25 aprile, 2020

25 aprile 1944 – O Badoglio, Pietro Badoglio...

Il brano La badogliede, costruito sulla musica di un canto popolare toscano e su un ritornello che appartiene alla tradizione piemontese, è un esempio prezioso di satira. La leggenda vuole che sia stato composto il 25 aprile 1944, un anno esatto prima del giorno della liberazione, ma probabilmente è nato allo stesso modo in cui nascono tutte le canzoni popolare, cioè, come si direbbe oggi, "in progress". Porta due firme illustri, quelle di Livio Bianco e Nuto Revelli, ma anche questa, a detta degli stessi autori, è una semplificazione. Materialmente i due sono stati i trascrittori. Hanno, cioè, aggiustato una sorta di elaborazione collettiva di un gruppo di partigiani che operavano alle Grange di Narbona che utilizzava la melodia di un canto popolare toscano. La critica politica nei confronti di Pietro Badoglio, protagonista della disonorevole fuga a Brindisi dopo aver firmato l'armistizio con gli alleati e la dichiarazione di guerra alla Germania, si fa caustica attraverso la narrazione delle sue vicende. Ne emerge un personaggio pavido, opportunista e del tutto indifferente al destino della popolazione. È singolare come il brano sia attraversato dallo stesso concetto che Nuto Revelli elaborerà in modo compiuto nei suoi libri, in particolare ne "La guerra dei poveri": la Resistenza come guerra di popolo contro il nazifascismo ma anche come «guerra alla guerra» nata dalla necessità di non lasciare il proprio destino nelle mani di classi dirigenti ciniche e pronte a giocare qualunque carta sulla pelle delle popolazioni. L'uso della satira finisce per rendere ancora più aggressiva una canzone che ha la sua chiave nelle ultime tre strofe e non si limita alla critica sarcastica, ma indica una precisa volontà di cambiamento («Noi crepiamo sui monti d’Italia/mentre voi ve ne state tranquilli,/ma non crederci tanto imbecilli/da lasciarci di nuovo fregar») che coinvolge l'intera classe dirigente e l'essenza stessa della monarchia («No, per quante moine facciate/state certi, più non vi vogliamo,/dillo pure a quel gran ciarlatano/che sul trono vorrebbe restar» fino al finale liberatorio (Se Benito ci ha rotto le tasche/tu, Badoglio, ci hai rotto i coglioni/pei fascisti e pei vecchi cialtroni/in Italia più posto non c’è»). Il ritornello in piemontese, poi, finisce per essere una sorta di scioglilingua, quasi un nonsense in cui l'incalzare delle domande (l'hai mai detto? L'hai mai fatto? Si si, no no) alimenta l'impressione di incertezza, di tentennamento e di sostanziale pavidità del personaggio. Nel 1972 gli Stormy Six riprenderanno la melodia delle strofe e il giochino della descrizione satirica delle tappe della "carriera militare" per comporre la loro Birindelleide, dedicata all'ammiraglio Gino Birindelli, candidatosi alle elezioni politiche nelle liste neofasciste

24 aprile, 2020

24 aprile 1971 - Lennie Hayton, il direttore musicale della Metro Goldwin Mayer

Il 24 aprile 1971 muore a Palm Springs, in California, il pianista, arrangiatore, compositore e capo orchestra Lennie Hayton, all’anagrafe Leonard George Hayton. Nato a New York il 13 febbraio 1908 inizia a studiare pianoforte in tenera età. A diciotto anni entra a far parte dei Little Ramblers di Ed Kirkeby nel periodo in cui sassofonista basso Spencer Clark ha sostituito Adrian Rollini alla direzione del gruppo. Nel 1927 è a New York con Cass Hagan. L’anno dopo si unisce all'orchestra di Paul Whiteman con la quale resta fino al 1930 in veste di pianista-arrangiatore suonando al fianco di strumentisti prestigiosi come Bix Beiderbecke, Joe Venuti, Frankie Trumbauer ed Eddie Lang. Successivamente tira i remi in barca e, da indipendente, registra e orchestre per molte importanti orchestre. A partire dal 1935 forma e dirige propri gruppi per varie stazioni radiofoniche e dal 1937 è a capo di una big band. È anche direttore musicale dei popolari programmi radiofonici di Bing Crosby e per oltre dieci anni ha l’incarico di direttore musicale della Metro Goldwin Mayer, per la quale orchestra e dirige le orchestrazioni di vari musical. Sposato alla cantante Lena Horne è un pianista sensibile e un capace band leader.

22 aprile, 2020

22 aprile 1921 – Candido, il percussionista che ha affascinato Dizzy

Il 22 aprile 1921 a Regal, L’Avana, in Cuba, nasce Candido Camero, destinato a diventare uno dei più apprezzati percussionisti jazz con il nome d’arte di Candido. La musica lo affascina fin da quando è bambino e i suoi primi strumenti sono il contrabbasso e la chitarra. Conquistato dalle possibilità della ritmica lascia gli strumenti a corda per dedicarsi a bongos e congas. Nel mese d’ottobre 1952 lascia per la prima volta Cuba e se ne va negli Stati Uniti dove lavora per sei settimane a Miami, al Clover Club, in uno spettacolo intitolato “Night in Havana”. L’esibizione gli procura altre scritture. Va a New York. Qui lo nota Dizzy Gillespie, che lo aiuta a entrare al Downbeat Club, dove si esibisce per un anno intero con il gruppo di Billy Taylor. Nel 1954 lavora e incide con Stan Kenton, mentre dal 1956 al 1957 è attivo come free-lance, incidendo e lavorando con Kenny Burrell, Tito Puente, Gene Ammons, Machito, Bennie Green e Art Blakey. Nel 1958 torna a lavorare con Gillespie. Nel 1960 partecipa al Jazz At The Philharmonic con Dizzy Gillespie e Stan Getz. Nel 1962 è a fianco di Tony Bennet, con cui partecipa a un concerto alla Carnegie Hall. In quel periodo prosegue una intensa attività discografica, incidendo a fianco di Stan Getz, Wes Montgomery, Lalo Schifrin, Joe Williams e Sonny Rollins. Durante tutti gli anni Sessanta e Settanta prosegue la propria attività concertistica, lavorando a fianco di artisti come Rollins ed Elvin Jones e nell'orchestra di Lionel Hampton. Negli anni seguenti conferma la sua ecletticità contribuendo allo sviluppo delle musiche da ballo latinoamericane prima negli Stati Uniti e poi nel mondo.


