Quello che viene chiamato "rock" non è soltanto un genere musicale. È uno stato d'animo, un modo d'essere che incrocia la musica, il cinema, la letteratura, il teatro e la creatività in genere compresa quella destinata alla produzione industriale. Per chi è nato negli anni Cinquanta e Sessanta è un sottofondo, una colonna sonora di ogni momento della vita, di pensieri e ricordi. Esiste da sempre e aiuta a vivere meglio...
16 settembre, 2022
16 settembre 1925 - B.B. King, il bluesman dei carcerati
15 settembre, 2022
15 settembre 1983 - Sempre Nomadi
Il 15 settembre 1983 il cantante Augusto Daolio e il tastierista Beppe Carletti dei Nomadi festeggiano a Reggio Emilia il ventennale dei Nomadi, periodicamente dati per spacciati, ma capaci ogni volta di risorgere. La storia del gruppo inizia nel 1961 quando a Novi di Modena Carletti e Daolio danno vita ai Monelli con il sassofonista Gualberto Gelmini, il batterista Leonardo Manfredini, il bassista Antonio Campani e il chitarrista Franco Midili. Due anni dopo alcuni cambiamenti nella formazione precedono il cambio di nome in Nomadi. Nel 1965 il gruppo con Carletti, Daolio, Midili, il batterista Gabriele "Bila" Copellini e il bassista Gianni Coron realizzano il loro primo singolo Donna la prima donna, oggi considerato uno dei pezzi più rari dai collezionisti italiani. Il successo arriva l'anno dopo con Come potete giudicar, la versione italiana di Revolution kind, che spopola al Cantagiro. Alla fine degli anni Sessanta la band è una delle più amate dai giovani italiani con decine di brani destinati a restare nella memoria collettiva di più di una generazione. All'inizio degli anni Settanta, sostituiti Copellini e Coron con il batterista Gianpaolo Lancellotti e il bassista Umberto Maggi, il gruppo si orienta verso un genere più commerciale, partecipa al Festival di Sanremo e segna una profonda frattura con il pubblico della prima ora con brani come Un pugno di sabbia o Io vagabondo. Alla metà degli anni Settanta entra in formazione anche l'irlandese Christopher Patrick Dennis, ma l'insuccesso dell'album Gordon sembra preludere alla fine del gruppo. Nonostante le fosche previsioni, la band recupera l'antico spirito e ritorna prepotentemente alla ribalta nel 1981 con Sempre Nomadi e il 15 settembre 1983 a Reggio Emilia ci sono anche i vecchi fans a celebrare il ventennale. Negli anni successivi la band vive un lungo periodo di tensioni interne che si fanno via via più gravi fino a sfociare in un causa giudiziaria sulla titolarità del nome. La spuntano nel 1990 Daolio e Carletti che riprendono il cammino risistemando l'organico e pubblicando l'album Solo Nomadi che segna il ritorno a brani d'impegno politico e sociale. La tormentata storia dei Nomadi non è ancora al capolinea, anche se il destino non sembra guardare con occhio benevolo la band. Nel 1992 il chitarrista Dante Pergreffi morirà in un incidente stradale e pochi mesi più tardi anche Augusto Daolio si arrenderà a un male incurabile. Gli altri guidati da Carletti tireranno avanti anche per loro.14 settembre, 2022
14 settembre 1963 - Pete Seeger non cede
Il 14 settembre 1963 le pressioni di Bob Dylan, Joan Baez e molti altri protagonisti della scena folk statunitense sembrano ottenere finalmente quello che si sono prefissi: convincere l'ABC TV a cessare il boicottaggio nei confronti di Pete Seeger e invitarlo a partecipare allo show "Hootenanny". La richiesta degli artisti, accompagnata da una petizione sottoscritta da migliaia di cittadini sostiene che il grande folksinger è stato vittima di due gravi ingiustizie. La prima è la persecuzione "maccartista" nei suoi confronti che, al contrario di quanto dichiarato ai quattro venti dalle autorità, non è mai finita. Nessun canale televisivo è disposto a dare spazio a quel ragazzaccio compagno d'avventure di Woody Guthrie che continua a dirsi comunista e non nasconde le sue simpatie per Fidel Castro, il nemico numero uno dell'America democratica e kennediana. La seconda ingiustizia riguarda il nome stesso della trasmissione televisiva della ABC TV, "Hootenanny", uno degli show di punta dell'emittente, che, come ricordano i firmatari, è stato rubato dall'appellativo degli happening di musica, poesia, e recitazione messi in piedi dovunque ci fossero lavoratori in lotta proprio da Seeger, Guthrie e altri come loro per tirare su il morale e raccogliere fondi. "Hootenanny" si chiamavano e non erano intervallati dalla pubblicità. Anche per questo il fatto che Pete Seeger non possa partecipare alla trasmissione è, a detta dei firmatari della petizione, una scandalosa ingiustizia. Il 14 settembre, dunque, l'ABC TV comunica di non avere più alcuna pregiudiziale nei confronti di Pete Seeger. Questione finita? No, perché i dirigenti dell'emittente chiedono a Pete Seeger di firmare una dichiarazione di fedeltà nei confronti del governo degli Stati Uniti: «una questione puramente formale». Il folksinger va su tutte le furie e si rifiuta. La «questione formale» diventa sostanziale e l'emittente annulla l'invito. Pete Seeger non parteciperà a "Hootenanny".12 settembre, 2022
12 settembre 1935 - Nasce Trincale, il nostro Woody Guthrie
11 settembre, 2022
11 settembre 1987 – Uno sparo sull’erede di Marley
