26 novembre, 2020

26 novembre 1975 – Vittoria Mongardi, la cantante che iniziò per gioco

Il 26 novembre 1975 muore a Bologna, la città dove è nata quarantanove anni prima, il 26 febbraio 1926, la cantante Vittoria Mongardi. Dotata di una bellezza che i periodici dell’epoca definiscono “statuaria” Vittoria Mongardi debutta come cantante a vent’anni nel 1946 dopo essersi trasferita a Trieste. L’inizio avviene per gioco nel corso di una festa che si svolge al locale Circolo Ufficiali dell’esercito statunitense. La sua bellezza e la sua personalità colpiscono il maestro Guido Cergoli che le propone di cantare con la sua orchestra. Nel 1948 Vittoria Mongardi debutta con successo ai microfoni di Radio Trieste e due anni dopo ottiene uno straordinario successo con il brano Sapevi di mentire. Nel 1954, chiamata dal maestro Cinico Angelini per sostituire Nilla Pizzi, partecipa al Festival di Sanremo con quattro canzoni: Notturno per chi non ha nessuno, in coppia con Natalino Otto, Angeli senza cielo con Flo Sandon’s, Rose con Katyna Ranieri e Aveva un bavero, insieme al Duo Fasano e abbinata al Quartetto Cetra. Nello stesso anno entra a far parte dell’orchestra di Armando Fragna, con cui resterà fino allo scioglimento della formazione romana. Nel 1957 vince il Festival della canzone italiana a Toronto insieme al Duo Fasano con la canzone Casetta in Canadà. All’inizio degli anni Sessanta, mentre la sua popolarità in patria inizia a declinare, decide di andare all’estero. Continua a esibirsi nei locali di tutto il mondo fino a pochi mesi prima della morte. Tra i suoi successi sono da ricordare L'uomo della mia vita, Cicocì, Il mambo del trenino, Arriva la corriera, Mambo cileno, Mi manca un venerdì, Piccolo brigante, Io vendo baci, Il festival del mambo, Alle terme di Caracalla, Vent’anni in cuore, Batti batti dattilografa, Ritroviamoci, Boccuccia di rosa e Quando vien la sera.


25 novembre, 2020

25 novembre 1930 - Gianni Bedori, alias Johnny Sax

Il 25 novembre 1930 nasce a Mantova il sassofonista Gianni Bedori. Studia clarinetto al conservatorio di Bologna e contemporaneamente suona vari tipi di sassofoni e il flauto in molti gruppi jazz ispirandosi prima allo stile di Charlie Parker, in seguito a quello di John Coltrane. Nel 1963 incontra il pianista Giorgio Gaslini con il quale inizia una collaborazione destinata a durare a lungo. Il sax di Bedori suona in gran parte degli album realizzati da Gaslini negli anni Sessanta e Settanta. Nel 1973 compone la suite Dedicated To Picasso, in cui esplora l'intera gamma degli strumenti ad ancia. Nel campo della musica leggera ottiene un grande successo commerciale con particolari rielaborazioni dei successi più ascoltati sotto lo pseudonimo di Johnny Sax. Muore a Milano il 21 gennaio 2005.




21 novembre, 2020

21 novembre 1936 - Jimmy De Preist, dal piano alla batteria

Il 21 novembre 1936 nasce a Philadelphia, in Pennsylvania, il batterista Jimmy De Preist, registrato all’anagrafe come James Anderson De Preist. Nipote della cantante Marian Anderson muove i primi passi nella musica pigiando sui tasti bianche e neri del pianoforte all'età di dieci anni, passando poi alla batteria che studia anche con un maestro come Jules Benner. Nel periodo in cui i suoi compagni si accontentano di suonare con l’orchestra scolastica, lui è già il leader di una band da ballo. Negli anni dell’università, colpito dall'ascolto di alcuni dischi incisi da Shelly Manne, scopre il jazz e se ne innamora. Il risultato è la formazione di un quintetto che ottiene da parte della Music Society Of America il riconoscimento di miglior gruppo universitario operante nell'est degli Stati Uniti. Nel 1956 a soli vent’anni riveste i ruoli di direttore d'orchestra e di arrangiatore in occasione della prima edizione del Modern Music Festival tenutosi all'università della Pennsylvania. Neppure il servizio militare di leva lo ferma. Nonostante la divisa chiede e ottiene il permesso necessario per partecipare all’edizione del 1959 del Festival del jazz di Philadelphia. L’anno dopo diventa direttore della Contemporary Music Guild e scrive la partitura musicale per un balletto, rappresentato per la prima volta nel febbraio de1 1960 alla Academy of Music di Philadelphia. Muore l'8 febbraio 2013.

17 novembre, 2020

17 novembre 2004 – Il ritorno di Archie Sheep

Mercoledì 17 novembre 2004 l’Auditorium del Parco della Musica di Roma ospita un vero e proprio evento con il ritorno sulle scene italiane di Archie Sheep, uno dei più interessanti personaggi della storia del jazz del Novecento. Il sessantasettenne sassofonista statunitense alfiere del free jazz è da sempre impegnato in dure battaglie contro il sistema capitalista, il razzismo e l’imperialismo del suo paese. Sul palco romano è affiancato dal Roswell Budd Quartet e da un vecchio compagno di lotta e impegno come il poeta e scrittore Amiri Baraka, che scandisce i suoi versi sulla musica. Per il pubblico che affolla la sala è un piacere rivedere e riascoltare un grande strumentista che ha dedicato una vita all’impegno sociale e ha collaborato con i migliori jazzisti americani, da Cecil Taylor a John Coltrane, da Don Cherry a Bill Dixon, a Max Roach, solo per citarne alcuni. Fin dallo shock provocato dalla sua performance in chiave free a Lecco nel 1967 di fronte a un pubblico impreparato ai nuovi suoni, i suoi concerti italiani non sono mai passati inosservati, anche se il raduno di oltre diecimila persone all’Arena di Milano per ascoltarlo insieme all’Art Ensemble of Chicago alla fine degli anni Settanta sembra ormai appartenere a un’altra epoca. Il suo impegno artistico non è mai stato disgiunto da quello politico. Negli anni Sessanta fonda con il batterista Max Roach e con Abdullah Ibrahim, un collettivo di jazz d'avanguardia visto come uno strumento di emancipazione sociale dei neri. Nella sua concezione il jazz, e in particolare il free jazz, potevano diventare un’arma importante per il recupero dell’identità afroamericana e per la lotta contro il razzismo. Come si può immaginare, in quegli anni passa parecchi guai, soprattutto quando, oltre a suonare decide si mettersi a parlare e, soprattutto a scrivere. Acceso sostenitore del black power, rischia la completa emarginazione dichiarando in un articolo il suo appoggio alle lotte antimperialiste di Ho Chi Minh e di Fidel Castro. Messo al bando dalle case discografiche americane trova nuovi amici e nuovi spazi prima in Europa e poi in Africa. Tra i suoi dischi africani rimane insuperato Live at the Pan African Festival registrato ad Algeri nel 1969. Il 17 novembre 2004 il buon vecchio Archie chiude il Roma Jazz Festival e non sono pochi a emozionarsi rivedendolo al fianco di Amiri Baraka.

