24 giugno, 2021

24 giugno 1928 - Bill Grah, tra jazz e pop

Il 24 giugno 1928 a Bergisch Gladbach, nei pressi di Colonia, nasce il vibrafonista, pianista e fisarmonicista Bill Grah. Dopo la seconda guerra mondiale comincia a suonare jazz dando vita anche al Club 47 uno dei più noti jazz club di Colonia. Nel 1954 entra a far parte dell'orchestra di Fatty George con cui resta fino al 1958, anno in cui forma un proprio quartetto con Roland Kovac al piano, Toni Stricker, al violino, suo fratello Heinz al basso e Bob Bluemhoven alla batteria. Curioso e non troppo ligio alle formalizzazioni dei generi negli anni Sessanta dà vita a una lunga serie di proprie orchestre di musica da ballo. Torna poi al jazz a partire dagli anni Settanta alternando l'attività in proprio a quella con la Barrelhouse Jazzband. Muore a Vienna il 17 settembre 1996.




23 giugno, 2021

23 giugno 1972 - Fabio Bonetti, in arte Volo

Il 23 giugno 1972 nasce a Calcinate, in provincia di Bergamo, Fabio Bonetti, più conosciuto come Fabio Volo. Bresciano a tutti gli effetti e orgoglioso di esserlo pur essendo nato (per caso, come dice lui) in provincia di Bergamo Fabio Volo è uno dei più eclettici tra i personaggi affermatisi in questi ultimi anni nello spettacolo italiano. Scrittore, conduttore radiofonico e televisivo, attore cinematografico, televisivo e teatrale si è sperimentato su vari fronti senza mai sfigurare. Figlio di un fornaio dopo le medie alterna lavoretti saltuari all’attività nella panetteria paterna coltivando la speranza di sfondare nel mondo dello spettacolo. Tra il 1994 e il 1995 registra alcuni brani dance per la Media Records tra cui Volo, la canzone che si dice abbia ispirato il suo nome d’arte. I dischi non sono granché ma contribuiscono a farlo conoscere nell’ambiente dello spettacolo. La svolta inizia nel 1996 quando diventa una delle voci più popolari di Radio Capital. Il successo radiofonico gli apre le porte della televisione. A partire dal mese di novembre del 1998 conduce la prima di ben tre edizioni del programma “Le Iene” su Italia 1. Nel 2000 pubblica il suo primo libro, “Esco a fare due passi”, che ottiene un risultato di proporzioni inaspettate vendendo oltre trecentomila copie. Nel 2002 anche il cinema si accorge di lui. Fabio Volo debutta con successo nel film "Casomai" di Alessandro D'Alatri. Sempre nel 2002 recita una parte nel cortometraggio "Playgirl" di Fabio Tagliavia. L’interpretazione gli vale un premio speciale nell'ambito della 40° edizione degli Incontri Internazionali del Cinema di Sorrento. L’anno dopo anche il suo secondo libro “È una vita che ti aspetto” scala le classifiche di vendita. Sempre nel 2003 debutta come attore teatrale in “Il mare è tornato tranquillo” scritto e diretto da Silvano Agosti. Nel 2005 è il protagonista del film "La febbre" di Alessandro D'Alatri e nel 2006 pubblicato il suo terzo libro “Un posto nel mondo”. Nel 2007 torna al cinema con due film: "Manuale d'amore 2 - Capitoli successivi" di Giovanni Veronesi e "Uno su due" di Eugenio Cappuccio che lo vede anche nell’inedito ruolo di sceneggiatore. Nello stesso anno pubblica anche il suo quarto libro dal titolo “Il giorno in più”. Nel 2008 è il protagonista del film "Bianco e nero" di Cristina Comencini oltre a prestare la sua voce a Po, il panda protagonista del film d'animazione della DreamWorks "Kung Fu Panda".


22 giugno, 2021

22 giugno 1963 – Parte la seconda edizione del Cantagiro

Se nella prima edizione del Cantagiro la lotta tra i giovani e gli esponenti della melodia tradizionale si è combattuta fino all’ultimo giorno in un testa a testa equilibrato, nella seconda, che si svolge dal 22 giugno al 5 luglio 1963, i giovani vincono a mani basse. L’unico capace di contrastare lo strapotere giovanile è il solito Luciano Tajoli che, nonostante il sesto posto nella classifica finale vince ben cinque tappe, eguagliando il record stabilito l’anno prima da Adriano Celentano. Tajoli risulta il più votato dalle giurie a Lido di Jesolo, Livorno (a pari merito con Peppino di Capri), a Terni (a pari merito con Peppino di Capri), a Viterbo e a Fiuggi. Il vecchio leone è però costretto a cedere quando iniziano gli scontri diretti e nei quarti di finale viene eliminato da Little Tony.
Questa è la classifica finale :
1° Peppino Di Capri con Non ti credo;
2° Little Tony con Se insieme a un altro ti vedrò;
3° Donatella Moretti con Cosa fai dei miei vent’anni.
4° Gino Paoli con Sapore di sale;
5° Nico Fidenco con Se mi perderai;
6° Luciano Tajoli con Basta che tu sia qui;
7° Giacomo Rondinella con Canto all’amore;
8° Nunzio Gallo con Non era per sempre.


