Il 4 ottobre 1875 il professor Ernst Curtius, originario di Lubecca, inizia a scavare tra le macerie di quella che veniva indicata come l'antica Olimpia. Il suo scopo è quello di dimostrare che le Olimpiadi non sono un mito. Il cocciuto studioso ci riesce. Il 20 marzo 1881 conclude la sua opera di scavo consegnando agli allibiti contemporanei i ruderi dell'antico stadio olimpico e un'ampia relazione sull'argomento contenuta in ben sei volumi. Sulla base dei suoi studi diventa così certo che il fatto che, a partire dal 776 a.C. al 393 d.C., ogni quattro anni Olimpia diventava sede di giochi in onore di Zeus, durante i quali anche le guerre tra le litigiose nazionalità greche si fermavano. La leggenda più diffusa e pretenziosa attribuisce la prima organizzazione dei giochi nientemeno che a Ercole, mentre un'altra, meno nobile, ma certamente più vicina alla realtà elegge a padre dei giochi un certo Pelope, figlio di Tantalo, che avrebbe voluto, in questo modo, celebrare la sua vittoria, ottenuta corrompendo un cocchiere, su Enomao re di Olimpia, che aveva messo in palio la mano della figlia Ippodamia. Gli storici, invece, ritengono che varie siano state le ragioni per la nascita delle Olimpiadi: l'aspirazione a ingraziarsi gli dei in un periodo di stragi ed epidemie in tutto il Peloponneso, la possibilità di mimare senza spargimenti di sangue la lotta per il potere, l'esaltazione dell'individualità (non c'erano prove di gruppo) per stemperare le tensioni tra città ed etnìe e, in qualche modo, anche per incrementare il commercio e il turismo nell'Elide con l'arrivo di migliaia di spettatori e pellegrini. Fino alla trentaseiesima edizione i Giochi Olimpici vennero riservati soltanto ai giovani rigorosamente "di buona discendenza Greca", vale a dire agli aristocratici che avevano così occasione di mostrare al popolo la loro bellezza, la loro bravura e la loro forza. I giochi furono sempre vietati alle donne, ammesse solo negli accampamenti degli atleti e degli spettatori, anche se nel 396 la spartana Kiniska riesce a figurare tra i vincitori perchè proprietaria dei cavalli che avevano trionfato nella corsa. Accanto alle manifestazioni sportive si tenevano poi concorsi di poesia e di eloquenza, oltre a numerosissime celebrazioni religiose. Con il passare del tempo però lo spirito delle Olimpiadi si inquinò. Nonostante l'individualità delle gare, riaffiorarono le competizioni tra le etnìe e le città iniziarono ad accaparrarsi con ingaggi sempre più alti gli atleti migliori, trasformandoli, in professionisti ben pagati. Questo fatto portò, alla fine del secolo scorso, il buon De Coubertin a sostenere che il professionismo fosse il vero nemico delle Olimpiadi perchè le aveva già corrotte nel passato. In realtà non fu questa la causa del progressivo declino dei giochi. Altri furono gli elementi che lo determinarono: la progressiva decadenza della Grecia, il programma delle gare dilatato a dismisura e la concorrenza di altri centri, che, in anni diversi, organizzavano gare simili per attirare turisti furono gli indici più evidenti della decadenza e della perdita d'importanza dell'avvenimento. La fine venne decretata nel 393 d.C., quando i cristiani, che avevano ormai un enorme peso politico, dopo una rivolta seguita da un eccidio in un circo di Tessalonica (l'odierna Salonicco) chiesero e ottennero dall'imperatore Teodosio la soppressione dei Giochi Olimpici. Quello degli incidenti di Tessalonica fu, in realtà, un pretesto, perchè da tempo i cristiani meditavano la soppressione di una cerimonia che, al di là del fatto sportivo, rinnovava ogni quattro anni feste religiose antagoniste e legate agli antichi culti. La richiesta di soppressione venne avanzata da Ambrogio, vescovo di Milano e a Teodosio non restò che adeguarsi. Si chiuse così il sipario sui più famosi giochi dell'antichità. La storia ha tramandato solo il nome dell'atleta più popolare dell'ultima edizione: un pugile armeno di nome Varasdate. Quello che viene chiamato "rock" non è soltanto un genere musicale. È uno stato d'animo, un modo d'essere che incrocia la musica, il cinema, la letteratura, il teatro e la creatività in genere compresa quella destinata alla produzione industriale. Per chi è nato negli anni Cinquanta e Sessanta è un sottofondo, una colonna sonora di ogni momento della vita, di pensieri e ricordi. Esiste da sempre e aiuta a vivere meglio...
04 ottobre, 2020
4 ottobre 1875 – Le Olimpiadi? Ma quale leggenda, quella è storia...
Il 4 ottobre 1875 il professor Ernst Curtius, originario di Lubecca, inizia a scavare tra le macerie di quella che veniva indicata come l'antica Olimpia. Il suo scopo è quello di dimostrare che le Olimpiadi non sono un mito. Il cocciuto studioso ci riesce. Il 20 marzo 1881 conclude la sua opera di scavo consegnando agli allibiti contemporanei i ruderi dell'antico stadio olimpico e un'ampia relazione sull'argomento contenuta in ben sei volumi. Sulla base dei suoi studi diventa così certo che il fatto che, a partire dal 776 a.C. al 393 d.C., ogni quattro anni Olimpia diventava sede di giochi in onore di Zeus, durante i quali anche le guerre tra le litigiose nazionalità greche si fermavano. La leggenda più diffusa e pretenziosa attribuisce la prima organizzazione dei giochi nientemeno che a Ercole, mentre un'altra, meno nobile, ma certamente più vicina alla realtà elegge a padre dei giochi un certo Pelope, figlio di Tantalo, che avrebbe voluto, in questo modo, celebrare la sua vittoria, ottenuta corrompendo un cocchiere, su Enomao re di Olimpia, che aveva messo in palio la mano della figlia Ippodamia. Gli storici, invece, ritengono che varie siano state le ragioni per la nascita delle Olimpiadi: l'aspirazione a ingraziarsi gli dei in un periodo di stragi ed epidemie in tutto il Peloponneso, la possibilità di mimare senza spargimenti di sangue la lotta per il potere, l'esaltazione dell'individualità (non c'erano prove di gruppo) per stemperare le tensioni tra città ed etnìe e, in qualche modo, anche per incrementare il commercio e il turismo nell'Elide con l'arrivo di migliaia di spettatori e pellegrini. Fino alla trentaseiesima edizione i Giochi Olimpici vennero riservati soltanto ai giovani rigorosamente "di buona discendenza Greca", vale a dire agli aristocratici che avevano così occasione di mostrare al popolo la loro bellezza, la loro bravura e la loro forza. I giochi furono sempre vietati alle donne, ammesse solo negli accampamenti degli atleti e degli spettatori, anche se nel 396 la spartana Kiniska riesce a figurare tra i vincitori perchè proprietaria dei cavalli che avevano trionfato nella corsa. Accanto alle manifestazioni sportive si tenevano poi concorsi di poesia e di eloquenza, oltre a numerosissime celebrazioni religiose. Con il passare del tempo però lo spirito delle Olimpiadi si inquinò. Nonostante l'individualità delle gare, riaffiorarono le competizioni tra le etnìe e le città iniziarono ad accaparrarsi con ingaggi sempre più alti gli atleti migliori, trasformandoli, in professionisti ben pagati. Questo fatto portò, alla fine del secolo scorso, il