18 maggio, 2020

18 maggio 1968 – Scocca a Berkeley la prima scintilla

Il 18 maggio 1968 a Berkeley, in California, migliaia di studenti occupano il campus universitario segnando un nuovo salto di qualità nel movimento studentesco e, in particolare, nella battaglia di massa contro la guerra d'aggressione che gli Stati Uniti stanno conducendo in Vietnam. L'obiettivo immediato dell'occupazione è quello di bloccare i procedimenti della magistratura contro 866 studenti che si sono rifiutati di combattere in una guerra che non è la loro, ma le parole d'ordine diventano un vero e proprio atto d'accusa contro l'imperialismo americano. Proprio nello stesso giorno, quasi a dimostrare la saldatura tra lotte per la pace, diritti civili e istanze di cambiamento sociale, gli studenti della Columbia University di New York, occupano la loro università per protestare contro la requisizione "per utilità pubblica" di un campo giochi per bambini in un'area abitata quasi esclusivamente da popolazione afroamericana. I due fatti sono emblematicamente indicativi di una lotta, quella degli studenti universitari americani, che fin dall'inizio è direttamente e indissolubilmente collegata allo sviluppo del movimento pacifista e a quello per i diritti civili. Non nasce nel Sessantotto, non si esaurisce lì e, soprattutto, non nasce per caso, visto che i leader che guidano gli scioperi degli studenti si sono formati all'inizio del decennio nel movimento di massa contro la guerra fredda e la minaccia di distruzione nucleare oltre che nelle rischiose azioni dei Freedom Riders contro il segregazionismo negli stati del Sud. Chi sono i Freedom Riders? Sono gruppi di studenti organizzati, bianchi e neri, provenienti soprattutto dal nord e dall'ovest degli Stati Uniti, che si recano negli stati del sud per "de-segregare" materialmente i luoghi pubblici con atti anche punitivi nei confronti dei razzisti. Sono azioni pericolose supportate da un'accurata preparazione che prevedono vari livelli di resistenza agli insulti e alle azioni razziste, non tutti pacifici e non violenti. Verso la metà degli anni Sessanta le istanze contro la guerra fredda e per i diritti civili si saldano con la spinta antiautoritaria e antirepressiva che sta emergendo in molte università. Il controllo sulla circolazione notturna tra le aree femminili e maschili dei campus e gli ottusi divieti opposti dalle autorità accademiche alla richiesta di poter fare politica nelle cittadelle universitarie, portano nel 1964 alla prima rivolta di Berkeley. Proprio quell'anno rappresenta per il movimento studentesco statunitense un punto di svolta. Due sono gli avvenimenti che lo segnano. Il primo è l'inizio dell'escalation statunitense in Indocina dove l'appoggio dato da Kennedy al governo "fantoccio" del Vietnam del Sud contro "i comunisti del Nord" con l'invio dei primi "consulenti", inizia a tramutarsi in aperto impegno bellico. Il secondo è la rivolta di Harlem che, nell'estate dello stesso anno, rappresenta l'inizio di una lunga serie di rivolte dei ghetti neri, spesso represse nel sangue. A partire da quel momento la lotta studentesca significherà sempre e in tutto il paese impegno contro la guerra e solidarietà con la rivolta dei ghetti. La guerra nel Vietnam è presente in tutte le principali lotte dei campus, dai grandi scioperi alle occupazioni. La mobilitazione ha momenti di azione diretta, come la cacciata dalle università degli addetti al reclutamento e dei politici in visita, che attingono la loro forza da un capillare lavoro di mobilitazione e denuncia del coinvolgimento delle università nella guerra, soprattutto a livello di ricerca tecnico-scientifica. L'altro elemento, quello della solidarietà con la rivolta dei ghetti, consente al movimento degli studenti di avviare un processo di collaborazione con i movimenti radicali neri destinato a formarne i nuovi quadri dirigenti. Tutti i leader del Black Power provengono infatti dalle università e l'SNCC, l'associazione degli studenti neri, regala al movimento la prima idea di una struttura organizzativa. Il 18 maggio 1968 a Berkeley inizia una nuova fase del movimento, la cui caratteristica più importante non è l'ulteriore radicalizzazione, che pure c'è, ma l'inizio del suo allargamento, dai campus privati alle università statali, nelle quali più tiepida era stata fino a quel momento la partecipazione alle mobilitazioni. È un processo destinato a proseguire per tutto il biennio successivo, fino a raggiungere la fase di massima espansione nel 1970, dopo l'invasione della Cambogia e l'uccisione da parte della Guardia Nazionale di quattro studenti nella Kent State University dell'Ohio, che, non a caso, è un'università statale. Uno solo è un manifestante, gli altri tre si sono semplicemente fermati a guardare. Questo fatto ispirerà a Neil Young la canzone Ohio, che diventerà un singolo di successo nell’interpretazione di Crosby, Stills, Nash & Young. Nei giorni successivi l'ostilità contro la guerra del Vietnam toccherà l'apice con ben quattrocento campus occupati dagli studenti e altri due ragazzi uccisi dalla polizia a Jackson, nel Mississippi. Proprio in quel periodo, però, nel movimento entreranno i germi della frantumazione e dell'autodissoluzione. La rottura dell'unità d'azione tra i gruppi radicali bianchi e il Black Panther Party, lasciato da solo a subire una repressione violentissima, e le divisioni crescenti tra i vari gruppi che compongono il movimento finiranno per esaurirne rapidamente la forza.


17 maggio, 2020

17 maggio 1936 - Renata Mauro, cantante, attrice e soubrette

Il 17 maggio 1936 nasce a Milano Renata Maraolo. Figlia di un industriale milanese e di una ricchissima ereditiera la ragazza è destinata a ottenere un grande successo nel mondo dello spettacolo come cantante, attrice e soubrette con il nome di Renata Mauro. Tutto inizia nel 1953 quando, pur senza coltivare particolari ambizioni di carriera nel mondo dello spettacolo, prende lezioni di canto da Gorni Kramer. Una sua estemporanea esibizione tra amici in un locale di Ischia nell’estate del 1955 entusiasma l’attrice Franca Valeri che la convince a partecipare alla commedia "L'arcisopolo". Nel 1957 prende il posto di Giovanna Ralli nella commedia musicale "Un paio d'ali" di Garinei e Giovannini, cui seguono vari impegni con numerose compagnie. Dopo un periodo passato con la compagnia di Carlo Dapporto ed Elena Giusti, sembra intenzionata a lasciare l'ambiente, ma il destino ha deciso diversamente. Nel 1961, infatti, debutta come cantante nella trasmissione televisiva "Giardino d'inverno" con Ti odio, un brano scritto per lei da Lelio Luttazzi con il quale vince anche la Sei Giorni della Canzone di Milano. Nello stesso anno è ospite fissa del varietà televisivo a "Studio Uno" con Mina e partecipa a "Canzonissima" con Il tempo è tra noi e Passerà. L'anno dopo riceve il Premio Mario Riva per la sua conduzione dello show televisivo "Alta pressione" e nel 1963 interpreta una cantante da night nello sceneggiato televisivo "La sciarpa". Nel 1966 partecipa al Festival di Napoli in coppia con Nunzio Gallo con 'Stu ppoco 'e bene. Dotata di una voce particolare, molto sensuale, interpreta moltissimi brani nella sua carriera ottenendo un buon successo con, oltre a quelli citati, Non piove sui baci, Cantando un blues, Il tempo è tra noi, Passerà, Tafetas e Portami tante rose. A lei tocca il difficile e drammatico compito di annunciare all'Italia il suicidio di Luigi Tenco. Lasciato l'ambiente dello spettacolo si dedica alla cura e all'allevamento di cani. Muore a Biella il 28 marzo 2009.