21 giugno, 2021

21 giugno 1991 - A Padova il primo Festival hip hop

Il 21 giugno 1991 al Papessa Club di Padova si svolge il “Primo Festival italiano di musica e cultura hip hop”. La manifestazione rappresenta la definitiva consacrazione di nuovi generi come il rap e il ragamuffin, che in Italia, utilizzando largamente anche i dialetti, percorreranno una strada decisamente originale rispetto ai modelli stranieri cui fanno riferimento. Nel panorama musicale italiano questi generi rivendicano l’eredità della canzone politica degli anni Sessanta e Settanta e, supportati da testi aggressivi, conquistano una larga fascia di giovani grazie a canzoni come Batti il tuo tempo degli Onda Rossa Posse, Fight da Faida di Frankie Hi-NRG, Radio gladio di Sergio Messina, No Games di MC Fresh o Can’t hold us back dei South Force. Il genere suscita l’attenzione delle major discografiche e, soprattutto nel caso del rap, vedrà il crescere parallelo di percorsi meno ostici, più commerciali, che promuoveranno molti nuovi protagonisti della musica leggera italiana come Jovanotti o gli Articolo 31.

20 giugno, 2021

20 giugno 1920 – Little Tom Jefferson, l'erede di Armstrong

Il 20 giugno 1920 nasce a Chicago, nell’Illinois, il trombettista Thomas Jefferson chiamato Little Tom Jefferson. Per la verità alcune biografie lo fanno nascere sempre il 20 giugno ma del 1923 a New Orleans, in Louisiana. Comincia a suonare la batteria da ragazzo, passando successivamente al corno francese e alla tromba. Ottiene i suoi primi ingaggi professionali a New Orleans nella Jones' Home Band l’orchestra nella quale si esibiscono anche Peter Davis, Kid Rena e Red Allen. Nel 1936 si aggrega alla Tuxedo Orchestra di Oscar Celestin e, successivamente, alle formazioni di Sidney Desvignes, Jimmy Davis, Jump Jackson, John Casimir. Negli anni Quaranta suona regolarmente al Paddock, uno dei più rinomati cabaret di Bourbon Street e nel decennio successivo suona e incide con le orchestre di Santo Pecora, Octave Crosby, Johnny St. Cyr, Raymond Burke e George Lewis. Con uno stile molto vicino a quello di Louis Armstrong di cui è un fervente ammiratoreviene considerato uno tra i migliori trombettisti in assoluto del New Orleans revival. Negli anni Sessanta forma una sua jazz band di cui fanno parte anche Frog Joseph, Sam Dutrey, Armand Hug, Lester Santiago, Paul Barbarin e altri musicisti. Insieme ad Alvin Alcorn è considerato uno dei pochi musicisti che cercano di far sopravvivere il messaggio muiscale di Louis Armstrong.

18 giugno, 2021

18 giugno 1909 - Ray Bauduc, una delle migliori batterie dixieland

Il 18 giugno 1909 a New Orleans, in Louisiana, nasce Ray Bauduc, uno dei migliori batteristi dixieland della storia del jazz. Figlio di un trombettista e fratello del banjoista Jules porta ancora i pantaloni corti quando debutta al Thelma Theatre di New Orleans. Il suo primo ingaggio importante arriva dai fratelli Dorsey che lo inseriscono nella loro Wild Canaries. Successivamente dal 1924 al 1926 fa parte del gruppo di Johnny Bayersdorffer. Trasferitosi a New York, registra con gli Original Memphis Five di Phil Napoleon e Miff Mole per la Parlophone, suona nell'orchestra diretta da Joe Venuti e poi entra a far parte di quella del pianista Fred Rich. A soli diciannove anni è guardato con molto rispetto dai grandi protagonisti della scena jazz dell'epoca. Sul finire del 1928, Ben Pollack lo chiama a far parte della sua orchestra, cedendogli il ruolo di batterista per dedicarsi esclusivamente alla direzione orchestrale. Con questa formazione, Ray rimane fino 1934, quando, dopo la scissione che spacca in due l'orchestra di Pollack, entra insieme a Gil Rodin e a molti migliori solisti del gruppo nella big band di Bob Crosby. In questa esperienza che dura fino al 1942 Bauduc si mette in luce come uno dei più grandi batteristi di scuola dixieland che il jazz abbia mai avuto, ottenendo tra l'altro il riconoscimento di miglior batterista del mondo in uno dei referendum indetti intorno agli anni Quaranta dalla rivista specializzata Down Beat. Dopo la parentesi bellica forma insieme a Gil Rodin un'orchestra a suo nome e l'anno dopo dà vita a un settetto dixieland. Dal 1948 al 1950 è con Jimmy Dorsey e nel 1952 entra nell'orchestra di Jack Teagarden. Nel 1955 forma con Nappy Lallare un'orchestra dixieland in sui suonano molti vecchi colleghi delle esperienze precedenti, tra cui Matty Matlock ed Eddie Miller. A partire dagli anni Sessanta rallenta l'attività. Muore nel 1988.