16 novembre, 2020

16 novembre 1906 - Wallace Jones, la prima tromba del Duca

Il 16 novembre 1906 nasce Baltimora, in Maryland, il trombettista Wallace Leon Jones. Cugino di Chick Webb debutta professionalmente nel 1928 con gli Harmony Birds di Ike Dixon. All'inizio degli anni Trenta si stabilisce a New York dove lavora per un certo periodo proprio con il cugino Webb, prima di essere ingaggiato dall'orchestra di Willie Bryant. Nel 1936 dopo una breve permanenza nel complesso di Putney Dandridge, entra a far parte stabile dell'orchestra di Duke Ellington, prendendo il posto di Arthur Whetsel, e con il Duca suonerà ininterrottamente sino al 1944, svolgendo prevalentemente il ruolo importante, anche se non molto prestigioso, di prima tromba, essendo chiuso, come solista, dai due mostri sacri Cootie Williams e Rex Stewart. Nel 1945 si aggrega all'orchestra di Benny Carter e negli anni immediatamente successivi si esibisce a New York con le formazioni di Snub Mosely e di John Kirby, prima di ritirarsi dalle scene musicali. Muore nel 1983.


14 novembre, 2020

14 novembre 2001 – Quando Genova danzò vicino a Dio

Il 14 novembre 2001 a Genova si conclude una due giorni sospesa tra danza e spiritualità. Nell'ambito degli appuntamenti di Echo Art - Festival Musicale del Mediterraneo, al Teatro della Corte, infatti, si svolge "I suoni dell'estasi", una lunga notte di musica e danza dedicata al sufismo, il movimento mistico-ascetico nato nel VII secolo e accolto dall'ortodossia islamica solo quasi cinquecento anni dopo. Ispiratore di gran parte della letteratura araba e persiana il sufismo prevede il raggiungimento dell'unione mistica con Dio attraverso stadi progressivi da percorrersi sotto la guida di un maestro. In questo cammino spirituale la musica e la danza vengono vissuti come una sorta di liberazione catartica, un abbandono mistico che allontanando dal mondo materiale avvicina alla sfera del divino. Quello che viene proposto a Genova con "I suoni dell'estasi" è un appuntamento ambizioso e decisamente nuovo: un progetto comune di interpretazione e di incontro fra musicisti e danzatori marocchini, italiani e turchi. Il compito di aprire l'incontro viene assegnato alla confraternita Gnawa Sidi Mimoun di Casablanca, rappresentante del sufismo nordafricano, esponente della musica rituale e di trance marocchina. Presenti nelle regioni di Essauira, Fes , Marrakesh, Casablanca, gli Gnawa sono membri della confraternita sufi costituita dagli eredi degli antichi schiavi neri originari del Ghana, Sudan occidentale, Guinea, Mali , Niger , Senegal e portati, come soldati della guardia reale, in Marocco. La principale pratica della loro confraternita è la partecipazione collettiva alla Lila e alla Derdeba, rituali di musica e danza vissuti come liberazione catartica, avvicinamento spirituale e perdita di coscienza. Le roteanti danze estatiche vengono accompagnate dall’incessante poliritmia delle percussioni a membrana T’bel, dalle qaraqeb, le grandi nacchere di ferro, oltre che dall’ipnotica melodia della chitarra tamburo guembri. La seconda parte è dedicata gli ideatori della serata, i gruppi Echo Art e i danzatori della Compagnia Arbalete che propongono un'intersezione tra suono e movimento individuando alcuni scenari possibili tra sacro e profano. Tocca poi alla Sema dei Dervisci Danzanti Mevlevi di Istanbul, diretto dallo Sheik Nail Kesova. Basata principalmente sui versi delle Mescevi, uno dei poemi sacri dell'Islam, la liturgia Mevlevi utilizza musiche, chiamate Vestei-Kadim, composte in oltre cinquecento anni, dal XIV al XIX secolo. Il Sema dei Dervisci Danzanti è una delle forme coreutico-musicali più affascinanti del sufismo. Si apre con l'ingresso nello spazio cerimoniale dei dervisci in preghiera e, dopo la recitazione dei dieci passi più importanti del Corano, un flauto di canna (ney) introduce con una sorta d'improvvisazione (taksim) la parte danzata. I Dervisci, dopo l'approvazione del Maestro, cominciano a ruotare su se stessi in senso antiorario, allargando sempre di più le braccia a formare un ponte simbolico attraverso il cuore, con il palmo della mano destra rivolto al cielo, più in alto della mano sinistra che ha, invece, il palmo rivolto verso terra. È evidente il simbolismo cosmico che tende a rappresentare l'universo, la totalità, l'essenza del divino. La danza è diretta dal semazen che, proprio per mantenere l'unione spirituale, corregge i movimenti in modo impercettibile dall'esterno. L'ultima parte dell'appuntamento genovese è, infine, dedicata a uno straordinario e, per molti versi, unico incontro di musica e danza tra Oriente e Occidente. Per la prima volta una donna occidentale, la cantante Simona Barbera di Echo Art, duetta con lo Sheik Nail Kesova mentre i passi dei danzatori occidentali rammentano ed esaltano la forza evocativa della rotazione dei Dervisci.

13 novembre, 2020

13 novembre 1928 - Hampton Hawes, da Bird ai suoni elettrici

Il 13 novembre 1928 nasce a Los Angeles, in California, il pianista e compositore Hampton Hawes. Il suo incontro con la musica avviene ascoltando spirituals nella chiesa dove il padre è pastore di anime. Ancor piccolo comincia a studiare pianoforte aiutato da una sorella più grande di dieci anni che aspira a diventare concertista. Tenace e costante progredisce velocemente. Nel 1946 mentre è ancora studente alla Polytecnic High School di Los Angeles, ottiene il primo ingaggio nella orchestra di Jay McNeely. L’anno dopo, a diciannove anni, suona con Charlie Parker. L’esperienza resta scolpita nella sua immaginazione. Nei mesi in cui suona con Parker e Howard McGhee cerca di fare tesoro di tutto ciò che vede e che sperimenta. In un’intervista rilasciata qualche anno più tardi ricorda che la concezione del tempo di Parker, la sua maniera di improvvisare non restando legato al tempo ma giocando sugli anticipi, i ritardi o i raddoppi, gli ha fatto comprendere che anche il suo pianismo poteva sfruttare queste risorse. Hampton Hawes suona poi con diverse formazioni di rilievo, come quelle di Wardell Gray, Red Norvo, Dexter Gordon e Teddy Edwards. Durante un concerto organizzato da Gene Norman cattura l’attenzione di Shorty Rogers che lo vuole in studio nel 1952 per la registrazione del primo album dei Giants per la Capitol e dal vivo per il famoso concerto degli Howard Rumsey's All Stars all’Hermosa Beach Lighthouse. Nello stesso anno la sua carriera viene interrotta dal servizio di leva. Dopo il congedo nel 1955 forma un trio con Red Mitchell al basso e Chuck Thompson alla batteria. Il gruppo diventa popolarissimo anche per la sua tecnica inusuale che vede Hawes dialogare con il basso di Mitchell senza mummificarlo nel ruolo d’accompagnamento. Nel 1956 viene premiato come miglior talento dell’anno dalla rivista Down Beat. All’apice del successo è costretto a una lungo periodo di silenzio per gravi problemi personali. Ricomincia a suonare saltuariamente a partire dal 1961 ma soltanto nel 1963 ritorna in scena con una certa continuità. All’inizio degli anni Settanta scopre le nuove suggestioni dell’elettrificazione e muta completamente stile dedicandosi al piano elettrico e al sintetizzatore e fuoriuscendo dalla tradizione bop. Muore a Los Angeles il 22 maggio 1977.