16 maggio, 2020

16 maggio 2003 – Il primo album di Mirko, l’alfiere della terza generazione dei Casadei

Il 16 maggio 2003 è un venerdì. Proprio quel giorno in tutti i negozi d’Italia viene messo in vendita Doccia fredda, il primo album di Mirko, l’alfiere della terza generazione dei Casadei e nuovo front man della più famosa e innovativa orchestra da ballo italiana.
Con lui quello che gli osservatori distratti si ostinano ancora a chiamare “liscio” nonostante le evoluzioni degli ultimi trent’anni, cambia ancora pelle. Il nuovo linguaggio musicale targato Casadei diventa così un pop folk meticciato, arioso e solare che si apre al mondo e ne assorbe gli umori di festa e speranza. Uno dei brani dell’album è quasi un “documento programmatico” di questa svolta. Si intitola La musica del mondo e racconta l’incontro tra le diverse culture della musica popolare.

15 maggio, 2020

15 maggio 1985 – L’ultimo concerto de Les Compagnons de la Chanson

Il 15 maggio 1985 Les Compagnons de la Chanson cantano insieme per l’ultima volta dopo un tour d’addio durato anni. Finisce così la storia di un gruppo che per oltre quarant’anni ha segnato con la sua presenza la scena musicale francese grazie a un’originale formula interpretativa che sposa il classico con il popolare senza mai farsi coinvolgere dalle mode. La chiave di un successo così inossidabile è da ricercare nell’estrema professionalità dell’ensemble e in una presenza scenica che qualcuno ha definito “deliziosamente demodè” fin dagli anni Quaranta quando muovono i primi passi nel mondo dello spettacolo. Les Compagnons de la Chanson nascono in un periodo complicato e drammatico come il 1941 con la Seconda Guerra Mondiale in corso e la Francia quasi interamente occupata dalle truppe naziste. Tutto inizia a Lione, in quel periodo in zona libera, quando un maestro di cappella che si chiama Louis Liébard forma un gruppo che viene chiamato Compagnons de la Musique con alcuni ragazzi formatisi nei Compagnons de France. L’idea è quella di farne un ensemble vocale che si esibisca nella zona con un repertorio imperniato prevalentemente sui brani popolari e folkloristici più conosciuti. Tra i primi componenti ci sono Jean-Louis Jaubert, che all’anagrafe è registrato come Jacob e ha ventun anni, il diciottenne Hubert Lancelot, Guy Bourguignon un ventunenne rampollo di una famiglia di banchieri, Jean Albert, la maschera comica del gruppo soprannominato “petit roquin” (piccolo rossino) perché ha i capelli rossi e Marc Herrand il cui cognome vero è Holtz. I cinque rappresentano un po’ la prima struttura fissa di un gruppo che ospita periodicamente anche altri ragazzi. Nel 1943 un diciannovenne di origini italiane, Fred Mella, si unisce al gruppo per sfuggire ai tedeschi e finisce per diventarne la voce solista. Nel 1944 si esibiscono per la prima volta a Parigi nei locali della Comédie Française in uno spettacolo di beneficenza cui partecipa anche Edith Piaf che, affascinata dal talento dei ragazzi, decide di occuparsi di loro. Pone però una condizione: il repertorio va aggiornato e reso più moderno. Il gruppo accetta ma intanto ha altro da fare visto che dopo la Liberazione di Parigi se ne va con l’armata del generale De Lattre che sta combattendo contro i tedeschi nel Nord della Francia. In questo periodo l’ensemble cresce di numero con l’arrivo di Jo Frachon e Gérard Sabbat. Nel 1946, probabilmente anche per le insistenze di Edith Piaf, si chiude la collaborazione con Louis Liébard mentre la formazione, dopo l’arrivo di Paul Buissoneau, si completa e muta definitivamente nome in Les Compagnons de la Chanson. I nove componenti sono: Fred Mella, Jean-Louis Jaubert, Guy Bourguignon, Marc Herrand, Jean Albert, Jo Frachon, Gérard Sabbat, Hubert Lancelot e, appunto, Paul Buissoneau. Nello stesso anno ottengono il primo grande successo della loro carriera con Les trois cloches, un brano cantato insieme a Edith Piaf che, pubblicato su disco, vende più di un milione di copie. Niente male per un debutto! Con la loro “divisa da scena” composta dalla camicia bianca e dai pantaloni blu diventano popolarissimi prima in Francia e poi sulla scena internazionale. È sempre la Piaf a scandire le tappe della loro scalata al successo. Nel 1947 a New York vengono accolti con gli onori che si riservano alle stelle. Nel 1949 Paul Boissoneau lascia i compagni per amore di una ragazza del Quebec. Al suo posto arriva René Mella, il fratello più giovane del solista Fred. Gli anni Cinquanta segnano la definitiva consacrazione del gruppo che è ormai entrato nel cuore dei francesi. Il loro nome appare in cartellone in tutti i migliori locali di Parigi e della Francia compresi l’ABC, la sala Pleyel e l’Alhambra. Quando non si esibiscono nel loro paese se ne vanno in giro per il mondo, soprattutto negli Stati Uniti. E mentre i concerti registrano il tutto esaurito, i loro dischi si vendono come il pane. Non è estraneo a questo risultato il contributo di Edith Piaf con la quale Les Compagnons de la Chanson registrano brani di successo come Céline, Dans les prisons de Nantes o quella C’est pour ça che entra anche nella colonna sonora del film “Neuf garçon, un coeur”, una delle tante pellicole cui partecipano da protagonisti. La struttura del gruppo è solida e consente di superare anche situazioni apparentemente difficili come l’improvviso abbandono di Marc Herrand che nel 1952 torna a fare il direttore d’orchestra a tempo pieno. Al suo posto subentra Jean Broussolle e il gruppo guadagna un buon autore e uno straordinario arrangiatore. Il suo arrivo segna un salto di qualità importante per Les Compagnons de la Chanson il cui repertorio si va sempre più caratterizzando, oltre che per le canzoni originali, per la capacità di riprendere e rielaborare i grandi successi francesi e internazionali. Nel 1956 c’è un nuovo cambiamento nella formazione. Jean Albert se ne va per tentare la carriera come solista e viene sostituito dal giovane cantante e chitarrista Jean Pierre Calvet. Il segreto della loro solidità è da ricercare anche nella strutturazione interna che assegna a ogni componente un ruolo nella vita del gruppo: Jaubert si occupa di contratti e pubbliche relazioni, Bourguignon della regia scenografica, Sabbat delle luci e della cassa, René Mella dei costumi di scena, Broussolle e Calvet degli arrangiamenti e Lancelot dei dettagli. La popolarità e il successo de Les Compagnons de la Chanson non vengono scalfiti neppure dall’avvento del rock and roll negli anni Sessanta. Poco disposti a lasciarsi condizionar dalle mode festeggiano i vent’anni della loro storia il 26 gennaio 1961 al Bobino. L’unico cambiamento riguarda la casa discografica. Dopo quindici anni con la Pathé Marconi passano alla Polydor che li paga a peso d’oro. Per il resto Les Compagnons de la Chanson continuano a tenere concerti, a fare tournée e, soprattutto, a vendere dischi. Incuranti del rock, del beat, del rhythm and blues e degli altri generi che si affermano in quel periodo loro continuano a vendere milioni di dischi con brani come Verte campagne, Roméo, Un mexicain o La chanson de Lara. Il 4 ottobre 1969 iniziano quella che è destinata a restare nella storia come l’ultima tournée della formazione a nove elementi. Il 31 dicembre dello stesso anno, infatti, muore Guy Bourguignon. I compagni decidono di non sostituirlo e di continuare con la formazione a otto componenti. Gli anni Settanta li vedono ancora protagonisti pur con qualche cambiamento nella formazione. Nel 1972 Jean Broussolle chiude la sua esperienza con i compagni per continuare come autore e viene sostituito da Michel Zasser chiamato Gaston, un polistrumentista che ha suonato con Claude François e che contribuisce a ringiovanire il repertorio del gruppo. Alla fine del decennio mentre stanno per festeggiare i quarant’anni di carriera annunciano di aver preso la decisione di chiudere con la musica dopo un ultimo tour mondiale. Tra il dire e il fare ci sono di mezzo… cinque anni. Tanto dura, infatti, il tour d’addio anche perché nel 1982 deve essere interrotto per consentire a Fred Mella di sottoporsi a una difficile operazione al cuore. Dopo un commosso abbraccio ai loro ammiratori di molti paesi del mondo Les Compagnons de la Chanson cantano insieme per l’ultima volta il 15 maggio 1985. Tutti i componenti lasciano la scena musicale tranne Fred Mella che, per qualche tempo, tenta di continuare da solo senza risultati apprezzabili.


