Il 3 ottobre 1967 dopo un calvario durato tredici anni di ricoveri, guarigioni e speranze muore al Queen Hospital di New York, consumato dal morbo di Hutchinson, il folksinger Woody Guthrie. Il padre della moderna canzone di protesta statunitense ha da pochi mesi compiuto cinquantacinque anni. Registrato all’anagrafe con il nome di Woodrow Wilson Guthrie, nasce, infatti, il 12 luglio 1912 nella cittadina di Okemah in Oklahoma e a dieci anni già si guadagna da vivere come manovale e impara a strimpellare la chitarra. Quando esplode la crisi della Grande Depressione, cerca fortuna vagabondando con gli "hobos", i disoccupati costretti a spostarsi da un lato all'altro degli Stati Uniti alla ricerca di lavori precari. Le esperienze vissute in quel periodo e le storie delle persone che incontra diventano canzoni. La sua vicenda personale di artista “on the road” si intreccia però anche con le grandi lotte operaie, con i movimenti dei disoccupati e con i tentativi della sinistra americana degli anni Trenta e Quaranta di organizzare e offrire prospettive credibili alle grandi masse di quell’immenso paese. Woody non è al di sopra delle parti e, prima da solo, poi con gli Almanac Singers, garantisce presenza, sostegno e solidarietà alle azioni di lotta. Per non lasciare dubbi sul suo modo di pensare incide sulla cassa armonica della sua chitarra la frase “this machine kills fascists” (Questa macchina uccide i fascisti). Dopo la seconda guerra mondiale, deluso dalla litigiosità interna della sinistra statunitense e perseguitato dalla caccia ai comunisti, cerca di sopravvivere come può, ma inizia a fare i conti con un nemico invisibile: la paralisi progressiva provocata dalla malattia che l’ha colpito. Nel 1954 entra per la prima volta in ospedale e fino alla morte non avrà più una vita normale. Non per questo rinuncerà a lavorare nei giorni in cui la malattia allenta la presa. Quando il suo cuore cessa di battere lascia in eredità al mondo un patrimonio musicale di enormi proporzioni. La sua produzione musicale, infatti, ha spaziato su molti fronti: dalle canzoni per bambini a quelle di lotta, alle ballate, alle canzoni di protesta. Si calcola che siano più di un migliaio i brani da lui composti e destinati a influenzare le generazioni successive di folksinger nordamericani. Sulla sua esperienza ha scritto nel 1943 il libro autobiografico “Bound for glory”, da cui nel 1976 è stato tratto un film uscito in Italia con il titolo “Questa terra è la mia terra".
Rock e Martello, ogni giorno una storia in musica
Quello che viene chiamato "rock" non è soltanto un genere musicale. È uno stato d'animo, un modo d'essere che incrocia la musica, il cinema, la letteratura, il teatro e la creatività in genere compresa quella destinata alla produzione industriale. Per chi è nato negli anni Cinquanta e Sessanta è un sottofondo, una colonna sonora di ogni momento della vita, di pensieri e ricordi. Esiste da sempre e aiuta a vivere meglio...
03 ottobre, 2026
02 ottobre, 2026
2 ottobre 2002 – Il Mediterraneo di pace di Eugenio Bennato
Il 2 ottobre 2002, mentre qualcuno conia nuove medaglie per gli eroi della Santa Crociata dell'occidente contro il nemico della fede e della civiltà che arriva dal mare, c'è anche chi ricorda a tutti che il Mediterraneo è una grande madre per un crogiolo di culture i cui crediti e debiti si confondono. È il caso di Eugenio Bennato che quel giorno pubblica l’album Che il Mediterraneo sia. L'artista napoletano non vuole sentire parlare di "scontro di civiltà. «Le radici del nostro sud ci portano direttamente all'idea di un Mediterraneo della pace e degli scambi. Quando ho suonato ad Algeri ho visto cadere in un attimo la diffidenza di un pubblico arroccato su posizioni di sospetto verso l’europeo privilegiato e colonizzatore: dopo i primi colpi di tamburello e di chitarra battente i ragazzi algerini si sono sentiti partecipi e protagonisti di una musica che appartiene anche a loro». Il disco, nato dai viaggi e dalle esperienze maturate in questi ultimi anni dal musicista partenopeo, continua il discorso iniziato con Taranta power incrociando le suggestioni di una mescola culturale che abbraccia senza stritolare una serie straordinaria di forme musicali e poetiche. Gli echi della lunga ricerca storica e musicale di Eugenio Bennato arricchiscono un lavoro che pur attualizzandone le sonorità, continua un discorso rigoroso iniziato negli anni Settanta con la Nuova Compagnia