16 aprile, 2020

16 aprile 1972 – La prima volta dell’Electric Light Orchestra


Il 16 aprile 1972 l’Electric Light Orchestra suona per la prima volta in concerto al Fox & Greyhound Pub di Croydon. Il pubblico può finalmente vedere dal vivo la band nata l’anno prima da una costola dei Move. La storia dell’Electric Light Orchestra, infatti, inizia nel 1971 quando Roy Wood, leader dei Move, idoli del pop inglese, mette in pratica l'idea di un gruppo che mescoli componenti classiche in una struttura sonora d'atmosfera sinfonico-progressiva filtrando il tutto con il rock. Con lui ci sono il batterista Bev Bevan e il chitarrista Jeff Lynne. Dopo la buona accoglienza riservata dal pubblico a Electric Light Orchestra, il primo album molto sperimentale da cui viene anche estratto il singolo 10538 Ouverture, il 16 aprile si mostrano in pubblico. È l’inizio di una storia lunga e tormentata. Pochi mesi dopo Roy Wood e Jeff Lynne litigano sulle prospettive e Wood se ne va dando vita ai Wizzard. Lynne e Bevan, invece, continuano e trasformano la ELO in una sorta di orchestra rock con elementi classici, aggregando al gruppo il violinista Wilf Gibson, il bassista Michael d'Albuquerque, il tastierista Richard Tandy e i violoncellisti Mike Edwards e Colin Walker. È solo la prima scossa di un gruppo che alternerà momenti di grande successo a profonde liti e successive ricomposizioni nell’organico.

11 aprile, 2020

11 aprile 1977 – Se ne va Jacques Prévert

L’11 aprile 1977 muore Jacques Prévert, poeta, sceneggiatore, scrittore, ma soprattutto punto di riferimento del mondo culturale francese per decenni. «Allora, il loro dio, il loro oracolo, il loro maître à penser, era Jacques Prévert, di cui veneravano le pellicole e le poesie, di cui provavano a copiare il linguaggio e le atmosfere spirituali. Anche noi gustavamo le poesie e le canzoni di Prévert. Il suo anarchismo sognante e un po' stralunato ci catturava completamente» Così Simone de Beauvoir nel suo romanzo “L’età forte” parla di quel miscuglio di artisti, vagabondi, perdigiorno, poeti e cantanti che si incontra, si innamora, si lascia e vive nei caffè di Saint-Germain des Prés. Non è un omaggio, ma una testimonianza della capacità di Prévert di liberarsi dalla rigidità delle divisioni dell’arte per essere insieme poeta, paroliere, sceneggiatore, dialoghista e, soprattutto, curioso esploratore di tutte le forme possibili di comunicazione poetica. Vive l’esperienza artistica con la stessa intensità di un amore appena nato e non si fa mai irreggimentare da una moda, da una linea editoriale o anche soltanto dalla necessità di dare continuità a un impianto artistico salutato dal successo. La sua avventura artistica è una lunga corsa su una strada non asfaltata, con i piedi che mordono il terreno, evitano i sassi, si bagnano nelle pozzanghere e s’impolverano nei tratti asciutti. E quando la strada gli appare troppo diritta tende a scartare, come fanno i cavalli di razza o i lupi inseguiti dai cacciatori. La sua creatività non ha padroni e diffida delle gabbie, soprattutto di quelle ideologiche e se ha l’impressione di essere intruppato fugge veloce come il vento. «Reclutato a forza nella fabbrica delle idee/ho resistito /mobilitato allo stesso modo nell'esercito delle idee/ho disertato». In questi pochi versi, rubati a Choses et autres, la sua ultima raccolta pubblicata nel 1972, c’è il senso di una vita assaporata fino all’ultimo sorso evitando l’omologazione e il conformismo, ma spargendo a piene mani perle preziose che luccicano vivide e inattaccabili dalla patina del tempo. Tra esse ci sono anche le canzoni, oltre mille, destinate a entrare nel repertorio di interpreti come Juliette Gréco, i Frère Jacques, Serge Reggiani, Mouloudji, Catherine Sauvage, Yves Montand ed Edith Piaf, per citare soltanto i primi che la memoria riporta a galla. Brani come Les feuilles mortes e Barbara hanno fatto poi il giro del mondo nelle esecuzioni di artisti come Frank Sinatra, Bing Crosby o Miles Davis. «Egli viene dalla vita e non dalla letteratura». La definizione di Jacques Prévert data dallo scrittore Georges Ribemont-Dessaignes cerca di chiarire perfettamente il senso della creatività artistica di un uomo che ha sempre detto di voler essere poeta senza diventare letterato. La vita è un avventura misteriosa e la sua inizia il 4 febbraio 1900 a Neuilly-sur-Seine, cittadina del dipartimento della Senna dove nasce da in un ambiente piccolo borghese e un po’ bigotto. Sua madre è originaria dell'Alvernia mentre suo padre è bretone e proprio in Bretagna il piccolo Jacques trascorre diversi anni della sua infanzia. Sono anni apparentemente spensierati anche se un po’ soffocanti viste le rigide regole imposte dalla famiglia molto attenta alle convenzioni. È comunque in questo periodo che Prévert respira a pieni polmoni l’aria della cultura e delle tradizioni popolari bretoni destinate a influenzare molto la sua opera negli anni della maturità. Curioso frequentatore di quegli spazi di confine che stanno tra letteratura e spettacolo, dopo aver terminato gli studi per guadagnarsi da vivere si adatta a vari lavori. Nel 1922 dopo il servizio militare si stabilisce a Parigi in una casa al 54 di Rue del Château a Montparnasse destinata a diventare un po’ il punto di ritrovo di un pezzo importante del movimento surrealista. Tra i più assidui ci sono Michel Leiris, Robert Desnos, Antoine-Marie-Joseph Artaud, Louis Argon, Georges Malkine, Raymond Queneau e quell’André Breton che si diletta a giocare a fare il leader del movimento. Nella seconda metà degli anni Venti gli amici cominciano a far circolare i suoi primi testi poetici, anche se per la prima pubblicazione occorre attendere il 1930 quando Prévert pubblica sulla rivista "Bifur" la sua composizione Souvenirs de famille on l'ange gardechiourme (Ricordi di famiglia ovvero l'angelo aguzzino), considerata un po’ il suo battesimo artistico. Gli anni Trenta sono pervasi da grande passione, con curiosità sempre nuove e sperimentazioni anche azzardate in quelli che sono destinati a diventare i campi privilegiati del suo interesse artistico: poesia, canzone, teatro e cinema. Tra il 1932 e il 1936 si dedica intensamente al teatro lavorando a tempo pieno con il Gruppo Ottobre, una compagnia appartenente alla Federazione Teatro Operaio, un’organizzazione che ha lo scopo di promuovere opere teatrali di impegno sociale. Proprio per il Gruppo Ottobre Prévert scrive Marche ou crève (Marcia o crepa), un brano che negli anni successivi diventerà quasi un inno dell’antifascismo militante. Nonostante gli impegni teatrali non trascura né la poesia, né il cinema né la canzone. Proprio in questi anni, infatti, vedono la luce soggetti e sceneggiature di film come “Lo strano dramma del dr. Molineaux” e “Il porto delle nebbie” diretti dal suo carissimo amico ed estimatore Marcel Carné. Sono l’inizio di un’attività di soggettista e sceneggiatore destinata a regalare al mondo lungometraggi come “Les disparus de Saint-Agil” di Christian-Jacques e Pierre Laroche, o “Alba tragica”, “Le porte della notte” e “Mentre Parigi dorme” di Marcel Carné. Sempre con Carné nella Francia occupata dai nazisti girano “L’amore e il diavolo” e, soprattutto “Amanti perduti”, ancora oggi considerato uno dei capolavori del cinema mondiale. Sempre in quegli anni vedono la luce anche le canzoni nate da poesie musicate da Joseph Kosma che caratterizzeranno l’epoca degli chansonniers. Nei primi mesi del 1946 Jacques Prévert pubblica “Paroles”, uscita in Italia con il titolo “Parole”, la sua prima raccolta compiuta di poesie ed è come se un turbine di vento si abbattesse sulla letteratura e sulla cultura francese. I giovani che dopo quattro anni di occupazione feroce e di clandestinità trovano in quelle composizioni una risposta alle loro aspirazioni, alla sete di libertà e al desiderio rilasciare un segno nella vita. Niente resta più come prima, neppure Jacques Prévert che capisce di essere diventato un punto di riferimento per un pezzo della cultura del suo paese e ci gioca un po’ anche se non mancano detrattori come Albert Camus che lo definiscono un “guignol del marciapiede che si prende per Goya”. Il pubblico, però, è tutto con lui. Accade così che quel quarantacinquenne autore cinematografico le cui poesie erano apprezzate e diffuse quasi esclusivamente tra i frequentatori di quella piccola porzione di Parigi compresa il Café de Flor, il Lipp, il Deux Magots e le librerie più intellettuali del Quartiere, diventa una sorta di “vate” di Saint-Germain-des-Prés, una stella ammirata e riverita. Jacques Prévert ha il pregio di non prendersi mai, in nessun momento così tanto sul serio da credere davvero a queste storie. Gioca con il suo personaggio, qualche volta se ne serve, ma non ne resta prigioniero. Fino all’ultimo continua a frequentare quei territori diversi che ha ormai imparato a conoscere e nei quali si sente a casa sua: il cinema, il teatro, la poesia e la canzone. Non si innamorerà mai della televisione e alla fine degli anni Sessanta, quando si è ormai trasferito nella sua dimora di Omonville-la-Petite, nel dipartimento della Manche capisce di avere allevato un nemico mortale: un cancro al polmone. Accetta la sfida e cerca di resistere nel suo eremo isolato in cui di tanto in tanto lascia entrare alcuni degli amici più cari come Serge Reggiani, Yves Montand, Juliette Greco, Raymond Queneau e pochi altri. Lunga e dolorosa la battaglia di Jacques Prévert contro l’osceno aggressore termina l'11 aprile 1977 con la sua morte.