13 maggio, 2020

13 maggio 1938 - Tony Renis, l’imitatore di Dean Martin

Il 13 maggio 1938 nasce a Milano Elio Cesari, destinato a diventare popolarissimo come cantante e compositore con il nome d’arte di Tony Renis. Negli anni Cinquanta si fa conoscere imitando Dean Martin in coppia con Adriano Celentano nei panni di Jerry Lewis. Il debutto ufficiale come cantante solista avviene alla Sei Giorni di Milano con Tenerezza. Nel 1961 esordisce anche al Festival di Sanremo con Pozzanghere, in coppia con Emilio Pericoli. Quest’ultimo è suo partner anche nella rassegna sanremese del 1962 in Quando quando quando, un brano che diventa un successo internazionale e nel 1963 in Uno per tutte, che vince il festival. Torna a Sanremo anche nel 1964 con I sorrisi di sera, in coppia con Frankie Avalon, nel 1968 con Il posto mio, insieme a Domenico Modugno e nel 1970 con Canzone blu, in coppia con Sergio Leonardi. Autore di brani di successo per altri interpreti, come Grande grande grande per Mina, dalla fine degli Sessanta vive a lavora soprattutto negli Stati Uniti. Tra i suoi successi si ricordano anche Uno per tutte e Non mi dire mai goodbye.


07 maggio, 2020

7 maggio 1905 - Bumble Bee Slim, l’alfiere del blues urbano

Il 7 maggio 1905 nasce in Georgia Amos Easton destinato a lasciare un segno importante nelle storia del blues con il nome d’arte di Bumble Bee Slim. Tipico esponente del blues urbano che si sviluppa negli Stati Uniti verso la fine degli anni Venti, attraversa un momento di grande notorietà verso la metà degli anni Trenta quando registra moltissimi dischi per la Vocalion, la Bluebird e la Decca. I suoi brani hanno testi poetici ricchi di un sottile erotismo, spesso tormentato e sofferto nel rispetto della tradizione dell'urban blues. Allievo di Leroy Carr, che incontra per la prima volta nel 1928, quando dalla natia Georgia si trasferisce a Indianapolis, negli anni Trenta vagabonda tra il Tennessee e l'Ohio prima di stabilirsi a Chicago, dove si consacra tra i principali esponenti del blues urbano. In quel periodo lavora anche con Tampa Red e Big Bill Broonzy, prima di riprendere a vagabondare per gli States. Negli anni Cinquanta entra in una fase di declino che coincide con un appannamento generale dell’interesse degli americani verso il blues. Negli anni Sessanta, sull’onda di una rinnovata passione internazionale per il blues, torna in sala di registrazione.

06 maggio, 2020

6 maggio 1965 – Nasce il riff di “Satisfaction”

Il 6 maggio 1965, secondo quanto tramandato dalla leggenda, sarebbe nato il riff introduttivo del brano (I can't get no) Satisfaction. Lo scenario del lieto evento è una stanza d'albergo di Clearwater, in Florida, dove Keith Richards e Mick Jagger stanno lavorando su un pezzo country che non li soddisfa del tutto. Lo trovano troppo morbido, poco adatto alle corde dei Rolling Stones. Decidono quindi di andarsene a dormire e rinviare tutto. Sempre secondo la leggenda Keith Richards si sarebbe svegliato nel mezzo della notte con un’idea per riff introduttivo. Dopo aver applicato alla sua Gibson un distorsore, registra per la prima volta un riff destinato a passare alla storia e poi, soddisfatto, torna a dormire. Distinguere il vero dal falso in queste storie è difficilissimo anche perché i protagonisti si guardano bene dal dire una parola definitiva sulla questione. Non tutti sono propensi a credere che (I can't get no) Satisfaction, un brano che ha segnato per sempre la storia degli Stones e del rock mondiale, sia davvero nato così. I diffidenti fanno notare come quel riff assomigli proprio tanto a quello scandito dalla sezione fiati di Martha & The Vandellas in Dancing in the street, mentre il tormentone che dà il titolo al brano è molto simile a un passaggio di 30 days di Chuck Berry il cui testo dice: «I don't get no satisfaction from the judge». La verità sta probabilmente nel mezzo. Niente nasce per caso e non è uno scandalo se Jagger e Richards hanno attinto a piene mani alla tradizione musicale nera americana per comporre uno dei brani più longevi del Novecento. Lo stesso Mick Jagger ha poi raccontato che quel riff è stato utilizzato a lungo ed è presente in un gran numero di brani eseguiti successivamente dalla band. Agli appassionati il compito di scovare quali...

05 maggio, 2020

5 maggio 1967 - Se vuole la patente eviti di indossare la minigonna!

Una ragazza che guida può indossare la minigonna? No, secondo il severo esaminatore milanese che il 5 maggio 1967 rifiuta di ammettere la giovane Damiana Somenzi all’esame pratico di guida perché indossa una minigonna. La visione di un paio gambe, si sa, può turbare il sonno dei buoni padri di famiglia.... Che vergogna! Presidi, professori, parroci e genitori sono tutti d’accordo: quelle ragazze che masticano chewing gum e mostrano le gambe con disinvoltura sono la prova vivente della corruzione morale della società. Esplosa in Gran Bretagna nel 1964 la minigonna in Italia arriva un po’ più tardi e subito suscita sconquassi. Nel paese maschio per eccellenza la pelle delle gambe delle donne esposta agli sguardi di tutti assume il carattere di una provocazione e un’offesa ai costumi tradizionali, un evidente oltraggio alla morale e al buon senso. Chi porta la minigonna non può entrare a scuola, negli uffici pubblici, in Chiesa, né partecipare a manifestazioni religiose o civili. Il luogo principale dove si scatena l’offensiva moralistica è la famiglia, da sempre considerata il principale tutore delle regole di civile convivenza e della moralità diffusa. Le minigonne costano schiaffi, urla e castighi, ma le ragazze italiane degli anni Sessanta non sono più succubi dell’autorità famigliare, anzi la mettono apertamente in discussione. Contro il nuovo scandalo si mobilitano anche i giornali con campagne moralistiche e con analisi di presunti esperti che sostengono si tratti di una moda decisamente di cattivo gusto e destinata a non durare più di una stagione. I magazine giovanili replicano colpo su colpo e la società si spacca in due. Da un lato i severi censori e gli adulti ripropongono l’etica del sacrificio e della rassegnazione e dall’altra esplode la voglia di vivere e di cambiare regole che sembrano ormai insopportabili. Con la minigonna, ma non solo con quella, le ragazze italiane rivendicano la propria identità e fanno capire che l’adolescenza non può essere più considerata soltanto un fastidioso e inutile periodo di passaggio, quasi un limbo in attesa di diventare adulti. Quei pochi centimetri quadrati di stoffa diventano così un simbolo di liberazione.