di Canto Popolare. È intero il fascino di un Sud che cessa di essere una imprecisa definizione geografica per diventare un luogo della fantasia. Ci sono (e come potrebbero non esserci?) le danze, le donne, il mare, i navigatori, i mercanti e i contadini, protagonisti di leggende antiche e nuove, ma c'è anche la realtà di oggi con la sua cupa disperazione e con le nuove emigrazioni. In Ninna nanna 2002, per esempio, è esplicito l'omaggio ai profughi che inseguono un sogno che spesso è di morte e non di vita. Affascinante, infine, è l'incrocio tra l'Africa, il Maghreb e il Salento che apre Taranta sound, uno dei brani più suggestivi e danzabili di un album che fa bene all'anima e alla mente. 01 ottobre, 2026
1° ottobre 1964 – Con l'arresto di Jack Weinberg nasce il movimento studentesco statunitense
Il 1° ottobre 1964, sulla Sproul Plaza del campus di Berkeley, lo studente Jack Weinberg viene arrestato senza troppe giustificazioni mentre sta distribuendo volantini politici. Quel giorno e quell’evento segnano la nascita del Movimento Studentesco statunitense. Nello spazio di pochi, frenetici minuti, gli studenti capitanati da Mario Savio e Jackie Goldberg mettono in stato d'assedio l'università, bloccando per ben trentadue ore l'auto della polizia sulla quale è stato caricato Weinberg. In quelle ore concitate viene fondato il Free Speech Movement. Sono i primi passi di un movimento destinato a crescere nel movimento pacifista la cui azione culminerà nella marcia sul Pentagono del 21 ottobre 1968. Quello statunitense è un movimento singolare che, salvo sporadiche fiammate, non metterà mai davvero in discussione il sistema politico del paese ma contribuirà a determinare un poderoso rinnovamento generazionale nelle strutture stesse del potere.30 settembre, 2026
30 settembre 1928 - Jon Eardley, una tromba americana in Europa
Il 30 settembre 1928 ad Altoona, in Pennsylvania, nasce il trombettista Jon Eardley. Figlio d'arte assorbe dal padre, trombettista nelle orchestre di Paul Whiteman e Isham Jones, sia la passione per il jazz che quella per la tromba. A quindici anni inizia a suonare in pubblico esibendosi ovunque gliene lascino la possibilità: dalle fiere di paese ai circhi all'aperto alle feste private. Il salto di qualità coincide con il trasferimento a Washington dove, a partire dal 1946 va a prestare il servizio militare. Qui inizia a suonare nell'orchestra di Buddy Rich. Nel 1949, dopo il congedo, si sposta a New York dove viene ingaggiato da Gene Williams con il quale resta per quasi due anni. Successivamente torna ad Altoona per alcuni anni. Riappare sulla scena newyorkese nel 1954 quando lo si vede spesso prendere parte alle jam session ce si svolgono all'Open Door nel Greenwich Village. Verso la fine di quell'anno suonare con Gerry Mulligan che ha appena chiuso la collaborazione con Chet Baker. Gerry ingaggia Eardley per una tournée europea e poi lo tiene con sé fino al 1956. Più apprezzato in Europa di quanto non lo sia in patria decide di trasferirsi nel vecchio continente dove continua l'attività fino ai primi anni Ottanta. Muore il 1° aprile 1991 a Lambermon, un paesino nelle vicinanze di Verviers in Belgio.29 settembre, 2026
29 settembre 1975 – La caduta di Jackie Wilson
Il 29 settembre 1975 il Latin Casino di Cherry Hill nel New Jersey è affollato da un pubblico entusiasta e attento. Sul palco c’è il soulman Jackie Wilson, un artista che sa bene come affascinare l’uditorio con il suo passo dinoccolato, le sigarette che si susseguono una dopo l’altra e le canzoni cantate con voce potente e inframmezzate da battute. Improvvisamente il cantante barcolla, come se avesse incontrato un ostacolo invisibile, e cade a terra battendo violentemente la testa contro il cordolo che delimita l’esterno del palco. Il suo corpo non si muove più. Arriva un’ambulanza che lo trasporta rapidamente al più vicino ospedale. I medici del Pronto Soccorso accertano che è stato colpito da un lieve attacco cardiaco. Quello che li preoccupa, però, non è il cuore, ma la testa. Nella caduta il cantante ha, infatti, riportato gravissime lesioni al cervello. Riusciranno a risvegliarlo dal coma, ma non a ridargli una vita. Passerà nove anni in uno stato vegetativo, senza più comunicare con il mondo, prima di morire il 21 gennaio 1984. Si consuma così la triste fine di uno dei più esplosivi interpreti del soul statunitense, amato alla follia dal suo pubblico che gli perdona tutto: gli