buon De Coubertin a sostenere che il professionismo fosse il vero nemico delle Olimpiadi perchè le aveva già corrotte nel passato. In realtà non fu questa la causa del progressivo declino dei giochi. Altri furono gli elementi che lo determinarono: la progressiva decadenza della Grecia, il programma delle gare dilatato a dismisura e la concorrenza di altri centri, che, in anni diversi, organizzavano gare simili per attirare turisti furono gli indici più evidenti della decadenza e della perdita d'importanza dell'avvenimento. La fine venne decretata nel 393 d.C., quando i cristiani, che avevano ormai un enorme peso politico, dopo una rivolta seguita da un eccidio in un circo di Tessalonica (l'odierna Salonicco) chiesero e ottennero dall'imperatore Teodosio la soppressione dei Giochi Olimpici. Quello degli incidenti di Tessalonica fu, in realtà, un pretesto, perchè da tempo i cristiani meditavano la soppressione di una cerimonia che, al di là del fatto sportivo, rinnovava ogni quattro anni feste religiose antagoniste e legate agli antichi culti. La richiesta di soppressione venne avanzata da Ambrogio, vescovo di Milano e a Teodosio non restò che adeguarsi. Si chiuse così il sipario sui più famosi giochi dell'antichità. La storia ha tramandato solo il nome dell'atleta più popolare dell'ultima edizione: un pugile armeno di nome Varasdate. 02 ottobre, 2020
2 ottobre 2002 – Il Mediterraneo di pace di Eugenio Bennato
Il 2 ottobre 2002, mentre qualcuno conia nuove medaglie per gli eroi della Santa Crociata dell'occidente contro il nemico della fede e della civiltà che arriva dal mare, c'è anche chi ricorda a tutti che il Mediterraneo è una grande madre per un crogiolo di culture i cui crediti e debiti si confondono. È il caso di Eugenio Bennato che quel giorno pubblica l’album Che il Mediterraneo sia. L'artista napoletano non vuole sentire parlare di "scontro di civiltà. «Le radici del nostro sud ci portano direttamente all'idea di un Mediterraneo della pace e degli scambi. Quando ho suonato ad Algeri ho visto cadere in un attimo la diffidenza di un pubblico arroccato su posizioni di sospetto verso l’europeo privilegiato e colonizzatore: dopo i primi colpi di tamburello e di chitarra battente i ragazzi algerini si sono sentiti partecipi e protagonisti di una musica che appartiene anche a loro». Il disco, nato dai viaggi e dalle esperienze maturate in questi ultimi anni dal musicista partenopeo, continua il discorso iniziato con Taranta power incrociando le suggestioni di una mescola culturale che abbraccia senza stritolare una serie straordinaria di forme musicali e poetiche. Gli echi della lunga ricerca storica e musicale di Eugenio Bennato arricchiscono un lavoro che pur attualizzandone le sonorità, continua un discorso rigoroso iniziato negli anni Settanta con la Nuova Compagnia di Canto Popolare. È intero il fascino di un Sud che cessa di essere una imprecisa definizione geografica per diventare un luogo della fantasia. Ci sono (e come potrebbero non esserci?) le danze, le donne, il mare, i navigatori, i mercanti e i contadini, protagonisti di leggende antiche e nuove, ma c'è anche la realtà di oggi con la sua cupa disperazione e con le nuove emigrazioni. In Ninna nanna 2002, per esempio, è esplicito l'omaggio ai profughi che inseguono un sogno che spesso è di morte e non di vita. Affascinante, infine, è l'incrocio tra l'Africa, il Maghreb e il Salento che apre Taranta sound, uno dei brani più suggestivi e danzabili di un album che fa bene all'anima e alla mente. 01 ottobre, 2020
1° ottobre 1964 – Con l'arresto di Jack Weinberg nasce il movimento studentesco statunitense
Il 1° ottobre 1964, sulla Sproul Plaza del campus di Berkeley, lo studente Jack Weinberg viene arrestato senza troppe giustificazioni mentre sta distribuendo volantini politici. Quel giorno e quell’evento segnano la nascita del Movimento Studentesco statunitense. Nello spazio di pochi, frenetici minuti, gli studenti capitanati da Mario Savio e Jackie Goldberg mettono in stato d'assedio l'università, bloccando per ben trentadue ore l'auto della polizia sulla quale è stato caricato Weinberg. In quelle ore concitate viene fondato il Free Speech Movement. Sono i primi passi di un movimento destinato a crescere nel movimento pacifista la cui azione culminerà nella marcia sul Pentagono del 21 ottobre 1968. Quello statunitense è un movimento singolare che, salvo sporadiche fiammate, non metterà mai davvero in discussione il sistema politico del paese ma contribuirà a determinare un poderoso rinnovamento generazionale nelle strutture stesse del potere.29 settembre, 2020
29 settembre 1975 – La caduta di Jackie Wilson
Il 29 settembre 1975 il Latin Casino di Cherry Hill nel New Jersey è affollato da un pubblico entusiasta e attento. Sul palco c’è il soulman Jackie Wilson, un artista che sa bene come affascinare l’uditorio con il suo passo dinoccolato, le sigarette che si susseguono una dopo l’altra e le canzoni cantate con voce potente e inframmezzate da battute. Improvvisamente il cantante barcolla, come se avesse incontrato un ostacolo invisibile, e cade a terra battendo violentemente la testa contro il cordolo che delimita l’esterno del palco. Il suo corpo non si muove più. Arriva un’ambulanza che lo trasporta rapidamente al più vicino ospedale. I medici del Pronto Soccorso accertano che è stato colpito da un lieve attacco cardiaco. Quello che li preoccupa, però, non è il cuore, ma la testa. Nella caduta il cantante ha, infatti, riportato gravissime lesioni al cervello. Riusciranno a risvegliarlo dal coma, ma non a ridargli una vita. Passerà nove anni in uno stato vegetativo, senza più comunicare con il mondo, prima di morire il 21 gennaio 1984. Si consuma così la triste fine di uno dei più esplosivi interpreti del soul statunitense, amato alla follia dal suo pubblico che gli perdona tutto: gli eccessi, la passione per le donne e per la droga e gli inevitabili e frequenti guai con la giustizia. Ex pugile di successo, vincitore del Golden Glove nella categoria dei pesi welters ed ex cantante dei Dominoes, è tra i protagonisti dell’esplosione del soul ‘n’ roll nero. Al momento dell’incidente ha trentanove anni e non è la prima volta che rischia la vita su un palcoscenico. La leggendaria esuberanza delle sue ammiratrici per poco non gli è fatale nel 1961 quando una fan, in preda a una violenta crisi isterica, gli spara a bruciapelo e lo ferisce gravemente. Dopo una lunga degenza in ospedale ricomincia. Negli anni Settanta fa storcere il naso ai puristi e ai critici bianchi con le sue dissacranti e violente incursioni nella musica classica e lirica come Alone at last, (una riscrittura ritmata di Ciaikovskij) e My empty arms (versione “nera” di un brano di Leoncavallo). Lui non si cura delle critiche. «Se i bianchi rubano la nostra musica perché io non posso migliorare la loro?» racconta tra una sigaretta e l’altra al pubblico in adorazione. I suoi programmi si fermano, però, sul palco di Camdem, in quella dannata sera di settembre in cui il suo cervello smette di funzionare per sempre. 28 settembre, 2020