04 maggio, 2020

4 maggio 1904 – Rolls e Royce si incontrano

Il 4 maggio 1904 due gentleman si incontrano nella hall del Midland Hotel di Manchester. Sono due persone molto diverse. Il più elegante si chiama Charles Stewart Rolls, è un aristocratico appassionato di auto con il pallino degli affari che ha la rappresentanza della Panhard a Londra. È lì per incontrare un ingegnere di eccezionale talento, di nome Henry Royce, di cui ha sentito tanto parlare. In giro si dice che produca automobili dotate di una qualità e un’affidabilità di gran lunga superiori a quelle delle altre marche esistenti e, soprattutto, rifinite con perizia fino nei più piccoli particolari. Il buon Rolls ha soltanto l’intenzione di acquistare una di quelle fantastiche automobili per soddisfare la propria vanità, ma il destino ha progetti diversi. Quello non sarà solo un incontro per decidere l’acquisto di un auto. Quando, al termine del colloquio, i due uomini si stringono la mano, hanno ormai posto le basi per la nascita di una casa automobilistica che porterà il nome di entrambi e lascerà un segno importantissimo nella storia dell’automobilismo mondiale. La storia della Rolls-Royce porta impressi i segni dell’eccellenza: record di velocità mondiali su terra, in acqua e in aria e modelli destinati a diventare uno dei simboli del prestigio di famiglie reali, capi di stato, attori, personaggi dello sport, artisti e capitani d'industria. Fin dall’inizio il segreto del successo della società è basato sulla costante ricerca dell'eccellenza sia dal punto di vista meccanico che da quello estetico. La leggenda racconta anche che il motto di Henry Royce fosse: «Tendi alla perfezione in tutto quello che fai. Prendi il meglio che c'è e miglioralo ancora. Se non esiste, progettalo». Poco importa se la frase sia stata davvero pronunciata o se sia, invece, farina del sacco di un geniale ufficio stampa. Quel che conta è che la filosofia della Rolls-Royce porta impresse proprio queste caratteristiche. Nel 1906 la prima vera Rolls Royce, la “Silver Ghost”, presentata al Salone di Parigi viene benedetta dai giornalisti specializzati come “La migliore auto al mondo”. Il pubblico resta colpito dalla sagoma imponente, con il radiatore a timpano dorico, mentre gli esperti restano strabiliati dal motore a sei cilindri con sistema di lubrificazione forzata capace di velocità vicine ai 100 Km/h. L’impostazione dell’azienda è già quella che caratterizzerà tutta la sua storia: diffidenza verso le esasperazioni tecniche ed estetiche e assistenza continua ai clienti per fidelizzarli nei confronti del marchio. La morte di Rolls, scomparso a soli 32 anni, in un incidente aereo non ferma la marcia della società che, sotto la direzione di Royce, continua sulla sua strada superando anche il parziale insuccesso della Twenty, un modello più economico del 1922. Nel 1925 la Phantom sostituisce la Ghost e ne rinnova il successo. Scomparso anche Royce l’azienda affronta gli anni Cinquanta e Sessanta con modelli d’intonazione classica e, soprattutto, con la Silver Shadow, la prima Rolls con la scocca portante. All’inizio degli anni Settanta un disastro finanziario provocato da varie disavventure del ramo aziendale che costruisce motori d’aereo, sembra chiudere definitivamente la storia del marchio che, in extremis, viene salvato dal provvidenziale intervento del governo britannico. Le conseguenze, però, si fanno sentire anche negli anni successivi e si sommano alla generale crisi dell’industri automobilistica, nonostante il buon successo di modelli come la Silver Spirit e la Silver Spur. Alla fine degli anni Novanta l’azienda subisce vari assalti da parte di case automobilistiche concorrenti che tentano di conquistare il prestigioso marchio. La spunterà BMW che, sulla base di un accordo siglato nel 1998, lascerà alla connazionale Volkswagen la produzione targata Bentley e terrà per sé la continuità del marchio Rolls Royce.

03 maggio, 2020

3 maggio 2003 – Le Dixie Chicks nude e coperte d'insulti

Il 3 maggio 2003 sulla copertina del settimanale statunitense “Entertainment Weekly” compare una foto delle tre componenti delle Dixie Chicks nude e coperte solo da varie scritte, perlopiù di insulti. Dopo il boicottaggio massiccio che le ha prese di mira in seguito alla presa di posizione contro la guerra in Iraq hanno deciso di ribattere così alle accuse e alle polemiche che le hanno viste protagoniste negli ultimi tempi per le posizioni espresse sulla guerra in Iraq. Le ragazze, fresche vincitrici di un Grammy Awards per la “miglior performance country femminile di gruppo” sono state oggetto di una campagna di chiaro stampo maccartista dopo che Natalie Maines, la loro leader, ha dichiarato in un concerto svoltosi a Londra di vergognarsi del fatto che George Bush fosse originario del loro stato, il Texas. La frase, riportata dal quotidiano inglese "The Guardian" e poi ripresa dai media statunitensi viene bollata come “antipatriottica” e provoca il boicottaggio radiofonico dei loro brani, la revoca di un ricco contratto pubblicitario e manifestazioni preoccupanti come quella avvenuta in Louisiana, a Bossier City, dove i dischi e altro merchandising del gruppo sono stati ammonticchiati e schiacciati con trattori. All’aggressione mediatica rispondono appunto comparendo sulla copertina di “Entertainment Weekly” coperte soltanto degli insulti che sono stati loro rivolti. Il trio spiegato così il gesto: «È un'immagine che racconta di come certi "vestiti" ed "etichette" facciano presto a esserti cuciti addosso». Il boicottaggio e le minacce non cambieranno le opinioni delle ragazze che nell’ottobre del 2004 parteciperanno a una serie di concerti del "Vote for Change Tour" in supporto alla campagna elettorale di John Kerry contro il texano Bush.


02 maggio, 2020

2 maggio 1898 - Ester Clary, la stella che lasciò il palcoscenico per amore

Il 2 maggio 1898 nasce a Salerno Ester Palumbo, destinata a diventare una canzonettista popolarissima con il nome d’arte di Ester Clary. A sei anni comincia a studiare pianoforte con vari maestri e successivamente continua gli studi fino a diplomarsi al conservatorio San Pietro di Majella di Napoli. Ricca di talento musicale riceve anche lezioni di canto da Ernesto De Curtis. Proprio lui, colpito dalle sue qualità, la convince a debuttare a soli diciannove anni al teatro Umberto di Napoli affidandole il suo celebre brano Ah ll'amore che fa ffa'. Il successo del debutto le regala una lunga serie di scritture che la portano a esibirsi nei principali teatri italiani e stranieri. Dotata di una voce potente sorrette da una tecnica raffinata è la prima interprete di brani come Napule ca se ne va e Canzone d'addio, destinati a diventare dei classici della storia della canzone italiana. Tra i suoi successi ci sono anche I' te vurria vasà, Nun so’ geluso e L'addio. Nel 1929, all’apice del successo e della popolarità, vive un’intensa storia d’amore con un ufficiale che sposa e per il quale abbandona le scene.

