e fraseggiando con gli accompagnatori. La sua apertura nei confronti delle novità e la curiosità per le nuove tecnologie lo aiutano a capire le potenzialità offerte dalla radio. Gli ascoltatori lo scoprono per la prima volta nel 1933 quando viene radiodiffuso sulle onde di “Le Poste Parisien” un suo intero récital. Nel 1936 conduce una varietà tutto suo nel quale ospita personaggi come Fernandel o Maurice Chevalier. Il successo radiofonico è tale che il direttore della statunitense NBC viene di persona in Francia per proporgli di condurre “The magic key”, un programma di successo ritrasmesso in moltissimi paesi anglofoni. Come le ciliegie, una trasmissione tira l’altra. In Francia nel dopoguerra conduce vari programmi musicali e all’estero, dopo gli Stati Uniti lo vogliono anche in altri paesi, da Radio Hong Kong alla lunga sequenza di radio sudamericane che gli danno spazi, onori e gloria fino agli anni Novanta. Jean Sablon nasce il 25 marzo 1906 a Nogent-sur-Marne. La sua è una famiglia con il “vizio” della musica. Suo padre Charles, infatti, è un apprezzato compositore e capo-orchestra e sua sorella maggiore Germaine è cantante di music hall, pianista e compositrice molto popolare. Ancora adolescente, mentre studia pianoforte al prestigioso Lycée Charlemagne di Parigi, a diciassette anni già si esibisce nei locali notturni della capitale. Il suo primo successo discografico arriva nel 1933 con Ce petit chemin, un brano che porta la firma della sua amica ed estimatrice Mireille, una delle figure popolari della scena francese di quel periodo. Successivamente debutta al Casino de Paris in coppia con Mistinguett. Nel 1937 vince il Gran Prix du Disque con la canzone Vous qui passez sans me voir, scritta per lui da Charles Trenet e Johnny Hess. Sono anni di grande vivacità per il giovane Sablon che accetta le lusinghe che gli arrivano dall’altra parte dell’oceano e vola negli Stati Uniti. Broadway lo ama e personaggi come Cole Porter e George Gershwin stravedono per lui. Nei primi anni Quaranta torna in Francia ma, dopo l’occupazione nazista, preferisce andarsene di nuovo negli States. Le rutilanti luci dei palcoscenici statunitensi e la popolarità crescente non cancellano né la nostalgia né la voglia di rendersi utile alla sua patria. Per combattere i nazisti si arruola volontario nell’esercito francese di liberazione e il 20 novembre 1944 resta ferito in azione. Nel dopoguerra diventa uno dei cantanti francesi più popolari nel mondo e resta sulla breccia a lungo. Nel 1983 tiene il suo concerto d’addio a Rio De Janeiro, ma nel 1984 canta ancora la sua April in Paris in una serie televisiva e all’inizio degli anni Novanta partecipa a qualche trasmissione radiofonica.Quello che viene chiamato "rock" non è soltanto un genere musicale. È uno stato d'animo, un modo d'essere che incrocia la musica, il cinema, la letteratura, il teatro e la creatività in genere compresa quella destinata alla produzione industriale. Per chi è nato negli anni Cinquanta e Sessanta è un sottofondo, una colonna sonora di ogni momento della vita, di pensieri e ricordi. Esiste da sempre e aiuta a vivere meglio...
24 febbraio, 2020
24 febbraio 1994 - Jean Sablon, il primo crooner europeo
Il 24 febbraio 1994 in una clinica di Cannes-la-Bocca, nelle Alpi Marittime, muore Jean Sablon, il primo vero crooner europeo capace di entusiasmare un ambiente come quello statunitense, diffidente e spesso ostile nei confronti di tutto quello che arriva da fuori dei suoi confini culturali. “The french troubadour” o anche “The French Bing Crosby”, così lo chiamano gli americani, affascinati dalla sua capacità di saldare la canzone francese con le evoluzioni e le atmosfere dello swing. Lo chansonnier francese dal baffo malandrino, il sorriso da conquistatore perennemente stampato sul viso e la voce calda e carezzevole apprende le tecniche dei crooner d’oltreoceano prima ascoltandoli alla radio e poi soggiornando per un po’ negli Stati Uniti. Il suo principale modello è Jack Smith, chiamato anche “The whispering Jack” (il sussurrante Jack), uno dei primi grandi crooner della scena musicale nordamericana, anche se la personale amicizia con Bing Crosby non può non influenzarne impostazione e stile. Quando in Francia fatica ancora a farsi spazio per la diffidenza del pubblico nei confronti del suo stile decisamente innovativo, a Broadway compositori come George Gershwin e Cole Porter gli propongono i loro pezzi mentre il pubblico l’adora. Instancabile e curioso sperimentatore nel dopoguerra si diverte anche a esplorare territori nuovi dove il jazz incontra la canzone d’autore francese avvalendosi dell’amicizia e della collaborazione di strumentisti leggendari come il chitarrista Django Reinhardt, i violinisti Stéphane Grappelli e Léon Ferreri o il pianista Alec Siviane. La sua lezione influenzerà lo stile della generazione degli chansonnier degli anni Cinquanta e Sessanta. Interpreti come André Caveau, Yves Montand o Sacha Distel ammetteranno pubblicamente di essergli debitori. Jean Sablon viene spesso ricordato come “il cantante francese che per primo ha usato il microfono”. L’affermazione, suggestiva, non deve essere intesa in senso letterale. Non è il primo a cantare usufruendo dell’amplificazione, ma è sicuramente il primo a trattare il microfono come un vero e proprio strumento. Lo fa negli anni Trenta, in un periodo in cui molti personaggi dello spettacolo guardano a quello strano aggeggio elettrico con diffidenza quando non con aperta ostilità come la cantante Damia che parlando con un giornalista definisce il microfono come «Uno strumento che ha ucciso il nostro mestiere». In un mondo in cui la potenza e la capacità d’emissione sono stati per lungo tempo l’elemento principale per giudicare un cantante Jean Sablon sostiene che anche un sussurro può essere fondamentale nell’interpretazione di una canzone. In realtà si spinge più in là perché facendo tesoro della lezione appresa negli Stati Uniti pensa che le innovazioni tecnologiche, il microfono per primo, debbano servire a dare al pubblico che ascolta le canzoni dal vivo le stesse sonorità dei dischi o della radio. L’idea che l’esecuzione dal vivo sia una sorta di esercizio a se stante in cui le qualità vocali contano più del risultato sonoro gli sembra una bestemmia. Per lui l’elemento centrale dell’esibizione dal vivo è la cura delle sonorità, la ricerca della perfezione attraverso l’amalgama tra strumento e strumento e tra l’insieme degli strumenti e la voce. Quando nel 1936 al Mogador e al Bobino porta il microfono sul palco utilizzandolo per allargare la gamma delle sue espressioni vocali al sussurro confidenziale, il pubblico applaude ma l’ambiente musicale francese e soprattutto la critica storcono il naso. Viene chiamato con disprezzo «Il cantante senza voce» e sbeffeggiato da battute come quella che dice: «Jean Sablon si esibisce all’ABC. Si può assistere al suo spettacolo, ma non si è sicuri di ascoltarlo». Sono soltanto i contraccolpi di un ambiente tendenzialmente conservatore che fatica a digerire le innovazioni. A dispetto delle resistenze l’arrivo del microfono è destinato a rivoluzionare le tecniche d’interpretazione e Jean Sablon, il primo a capire le possibilità offerte ai cantanti dalle nuove tecniche d’amplificazione, resterà un fondamentale punto di riferimento per tutti i cantanti che arriveranno dopo di lui. Già nei primi anni Trenta Jean Sablon appare impegnato a rompere il muro che fino a quel momento ha tenuto sostanzialmente separati gli interpreti e i protagonisti della chanson dal jazz. Non è l’unico. Da Charles Trenet a George Brassens, a Henri Salvador sono molti gli chansonniers che si muovono in quella direzione. Mentre gli altri, però, sono più concentrati a catturare atmosfere o ad adattare ritmi, lui fa tesoro della lezione statunitense dello swing e tenta un approccio totale. Non a caso è il primo chansonnier a farsi accompagnare da una formazione jazz. La prima esperienza risale al 1931 quando registra brani come Que maravilla, Un cocktail e J’aime les fleurs insieme all’orchestra jazz di Gaston Lapeyronie. Nel 1933 