12 novembre, 2020

12 novembre 1930 - Pierre Braslavsky, il jazzista che si fece architetto

Il 12 novembre 1930 nasce a Parigi il saxoclarinettista Pierre Braslavsky. Fin da bambino si dedica allo studio del violino classico ma nel 1946, dopo aver ascoltato il sassofonista Alix Combelle, decide di cambiare strumento e passare al jazz. Comincia così a studiare clarinetto e sassofono soprano. Ricco di talento già nel 1947 fa il suo debutta al club parigino dei Lorientais, in sostituzione di Claude Luter partito per una tournee. Il 18 dicembre 1948 al Coliseum vince l'annuale torneo fra dilettanti organizzato dalla rivista “Jazz Hot” e successivamente partecipa a un gran numero di concerti della serie “Jazz Parade” che lo rivelano al pubblico francese. Nel 1948 forma una propria orchestra che l’anno dopo viene scritturata dalla casa discografica Selmer. L'orchestra è composta da Bernard Zacharias al trombone, René Franc al clarinetto, Eddy Bernard al pianoforte, Roger Kara alla chitarra elettrica, Zozo d'Halluin al basso e Michel Pacout alla batteria. Poco tempo dopo viene scelta per accompagnare Sidney Bechet. L’irrequieto Braslavsky resta con Bechet per qualche mese poi decide di continuare da solo per la sua strada e viene sostituito da Claude Luter. Pian piano scopre che la musica lo appassiona sempre meno e nel 1956 decide di chiudere con il jazz per dedicarsi agli studi di architettura. Muore il 30 giugno 1995.




09 novembre, 2020

9 novembre 1974 - Giovanna Mezzogiorno, talento, studio e applicazione

Il 9 novembre 1974 nasce a Roma Giovanna Mezzogiorno. Figlia di Vittorio Mezzogiorno e dell'attrice Cecilia Sacchi fin da giovane studia recitazione e, per affinare la sue esperienza e le sue qualità, si trasferisce a Parigi intenzionata a frequentare il laboratorio teatrale di Ariane Mnouchkine. A vent’anni entra nel Centre International de Créations Théatrales, il laboratorio teatrale di Peter Brook. Il suo debutto sul palcoscenico avviene nel 1995 quando interpreta Ofelia in “Qui e là”, una ricerca teatrale creata e diretta da Peter Brook ispirata all'Amleto di Shakespeare con testi di Artaud, Brecht, Craig, Mayerhold, Stanislavski e Zeami. Per la sua interpretazione riceve nel 1996 il premio Coppola-Prati. Nel 1997 fa il suo debutto nel cinema nel ruolo di Porzia in “Il viaggio della sposa” di Sergio Rubini che le vale la Targa d'Argento "Nuovi Talenti del Cinema Italiano" alle Grolle d'Oro, il Globo d'Oro della Stampa Estera e il Premio Internazionale Flaiano come migliore interprete femminile della stagione 97-98. L'anno successivo ottiene il Nastro d'argento, il Ciak d'oro e il premio Pasinetti per la splendida interpretazione di Liliana nel film di Michele Placido "Del perduto amore". Nello stesso anno dà voce e volto a Elena Ballarin, una ragazza affetta da distrofia muscolare in “Più leggero non basta”, una fiction televisiva di Elisabetta Lodoli che ha tra i protagonisti anche Stefano Accorsi, destinato a diventare per alcuni anni il suo compagno anche nella vita. Nel 1999 è Anna in “Asini” di Claudio Bisio e Silvia in "Un uomo perbene" di Maurizio Zaccaro, il film ispirato al caso Tortora che la vede ancora insieme a Stefano Accorsi. L’anno dopo interpreta Suor Simplice nel film per la TV "I Miserabili" di Josée Dayan cui segue il ruolo di Giulia in “L’ultimo bacio” di Gabriele Muccino per il quale riceve il Premio Internazionale Flaiano 2001 quale miglior interprete femminile. Nel 2001 è Giovanna in “Tutta la conoscenza del mondo” di Eros Puglielli, Eleonora in “Nobel” di Fabio Carpi e Francesca in “Malefemmene” di Fabio Conversi. Seguono i pluripremiati “Il più crudele dei giorni” di Ferdinando Vicentini Orgnani, nel quale la sua interpretazione del personaggio di Ilaria Alpi le vale il Nastro d’Argento come miglior attrice protagonista, e il ruolo di Giovanna in “La finestra di fronte” di Ferzan Ozpetek per cui riceve il David di Donatello, il Nastro d’Argento e il Globo d’Oro come miglior attrice protagonista. Nel 2003 guadagna un nuovo Nastro d’Argento interpretando Lena in “L’amore ritorna” di Sergio Rubini e nel 2005 vince la Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile alla Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica Venezia vestendo i panni di Sabina in “La bestia nel cuore di Cristina Comencini. Tra le sue interpretazioni più recenti ci sono, nel 2007, quelle della Dottoressa in “Lezioni di volo” di Francesca Archibugi, di Fermina Daza in “L’amore ai tempi del colera” di Mike Newell, di Martina in “L’amore non basta” di Stefano Chiantini e di Flavia in “The Palermo Shooting” di Wim Wenders. Nel 2008 è la protagonista di"Vincere" di Marco Bellocchio. La sua interpretazione le vale un Nastro d'Argento e un Globo d'oro e anche una candidatura come miglior attrice ai David di Donatello 2010,