L’11 settembre 1987 a Kingston in Giamaica tre uomini entrano nella casa di Peter Tosh per rubare. Qualcuno ha detto loro che il cantante è all’estero e che l’abitazione è vuota, ma l’informazione è falsa. Tosh è in casa e non è solo. Con lui ci sono il cuoco vegetariano che l’accompagna ovunque e un amico disk jockey. È un problema che si può risolvere. Spianano le pistole e li uccidono. Finiscono così la vita e la carriera di Peter Tosh, l’interprete di reggae che alla morte di Bob Marley era stato da molti indicato come il suo erede. L’assassinio rafforza le convinzioni di chi crede che ci sia una maledizione destinata a perseguitare i grandi interpreti di questo genere musicale, colpevoli di avere commercializzato una musica che appartiene alla tradizione magico-sacrale della Giamaica. Al momento della sua morte Peter Tosh, che all’anagrafe è registrato con il nome di Winston Hubert McIntosh, non ha ancora compiuto trentatré anni. Nasce infatti il 9 ottobre 1944 e, dopo qualche piccola esperienza come cantante solista, alla metà degli anni Sessanta forma gli Wailers insieme ai suoi amici Bob Marley e Bunny Livingston. Più che per la sua voce si fa apprezzare per la sua genialità musicale. Alla sua fertile creatività si devono, infatti, alcuni dei brani più popolari della band di Marley come Get up, stand up e 400 years. Nel 1974 lascia i compagni per continuare come solista e un paio d’anni dopo diventa popolare in tutto il mondo con il brano Legalize it (Legalizzatela), dichiaratamente a favore della legalizzazione della marijuana. Particolarmente impegnato sui temi sociali nell’album successivo, Equal rights denuncia le ingiustizie sociali giamaicane. La sua attività attira l’attenzione dei Rolling Stones, che lo vogliono con loro nel tour statunitense del 1978 e lo scritturano per la loro etichetta discografica. Dopo la morte del suo vecchio amico e compagno Bob Marley sono molti quelli che sperano di trovare in lui l’erede del “Re del reggae”, anche se la sua produzione appare ancora troppo discontinua e non sempre all’altezza del ruolo che dovrebbe ricoprire. L’11 settembre 1987 la pistola degli assassini chiude per sempre la discussione sulle sue potenzialità artistiche. 10 settembre, 2022
10 settembre 1974 – Si sciolgono le bambole di New York
Il 10 settembre 1974 viene annunciato lo scioglimento dei New York Dolls, la band amata dall’underground newyorkese, ma incompresa e rifiutata dal music business. Il titolo del loro ultimo album Too much too soon (Troppo e troppo presto) riassume più di tanti discorsi il senso della loro breve apparizione sulla scena rock. Troppo in anticipo rispetto ai tempi, hanno aperto nuove strade al rock internazionale senza riuscire a goderne i frutti. Considerati dai critici superficiali i precursori del glam rock, i New York Dolls sono in realtà gli anticipatori dell’ondata rinnovatrice della new wave. Formati nel 1972 dal bassista Arthur Kane, dai chitarristi Johnny Thunder (all’anagrafe Jerry Gonzales) e Sylvain Sylvain (all’anagrafe Sil Mizrahi), dal batterista Billy Murcia e dal cantante David Johansen, fin dal primo momento devono fare i conti con la carica distruttiva di una critica che non accetta il loro esagerato uso di mascara, rossetto e abiti femminili e la loro voglia di provocare. Affascinano, però, la punta più avanzata dell’intellettualità newyorkese che li considera gli eredi dei Velvet Underground. Le vicende interne al gruppo non ne aiutano la carriera. Nell’autunno del 1972, nel corso di un breve tour in Gran Bretagna, perdono Billy Murcia, soffocato nella notte da una quantità industriale di alcool e droghe. Al suo posto arriva Jerry Nolan, con il quale realizzano il loro primo album New York Dolls. Come se non bastassero i problemi iniziano anche a esibirsi con un’enorme bandiera rossa alle spalle e non nascondono le loro simpatie per i comunisti. Per gli Stati Uniti degli anni Settanta è un po’ troppo. Dopo il secondo album, il già citato Too much too soon, vengono scaricati dalla loro casa discografica, la Polygram, e si ritrovano in seri guai finanziari. La storia dei New York Dolls è finita, anche se Johansen e Sylvain, cocciutamente, tentano di tenerne in vita lo spirito esibendosi per qualche anno nei piccoli club ai margini del grande circuito del rock con il nome di Dolls. Sei anni dopo la loro scomparsa la new wave britannica li trasformerà in una band di culto, riconoscendone il coraggio e la capacità di precorrere i tempi. Il riconoscimento postumo servirà anche ad arricchire i discografici, che rimetteranno sul mercato gran parte del materiale a suo tempo disprezzato. Alla fine alcuni di loro cederanno alle suggestioni della nostalgia e rimetteranno in piedi la band, ma questa è già un'altra storia...08 settembre, 2022
8 settembre 1978 – Un saltimbanco alla batteria
L’8 settembre 1978 muore Keith Moon, il batterista degli Who. La sera prima ha partecipato a una festa in casa dell’ex Beatle Paul McCartney. Tornato a casa si è addormentato tranquillo, ma non si è più svegliato. L’autopsia rivela che gli è stata fatale una dose eccessiva di Heminevrin, un sedativo prescrittogli dai medici per sostenere il suo tentativo di uscire dal tunnel dell’alcoolismo. Ha trentun anni e da quindici è l’anima folle degli Who. Nato a Wembley, in Gran Bretagna, il 23 agosto 1946, ha diciassette anni quando incontra per la prima volta i suoi futuri compagni Pete Townshend, Roger Daltrey e John Entwistle, che in quel periodo si chiamano High Numbers. Gli piace il loro modo di suonare e pensa di essere il batterista ideale per quel tipo di musica. Decide di proporsi, anche se il posto alla batteria è già coperto da Doug Sanden. Il giovane Keith non si formalizza tanto e, dopo aver bevuto qualche bicchierino per farsi coraggio, va a trovarli. Quando entra nella sala vestito con un completino color zenzero e leggermente alticcio Pete Townshend interrompe le prove e lo guarda con curiosità. «Vorrei provare a suonare la batteria con voi. Posso?». La risposta è positiva. Sanden si alza e gli cede il suo posto. Keith ce la mette tutta e, sulle note finali, si fa un po’ trascinare dalla foga e distrugge il rullante della batteria. Townshend e Daltrey si guardano e annuiscono. È fatta. Doug Sanden dovrà cedergli definitivamente il posto. Inizia così la straordinaria cavalcata di uno dei più grandi gruppi del rock mondiale. Dopo la sua morte Pete Townshend parla alla stampa anche a nome degli altri Who. Dalle sue parole commosse traspare il presentimento che la storia del gruppo sia finita. «Abbiamo perso il nostro grande saltimbanco, il principale interprete del melodramma, l’uomo che non viveva per sé ma per gli spettatori. Keith si sarebbe dato fuoco se avesse pensato che questo avrebbe fatto ridere o saltare sulle sedie il pubblico... Siamo determinati a continuare e vorremmo farlo anche per lui... La storia degli Who continua ma nessuno potrà mai prendere il posto di Keith.” Viene reclutato Kenney Jones, l’ex batterista degli Small Faces, ma non è più la stessa cosa. 07 settembre, 2022