i parigini già lo chiamano “Mister swing” e affollano i locali dove si esibisce con un trio d’eccezione formato dal pianista Alec Siniavine, dal clarinettista Endré Ekyan e dal chitarrista Django Reinhardt. Quando si esibisce sui palcoscenici dei music hall più famosi i musicisti che l’accompagnano non restano confinati nell’angusta “fossa” destinata all’orchestra, ma salgono con lui sul palco. La lezione del jazz si sente anche nella capacità di utilizzare la voce come uno strumento dialogando e fraseggiando con gli accompagnatori. La sua apertura nei confronti delle novità e la curiosità per le nuove tecnologie lo aiutano a capire le potenzialità offerte dalla radio. Gli ascoltatori lo scoprono per la prima volta nel 1933 quando viene radiodiffuso sulle onde di “Le Poste Parisien” un suo intero récital. Nel 1936 conduce una varietà tutto suo nel quale ospita personaggi come Fernandel o Maurice Chevalier. Il successo radiofonico è tale che il direttore della statunitense NBC viene di persona in Francia per proporgli di condurre “The magic key”, un programma di successo ritrasmesso in moltissimi paesi anglofoni. Come le ciliegie, una trasmissione tira l’altra. In Francia nel dopoguerra conduce vari programmi musicali e all’estero, dopo gli Stati Uniti lo vogliono anche in altri paesi, da Radio Hong Kong alla lunga sequenza di radio sudamericane che gli danno spazi, onori e gloria fino agli anni Novanta. Jean Sablon nasce il 25 marzo 1906 a Nogent-sur-Marne. La sua è una famiglia con il “vizio” della musica. Suo padre Charles, infatti, è un apprezzato compositore e capo-orchestra e sua sorella maggiore Germaine è cantante di music hall, pianista e compositrice molto popolare. Ancora adolescente, mentre studia pianoforte al prestigioso Lycée Charlemagne di Parigi, a diciassette anni già si esibisce nei locali notturni della capitale. Il suo primo successo discografico arriva nel 1933 con Ce petit chemin, un brano che porta la firma della sua amica ed estimatrice Mireille, una delle figure popolari della scena francese di quel periodo. Successivamente debutta al Casino de Paris in coppia con Mistinguett. Nel 1937 vince il Gran Prix du Disque con la canzone Vous qui passez sans me voir, scritta per lui da Charles Trenet e Johnny Hess. Sono anni di grande vivacità per il giovane Sablon che accetta le lusinghe che gli arrivano dall’altra parte dell’oceano e vola negli Stati Uniti. Broadway lo ama e personaggi come Cole Porter e George Gershwin stravedono per lui. Nei primi anni Quaranta torna in Francia ma, dopo l’occupazione nazista, preferisce andarsene di nuovo negli States. Le rutilanti luci dei palcoscenici statunitensi e la popolarità crescente non cancellano né la nostalgia né la voglia di rendersi utile alla sua patria. Per combattere i nazisti si arruola volontario nell’esercito francese di liberazione e il 20 novembre 1944 resta ferito in azione. Nel dopoguerra diventa uno dei cantanti francesi più popolari nel mondo e resta sulla breccia a lungo. Nel 1983 tiene il suo concerto d’addio a Rio De Janeiro, ma nel 1984 canta ancora la sua April in Paris in una serie televisiva e all’inizio degli anni Novanta partecipa a qualche trasmissione radiofonica.21 febbraio, 2020
21 febbraio 1972 – Marie Dubas, l’ispiratrice di Edith Piaf
Il 21 febbraio muore Marie Dubas, la prima cantante “moderna” della storia della canzone francese per la sua capacità di rifuggire dagli schemi e di alternare, nelle sue esibizioni dal vivo, drammatiche citazioni prese in prestito dalla “chanson réaliste”, brani tradizionali, pezzi comici ed escursioni romantiche nella melodia più classica. Nonostante il successo il destino non è generoso con lei. Persecuzioni, malattie e qualche incomprensione di troppo ne hanno costellato l’intera carriera caratterizzata da grandi momenti di successo alternati a difficoltà quasi sempre non dipendenti dalla sua volontà. La sua personalità sulla scena, il suo modo di cantare, la sua capacità di fondere la teatralità dei gesti con una voce unica per drammaticità e coloriture hanno influenzato negli anni successivi moltissime altre cantanti francesi. A lei si sono in vario modo ispirate Anny Cordy, Mathé Althéry, Suzy Delayr, Juliette Gréco, Patachou, Anne Sylvestre, Sylvie Vartan e tante altre. A lei si è ispirata soprattutto la grande Edith Piaf, l’Usignolo di Francia che ha finito per assomigliarle non soltanto sul palcoscenico ma anche per il faticoso e sfortunato approccio alla vita. Marie Dubas nasce a Parigi il 3 settembre 1894. Suo padre è un sarto polacco d’origini ebree che ha dovuto lasciare il paese d’origine e trasferirsi nella capitale francese per sfuggire alle ricorrenti persecuzioni antisemite di quella terra. A differenza di molte altre protagoniste dello spettacolo francese dei primi anni del Novecento la sua infanzia non è costellata da stenti e privazioni. Pur non navigando nell’oro la famiglia Dubas può “regalare” alla figlia un’istruzione decente e soddisfare anche la sua passione per il palcoscenico consentendole di frequentare i corsi di recitazione tenuti da Paul Mounet al Conservatorio d’arte Drammatica di Parigi. Qui si fa notare per le sue capacità sceniche e, soprattutto, per la facilità con la quale riesce a gestire la propria gestualità in funzione della rappresentazione. Nel 1908, quando ha soltanto quattordici anni, viene reclutata dal teatro di Grenelle per vestire i panni di un personaggio di contorno del lavoro teatrale “Esmeralda”. Le frequentazioni assidue del palcoscenico non le impediscono però di continuare a seguire con buon profitto i corsi di teatro e, soprattutto, i corsi di canto che ha scoperto da poco e dai quali è rimasta affascinata. Non è facile ricostruire il momento preciso in cui nel destino di Marie Dubas la cantante ha definitivamente preso il posto dell’attrice. Con certezza si sa che nel 1917 il suo nome figura già con un buon rilievo sui manifesti che annunciano le esibizioni canore del cabaret Le Perchoir. Nel 1920 Marie Dubas viene scritturata dal Théâtre Cluny, uno dei templi dell’operetta francese. Qui trova modo di mettere a frutto contemporaneamente le qualità d’attrice e quelle di cantante. L’anno dopo, nel mese di luglio del 1921 il suo nome fa bella mostra di sé al fianco di Maurice Chevalier sul cartellone della rivista musicale “Dans un fateuil” in programmazione al Casino de Paris, locale in cui resta anche l’autunno seguente quando va in scena una nuova rivista con Mistinguett. In quel periodo la rivista le consente di farsi conoscere ma la sua vera passione restano le commedie musicali e l’operetta. Nel 1923 insieme a Yvonne Printemps è una delle due protagoniste de “L’amour masqué”, una commedia musicale scritta da Sacha Guitry e nel mese di marzo del 1924 è una straordinaria Tutù nell’operetta “La danza delle libellule” di Franz Léhar. La ragazza stupisce la critica, entusiasma il pubblico e non si risparmia. Proprio le intense sollecitazioni alle quali sottopone le corde vocali le provocano un grave abbassamento della voce. Se la cava con molto riposo e un grande spavento, ma i medici le consigliano di limitare lo sfruttamento dell’apparato vocale se non vuole ritrovarsi per sempre afona. Con qualche rimpianto decide di abbandonare gli eccessi richiesti dall’impostazione lirica dell’operetta e reimposta la sua voce in modo da far coincidere l’abbassamento della tonalità con nuovi colori e nuove scelte interpretative. Nella primavera del 1927 è pronta per tornare ad affrontare il pubblico con un nuovo repertorio. Dopo una lunga tournée di rodaggio che la porta a esibirsi per tutta l’estate in un gran numero di teatri e cabaret della provincia francese, il 23 settembre 1927, canta per la prima volta davanti al pubblico competente ed esigente dell’Olympia. Nonostante le paure della vigilia ottiene un successo straordinario. Proprio quella sera esegue per la prima volta Pedro! un brano di Jean Rodor e Joseph Grey che sembra fatto apposta per esaltare le sue straordinarie capacità interpretative e che è destinato a restare uno dei grandi cavalli di battaglia della sua carriera. Il