04 novembre, 2020

14 novembre 1976 – Massimo Dallamano, l’esteta del cinema di genere

Il 14 novembre 1976 muore in un incidente automobilistico Massimo Dallamano, uno dei personaggi che hanno fatto la storia di quello che oggi viene chiamato “Cinema di genere” italiano. Nato a Milano il 17 aprile 1917 inizia a lavorare nell’ambiente cinematografico nel primo dopoguerra quando cura la fotografia di “Inquietudine”, un film del 1946 diretto da Vittorio Carpignano ed Emilio Cordero. Da quel momento lavora sul set di film d’ogni genere, spaziando dall’avventura ai drammi, dai documentari ai peplum. Vive poi da protagonista gran parte dell’avventura del western all’italiana, firmandone alcune pietre miliari come direttore della fotografia e cimentandosi anche nella regia. Non è più un novellino quando la Jolly Film lo chiama a curare la fotografia dei primi film ambientati in quella immaginaria striscia di terra che nella fantasia degli sceneggiatori accompagna la frontiera tra Stati Uniti e Messico. Ha quarantasei anni nel 1963  quando, con lo pseudonimo di Jack Dalmas firma le immagini di “Duello nel Texas” e l’anno dopo quelle di “Le pistole non discutono” e “Per un pugno di dollari”. Quando Sergio Leone lascia la Jolly per passare alla PEA di Alberto Grimaldi lui lo segue e nel 1965 cura la fotografia di “Per qualche dollaro in più”. Anche il suo debutto come regista avviene sotto il segno del western nel 1967 con “Bandidos”, un film inusuale firmato con lo pseudonimo di Max Dillman che racconta la storia di un ex pistolero privato dell’uso delle mani. In linea con il suo passato da direttore della fotografia mostra un’attenzione per i dettagli e le sfumature che denota un inusuale approccio quasi pittorico. L’anno dopo realizza l’intrigante giallo “La morte non ha sesso”. Nel 1969 dirige una sconosciuta Laura Antonelli nel censuratissimo “Le malizie di Venere” ispirato al romanzo di Leopold Masoch “Venere in pelliccia” e nel 1970 gira “Un dio chiamato Dorian”, da un’opera di Oscar Wilde. Nel 1972 torna al giallo con “Cosa avete fatto a Solange?” e l’anno dopo si cimenta nel poliziesco all’italiana con “Si può essere più bastardi dell'ispettore Cliff?”. Nel 1974 gira il dramma erotico “Innocenza e turbamento”, seguito l’anno dopo da “La fine dell’innocenza”. Sempre nel 1975 torna al poliziesco all’italiana con “La polizia chiede aiuto” seguito dal thriller “Il medaglione insanguinato”. Il 14 novembre 1976 muore in un incidente automobilistico pochi mesi dopo aver terminato le riprese di “Quelli della calibro 38”.


31 ottobre, 2020

31 ottobre 1929 – Bud Spencer, dalle Olimpiadi al set

Il 31 ottobre 1929 nasce a Napoli Bud Spencer, al secolo Carlo Pedersoli. Il padre è un uomo d’affari e la famiglia vive in una situazione di discreto benessere. Nel 1940 i Pedersoli se ne vanno a Roma dove il piccolo Carlo entra a far parte di un club di nuoto. Diplomatosi a soli diciassette anni si iscrive all’Università. Nel 1947 segue per un paio d’anni la famiglia in Sudamerica e, tornato in patria, inizia ad affermarsi nel nuoto vincendo titoli in varie specialità e conquistando il record nazionale cento metri stile libero dove scende per primo sotto la barriera del minuto netto. Partecipa poi alle Olimpiadi di Helsinki 1952 sia nel nuoto che nella pallanuoto, a quelle di Melbourne 1956 e a Roma 1960. In quel periodo esordisce anche nel cinema con una comparsata in Quo Vadis?, dove impersona un soldato romano, ma non dimentica gli studi e si laurea in Giurisprudenza. Dopo un tentativo come autore di testi per canzoni lavoricchia nel cinema e produce vari documentari per la RAI. Ex nuotatore olimpionico con un fisico imponente e la faccia da gigante buono Bud Spencer arriva al cinema relativamente tardi. L’assenza di scuole specifiche e l’imponenza della sua figura fanno presagire un suo utilizzo nella parti di caratterista. Forse sarebbe davvero finita così se sulla sua strada non avesse incontrato il western all’italiana, un altro attore apparentemente limitato come Terence Hill e un regista come Giuseppe Colizzi che lo vuole nel suo western Dio perdona... io no!. La pellicola, nella quale fa coppia con Terence Hill, lo fa conoscere e segna l’avvio di una lunghissima e fortunata carriera. Il western all’italiana, per la schematicità dei suoi codici, ha la necessità di attori capaci di caratterizzare nel modo più netto possibile i personaggi perché in genere non c’è né tempo né voglia di indulgere in complicate elaborazioni psicologiche. In questo senso Bud Spencer è perfetto: grande, grosso, generoso e con la faccia da buono si fa capire immediatamente. L’incontro con Terence Hill completa entrambi perché nella coppia ciascuno dà all’altro quello che manca. Colizzi ha il merito di intuirlo per tempo e fare la fortuna di tutti e due. Muore a Roma il 27 giugno 2016.

27 ottobre, 2020

27 ottobre 1962 – Giovanni Ardizzone era il suo nome

Il 27 ottobre 1962 in una Milano blindata muore investito da una camionetta della polizia Giovanni Ardizzone. La sua sola colpa è quella di essere lì per manifestare a favore della pace. Sono giorni difficili e la terra è sull'orlo della catastrofe nucleare. In quella che passerà alla storia come la "crisi dei missili", gli Stati Uniti fanno suonare le trombe di guerra contro un piccolo stato "canaglia", colpevole di aver cacciato le multinazionali nordamericane e di avere scelto la via socialista: Cuba. Nell'immaginario collettivo è la Cuba dei "barbudos", di Fidel Castro, Che Guevara e Camilo Cienfuegos, la "Isla grande" che ha dimostrato al mondo come anche nel cortile di casa degli imperialisti sia possibile dare un senso concreto a parole come libertà, socialismo e comunismo. Come sempre, come oggi, anche allora c'è chi non se ne accorge, chi guarda indeciso, chi si schiera dalla parte del più forte e chi si mobilita, oltre che per la pace, anche per l'autonomia e l'indipendenza di Cuba socialista. Tra questi ultimi c'è Giovanni Ardizzone, il ventunenne figlio unico del farmacista di Castano Primo, un borgo nelle vicinanze di Milano. Studente universitario, iscritto al secondo anno della Facoltà di Medicina e Chirurgia, frequenta il collegio universitario Fulvio Testi ed è un militante comunista. La sua vita quotidiana non è diversa da quella di tanti giovani di oggi. Le sue giornate passano veloci scandite da discussioni, volantinaggi, riunioni, cinema e musica. Quando, come, in tante altre città italiane, la Camera del Lavoro di Milano organizza una grande manifestazione pacifista e di protesta contro l'aggressione statunitense, Giovanni e i suoi compagni sono, come sempre, in prima fila. È il 27 ottobre 1962, un sabato d'autunno. In piazza c'è molta gente e sono tanti, tantissimi i giovani. Dopo il discorso del segretario della CGIL è previsto un corteo per le vie del centro storico di Milano. Alla partenza non c'è particolare tensione. Nonostante la nutrita presenza di polizia, in particolare del Terzo Battaglione della Celere, corpo speciale di intervento anti-manifestazioni, giunto appositamente da Padova, non si registra alcun incidente. Quando la testa del corteo arriva in piazza del Duomo, però, il clima muta all'improvviso. Senza alcuna ragione plausibile la polizia riceve l'ordine di disperdere i manifestanti pacifisti. Scoppia un inferno di cariche, pestaggi, mentre il rombo dei motori delle jeep diventa la colonna sonora di un terrore del tutto ingiustificato. Impreparati all'attacco a freddo i manifestanti tentano di reagire con lanci di pietre e bastoni, ma il rapporto di forza è impari. Le gimkane motoristiche li costringono a rifugiarsi nelle vie adiacenti alla piazza alla mercé dei poliziotti che si scatenano in una vera e propria caccia all'uomo. Dove gli spazi sono più larghi le camionette si gettano a pazza velocità contro i partecipanti al corteo senza fermarsi davanti a nulla. Giovanni Ardizzone viene investito e travolto davanti alla Antica Loggia dei Mercanti, di fronte al Duomo. Poco più in là altri due partecipanti al corteo restano al suolo. Sono il muratore Nicola Giardino di 38 anni e l’operaio Luigi Scalmana, di 57 anni. Da subito si capisce che per il giovane studente non c'è nulla da fare. Giovanni Ardizzone muore poche ore dopo in ospedale. Agli altri due feriti va meglio. Dopo essere stati in fin di vita per alcuni giorni, riusciranno a riprendersi. La notizia dell'uccisione di Giovanni fa il giro della città. Nella notte tra il sabato e la domenica, gruppi di giovani operai, studenti e cittadini arrivano alla spicciolata nel luogo dove è stato ucciso, si siedono per terra e danno vita a una silenziosa veglia. Il giorno dopo, domenica 28 ottobre, i piccoli gruppi sono diventati una folla impressionante che occupa gran parte della Piazza del Duomo e dei dintorni. Il luogo dell'assassinio è sommerso da fiori e cartelli. I parlamentari comunisti e della sinistra presentano note di protesta e interrogazioni urgenti contro una versione "ufficiale" del ministero dell'interno, avallata da gran parte della stampa che parla di “banale, per quanto spiacevole, incidente stradale”. Lunedì 29 ottobre gli operai delle fabbriche milanesi entrano in sciopero e nelle università e nelle scuole superiori di Milano e hinterland vengono sospese le lezioni in segno di protesta contro l’assassinio di Ardizzone. Nella notte tra lunedì e martedì la foto del giovane caduto viene collocata nel vicino Sacrario dedicato ai Caduti della Resistenza, dove continua il pellegrinaggio della popolazione milanese e lombarda. L'emozione e lo sdegno per l'assassinio non si fermano, però, a Milano. In tutto il paese vengono indetti scioperi e manifestazioni di studenti e operai. Giovanni Ardizzone non resta solo neppure nel suo ultimo viaggio. Il giorno dei funerali Castano Primo è invaso da migliaia di persone, arrivate da ogni parte d'Italia per dare l'estremo saluto al giovane comunista caduto combattendo per la pace. Ispirandosi alla vicenda di Giovanni, il cantautore Ivan Della Mea scrive la sua Ballata per l’Ardizzone.