17 giugno, 2021

17 giugno 1922 - Jerry Fielding, quello del "Mucchio Selvaggio"

Il 17 giugno 1922 nasce a Pittsburgh, in Pennsylvania l'arrangiatore e direttore d’orchestra Jerry Fielding, all'anagrafe Joshua Feldman. In possesso di una solida preparazione musicale da giovane suona il piano, il clarinetto e i sassofoni, ma già all'età di diciassette anni lavora come arrangiatore nella West Coast con Alvino Rey, un chitarrista di buon livello. Successivamente scrive arrangiamenti per Tommy Dorsey, per Charlie Barnet, Kay Kyser. Si fa conoscere anche dal pubblico televisivo lavorando come direttore musicale in alcuni shows con Groucho Marx e Mickey Rooney. Nel 1954 è in tournée con una sua formazione e pubblica vari dischi sotto suo nome. Sua è la colonna sonora del film "Il mucchio selvaggio". Muore a Toronto il 17 marzo 1980. 


14 giugno, 2021

14 giugno 1955 - La freccia nata dal maggiolino

Il 14 giugno 1955 nasce la Karmann Ghia, un'auto disegnata sulla struttura della maggiolino Volkswagen. Bassa, slanciata, capace di evocare a prima vista l’idea della velocità, la Karmann Ghia è uno dei modelli più suggestivi tra quelli derivati dal leggendario Maggiolino. Nata dalla collaborazione tra il disegnatore della Ghia, l’italiano Mario Boano, e il costruttore-carrozziere tedesco Karmann, nelle sue varie versioni sfreccerà sulle strade d’Europa per una ventina d’anni. La leggenda vuole che nella definizione delle linee di penetrazione aerodinamica ci sia anche la mano del designer statunitense Virgin Exner, ma non risultano rivendicazioni specifiche né conferme. Tutto comincia nel 1950 quando Mario Boano, in quell’epoca disegnatore per la Ghia, colpito dalle forme del Maggiolino e dalla sua struttura, comincia a lavorare di matita creando possibili vestiti sportivi per quel telaio. Più che proposte sono schizzi, suggestioni, esercizi di bravura senza troppe speranze visto che in casa Volkswagen l’idea di una versione sportiva non entusiasma. La Karmann di Osnabrück, infatti, aveva già inutilmente avanzato una proposta in tal senso, ma in Volkswagen si vedeva come il fumo negli occhi una rivalità con la Porsche, la nuova casa automobilistica fondata dall’antico ideatore del Maggiolino. Wilhelm Karmann, però, non è tipo da mollare così facilmente e quando incontra a uno dei tanti saloni dell’auto Luigi Segre, proprietario della Carrozzeria Ghia, gli propone di lavorare insieme sul progetto e di costruire un prototipo. Nel 1952 è pronto il primo prototipo di una grande cabriolet. È un’auto che dà già l’idea della vettura finale, ma che non riesce ancora a suscitare in chi la guarda la suggestione della maneggevolezza e della velocità. Sembra goffa e incompleta, come se la fantasia del disegnatore fosse venuta meno all’improvviso. In realtà il vero problema è il telaio del Maggiolino. La sua forma non riesce ad adattarsi a un modello che incorpora i parafanghi nella carrozzeria. Dopo vari tentativi si decide di tagliare la testa al toro, o meglio di modificare la struttura del pianale. Da quel momento la strada è in discesa. Alla fine del 1953 è pronto il prototipo definitivo: un coupé a due posti più due eventuali per passeggeri magrissimi con una carrozzeria hardtop, senza montante centrale, bassa e slanciata. Una gioia per gli occhi. Dopo alcuni mesi dedicati a risolvere qualche piccolo problema e a mettere in atto gli ultimi ritocchi, la Vw Karmann Ghia Coupé viene ufficialmente presentata al pubblico il 14 giugno 1955. Rispetto al prototipo ha i paraurti maggiorati e i vetri laterali sono stati rafforzati da un sottile montante. L’accoglienza del pubblico supera le più rosee previsioni dell’ufficio vendite di casa Karmann e, nonostante il prezzo tutt’altro che contenuto, le prenotazioni fioccano. La produzione giornaliera si attesta rapidamente sulla ragguardevole cifra di cinquanta vetture al giorno. Il successo della vettura, oltre che alla sua linea sportiva ed elegante, è da attribuire alla grande affidabilità e alla robustezza di un motore capace di viaggiare per ore ad alta velocità. Sono questi gli elementi che le consentono di conquistare il mercato statunitense e di trasformarsi in una delle vetture di maggior successo della storia dell’automobilismo mondiale. La leggenda narra che il passaggio più difficile della storia della Karmann Ghia sia stata la ricerca del nome per il modello. Inizialmente si pensa di utilizzare direttamente la sigla di progetto, Typ 143, per il nome commerciale, ma l’idea fa storcere il naso a molti. Una sigla è troppo impersonale e anonima per una vettura che cerca di comunicare un’impressione di grande personalità. L’argomento è tutt’altro che un dettaglio trascurabile. Un errore nel nome può banalizzare il frutto di tre anni di ricerca sulle forme e sulla qualità oppure, più semplicemente, fare un pessimo servizio alla diffusione e alla vendita della vettura. Dopo una lunga serie di proposte, verifiche e scarti, si fa largo un’idea semplice e suggestiva? Perché non chiamarla semplicemente Karmann-Ghia? In fondo le due sigle storiche sottolineano, più di qualunque invenzione linguistica, la qualità e l’affidabilità della tecnologia tedesca (Karmann) e lo stile impareggiabile del design italiano (Ghia). Proprio per sottolineare meglio la diversità e la complementarietà dei due caratteri la scritta apposta sul cofano posteriore reca la scritta Karmann intersecata dal nome Ghia in corsivo, come fosse una firma su un’opera d’arte.