successo dell’Olympia segna una svolta decisiva nella carriera di Marie Dubas, il cui nome appare ormai a caratteri cubitali nei locali più importanti della Parigi notturna. Nel 1928 è una delle stelle fisse del Folies-Wagram e l’anno dopo torna al Casino du Paris e 25 al 29 novembre all’Empire. Nel 1930 si esibisce prima al Concert-Mayol con Lucienne Boyer e poi al Moulin de la Chanson. L’anno dopo il pubblico dell’Empire ascolta per la prima volta la sua esecuzione di Le doux caboulot, un altro dei suoi brani destinati a diventare immortali. Intelligente e accorta nelle sue scelte, Marie Dubas capisce che è tempo di offrire al pubblico qualcosa di più di una più o meno lunga sequenza di canzoni. Il 20 marzo 1933 sul palcoscenico del Théâtre des Champs-Elysées presenta per la prima volta una nuova forma di récital alternando brani musicali di generi diversi con la lettura e la recitazione di poesie e di brani letterari. Inizia un periodo trionfi straordinari che sembrano destinati a non finire mai mentre molti brani del suo repertorio diventano un punto di riferimento per altre interpreti. Nel mese di giugno del 1939 Marie Dubas si imbarca su un transatlantico che deve portarla in Sudamerica dove è attesa da una lunga tournée. Proprio mentre è dall’altra parte del mondo in Europa i venti di guerra si trasformano in realtà. Nel mese di settembre la Francia è coinvolta in quella che i posteri chiameranno la seconda guerra mondiale e rapidamente occupata dalle truppe della Germania nazista. Mentre il conflitto s’allarga, lei preoccupata dalla mancanza di notizie dei suoi cari tenta di rientrare in patria con molta difficoltà. Nel 1940 approda in Portogallo da dove scopre che in Francia per gli ebrei non sono tempi facili. Il 3 ottobre di quello stesso 1940 il governo collaborazionista di Vichy proclama il primo decreto contro tutte le persone d’origine ebrea residenti sul suolo francese. Il nome di Marie Dubas viene inserito in una lunga lista di artisti cui non è più consentito esibirsi né in pubblico né alla radio. La cantante non si dà per vinta e alterna concerti in Nordafrica con brevi incursioni canore nelle zone libere di Francia. Con il passare del tempo la sua situazione si fa sempre più difficile e nel mese di luglio del 1942, dopo essere scampata per un soffio a una retata di nazisti e collaborazionisti si rifugia in Svizzera dove ritrova la sua amica Renée Lebas. Proprio dai microfoni dell’emittente radiofonica di Ginevra canta per la prima volta il triste brano autobiografico Ce soir je pense à mon pays scritto da Philippe Gérard su un testo di François Reichenbach. Alla sconfitta dei nazisti ritorna a Parigi e scopre che sua sorella è stata fucilata e suo nipote è stato deportato. Il 19 gennaio 1945 torna in scena all’ABC e nel mese di marzo del 1946 si esibisce nuovamente sul palcoscenico de l’Etoile. Per una decina d’anni continua a cantare anche se la sua vena è sempre più malinconica Provata dai drammi e dalle fatiche viene anche colpita dal morbo di Parkinson. Nel 1958 lascia le scene con una frase che oggi è divenuta celebre: «Ho pagato troppo cara la mia popolarità. Questo mestiere mi sta uccidendo...». Muore il 21 febbraio 1972 e il suo corpo viene inumato al Père Lachaise, uno dei cimiteri degli artisti dell’ospitale Parigi.
14 febbraio, 2020
14 febbraio 1965 – È un bel giovane moro, si chiama Lucio Battisti
Il 14 febbraio 1965 Lucio Battisti, alla ricerca di un contratto discografico, entra per la prima volta alla Ricordi di Milano per un provino. Con questo semplice gesto prende il via l’avventura solistica di Lucio Battisti, il figlio di Dea e Alfiero Battisti che ha imparato da solo a suonare la chitarra. Prima di bussare alla Ricordi ha fatto una lunga gavetta iniziata dopo aver conseguito il diploma di elettrotecnico quando ottiene dai genitori il permesso di dedicarsi seriamente alla musica. Non si sente un cantante. La sua passione è la chitarra e il primo gruppo in cui suona si chiama i Mattatori ed è di Napoli. Poi vengono i Satiri e, infine, i Campioni di Roby Matano, l'ex gruppo di Tony Dallara, con i quali pubblica anche un singolo che contiene i brani Tu non ridi più, cover di Look through any window degli Hollies, e Non farla piangere, cover di Don't make my baby blue degli Shadows. Proprio in quel periodo Lucio compone brani come Se rimani con me che verrà poi inciso dai Dik Dik e Non chiederò la carità, destinato a restare nella storia della produzione battistiana con un nuovo testo scritto da Mogol e con il titolo di Mi ritorni in mente. Quando arriva in Ricordi viene notato da Christine Leroux, contitolare delle edizioni Musicali El & Chris e cacciatrice di talenti per conto della stessa casa discografica milanese. È proprio lei la prima a credere nel talento del giovane di Poggio Bustone e a farlo incontrare con Mogol. Il primo disco non sarà un evento discografico anche se i due brani conosceranno un buon successo interpretati da altri. Per una lira diventerà una hit dei Ribelli e Dolce di giorno scalerà le classifiche con i Dik Dik. «Un bel giovane, alto e moro dallo sguardo penetrante». Così il cantante viene descritto dalla scheda biografica diffusa dalla sua casa discografica, la Ricordi, in occasione della pubblicazione di Dolce di giorno/Per una lira, il suo primo disco a 45 giri come solista. Nella stessa scheda c’è anche una presentazione artistica che recita «Le sue composizioni sono strane, anticonformiste, eppure trattano essenzialmente dei problemi dei giovani. Lucio parla ai giovani usando il loro linguaggio».12 febbraio, 2020
12 febbraio 1944 - Claudia Mori, una donna di talento
Il 12 febbraio 1944 nasce a Roma Claudia Moroni destinata a diventare famosa con il nome d’arte di Claudia Mori. Nel 1959 a soli quindici anni è la protagonista del film “Cerasella” ispirato all’omonima canzone cui seguono varie esperienze cinematografiche alcune decisamente di rilievo come la partecipazione a “Rocco e i suoi fratelli” di Luchino Visconti. Nel 1961 debutta anche come cantante pubblicando il suo primo disco Non guardarmi. Nel 1963 sul set del film "Uno strano tipo" diretto da Lucio Fulci incontra Adriano Celentano, destinato a diventare suo marito. La sua attività di cantante da quel momento si fa più intensa e ricca di soddisfazioni. Spesso si esibisce in coppia con il marito, come nel caso de La coppia più bella del mondo nel 1967 e di Chi non lavora non fa l'amore, il discusso brano con il quale i due vincono il Festival di Sanremo nel 1970. Nel 1975 arriva al vertice della classifica dei dischi più venduti con Buona sera dottore. Oltre a quelle citate, fra le canzoni interpretate da lei sono da ricordare anche Trenta donne nel West, Che scherzo mi fai e Un'altra volta chiudi la porta. Oggi è divenuta una manager discografica di talento. 09 febbraio, 2020
9 febbraio 1942 – Barbara Donald, la trombettista che suona con Coltrane

Il 9 febbraio 1942 a Minneapolis, nel Minnesota, nasce Barbara Kay Donald. A nove anni inizia a studiare la cornetta e poi passa alla tromba. Trasferitasi a Los Angeles prosegue la sua formazione musicale perfezionandosi in vari ottoni e nel canto. Tra i suoi maestri figura anche Little Benny Harris. A partire dal 1960, a soli diciotto anni, si dedica a tempo pieno alla musica dando inizio a una carriera destinata a regalarle numerose soddisfazioni sia come leader di propri gruppi che come strumentista in orchestre jazz come quella di Chuck Cabot e in vari gruppi di rock & roll. Negli anni Sessanta suona al fianco di solisti come Dexter Gordon, Gene Russell, Stan Cowell e Burt Wilson. Nel 1962 sposa il pianista norvegese Ole Calmeyer da cui divorzia nel 1965 per unirsi al sassofonista Sonny Simmons. Da quel momento lavora quasi esclusivamente con il marito con il quale suona e incidere con musicisti come Michael White, Clifford Jordan, Richard Davis, Cecil McBee, Billy Higgins, Charles Moffett, Prince Lasha, Roland Kirk, Lonnie Liston Smith, John Hicks e tanti altri. Nel 1965 la trombettista lavora anche con John Coltrane. Muore il 23 marzo 2013 a Olympia, nello stato di Washington.