28 settembre 1970 - L’ultima volta delle Renault 8 Gordini
Il 28 settembre 1970 scendono per l’ultima volta in pista le Renault 8 Gordini dopo aver dominato per anni nei Rally europei. Tutto comincia sei anni prima. «La Renault 8 Gordini nasce per consentire a tutti gli appassionati di guida sportiva di soddisfare la propria passione senza dover sborsare il costo spropositato di un prototipo o di una vettura di lusso». Queste parole sono stampate a lettere cubitali sul foglio che apre la cartella stampa con la quale la Renault annuncia nell’autunno del 1964 la nascita della R8 Gordini, un’auto destinata a sostituire la leggendaria Dauphine nei rally e a infiammare il cuore degli appassionati. Visto dal di fuori non si tratta di un modello nuovo, ma di una sorta di aggiustamento di una vettura già esistente. La Renault 8, infatti, gira sulle strade e sui circuiti di tutta Europa da un paio d’annetti, con un motore derivato direttamente da quello della già citata Dauphine, di cui rappresenta un po’ la naturale evoluzione. I risultati sportivi, però, sembrano non sostenere il confronto con la vettura che l’ha preceduta. Abituata a dominare o, quantomeno, a lasciare il segno, la Renault non può accontentarsi delle scarse performance della R8. Infatti non s’accontenta. Accade così che, mentre gli ambienti sportivi s’interrogano sulle reali potenzialità di quel modello e i più esigenti iniziano a storcere il naso, il progettista Amédé Gordini stia già lavorando nel suo laboratorio di Boulevard Victor Hugo a Parigi a un motore di nuova concezione destinato a trasformare quella che sembra la pallida erede della Dauphine in una velocissima bomba. Il geniale mago della meccanica decide di accantonare la motorizzazione in essere. Recupera un motore a 4 cilindri da 956 cmc originariamente montato sulle Estafette e sulle Caravelle e comincia a modificarlo e a ridisegnarne alcune componenti per aumentarne la potenza e la duttilità. I risultati non si fanno attendere e in breve tempo la cilindrata passa da 956 a 1.108 cmc. Il nuovo motore, che sui registri Renault porta la sigla R1134, montato sulla R8 dimostra di avere potenzialità e performance decisamente inusuali per le vetture da turismo sportivo all’epoca. Quando, in prova, tocca i 170 kmh la casa francese capisce di avere tra le mani un gioiello. Nel 1964 sono pochissime le berline in grado di competere con un veicolo che abbia una velocità massima di 170 kmh. Per fare un paragone basti pensare che la leggendaria DS19 della Citroën non supera i 160 kmh mentre la Peugeot 404 fatica a raggiungere i 140! L’arrivo sulla scena automobilistica della Renault 8 Gordini ha, quindi, l’effetto di un fulmine a ciel sereno, una sorta di tornado che si abbatte sulle certezze degli addetti ai lavori e sconvolge pronostici e gerarchie. Un mese dopo la presentazione ufficiale la vettura trionfa al Rally di Corsica, dove si ripeterà anche nel 1965 e nel 1966, superando le Alfa Romeo GTA e le Porsche 911. I risultati stimolano la creatività. L’entusiasmo degli sportivi e della stampa specializzata spingono la Renault a non accontentarsi dei positivi risultati raggiunti e a lavorare ancora sulla competitività della vettura. Nel 1966 viene presentata la R8 Gordini 1300. Distinguibile dalla prima serie per la calandra a quattro fari, l’auto monta un motore da 1255 cmc che accresce la potenza delle frecce blu sui circuiti da Rally di tutto il mondo. Nonostante tutto, però, Renault mantiene la caratteristica fondamentale della prima R8 Gordini: il prezzo contenuto rispetto agli altri modelli in circolazione. Questa scelta, unitamente alla solida maneggevolezza dell’auto, saranno una delle componenti fondamentali della leggenda targata Gordini. Nascerà anche un circuito di gare riservate a questa vettura e moltissimi giovani talenti sceglieranno di iniziare così la loro carriera. Dopo la 1300 Gordini comincia a ritenere decisamente finito il lavoro di miglioramento della vettura. L’unico cambiamento sostanziale riguarda il colore della carrozzeria che, fin dagli inizi, è stato unico e quasi intoccabile: blu con due bande verticali bianche che la attraversano verticalmente. Nel 1968, non senza proteste e indignazioni, la gamma dei colori disponibili si allarga a ben quattro tinte diverse, tutte rigorosamente corredate dalle due bande verticali. Nello stesso anno si comincia a parlare di un nuovo misterioso progetto che prende corpo nel 1970 con l’annuncio della fine della produzione delle Renault 8 Gordini. A giugno la catena di montaggio si ferma per sempre mentre il 18 e 19 luglio sul Circuito Paul Ricard di Le Castellet vengono presentate per la prima volta le nuovissime Renault 12 Gordini, auto diversissime per concezione e per meccanica con trazione e motore anteriori. Nonostante tutto, però, la R8 Gordini resta nel cuore della gente e sono migliaia le persone che accorrono il 28 settembre a salutare per l’ultima volta in pista le vetture blu e bianche. Quando la bandiera a scacchi chiude l’ultima corsa della squadra ufficiale delle R8 l’ovazione del pubblico fa capire che l’eredità di quest’auto sarà difficile da raccogliere.17 settembre, 2020
17 settembre 1958 – Herbie Fields l'incompreso
Il 17 settembre 1958 muore suicida a Miami, in Florida, il saxoclarinettista Herbert “Herbie” Fields. Nato a Elizabeth, nel New Jersey, il 24 maggio 1919, fra il 1936 e il 1938 ottiene il primo ingaggio professionale con l'orchestra di Fred Allen quando è ancora studente alla Juilliard School of Music di New York. Nel 1939 dirige un'orchestra insieme al pianista e arrangiatore George Handy e successivamente dopo un breve periodo con quella di Woody Herman, suona col trio di Leonard Ware e nel 1941 approda nella band di Raymond Scott. Nel periodo del servizio militare dirige la banda di Fort Dix e dopo il congedo, capeggiò un proprio gruppo che scioglie verso la fine del 1944. Nel dicembre di quell’anno entra nell'orchestra di Lionel Hampton con la quale rimane fino al febbraio del 1946. Chiusa l’esperienza con Hampton dà vita a una nuova formazione a suo nome nella quale suonano anche il trombettista Neal Hefti e il batterista Tiny Kahn. Negli anni Cinquanta, deluso dalla progressiva marginalizzazione cui viene sottoposto da parte dell’ambiente del jazz si rifugia in Florida dedicandosi quasi esclusivamente alla musica commerciale. Le difficoltà a trovare spazio lo portano a ricorrenti crisi depressive fino al 17 settembre 1958 quando muore dopo aver ingerito una dose massiccia di barbiturici.15 settembre, 2020
15 settembre 1977 – Driftin' Slim, una leggenda se ne va