07 aprile, 2020

7 aprile 1976 – Jimmy Garrison, il bassista di Coltrane

Il 7 aprile 1976 muore a New York il contrabbassista Jimmy Garrison. Nato a Miami, in Florida, il 3 marzo 1934 viene registrato all’anagrafe con il nome di James Emory Garrison. Quando ha nove anni si trasferisce con la famiglia a Philadelphia, in Pennsylvania dove studia con profitto il clarinetto, strumento che lascia nel 1952 per passare al contrabbasso. Il suo primo ingaggio professionale arriva da un gruppo di rhythm and blues, anche se la sua vera passione resta il jazz. Nel tempo libero collabora con vari jazzisti come il pianista Bobby Timmons e il batterista Albert Heath e soprattutto con Louis Judge. Nel 1955 resta senza contratto e per guadagnarsi da vivere lavora come autista di camion pur non abbandonando mai la musica. Nel 1958 torna a dedicarsi al contrabbasso a tempo pieno. Si trasferisce a New York dove collabora sia in concerto che in sala di registrazione con vari esponenti del jazz di quella città come il batterista Philly Joe Jones, i sassofonisti Jackie McLean, J. R. Monterose, Lee Konitz e Warne Marsh e il clarinettista Tony Scott. In quel periodo lavora inoltre con Lennie Tristano, Benny Golson, Curtis Fuller Kenny Dorham e Bill Evans. Quando entra a far parte del gruppo di Ornette Coleman viene ascoltato e notato al Five Spot Café di New York da John Coltrane che lo vuole con sé. Nel mese di novembre 1961 Jimmy Garrison entra così a far parte del quartetto di John Coltrane, sostituendo Reggie Workman. Inizia un sodalizio artistico destinato a durare senza ininterruzioni fino alla morte del sassofonista, nel 1967 quando Garrison è rimasto l’unico superstite dell'originario, leggendario quartetto. Legato a Coltrane da un profondo rapporto d’amicizia suona anche al suo funerale insieme a Elvin Jones e a Joe Farrell. Proprio con Elvin Jones, dopo una breve parentesi di sei mesi con il pianista Hampton Hawes, inizia la fase post-coltraniana della sua carriera. A partire dal mese di marzo del 1969 riprende la sua autonomia suonando con Walter Bishop, McCoy Tyner, Alice Coltrane, Bill Dixon, Nathan Cavis, Ted Curson, Bill Barron, Rolf e Joachim Kühn oltre che con Archie Shepp e Dave Burrell. Quando sta per entrare nel pieno della maturità artistica muore per un cancro polmonare.

03 aprile, 2020

3 aprile 1954 - Nicoletta Bauce, la cantautora

Il 3 aprile 1954 nasce a Valdagno, in provincia di Vicenza, Nicoletta Bauce, uno dei personaggi più interessanti della scena musicale degli anni Settanta. Dopo aver studiato canto, pianoforte e solfeggio al conservatorio la ragazza viene notata da Edoardo De Angelis che l’aiuta a muovere i primi passi nel mondo della canzone italiana. Scritturata dalla RCA, nel 1975 partecipa allo spettacolo "Domenica musica", che va in scena al teatro Trianon di Roma e viene ripreso anche dalle telecamere della RAI. La sua interpretazione di Tre bocche nel cuore, un brano di sua composizione attira l’interesse di pubblico e critica. Sull’onda dei consensi nasce anche l’album Musica dal pianeta donna: le cantautori, un lavoro collettivo cui partecipano anche Roberta D'Angelo, Silvia Draghi e Carmelita Gadaleta. Nell’album Nicoletta Bauce propone due canzoni: Tre bocche nel cuore e Quando tornerai, che vengono pubblicate anche in singolo. Successivamente inizi a lavorare al suo primo album, un disco ricco di spunti interessanti che contiene anche una personalissima versione di Sittin on top of the world dei Cream. Nel 1979, lasciata la RCA per la Philips, partecipa al Festival di Sanremo con Grande mago, un brano realizzato in collaborazione con Roberto Colombo e la PFM che viene bocciato dalle giurie sanremesi. Varie partecipazioni televisive precedono l’inizio della lavorazione del suo secondo album destinato a non vedere mai la luce. Poco disposta ad accettare compromessi di fronte all’ennesima intromissione nel suo lavoro se ne va sbattendo la porta. Lascia la musica e si stabilisce a Vicenza per fare l’insegnante.