06 febbraio, 2020
6 febbraio 1965 – La prima volta dei Righteous Brothers
Il 6 febbraio 1965 sia in Gran Bretagna che negli Stati Uniti al vertice delle classifiche dei dischi più venduti c’è il brano You've lost that lovin' feelin' dei Righteous Brothers. È il primo grande successo del duo formato da Bill Medley e Bobby Hatfield, due ragazzoti che, dopo aver iniziato in band diverse, hanno unito i loro destini in un’unica ditta nel 1962. Considerati i successori degli Everly Brothers, fanno il loro debutto discografico nel 1963 con l'album Righteous Brothers e con il singolo Little latin lupe lu catturando l'attenzione del pubblico per l'impasto e la pulizia delle loro voci. Tra il 1963 e il 1964 i Righteous Brothers portano in classifica brani come Fanny Mae, Koko Joe e Try and find yourself another man, ma è solo nel 1965 che, sotto l'abile guida di Phil Spector centrano il grande successo internazionale con You've lost that lovin' feelin' e Unchained melody, divenuti poi due classici degli anni Sessanta. Il loro successo viene poi confermato da singoli come Just once in my life e Soul and inspiration. Nel 1967 i due fondatori si separano. Medley prosegue come solista mentre Bobby Hatfield tiene vivo il nome dei Righteous Brothers con Jimmy Walker come nuovo socio. Non è però la fine del sodalizio originale. Nel 1974, infatti, Medley e Hatfield tornano insieme come Righteous Brothers ottenendo un notevole successo con l'album Give it to the people e con il singolo Rock 'n' Roll heaven. È la prima di una lunga serie di riunificazioni occasionali del duo grazie al periodico recupero dei loro brani di successo.
31 gennaio, 2020
31 gennaio 1937 - Philip Glass, un minimalista nella new age

Il 31 gennaio 1937 nasce a Baltimora il tastierista Philip Glass forse il più osannato esponente del movimento minimalista e uno degli iniziatori della "new age music". Diplomatosi alla Juilliard School, nel 1964 si stabilisce a Parigi dove avvia una ricerca particolare influenzato dalla musica tibetana e dal sitarista indiano Ravi Shankar, oltre che, per la parte teorica del suo lavoro, dalla pedagoga musicale francese Nadia Boulanger. Proprio l'adattamento della musica di Ravi Shankar per il film "Chappaqua" è considerato il primo lavoro di rilievo della sua carriera. Tornato a New York all'inizio degli anni Settanta lavora con La Monte Young, Terry Riley e Steve Reich. Successivamente forma il Philip Glass Ensemble e diventa rapidamente uno dei maggiori esponenti di quel movimento minimalista che ha preso avvio dall'album In C di Terry Riley pubblicando album come Music in similar motion & music in 5ths nel 1973, Music in 12 parts 1 & 2 nel 1974, North star nel 1977 e molti altri. Tra le sue creazioni musicali legate alle immagini hanno particolare importanza la colonna sonora del film "Toscando", l'opera Einstein on the beach (, composta nel 1976 insieme al direttore d'orchestra Robert Wilson, Satyaghra nel 1979 sulla vita di Gandhi) e Akhnaten nel 1984 sulla vita del faraone Ajnatòn. In quest'ultima Glass utilizza ben sei voci soliste più l'orchestra e i cori della Stuttgart State Opera. Philip Glass è stato il primo artista, dopo Igor Stravinsky, a firmare un contratto discografico esclusivo con la CBS Masterworks. Nel 1984 Philip compone la musica per la cerimonia d'apertura delle Olimpiadi di Los Angeles e nel 1986 pubblica Songs from liquid days con la collaborazione di David Byrne, Laurie Anderson, Suzanne Vega, Paul Simon per i testi e con alcune interpretazioni di Linda Ronstadt, Douglas Perry e del Kronos Quartet. Nel 2015 ha pubblicato la propria Autobiografia, dal titolo
"Parole senza musica".