28 aprile, 2020

28 aprile 1937 - La città del cinema nata dalle fiamme

Il 28 aprile 1937 Benito Mussolini in persona inaugura Cinecittà, il complesso di studi cinematografici più importante d’Europa. Particolarmente attento al rapporto tra propaganda e nuovi mezzi di comunicazione, il regime fascista da tempo pensa di impegnare notevoli risorse per realizzare l’idea di una “città del cinema”, da costruirsi alle porte di Roma. L’occasione per trasformare in realtà il progetto arriva il 26 settembre 1935 quando un misterioso incendio, le cui cause resteranno per sempre oscure, brucia gli studi della casa di produzione Cines. La stessa notte Luigi Freddi, capo della appena istituita Direzione Generale per la Cinematografia propone a Carlo Roncoroni, proprietario della Cines, di ‘prevedere e prevenire i tempi nuovi, creando, dalle rovine ancora fumenti dei vecchi stabilimenti’ nuove strutture di produzione più adatte ‘agli sviluppi futuri’ del cinema italiano. Attorno al progetto si mobilitano anche le energie di molti operatori privati che vedono la possibilità di promuovere un rapido sviluppo qualitativo e quantitativo della produzione italiana, sulla falsariga di quanto già avvenuto negli Stati Uniti. La costruzione è imponente e si articola in dieci teatri di posa, un teatro per miniature, effetti speciali e animazione. A questi vanno poi aggiunti vari edifici per laboratori, montaggio e sonorizzazione, un centro per le registrazioni audio e tre piscine predisposte per le riprese superficiali e subacquee, la più grande delle quali è larga sessantadue metri e lunga centosessantacinque. In totale sono sedicimila metri quadrati di studi e trentaduemila di altri edifici su un’area complessiva di centoquarantamila metri quadri. Lo scoppio della guerra rallenta e poi blocca per un lungo periodo l’attività. Cinecittà sembra destinata a non risorgere più dopo l’8 settembre 1943, quando le truppe tedesche requisiscono gran parte delle attrezzature, mentre gli stabilimenti subiscono numerosi bombardamenti. Da ultimo diventa rifugio per centinaia di senzatetto romani. Il mondo della cinematografia, però, lancia accorati appelli per la sua rinascita fin dai primi giorni della ricostruzione e, inaspettatamente, la città del cinema riapre i battenti nel 1947 come ente autonomo sotto la presidenza di Tito Marconi. Ben presto Cinecittà torna a essere il centro della produzione cinematografica italiana, riguadagnando e allargando dentro e fuori dai confini nazionali la sua fama. Gli studi di via Tuscolana offrono buone attrezzature e personale altamente qualificato a costi assolutamente competitivi per il mercato internazionale. Alla fine degli anni Quaranta e negli anni Cinquanta la congiuntura economica e una serie di provvedimenti particolarmente azzeccati favoriscono lo sviluppo di collaborazioni e coproduzioni internazionali di grande rilievo. In particolare Cinecittà diventa un punto di riferimento obbligato per le produzioni statunitensi. Nasce così il mito della ‘Hollywood sul Tevere’, che trova il suo momento di maggior successo nella realizzazione di grandi kolossal come “Quo Vadis” di Leroy nel 1949, “Ben-Hur” di Wyler nel 1959 e “Cleopatra” di Mankiewicz nel 1963.

26 aprile, 2020

26 aprile 2002 – Gianna Nannini nell'aria

Il 26 aprile 2002 arriva nei negozi italiani Aria, il nuovo album di una Gianna Nannini incazzata. La cantautrice toscana non si fa prestare parole difficili per spiegare il suo stato d’animo «Sono tempi di guerra, questi. La guerra non è mai finita fino a quando non si consoliderà un’opposizione vera, quella dell’amore. Tutti noi dobbiamo coltivare con amore l’opposizione all’idea stessa della guerra». Non fatevi incantare, però, dalla dolcezza. È una Nannini grintosa, decisa e combattiva quella che emerge dalle tracce di Aria. Sono lontani anni luce le interiorità e i suoni morbidi del precedente Cuore. La linea è diversa, come si può intuire ascoltando Uomini a metà, il singolo-trailer pubblicato a fine marzo, in cui si parla «bombe contro il cielo per incoronare religiosi inferni romantici». C’è il grido di rabbia contro un umanità dimezzata dall’odio, prigioniera di una sorta di egoismo cosmico, in cui l’assenza dell’amore finisce per essere la vera minaccia al destino del mondo. Le altre canzoni sono sulla stessa corsa. Nella volta celeste della Nannini splendono nuovi astri dalla luce intensa e vivida. Hanno la consistenza solida delle idee che si fanno melodia. I suoni, agli antipodi rispetto all’ultima produzione, sono nuovi, decisamente diversi da qualunque altra performance della cantautrice senese. Il suo rock pucciniano si è fatto adulto. Ha acquistato gli echi e i colori dell’elettronica, e lo ha fatto senza mai apparire artificiale. Sembra musica per gli occhi… «Già, è proprio musica per gli occhi. Grazie al lavoro di Armand Volker e Christian Lohr, due alchimisti dell’elettronica applicata alla musica, sono riuscita ad aggiungere ai brani un’infinità di colori…». Anche la sua voce, quando serve, viene filtrata dal vocoder, ma non è solo la musica a disegnare la nuova ispirazione. Nella stesura dei testi c’è la mano di Isabella Santacroce, la scrittrice pulp di “Destroy”, “Luminal”, “Fluo” e “Lovers”. Non si capisce chi delle due abbia influenzato l’altra, forse nessuna perché le parole sembrano frutto di un lavoro collettivo, composte direttamente sulla musica, senza un prima e un dopo. Sono piccole perle di un lungo grido di rivolta, ora rabbioso («non voglio perdermi, neanche crederti, nemmeno arrendermi tra le braccia di notti sterili»), ora malinconico («non è facile restare senza più fate da rapire»), ma mai rassegnato all’illusione («non morirò, per te rinascerò, fra le tue mani, invulnerabile, e vincerò per te l’eternità»). È un susseguirsi d’emozioni che trova il suo culmine in Un dio che cade, un brano nel quale di fronte a un dio vittima della violenza dell’umanità prende corpo una preghiera nuova a una divinità meno fragile perché femmina («madre nostra, regina dell’amore, guerriera della luce»). Nell’album non c’è la tentazione di chiamarsi fuori da ciò che accade, ma la voglia di guardare. È lei a confessare che l’idea di Aria è quella di «distaccarsi dalla terra per poter vederla un po’ dall’alto, scoprire che il mondo è diviso in due parti e stare da quella che si oppone». Oppone a cosa? «Alla guerra, alle ingiustizie, alla voglia di dominio e che cancella la solidarietà e l’amore». Non sono soltanto parole, le sue. Gianna Nannini non è una che confonde la realtà con le speranze e in lei l’attenzione per il movimento dei movimenti non nasce oggi. «Sei anni fa a Toronto, quando ancora il movimento No Global era agli inizi, io c’ero». Pochi mesi prima dell’uscita dell’album ha partecipato, in incognito, anche alla Marcia della Pace Perugia-Assisi. E oggi? «Sto sempre dalla stessa parte. Con determinazione, ma ben attenta a non cadere nella trappola» Quale trappola? «Quella della violenza, che rifiuto perché appartiene a una concezione del mondo che non è la mia. Quando accetti il terreno della violenza hai perso, perché hai portato dentro di te l’elemento su cui si basa il potere di chi stai contrastando, ti sei fatto catturare dalla sua logica. Sei stato sconfitto». Eppure in Aria, il brano che dà il titolo all’album sembra quasi che tu voglia fuggire dalla realtà per rifugiarti nelle favole. «No, non è una fuga, ma il recupero del valore della fantasia. Oggi il mondo ha bisogno come l’aria, appunto, di fantasia. Mi sono ispirata alla mia nipotina,. Guarda lei ho capito che crescendo perdi la fantasia che hai nei primi anni di vita. Non ti accorgi che i grandi non riescono più a parlare con i bambini? Io credo che tutti dobbiamo recuperare la nostra fantasia perduta perché è un valore…». Stanca di guerra Gianna Nannini riscopre l’amore come una forza di pace, viva e vitale. Ne fa una componente della sua battaglia contro l’omologazione che appiattisce e in Volo canta l’elogio delle diversità («ho scelto d’esibire le mie diversità come Pippi Calzelunghe»). Come Pippi Calzelunghe? «Già, proprio come lei, una bambina che non ama farsi rinchiudere in canoni decisi da altri».