25 ottobre, 2020

25 ottobre 1948 – Anselmo Genovese, più autore che cantante

Il 25 ottobre 1948 a Camporosso, in provincia d’Imperia nasce il cantante e autore Anselmo Genovese. Nel 1965, a soli diciassette anni, firma Ora un brano beat che viene pubblicato su disco RCA dai Kites. Due anni dopo fonda i Sextons, un gruppo dalla breve vita che contribuisce a farlo conoscere. Successivamente passa con i Kidnappers, una band già affermata di cui diventa l’insostituibile chitarrista. Proprio con i Kidnappers incide nel 1968 il suo primo disco, un singolo con i brani E se un angelo e Ho sete. Scritturato come solista dalla Ariston pubblica nel 1969 come Anselmo (senza il cognome) il brano Il fuoco è spento, da lui stesso scritto e composto. L’anno successivo recupera il suo nome intero e partecipa a “Un disco per l'estate” con il brano Per 70 lire. Sempre nel 1970 Paolo Mengoli interpreta con buon successo la sua Muore il giorno ma l'amore no. La svolta nella sua carriera arriva quando Ornella Vanoni, colpita dal talento compositivo, lo convoca e decide di inserire nel suo repertorio Il tempo d’impazzire. Il brano, presentato dalla cantante a “Canzonissima '71” ottiene un grande successo sia in Italia che in Spagna. Due anni dopo Ornella Vanoni incide un altro brano scritto da Anselmo Genovese, Pazza d'amore, sigla della trasmissione radiofonica “Gran Varietà”, presentata da Johnny Dorelli e dalla stessa Ornella Vanoni. Ormai affermato come autore Anselmo Genovese scrive nel 1973 La grande risposta per Giovanna e nel 1974 Farei anche il meccanico per Piero Focaccia. Sempre nel 1974 Anselmo Genovese partecipa a “Un disco per l'estate” interpretando La prima volta, un brano originariamente destinato all’Equipe 84. L’anno dopo una sua canzone intitolata La nostra buona educazione viene pubblicato da Julio Iglesias in cinque lingue e vendendo più di diciotto milioni di copie in tutto il mondo. Nel 1976 partecipa al “Discoinverno” con Sensazione di un grande amore, e l’anno dopo porta al Festivalbar Un grido di gabbiani. Il successo di questo brano gli apre le porte del Festival di Sanremo cui partecipa nel 1978 con Tu sola. Nel 1979 Mina interpreta e porta al successo la sua Anche un uomo, sigla del rifacimento del programma a quiz “Lascia o raddoppia?” presentata Mike Bongiorno. Nel 1980 Genovese pubblica È facile e l’anno dopo Mia cara Brooklyn un brano scritto appositamente per il varietà televisino “Te la do io l’America” presentato da Beppe Grillo. Nel 1987 incide il suo ultimo singolo con i brani Anno 2000 e Senza umanità. Prende poi la decisione di non esibirsi più in pubblico pur continuando a scrivere canzoni come Anche un uomo, Il cigno dell'amore, Senza fiato, Un' aquila nel cuore, Senza umanità, Momento magico e tante altre.


13 ottobre, 2020

13 ottobre 1936 – Shirley Bunnie Foy, una voce da jazz

Il 13 ottobre 1936 nasce New York la cantante Shirley Foy, più conosciuta come Bunnie Foy. La sua è una famiglia di musicisti. Sua madre è una violinista, suo padre un chitarrista, i suoi zii suonano tutti il sassofono e le sue quattro sorelle sono anche esse cantanti. La piccola Bunnie fin da bambina inizia a familiarizzare con tutti i tipi di canto popolare e rurale della cultura afroamericana come il gospel, blues, spirituals, anche alcuni tipi di canti africani e caraibici. In seguito frequenta la New York Schools of Music, studiando pianoforte teoria e solfeggio. In quel periodo collabora e studia anche con John Coltrane e Junior Cook. Negli anni Cinquanta a soli quattordici anni entra a far parte dei Delltones, un quintetto vocale di rhythm ann blues che si esibisce accompagnato da contrabbasso, batteria e da un gruppo di trombonisti tra i quali spiccano i nomi di Slide Hampton, Melba Liston, Dave Baker e Chuck Connors. Lavorato anche con musicisti come Count Basie e Maynard Ferguson. Nel 1959 si trasferisce a Parigi dove canta con il trio del pianista Pierre Franzino che diventerà suo marito. Tornata nel 1965 a New York canta con Archie Sheep e poi entra a far parte del gruppo di Charlie Shavers, che schiera Jo Jones alla batteria. Dal 1966 al 1968 collabora con Curtis Potter nelle sue composizioni e arrangiamenti per sedici voci Nel 1969 torna in Europa e, dopo una breve permanenza a Parigi e a Nizza si trasferisce a Milano per lavorare sugli arrangiamenti per Big Band scritti dal batterista Gil Cuppini. L’anno dopo Enrico Intra la vuole come voce solista nella sua Messa d’oggi, eseguita alla Certosa di Pavia e alla Fenice di Venezia. Negli anni Settanta Bunnie Foy collabora con alcuni dei maggiori protagonisti del jazz di quel periodo, da Franco Cerri ad Art Blackey, da Mario Rusca a Pino Presti Giampiero Boneschi a Johnny Griffin, da Bruno De Filippi a Sante Palumbo, da Freddie Hubbard a Tullio De Piscopo e Paolo Tomelleri. Nel 1977 collabora con Franco e Stefano Cerri alla realizzazione di un album di armonie sperimentali e l’anno dopo reinterpreta in chiave jazz i più grandi successi di Gorni Kramer accompagnata dallo stesso Kramer alla fisarmonica. In quegli anni insegna anche canto jazz nella scuola "Nuova Milano Musica". Instancabile e curiosa sperimentatrice non abbandona mai la scena e ancora nel 2007 ha registrato un disco con il pianista Jean-Sébastien Simonoviez, il contrabbassista François Gallix, il batterista Yohan Serra alla batteria e il sassofonista Gael. Muore a Nizza il 24 novembre 2016.