29 gennaio, 2020
29 gennaio 1959 – Jula De Palma scandalizza l'italietta bigotta
Alle ore 22,20 di giovedì 29 gennaio 1959 sul palcoscenico del Festival di Sanremo sale Jula De Palma, all’anagrafe registrata con il nome di Iolanda De Palma, una ragazza milanese di ventisette anni che da tempo non fa dormire sonni tranquilli a bigotti e moralisti. Cinque anni prima, infatti, in un’intervista rilasciata al settimanale “Sorrisi e Canzoni” quando le era stato chiesto se ammettesse il divorzio, invece di allinearsi alla tesi ufficiale dell’indissolubilità del matrimonio o trincerarsi dietro a un riserbo sospetto (il massimo della dissociazione consentito in quel periodo) aveva candidamente risposto: «Si, nel senso di non creare situazioni illegali in un matrimonio sbagliato». Nata nell’ambiente del jazz e scoperta da Lelio Luttazzi, che a soli diciotto anni l’ha aiutata a entrare nel ristretto gruppo dei cantanti della Rai, si è conquistata stima e simpatia per il suo stile ispirato alle grandi vocalist del jazz e la voce carica di sensualità. Considerata una delle più innovative cantanti della musica leggera italiana di quel periodo è però insofferente alle limitazioni. Per questa ragione piace molto al pubblico e meno a impresari e manager che vivono ogni sua esibizione pubblica con il fiato sospeso. Nonostante tutto in quella serata del 29 gennaio 1959 non ci sembrano esserci motivi di preoccupazione. Jula De Palma deve cantare Tua, una canzone composta da Pallesi e Malgoni che in gara viene eseguita anche dalla voce tranquilla di Tonina Torrielli, l’ex operaia di una fabbrica dolciaria soprannominata “la caramellaia di Novi Ligure”. Eppure quando la ragazza sale sul palcoscenico del Festival succede qualcosa di particolare. La sensualità sbarca per la prima volta sul proscenio del festival musicale più popolare d’Italia. Fin dalle prime note la sua voce si muove su tonalità inusuali, di derivazione jazzistica. Profonda e sensuale, quasi impercettibile sussurra confidenziale «Tua, tra le braccia tue...» in solitudine, accompagnata soltanto dal contrabbasso. È una voce nuda, cioè senza accompagnamento orchestrale, che si riveste progressivamente con l’ingresso successivo dei vari strumenti. Dopo il contrabbasso tocca alla batteria, che entra in punta di... spazzola, per non turbare l’atmosfera e poi via via gli altri ma senza mai coprire la voce che, come un serpentello, si avviluppa alle note con grazia tentatrice. La sua straordinaria interpretazione, ricca di sensualità, viene accusata di essere «...scandalosa al limite dell’offesa al pudore». L’accusa oggi può far sorridere ma nell’Italia bigotta degli anni Cinquanta c’è poco da scherzare. Alla Rai e ai giornali arriva una lunga serie di lettere di protesta. Una tra le molte che vengono rese pubbliche finisce per restare emblematica dell’epoca. È di una donna che si definisce “una sposina” e chiede addirittura l’intervento della magistratura contro la “scandalosa cantante” perchè il suo modo di cantare potrebbe configurare il reato di “istigazione all’adulterio”. Un incauto critico giornalista scrive che la ragazza ha eseguito la canzone «...come se fosse in camera da letto» e altri non perdono l’occasione per rilevare come il morbido e leggero vestito da sera indossato per l’occasione assomigli a una camicia da notte. Insomma sulla testa della povera Jula De Palma si scatena una vera e propria tempesta mediatica che rischia di travolgerla. Poi finalmente il Festival finisce con Tua che si piazza al quarto posto. Le polemiche invece continuano ancora per un po’ anche se la casa discografica della cantante accetta di modificare il passaggio «Tua/sulla bocca tua/finalmente mia...» in «Tua/ogni istante tua/dolcemente tua...». Se l’accorgimento consente al disco di evitare rischi non così accade a Jula De Palma che da quel momento si vede oggetto di censure ripetute. Non viene bandita dalla scena radiotelevisiva italiana come accadrà a Mina, ma nei suoi confronti l’Italia bigotta e codina dell’epoca mette in atto una serie di “ritorsioni” e “dispetti” che finiscono per condizionarne la carriera. Per anni le viene attribuita la fama di essere un “personaggio incontrollabile” sul piano caratteriale e una cantante troppo snob per il grande pubblico. In realtà è una delle pochissime interpreti che dopo essere arrivate alla musica pop dal jazz non tradiscono le proprie origini ma tentano di mettere in relazione i due differenti generi musicali. Nonostante tutto nella sua lunga carriera partecipa a varie manifestazioni musicali e pubblica molti dischi, tra cui due divertenti EP intitolati Quando una ragazza si chiama Jula 1 e Quando una ragazza si chiama Jula 2 oltre a un album ispirato al jazz dei suoi primi anni intitolato Whisky e Dixie. Nel 1972 dà l’addio al palcoscenico con un recital al Teatro Sistina di Roma accompagnata dall’orchestra di Gianni Ferrio e nel 1974 si esibisce per l’ultima volta in televisione cantando una divertente versione di Tulipan con Raffaella Carrà e Mina nel programma “Milleluci”. Qualche tempo dopo decide di lasciare l'Italia con il marito Carlo Lanzi per stabilirsi in Canada. Le sue qualità interpretative e la sua ecletticità musicale le valgono il rispetto della critica e un buon successo di pubblico. A dispetto delle emarginazioni e delle censure con il passare degli anni la sua figura artistica è stata rivalutata anche nel confronto con le interpreti più popolari dell'epoca.
21 gennaio, 2020
21 gennaio 2005 – I Chemical Brothers non sono i salvatori della dance music
Il 21 gennaio 2005 esce in contemporanea in tutto il mondo Push the button un album siglato da Ed Simons e Tom Rowlands, in arte Chemical Brothers. Qualche settimana prima dell’uscita del disco i due “fratelli chimici” fanno un salto ai Magazzini Generali di Milano e si prestano a commentare un lavoro che sposta un po’ più in là il terreno di sperimentazione e di incontro tra le diverse culture musicali. Alla mescola tra dance e rock sulla quale negli anni precedenti hanno costruito il loro successo aggiungono molti elementi spiccatamente orientali ed etnici, come si può notare dal singolo Galvanize, in rotazione sulle radio qualche tempo prima, nel quale la voce di Q-Tip si muove su toni apocalittici, regalando terrore ed euforia al tempo stesso. L’album contiene anche un pezzo più marcatamente politico come Left righ. Se gliene si chiede ragione i due rispondono che la dance, posto che la loro possa ancora essere considerata dance, si muove nella realtà del mondo e nessuno può evitare di prendere posizione. «Il mondo intorno a noi è cambiato. Non siamo più negli anni Novanta, non ha più senso promuovere solo il divertimento e la fuga dalla realtà». I fratelli chimici sostengono anche che il destino del mondo è nelle mani di tutti e non ci si può chiamare fuori. Lo stesso titolo dell’album Push the button vuole essere, insieme, un monito e un invito «È un’espressione volutamente ambigua. L’idea di pigiare un bottone può assumere connotazioni negative se si pensa al rischio di una guerra nucleare; ma anche positive, se lo si intende come un invito a far accadere le cose, a essere protagonisti e, soprattutto, a diventare padroni della propria vita». A parte Q-Tip, gli altri ospiti del disco, pur non essendo nomi popolarissimi per il grande pubblico, sono stati scelti perché funzionali al nuovo disegno musicale dei Chemical Brothers. Tra loro spiccano il rapper Anwar Superstar, Kele Okereke dei Bloc Party e i Magic Numbers. Come sempre, però, nessuno di loro, salvo sorprese, salirà sul palco ad affiancare i due fratelli nel tour che partirà tra qualche settimana. I fratelli chimici non cambiano idea sulla musica dal vivo. Restano legati alle loro origini underground e agli stilemi della club culture. «Che senso ha portarci sul palco un batterista o un cantante? La band siamo noi, con le nostre idee e con i nostri suoni. Da sempre ci affascina molto di più l’idea di creare un ambiente coinvolgente, quasi da club, anche quando suoniamo in grossi spazi. E, come è ovvio, il risultato dipende molto dalle reazioni, dalle vibrazioni del pubblico. Quando abbiamo suonato a Imola siamo saliti sul palco subito dopo i Red Hot Chili Peppers, eppure siamo riusciti a intrattenere lo stesso pubblico, pur con una proposta musicale molto diversa». Non si scompongono nemmeno quando qualcuno ricorda che secondo i giornali britannici la dance è ormai giunta al capolinea. Abbozzano e tirano diritti per la loro strada: «È un punto di vista che non ci tocca. Noi facciamo quello che abbiamo sempre fatto: individuiamo spazi vuoti nella musica che sentiamo in giro e cerchiamo di riempirli. Tutto qui. Non chiedeteci di essere i salvatori della dance music». 14 gennaio, 2020
14 gennaio 1941 - Lolo Bellonzi, dalla fanfara al jazz

Il 14 gennaio 1941 nasce a Nizza il batterista Lolo Bellonzi, all’anagrafe registrato con il nome di Charles. A sette anni picchia sul tamburo di una banda paesana, quella che tecnicamente si chiama “fanfara”. Fino a tredici anni è quella la sua scuola principale. Studia anche la fisarmonica, ma il fascino che esercitano su di lui le percussioni è irresistibile. Nel 1956 grazie anche ai consigli di Barney Wilen, comincia a dedicarsi al jazz. Alla fine degli anni Cinquanta suona sulla Costa Azzurra con vari gruppi anche se la musica è più un hobby che un mestiere. La svolta nella sua vita arriva nel 1960 quando rompe gli indugi e va a Parigi per diventare un batterista a tempo pieno. Nella capitale suona con molti musicisti statunitensi in club che hanno fatto la storia del jazz, come il Tabou, il Cameleon, il Chat-qui-Pêche, il Club Saint-Germain o il Mars Club. Fa anche parte del quintetto di Georges Arvanitas. Suona poi al Blue Note con Bud Powell, Johnny Griffin, Dexter Gordon, Lou Bennett, Kenny Drew e molti altri. Dal 1965 al 1968 è il batterista del trio di Martial Solal con cui si esibisce in numerosi concerti. In seguito lascia il jazz e diventa il batterista del cantante Claude Nougaro ma non è un addio definitivo perchè a partire dal 1979 riprende la sua attività nel campo del jazz suonando con Kay Winding, Harry Edison e con il trio di Maurice Vander.