25 aprile, 2020

25 aprile 1944 – O Badoglio, Pietro Badoglio...

Il brano La badogliede, costruito sulla musica di un canto popolare toscano e su un ritornello che appartiene alla tradizione piemontese, è un esempio prezioso di satira. La leggenda vuole che sia stato composto il 25 aprile 1944, un anno esatto prima del giorno della liberazione, ma probabilmente è nato allo stesso modo in cui nascono tutte le canzoni popolare, cioè, come si direbbe oggi, "in progress". Porta due firme illustri, quelle di Livio Bianco e Nuto Revelli, ma anche questa, a detta degli stessi autori, è una semplificazione. Materialmente i due sono stati i trascrittori. Hanno, cioè, aggiustato una sorta di elaborazione collettiva di un gruppo di partigiani che operavano alle Grange di Narbona che utilizzava la melodia di un canto popolare toscano. La critica politica nei confronti di Pietro Badoglio, protagonista della disonorevole fuga a Brindisi dopo aver firmato l'armistizio con gli alleati e la dichiarazione di guerra alla Germania, si fa caustica attraverso la narrazione delle sue vicende. Ne emerge un personaggio pavido, opportunista e del tutto indifferente al destino della popolazione. È singolare come il brano sia attraversato dallo stesso concetto che Nuto Revelli elaborerà in modo compiuto nei suoi libri, in particolare ne "La guerra dei poveri": la Resistenza come guerra di popolo contro il nazifascismo ma anche come «guerra alla guerra» nata dalla necessità di non lasciare il proprio destino nelle mani di classi dirigenti ciniche e pronte a giocare qualunque carta sulla pelle delle popolazioni. L'uso della satira finisce per rendere ancora più aggressiva una canzone che ha la sua chiave nelle ultime tre strofe e non si limita alla critica sarcastica, ma indica una precisa volontà di cambiamento («Noi crepiamo sui monti d’Italia/mentre voi ve ne state tranquilli,/ma non crederci tanto imbecilli/da lasciarci di nuovo fregar») che coinvolge l'intera classe dirigente e l'essenza stessa della monarchia («No, per quante moine facciate/state certi, più non vi vogliamo,/dillo pure a quel gran ciarlatano/che sul trono vorrebbe restar» fino al finale liberatorio (Se Benito ci ha rotto le tasche/tu, Badoglio, ci hai rotto i coglioni/pei fascisti e pei vecchi cialtroni/in Italia più posto non c’è»). Il ritornello in piemontese, poi, finisce per essere una sorta di scioglilingua, quasi un nonsense in cui l'incalzare delle domande (l'hai mai detto? L'hai mai fatto? Si si, no no) alimenta l'impressione di incertezza, di tentennamento e di sostanziale pavidità del personaggio. Nel 1972 gli Stormy Six riprenderanno la melodia delle strofe e il giochino della descrizione satirica delle tappe della "carriera militare" per comporre la loro Birindelleide, dedicata all'ammiraglio Gino Birindelli, candidatosi alle elezioni politiche nelle liste neofasciste

24 aprile, 2020

24 aprile 1971 - Lennie Hayton, il direttore musicale della Metro Goldwin Mayer

Il 24 aprile 1971 muore a Palm Springs, in California, il pianista, arrangiatore, compositore e capo orchestra Lennie Hayton, all’anagrafe Leonard George Hayton. Nato a New York il 13 febbraio 1908 inizia a studiare pianoforte in tenera età. A diciotto anni entra a far parte dei Little Ramblers di Ed Kirkeby nel periodo in cui sassofonista basso Spencer Clark ha sostituito Adrian Rollini alla direzione del gruppo. Nel 1927 è a New York con Cass Hagan. L’anno dopo si unisce all'orchestra di Paul Whiteman con la quale resta fino al 1930 in veste di pianista-arrangiatore suonando al fianco di strumentisti prestigiosi come Bix Beiderbecke, Joe Venuti, Frankie Trumbauer ed Eddie Lang. Successivamente tira i remi in barca e, da indipendente, registra e orchestre per molte importanti orchestre. A partire dal 1935 forma e dirige propri gruppi per varie stazioni radiofoniche e dal 1937 è a capo di una big band. È anche direttore musicale dei popolari programmi radiofonici di Bing Crosby e per oltre dieci anni ha l’incarico di direttore musicale della Metro Goldwin Mayer, per la quale orchestra e dirige le orchestrazioni di vari musical. Sposato alla cantante Lena Horne è un pianista sensibile e un capace band leader.

22 aprile, 2020

22 aprile 1921 – Candido, il percussionista che ha affascinato Dizzy

Il 22 aprile 1921 a Regal, L’Avana, in Cuba, nasce Candido Camero, destinato a diventare uno dei più apprezzati percussionisti jazz con il nome d’arte di Candido. La musica lo affascina fin da quando è bambino e i suoi primi strumenti sono il contrabbasso e la chitarra. Conquistato dalle possibilità della ritmica lascia gli strumenti a corda per dedicarsi a bongos e congas. Nel mese d’ottobre 1952 lascia per la prima volta Cuba e se ne va negli Stati Uniti dove lavora per sei settimane a Miami, al Clover Club, in uno spettacolo intitolato “Night in Havana”. L’esibizione gli procura altre scritture. Va a New York. Qui lo nota Dizzy Gillespie, che lo aiuta a entrare al Downbeat Club, dove si esibisce per un anno intero con il gruppo di Billy Taylor. Nel 1954 lavora e incide con Stan Kenton, mentre dal 1956 al 1957 è attivo come free-lance, incidendo e lavorando con Kenny Burrell, Tito Puente, Gene Ammons, Machito, Bennie Green e Art Blakey. Nel 1958 torna a lavorare con Gillespie. Nel 1960 partecipa al Jazz At The Philharmonic con Dizzy Gillespie e Stan Getz. Nel 1962 è a fianco di Tony Bennet, con cui partecipa a un concerto alla Carnegie Hall. In quel periodo prosegue una intensa attività discografica, incidendo a fianco di Stan Getz, Wes Montgomery, Lalo Schifrin, Joe Williams e Sonny Rollins. Durante tutti gli anni Sessanta e Settanta prosegue la propria attività concertistica, lavorando a fianco di artisti come Rollins ed Elvin Jones e nell'orchestra di Lionel Hampton. Negli anni seguenti conferma la sua ecletticità contribuendo allo sviluppo delle musiche da ballo latinoamericane prima negli Stati Uniti e poi nel mondo.