13 giugno, 2021

13 giugno 1942 - Martin van Duynhoven, un olandese ai tamburi


Il 13 giugno 1942 nasce a Boxmeer, in Olanda, il batterista Martin van Duynhoven. Dal 1959 al 1960 studia presso il conservatorio di Tilburg, sotto la guida di Tricht e a partire dal 1975, perfeziona la sua preparazione sotto la guida di Andrew Cyrille. In quel periodo partecipa anche a vari workshop tenuti da Charlie Persip. Nella su carriera collabora con molti jazzisti statunitensi come Paul Gonsalves, Don Byas, Booker Ervin, Ben Webster, Jimmy Owens, Burton Greene, Roswell Rudd, Art Farmer e molti altri. In patria è il batterista preferito dai migliori improvvisatori olandesi da Leo Cuypers a Willem Breuker, da Hans Dulfer a Theo Loevendie, da Ronald Snijders, a Loek Dikker e ad Harry Verbeke. Strumentista assai dotato è considerato il miglior batterista olandese e uno dei migliori in Europa.




11 giugno, 2021

11 giugno 1903 - Jimmy James Dudley, dal violino agli strumenti ad ancia

L’11 giugno 1903 nasce ad Hattiesburg, nel Mississippi, il sassofonista e clarinettista Jimmy James Dudley. Cresciuto a St. Louis a dieci anni comincia a studiare il violino passando in seguito agli strumenti ad ancia. Suona con Charlie Creath a Milwaukee, poi con Everett Robbins, Charlie Elgar e Eli Rice. Entrato nei McKinney's Cotton Pickers, ci resta fino al 1934, anno in cui formò la sua orchestra che restò a lungo attiva a Milwaukee e dintorni con occasionati trasferte a Chicago. Nel dopoguerra riduce progressivamente l’attività fino a far pardere per molto tenpo le sue tracce. Gravemente ammalato muore negli anni Settanta nei pressi di Milwaukee.