15 settembre 1977 muore a Los Angeles, in California, il leggendario bluesman Driftin’ Slim. Cantante, armonicista e chitarrista blues nasce ad Atlanta, in Georgia, il 24 febbraio 1919 e all’anagrafe è registrato con il nome di Elmon Mickle. Eccellente cantastorie è un leggendario “one man band” conosciuto anche con gli pseudonimi di Drifting Smith, Harmonica Harry e Model T Slim. Impara a suonare l'armonica da John Lee “Sonny Boy” Williamson, destinato a rimanere a lungo il suo maggior ispiratore e con lui lavora spesso durante i primi anni Quaranta nei locali di Little Rock, in Arkansas. Nel 1951 forma un proprio gruppo con i chitarristi Baby Face Turner, Junior Crippled, Red Brooks e con Bill Russell alla batteria. Con questa band incide per la Modern i suoi primi brani My Little Machine e Down South Blues. L'anno dopo registra con Ike Turner Good Morning Baby e My Sweet Woman per la RPM. Dopo la morte di Brooks inizia a esibirsi da solo come nell'area di Los Angeles. Nel 1959 registra alcuni dischi con il suo vero nome. All'inizio degli anni Settanta le sue cattive condizioni di salute lo costringono ad abbandonare la vita musicale attiva. La sua ultima esibizione pubblica avviene al Folk Music Festival di San Diego del 1971. Nel 1977 ci lascia per sempre. 14 settembre, 2020
14 settembre 1973 – La musicalità istintiva di Alessandro Canino
Il 14 settembre 1973 nasce a Firenze il cantante Alessandro Canino. Figlio di un musicista trova nel padre un alleato quando decide di avvicinarsi al mondo della musica, per il quale dimostra un precoce interesse e un grande talento. Il ragazzo studia con Walter Savelli e inizia prestissimo a esibirsi in vari locali di Firenze. Nel 1992 Alessandro debutta nella categoria “Nuove Proposte” del Festival di Sanremo con la canzone Brutta cui segue il suo primo album Alessandro Canino. Brutta diventa uno dei successi commerciali dell’anno e Canino vince il Telegatto come Miglior Artista Emergente decretato dal pubblico di “Vota la Voce”. Negli anni successivi torna ancora al Festival di Sanremo presentando nel 1993 Tu tu tu tu tu e nel 1994 Crescerai. Dotato di una musicalità istintiva si conferma successivamente come uno dei più promettenti cantautori del nuovo panorama pop italiano.08 settembre, 2020
8 settembre 2001 – RE.SET, il primo festival italiano di dance ed elettronica
L'8 settembre 2001 il Campovolo di Reggio Emilia si trasforma nella capitale europea della musica dance ed elettronica. Nell'area, occupata dalla Festa Nazionale dell'Unità sbarca infatti RE.SET, il primo festival di dance ed elettronica italiana con una succulenta serie di artisti annunciati. L’iniziativa riempie un vuoto. Da tempo, infatti, in molti sottolineavano come alla scena dance ed elettronica italiana mancasse un grande appuntamento live, di ampio respiro, capace di misurarsi con i raduni di massa che costellano il panorama europeo. Dalla fin troppo citata Love Parade di Berlino, che in quell’anno dopo oltre un decennio mobilita oltre un milione di persone ai più modesti (si fa per dire) happening di Parigi con "soltanto" mezzo milione di persone o di Zurigo, che si attesta su trecentomila presenze, l'intera Europa vede lo svolgimento di grandi festival. L'Italia per lungo tempo ha guardato stupita, quasi distratta, ciò che avveniva negli altri paesi, pur con qualche lodevole eccezione. Mancanza d'interesse? Non sembra, visto che le attività nei club italiani e, soprattutto, nei Centri Sociali sono da tempo coronate da successo. A Milano, per esempio, l'attività del venerdì in Pergola è stata particolarmente attiva nei settori nu-jazz e drum'n'bass, mentre alcuni rave organizzati dal Leoncavallo, come quello con Goldie e Storm, hanno attirato migliaia di giovani entusiasti. Sempre per restare in Lombardia come dimenticare lo storico mercoledì dei Magazzini Generali che si ripete ormai da cinque anni? Ma la febbre non è soltanto nordica, visto che Roma dimostra un'effervescenza non inferiore alle altre capitali europee con serate come quella del venerdì all'Agatha, del sabato al Classico Village. Accanto all'ormai storico govedì del Goa, che ha ospitato, tra gli altri, Goldie, Darren Emerson e la Boutique di Fatboy Slim, non mancano nuove iniziative come l'apertura del Blue Cheese, un locale dedicato ai nuovi suoni del breakbeat e del drum'n'bass. Più orientate ai suoni tech-house appaiono, invece, Torino e Bologna, dove il Link resta il faro-guida della scena dance underground non soltanto locale. Insomma, il panorama italiano dell'elettronica mai come in quel periodo appare in forte crescita qualitativa e quantitativa. Per questa ragione l'appuntamento di Reggio Emilia diventa uno di quelli destinati a lasciare un segno. Non è un caso che proprio la cittadina emiliana si sia candidata a diventare, sia pure per un giorno la capitale della dance e dell'elettronica. Sul suo territorio l'anno prima è stata organizzata Clubspotting, una mostra di approfondimento sulla club culture che ha suscitato notevole interesse in tutto il mondo e di cui è prevista nel 2001 la seconda edizione. Sempre a Reggio c'è, poi, il Maffia Music Club, il cui Soundsystem funge da maestro di cerimonia nella lunga, lunghissima giornata del RE.SET. Il programma annunciato promette una rassegna unica nella pur lunga storia di questo genere musicale nel nostro paese. Tra le performance più attese c'è quella dei Transglobal Underground, il system che negli anni precedenti ha avuto nella propria line-up anche Natacha Atlas. Il loro suono capace di ardite contaminazioni tra tribalismo, rap arabo, campionamenti ipnotici e sonorità etniche, resta, a dieci anni dalla nascita dell'ensemble, un costante punto di riferimento per la scena del world groove. Ci sono anche Roni Size & Full Cycle, i quattro ragazzotti di Bristol vincitori di un Mercury Award e considerati tra i maggiori responsabili della diffusione nel mondo del drum’n’bass e i londinesi Pressure Drop con il loro suono radicale e antirazzista. L'orizzonte si allarga ancora con le esplorazioni del francese Frederic Galliano che mescolano musica elettronica, jazz e cultura africana e le tensioni sonore e ritmiche di Howie B. C'è anche Fabio, il dj esponente dell'ala più jazzy e musicale del drum'n'bass cui Matthew Collin ha dedicato un intero capitolo del suo libro "Stati di alterazione" che analizza la club culture inglese. Una sfida al razzismo e a favore dell'integrazione tra culture diverse è anche la presenza di Badmarsh & Shri esponenti di quell'Asian Underground che mescola funk, drum'n'bass, dub, musica indiana, London beat e jazz. Non manca neppure Wookie, considerato l'astro nascente del twostep garage britannico e neppure i suoni malfermi e uggiosi del breackbeat dei Freestylers. Non sono, infine, escluse presenze a sorpresa di artisti non annunciati. Il panorama italiano, oltre che dai Maffia Soundsystem è rappresentato dall'ex Aeroplanitaliani Alessio Bertallot, divenuto una sorta di profeta dell'elettronica che da qualche tempo, consapevole del suo ruolo, alterna evoluzioni ai piatti, rubriche radiofoniche e performance giornalistiche. 13 agosto, 2020
13 agosto 1914 - Ivon Debie, il pianista di Django Reinhardt