16 aprile, 2020

16 aprile 1972 – La prima volta dell’Electric Light Orchestra


Il 16 aprile 1972 l’Electric Light Orchestra suona per la prima volta in concerto al Fox & Greyhound Pub di Croydon. Il pubblico può finalmente vedere dal vivo la band nata l’anno prima da una costola dei Move. La storia dell’Electric Light Orchestra, infatti, inizia nel 1971 quando Roy Wood, leader dei Move, idoli del pop inglese, mette in pratica l'idea di un gruppo che mescoli componenti classiche in una struttura sonora d'atmosfera sinfonico-progressiva filtrando il tutto con il rock. Con lui ci sono il batterista Bev Bevan e il chitarrista Jeff Lynne. Dopo la buona accoglienza riservata dal pubblico a Electric Light Orchestra, il primo album molto sperimentale da cui viene anche estratto il singolo 10538 Ouverture, il 16 aprile si mostrano in pubblico. È l’inizio di una storia lunga e tormentata. Pochi mesi dopo Roy Wood e Jeff Lynne litigano sulle prospettive e Wood se ne va dando vita ai Wizzard. Lynne e Bevan, invece, continuano e trasformano la ELO in una sorta di orchestra rock con elementi classici, aggregando al gruppo il violinista Wilf Gibson, il bassista Michael d'Albuquerque, il tastierista Richard Tandy e i violoncellisti Mike Edwards e Colin Walker. È solo la prima scossa di un gruppo che alternerà momenti di grande successo a profonde liti e successive ricomposizioni nell’organico.

11 aprile, 2020

11 aprile 1977 – Se ne va Jacques Prévert

L’11 aprile 1977 muore Jacques Prévert, poeta, sceneggiatore, scrittore, ma soprattutto punto di riferimento del mondo culturale francese per decenni. «Allora, il loro dio, il loro oracolo, il loro maître à penser, era Jacques Prévert, di cui veneravano le pellicole e le poesie, di cui provavano a copiare il linguaggio e le atmosfere spirituali. Anche noi gustavamo le poesie e le canzoni di Prévert. Il suo anarchismo sognante e un po' stralunato ci catturava completamente» Così Simone de Beauvoir nel suo romanzo “L’età forte” parla di quel miscuglio di artisti, vagabondi, perdigiorno, poeti e cantanti che si incontra, si innamora, si lascia e vive nei caffè di Saint-Germain des Prés. Non è un omaggio, ma una testimonianza della capacità di Prévert di liberarsi dalla rigidità delle divisioni dell’arte per essere insieme poeta, paroliere, sceneggiatore, dialoghista e, soprattutto, curioso esploratore di tutte le forme possibili di comunicazione poetica. Vive l’esperienza artistica con la stessa intensità di un amore appena nato e non si fa mai irreggimentare da una moda, da una linea editoriale o anche soltanto dalla necessità di dare continuità a un impianto artistico salutato dal successo. La sua avventura artistica è una lunga corsa su una strada non asfaltata, con i piedi che mordono il terreno, evitano i sassi, si bagnano nelle pozzanghere e s’impolverano nei tratti asciutti. E quando la strada gli appare troppo diritta tende a scartare, come fanno i cavalli di razza o i lupi inseguiti dai cacciatori. La sua creatività non ha padroni e diffida delle gabbie, soprattutto di quelle ideologiche e se ha l’impressione di essere intruppato fugge veloce come il vento. «Reclutato a forza nella fabbrica delle idee/ho resistito /mobilitato allo stesso modo nell'esercito delle idee/ho disertato». In questi pochi versi, rubati a Choses et autres, la sua ultima raccolta pubblicata nel 1972, c’è il senso di una vita assaporata fino all’ultimo sorso evitando l’omologazione e il conformismo, ma spargendo a piene mani perle preziose che luccicano vivide e inattaccabili dalla patina del tempo. Tra esse ci sono anche le canzoni, oltre mille, destinate a entrare nel repertorio di interpreti come Juliette Gréco, i Frère Jacques, Serge Reggiani, Mouloudji, Catherine Sauvage, Yves Montand ed Edith Piaf, per citare soltanto i primi che la memoria riporta a galla. Brani come Les feuilles mortes e Barbara hanno fatto poi il giro del mondo nelle esecuzioni di artisti come Frank Sinatra, Bing Crosby o Miles Davis. «Egli viene dalla vita e non dalla letteratura». La definizione di Jacques Prévert data dallo scrittore Georges Ribemont-Dessaignes cerca di chiarire perfettamente il senso della creatività artistica di un uomo che ha sempre detto di voler essere poeta senza diventare letterato. La vita è un avventura misteriosa e la sua inizia il 4 febbraio 1900 a Neuilly-sur-Seine, cittadina del dipartimento della Senna dove nasce da in un ambiente piccolo borghese e un po’ bigotto. Sua madre è originaria dell'Alvernia mentre suo padre è bretone e proprio in Bretagna il piccolo Jacques trascorre diversi anni della sua infanzia. Sono anni apparentemente spensierati anche se un po’ soffocanti viste le rigide regole imposte dalla famiglia molto attenta alle convenzioni. È comunque in questo periodo che Prévert respira a pieni polmoni l’aria della cultura e delle tradizioni popolari bretoni destinate a influenzare molto la sua opera negli anni della maturità. Curioso frequentatore di quegli spazi di confine che stanno tra letteratura e spettacolo, dopo aver terminato gli studi per guadagnarsi da vivere si adatta a vari lavori. Nel 1922 dopo il servizio militare si stabilisce a Parigi in una casa al 54 di Rue del Château a Montparnasse destinata a diventare un po’ il punto di ritrovo di un pezzo importante del movimento surrealista. Tra i più assidui ci sono Michel Leiris, Robert Desnos, Antoine-Marie-Joseph Artaud, Louis Argon, Georges Malkine, Raymond Queneau e quell’André Breton che si diletta a giocare a fare il leader del movimento. Nella seconda metà degli anni Venti gli amici cominciano a far circolare i suoi primi testi poetici, anche se per la prima pubblicazione occorre attendere il 1930 quando Prévert pubblica sulla rivista "Bifur" la sua composizione Souvenirs de famille on l'ange gardechiourme (Ricordi di famiglia ovvero l'angelo aguzzino), considerata un po’ il suo battesimo artistico. Gli anni Trenta sono pervasi da grande passione, con curiosità sempre nuove e sperimentazioni anche azzardate in quelli che sono destinati a diventare i campi privilegiati del suo interesse artistico: poesia, canzone, teatro e cinema. Tra il 1932 e il 1936 si dedica intensamente al teatro lavorando a tempo pieno con il Gruppo Ottobre, una compagnia appartenente alla Federazione Teatro Operaio, un’organizzazione che ha lo scopo di promuovere opere teatrali di impegno sociale. Proprio per il Gruppo Ottobre Prévert scrive Marche ou crève (Marcia o crepa), un brano che negli anni successivi diventerà quasi un inno dell’antifascismo militante. Nonostante gli impegni teatrali non trascura né la poesia, né il cinema né la canzone. Proprio in questi anni, infatti, vedono la luce soggetti e sceneggiature di film come “Lo strano dramma del dr. Molineaux” e “Il porto delle nebbie” diretti dal suo carissimo amico ed estimatore Marcel Carné. Sono l’inizio di un’attività di soggettista e sceneggiatore destinata a regalare al mondo lungometraggi come “Les disparus de Saint-Agil” di Christian-Jacques e Pierre Laroche, o “Alba tragica”, “Le porte della notte” e “Mentre Parigi dorme” di Marcel Carné. Sempre con Carné nella Francia occupata dai nazisti girano “L’amore e il diavolo” e, soprattutto “Amanti perduti”, ancora oggi considerato uno dei capolavori del cinema mondiale. Sempre in quegli anni vedono la luce anche le canzoni nate da poesie musicate da Joseph Kosma che caratterizzeranno l’epoca degli chansonniers. Nei primi mesi del 1946 Jacques Prévert pubblica “Paroles”, uscita in Italia con il titolo “Parole”, la sua prima raccolta compiuta di poesie ed è come se un turbine di vento si abbattesse sulla letteratura e sulla cultura francese. I giovani che dopo quattro anni di occupazione feroce e di clandestinità trovano in quelle composizioni una risposta alle loro aspirazioni, alla sete di libertà e al desiderio rilasciare un segno nella vita. Niente resta più come prima, neppure Jacques Prévert che capisce di essere diventato un punto di riferimento per un pezzo della cultura del suo paese e ci gioca un po’ anche se non mancano detrattori come Albert Camus che lo definiscono un “guignol del marciapiede che si prende per Goya”. Il pubblico, però, è tutto con lui. Accade così che quel quarantacinquenne autore cinematografico le cui poesie erano apprezzate e diffuse quasi esclusivamente tra i frequentatori di quella piccola porzione di Parigi compresa il Café de Flor, il Lipp, il Deux Magots e le librerie più intellettuali del Quartiere, diventa una sorta di “vate” di Saint-Germain-des-Prés, una stella ammirata e riverita. Jacques Prévert ha il pregio di non prendersi mai, in nessun momento così tanto sul serio da credere davvero a queste storie. Gioca con il suo personaggio, qualche volta se ne serve, ma non ne resta prigioniero. Fino all’ultimo continua a frequentare quei territori diversi che ha ormai imparato a conoscere e nei quali si sente a casa sua: il cinema, il teatro, la poesia e la canzone. Non si innamorerà mai della televisione e alla fine degli anni Sessanta, quando si è ormai trasferito nella sua dimora di Omonville-la-Petite, nel dipartimento della Manche capisce di avere allevato un nemico mortale: un cancro al polmone. Accetta la sfida e cerca di resistere nel suo eremo isolato in cui di tanto in tanto lascia entrare alcuni degli amici più cari come Serge Reggiani, Yves Montand, Juliette Greco, Raymond Queneau e pochi altri. Lunga e dolorosa la battaglia di Jacques Prévert contro l’osceno aggressore termina l'11 aprile 1977 con la sua morte.