7 settembre 1984 – Viva i minatori, abbasso la Thatcher
Nel mese di settembre del 1984 i minatori britannici sono impegnati in una delle più lunghe e faticose battaglie che la storia sindacale di quel paese ricordi. Hanno occupato le miniere e sono determinati a resistere a oltranza contro i progetti del governo conservatore. Obiettivo principale della lotta sono i tagli sull’occupazione e, in particolare, la chiusura di alcune miniere, ma il loro impegno diventa anche la punta più avanzata del tentativo di contrastare il disegno governativo di smantellare gran parte della garanzie sociali. I minatori diventano un simbolo di resistenza che va al di là del settore produttivo nel quale operano e attorno alle loro famiglie si sviluppa un grande movimento di sostegno e solidarietà concreta. Associazioni sindacali, comitati e semplici cittadini concorrono a raccogliere fondi, cibo, abiti e tutto quanto serve per sostenerne le necessità primarie. Anche il mondo dello spettacolo si mobilita. Paul Weller, il leader degli Style Council, in una conferenza stampa annuncia la sua intenzione di tenere un concerto a Londra per raccogliere fondi da devolvere ai lavoratori in lotta e spiega ai giornalisti che «Quella gente sta lottando anche per noi, per il nostro futuro. Non possiamo chiedere loro di resistere per mesi senza salario, senza aiuto. Non hanno bisogno di chiacchiere, ma di soldi». L’idea di Weller trova adesione e consenso e il 7 settembre 1984 alla Royal Albert Hall di Londra, una delle sale da concerto più prestigiose della capitale britannica gli Style Council sono tra i protagonisti di una lunga kermesse musicale che vede presenti anche gli idolatrati Wham! di George Michael. I fondi raccolti durante il concerto vengono consegnati al coordinamento della lotta istituito dai sindacati, ma l’impegno di Weller non si ferma qui. Insieme a Mick Talbot, Jimmy Ruffin, D.C. Lee, Vaughn Toulouse e Junior Giscombe, pubblica, sotto il nome di Council Collective, il singolo Soul deep, il cui ricavato è esplicitamente destinato a sostenere le famiglie dei minatori in sciopero. Non si limiterà alle lotte sindacali. Negli anni successivi fonderà insieme ad altri artisti come Billy Bragg e gli Smiths l'organizzazione “Red Wedge”, una sorta di corrente musicale di appoggio all’azione della sinistra del partito laburista britannico.
06 settembre, 2022
6 settembre 1926 - L'inventore del back beat
Il 6 settembre 1926 nasce a Chicago, nell’Illinois, il batterista Freddie Below, famoso in tutto il mondo per il suo modo di accompagnare le esecuzioni di blues, singolare e carico di swing trascinante. Negli anni la sua tecnica, detta del "back beat", ha fatto numerosi adepti. È ancora piccolo quando, nella sua Chicago, vagabonda tra le piccole band che suonano jazz. Lo affascina in particolare la carica innovativa dei boppers, di cui intuisce la carica innovativa prima ancora che il vento inizia a soffiare forte nelle loro vele. Proprio con loro fa le prime esperienze professionali, in particolare con Gene Ammons, che quando lo scopre non vorrebbe più lasciarlo andare via. In realtà il buon Freddie pur considerando il jazz utile per farsi le ossa, ha nel blues il primo, grande e unico amore. Con il suo baschetto spesso costellato da spilline colorate e con la grande croce d'oro appesa al petto, diventa uno dei protagonisti della storia del blues. In realtà lui non vede una grande differenza tra blues e jazz e si muove quasi sempre in una sorta di terra di nessuno in cui i due generi si danno la mano. Dal jazz attinge la precisione tecnica e la rapidità dell'esecuzione, ma al blues deve l'anima, il sentimento e l'ispirazione. Per questo i bluesmen come Junior Wells, Memphis Slim, Eddie Boyd, Otis Rush e Buddy Guy se lo contendono e lo coccolano. Ben presto si accorge di lui anche la Chess, una delle grandi etichette del blues moderno, che lo scrittura e gli apre le porte dei gruppi di artisti come Muddy Waters, Bo Diddley, Chuck Berry, Sonny Boy Williamson, Etta James e Sugar Pie. Nella seconda metà degli anni Sessanta una lunga malattia lo costringe all'inattività forzata. Tornerà sulle scene nel 1969 quando il lavoro di artisti come lui non viene più richiuso in confini né in ghetti. Vagabonderà a lungo alla scoperta del mondo e compirà numerose tournées in Europa e in Africa lavorando anche con l'armonicista bianco Charlie Musselwhite. Muore a Chicago il 14 agosto 1988.05 settembre, 2022
5 settembre 1950 - Una stupida morte per Al Killian