10 giugno, 2021

10 giugno 1918 – Patachou, la monella parigina

Il 10 giugno 1918 nasce a Parigi Patachou. La critica l’ha spesso definita “una commediante prestata alla canzone”, ma la definizione è riduttiva e rischia di far torto questa straordinaria cantante. Personaggio chiave del processo di rinnovamento della canzone francese degli anni del dopoguerra non s’è limitata a curare se stessa e il proprio repertorio ma ha sostenuto e fatto conoscere al mondo intero personaggi carismatici e geniali come Georges Brassens o Guy Béart. Figlia di un’epoca in cui lo spettacolo non si faceva ancora rinchiudere nell’angusto recinto delle specializzazioni ha arricchito le sue indubbie qualità vocali con interpretazioni che sembravano attingere direttamente alla grande scuola teatrale della commedia dell’arte. Se n’è accorto anche il cinema d’autore che, soprattutto nella seconda parte della sua carriera, le ha offerto nuove e stimolanti opportunità. Patachou nasce il 10 giugno 1918 a Parigi, nel borgo popolare di Ménilmontant e il nome con cui viene registrata all’anagrafe è quello di Henriette Ragon. La piccola è figlia unica di una famiglia di condizioni modeste. Il padre è un ceramista molto apprezzato e la madre è casalinga. In casa Ragon il denaro non abbonda ma quello che arriva è sufficiente per le necessità essenziali e tanto basta. Con qualche sacrificio si trovano anche i soldi necessari a garantire abiti, libri e materiale per mandare a scuola la piccola Henriette che impara così a leggere, scrivere, far di conto e soprattutto a dattilografare, una specializzazione che le regala il primo lavoro della sua vita come impiegata presso le edizioni musicali Raoul Breton. È questo il suo primo incontro, indiretto, con la musica ma non dura a lungo. Quasi a interrompere la monotonia di un lavoro fisso e discretamente pagato arriva lo scoppio della seconda guerra mondiale che spinge la famiglia Ragon a lasciare Parigi e a trasferirsi per sicurezza nelle campagne della zona della Loira dove Henriette trova un lavoro da impiegata in una fabbrica. Qui incontra Jean Billon, un uomo di cui s’innamora, che sposa e con il quale mette al mondo un figlio, Pierre. Mentre la guerra e, soprattutto, l’occupazione tedesca volgono rapidamente verso la fine la donna torna a Parigi insieme al marito mentre la maternità e i nuovi impegni famigliari la portano ad adattarsi a vari lavori senza guardare troppo per il sottile ciò che il destino le regala. È così che si inventa, di volta in volta, venditrice di scarpe, pasticciera e antiquaria. Mentre il tempo passa la musica resta più che altro una passione nascosta da coltivare nel profondo del cuore e da alimentare con l’ammirato stupore con il quale guarda la gente dello spettacolo camminare nelle vie della capitale francese. La situazione cambia improvvisamente nel 1948 quando Henriette e suo marito decidono di rilevare la gestione del Patachou, un ristorante-cabaret della zona di Montmartre. È proprio Henriette a introdurre un’usanza destinata a diventare una leggenda delle notti parigine: la cravatta tagliata del Patachou. Armata di un paio di forbici la donna taglia le cravatte di tutti i maschi che entrano nel locale, siano essi celebrità o semplici cittadini, appendendo poi il pezzo tagliato al soffitto del locale stesso. Nel Patachou Henriette può finalmente dare sfogo alla sua passione per il mondo dello spettacolo. Le risorse e il livello del locale non permettono di offrire alla clientela le stelle più brillanti della Parigi notturna ma, grazie al suo intuito e alla sua passione, sul palcoscenico del cabaret si esibiscono tanti artisti promettenti, molti dei quali destinati a fare molta strada. Spinta dai clienti anche lei finisce per esibirsi e cantare qualche canzone. Dopo i primi tentativi messi in atto quasi per scherzo sera dopo sera prende maggior fiducia in se stessa e regala performance sempre più lunghe ed elaborate. La svolta nella sua vita arriva quando la sua verve seduce un cliente d’eccezione come Maurice Chevalier che resta colpito (lui dirà «sedotto») dal suo carisma e la incoraggia a fare sul serio. Henriette ci crede e nel 1950 con il nome d’arte di Lady Patachou regalatole dai giornalisti parigini, inizia a farsi conoscere anche fuori dalle mura del suo locale. Ha trentadue anni e l’entusiasmo di una ragazzina. La sua voce rauca sottolineata da un’affascinante postura scenica seduce gli abitatori della notte con canzoni come Bal petit bal o Un gamin de Paris. Lady Patachou vive un successo rapido e irresistibile. L’anno dopo viene chiamata ad aprire lo spettacolo di Henri Salvador all’ABC e ottiene la definitiva consacrazione con un’inusuale versione di Mon homme, uno dei cavalli di battaglia di Mistinguett. Il 6 marzo 1952 ascolta per la prima volta uno chansonnier di cui ha sentito dire un gran bene. Si chiama Georges Brassens. Resta impressionata dalle sue canzoni e lo ingaggia per aprire i suoi spettacoli. Tre giorni dopo, il 9 marzo Georges Brassens inizia grazie a lei un percorso artistico destinato a regalargli l’immortalità. Nel 1953 anche gli Stati Uniti s’inchinano di fronte allo straordinario successo della sua tournée iniziata al Waldorf Astoria di New York e continuata con una lunga serie di spettacoli nelle principali città. I giornali parlano di lei come di “Una monella francese dal nome affascinante” e i locali che la ospitano sono tutti esauriti. È proprio in questo periodo che Henriette decide di accorciare il suo nome d’arte togliendo l’imbarazzante titolo di Lady e diventando per tutti e per sempre soltanto Patachou. È il palcoscenico del Théatre des Variétés di Parigi il primo testimone del cambiamento quando nell’aprile del 1954 la cantante si esibisce con il nome più corto e un repertorio rinnovato da una lunga serie di canzoni regalatele da Léo Ferré e Georges Brassens. Nel 1955 accetta l’invito del suo amico Jean Renoir e partecipa al film “French Cancan” scoprendo così il cinema, destinato a diventare il suo secondo grande amore dopo la canzone e prima del teatro. In quell’anno regala al pubblico canzoni come La bague à Jules, Voyage de noces e, soprattutto, Bal chez Temporel, il brano composto dalla sua nuova scoperta Guy Béart. Gli anni Cinquanta assomigliano a una lunga cavalcata di successi scandita da episodi memorabili come i concerti all’Olympia e al Bobino. Nel 1960 al Théâtre des Ambassadeurs entusiasma pubblico e critica con la commedia musicale “Impasse de la fidélité” che conferma le sue qualità sceniche e teatrali. Negli anni Sessanta e Settanta, di fronte ai grandi cambiamenti degli stili musicali e dei gusti del pubblico lei, una delle protagoniste del rinnovamento musicale del dopoguerra, preferisce tenersi un po’ in disparte e dedicarsi più al cinema e al teatro che alla canzone. Non abbandona, però, le scene e, di tanto in tanto, torna a regalare al pubblico concerti strepitosi, come accade nel 1972 al Théâtre des Variétés. Nel 1983 la sua interpretazione di una signora matura in un telefilm di Jacques Ertaud le apre anche le porte della fiction televisiva dove diventa una delle nonne più arzille e amate dal pubblico. Risponde poi con generosità alle richieste dei giovani registi cinematografici che la vogliono nei loro film, spesso sperimentali, oltre che per le sue qualità anche per l’indiscutibile richiamo che il suo nome esercita ancora sul pubblico. Non dimentica, comunque, la musica e nel 1985 pesca dal cilindro delle sue risorse ul recital intitolato “Premiers adieux définitifs” (Primi addii definitivi) che già nel titolo fa capire come per lei quello dell’addio sia un concetto puramente ipotetico. «Non credete ai miei addii», dice ai giornalisti e per rafforzare il concetto in quello stesso 1985 debutta al Théâtre Hébertot nel lavoro teatrale “Le sexe faible” di Edouard Bourdet. Nel 1990 critica e pubblico si inchinano di fronte alla sua interpretazione della versione teatrale di “Des journées entières dans les arbres” di Marguerite Duras. Nel mese di giugno del 2004 il ministro della cultura francese la insignisce del titolo di “Commendatore delle arti e delle Lettere”. Muore il 30 aprile 2015.