07 aprile, 2020

7 aprile 1976 – Jimmy Garrison, il bassista di Coltrane

Il 7 aprile 1976 muore a New York il contrabbassista Jimmy Garrison. Nato a Miami, in Florida, il 3 marzo 1934 viene registrato all’anagrafe con il nome di James Emory Garrison. Quando ha nove anni si trasferisce con la famiglia a Philadelphia, in Pennsylvania dove studia con profitto il clarinetto, strumento che lascia nel 1952 per passare al contrabbasso. Il suo primo ingaggio professionale arriva da un gruppo di rhythm and blues, anche se la sua vera passione resta il jazz. Nel tempo libero collabora con vari jazzisti come il pianista Bobby Timmons e il batterista Albert Heath e soprattutto con Louis Judge. Nel 1955 resta senza contratto e per guadagnarsi da vivere lavora come autista di camion pur non abbandonando mai la musica. Nel 1958 torna a dedicarsi al contrabbasso a tempo pieno. Si trasferisce a New York dove collabora sia in concerto che in sala di registrazione con vari esponenti del jazz di quella città come il batterista Philly Joe Jones, i sassofonisti Jackie McLean, J. R. Monterose, Lee Konitz e Warne Marsh e il clarinettista Tony Scott. In quel periodo lavora inoltre con Lennie Tristano, Benny Golson, Curtis Fuller Kenny Dorham e Bill Evans. Quando entra a far parte del gruppo di Ornette Coleman viene ascoltato e notato al Five Spot Café di New York da John Coltrane che lo vuole con sé. Nel mese di novembre 1961 Jimmy Garrison entra così a far parte del quartetto di John Coltrane, sostituendo Reggie Workman. Inizia un sodalizio artistico destinato a durare senza ininterruzioni fino alla morte del sassofonista, nel 1967 quando Garrison è rimasto l’unico superstite dell'originario, leggendario quartetto. Legato a Coltrane da un profondo rapporto d’amicizia suona anche al suo funerale insieme a Elvin Jones e a Joe Farrell. Proprio con Elvin Jones, dopo una breve parentesi di sei mesi con il pianista Hampton Hawes, inizia la fase post-coltraniana della sua carriera. A partire dal mese di marzo del 1969 riprende la sua autonomia suonando con Walter Bishop, McCoy Tyner, Alice Coltrane, Bill Dixon, Nathan Cavis, Ted Curson, Bill Barron, Rolf e Joachim Kühn oltre che con Archie Shepp e Dave Burrell. Quando sta per entrare nel pieno della maturità artistica muore per un cancro polmonare.

03 aprile, 2020

3 aprile 1954 - Nicoletta Bauce, la cantautora

Il 3 aprile 1954 nasce a Valdagno, in provincia di Vicenza, Nicoletta Bauce, uno dei personaggi più interessanti della scena musicale degli anni Settanta. Dopo aver studiato canto, pianoforte e solfeggio al conservatorio la ragazza viene notata da Edoardo De Angelis che l’aiuta a muovere i primi passi nel mondo della canzone italiana. Scritturata dalla RCA, nel 1975 partecipa allo spettacolo "Domenica musica", che va in scena al teatro Trianon di Roma e viene ripreso anche dalle telecamere della RAI. La sua interpretazione di Tre bocche nel cuore, un brano di sua composizione attira l’interesse di pubblico e critica. Sull’onda dei consensi nasce anche l’album Musica dal pianeta donna: le cantautori, un lavoro collettivo cui partecipano anche Roberta D'Angelo, Silvia Draghi e Carmelita Gadaleta. Nell’album Nicoletta Bauce propone due canzoni: Tre bocche nel cuore e Quando tornerai, che vengono pubblicate anche in singolo. Successivamente inizi a lavorare al suo primo album, un disco ricco di spunti interessanti che contiene anche una personalissima versione di Sittin on top of the world dei Cream. Nel 1979, lasciata la RCA per la Philips, partecipa al Festival di Sanremo con Grande mago, un brano realizzato in collaborazione con Roberto Colombo e la PFM che viene bocciato dalle giurie sanremesi. Varie partecipazioni televisive precedono l’inizio della lavorazione del suo secondo album destinato a non vedere mai la luce. Poco disposta ad accettare compromessi di fronte all’ennesima intromissione nel suo lavoro se ne va sbattendo la porta. Lascia la musica e si stabilisce a Vicenza per fare l’insegnante.