01 aprile, 2020

1° aprile 1895 - Alberta Hunter, l'irrequieta ragazza del blues

Il 1° aprile 1895 a Shelby County, nei pressi di Memphis in Tennessee nasce Alberta Hunter. Irrequieta e vivace a dodici anni scappa di casa a 12 anni per andare a Chicago dove trova rapidamente modi di esibirsi come cantante e attrice di varietà in club come lo Hugh Hoskins, il Panama e il Dreamland. Intorno al 1920 si trasferisce a New York dove, oltre a cantare nei locali notturni, cominci a registrare i primi dischi usando talvolta anche il nome della sorella Josephine Beatty come pseudonimo. In sala viene accompagnata da grandi musicisti come Louis Armstrong e Sidney Bechet, e da grandi band di studio come quelle di Fletcher Henderson, Fats Waller e il gruppo bianco degli Original Memphis Five. In questo periodo scrive anche il brano Brownhearted blues. Parallelamente all’attività in studio e nei concerti si dedica anche al teatro portando in scena negli anni Venti la rivista “How Come”. Nel 1934 si trasferisce a Londra per la produzione di “Show Boat” in cui è protagonista a fianco di Paul Robeson. L’anno dopo se ne va anche a Parigi. Rientrata definitivamente a New York nel 1937 inizia a dedicarsi all’attività radiofonica e dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale prende parte a vari tour destinati a intrattenere le forze armate stanziate sia nell'area del Pacifico che in Europa. Nel dopoguerra ritorna in Gran Bretagna come cantante dell'orchestra di Snub Mosley e compie parecchie tournée in Canada intervallate da lunghi ingaggi a Chicago. Dopo la partecipazione alla rivista “Mrs. Patterson” messa in scena a Broadway decide di lasciare la musica per fare l'infermiera al Goldwater Memorial Hospital. Non è un addio definitivo. Negli anni Sessanta riprende a registrare, prima in modo saltuario e poi sempre più intensamente. Nell'ottobre del 1977 ottiene un lungo ingaggio al club The Cookery del Greenwich Village di New York. Nel novembre 1980 le viene stato assegnato a Memphis il premio Handy destinato alla “più grande cantante di blues vivente”. Non smette più. Continua a cantare fino al 1984 quando muore prima di compiere novant’anni.


31 marzo, 2020

31 marzo 1921 - Lowell Fulson, un duttile bluesman

Il 31 marzo 1921 nasce a Tulsa, in Oklahoma Lowell Fulson, uno dei più duttili cantanti e chitarristi della storia del blues. Negli oltre cinquant’anni di registrazioni realizzate con diversi gruppi e varie etichette discografiche, Lowell Fulson è in grado di modificare costantemente il proprio stile adattandolo via via a quelle che erano le tendenze delle nuove generazioni. Inizialmente viene influenzato dai vecchi interpreti del blues rurale, come Blind Lemon Jefferson e soprattutto Texas Alexander con il quale lavora alla fine degli anni Trenta. Da quest'ultimo impara numerose canzoni del repertorio classico del blues rurale texano, compresa quella Penitentiary Blues che più tardi registra in due versioni sotto il titolo di River Blues. Durante gli anni Quaranta, dopo aver suonato a lungo la chitarra acustica passa alla chitarra elettrica e si avvicina con entusiasmo alle nuove esperienze musicali che stanno emergendo sulla West Coast. Nel decennio successivo arriva al grande successo discografico con brani come Every Day I Have The Blues, Blue Shadows, Lonely Christmas e I’m A Night Owl. In quegli anni si esibisce al fianco di Charles Brown, Johnny Moore e soprattutto T. Bone Walker, forse l’artista che più di ogni altro ne influenza l’impostazione di quel periodo. Collabora poi con Ray Charles e Stanley Turrentine. Muore il 6 marzo 1999.

30 marzo, 2020

30 marzo 1981 - In migliaia a Milano per Tajoli

Sono migliaia le persone che la sera del 30 marzo 1981 affollano l’ingresso del Teatro Nazionale di Milano in piazza Piemonte per festeggiare il ritorno in concerto di Luciano Tajoli nel capoluogo lombardo. Arrivano da ogni parte d'Italia e non possono entrare tutti ma hanno comunque voluto esserci per festeggiare uno dei grandi protagonisti della musica leggera italiana del Novecento. Il palco, coperto di fiori, ha sullo sfondo le avveniristiche scenografie di “Flowers”, il musical di Lindsay Kemp in cartellone in quel periodo. Luciano è emozionato come un debuttante. Il pubblico lo chiama a gran voce e quando arriva sul palco viene accolto da un’ovazione lunghissima. Non ha lasciato niente al caso. Nel corso della serata lo accompagnano il gruppo del maestro Carlo Cordaro, la jazz band di Sante Palumbo e il Trio vocale di Paola Orlandi. Due ore filate di canzoni non bastano al suo pubblico che prende d’assedio l’uscita dei camerini per abbracciarlo. A fatica i giornalisti riescono ad arrivare fino a lui. Stanco, sudato e felice Tajoli parla chiaro: “Come vedete sono amato dal pubblico, in Italia e all’estero, ma mamma televisione non si accorge neppure che esisto... Non sono gradito perché poliomielitico, ormai ci sono abituato...”.