«Una stupida morte per un maledetto stupido!». Così, il 5 settembre 1950 gli amici in lacrime accolgono la notizia della morte di Al Killian, uno dei più straordinari trombettisti di quel periodo, assassinato per futili motivi in un albergo di Los Angeles, in California. Nato a Birmingham, in Alabama, nel 1916 e registrato all'anagrafe con il nome di Albert Killian, non ha ancora compiuto trentaquattro anni ed è stato tradito dal suo carattere stizzoso e irascibile. «È sempre pronto a farsi gli affari degli altri anche quando sono più forti di lui!» Così viene definito da amici e colleghi, del resto l'aria che respira fin dai primi giorni di vita è quella dei locali fumosi del Sud degli stati Uniti, dove quasi sempre quando il clima si fa pesante devi sapere cavartela da solo. Prima o poi, però, trovi qualcuno più forte di te che te la fa pagare. Per Al l'incontro con un balordo più determinato e rognoso di lui è fatale. Finisce così, con un lenzuolo che pietosamente ne copre il corpo, la carriera di un musicista che aveva fatto gridare al miracolo critici e pubblico. Non si sa in quale momento della sua vita sia nata la passione per la tromba, quello che si conosce è, però, la cocciuta determinazione con cui si applica nello studio fino ad acquisire una tecnica straordinaria, soprattutto sul registro acuto dello strumento dove non ha eguali. Dopo lunghi anni passati tra incarichi saltuari e precario lavoro di studio, a ventitré anni ottiene la prima, sospirata, scrittura da Slim Gaillard che nel 1939 lo inserisce nell'organico della sua band. Killian, però, non è fatto per gli incarichi fissi. Ben presto lascia Gaillard e si rende disponibile come una sorta di free-lance della tromba. Molte sono le orchestre che richiedono i suoi servigi. Lavora con Don Redman, con Claude Hopkins e, soprattutto, con Count Basie, il leader che più di tutti sa sfruttare le sue qualità. Nella seconda metà degli anni Quaranta suona nell'ensemble di Lionel Hampton e col gruppo viaggiante del Jazz at the Philarmonic. Finisce poi nella big band di Duke Ellington, con cui nel 1950 arriva anche in Europa per una lunga e acclamata tournée. Proprio in questo periodo ottiene i maggiori consensi della critica che acclama entusiasta il suo ruolo in "Trumpet no end (Blue skies)" e nella famosissima "Liberian suite", entrambe pubblicate anche su disco. La sua carriera ha ormai imboccato la strada che dovrebbe portarlo ai grandi trionfi, ma nel settembre dello stesso anno la morte spegne per sempre la luce del suo genio.04 settembre, 2022
4 settembre 1971 – Joan Baez a Roma
Sola, con una semplice luce bianca che la illumina e la compagnia della sua fedele chitarra: così Joan Baez si presenta la sera del 4 settembre 1971 agli oltre dodicimila spettatori, in gran parte ragazzi e ragazze, che affollano il Palasport di Roma per assistere al suo concerto. Accanto a lei, seduta su una delle due sedie che costituiscono l’unica invenzione scenografica del palco, c’è un interprete che le consente di comunicare e farsi capire dal pubblico italiano. Fin dalle prime ore del mattino la capitale è stata invasa da gruppi di giovani provenienti da ogni parte d’Italia che hanno preso d’assalto i botteghini alla ricerca dei biglietti di gradinata, venduti a mille lire l’uno. Non è la prima volta che la folksinger si esibisce in Italia. L’anno precedente, infatti, è stata a Milano all’Arena Civica e nel 1969 al Teatro Sistina di Roma, ma questa volta c’è un’attesa particolare per questo avvenimento che apre la stagione musicale dell’autunno romano. Joan Baez è reduce dallo strepitoso successo del tema del film “Sacco e Vanzetti” che le ha dato, nel nostro paese, un successo commerciale senza precedenti e, in più, ha annunciato la sua intenzione di dare un più radicale contenuto politico alle sue esibizioni. Il Palasport di Roma l’accoglie con grande entusiasmo e con qualche intemperanza di troppo, soprattutto quando una piccola parte del pubblico inizia a sottolineare con fischi le parole dell’interprete che traduce i lunghi interventi parlati della cantante. La Baez non si fa impressionare e spiega che nei suoi spettacoli parole, musica e ragionamenti politici sono un tutt’uno. Se il pubblico romano non è d’accordo lei è disposta ad andarsene subito, perché non accetta che qualcuno sia lì soltanto per ascoltare qualche canzone. Un fragoroso applauso sommerge i “fischiatori” e il concerto può continuare. Per marcare meglio la sua posizione fa comunicare ai giornalisti in attesa di intervistarla al termine del concerto che non risponderà a domande sulla musica perché per lei il rigo musicale è solo «…un ottimo strumento per trasmettere un messaggio». E durante la conferenza stampa a chi pensa di coglierla in fallo chiedendole se si senta più un simbolo politico o un personaggio musicale risponde: «Io? Io sono solo una magra messicana».03 settembre, 2022
3 settembre 1966 – La band dal punto interrogativo
Sorpresa e curiosità suscita il 3 settembre 1966 l’ingresso nella classifica dei singoli più venduti di un brano interpretato da un gruppo il cui nome è preceduto da un punto interrogativo. Il brano è 96 tears e gli interpreti sono ? & The Mysterians. Il mistero sull’identità della band dà vita a una serie pressoché infinita di ipotesi. C’è chi sostiene sia un disco registrato per scherzo da un gruppo di anonimi sessionmen e chi ipotizza la presenza di nomi illustri dietro a quello che viene scambiato per uno pseudonimo. La casa discografica per molto tempo si guarda bene dal chiarire l’enigma, vista la risonanza del caso. Le congetture e le ipotesi sono, però, destinate a essere spazzate via dall’annuncio della prima tournée del gruppo. Si scopre così che ? & The Mysterians non sono un prodotto da laboratorio, ma una band di intraprendenti ragazzi messicani composta dal cantante “?”, il cui vero nome è Rudy Martinez, dal chitarrista Roberto “Bobby” Valderrama, dal bassista Frank Lugo, dall’organista Francisco “Frank” Rodriguez e dal batterista Eduardo “Eddie” Serrato. Immigrati in modo avventuroso negli Stati Uniti, hanno iniziato a suonare in una cantina della cittadina di Flint nello Stato del Michigan e in breve tempo sono diventati uno dei gruppi di punta del “garage beat” degli States. Il successo commerciale di 96 tears sorprende prima di tutto loro, ma è destinato a restare un episodio isolato che non riusciranno più a ripetere con le successive incisioni. In breve tempo ? & The Mysterians tornano a essere un gruppo “da cantina” idolatrato dai suoi ammiratori ma sostanzialmente ignorato dal music business. Un destino diverso toccherà al loro brano 96 tears che ancora oggi è considerato uno dei grandi classici del “garage” di quegli anni. Periodicamente tornerà a nuova vita e scalerà le classifiche grazie alle versioni di artisti come Eddie & The Hot Rods, Garland Jeffreys, gli Stranglers e tanti altri. Il ricorrente successo del brano riporta di tanto in tanto agli onori della cronaca anche i suoi primi interpreti come, nel 1985, quando gran parte del lavoro di ? & The Mysterians è stato pubblicato nell’album antologico 96 tears forever.01 settembre, 2022