eccessi, la passione per le donne e per la droga e gli inevitabili e frequenti guai con la giustizia. Ex pugile di successo, vincitore del Golden Glove nella categoria dei pesi welters ed ex cantante dei Dominoes, è tra i protagonisti dell’esplosione del soul ‘n’ roll nero. Al momento dell’incidente ha trentanove anni e non è la prima volta che rischia la vita su un palcoscenico. La leggendaria esuberanza delle sue ammiratrici per poco non gli è fatale nel 1961 quando una fan, in preda a una violenta crisi isterica, gli spara a bruciapelo e lo ferisce gravemente. Dopo una lunga degenza in ospedale ricomincia. Negli anni Settanta fa storcere il naso ai puristi e ai critici bianchi con le sue dissacranti e violente incursioni nella musica classica e lirica come Alone at last, (una riscrittura ritmata di Ciaikovskij) e My empty arms (versione “nera” di un brano di Leoncavallo). Lui non si cura delle critiche. «Se i bianchi rubano la nostra musica perché io non posso migliorare la loro?» racconta tra una sigaretta e l’altra al pubblico in adorazione. I suoi programmi si fermano, però, sul palco di Camdem, in quella dannata sera di settembre in cui il suo cervello smette di funzionare per sempre. 28 settembre, 2026
28 settembre 1970 - L’ultima volta delle Renault 8 Gordini
Il 28 settembre 1970 scendono per l’ultima volta in pista le Renault 8 Gordini dopo aver dominato per anni nei Rally europei. Tutto comincia sei anni prima. «La Renault 8 Gordini nasce per consentire a tutti gli appassionati di guida sportiva di soddisfare la propria passione senza dover sborsare il costo spropositato di un prototipo o di una vettura di lusso». Queste parole sono stampate a lettere cubitali sul foglio che apre la cartella stampa con la quale la Renault annuncia nell’autunno del 1964 la nascita della R8 Gordini, un’auto destinata a sostituire la leggendaria Dauphine nei rally e a infiammare il cuore degli appassionati. Visto dal di fuori non si tratta di un modello nuovo, ma di una sorta di aggiustamento di una vettura già esistente. La Renault 8, infatti, gira sulle strade e sui circuiti di tutta Europa da un paio d’annetti, con un motore derivato direttamente da quello della già citata Dauphine, di cui rappresenta un po’ la naturale evoluzione. I risultati sportivi, però, sembrano non sostenere il confronto con la vettura che l’ha preceduta. Abituata a dominare o, quantomeno, a lasciare il segno, la Renault non può accontentarsi delle scarse performance della R8. Infatti non s’accontenta. Accade così che, mentre gli ambienti sportivi s’interrogano sulle reali potenzialità di quel modello e i più esigenti iniziano a storcere il naso, il progettista Amédé Gordini stia già lavorando nel suo laboratorio di Boulevard Victor Hugo a Parigi a un motore di nuova concezione destinato a trasformare quella che sembra la pallida erede della Dauphine in una velocissima bomba. Il geniale mago della meccanica decide di accantonare la motorizzazione in essere. Recupera un motore a 4 cilindri da 956 cmc originariamente montato sulle Estafette e sulle Caravelle e comincia a modificarlo e a ridisegnarne alcune componenti per aumentarne la potenza e la duttilità. I risultati non si fanno attendere e in breve tempo la cilindrata passa da 956 a 1.108 cmc. Il nuovo motore, che sui registri Renault porta la sigla R1134, montato sulla R8 dimostra di avere potenzialità e performance decisamente inusuali per le vetture da turismo sportivo all’epoca. Quando, in prova, tocca i 170 kmh la casa francese capisce di avere tra le mani un gioiello. Nel 1964 sono pochissime le berline in grado di competere con un veicolo che abbia una velocità massima di 170 kmh. Per fare un paragone basti pensare che la leggendaria DS19 della Citroën non supera i 160 kmh mentre la Peugeot 404 fatica a raggiungere i 140! L’arrivo sulla scena automobilistica della Renault 8 Gordini ha, quindi, l’effetto di un fulmine a ciel sereno, una sorta di tornado che si abbatte sulle certezze degli addetti ai lavori e sconvolge pronostici e gerarchie. Un mese dopo la presentazione ufficiale la vettura trionfa al Rally di Corsica, dove si ripeterà anche nel 1965 e nel 1966, superando le Alfa Romeo GTA e le Porsche 911. I risultati stimolano la creatività. L’entusiasmo degli sportivi e della stampa specializzata spingono la Renault a non accontentarsi dei positivi risultati raggiunti e a lavorare ancora sulla competitività della vettura. Nel 1966 