09 giugno, 2021

9 giugno 1976 - Joseph Dejean, il gigante del free jazz che aveva previsto la sua morte


Il 9 giugno 1976, dopo aver suonato nel Festival de Saintes muore in un incidente stradale il chitarrista Joseph Dejean. La morte lo sorprende a Montreal, in Canada, la città dove è nato il 4 agosto 1947. La sua morte, che chiude una carriera all'apice del successo, in qualche modo era stata prevista dallo stesso artista che aveva rifiutato di conseguire la patente di guida perché convinto che quei "mezzi rombanti e inutili" l'avrebbero ucciso. A partire dal 1969 fa parte di numerose orchestre e suona con quasi tutti i musicisti d'avanguardia da Archie Shepp a Saheb Sarbib, al Full Moon Ensemble alla Michel Portal Unit ad altri ancora. Nel 1970 dà vita al Cohelmec Ensemble uno dei gruppi più emblematici del free jazz degli anni Settanta nel quale oltre a lui militano il sassofonista Jean Cohen, il flautoclarinettista Evan Chandlee, il trombettista Jean-François Canape, il batterista François Méchali e il vibrafonista Jean-Louis Méchali. Protagonista di spicco dell'effervescente scena del free jazz francese degli anni Settanta, nel 1975 viene insignito del prestigioso "Prix Django Reinhardt". Nella sua carriera suona anche accanto a Noah Howard, Joachim Kuhn e forma inoltre un duetto di chitarre con Gérard Marais. 


08 giugno, 2021

8 giugno 1963 – Pete Seeger sta con la revoluciòn

Non sono molti quelli che negli Stati Uniti del 1963 hanno il coraggio di schierarsi dalla parte del popolo cubano. La revoluciòn di Fidel Castro è vista come una minaccia terribile da contrastare in ogni modo e la tensione sfiora il parossismo dopo che gli aerei spia hanno scoperto alcune rampe missilistiche sovietiche sull'isola. Eppure, nonostante tutto, c'è chi ha il coraggio di schierarsi con Cuba. Pete Seeger, il folksinger amico e compagno di Woody Guthrie sopravvissuto alle persecuzioni anticomuniste del periodo maccartista, è uno di questi coraggiosi. L'8 giugno 1963 nel corso di un concerto alla Carnegie Hall di New York manifesta la sua solidarietà al popolo cubano eseguendo Guantanamera, un brano della tradizione popolare cubana che deve il suo testo al poeta rivoluzionario José Martì. Lo fa con tale passione che il pubblico finisce per accompagnarlo in coro. La versione finisce in un celeberrimo album live del folksinger


07 giugno, 2021

7 giugno 1953 – Non passa la legge truffa

Alle elezioni del 7 giugno 1953 viene respinta la cosiddetta "legge truffa". Tutto comincia nel mese di gennaio del 1953 quando viene approvata dalla Camera una nuova legge elettorale, che conferisce il 65% dei seggi parlamentari al partito o al raggruppamento di partiti che ottenga più del 50% dei voti. La sinistra, che l’ha definita "legge truffa", ha tentato d’impedirne l’approvazione con una grande mobilitazione in Parlamento e nelle piazze. Alla Camera le opposizioni hanno presentato ben milleseicento emendamenti. Durante la sua discussione al Senato, nell’aprile 1953, la tensione tra i due schieramenti tocca l’apice con quaranta minuti di insulti e schiaffi. Dopo la sua approvazione la battaglia si sposta nei seggi elettorali e la legge truffa non passa. Alle elezioni del 7 giugno 1953, infatti, la DC arretra e per poche migliaia di voti il raggruppamento dei partiti di governo resta senza premio di maggioranza. La legge elettorale verrà cambiata circa un anno più tardi.


06 giugno, 2021

6 giugno 1943 – Mimì Maggio, il capostipite

Il 6 giugno 1943 muore a Roma Mimì Maggio. Iniziatore di una dinastia di attori e cantanti, registrato all’anagrafe con il nome di Domenico Maggio, nasce a Napoli il 2 febbraio 1879 in una famiglia di pizzaioli. A soli dieci anni debutta al teatro Rossini di Napoli acquisendo, poi, una vasta popolarità come interprete del repertorio tradizionale napoletano. Nel 1913, insieme a Silvia Coruzzolo e Roberto Ciaramella forma un trio che ottiene un grande successo sceneggiando le canzoni più popolari. Considerato l’inventore della “sceneggiata” sposa Antonietta Gravante, che gli dà sedici figli cinque dei quali destinati a seguire le orme del padre.