1° settembre 1979 - Sette pazzi scatenati
Il 1° settembre 1979 i Madness entrano per la prima volta nella classifica dei dischi più venduti in Gran Bretagna con il singolo The Prince, un brano dedicato al giamaicano Prince Buster, re del bluebeat. Inizia così il successo commerciale di uno dei più contraddittori e discussi gruppi ska. Nati alla fine del 1976 per iniziativa di Mike Barson e Lee “Kick” Thompson, due ragazzi famosi nel loro quartiere più per la loro abilità nel rubare dischi dagli scaffali dei supermercati che per la preparazione musicale, i futuri Madness sono originariamente un trio nel quale Kick suona il sax, il loro amico Chris “Chrissie Boy” Foreman la batteria e Mike, l’unico che ha qualche nozione musicale, le tastiere. L’incongruenza della formazione è evidente anche ai ragazzi tanto che nel 1977 il gruppo diventa un sestetto con Gary Dovey alla batteria, con Carl “Chas Smash” Smyth che prima suona il basso e poi passa ai fiati con l’arrivo del bassista Mark “Bedders” Bedford. Quando Dovey se ne va affidano la batteria a John Hasler che però non sa suonare. Dopo un mese di prove decidono che Hasler funziona più come manager del gruppo che come batterista e dietro ai tamburi arriva Dan “Woody” Woodgate, un vecchio amico di Bedford. I sei, che in quel periodo si chiamano Invaders, diventano sette con l’arrivo del cantante Graham “Suggs” McPherson. All’inizio del 1979 cambiano nome in Madness e vengono scritturati dalla 2-Tone, l’etichetta ska autogestita fondata da Jerry Dammers, il leader degli Specials. Figli delle periferie londinesi e attivi militanti antifascisti e antirazzisti, diventano famosi per la loro capacità di mettersi nei guai in un periodo in cui i concerti di ska sono spesso bersaglio delle violenze dell’estrema destra. I Madness amano passare dal ruolo dei provocati a quello dei provocatori, secondo la regola universale del «chi picchia per primo vince». Per questo, a volte, di fronte alle prime provocazioni verbali abbandonano il palco e si gettano tra il pubblico dando il via a risse colossali. Sul piano musicale c’è chi li ama e chi li detesta. La critica li tratta o come una banda di buffoni o come uno dei gruppi più originali del periodo. Il pubblico, però, si innamora dei sette pazzi scatenati che con il successo di The Prince iniziano una lunghissima carriera destinata a sopravvivere anche alla rapida fine del movimento ska. 31 agosto, 2022
31 agosto 1976 - Quel copione di George Harrison
Il 31 agosto 1976 l’ex Beatle George Harrison viene riconosciuto colpevole di plagio. My sweet Lord, il suo grande successo pubblicato nel dicembre del 1970, è stato spudoratamente copiato dalla canzone di Ronnie Mack He’s so fine, portata al successo dalle Chiffons nel 1963. A nulla è valsa la linea difensiva predisposta dai legali di Harrison che sostenevano la casualità della coincidenza di alcuni brevissimi passaggi. A loro dire, infatti, l’ex Beatle si era, casomai, ispirato a un altro brano, Oh happy days, portato al successo dagli Edwin Hawkins Singers nel 1969. La vicenda, trascinatasi per alcuni anni ha ridato nuova popolarità al brano di Ronnie Mack che è stato ripubblicato in varie versioni, compresa quella originale delle Chiffons. La chiusura della causa legale scrive la parola fine sulla vicenda. Il giudice statunitense Richard Owen accoglie la tesi della non casualità delle coincidenze tra le due canzoni, rilevando come esse sono sostanziali e decisive nella stessa struttura compositiva, oltre che nell’arrangiamento, di My sweet Lord. La sentenza, che verrà resa pubblica il 7 settembre, condanna George Harrison a pagare più di mezzo milione di dollari alla Bright Tunes a titolo di compensazione per i diritti non percepiti e diffida il cantante e il suo manager dal mettere in atto azioni, atteggiamenti o iniziative che possano recare altri danni alla stessa Bright Tunes. Apparso a tutti come il più dinamico dei Beatles dopo lo scioglimento della band, Harrison, aveva centrato subito il successo con l’album triplo “All things must pass” che aveva fatto gridare al miracolo la critica. L’entusiasmo della stampa specializzata orfana dei quattro di Liverpool e alla ricerca di un sostituto era parso un po’ troppo eccessivo. Titoli come quello di “Melody Maker” che strillava «Dimenticate i Beatles. Ascoltate George!», non avevano una reale consistenza nella qualità della produzione dell’artista. Passata la sbornia iniziale, l’immagine dell’ex Beatle si era appannata a partire dal 1971, un po’ per le vicende legali relative a My sweet Lord ma, soprattutto, per i pasticci truffaldini legati all’organizzazione del Concerto per il Bangladesh. 30 agosto, 2022
30 agosto 1961 : Roberto Ciaramella, la più bella voce d'angelo