13 agosto, 2020

13 agosto 1914 - Ivon Debie, il pianista di Django Reinhardt

Il 13 agosto 1914 a St. Jans-Molenbeek, nei pressi di Bruxelles, nasce Ivon Debie, l'unico pianista del mondo a suonare in assolo con Django Reinhardt. Dopo aver studiato privatamente il pianoforte per cinque anni, all'età di diciassette dà vita alla sua prima orchestra con un gruppo di appassionati. L’esperienza lo stimola a continuare su quella strada anche se non gli dà ancora la possibilità di guadagnare a sufficienza. Dal 1937 al 1940 di giorno lavora come contabile mentre di notte dirige una band che pian piano si conquista una discreta popolarità tanto da diventare l’orchestra di Fud Candrix tornato a casa dopo aver partecipato all’inutile tentativo di resistere allo strapotere delle truppe tedesche nei primi mesi di quella che sarebbe poi passata alla storia come la Seconda Guerra Mondiale. Nel 1941 Debie inizia anche a frequentare il conservatorio di Bruxelles mentre gli occupanti tedeschi offrono ai componenti dell'orchestra Candrix due alternative: o lavorare nelle fabbriche in Germania o suonare con l'orchestra a Berlino. Trascorsi a Berlino alcuni mesi, l'orchestra Candrix torna a Bruxelles dove incide quattro dischi con Django Reinhardt. Il 16 aprile 1942 Debie accompagna Django Reinhardt in quattro “a solo” di violino e chitarra (Vous et Moi, Distraction, Studio 24, Blues en mineur) e poi forma una sua orchestra, suonando saltuariamente anche con Stan Brenders. Dopo la guerra forma vari gruppi, da un piccolo combo con Toots Thielemans nel 1946, a una grande orchestra di diciotto elementi che suona per l'esercito americano. Nel 1958 diventa direttore artistico della RCA del Belgio, dove lavorerà fino all’agosto 1979 quando si ritira definitivamente dalle scene musicali.

21 luglio, 2020

21 luglio 1990 - Il muro di Roger Waters davanti al muro di Berlino

Sono almeno duecentomila gli spettatori che il 21 luglio 1990 assistono dal vivo alla messa in scena di “The wall” (Il muro) davanti a ciò che resta del muro di Berlino in Potzdamer Platz, di fronte alla Porta di Brandeburgo, in quella che fino a pochi mesi prima era terra di nessuno tra la parte occidentale e quella orientale della città. L’opera, un classico dei Pink Floyd, dovrebbe essere, nelle intenzioni degli organizzatori, più che una celebrazione della caduta del muro, uno spettacolare ponte di culture lanciato tra due parti d’Europa che si stanno riunendo. Non a caso le immagini più forti della rappresentazione sono quelle delle guerre che hanno insanguinato il nostro continente, viste come un orpello di un passato nato dalla stupidità degli uomini. La sua messa in scena, curata dallo stesso autore, l’ex Pink Floyd Roger Waters, è destinata a diventare un esempio di “concerto europeo” da contrapporre ai ridondanti e, spesso, leziosi quanto monocordi “eventi” di scuola statunitense. Nella stesura spettacolare non c’è solo il rock. Ci sono anche i cori e le orchestre dell’Armata Rossa e della Radio di Berlino Est, ad affiancare un cast eccezionale che comprende, tra gli altri, Bryan Adams, la Band (senza Robbie Robertson), James Galway, gli Hooters, Cyndi Lauper, Ute Lemper, Joni Mitchell, Van Morrison, Sinead O’Connor, gli Scorpions, Marianne Faithfull, l’ex chitarrista dei Thin Lizzy Snowy White e gli attori Tim Curry e Albert Finney. Europei sono anche gli evidenti richiami al mondo delle arti figurative della scenografia, i riferimenti al cabaret e anche le atmosfere musicali, alle quali collabora il direttore d’orchestra Michael Kamen. Oltre ai duecentomila convenuti a Berlino, sono più di due miliardi gli spettatori che assistono, in mondovisione, per più di due ore a uno spettacolo che non annoia grazie ai frequenti colpi di scena e a una tensione interna che si materializza nell’attesa prima della costruzione e poi della distruzione del muro.

06 luglio, 2020

7 luglio 1967 - Alle figlie della rivoluzione non piace Hendrix

Il 7 luglio 1967 è un venerdì. Jimi Hendrix è in viaggio verso Jacksonville, in Florida, con i suoi Experience, dove il giorno dopo l’attende, al Coliseum, il primo concerto di una lunga tournée con i Monkees, i freschi e puliti idoli dei teen-ager locali. È il suo primo tour nella nazione dove è nato, quell’America che non lo ama troppo, che detesta la sua musica nervosa e la mescola di razze che porta nel sangue, metà nero e metà pellerossa. Non è un caso che siano stati gli europei a scoprirlo e a dargli la possibilità di farsi conoscere in tutto il mondo. Il suo manager è un inglese, il ruvido Chas Chandler, già bassista degli Animals, che ha creduto in lui e lo ha aiutato anche economicamente nei momenti duri. In Europa ha colto i suoi primi successi e ora, con l’aureola della gloria, torna nel suo paese per una lunga serie di concerti. Non lo convince l’idea di essere accoppiato ai Monkees, un gruppo dolciastro nato a tavolino come risposta americana ai Beatles, ma i contratti sono contratti e lui è uno di parola. Nel tardo pomeriggio di quel 7 luglio 1967, al suo arrivo a Jacksonville trova, però, la città tappezzata da manifesti che lo contestano. Sono firmati da un gruppo di destra chiamato “Associazione delle figlie della rivoluzione americana” e chiedono ai “veri americani” di mobilitarsi contro le sue esibizioni, considerate “oltraggiose” e “pornografiche”. Non sono minacce vuote. I luoghi dove si deve esibire vengono presidiati da gruppi di manifestanti che danno alle fiamme i suoi manifesti. La contestazione spaventa gli organizzatori della tournée che, dopo aver tentato qualche formale resistenza in nome della “libertà d’espressione”, danno il benservito al buon Jimi e lo rimandano a casa.