Il 13 agosto 1914 a St. Jans-Molenbeek, nei pressi di Bruxelles, nasce Ivon Debie, l'unico pianista del mondo a suonare in assolo con Django Reinhardt. Dopo aver studiato privatamente il pianoforte per cinque anni, all'età di diciassette dà vita alla sua prima orchestra con un gruppo di appassionati. L’esperienza lo stimola a continuare su quella strada anche se non gli dà ancora la possibilità di guadagnare a sufficienza. Dal 1937 al 1940 di giorno lavora come contabile mentre di notte dirige una band che pian piano si conquista una discreta popolarità tanto da diventare l’orchestra di Fud Candrix tornato a casa dopo aver partecipato all’inutile tentativo di resistere allo strapotere delle truppe tedesche nei primi mesi di quella che sarebbe poi passata alla storia come la Seconda Guerra Mondiale. Nel 1941 Debie inizia anche a frequentare il conservatorio di Bruxelles mentre gli occupanti tedeschi offrono ai componenti dell'orchestra Candrix due alternative: o lavorare nelle fabbriche in Germania o suonare con l'orchestra a Berlino. Trascorsi a Berlino alcuni mesi, l'orchestra Candrix torna a Bruxelles dove incide quattro dischi con Django Reinhardt. Il 16 aprile 1942 Debie accompagna Django Reinhardt in quattro “a solo” di violino e chitarra (Vous et Moi, Distraction, Studio 24, Blues en mineur) e poi forma una sua orchestra, suonando saltuariamente anche con Stan Brenders. Dopo la guerra forma vari gruppi, da un piccolo combo con Toots Thielemans nel 1946, a una grande orchestra di diciotto elementi che suona per l'esercito americano. Nel 1958 diventa direttore artistico della RCA del Belgio, dove lavorerà fino all’agosto 1979 quando si ritira definitivamente dalle scene musicali.21 luglio, 2020
21 luglio 1990 - Il muro di Roger Waters davanti al muro di Berlino
Sono almeno duecentomila gli spettatori che il 21 luglio 1990 assistono dal vivo alla messa in scena di “The wall” (Il muro) davanti a ciò che resta del muro di Berlino in Potzdamer Platz, di fronte alla Porta di Brandeburgo, in quella che fino a pochi mesi prima era terra di nessuno tra la parte occidentale e quella orientale della città. L’opera, un classico dei Pink Floyd, dovrebbe essere, nelle intenzioni degli organizzatori, più che una celebrazione della caduta del muro, uno spettacolare ponte di culture lanciato tra due parti d’Europa che si stanno riunendo. Non a caso le immagini più forti della rappresentazione sono quelle delle guerre che hanno insanguinato il nostro continente, viste come un orpello di un passato nato dalla stupidità degli uomini. La sua messa in scena, curata dallo stesso autore, l’ex Pink Floyd Roger Waters, è destinata a diventare un esempio di “concerto europeo” da contrapporre ai ridondanti e, spesso, leziosi quanto monocordi “eventi” di scuola statunitense. Nella stesura spettacolare non c’è solo il rock. Ci sono anche i cori e le orchestre dell’Armata Rossa e della Radio di Berlino Est, ad affiancare un cast eccezionale che comprende, tra gli altri, Bryan Adams, la Band (senza Robbie Robertson), James Galway, gli Hooters, Cyndi Lauper, Ute Lemper, Joni Mitchell, Van Morrison, Sinead O’Connor, gli Scorpions, Marianne Faithfull, l’ex chitarrista dei Thin Lizzy Snowy White e gli attori Tim Curry e Albert Finney. Europei sono anche gli evidenti richiami al mondo delle arti figurative della scenografia, i riferimenti al cabaret e anche le atmosfere musicali, alle quali collabora il direttore d’orchestra Michael Kamen. Oltre ai duecentomila convenuti a Berlino, sono più di due miliardi gli spettatori che assistono, in mondovisione, per più di due ore a uno spettacolo che non annoia grazie ai frequenti colpi di scena e a una tensione interna che si materializza nell’attesa prima della costruzione e poi della distruzione del muro. 06 luglio, 2020
7 luglio 1967 - Alle figlie della rivoluzione non piace Hendrix
Il 7 luglio 1967 è un venerdì. Jimi Hendrix è in viaggio verso Jacksonville, in Florida, con i suoi Experience, dove il giorno dopo l’attende, al Coliseum, il primo concerto di una lunga tournée con i Monkees, i freschi e puliti idoli dei teen-ager locali. È il suo primo tour nella nazione dove è nato, quell’America che non lo ama troppo, che detesta la sua musica nervosa e la mescola di razze che porta nel sangue, metà nero e metà pellerossa. Non è un caso che siano stati gli europei a scoprirlo e a dargli la possibilità di farsi conoscere in tutto il mondo. Il suo manager è un inglese, il ruvido Chas Chandler, già bassista degli Animals, che ha creduto in lui e lo ha aiutato anche economicamente nei momenti duri. In Europa ha colto i suoi primi successi e ora, con l’aureola della gloria, torna nel suo paese per una lunga serie di concerti. Non lo convince l’idea di essere accoppiato ai Monkees, un gruppo dolciastro nato a tavolino come risposta americana ai Beatles, ma i contratti sono contratti e lui è uno di parola. Nel tardo pomeriggio di quel 7 luglio 1967, al suo arrivo a Jacksonville trova, però, la città tappezzata da manifesti che lo contestano. Sono firmati da un gruppo di destra chiamato “Associazione delle figlie della rivoluzione americana” e chiedono ai “veri americani” di mobilitarsi contro le sue esibizioni, considerate “oltraggiose” e “pornografiche”. Non sono minacce vuote. I luoghi dove si deve esibire vengono presidiati da gruppi di manifestanti che danno alle fiamme i suoi manifesti. La contestazione spaventa gli organizzatori della tournée che, dopo aver tentato qualche formale resistenza in nome della “libertà d’espressione”, danno il benservito al buon Jimi e lo rimandano a casa.6 luglio 1940 – Gianfranca Montedoro, una catanese tra jazz e pop
Il 6 luglio 1940 nasce a Catania la cantante Gianfranca Montedoro, una delle più interessanti voci femminili degli anni Sessanta e Settanta. Sempre divisa tra jazz e musica leggera, muove i primi passi in varie formazioni dixieland romane. Nel 1961 partecipa al Festival Jazz di Saint Vincent con la band di Franco Ambrosetti e Gianfranco Tommaso, ma sviluppa anche un'interessante carriera parallela nella musica leggera, vincendo nel 1963, con la squadra della Sicilia, "Gran Premio", la trasmissione televisiva abbinata alla lotteria di Capodanno. Fra il 1964 e il 1965 gira l'Italia con jazzisti come Carlo Loffredo, Nunzio Rotondo, Gato Barbieri e molti altri. Quando nel nostro paese sbarca la bossa nova forma i Valiom 5, un gruppo composto da musicisti brasiliani. Nello stesso periodo presta la sua voce a varie colonne sonore cinematografiche. Alla fine degli anni Sessanta entra nella formazione dei Braintjchet, un gruppo di jazz-rock guidato dal tastierista belga Joe Vandrogenbroeck, con i quali partecipa al Festival Pop di Caracalla del 1971. Instancabile vagabonda nel 1972 partecipa alla formazione dei Living Music, un gruppo sperimentale di cui fanno parte, tra gli altri, Umberto Santucci, Andrea Carpi e Nino De Rose. Con questa band pubblica l'album To Allen Ginsberg e partecipa al Festival d'Avanguardia e Nuove Tendenze. Affascinata dalle esperienze di confine tra jazz, musica sperimentale e pop, non si risparmia. Il suo approccio non è freddo e distaccato. Non si fa problemi. Presta la sua voce a numerosissime opere di ricerca musicale, ma non disdegna di accompagnare in tour un personaggio di punta del pop come Mal, l'ex cantante dei Primitives. Nel 1975 realizza insieme ai Murple l'album Donna Circo, un'opera a metà tra teatro e musica con i testi di Paola Pallottino. Negli anni successivi, di fronte all'evoluzione del pop italiano e all'affermarsi di nuovi generi e tendenze, finirà per rifugiarsi sempre di più verso il jazz.04 luglio, 2020