02 gennaio, 2020
2 gennaio 1958 - Fischi alla Callas

Il 2 gennaio 1958 la stagione lirica del Teatro dell’Opera di Roma dovrebbe aprirsi con un evento straordinario. Il cartellone prevede, infatti, la messa in scena della “Norma” di Bellini nell’interpretazione del soprano Maria Callas da poco insignita del titolo di Commendatore della Repubblica. Da tempo i biglietti per la serata sono introvabili e fin dalle prime ore del pomeriggio appassionati e curiosi si accalcano davanti all’entrata degli artisti nella speranza di vedere la ‘divina’ Callas. Quando si apre il sipario la platea e i palchi sono gremiti e ai giornalisti non sfugge la presenza, in prima fila, del Presidente della Repubblica Italiana Giovanni Gronchi. La serata sembra procedere tranquilla e senza problemi, quando, sull’ultima nota di Casta diva, la voce della Callas si appanna improvvisamente. Dalla platea e dai palchi si alza un mormorio di disapprovazione accompagnato da qualche fischio. Per il resto tutto scivola via senza scosse fino alla conclusione del primo atto, cui dovrebbero seguire quaranta minuti di intervallo. Nel foyer i giornalisti si aggirano tra gli spettatori a caccia di dichiarazioni sulla ‘stecca’ della Callas. In particolare si tenta, invano, di cogliere qualche commento sulle labbra del presidente Gronchi. Al termine dell’intervallo il pubblico rientra in sala, ma il sipario resta chiuso. Passano altri venticinque minuti ma non succede niente. La cantante, offesa e irritata per il trattamento riservatole dal pubblico, è chiusa nel suo camerino e non risponde a nessuno. Dopo molte sollecitazioni apre la porta e, con faccia dura, annuncia: «Signori, questa sera, Norma finisce qui».
01 gennaio, 2020
1° gennaio 1953 – Un’overdose uccide Hank Williams

Il 1° gennaio 1953 muore d’overdose a soli 29 anni Hank Williams, il più popolare interprete di country degli anni Quaranta, da tutti considerato l'erede delle potenzialità artistiche creative di Jimmie Rodgers autore di brani destinati a diventare classici come Jambalaya, Honky tonk blues, There'll be no teardrops tonight, You win again e Long gone lonesome blues. La morte stronca la sua carriera alla vigilia della rivoluzione del rock and roll. Nasce a Mount Olive, in Alabama, il 17 settembre 1923. Suo padre è un invalido di guerra, la madre un'organista di chiesa. Gli regalano la sua prima chitarra quando è ancora bambino e a undici anni suona già alle serate da ballo del sabato sera in un cantiere ferroviario. L'anno dopo suona agli angoli delle strade insieme a un cantante nero, vendeva noccioline e lucidava scarpe. Nel 1937, a quattordici anni dopo aver vinto un concorso viene assunto da una radio locale per esibirsi un paio di volte la settimana. Inizia così a girare i paesi dell'Alabama con un gruppo country su un furgone guidato dalla madre, che gli fa anche da manager. Nel 1944 arriva a Nashville. Ha ventun anni ma è già considerato un veterano del circuito country. Nel 1947 incide il primo disco e nel giro d’un paio d’anni domina le classifiche dei dischi più venduti. La stagione del suo successo è brevissima perché, tormentato da fortissimi dolori alla schiena, diventa sempre più dipendente dall'alcool e da sostanze stupefacenti. Nel 1952 ha già alle spalle un divorzio e un licenziamento. Rimasto solo come un cane muore nel primo giorno dell’anno. Dopo la morte le sue canzoni tornano ai vertici delle classifiche regalando ricchezza a chi l’aveva appena licenziato.
29 dicembre, 2019
29 dicembre 1947 – Cozy Powell, un batterista migratore

Il 29 dicembre 1947 vede la luce Cozy Powell, uno dei personaggi più singolari del rock degli anni Settanta e Ottanta. Batterista eclettico e dotato di notevole personalità attraversa la storia di alcune tra le più importanti band di quel periodo senza fermarsi mai, inseguendo sempre nuovi progetti. C’è chi l’ha definito «... un migratore per scelta e per indole alla ricerca di un luogo nuovo da cui ripartire». Per lui le regole del music business e anche il successo sembra non interessarlo se lo ostacola nella realizzazione dei suoi progetti. Il suo debutto avviene alla metà degli anni Sessanta con i Sorceres, una band destinata a godere di una discreta popolarità negli anni successivi con il nome di Youngblood. Proprio quando i suoi compagni stanno per cogliere i primi successi Powell migra e si unisce ai Big Betha, un gruppo senza storia che avrà vita breve. Nel 1971 è il batterista del Jeff Beck Group con cui realizza i due album come Rough and ready e The Jeff Beck Group destinati a restare nella storia del rock di quel periodo, ma l’anno dopo se ne va per formare i Bedlam, una band che lascia dopo un solo album per seguire un nuovo progetto. Dà vita ai Cozy Powell's Hammer e pubblica due singoli di successo prodotti da Micky Most, uno dei migliori produttori britannici. Nel 1975 forma una nuova band, gli Strange Brew. Finito? Tutt’altro. Gli Strange Brew non sopravvivono neppure una stagione perché Cozy accetta l'offerta dell'ex chitarrista dei Deep Purple Ritchie Blackmore di dar vita ai Rainbow. In questo gruppo sembra finalmente aver trovato la sua dimensione, ma, improvvisamente, nel 1980 se ne va per dar man forte al chitarrista Michael Shenker, che ha appena lasciato gli Scorpions. Collabora all'album Pictures at eleven di Robert Plant , ma non rinuncia alla realizzazione di alcuni progetti in proprio. La sua anima da giramondo lo porta poi negli Whitesnake di David Coverdale e in una singolare avventura con Keith Emerson e Greg Lake, con i quali forma lo strano trio Emerson Lake & Powell. Nel 1989 si unisce ai Black Sabbath, che lascia dopo breve tempo per vagabondare ancora tra le più diverse esperienze e collaborazioni. Muore all'età di cinquanta anni il 5 aprile 1998 per un incidente automobilistico.