29 marzo 1979 – Ray Ventura, la risposta francese alle big band americane

Il 29 marzo 1979 in un piccolo albergo di Palma di Majorca muore Ray Ventura, uno dei protagonisti di primo piano dell’epoca d’oro del music hall francese, l’artefice della saldatura in chiave swing del grande jazz orchestrale degli anni Trenta con le seduzioni e lo spirito degli chansonniers. Il suo modello sono le formazioni d’oltreoceano ma lo spirito è quello più ironico e meno incline a prendersi troppo sul serio del Vecchio Continente. Talentuoso musicista, buon compositore e impeccabile direttore d’orchestra Ray Ventura nella sua lunga carriera cerca sempre di unire la limpidezza del suono e la cura negli arrangiamenti al gusto per il divertimento e per il colpo di scena che sorprenda il pubblico. Il suo stile unico che mescola jazz, canzoni, brevi sketches e momenti di surreale improvvisazione scenica viene preso a riferimento da molti altri protagonisti della musica orchestrale francese ed europea negli anni successivi al suo grande successo. Nessuno però riuscirà a ripeterne i risultati e non soltanto perché il clima culturale in cui nasce, cresce e si sviluppa è unico e irripetibile. L’elemento che fa la differenza rispetto ai suoi successori è proprio il suo genio musicale che gli permette di essere un fantasioso elaboratore di ritmi, armonie e melodie ma anche e soprattutto abile scopritore di talenti. Forse nessuno come lui in Francia ha saputo scoprire, utilizzare e portare al successo tanti strumentisti destinati a lasciare un segno importante nella storia della musica. La capacità di trovarli e di metterli insieme esaltandone le qualità è, in fondo, il vero segreto del successo e forse dell’immortalità dell’esperienza musicale di Ray Ventura et Ses Collégiens. Raymond Ventura detto Ray nasce a Parigi il 16 aprile 1908. A differenza di molti protagonisti della scena musicale francese di quegli anni lui non ha alle spalle né la sofferenza di una famiglia di misere condizioni né l’esperienza della strada. I suoi genitori sono benestanti e possono permettersi di regalare al figlio un’infanzia e un’adolescenza tranquilla. Il giovane Ray scopre il jazz quando ancora porta i calzoni corti ascoltando le prime incisioni un po’ gracchianti che arrivano in Francia dagli Stati Uniti. Nel 1924 ha sedici anni, frequenta il liceo “Jeanson De Sailly” e se la cava egregiamente al pianoforte. Proprio tra le mura di quella scuola nasce l’idea di dare vita a un gruppo musicale insieme a un pugno di compagni di scuola. La piccola orchestra che in onore del luogo dove è nata e della condizione sociale dei suoi componenti prende il nome di Collégiens (Collegiali) inizia ad animare le notti del quartiere. Più passa il tempo e più quella che sembrava un’esperienza nata per gioco prende una consistenza artistica interessante grazie al talento artistico di strumentisti come Ray Binder, Robert De Gaille, Robert Vaz, Paul Misraki, Henri Guesde e i fratelli Aslanian. In questi primi anni d’attività Ray dimostra di essere istintivamente un leader riuscendo a dare a un gruppo così giovane una personalità tale da attrarre le attenzioni della nascente scena jazz francese. Nel 1928 l’orchestra registra i primi brani per la casa discografica Columbia. La popolarità di Ray e dei suoi compagni è tale che tra il 1927 e il 1930 sono molti i musicisti professionisti che si divertono a unire i loro strumenti ai Collégiens sia negli spettacoli dal vivo che nelle sedute di registrazione. Tra questi nomi ci sono personaggi storici del jazz come i francesi Philippe Brun, Gaston Lapeyronie, Alex Renard, Léon Vauchant e gli statunitensi Dany Polo, Babe Russin, Spencer Clark, Eddie Ritten e Jack O’ Brien. Alla fine del 1930 Ray Ventura decide di dedicarsi esclusivamente alla musica. Con l’arrivo di nuovi musicisti come René Weiss, Russell Goudey, Georges Effrosse, Louis Gasté e Raymond Legrand dà ai suoi Collégiens una nuova dimensione sul modello delle grandi orchestre statunitensi di Paul Whiteman e Jack Hilton. Il suo non è però un semplice lavoro a ricalco di esperienze altrui. Il grande successo di Ray Ventura et Ses Collégiens è legato a scelte innovative che riguardano l’impianto scenografico, l’impostazione musicale e la scelta del repertorio. L’orchestra non si limita a proporre i brani più famosi del jazz orchestrale statunitense, come fanno più o meno tutti i gruppi di quel periodo, ma allarga il proprio repertorio con brani della tradizione sinfonica, canzoni popolari o successi del momento, riarrangiando tutto in chiave jazzistica. Il valore dei solisti, la qualità degli arrangiamenti, la scelta dei brani e lo humor che caratterizza le esibizioni fanno il resto. La popolarità del gruppo si allarga anche al di fuori dei confini francesi, soprattutto in Gran Bretagna dove ottiene un successo simile a quello ottenuto in paria. Nella seconda metà degli anni Trenta le loro canzoni, soprattutto Tout va très bien madame la marquise, accompagnano le speranze e i timori della Francia durante l’esperienza del Fronte Popolare. Per Ray Ventura et Ses Collégiens si aprono anche le porte del cinema mentre le case discografiche se li contendono a peso d’oro. Dopo l’esperienza con la Columbia l’orchestra passa con la Decca dal 1931 al 1935 e con la Pathé dal 1935 al 1940. Proprio nel periodo di maggior successo dell’orchestra la Francia viene invasa dalle truppe della Germania nazista. Di fronte alle prime scelte antisemite del governo collaborazionista francese Ray Ventura, che ha un organico molti musicisti d’origine ebrea, decide di lasciare la Francia e di trasferirsi in Svizzera. Qui lo raggiungono alcuni dei suoi Collégiens, ma non tutti. Lui, come sempre, non si fa spaventare dalle difficoltà. Abbozza e ricomincia da capo. Nel 1941, quando se ne vanno in Sudamerica per una lunga tournée Ray Ventura et Ses Collégiens hanno una formazione in parte nuova nella quale si fa notare uno sconosciuto chitarrista che risponde al nome di Henri Salvador. L’orchestra diventa popolarissima in Brasile e Argentina dove registra anche una serie di album importanti che mostrano interessanti aperture verso le strutture ritmiche del samba. Nel 1944 con l’inizio della Liberazione della Francia finisce anche l’esilio di Ray Ventura che dopo aver sciolto l’orchestra torna in patria. Il ritorno in Francia di Ray Ventura non coincide con l’immediata ripresa delle attività della sua orchestra. Indeciso sul da farsi per qualche tempo pensa davvero di lasciar perdere tutto. Quando oramai tutti pensano che sia un’esperienza chiusa Ray Ventura et Ses Collégiens tornano in attività con una serie di concerti alla Salle Pleyeil di Parigi affollati all’inverosimile. Non è più la formazione storica. Accanto al leader ci sono musicisti eccellenti pur se meno conosciuti dei predecessori. Tra loro c’è anche il chitarrista Sacha Distel, nipote di Ventura, un ragazzo che a partire dagli anni Sessanta sarà uno dei protagonisti di un ulteriore rinnovamento della canzone francese. Il nome del gruppo è lo stesso ma la musica è diversa, meno jazzata e più aperta alle esperienze delle orchestre da ballo del dopoguerra. I gusti del pubblico stanno, però, rapidamente cambiando e per sfuggire al destino di ripetersi all’infinito sull’onda della nostalgia all’inizio degli anni Cinquanta Ray Ventura chiude l’esperienza e scioglie l’orchestra dopo una lunga tournée d’addio. Da quel momento si occupa prevalentemente della sua casa di edizioni musicali e delle attività connesse. Fonda anche una casa di produzione cinematografica e una casa discografica, la Versailles, con la cui etichetta vede la luce in Francia il primo disco di Ray Charles. Ray Ventura opera nella produzione con lo stesso gusto e talento musicale che gli hanno regalato la gloria negli anni precedenti. Non a caso è proprio lui il primo ad aprire le porte delle sue edizioni musicali a uno sconosciuto e un po’ scontroso chansonnier che risponde al nome di Georges Brassens. Ray Ventura muore in un piccolo albergo di Palma di Majorca il 29 marzo 1979.