4 luglio 2002 – Il patrocinio dell’Unesco al Folkest
Il 4 luglio 2002 inizia il Folkest, più che un Festival musicale la manifestazione è un luogo dove John Trudell, il cantore dell'epopea e dei drammi dei nativi americani e le musiche zingare del serbo Goran Bragovic si prendono per mano mentre la fisarmonica diatonica del basco Kepa Junkera fa da controcanto a un tappeto di note israeliane e palestinesi. In questo mondo di barriere e ingiustizie planetarie fa bene al cuore sapere che non esiste davvero in un triangolo di terra compreso tra Friuli, Veneto e Istria. Assomiglia all'Isola che non c'è di Peter Pan, ma non è frutto della fantasia. Occidente e Oriente, Nord e Sud del mondo, infatti, si incontrano al Folkest 2002, considerato il più importante festival folk dell'Europa meridionale, dedicato in particolare alle culture etnicamente minoritarie. Dopo più di vent’anni di storia nel 2002 ottiene anche il patrocinio dell'Unesco. Oltre trenta comuni del Friuli Venezia Giulia, del Veneto e dell'Istria ex Yugoslava fanno da scenario agli eventi in programma. L'apertura avviene il 4 luglio con due concerti, quasi in contemporanea, degli irlandesi Niall O'Callanain & S. T. Band a San Quirino e della European Youth Folk Orchestra a Crevatini, in terra istriana. Alla faccia delle frontiere tracciate dagli uomini la musica fin dall'inizio si libra alta, in nome dell'incontro tra i popoli e le loro culture. Tra le ragioni del successo di questo appuntamento, oltre alla capacità di operare scelte artistiche senza compromessi, c'è da considerare anche lo straordinario scenario in cui si svolge. Il suo girovagare tra ville, castelli e antiche piazze ne fa una sorta di festival "zingaro" che si srotola, giorno dopo giorno, abbinando itinerari inconsueti ai suoni di tradizioni spesso dimenticate. Vent'anni di storia hanno consentito al Folkest di diventare adulto e gli interpreti meno noti godono della stessa accoglienza riservata ai grandi nomi, perché ormai del Folkest "ci si fida", e si sa che la qualità dell'offerta è sempre all'altezza. Le proposte del 2002 spaziano come sempre in tutto il mondo e fin dalle prime battute offrono più di una sorpresa con molte perle da conservare, in particolare quella European Youth Folk Orchestra, un gruppo formato da dodici tra i migliori giovani talenti del folk europeo, che ha fatto da apripista. Ogni artista porta il suo bagaglio e lo regala volentieri. Tanta Europa, nei primi giorni, con escursioni tra le atmosfere scozzesi e irlandesi e la presenza del "cavaliere elettrico" Massimo Bubola, seguito dagli spagnoli Azarbe. La serie degli ospiti è infinita: da Vinicio Capossela ai messicani Los de Abajo, dai leggendari cubani Los Van Van agli ottoni della Wedding & Funeral Band, al canto dell'israeliana Noa, alle suggestioni palestinesi dei Radiodervish e a tanti altri momenti di grande emozione. Piccolo esempio della globalizzazione solidale, il Folkest mescola le culture e la sapienza dei popoli in un'unica colonna sonora. Ogni diversità, lungi dall'essere nemica, è apprezzata e, insieme, costituisce l'humus che alimenta la vita stessa della manifestazione.02 luglio, 2020
2 luglio 1928 - Line Renaud, la ragazza del music hall
Il 2 luglio 1928 a Pont de Nieppe nasce Line Renaud. «Dalle brume del Nord della Francia alle luci di Hollywood e di Las Vegas». Così è stata sintetizzata la straordinaria avventura di Line Renaud, l’applaudita vedette dei music-hall parigini che negli anni Cinquanta porta le atmosfere e le canzoni degli chansonniers francesi in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. Bionda “come un angelo” brucia le tappe e arriva presto al grande successo internazionale dopo aver precocemente conquistato il pubblico parigino del music-hall. Per la sua storia artistica Line Renaud ha finito per diventare un po’ l’elemento di contatto, il ponte attraverso il quale due mondi dello spettacolo apparentemente lontani come quella francese e quello angloamericano si incontrano. La sua voce regala al pubblico d’oltremanica e d’oltreoceano i brani migliori della canzone d’autore della sua terra e, in una sorta di ideale compensazione, porta in Francia le versioni nella lingua di casa dei grandi successi internazionali. Quando prima il cinema e poi la televisione la chiamano, lei non si tira indietro. Si impegna con la costanza e l’instancabile voglia di migliorarsi che da sempre l’hanno caratterizzata finendo per allargare la sua popolarità anche a un pubblico diverso da quello che l’ha scoperta attraverso le canzoni. Proprio il cinema e la televisione le consentono di superare indenne il passare del tempo e la morte del grande amore della sua vita affacciandosi al nuovo millennio con una ritrovata voglia di nuove avventure artistiche.Il 2 luglio 1928 a Pont de Nieppe, un borgo del Nord della Francia vicino alla città d’Armentières, nasce una bambina. Si chiama Jacqueline Enté e, come i personaggi delle favole, ha i capelli d’oro e le guance rosse e vellutate come i petali di rosa. La madre è una stenodattilografa, mentre suo padre fa il camionista e nel poco tempo che gli resta suona la tromba nella banda municipale. La musica incanta la piccola Jacqueline e i genitori la incoraggiano. A sette anni vince il suo primo concorso canoro. Sono anni difficili per tutti. Sull’Europa aleggiano nuove nubi di guerra e suo padre, come gran parte degli uomini in grado di portare un’arma, viene richiamato. Finirà prigioniero e la sua assenza da casa durerà cinque anni. A prendersi cura di Jacqueline restano tre donne: sua madre e le due nonne, una delle quali possiede un caffè ad Armentières nel quale la biondissima ragazzina spesso si esibisce cantando per gli avventori. Nelle intenzioni della famiglia la musica dovrebbe restare poco più di un hobby per la sempre meno piccola Jacqueline, ma come spesso succede il destino ha in serbo qualche sorpresa. Nel 1942 la ragazza legge su un giornale l’annuncio dell’apertura delle audizioni per entrare al Conservatorio di Lille. Nella sua beata ingenuità non fa caso al fatto che l’ammissione al Conservatorio è prevista soltanto per le interpreti di canto classico. Si presenta davanti alla commissione e canta Sainte-Madeleine e Mon âme au diable, due canzoni scritte da Loulou Gasté, uno dei più popolari compositori di quel periodo. Nonostante le premesse l’audizione sortisce comunque un effetto. Al termine dell’esibizione Jacqueline viene avvicinata dal direttore di Radio Lille che vorrebbe scritturarla. Superate le resistenze di mamma e nonne a quattordici anni firma un contratto biennale per interpretare sulle onde della radio le canzoni di Loulou Gasté. Sceglie anche un nome d’arte. Jacqueline Enté diventa così Jacqueline Ray. Come Dio vuole anche la guerra finisce e gli occupanti nazisti lasciano finalmente la Francia. Nell ’entusiasmo del dopoguerra Radio Lille finisce per essere