6 luglio 1940 – Gianfranca Montedoro, una catanese tra jazz e pop

Il 6 luglio 1940 nasce a Catania la cantante Gianfranca Montedoro, una delle più interessanti voci femminili degli anni Sessanta e Settanta. Sempre divisa tra jazz e musica leggera, muove i primi passi in varie formazioni dixieland romane. Nel 1961 partecipa al Festival Jazz di Saint Vincent con la band di Franco Ambrosetti e Gianfranco Tommaso, ma sviluppa anche un'interessante carriera parallela nella musica leggera, vincendo nel 1963, con la squadra della Sicilia, "Gran Premio", la trasmissione televisiva abbinata alla lotteria di Capodanno. Fra il 1964 e il 1965 gira l'Italia con jazzisti come Carlo Loffredo, Nunzio Rotondo, Gato Barbieri e molti altri. Quando nel nostro paese sbarca la bossa nova forma i Valiom 5, un gruppo composto da musicisti brasiliani. Nello stesso periodo presta la sua voce a varie colonne sonore cinematografiche. Alla fine degli anni Sessanta entra nella formazione dei Braintjchet, un gruppo di jazz-rock guidato dal tastierista belga Joe Vandrogenbroeck, con i quali partecipa al Festival Pop di Caracalla del 1971. Instancabile vagabonda nel 1972 partecipa alla formazione dei Living Music, un gruppo sperimentale di cui fanno parte, tra gli altri, Umberto Santucci, Andrea Carpi e Nino De Rose. Con questa band pubblica l'album To Allen Ginsberg e partecipa al Festival d'Avanguardia e Nuove Tendenze. Affascinata dalle esperienze di confine tra jazz, musica sperimentale e pop, non si risparmia. Il suo approccio non è freddo e distaccato. Non si fa problemi. Presta la sua voce a numerosissime opere di ricerca musicale, ma non disdegna di accompagnare in tour un personaggio di punta del pop come Mal, l'ex cantante dei Primitives. Nel 1975 realizza insieme ai Murple l'album Donna Circo, un'opera a metà tra teatro e musica con i testi di Paola Pallottino. Negli anni successivi, di fronte all'evoluzione del pop italiano e all'affermarsi di nuovi generi e tendenze, finirà per rifugiarsi sempre di più verso il jazz.

04 luglio, 2020

4 luglio 2002 – Il patrocinio dell’Unesco al Folkest

Il 4 luglio 2002 inizia il Folkest, più che un Festival musicale la manifestazione è un luogo dove John Trudell, il cantore dell'epopea e dei drammi dei nativi americani e le musiche zingare del serbo Goran Bragovic si prendono per mano mentre la fisarmonica diatonica del basco Kepa Junkera fa da controcanto a un tappeto di note israeliane e palestinesi. In questo mondo di barriere e ingiustizie planetarie fa bene al cuore sapere che non esiste davvero in un triangolo di terra compreso tra Friuli, Veneto e Istria. Assomiglia all'Isola che non c'è di Peter Pan, ma non è frutto della fantasia. Occidente e Oriente, Nord e Sud del mondo, infatti, si incontrano al Folkest 2002, considerato il più importante festival folk dell'Europa meridionale, dedicato in particolare alle culture etnicamente minoritarie. Dopo più di vent’anni di storia nel 2002 ottiene anche il patrocinio dell'Unesco. Oltre trenta comuni del Friuli Venezia Giulia, del Veneto e dell'Istria ex Yugoslava fanno da scenario agli eventi in programma. L'apertura avviene il 4 luglio con due concerti, quasi in contemporanea, degli irlandesi Niall O'Callanain & S. T. Band a San Quirino e della European Youth Folk Orchestra a Crevatini, in terra istriana. Alla faccia delle frontiere tracciate dagli uomini la musica fin dall'inizio si libra alta, in nome dell'incontro tra i popoli e le loro culture. Tra le ragioni del successo di questo appuntamento, oltre alla capacità di operare scelte artistiche senza compromessi, c'è da considerare anche lo straordinario scenario in cui si svolge. Il suo girovagare tra ville, castelli e antiche piazze ne fa una sorta di festival "zingaro" che si srotola, giorno dopo giorno, abbinando itinerari inconsueti ai suoni di tradizioni spesso dimenticate. Vent'anni di storia hanno consentito al Folkest di diventare adulto e gli interpreti meno noti godono della stessa accoglienza riservata ai grandi nomi, perché ormai del Folkest "ci si fida", e si sa che la qualità dell'offerta è sempre all'altezza. Le proposte del 2002 spaziano come sempre in tutto il mondo e fin dalle prime battute offrono più di una sorpresa con molte perle da conservare, in particolare quella European Youth Folk Orchestra, un gruppo formato da dodici tra i migliori giovani talenti del folk europeo, che ha fatto da apripista. Ogni artista porta il suo bagaglio e lo regala volentieri. Tanta Europa, nei primi giorni, con escursioni tra le atmosfere scozzesi e irlandesi e la presenza del "cavaliere elettrico" Massimo Bubola, seguito dagli spagnoli Azarbe. La serie degli ospiti è infinita: da Vinicio Capossela ai messicani Los de Abajo, dai leggendari cubani Los Van Van agli ottoni della Wedding & Funeral Band, al canto dell'israeliana Noa, alle suggestioni palestinesi dei Radiodervish e a tanti altri momenti di grande emozione. Piccolo esempio della globalizzazione solidale, il Folkest mescola le culture e la sapienza dei popoli in un'unica colonna sonora. Ogni diversità, lungi dall'essere nemica, è apprezzata e, insieme, costituisce l'humus che alimenta la vita stessa della manifestazione.