05 giugno, 2021

5 giugno 1932 - Pete Jolly, il pianista che si abbevera alla scuola dei boppers

Il 5 giugno 1932 nasce a New Haven, nel Connecticut Peter A. Ceragioli, destinato a lasciare un segno importante nel jazz come pianista con il nome d’arte di Pete Jolly. A tre anni inizia a studiare la fisarmonica sotto la guida del padre che suona e insegna questo strumento. È sempre il padre a incoraggiarlo e aiutarlo quando, a soli anni, passa al piano. I suoi primi concerti sono quelli con l'orchestra scolastica e in vari gruppi locali. All’inizio degli anni Cinquanta si trasferisce a Los Angeles dove nel 1952 viene scritturato da George Auld. Nel 1954 entra nei Giants di Shorty Rogers con i quali resta fino alla fine del 1956 quando passa con il quartetto di Buddy De Franco. Successivamente costituisce un trio sotto suo nome e suona anche in duo con il bassista Ralph Peña. Negli anni Sessanta limita le sue attività a lavori televisivi e cinematografici collaborando con compositori come Neal Hefti, J. J. Johnson, William Byers, Don Costa, Anita Kerr, Artie Butler, Earle Hagen. Registra anche con la Herb Alpert's Tijuana Brass e nel 1974 appare con Ray Brown, Herb Ellis e Louie Bellson all'università statale del Texas per una serie di concerti dimostrativi. In seguito lavora ancora in qualche club dedicandosi anche all'insegnamento. Appare in alcuni spettacoli televisivi jazzistici e partecipa alla realizzazione dei film “Non voglio morire”, “L'uomo dal braccio d'oro”, “Wild Party”. Il suo stile di chiara derivazione boppers è assai incisivo e originale. Muore il 6 novembre 2004 a Pasadena.



03 giugno, 2021

3 giugno 1983 – È ufficiale, in Italia c’è l’AIDS

<Il 3 giugno 1983 dopo un'infinita serie di smentite viene ufficialmente confermato che l’AIDS, il virus che agisce sul sistema immunitario distruggendolo, comincia a diffondersi anche in Italia. Secondo il Ministero della Sanità nel 1982 sono stati due i decessi provocati dalla malattia. Le associazioni degli omosessuali accusano governo e istituzioni scientifiche di non far nulla per informare la popolazione e i soggetti a rischio sulle precauzioni da prendere per evitare di contrarre il morbo.

02 giugno, 2021

2 giugno 1917 - Leonard Caston, detto "Baby Doo”

Il 2 giugno 1917 a Sumrall, nel Mississippi, nasce il cantante, chitarrista e pianista Leonard Caston. Da piccolo viene chiamato Baby Doo, un soprannome che diventerà anche il suo nome d’arte. Comincia a suonare la chitarra a nove anni sotto la guida del cugino Alan Weathersby, e il pianoforte verso il 1936 nella cittadina di Natchez, sempre nel Mississippi dove si è trasferito. Sul finire degli anni Trenta si stabilisce a Chicago, suona con Big Bill Broonzy e Joshua Altheimer e intorno al 1939 è uno dei primi a suonare la chitarra elettrica. Dà poi vita ai Five Breezes con i quali si esibisce in vari locali di Chicago. Nel 1942 sciolto il gruppo, suona con il pianista Bob Moore a Peoria nell'Illinois. Tornato a Chicago forma con il chitarrista Ollie Crawford e il bassista Alfred Elkins i Rhythm Rascals Trio e lavora allo Squire's Lounge, al Cafè Society allo Ship Shore Lounge e in altri locali della città. Nel 1945 sciolti i Rascals, riprende l'attività di pianista a Chicago e l'anno successivo insieme al bassista Willie Dixon e al chitarrista Bernard Dennis, poi rimpiazzato da Ollie Crawford, forma il Big Three Trio con il quale tra la fine degli anni Quaranta e i primi anni Cinquanta si esibisce in vari stati del Midwest. Tornato dal 1955 all'attività di solista di pianoforte a causa di una malattia che lo aveva reso improvvisamente afono, si esibisce occasionalmente con il batterista Reuben Moose Upchurch. Sul finire degli anni Sessanta, ormai guarito, lavora con Sonny Allen. Muore d'infarto il 22 agosto 1987 a Minneapolis, nel Minnesota.




01 giugno, 2021

1° giugno 1966 - Papa Jack Laine l'eccentrico

Il 1° giugno 1966 muore Papa Jack Laine, un eccentrico e geniale jazzista capace di passare con nonchalance dalla batteria al flicorno alla direzione d'orchestra. La sua morte avviene a New Orleans, in Louisiana, la città dove è nato il 21 settembre 1873 con il nome di George Vitelle Laine. Nel 1890 forma la sua prima ragtime band e in quella che da tutti viene chiamata “l’epoca prejazzistica” è a capo di numerosi gruppi bandistici, ai quali dà il nome di reliance bands. Nel 1904 guida una sua orchestra a St. Louis. Nel 1917 si ritira dalle scene musicali per dedicarsi al mestiere di fabbro e più tardi gestisce un’autorimessa. Negli anni Quaranta viene spesso chiamato a tenere conferenze nei jazz club di New Orleans..