25 marzo, 2020

25 marzo 1958 - Tom "Red” Brown, tra contrabbasso e trombone

Il 25 marzo 1958 muore il contrabbassista e trombonista Tom Brown, detto Red. Nato a New Orleans, in Louisiana, il 3 giugno 1888 è fratello del contrabbassista Steve Brown. Studia musica da bambino e indossa ancora i pantaloni corti quando entra a far parte di una delle Reliance Brass Band di Jack “Papa” Laine. Nel 1914 forma un proprio gruppo che si esibisce l'anno dopo al Lamb's Café di Chicago e tra il 1915 e il 1916 è molto attivo nei circuiti di vaudeville. Il gruppo ha due nomi, The Kings of Ragtime e The Ragtime Rubes, intercambiabili a scelta dei proprietari del locale che li ha scritturati. Dopo un breve periodo trascorso a New York per una serie di esibizioni al Century Theatre, fa ritorno a Chicago, dove ottiene un ingaggio al Camel Gardens e partecipa a vari spettacoli di varietà. Tra il 1922 e il 1923 si dedica all'attività di studio a New York e a Chicago. Proprio in quest’ultima città ottiene una scrittura da parte dell’orchestra di Ray Miller Tornato a New Orleans, suona con Johnny Bayersdorffer e con Norman Brownlee. Negli anni Trenta alterna spesso il contrabbasso al trombone e fa parte a lungo della Val Barbara's Orchestra. Verso la fine del decennio inizia a dedicarsi al commercio pur non abbandonando mai del tutto la musica.

20 marzo, 2020

20 marzo 1994 - Chi ha ucciso Ilaria e Miran?

Il 20 marzo 1994 è una domenica ed è anche l’ultimo giorno per i militari italiani in Somalia. Le truppe italiane lì impegnate per conto dell’ONU stanno infatti per lasciare il paese africano. Tra le persone in attesa del rientro ci sono anche Giorgio e Luciana Alpi, i genitori di Ilaria Alpi, una giornalista della Rai inviata del TG3. Sono tranquilli anche perché alle 12,30 la loro figlia ha telefonato per rassicurarli. Alle 15 il telefono squilla di nuovo. Risponde Luciana. All’altro capo della linea c’è una collega di Ilaria, la giornalista del Tg3 Bianca Berlinguer che, disperata, le comunica che Ilaria è morta a Mogadiscio, uccisa insieme al suo collega Miran Hrovatin. La notizia è già stata diffusa dal Tg di Italia-1 Studio Aperto e dall'Agenzia Ansa. Da questo momento comincia la lunga battaglia solitaria di Giorgio e Luciana Alpi per capire come e perché è stata uccisa la loro figlia. Le ragioni e la dinamica della morte sembrano destinate a restare avvolte nel mistero, anche se da più parti si sospetta che i due siano stati uccisi per occultare le prove di un traffico d’armi. Alla vicenda i Gang dedicano nel 1997 il brano Chi ha ucciso Ilaria Alpi? Inserito nell’album Fuori dal controllo.

06 marzo, 2020

6 marzo 1975 - Maggiorenni tre anni prima

A partire dal 6 marzo 1975 in Italia si diventa maggiorenni a diciotto anni e non più a ventuno. Si conclude così, dopo non pochi contrasti, una lunga battaglia culturale e, soprattutto, un faticoso iter legislativo tendente ad allineare la normativa italiana a quella di altri paesi d’Europa. Pochi mesi dopo l’entrata in vigore della norma, nelle elezioni amministrative del 15 e 16 giugno, gran parte di questi nuovi elettori, figli della grande ribellione generazionale e sociale di quel periodo, deciderà di orientare i suoi voti sui partiti della sinistra con il risultato di provocare un vero e proprio terremoto nella situazione politica italiana.

04 marzo, 2020

5 marzo 1952 – Muore Joe Eldridge


Il 5 marzo 1952 muore a New York il sassofonista Joe Eldridge. Nato a Pittsburgh, in Pennsylvania, il 17 giugno 1908 muove i suoi primi passi nel mondo del jazz nel 1927 con la big band di Henry Saparo, in quel periodo tra le più apprezzate. Più tardi forma un proprio gruppo chiamato The Elite Serenaders, con il quale suona al Reinassance Ballroom di New York e successivamente in vari locali di Pittsburgh. All'inizio degli anni Trenta collabora con Speed Webb, Cecil Scott, e Ken Murray, prima di mettersi in proprio formando una big band insieme al fratello, il più celebre Roy Eldridge. Qualche anno dopo, trasferitosi a Baltimora, suona con i Cotton Pickers e quindi, dal 1935 al 1937, entra a far parte del gruppo di Blanche Calloway. Alla fine del 1937 si trasferisce a Chicago per suonare nuovamente con l'orchestra del fratello con cui resta fino al 1940. Lasciata la formazione di Roy, Joe Eldridge fa parte del gruppo di Buddy Johnson, e dal 1941 al 1943 del quartetto di Zutty Singleton. Nel 1944 un nuovo ritorno con la big band di Roy precede il passaggio al gruppo del trombettista Hot Lips Page. Verso la fine degli anni Quaranta se ne va nel Quebec dove suona con la Raymond Vin's Band. Negli ultimi anni della sua vita abbandona l’attività per dedicarsi all’insegnamento.