14 dicembre, 2019
14 dicembre 1963 – Dinah Washington, la regina del r & b

La sera del 14 dicembre 1963, nella sua casa di Detroit, la cantante Dinah Washington è tesa, stanca e terrorizzata dall'insonnia che la perseguita. Sta per iniziare una nuova tournée e, proprio per questo, si è sottoposta a una cura dimagrante che l'ha stroncata psicologicamente e fisicamente. Da un po' di tempo, però, ha trovato un modo efficace per combattere l'ansia: una buona dose di alcolici e un potente sonnifero. Un suo amico medico l'ha messa in guardia contro questa mistura, ma lei si è accorta che la fa dormire meglio. Anche questa volta segue il suo metodo, ma è l'ultima. La mistura micidiale l'uccide. Muore così, a trentanove anni, quella che è stata chiamata la Regina del rhythm & blues. Nata a Tuscaloosa, in Alabama, dove è registrata all'anagrafe con il nome di Ruth Jones, si trasferisce ancora bambina a Chicago con la famiglia. Le sue prime esperienze musicali hanno per sfondo gli interni della chiesa battista del South Side della sua città dove suona il pianoforte e canta nel coro gospel. Ben presto la sua attività si allarga al di fuori del quartiere e a soli sedici anni viene scritturata dalla grande cantante gospel Sallie Martin che la inserisce nel primo gruppo interamente femminile della storia del gospel. Nel 1943 Joe Glaser la ascoltata al Garrick's Bar di Chicago e la presenta a Lionel Hampton che la vuole nella sua orchestra. Da quel momento abbandona il suo vero nome e diventa Dinah Washington. Tre anni dopo lascia Hampton e inizia a muoversi da sola. Scritturata dalla Apollo pubblica i primi dischi di rhythm and blues. Il grande successo arriva, però, nel 1948, quando passa alla Mercury e pubblica una versione di West side baby che fa gridare al miracolo la critica. Negli anni Cinquanta diventa la Regina del rhythm & blues con un numero incalcolabile di presenze al vertice della classifica discografica di quel genere musicale. All'inizio degli anni Sessanta rinnova il repertorio e forma un duo di successo con Brook Benton. Alle soddisfazioni artistiche fa da contraltare una vita privata costellata da delusioni e problemi. Con sette matrimoni alla spalle e un difficile rapporto con i discografici, alla fine del 1962 è quasi tentata di lasciar perdere tutto. Ci ripensa nell'estate del 1963. Si prepara con cura al ritorno sulle scene, riprende a provare in sala e in palcoscenico, ma la tensione dell'attesa la soffoca. Tutto finisce la sera del 14 dicembre con l'aiuto dell'alcol e del sonnifero.
09 dicembre, 2019
9 dicembre 2002 – “Terra Maris” degli Indaco

Lunedì 9 dicembre 2002 a La Palma Club di Roma viene presentato rigorosamente dal vivo Terra Maris, il nuovo album degli Indaco, la band formata nel 1996 dall'incontro di Rodolfo Maltese, chitarrista del Banco del Mutuo Soccorso, con il polistrumentista Mario Pio Mancini e il percussionista Arnaldo Vacca. Una delle caratteristiche di questo gruppo è sempre stata quella di mettere in difficoltà gli amanti delle definizioni "strette" di stile, di coloro, cioè, cui piace incasellare in una sorta di schema qualunque esperienza musicale. Gli Indaco, da questo punto di vista, sono difficilmente definibili, visto che si muovono in un'area vasta di contaminazioni tra stili di confine, mescolando la world music, la new age, l'ambient, l’etno-rock e l’etno-jazz. Per Terra Maris, che è il quarto album della loro storia, approfittano della presenza di ospiti prestigiosi come Eugenio Bennato, Mauro Pagani, Daniele Sepe, Paolo Fresu, Andrea Parodi e altri, per spostare in avanti la loro ricerca. Il risultato sono undici brani di notevole intensità con un filo conduttore interno e parecchie variazioni stilistiche. La novità più rilevante è data dalla maggior presenza, rispetto al passato, di brani cantati, frutto dell'allargamento della formazione storica composta da Rodolfo Maltese, Mario Pio Mancini, Arnaldo Vacca, Pierluigi Calderoni, Luca Barberini e Carlo Mezzanotte alla voce particolare di Gabriella Aiello. Il risultato è un'opera decisamente più matura delle tre precedenti che non rinuncia a confrontarsi con le esperienze più interessanti del panorama musicale mediterraneo. Quattro brani lasciano il segno. Il primo è Amargura giocato sulle voci della Aiello e di Andrea Parodi, l'ex vocalist dei Tazenda oggi scomparso. Il secondo è la ballata Terza Qualità composta e interpretata da Eugenio Bennato, nelle cui atmosfere si coglie l'eco dell'esperienza dei Musicanova e il terzo è il sofisticato Aran debitore di parte della propria suggestione alla tromba di Paolo Fresu. Ultimo, ma solo in ordine d'esposizione, è un Norvegian wood lontanissima per ispirazione e per clima dall'originale dei Beatles. Come in un gioco di specchi gli Indaco nascondono Lennon e McCartney dietro alle evoluzioni di un etno-jazz originale e, talvolta, eccentrico. Chi cercasse i Beatles li può ritrovare soltanto verso il finale quando, come uscendo da un cilindro magico, l'esecuzione ritorna sui binari originali.
23 novembre, 2019
23 novembre 1985 – Joe Turner, grande non soltanto per la mole

Il 23 novembre 1985 un infarto chiude per sempre la carriera di Big Joe Turner una delle grandi voci del blues, considerato un “padre nobile” del rock and roll e del rhythm and blues. Ha settantaquattro anni e da almeno quaranta si muove a fatica a causa di un’acuta e dolorosa forma d’artrite, oltre che per la mole che gli è valsa il nomignolo di “Big Joe”. Canta quasi sempre da seduto appoggiandosi al suo bastone. Con la sua voce piena e dai toni baritonali è stato un esponente di primo piano del “blues di Kansas City”, quel genere in cui la vena triste e malinconica del blues rurale è stata soppiantata da un’atmosfera maliziosa e divertita che ha posto le basi per l’avvento del rhythm and blues. Negli anni Cinquanta, poi, è maestro e anticipatore del rock and roll. A lui si devono le prime versioni di brani entrati di prepotenza nella storia della musica di quel periodo come Corrine, Corrine, Flip flop and fly e Shake rattle and roll. Nato a Kansas City, nel Missouri, il 18 maggio 1911 come molti ragazzi neri arriva alla musica quasi per caso. Comincia, infatti, a cantare il blues con vari gruppi della sua città nei momenti liberi che gli lascia il lavoro. Verso la fine degli anni Venti coltiva qualche ambizione in più e inizia a collaborare con il pianista boogie Pete Johnson. La sua carriera prende decisamente il volo soltanto a partire dal 1938, quando si occupa di lui un grande talent scout come John Hammond che lo porta a New York e gli procura varie scritture. Ha molti amici tra i jazzisti con i quali coltiva saltuari rapporti di collaborazione che a volte sfociano in splendidi album come The bosses: Joe Turner – Count Basie, con l'orchestra di Count Basie, o The trumpet kings meet Joe Turner, con Dizzy Gillespie, Roy Eldridge, Harry Sweet Edison e Clark Terry. Alla fine degli anni Settanta, con l’avanzare dell’età e la sempre più ridotta capacità di movimento, riduce i suoi impegni, senza però rinunciare a coltivare nuovi progetti. Nell’estate del 1985 si torna a parlare di un suo possibile ritorno in sala di registrazione per una sorta di antologica carrellata sulla sua carriera insieme a molte star del rock. La morte improvvisa cancella il progetto.
06 ottobre, 2019
6 ottobre 1967 - Il funerale degli hippies

Il 6 ottobre 1967 tutte le comuni hippie situate nel circondario di San Francisco si radunano in città. Una moltitudine di ragazzi e ragazze vestiti a lutto si avvia in un lungo e silenzioso corteo che percorre le vie principali. Ai bordi delle strade percorse dalla singolare processione altri ragazzi distribuiscono volantini che spiegano ai passanti come tutte le comuni abbiano deciso di celebrare “la morte degli hippie”. Il movimento hippie fa il funerale a se stesso per protestare contro lo sfruttamento commerciale della sua immagine, delle sue idee e della sua stessa esistenza. «Questo mondo non ci piace. Siamo nati per cambiarlo e il consumismo ha scoperto che anche la nostra voglia di cambiamento può diventare merce. Per questo il movimento è morto e oggi lo accompagnamo nel suo ultimo viaggio». Basta guardarsi intorno per capire quali siano i fenomeni cui fanno riferimento i ragazzi delle comuni. Le vetrine di San Francisco, i bar, i ritrovi, tutto è stato colorato da fiori. La scritta "Peace and love" campeggia su un numero impressionante di oggetti e capi di vestiario in vendita. A partire dall'aprile di quell'anno la Greyhound, la più famosa compagnia statunitense di pullman, ha addirittura inaugurato un singolare giro turistico tra le varie comuni hippie di S. Francisco. «Adesso basta, non si possono vendere le idee». Un movimento culturale ed esistenziale nato dalla ribellione al consumismo sta diventando esso stesso oggetto di consumo. Al di là del gesto simbolico, il funerale segnerà davvero la fine di una fase nella storia degli hippies. Di lì a poco il movimento si spezzerà in due tronconi. Uno, sull'onda del "flower power", finirà per rifugiarsi sempre più in una sorta di individualismo di massa finalizzato alla felicità interiore e lontano dalle questioni sociali. L'altra scoprirà la politica e affiancherà l'impegno alle esperienze di vita comunitaria finendo poi per confluire nelle grandi battaglie pacifiste e per i diritti civili che di lì a poco infiammeranno gli States.