Il 30 agosto 1961 muore Roberto Ciaramella. Ha settantaquattro anni e all'Italia distratta dal boom il suo nome non dice più niente. Eppure è stato uno dei personaggi più importanti della scena musicale di Napoli, città dove nasce nel maggio del 1887. Il Novecento non è ancora iniziato quando debutta, a soli sette anni, al Teatro Rossini di Napoli cantando l'inedita "Maria Marì" di Eduardo Di Capua, suo maestro di canto. In breve tempo il bambino prodigio diventa un beniamino del pubblico nel capoluogo partenopeo tanto che viene chiamato a far parte del gruppo di artisti che mettono in scena la "Cantata dei pastori" di Angelo Gabriele. È in questo periodo che, proprio giocando sul nome di Gabriele, Ciaramella si conquista il soprannome di "la più bella voce d'Angelo". A sedici anni si arruola in marina e la sua carriera sembra chiudersi lì, ma il richiamo del palcoscenico è più forte della paga militare. Nel 1913 è nuovamente in scena insieme ad altri due personaggi fondamentali per l'evoluzione dello spettacolo napoletano: Mimì Maggio e Silvia Coruzzolo. Con loro forma un trio le cui esibizioni sono oggi considerate tra i primi tentativi di sceneggiata. Di nuovo la divisa sembra sbarrare la strada della sua carriera. Con lo scoppio della prima guerra mondiale viene richiamato sotto le armi. Nel 1918 quando il conflitto finisce torna ancora a Napoli e si riunisce ai suoi due compagni d'avventura. Nel 1920, costretto a letto da un banale, ma fastidioso, infortunio, comincia a mettere sulla carta qualche idea. In breve tempo diventa un prolifico e geniale autore di sceneggiate, macchiette e canzoni popolari. Alla sua inventiva si devono canzoni in lingua partenopea che hanno fatto epoca come "O squilibrato" e "Ah Matalè". La sua napoletanità non ha confini. Come molti suoi compaesani prende "il vapore" e se ne va negli Stati Uniti, accolto da vere e proprie manifestazioni di piazza. Le sue tournée oltreoceano saranno numerosissime. In quegli anni traduce gran parte del repertorio tradizionale partenopeo nello slang di Little Italy favorendone la diffusione. Fa lo stesso, all'inverso, con alcuni brani americani che inserisce nel repertorio destinato al pubblico di Napoli previa traduzione in dialetto. Sulle due sponde dell'oceano registra gran parte delle canzoni dell'epoca tanto da lasciare in eredità ai posteri un'imponente mole di materiale fonografico. Memorabili restano anche i suoi duetti con la moglie Anna Carlevalis e con Ciccillo Rondinella, uno dei monumenti della napoletanità. 29 agosto, 2022
29 agosto 1911 - Marcel Bianchi, la miglior chitarra dopo Django Reinhardt
Il 29 agosto 1911 nasce a Marsiglia, in Francia, il chitarrista Marcel Bianchi. Fin da ragazzo si lascia affascinare dalla musica e studia il mandolino, il violino e la chitarra. Negli anni della gioventù non pensa che il mestiere dello strumentista possa diventare un modo per guadagnarsi da vivere. La svolta arriva nel 1934 quando, dopo aver avuto l'occasione di accompagnare Louis Armstrong in uno dei suoi concerti francesi decide di trasformare l’hobby in un lavoro. Due anni dopo, nel 1936, diventa musicista professionista. Nel 1937 si stabilisce a Parigi dove viene ingaggiato da Alix Combelle e suona con quasi tutti i protagonisti della scena jazz parigina di quel periodo, da Philippe Brun a Stéphane Grappelli, da Jerry Mengo a Bill Coleman, a Fletcher Allen a molti altri. Partecipa anche ai concerti dell'Hot Club di Francia. La sua attività viene interrotta dalla guerra. Imprigionato dai tedeschi riesce a fuggire dal campo di prigionia in cui è stato rinchiuso e si stabilisce in Svizzera. Al suo ritorno in Francia, ne1 1946, è tra i primi ad adottare la chitarra elettrica. Forma un sestetto con il quale si esibisce in numerosi club a Parigi, sulla Costa Azzurra, e in tournée all'estero. Dotato di una eccellente tecnica e di una buona sonorità, Marcel Bianchi appare influenzato da Charlie Christian e Les Paul. La critica lo considera il miglior chitarrista francese dopo Django Reinhardt. Muore nel 1998.26 agosto, 2022
26 agosto 1994 - Rap, coltelli e tanti soldi
Si chiama Colin Alexander Easton, ha ventisei anni e nessuna vocazione alla popolarità. Il 26 agosto 1994 viene accoltellato a Glasgow durante un concerto del rapper Ice Cube. Il volto di Colin Alexander fa il giro del mondo e riapre la mai sopita polemica nei confronti del rap e soprattutto di personaggi come Ice Cube, perennemente in bilico tra inferno e paradiso, tra coerenza e mercato. Nato a Los Angeles, O'Shea Jackson, questo è il vero nome di Ice Cube, si impone all'inizio degli anni Novanta come uno dei più carismatici e discussi rapper hardcore statunitensi. La sua popolarità, inizialmente limitata ai giovani dei quartieri neri delle grandi metropoli, esplode all'improvviso nel 1991 quando l'album Death certificate arriva al secondo posto nelle classifiche di vendita degli Stati Uniti. L'imprevisto exploit coglie di sorpresa l'ambiente musicale statunitense e provoca polemiche a non finire. Ice Cube viene accusato di essere razzista e di incitare alla violenza, in particolare nei confronti delle comunità ebraiche, prese di mira dalla sua No vaseline, e coreane, attaccate nel brano Black Korea. La campagna di accuse e controaccuse non fa che giovare alla causa commerciale del rapper, che interpreta con perfezione un po' sospetta la parte del personaggio maledetto, aggressivo e un po' losco. In breve tempo diventa più di un mito per i giovani dei quartieri neri, soprattutto nel 1992 quando pubblica, immediatamente a ridosso della rivolta nera di Los Angeles, l'album The predator e il singolo Wicked che schizzano con la rapidità del fulmine ai vertici delle classifiche di vendita. Deciso a sfruttare fino in fondo la sua popolarità si presta a essere variamente strumentalizzato, non rifiutando neppure qualche offerta commerciale non proprio coerente con il suo personaggio. Si fa conquistare anche dal cinema e partecipa a film non memorabili come “I trasgressori” di Walter Hill che doveva originariamente intitolarsi "I saccheggiatori", termine considerato "politicamente scorretto" dopo la rivolta di Los Angeles. Negli anni successivi la sua popolarità non accenna a scemare anche se le frange più radicali del movimento rap prendono le distanze da lui, accusandolo di essere ormai una macchina mangiasoldi. L'accoltellamento di Glasgow arriva al momento giusto per rilanciare il "lato oscuro" di questo rapper un po' in difficoltà a reggere il ruolo che gli è stato costruito addosso. Ice Cube non commenta, ma i suoi produttori si fregano sicuramente le mani…16 agosto, 2022