21 febbraio, 2020

21 febbraio 1972 – Marie Dubas, l’ispiratrice di Edith Piaf

Il 21 febbraio muore Marie Dubas, la prima cantante “moderna” della storia della canzone francese per la sua capacità di rifuggire dagli schemi e di alternare, nelle sue esibizioni dal vivo, drammatiche citazioni prese in prestito dalla “chanson réaliste”, brani tradizionali, pezzi comici ed escursioni romantiche nella melodia più classica. Nonostante il successo il destino non è generoso con lei. Persecuzioni, malattie e qualche incomprensione di troppo ne hanno costellato l’intera carriera caratterizzata da grandi momenti di successo alternati a difficoltà quasi sempre non dipendenti dalla sua volontà. La sua personalità sulla scena, il suo modo di cantare, la sua capacità di fondere la teatralità dei gesti con una voce unica per drammaticità e coloriture hanno influenzato negli anni successivi moltissime altre cantanti francesi. A lei si sono in vario modo ispirate Anny Cordy, Mathé Althéry, Suzy Delayr, Juliette Gréco, Patachou, Anne Sylvestre, Sylvie Vartan e tante altre. A lei si è ispirata soprattutto la grande Edith Piaf, l’Usignolo di Francia che ha finito per assomigliarle non soltanto sul palcoscenico ma anche per il faticoso e sfortunato approccio alla vita. Marie Dubas nasce a Parigi il 3 settembre 1894. Suo padre è un sarto polacco d’origini ebree che ha dovuto lasciare il paese d’origine e trasferirsi nella capitale francese per sfuggire alle ricorrenti persecuzioni antisemite di quella terra. A differenza di molte altre protagoniste dello spettacolo francese dei primi anni del Novecento la sua infanzia non è costellata da stenti e privazioni. Pur non navigando nell’oro la famiglia Dubas può “regalare” alla figlia un’istruzione decente e soddisfare anche la sua passione per il palcoscenico consentendole di frequentare i corsi di recitazione tenuti da Paul Mounet al Conservatorio d’arte Drammatica di Parigi. Qui si fa notare per le sue capacità sceniche e, soprattutto, per la facilità con la quale riesce a gestire la propria gestualità in funzione della rappresentazione. Nel 1908, quando ha soltanto quattordici anni, viene reclutata dal teatro di Grenelle per vestire i panni di un personaggio di contorno del lavoro teatrale “Esmeralda”. Le frequentazioni assidue del palcoscenico non le impediscono però di continuare a seguire con buon profitto i corsi di teatro e, soprattutto, i corsi di canto che ha scoperto da poco e dai quali è rimasta affascinata. Non è facile ricostruire il momento preciso in cui nel destino di Marie Dubas la cantante ha definitivamente preso il posto dell’attrice. Con certezza si sa che nel 1917 il suo nome figura già con un buon rilievo sui manifesti che annunciano le esibizioni canore del cabaret Le Perchoir. Nel 1920 Marie Dubas viene scritturata dal Théâtre Cluny, uno dei templi dell’operetta francese. Qui trova modo di mettere a frutto contemporaneamente le qualità d’attrice e quelle di cantante. L’anno dopo, nel mese di luglio del 1921 il suo nome fa bella mostra di sé al fianco di Maurice Chevalier sul cartellone della rivista musicale “Dans un fateuil” in programmazione al Casino de Paris, locale in cui resta anche l’autunno seguente quando va in scena una nuova rivista con Mistinguett. In quel periodo la rivista le consente di farsi conoscere ma la sua vera passione restano le commedie musicali e l’operetta. Nel 1923 insieme a Yvonne Printemps è una delle due protagoniste de “L’amour masqué”, una commedia musicale scritta da Sacha Guitry e nel mese di marzo del 1924 è una straordinaria Tutù nell’operetta “La danza delle libellule” di Franz Léhar. La ragazza stupisce la critica, entusiasma il pubblico e non si risparmia. Proprio le intense sollecitazioni alle quali sottopone le corde vocali le provocano un grave abbassamento della voce. Se la cava con molto riposo e un grande spavento, ma i medici le consigliano di limitare lo sfruttamento dell’apparato vocale se non vuole ritrovarsi per sempre afona. Con qualche rimpianto decide di abbandonare gli eccessi richiesti dall’impostazione lirica dell’operetta e reimposta la sua voce in modo da far coincidere l’abbassamento della tonalità con nuovi colori e nuove scelte interpretative. Nella primavera del 1927 è pronta per tornare ad affrontare il pubblico con un nuovo repertorio. Dopo una lunga tournée di rodaggio che la porta a esibirsi per tutta l’estate in un gran numero di teatri e cabaret della provincia francese, il 23 settembre 1927, canta per la prima volta davanti al pubblico competente ed esigente dell’Olympia. Nonostante le paure della vigilia ottiene un successo straordinario. Proprio quella sera esegue per la prima volta Pedro! un brano di Jean Rodor e Joseph Grey che sembra fatto apposta per esaltare le sue straordinarie capacità interpretative e che è destinato a restare uno dei grandi cavalli di battaglia della sua carriera. Il successo dell’Olympia segna una svolta decisiva nella carriera di Marie Dubas, il cui nome appare ormai a caratteri cubitali nei locali più importanti della Parigi notturna. Nel 1928 è una delle stelle fisse del Folies-Wagram e l’anno dopo torna al Casino du Paris e 25 al 29 novembre all’Empire. Nel 1930 si esibisce prima al Concert-Mayol con Lucienne Boyer e poi al Moulin de la Chanson. L’anno dopo il pubblico dell’Empire ascolta per la prima volta la sua esecuzione di Le doux caboulot, un altro dei suoi brani destinati a diventare immortali. Intelligente e accorta nelle sue scelte, Marie Dubas capisce che è tempo di offrire al pubblico qualcosa di più di una più o meno lunga sequenza di canzoni. Il 20 marzo 1933 sul palcoscenico del Théâtre des Champs-Elysées presenta per la prima volta una nuova forma di récital alternando brani musicali di generi diversi con la lettura e la recitazione di poesie e di brani letterari. Inizia un periodo trionfi straordinari che sembrano destinati a non finire mai mentre molti brani del suo repertorio diventano un punto di riferimento per altre interpreti. Nel mese di giugno del 1939 Marie Dubas si imbarca su un transatlantico che deve portarla in Sudamerica dove è attesa da una lunga tournée. Proprio mentre è dall’altra parte del mondo in Europa i venti di guerra si trasformano in realtà. Nel mese di settembre la Francia è coinvolta in quella che i posteri chiameranno la seconda guerra mondiale e rapidamente occupata dalle truppe della Germania nazista. Mentre il conflitto s’allarga, lei preoccupata dalla mancanza di notizie dei suoi cari tenta di rientrare in patria con molta difficoltà. Nel 1940 approda in Portogallo da dove scopre che in Francia per gli ebrei non sono tempi facili. Il 3 ottobre di quello stesso 1940 il governo collaborazionista di Vichy proclama il primo decreto contro tutte le persone d’origine ebrea residenti sul suolo francese. Il nome di Marie Dubas viene inserito in una lunga lista di artisti cui non è più consentito esibirsi né in pubblico né alla radio. La cantante non si dà per vinta e alterna concerti in Nordafrica con brevi incursioni canore nelle zone libere di Francia. Con il passare del tempo la sua situazione si fa sempre più difficile e nel mese di luglio del 1942, dopo essere scampata per un soffio a una retata di nazisti e collaborazionisti si rifugia in Svizzera dove ritrova la sua amica Renée Lebas. Proprio dai microfoni dell’emittente radiofonica di Ginevra canta per la prima volta il triste brano autobiografico Ce soir je pense à mon pays scritto da Philippe Gérard su un testo di François Reichenbach. Alla sconfitta dei nazisti ritorna a Parigi e scopre che sua sorella è stata fucilata e suo nipote è stato deportato. Il 19 gennaio 1945 torna in scena all’ABC e nel mese di marzo del 1946 si esibisce nuovamente sul palcoscenico de l’Etoile. Per una decina d’anni continua a cantare anche se la sua vena è sempre più malinconica Provata dai drammi e dalle fatiche viene anche colpita dal morbo di Parkinson. Nel 1958 lascia le scene con una frase che oggi è divenuta celebre: «Ho pagato troppo cara la mia popolarità. Questo mestiere mi sta uccidendo...». Muore il 21 febbraio 1972 e il suo corpo viene inumato al Père Lachaise, uno dei cimiteri degli artisti dell’ospitale Parigi.