viene presentata la R8 Gordini 1300. Distinguibile dalla prima serie per la calandra a quattro fari, l’auto monta un motore da 1255 cmc che accresce la potenza delle frecce blu sui circuiti da Rally di tutto il mondo. Nonostante tutto, però, Renault mantiene la caratteristica fondamentale della prima R8 Gordini: il prezzo contenuto rispetto agli altri modelli in circolazione. Questa scelta, unitamente alla solida maneggevolezza dell’auto, saranno una delle componenti fondamentali della leggenda targata Gordini. Nascerà anche un circuito di gare riservate a questa vettura e moltissimi giovani talenti sceglieranno di iniziare così la loro carriera. Dopo la 1300 Gordini comincia a ritenere decisamente finito il lavoro di miglioramento della vettura. L’unico cambiamento sostanziale riguarda il colore della carrozzeria che, fin dagli inizi, è stato unico e quasi intoccabile: blu con due bande verticali bianche che la attraversano verticalmente. Nel 1968, non senza proteste e indignazioni, la gamma dei colori disponibili si allarga a ben quattro tinte diverse, tutte rigorosamente corredate dalle due bande verticali. Nello stesso anno si comincia a parlare di un nuovo misterioso progetto che prende corpo nel 1970 con l’annuncio della fine della produzione delle Renault 8 Gordini. A giugno la catena di montaggio si ferma per sempre mentre il 18 e 19 luglio sul Circuito Paul Ricard di Le Castellet vengono presentate per la prima volta le nuovissime Renault 12 Gordini, auto diversissime per concezione e per meccanica con trazione e motore anteriori. Nonostante tutto, però, la R8 Gordini resta nel cuore della gente e sono migliaia le persone che accorrono il 28 settembre a salutare per l’ultima volta in pista le vetture blu e bianche. Quando la bandiera a scacchi chiude l’ultima corsa della squadra ufficiale delle R8 l’ovazione del pubblico fa capire che l’eredità di quest’auto sarà difficile da raccogliere.27 settembre, 2026
27 settembre 1997 - Quando Dylan cantò per Wojtyla

Il 27 settembre 1997 Bob Dylan partecipa a Bologna a un concerto nell'ambito del Congresso Eucaristico. L'evento è caratterizzato dalla presenza del Papa al quale alcuni ragazzi leggono i testi di Forever young e Blowin' in the wind prima dell'esibizione del cantautore. Quando Bob Dylan sale sul palco, forse perché è reduce da una serie di cure per problemi cardiaci appare gonfio e dà l'impressione di essere sofferente. La canzone d'apertura del suo breve concerto è Knockin' on heaven's door. La band che l'accompagna è composta da Dave Kemper alla batteria, Larry Campbell alla chitarra, Bucky Baxter al dobro e ai cori e Tony Garnier al basso. Il Papa assiste al concerto seduto su una specie di scranno collocato lateralmente al palco. La seconda canzone è A hard rain's a-gonna fall. Al termine del brano Tony Garnier si avvicina a Dylan e gli annuncia che può andare a salutare il Papa. Il cantautore si toglie il cappello e lo raggiunge. Dopo il breve omaggio torna sul palco e chiude l'esibizione con Forever young, un esplicito omaggio a Wojtyla.
26 settembre, 2026
26 settembre 1954 - Carla Bissi, in arte Alice
Il 26 settembre 1954 nasce a Forlì la cantante Carla Bissi, oggi più conosciuta come Alice. Nel 1971 vince con il suo vero nome il Concorso di voci nuove di Castrocaro e partecipa al Festival di Sanremo dell’anno successivo sempre come Carla Bissi con il brano Il mio cuore se ne va. Sempre nel 1972 vince la Gondola d'Argento, a Venezia, con La festa mia. Dopo alcuni dischi e un paio di album senza particolare successo, nel 1978 decide di lasciare per un po’ le scene. Nel 1980 con il nome di Alice Visconti e la produzione di Franco Battiato e Giusto Pio pubblica l'album Capo Nord da cui viene estratto un singolo di grande successo: Il vento caldo dell'estate. Divenuta semplicemente Alice, nel 1981 con il suo brano Una notte speciale entra nelle classifiche di mezza Europa. Il 5 maggio 1984 partecipa all'Eurofestival in coppia con Franco Battiato con il brano I treni di Tozeur e nel 1985 ottiene il premio Tenco come miglior interprete femminile. Negli anni successivi tende ad approfondire le esperienze di collaborazione con grandi musicisti non rinunciando a cimentarsi anche con autori "difficili" come Satie, Faurè e Ravel e privilegiando sempre la qualità del suo lavoro rispetto alle possibilità commerciali.25 settembre, 2026
25 settembre 2005 - 50 Cent: voglio che gli altri si tolgano dalle palle...