31 maggio, 2021

31 maggio 2000 – Addio all'imperatore del Mambo

A Manhattan il 31 maggio 2000 si spegne a settantasette anni Tito Puente, una delle leggende del mambo. Se lo chiamavano il "Re del Mambo", andava su tutte le furie. Non amava confusioni. Lui era "L'imperatore", mentre il Re era cubano e si chiamava Perez Prado. Figlio di emigrati portoricani, Tito Puente, all'anagrafe Ernesto Anthony Puente Jr., nasce il 20 aprile 1923 a New York in quel Barrio Latino di East Harlem, che negli anni Trenta è il crocevia di quasi tutti i fermenti sociali e culturali della gioventù latino-americana della città. Ragazzo prodigio di grande talento musicale e percussionista dagli evidenti colori africani, nella sua lunga carriera ha composto più di mezzo migliaio di brani vincendo quattro volte i prestigiosi Grammy Awards, gli Oscar della musica. «Rivendico il fatto di essere nato nel Barrio di New York dove si passava indifferentemente dal jazz alla musica latina. Per questo amo entrambi i generi senza distinzioni. Non è un caso che, quando me lo posso permettere, tengo i piedi in… due orchestre». Tutto il mondo oggi gli riconosce il merito di aver imposto le sue variazioni ritmiche al jazz orchestrale, anche se per molto tempo, nonostante le prestigiose collaborazioni con Dizzy Gillespie e tanti altri, l'impegno su questo fronte sembrava un po' la valvola di sfogo di un artista in declino. È avvenuto soprattutto nei primi anni Sessanta quando il mambo sembrava essere diventato un cimelio da museo, roba buona solo le nostalgie dei poveri latino-americani. Tito Puente con Celia Cruz, Xavier Cugat e Perez Prado è l'espressione più vera di una musicalità latina che non accetta di essere subalterna e che trova la sua sublimazione in un genere la cui componente africana è rivendicata già nel nome, Mambo, lo stesso del dio della guerra dei popoli caraibici. «Il Mambo è nato da una catena che si è spezzata, quella degli schiavi africani di Cuba, costretti a coltivare lo zucchero rimanendo legati per la caviglia con una grossa e fastidiosissima catena. Allora per far passare il tempo ballavano la rumba, muovendo molto le anche per limitare i movimenti dei piedi. Poi un giorno li slegarono e loro inventarono un ballo più sensuale, veloce ed agile: il Mambo» Così racconta la nascita di questa musica lo scrittore Oscar Hijuelos nel romanzo “I Mambo Kings suonano canzoni d’amore”. Chi può sapere quanto nella descrizione si mescolino realtà e fantasia? Un fatto è, però, certo: c’è qualcosa di magico e misterioso in questa danza che porta il nome di un dio e che fonde in modo armonioso ritmo e sensualità. Negli anni Quaranta Tito Puente assorbe la lezione del compositore e direttore d’orchestra cubano Arsenio Rodríguez, il primo che codifica le strutture ritmiche e armoniche del mambo e ne detta le regole sovrapponendo i ritmi sincopati del jazz orchestrale nordamericano e quelli afro-cubani della sua terra d’origine. Anticipando quanto avverrà in seguito anche con il rock and roll, in esso si incontrano tradizioni musicali molto diverse tra loro: quella nordamericana di derivazione anglosassone e quella caraibica, figlia dell’incontro tra la cultura africana degli schiavi, l’umore delle tradizioni locali e la struggente nostalgia delle melodie spagnole. In questa struttura vive, irrisolto e irrisolvibile, il fascino della contraddizione di una musica eseguita in tempo di 4/4, ma con una suddivisione talmente irregolare da essere ballata come se fosse un tempo di 3/4, ovvero con due movimenti semplici seguiti da un terzo molto marcato. La sua carica liberatoria di ritmo e sensualità non resta a lungo confinata nei quartieri dove si parla la lingua degli antichi conquistadores, ma, a partire dagli anni Cinquanta, si diffonde a macchia d’olio fino contagiare tutto il mondo. In quel periodo Tito Puente inizia a dividersi in due. Da un lato percorre fino in fondo la strada della celebrità commerciale con un'orchestra da sala che compete con quelle dei suoi amici e rivali Machito, Xavier Cugat o Perez Prado e dall'altro non perde occasione di ritrovarsi al Palladium di New York per suonare jazz fino a mattina con gruppi improvvisati. Gli sono compagni d'avventura, di volta in volta, personaggi come Dizzy Gillespie, Charlie Parker, Woody Herman o Buddy Morrow, oltre a numerosissimi musicisti cubani e portoricani. E quando il mambo sembra declinare non si arrende. Continua a comporre brani e a suonare con piccole orchestre nelle feste di battesimo e nei matrimoni della comunità latina di New York. Si ritorna a parlare di lui quando Carlos Santana porta al successo due suoi brani, "Oye como va" e "Para los rumberos", realizzando una nuova sintesi tra il rock e le musiche del Caribe. È l'inizio della rinascita che, questa volta, sarà definitiva. Insignito di ben quattro lauree "ad honorem" da altrettante università, il 20 novembre 1997 vede il suo nome inserito nella Hall of Fame del Jazz accanto a quelli di Nat King Cole, Miles Davis, Ray Charles e Anita O'Day. La popolarità non lo sorprende più. «La mia è una generazione che ne ha viste tante da non stupirsi più di nulla». Probabilmente non la racconta giusta se è vero che, come raccontano, si commuove fino alle lacrime quando legge una dichiarazione di Lou Bega, alfiere dell'ennesima rinascita del mambo: «Le cose nel mondo non vanno bene e oggi c’è forse solo la musica latino-americana che riesce a far star meglio le persone. Sarà perché è moderna o perché ha dentro di sé una forza vera, che viene dalla realtà, ma quando l’ascolti non puoi impedirti di sentirti bene e iniziare a ballare!».