16 agosto 1977 – Muore Elvis
Nella notte tra il 15 e il 16 agosto 1977, a Memphis, nel Tennessee, muore un cantante e inizia un mito. Elvis Presley, soprannominato “the Pelvis”, il ragazzone dalla voce scura capace di muovere il bacino in un modo oltraggioso, si spegne per un attacco cardiaco sull'ambulanza che lo sta trasportando al Baptist Memorial Hospital di Memphis. Da mesi, forse da anni consumato dall’abuso di psicofarmaci, il suo cuore cessa per sempre di battere. Il simbolo del rock and roll muore e nello stesso giorno prende il volo un mito destinato a continuare fino ai giorni nostri, pur se attraversato da più di una contraddizione. Per alcuni, infatti, Elvis è stato il protagonista indiscusso della prima, grande, ribellione giovanile, mentre altri lo ritengono l’inconsapevole eroe di un’operazione tendente a privare il rock & roll originario della sua carica eversiva. Alla seconda schiera appartengono i nuovi protagonisti neri della ribellione musicale, che lo considerano, senza mezzi termini, come un bamboccione bianco manovrato dal music business. Osserva, infatti, il rapper Ice-T che «…negli anni Cinquanta i brani di Little Richard e Chuck Berry venivano definiti “suoni da jungla”, poi l’industria ha capito che poteva essere un affare e ha tirato fuori dal cilindro un caro ragazzo bianco del Sud come Elvis Presley». L’idea, secondo i sostenitori di questa tesi, non era quella di fermare il rock, ma di inglobarlo nel sistema del music business depotenziandone la componente nera. A distanza di anni dalla morte del mito questo giudizio appare corretto ma incompleto perché il fenomeno rappresentato da Elvis Presley non può essere considerato soltanto una semplice operazione industrial-culturale. È sufficiente dare uno sguardo alle scene che accompagnano il suo funerale per capire come fin dai primi giorni dopo la morte dell’eroe, il mito sia andato al di là del semplice fenomeno indotto. Fra i settantacinquemila e gli ottantamila sono, secondo la polizia i fans che al momento dell’addio definitivo circondano Graceland, la favolosa villa di Memphis nella quale il re del rock and roll ha vissuto fino agli ultimi giorni della sua vita in una situazione di alienante, pur se dorata, solitudine. E quella che accorre a dargli l’ultimo saluto è una folla disperata e piangente, non aliena da gesti di isteria, multietnica e colorata. Resterà, per disposizioni superiori, ai margini delle cerimonie ufficiali, sarà costretta a viverle a distanza di sicurezza, visto che alla cerimonia ufficiale, cui sono stati ammesse solo centocinquanta sceltissime persone, ma non rinuncerà a far sentire la sua presenza. Rincorre un mito che altri hanno preparato per lei? A chi osserva superficialmente può sembrare che sia così. Gli occhi della generazione che l’ha conosciuto e amato però vedono in Presley qualcosa che va al di là della abusata storia del cantante leggendario che trova nella morte la sua definitiva consacrazione ideale e commerciale. Osservano lo svolgersi degli eventi ma si muovono in un territorio imprevisto: occupano anche gli spazi proibiti, quelli non direttamente commerciali, usando la memoria come un’arma invincibile. Scandiscono note e parole di brani che hanno accompagnato la presa di coscienza di una generazione e ne fanno inni imprevisti e del tutto imprevedibili. Travolgono le rassicuranti certezze del music business e trasformano Elvis nel simbolo che, probabilmente, non è mai stato e non ha mai voluto essere quando era in vita. Ovvie e un po’ stonate, di fronte a questo poco silenzioso omaggio del popolo del rock and roll, appaiono le dichiarazioni “ufficiali”, che hanno il gusto di minestre già assaggiate. Emblematico il fatto che anche il Presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter voglia dire la sua: «Tutti noi sappiamo che la morte di Elvis Presley priva il nostro paese di una parte importante della sua cultura. Irripetibile e unico è stato il suo apporto. Alla sua musica e alla sua personalità si deve la fusione del country dei bianchi con il blues dei neri che ha cambiato per sempre la cultura del popolo americano». Ma è stato davvero così? Oggi possiamo dire che Presley è stato il personaggio simbolo della trasformazione del rock in un grande affare. Incarnando con la sua immagine pubblica una ribellione più formale che reale, priva di carica eversiva, ha depotenziato il rock and roll delle origini fino a farne in uno dei tanti aspetti della “America way of life”. La sua faccia pulita e la sua trasgressione “accettabile”, contrapposte al demoniaco rock 'n' roll dei neri, ma anche di ribelli bianchi come Jerry Lee Lewis, rassicuravano l'opinione pubblica americana, garantendogli l'appoggio dei media e segnarono il suo trionfo. Tradotta così la storia, pur corretta nell’analisi, non rende merito a un personaggio meno scontato di quello che sembra. Resta folgorato dalla musica nera, dall'espressività corporale dei cori gospel e dalla vocalità graffiante dei dischi di rhythm and blues quando, ancora con i calzoni corti, canta nel coro della sua chiesa. Il tratto distintivo della sua ispirazione artistica non è artefatto, tutt’altro. Passeranno anni prima che il colonnello Tom Parker, suo pigmalione e despota, riesca a rendere innocua quella carica istintivamente eversiva. La storia in seguito diventerà quella che tutti