02 luglio, 2020

2 luglio 1928 - Line Renaud, la ragazza del music hall

Il 2 luglio 1928 a Pont de Nieppe nasce Line Renaud. «Dalle brume del Nord della Francia alle luci di Hollywood e di Las Vegas». Così è stata sintetizzata la straordinaria avventura di Line Renaud, l’applaudita vedette dei music-hall parigini che negli anni Cinquanta porta le atmosfere e le canzoni degli chansonniers francesi in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. Bionda “come un angelo” brucia le tappe e arriva presto al grande successo internazionale dopo aver precocemente conquistato il pubblico parigino del music-hall. Per la sua storia artistica Line Renaud ha finito per diventare un po’ l’elemento di contatto, il ponte attraverso il quale due mondi dello spettacolo apparentemente lontani come quella francese e quello angloamericano si incontrano. La sua voce regala al pubblico d’oltremanica e d’oltreoceano i brani migliori della canzone d’autore della sua terra e, in una sorta di ideale compensazione, porta in Francia le versioni nella lingua di casa dei grandi successi internazionali. Quando prima il cinema e poi la televisione la chiamano, lei non si tira indietro. Si impegna con la costanza e l’instancabile voglia di migliorarsi che da sempre l’hanno caratterizzata finendo per allargare la sua popolarità anche a un pubblico diverso da quello che l’ha scoperta attraverso le canzoni. Proprio il cinema e la televisione le consentono di superare indenne il passare del tempo e la morte del grande amore della sua vita affacciandosi al nuovo millennio con una ritrovata voglia di nuove avventure artistiche.Il 2 luglio 1928 a Pont de Nieppe, un borgo del Nord della Francia vicino alla città d’Armentières, nasce una bambina. Si chiama Jacqueline Enté e, come i personaggi delle favole, ha i capelli d’oro e le guance rosse e vellutate come i petali di rosa. La madre è una stenodattilografa, mentre suo padre fa il camionista e nel poco tempo che gli resta suona la tromba nella banda municipale. La musica incanta la piccola Jacqueline e i genitori la incoraggiano. A sette anni vince il suo primo concorso canoro. Sono anni difficili per tutti. Sull’Europa aleggiano nuove nubi di guerra e suo padre, come gran parte degli uomini in grado di portare un’arma, viene richiamato. Finirà prigioniero e la sua assenza da casa durerà cinque anni. A prendersi cura di Jacqueline restano tre donne: sua madre e le due nonne, una delle quali possiede un caffè ad Armentières nel quale la biondissima ragazzina spesso si esibisce cantando per gli avventori. Nelle intenzioni della famiglia la musica dovrebbe restare poco più di un hobby per la sempre meno piccola Jacqueline, ma come spesso succede il destino ha in serbo qualche sorpresa. Nel 1942 la ragazza legge su un giornale l’annuncio dell’apertura delle audizioni per entrare al Conservatorio di Lille. Nella sua beata ingenuità non fa caso al fatto che l’ammissione al Conservatorio è prevista soltanto per le interpreti di canto classico. Si presenta davanti alla commissione e canta Sainte-Madeleine e Mon âme au diable, due canzoni scritte da Loulou Gasté, uno dei più popolari compositori di quel periodo. Nonostante le premesse l’audizione sortisce comunque un effetto. Al termine dell’esibizione Jacqueline viene avvicinata dal direttore di Radio Lille che vorrebbe scritturarla. Superate le resistenze di mamma e nonne a quattordici anni firma un contratto biennale per interpretare sulle onde della radio le canzoni di Loulou Gasté. Sceglie anche un nome d’arte. Jacqueline Enté diventa così Jacqueline Ray. Come Dio vuole anche la guerra finisce e gli occupanti nazisti lasciano finalmente la Francia. Nell’entusiasmo del dopoguerra Radio Lille finisce per essere un orizzonte troppo limitato per le ambizioni di Jacqueline che decide di tentare la fortuna a Parigi. Nel 1945 ottiene la sua prima scrittura alle Folies Belleville, uno dei più prestigiosi music-hall di quel periodo. Josette Daydé, la vedette dello spettacolo, la rende in simpatia e quasi per farle un regalo decide di presentarle quel Loulou Gasté che è da sempre il suo idolo e del quale interpreta ogni sera le canzoni. L’incontro è fatale per entrambi. Jacqueline ha sedici anni, il compositore ne ha trentasette, ventuno in più, ma tra i due è amore a prima vista. Gasté decide anche di seguirla sul piano artistico. Le impone un cambiamento radicale dell’impostazione scenica, uno stile nuovo, vestiti diversi e, ciliegina sulla torta, anche un nome d’arte più facile da ricordare. Jacqueline, troppo lungo, si accorcia in Line mentre il cognome della nonna materna, Renaud, sembra fatto apposta per restare nella memoria. Scritturata da Radio Luxembourg fa il suo debutto in un programma musicale della domenica che arriva in tutte le case di Francia. Dopo aver registrato qualche brano con la Pacific, in breve tempo si ritrova con un buon contratto discografico con la Pathé Marconi. Tutto scorre così veloce che la ragazza fatica a raccapezzarsi. La prima canzone pubblicata con la prestigiosa etichetta è Ma cabane au Canada, un brano scritto per lei da Loulou Gasté che vince il premio destinato al miglior debutto del 1949 al Gran Prix du Disque. Nello stesso anno canta al Théâtre de l’Etoile aprendo un concerto di Yves Montand e parte per la sua prima tournée fuori dai confini francesi. Il 1950 la vede collezionare un successo dopo l’altro con brani come Ma petite folie o Etoile de neiges, versioni francesi di grandi successi statunitensi di quegli anni. L’anno vede anche il suo trionfo come vedette all’ABC, uno dei music-hall più importanti di Parigi e il matrimonio con Loulou Gasté. Molto apprezzata anche dal pubblico britannico la ragazza comincia ad catturare anche le attenzioni del cinema. Nel 1951 gira il suo primo film. È “Ils sont dans les vignes” di Robert Vernay cui seguono, l’anno dopo, “Paris chante toujours” di Pierre Montazel e nel 1953 “La route du bonheur” di Maurice Labro. Nel 1954 Line Renaud viene scritturata dal Moulin Rouge. La sua popolarità è tale che il celebre locale si garantisce il tutto esaurito per tutti e quattro i mesi in cui il suo nome resta in cartellone. Proprio al Moulin Rouge la vede per la prima volta il comico e intrattenitore Bob Hope che l’invita a partecipare ben cinque puntate del suo show televisivo, forse il più popolare della televisione statunitense di quel periodo. Il successo è immediato. Line canta nei locali più prestigiosi d’oltreoceano e registra anche un brano in duo con Dean Martin intitolato Relaxed-vous. Per tutti gli anni Cinquanta farà la spola tra la Francia e gli Stati Uniti passando anche un lungo periodo a Las Vegas dove il suo nome in cartellone affianca quelli di personaggi come Frank Sinatra o Louis Armstrong. Continua a mietere successi anche nel cinema e, a partire dalla fine degli anni Sessanta, in televisione dove si fa apprezzare per la sua capacità di intrattenitrice e showgirl. Proprio alla televisione francese conduce nel 1973 il varietà “Line direct”. Gli anni passano ma Line sembra non accorgersene e nel 1980 festeggia i trent’anni di carriera al Casino con una serata cui partecipa tutta Parigi. La ventenne principessa del music-hall ha lasciato il posto a una matura e consapevole donna di spettacolo che non disdegna di spendere il suo nome e impegnarsi per cause come la battaglia contro la diffusione dell’AIDS in Africa e nei paesi poveri del mondo. Il lavoro e l’amore del pubblico sono due alleati preziosi che le consentono di superare anche la più brutta sorpresa che il destino potesse farle. L’8 gennaio 1995 alle otto del mattino nella loro casa di Rueil Malmaison, si porta via Loulou Gasté, l’uomo della sua vita. La scomparsa lascia un vuoto immenso e più di mille canzoni. Negli ultimi anni il cinema e la televisione tendono a prevalere sull’attività canora di Line Renaud anche se, di tanto in tanto non disdegna di tornare in sala di registrazione come accade nel 2002 quando, insieme a Charles Aznavour, Nana Mouskouri, Garou e tanti altri registra l’album Feelings, un dolcissimo omaggio al marito scomparso.