05 ottobre, 2019
5 ottobre 1973 – La sorprendente vitalità di Alvin Stardust
Il 5 ottobre 1973 viene pubblicato in Gran Bretagna il singolo My coo ca choo, un brano scatenato e divertente in linea con il glam rock che in quel periodo fa impazzire i giovanissimi consumatori di musica di quel paese. I teen-ager britannici lo accolgono entusiasticamente e in breve tempo lo portano ai vertici della classifica dei dischi più venduti. C’è, però, un giallo legato all’identità dell’interprete. La copertina del disco attribuisce l’esecuzione a un certo Alvin Stardust, un nome che nessuno ha mai sentito e di cui nessuno sa nulla. Per un po’ i giornali si divertono a ipotizzarne l’identità immaginando che si tratti dell’avventura solistica del cantante di uno dei tanti gruppi glam del periodo, finché la verità viene a galla. In realtà dietro allo pseudonimo si cela il ritorno sulle scene di un adolescente di… trentun anni. È Bernard Jewry, che, con il nome di Shane Fenton era stato, insieme al suo gruppo, i Fentones, uno dei principali esponenti del rock and roll britannico prima del ciclone Beatles. La rivelazione preoccupa non poco i dirigenti della sua casa discografica, perché temono che l’età di Alvin Stardust possa comprometterne l’immagine e la popolarità presso il pubblico dei più giovani. I timori non sono infondati. La moda del glam, fatta di brani dalla grande cantabilità e dai testi disimpegnati, è soprattutto una scelta generazionale che contrappone i gusti degli adolescenti al rock più impegnato e concettuale dei loro fratelli maggiori. Il meno preoccupato è lui. «Perché dovrei? A parte l’età, cosa mi divide da gruppi come gli Slade o gli Sweet? Il glam segna il ritorno del rock al divertimento puro, senza ideologie e senza tante complicazioni. Io sono così». Non ha torto. Per un paio d’anni quell’adolescente un po’ stagionato dominerà le classifiche di vendita, ma poi i suoi giovani fans cresceranno e con la crisi del glam dovrà rassegnarsi a tornare nell'ombra. La sua storia, però, non finirà lì. Nel 1981 l’etichetta alternativa Stiff, incuriosita dalla storia di questo strano dinosauro del rock britannico, lo richiamerà in servizio. Per la terza volta in vent'anni Bernard Jewry, ancora con il nome di Alvin Stardust, tornerà al successo con una serie di brani come Pretend, I feel like Buddy Holly e I wan't run away ispirati al rock and roll delle origini. Muore il 23 ottobre 2014.12 agosto, 2019
12 agosto 1982 - Il cantante che parlava sulle note alte

Il sorriso ironico e la carica vitale di Joe Tex, uno dei personaggi più emblematici della black music degli anni Sessanta e Settanta, si spengono il 12 agosto 1982. Colpito da un attacco cardiaco il quarantanovenne soulman muore a Navasota, in Texas, pochi giorni dopo la conclusione della "Soul Clan Revue", un lungo tour che l’ha visto esibirsi in compagnia di Wilson Pickett, Solomon Burke, Don Convay e altri veterani del soul. Cresciuto in un sobborgo di Houston, Joe Tex, all’anagrafe Joseph Arrington jr, per sopravvivere si adatta a fare di tutto: lustrascarpe, venditore di giornali, ballerino e cantante. Non dà molto credito alla possibilità che quella di cantante possa essere la sua professione futura. Si fa conoscere come autore e scrive successi per Jerry Butler ed Etta James, ma la svolta nella sua carriera inizia nel 1964 quando un impresario di country, Buddy Killen, gli propone di registrare una versione di Baby you're right di James Brown. Dotato di una voce rauca e inadatta alle note alte Joe è costretto a eliminare le parti difficili delle canzoni introducendo brani di parlato sulla musica. Il risultato non gli piace. Se ne va, ma prima si fa promettere che l’incisione non verrà mai utilizzata. Bugiardo matricolato, Killen, convinto delle qualità del ragazzo, gli dice di sì ma poi autorizza la pubblicazione del brano in un singolo che in pochi giorni scala la classifica dei dischi più venduti. È il successo. Con i primi quarantamila dollari Joe regala una casa alla sua vecchia nonna. Sono gli anni del grande successo del soul e lui ne diviene uno degli interpreti più originali con brani come Hold what you've got, A sweet woman like you, You're right Ray Charles e, soprattutto I gotcha. All'apice del successo, però, abbandona la scena musicale per diventare predicatore della Chiesa dei Musulmani Neri, con il nome di Joseph Hazziez. Tornerà sulle scene nel 1975 dopo la morte di Elijah Muhammad, il capo dei Musulmani Neri. I tempi, però, sono ormai cambiati. Ottiene un buon successo con Ain’t gonna bump no more, ma non riuscirà più a ripetersi sui livelli precedenti.
05 agosto, 2019
5 agosto 1975 - Stevie Wonder, il ragazzo del ghetto diventa miliardario

C’è chi pensa sia una vergogna, chi invece sostiene che è la rivincita di un ragazzo nero non vedente contro il suo destino. In ogni caso la notizia è di quelle che sembrano nate apposta per far discutere. Il 5 agosto 1975 Stevie Wonder rinnova il contratto discografico con la Motown per sette anni. Per quel che riguarda l’entità finanziaria del contratto, non vengono emessi comunicati ufficiali, ma voci bene informate parlano di una cifra che si aggira intorno ai tredici milioni di dollari. È una somma da capogiro, un record per quegli anni, il più ricco contratto mai stipulato fino ad allora tra un artista e una casa discografica. Non resterà né l’unico, né il più alto, ma tredici milioni di dollari sono decisamente troppi, anche per un personaggio come Wonder cui sembrava che la vita non dovesse regalare nulla. Nato prematuro a Saginaw, nel Michigan, Steveland Morris, questo è il suo vero nome, perde l’uso della vista per il malfunzionamento della sua incubatrice. È l’ultimo di tre fratelli e la madre, Lula Hardway, giura a se stessa di non fargli pesare la sua condizione. Mantiene il giuramento anche quando il padre se ne va. Stringe i denti e con i tre figli si trasferisce a Breckenridge, uno dei quartieri più poveri di Detroit. Il piccolo Stevie passa il tempo con il gioco che più gli piace: la musica. Il suo primo strumento musicale è una batteria giocattolo con la quale batte il tempo delle canzoni della radio. I regali dei vicini arricchiscono la sua strumentazione. Il piccolo canterino anima con la sua voce il quartiere finché, un giorno, un altro ragazzo del ghetto, Gerald White parla di lui a suo fratello Ronnie, che canta nei Miracles di Smokey Robinson. “Fammi sentire quello che sai fare con la voce, ragazzo!” Quello che ascolta lo lascia di stucco. Lo porta negli studi della Motown per farlo ascoltare da Brian Holland. A dodici anni Stevie Wonder ottiene così il suo primo contratto discografico. D’ora in poi la sua famiglia non avrà più problemi economici.
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