conoscono, quella del ragazzone biondo in pace con se stesso e con il mondo che piace alle mamme, alle figlie e alle zie. Ogni disco venduto offusca l’immagine originaria, ma non la cancella. Paradossalmente è proprio la leggenda a ucciderlo. Incapace di vivere bene il declino, invece di seguire altri protagonisti del rock & roll sulla strada del ritorno alle origini, dà retta ai cattivi consiglieri e finisce per trasformarsi in un crooner adatto a tutte le stagioni. Cannibalizzato dal suo entourage si tramuta in una specie di zombie da richiamare in vita ogni volta che il mercato chiama e da lasciare annegare nelle sue contraddizioni interiori quando non serve. Così inizia la sua fine, non solo artistica, ma anche personale. Obeso e gonfiato da una lunga sequenza di veleni artificiali che lo aiutano a sopravvivere regala al pubblico una serie di apparizioni da incubo. La sua storia finisce male, ma chi l’ha sempre sfruttato continuerà a guadagnare sul mito. Ancora oggi, mentre leggete queste righe, qualcuno di quelli che hanno contribuito alla sua fine, sta contando le royalties incassate su dischi, canzoni e gadget. 09 agosto, 2022
9 agosto 1957 - L'altera ed elegante Nina Imperio
Il 9 agosto 1957 muore la sessantunenne Anna Benedetti. L'avvenimento non fa notizia e nel mondo dello spettacolo a nessuno quel nome dice niente. In realtà la signora Benedetti è stata Nina Imperio, dal 1915 al 1920 una delle cantanti napoletane del varietà più popolari in Italia e in Europa. Figlia del maestro Michele Benedetti, direttore d'orchestra "dei balli" presso il San Carlo di Napoli, canta per la prima volta in uno spettacolo di varietà nel capoluogo partenopeo nel 1911, a soli quindici anni. Il luogo del debutto, la Sala Imperio, resta nel suo nome d'arte. Nina Imperio si fa presto apprezzare per la sua sobrietà altera sul palco e l'eleganza della presenza scenica. La sua voce fa il resto. Irrobustita dagli studi di canto iniziati nella più tenera età, ricca di sfumature e capace di far vibrare le corde dei sentimenti negli ascoltatori, si adatta perfettamente al repertorio classico napoletano. In breve tempo diventa una delle beniamine del pubblico napoletano. La sua popolarità, però, non si ferma alle falde del Vesuvio. Insieme ad alcune tra le migliori compagnie di varietà dell'epoca inizia a girare l'Italia. A diciott'anni, nel 1913, entusiasma il pubblico romano che saluta la sua prima esibizione in assoluto all'Eden tributandole una lunghissima ovazione. Il suo peregrinare in Italia e in vari paesi europei non le fa dimenticare Napoli cui resta legata da un affetto profondo. Nelle sue tournée, infatti, è prevista sempre la possibilità di un suo ritorno a Napoli in occasione dell'annuale rassegna canora di Piedigrotta. Innumerevoli sono le edizioni della manifestazione che la vedono protagonista e molte delle canzoni lanciate per l'occasione entrano stabilmente nel suo repertorio. La parabola ascendente di Nina Imperio sembra destinata a non fermarsi mai quando, improvvisamente, nel 1920 annuncia la sua intenzione di ritirarsi dalle scene. La donna che ha davanti al suo camerino lunghe file di ammiratori e spasimanti, per la quale gli impresari sono ormai disposti a fare follie è intenzionata a lasciare tutto per… amore. S'è, infatti, innamorata di un uomo che non fa parte del mondo dello spettacolo e intende stare con lui. Dal momento dell'annuncio si esibisce soltanto negli spettacoli previsti dai contratti già firmati, poi se ne va per sempre. Nina Imperio muore con la sua scelta. Non calcherà più il palcoscenico e quando, nel 1957, anche Anna Benedetti scompare più nessuno ricorderà la cantante che fece impazzire con il suo talento il pubblico di mezza Europa.07 agosto, 2022
7 agosto 1941 – Una tuba jazz prestata al pop
Il 7 agosto 1941 nasce a Montgomery, nell'Alabama, Howard Lewis Johnson, polistrumentista tra i più versatili del jazz e del rock statunitense degli anni Settanta. Dalla tuba al sassofono, al trombone, al flicorno, non c'è strumento a fiato con il quale non si sia sperimentato con successo. Ancora piccolo resta affascinato dalle orchestrine jazz che gironzolano nell'Ohio, stato nel quale si è trasferito poco tempo dopo la nascita. Non potendo contare su maestri affidabile rubacchia il mestiere qua e là e a tredici anni sa già cavarsela egregiamente con il sassofono baritono. In breve diventa un po' la mascotte dei musicisti che operano nella sua zona e nel 1955 inizia a frequentare un corso (quasi) regolare di tuba. Non fa in tempo a terminare gli studi che deve indossare la divisa marina statunitense. Ci resta quattro anni, passati in gran parte a Chicago, ma mantiene i contatti con l'ambiente del jazz. Proprio a Chicago conosce Eric Dolphy, che lo consiglia di trasferirsi a New York. Ci va nel 1963 e un anno dopo entra a far parte del gruppo di Charlie Mingus con cui resta fino al 1966, senza rinunciare ad altre collaborazioni come quelle con Gil Evans, Hank Crawford, Archie Shepp e Buddy Rich, soltanto per citarne alcuni. In questo periodo inizia anche il suo rapporto con il Composer's Workshop Ensemble, destinato a durare a lungo. Quando molla la band di Mingus, dopo un breve periodo a Los Angeles, nel settembre del 1967 forma a New York i Substructure, un gruppo di solisti di tuba che cambia poi nome in Gravity. Oltre a lui e alla indispensabile sezione ritmica ne fanno parte Joe Daley, Morris Edwards, Carleton Greene, Jack Jeffers e Bob Stewart. Negli anni Settanta collabora a vari progetti di Carla Bley e, come molti altri strumentisti, allarga il suo interesse anche al di fuori del jazz. Particolarmente interessante risulta la sua collaborazione con Taj Mahal. Compare anche insieme alla Band nel film di Scorsese "The Last Waltz".
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