un orizzonte troppo limitato per le ambizioni di Jacqueline che decide di tentare la fortuna a Parigi. Nel 1945 ottiene la sua prima scrittura alle Folies Belleville, uno dei più prestigiosi music-hall di quel periodo. Josette Daydé, la vedette dello spettacolo, la rende in simpatia e quasi per farle un regalo decide di presentarle quel Loulou Gasté che è da sempre il suo idolo e del quale interpreta ogni sera le canzoni. L’incontro è fatale per entrambi. Jacqueline ha sedici anni, il compositore ne ha trentasette, ventuno in più, ma tra i due è amore a prima vista. Gasté decide anche di seguirla sul piano artistico. Le impone un cambiamento radicale dell’impostazione scenica, uno stile nuovo, vestiti diversi e, ciliegina sulla torta, anche un nome d’arte più facile da ricordare. Jacqueline, troppo lungo, si accorcia in Line mentre il cognome della nonna materna, Renaud, sembra fatto apposta per restare nella memoria. Scritturata da Radio Luxembourg fa il suo debutto in un programma musicale della domenica che arriva in tutte le case di Francia. Dopo aver registrato qualche brano con la Pacific , in breve tempo si ritrova con un buon contratto discografico con la Pathé Marconi. Tutto scorre così veloce che la ragazza fatica a raccapezzarsi. La prima canzone pubblicata con la prestigiosa etichetta è Ma cabane au Canada, un brano scritto per lei da Loulou Gasté che vince il premio destinato al miglior debutto del 1949 al Gran Prix du Disque. Nello stesso anno canta al Théâtre de l’Etoile aprendo un concerto di Yves Montand e parte per la sua prima tournée fuori dai confini francesi. Il 1950 la vede collezionare un successo dopo l’altro con brani come Ma petite folie o Etoile de neiges, versioni francesi di grandi successi statunitensi di quegli anni. L’anno vede anche il suo trionfo come vedette all’ABC, uno dei music-hall più importanti di Parigi e il matrimonio con Loulou Gasté. Molto apprezzata anche dal pubblico britannico la ragazza comincia ad catturare anche le attenzioni del cinema. Nel 1951 gira il suo primo film. È “Ils sont dans les vignes” di Robert Vernay cui seguono, l’anno dopo, “Paris chante toujours” di Pierre Montazel e nel 1953 “La route du bonheur” di Maurice Labro. Nel 1954 Line Renaud viene scritturata dal Moulin Rouge. La sua popolarità è tale che il celebre locale si garantisce il tutto esaurito per tutti e quattro i mesi in cui il suo nome resta in cartellone. Proprio al Moulin Rouge la vede per la prima volta il comico e intrattenitore Bob Hope che l’invita a partecipare ben cinque puntate del suo show televisivo, forse il più popolare della televisione statunitense di quel periodo. Il successo è immediato. Line canta nei locali più prestigiosi d’oltreoceano e registra anche un brano in duo con Dean Martin intitolato Relaxed-vous. Per tutti gli anni Cinquanta farà la spola tra la Francia e gli Stati Uniti passando anche un lungo periodo a Las Vegas dove il suo nome in cartellone affianca quelli di personaggi come Frank Sinatra o Louis Armstrong. Continua a mietere successi anche nel cinema e, a partire dalla fine degli anni Sessanta, in televisione dove si fa apprezzare per la sua capacità di intrattenitrice e showgirl. Proprio alla televisione francese conduce nel 1973 il varietà “Line direct”. Gli anni passano ma Line sembra non accorgersene e nel 1980 festeggia i trent’anni di carriera al Casino con una serata cui partecipa tutta Parigi. La ventenne principessa del music-hall ha lasciato il posto a una matura e consapevole donna di spettacolo che non disdegna di spendere il suo nome e impegnarsi per cause come la battaglia contro la diffusione dell’AIDS in Africa e nei paesi poveri del mondo. Il lavoro e l’amore del pubblico sono due alleati preziosi che le consentono di superare anche la più brutta sorpresa che il destino potesse farle. L’8 gennaio 1995 alle otto del mattino nella loro casa di Rueil Malmaison, si porta via Loulou Gasté, l’uomo della sua vita. La scomparsa lascia un vuoto immenso e più di mille canzoni. Negli ultimi anni il cinema e la televisione tendono a prevalere sull’attività canora di Line Renaud anche se, di tanto in tanto non disdegna di tornare in sala di registrazione come accade nel 2002 quando, insieme a Charles Aznavour, Nana Mouskouri, Garou e tanti altri registra l’album Feelings, un dolcissimo omaggio al marito scomparso.
30 giugno, 2020
30 giugno 1953 – La Corvette, l’auto della Route 66
Il 30 giugno 1953 esce dalla fabbrica di Flint, nel Michigan, una località non lontana da Detroit, il primo esemplare della Corvette. Lo guida Tony Kleiber, un dipendente della Chevrolet che passa alla storia come la prima persona che abbia guidato una Corvette di serie. Alla fine dell’anno saranno trecento le vetture prodotte, tutte di colore bianco latte. Nel dicembre del 1953 inizia il trasloco della produzione, destinata a essere trasferita nello stabilimento di St. Louis nel Missouri. In pochi immaginano che quel modello finirà per superare di molto il milione di esemplari venduti, mantenendo intatto il suo fascino fino alla nascita del nuovo millennio. Con la Corvette il sogno americano inizia a viaggiare su quattro ruote. Nell’immaginario collettivo questa vettura evoca Hollywood, le corse lungo la Route 66, i viaggi on the road, l’illusione di una potenza infinita accompagnata da una tecnologia innovativa che supera i confini del tempo. La sua storia inizia in quello stesso 1953 che vede la fine della Guerra di Corea e l’uscita del primo numero di Playboy. Sono gli anni che seguono il grande conflitto mondiale e molti soldati americani che avevano vissuto in Gran Bretagna in attesa del D-Day che avrebbe portato alla resa finale della Germania, sono tornati in patria accompagnati dal fascino veloce dei modelli sportivi inglesi: MG su tutti, ma anche Triumph, Austin-Healey e Jaguar. Il successo delle auto sportive d’oltreoceano stimola l’idea di una risposta americana. La sfida viene raccolta da due uomini, Harley Earl, responsabile dello Style Center della GM, oltre che l’ideatore delle enormi pinne della Cadillac, e Ed Cole, ingegnere capo della Chevrolet, appassionato di vetture sportive. In poche settimane i due costruiscono un modellino tridimensionale che nel giugno 1952 viene presentato alla direzione della General Motors. Il debutto in pubblico della Corvette avviene il 17 gennaio 1953 nel lussuoso salone da ballo del famoso Waldorf Astoria Hotel di New York, che ospitava il General Motors Motorama con vari modelli del gruppo, diretto da Charles Wilson. Il prototipo ottiene un grande successo e, sei mesi più tardi, il 30 giugno, il primo esemplare esce dalla fabbrica di Flint. Inizia così l’avventura della Corvette.28 giugno, 2020
28 giugno 1888 - Chicken Henry, dal pianoforte al trombone per necessità