14 febbraio, 2020

14 febbraio 1965 – È un bel giovane moro, si chiama Lucio Battisti

Il 14 febbraio 1965 Lucio Battisti, alla ricerca di un contratto discografico, entra per la prima volta alla Ricordi di Milano per un provino. Con questo semplice gesto prende il via l’avventura solistica di Lucio Battisti, il figlio di Dea e Alfiero Battisti che ha imparato da solo a suonare la chitarra. Prima di bussare alla Ricordi ha fatto una lunga gavetta iniziata dopo aver conseguito il diploma di elettrotecnico quando ottiene dai genitori il permesso di dedicarsi seriamente alla musica. Non si sente un cantante. La sua passione è la chitarra e il primo gruppo in cui suona si chiama i Mattatori ed è di Napoli. Poi vengono i Satiri e, infine, i Campioni di Roby Matano, l'ex gruppo di Tony Dallara, con i quali pubblica anche un singolo che contiene i brani Tu non ridi più, cover di Look through any window degli Hollies, e Non farla piangere, cover di Don't make my baby blue degli Shadows. Proprio in quel periodo Lucio compone brani come Se rimani con me che verrà poi inciso dai Dik Dik e Non chiederò la carità, destinato a restare nella storia della produzione battistiana con un nuovo testo scritto da Mogol e con il titolo di Mi ritorni in mente. Quando arriva in Ricordi viene notato da Christine Leroux, contitolare delle edizioni Musicali El & Chris e cacciatrice di talenti per conto della stessa casa discografica milanese. È proprio lei la prima a credere nel talento del giovane di Poggio Bustone e a farlo incontrare con Mogol. Il primo disco non sarà un evento discografico anche se i due brani conosceranno un buon successo interpretati da altri. Per una lira diventerà una hit dei Ribelli e Dolce di giorno scalerà le classifiche con i Dik Dik. «Un bel giovane, alto e moro dallo sguardo penetrante». Così il cantante viene descritto dalla scheda biografica diffusa dalla sua casa discografica, la Ricordi, in occasione della pubblicazione di Dolce di giorno/Per una lira, il suo primo disco a 45 giri come solista. Nella stessa scheda c’è anche una presentazione artistica che recita «Le sue composizioni sono strane, anticonformiste, eppure trattano essenzialmente dei problemi dei giovani. Lucio parla ai giovani usando il loro linguaggio».

12 febbraio, 2020

12 febbraio 1944 - Claudia Mori, una donna di talento

Il 12 febbraio 1944 nasce a Roma Claudia Moroni destinata a diventare famosa con il nome d’arte di Claudia Mori. Nel 1959 a soli quindici anni è la protagonista del film “Cerasella” ispirato all’omonima canzone cui seguono varie esperienze cinematografiche alcune decisamente di rilievo come la partecipazione a “Rocco e i suoi fratelli” di Luchino Visconti. Nel 1961 debutta anche come cantante pubblicando il suo primo disco Non guardarmi. Nel 1963 sul set del film "Uno strano tipo" diretto da Lucio Fulci incontra Adriano Celentano, destinato a diventare suo marito. La sua attività di cantante da quel momento si fa più intensa e ricca di soddisfazioni. Spesso si esibisce in coppia con il marito, come nel caso de La coppia più bella del mondo nel 1967 e di Chi non lavora non fa l'amore, il discusso brano con il quale i due vincono il Festival di Sanremo nel 1970. Nel 1975 arriva al vertice della classifica dei dischi più venduti con Buona sera dottore. Oltre a quelle citate, fra le canzoni interpretate da lei sono da ricordare anche Trenta donne nel West, Che scherzo mi fai e Un'altra volta chiudi la porta. Oggi è divenuta una manager discografica di talento.

09 febbraio, 2020

9 febbraio 1942 – Barbara Donald, la trombettista che suona con Coltrane


Il 9 febbraio 1942 a Minneapolis, nel Minnesota, nasce Barbara Kay Donald. A nove anni inizia a studiare la cornetta e poi passa alla tromba. Trasferitasi a Los Angeles prosegue la sua formazione musicale perfezionandosi in vari ottoni e nel canto. Tra i suoi maestri figura anche Little Benny Harris. A partire dal 1960, a soli diciotto anni, si dedica a tempo pieno alla musica dando inizio a una carriera destinata a regalarle numerose soddisfazioni sia come leader di propri gruppi che come strumentista in orchestre jazz come quella di Chuck Cabot e in vari gruppi di rock & roll. Negli anni Sessanta suona al fianco di solisti come Dexter Gordon, Gene Russell, Stan Cowell e Burt Wilson. Nel 1962 sposa il pianista norvegese Ole Calmeyer da cui divorzia nel 1965 per unirsi al sassofonista Sonny Simmons. Da quel momento lavora quasi esclusivamente con il marito con il quale suona e incidere con musicisti come Michael White, Clifford Jordan, Richard Davis, Cecil McBee, Billy Higgins, Charles Moffett, Prince Lasha, Roland Kirk, Lonnie Liston Smith, John Hicks e tanti altri. Nel 1965 la trombettista lavora anche con John Coltrane. Muore il 23 marzo 2013 a Olympia, nello stato di Washington.




06 febbraio, 2020

6 febbraio 1965 – La prima volta dei Righteous Brothers


Il 6 febbraio 1965 sia in Gran Bretagna che negli Stati Uniti al vertice delle classifiche dei dischi più venduti c’è il brano You've lost that lovin' feelin' dei Righteous Brothers. È il primo grande successo del duo formato da Bill Medley e Bobby Hatfield, due ragazzoti che, dopo aver iniziato in band diverse, hanno unito i loro destini in un’unica ditta nel 1962. Considerati i successori degli Everly Brothers, fanno il loro debutto discografico nel 1963 con l'album Righteous Brothers e con il singolo Little latin lupe lu catturando l'attenzione del pubblico per l'impasto e la pulizia delle loro voci. Tra il 1963 e il 1964 i Righteous Brothers portano in classifica brani come Fanny Mae, Koko Joe e Try and find yourself another man, ma è solo nel 1965 che, sotto l'abile guida di Phil Spector centrano il grande successo internazionale con You've lost that lovin' feelin' e Unchained melody, divenuti poi due classici degli anni Sessanta. Il loro successo viene poi confermato da singoli come Just once in my life e Soul and inspiration. Nel 1967 i due fondatori si separano. Medley prosegue come solista mentre Bobby Hatfield tiene vivo il nome dei Righteous Brothers con Jimmy Walker come nuovo socio. Non è però la fine del sodalizio originale. Nel 1974, infatti, Medley e Hatfield tornano insieme come Righteous Brothers ottenendo un notevole successo con l'album Give it to the people e con il singolo Rock 'n' Roll heaven. È la prima di una lunga serie di riunificazioni occasionali del duo grazie al periodico recupero dei loro brani di successo.