Il 28 giugno 1888 nasce a New Orleans, in Louisiana, Chicken Henry, uno dei personaggi più interessanti del jazz delle origini. Oscar Henry, questo è il suo vero nome, inizia a suonare il pianoforte quando ha dodici anni sotto la guida di Louise Adler, una delle più stimate insegnanti di New Orleans. Dopo aver frequentato vari corsi di perfezionamento presso la Straight University Chicken Henry fa il suo debutto professionale come pianista nei bordelli della sua città intorno al 1906. Deciso a fare del pianoforte la sua unica fonte di sostentamento nel 1913 si trasferisce a Chicago esibendosi in vari club del South Side. Proprio quando si parla di lui come di uno dei solisti di maggior talento nel 1919 resta coinvolto in un grave incidente nel quale perde l’uso di varie dita. Intenzionato a non abbandonare l’ambiente musicale è costretto ad abbandonare il pianoforte per il trombone. Continua a lavorare come trombonista a Chicago fino all’inizio degli anni Trenta anche se la sua capacità professionale non è neppure paragonabile a quella dimostrata al pianoforte. Nel 1932 rientra a New Orleans dove si esibisce in vari cabaret con numerosi gruppi tra cui quello di Paul Beaullieu. Nel 1935 assieme a Louis Nelson entra a far parte della W.P.A. Brass Band di Louis Dumaine. Il suo ultimo importante ingaggio è quello con la brass band di Kid Howard poi di lui si perdono le tracce. 27 giugno, 2020
27 giugno 1924 - Jean Fanis, pianista di bottega
Il 27 giugno 1924 nasce a Wépion, in Belgio, il pianista Jean Fanis. Suo padre e suo nonno hanno un laboratorio-bottega dove vendono e aggiustano ogni genere di tastiera. Per lui è quasi inevitabile cominciare già da bambino a pigiare con le dita sui tasti bianchi e neri. Dopo aver preso lezioni private di pianoforte va alla scuola di musica e al conservatorio di Namur dove lo sorprende lo scoppio della seconda guerra mondiale. Dopo lo sbarco degli alleati in Normandia e la liberazione dai tedeschi inizia a suonare in vari locali. All’Alpha club incontra il vibrafonista Sadi con il quale suona, insieme a Francy Boland e Chris Kellens nei club delle truppe statunitensi acquartierate in Belgio. Si reca poi con Sadi ad Anversa, dove abita con il batteri sta Rudy Frankel e dove incontra Jack Sels con il quale si trasferisce in Germania, sempre per suonare nei club dell'esercito a stelle e strisce. Obbligato da un disturbo alla vista a tornare in Belgio va a vivere a Bruxelles e a partire dal 1952 diventa il pianista fisso della Rose Noire, il club di jazz più noto della città. Nel 1956 decide di cambiare aria. Con il batterista Al Jones e il bassista Roger Vanhaverbeke forma un trio destinato a diventare anche il nucleo centrale del quintetto di Jack Sels e del quartetto di Sadi. A partire dagli anni Sessanta suona con quasi tutti i grandi protagonisti della scena jazz europea e statunitense non disdegnando di tanto in tanto di compiere qualche incursione nel pop e nel rock. A partire dal 1977 torna quasi esclusivamente al jazz come solista. 26 giugno, 2020
26 giugno 1939 – Marisa Terzi da cantante ad autrice di successo
Il 26 giugno 1939, a Berceto in provincia di Parma nasce Marisa Terzi. Allieva del mastro Paolo Cavazzini mostre particolari doti vocali e una spiccata passione per il jazz. Nel 1956, a diciassette anni, vince il Festival del Jazz di Reggio Emilia con Moonlight in Vermont, un classico del repertorio di Backburn. La sua presenza scenica e le sue caratteristiche vocali ne fanno un’interprete ideale anche per le canzoni destinate al pubblico più giovane. Nel 1961 si fa apprezzare alla Sei Giorni della Canzone di Milano con il divertente brano La pazza nel pozzo. L’anno dopo conquista la seconda posizione nella classifica finale del Festival della Canzone Jazz di Saint Vincent con Gentleman scritta da Gian Carlo Testoni e Carlo Alberto Rossi. Proprio con quest’ultimo, abbandonata l’attività di cantante, inizia a collaborare assiduamente come autrice. Il sodalizio con Carlo Alberto Rossi non sarà soltanto limitato all’esperienza professionale e nel 1977 culminerà anche nel matrimonio. Tra le canzoni di successo che portano la sua firma ci sono brani come Se tu non fossi qui, Tu che non sorridi mai e tante altre, tra cui You are my love, registrata da Mina nell'album Finalmente ho conosciuto il Conte Dracula nel 1985.25 giugno, 2020
25 giugno 2004 – New Orleans? è in Svizzera
Il 25 giugno 2004 inizia un'edizione particolarmente ricca di JazzAscona, la più importante manifestazione musicale europea dedicata al jazz tradizionale e classico e una delle principali del mondo. Da vent’anni nella seconda metà di giugno New Orleans è in Svizzera, a non più di una dozzina di chilometri dal confine italiano sulle sponde di un lago le cui onde appaiono indifferenti alle frontiere. Accade nella cittadina di Ascona dove da vent’anni confluiscono decine di migliaia di appassionati. Per la 20th Anniversary Celebration, l’edizione del 2004, gli organizzatori hanno fatto le cose in grande. Fino al 4 luglio il festival ospita trecento musicisti in circa duecento concerti. Ogni giorno le esibizioni iniziano alle 11 del mattino e terminano alle 5 del giorno dopo per un totale di centottanta ore ininterrotte di jazz. Cinque sono i palchi allestiti sul lungolago per una manifestazione che oltre a vari eventi speciali, offre imprevedibili sorprese, tipiche dei grandi raduni jazz. Non c’è divisione tra pubblico e artisti e la possibilità di intrattenersi con i musicisti prima e dopo i concerti non è un privilegio per pochi, ma la normalità. Gli artisti stessi, poi, vivono il festival nelle piazze ed è normale vederli salire sul palco per unirsi ai propri colleghi in appassionate jam session. Il programma del Ventennale è stato costruito con un occhio a tre elementi fondamentali: la tradizione, l’affezione e le passioni del pubblico e le nuove realtà. Il richiamo alla tradizione ha ispirato l’idea di richiamare molti musicisti “storici”, quelli che nelle prime edizioni hanno contribuito a costruire l’immagine del Festival, da Lillian Bouttée a Bob French, da The Wolverines a Storyville Shakers e Thomas L'Etienne. Per soddisfare le passioni delle migliaia di inguaribili innamorati ci sono poi alcuni dei grandi mattatori che hanno animato le esibizioni negli ultimi anni, da Leroy Jones a Ed Polcer, da Englebert Wrobel a Swing Cats e ancora Earl Conway e Marc Richard. Per il filone dedicato alle nuove realtà vanno in scena alcuni giovani musicisti che continuano a perpetuare la tradizione del jazz di New Orleans ma che, insieme, possiedono una versatilità tale da potersi destreggiare con tutti i generi musicali. Tra questi spiccano i nomi di Niki Harris, Barbara Morrison, Herlin Riley, Joan Faulkner e Isla Eckinger. L’Italia sarà rappresentata da Dado Moroni. Non mancano alcune figure leggendarie del jazz americano che regalano ad Ascona un pezzettino del loro genio, come Plas Johnson, Rhoda Scott, Warren Vaché, Wendell Brunious, Eddie Locke o il già citato Bob French. Il ventesimo compleanno è infine l'occasione per il Festival di rendere omaggio a tre giganti della storia del jazz, di cui nel 2004 ricorre il centenario della nascita: Count Basie, Fats Waller e Coleman Hawkins. Proprio l’omaggio alle carriere dei tre giganti è il filo conduttore dei dieci giorni del festival
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