Il 25 settembre 2005 il rapper 50 Cent, uno dei monumenti dell’hip hop, si esibisce al Palalottomatica di Roma. È il primo concerto di un breve tour italiano di tre tappe. La seconda tappa sarà al Vox Club di Bologna e la terza e ultima al Forum di Assago. Sbarca così, attesissimo, nel nostro paese uno dei fenomeni della scena musicale di quel periodo. 50 Cent, che all’anagrafe si chiama Curtis Jackson, è un raro esemplare di tenacia, furbizia da strada e capacità di comunicare senza tante mediazioni di comodo. Qui da noi i suoi dischi sono arrivati relativamente tardi, visto che il grande pubblico ha potuto conoscerlo soltanto a partire dal 2003 con l’album Get Rich or Die Tryin e il singolo In Da Club, ma è stato amore a prima vista come testimoniano le settantamila copie vendute dell’album e le dodicimila presenze all’unica data live in quel di Milano. Nel 2005 ritorna mentre il suo nuovo lavoro in studio, The Massacre, sta volando alto. Egocentrico, violento, aggressivo, maschilista, bandito, gangster, da tempo si sprecano le definizioni, prevalentemente negative, di questo fenomeno di massa che ha conquistato prima le strade dei ghetti neri statunitensi e poi il pubblico di tutto il mondo. La critica musicale fa oggettivamente fatica a capirlo completamente. Curtis, il futuro 50 Cents apre gli occhi sul mondo in seno a una dinastia legata al mondo dello spaccio nella circoscrizione del Queens, a New York e nel breve volgere di pochi anni deve imparare a cavarsela da solo. Orfano giovanissimo si guadagna i gradi del ghetto agli angoli del quartiere, sul marciapiede del Guy R. Brewer Boulevard dove inizia a darsi da fare per riempire tasche e stomaco senza guardare troppo per il sottile. Sulla strada vive e sulla strada incontra il rap, una forma espressiva che gli sta addosso come un vestito comodo. Il suo primo contratto discografico lo lega alla JMJ, l’etichetta del DJ dei Run DMC, Jam Master Jay, che morirà assassinato nel suo studio di registrazione. Proprio da lui 50 Cents impara come gestire un brano, i ritornelli e la costruzione delle strofe. Nel 1999, i Trackmasters, produttori di successo, riescono a farlo scritturare dalla Columbia Records. Per vincere la sua indolenza lo chiudono per due settimane e mezzo in uno studio di registrazione di New York e mettono le basi per l’ormai leggendario album Power Of A Dollar, mai pubblicato, ma diffuso ugualmente dalle radio di strada e dai mixtape. Il giocoso inno alla rapina How to Rob (Come rubare) in cui immagina di intaccare le fortune dei rapper più popolari gli fa il vuoto intorno. Mentre lui si affanna a spiegare che «si tratta di una farsa basata sulla realtà che la gente trova divertente, ma non c’è nulla di personale…», in molti, da Jay-Z a Big Pun, a Sticky Fingaz e Ghostface Killah gli rispondono con canzoni minacciose. Non sono soltanto parole. Nell’aprile del 2000, 50 Cent viene colpito da nove pallottole, una delle quali, da nove millimetri, lo centra in volto. Sopravvive, ma deve ricominciare da capo perché la Columbia Records lo scarica. L’uomo non si deprime e decide di continuare senza major tra i piedi con l’aiuto di un nuovo socio e amico, Sha Money XL. Insieme producono decine di brani contando sul responso della strada, spesso in grado di far la differenza nel mondo del rap. Nella tarda primavera del 2001, pubblica un album intitolato Guess Who’s Back? (Indovina chi è tornato?) e dà vita a una sua crew, la G Unit. Pochi mesi dopo mette in circolazione un bootleg intitolato 50 Cent Is the Future (50 Cent è il futuro) nel quale rivisita brani di artisti come Jay-Z e Raphael Saadiq. La svolta arriva quando Eminem annuncia ai quattro venti che «è 50 Cent il mio rapper preferito» e decide di prenderlo sotto la sua ala. Da simpatico gaglioffo 50 Cent prima di adeguarsi alle regole del suo nuovo protettore approfitta della pubblicità per mettere in giro un altro bootleg destinato alla strada dal titolo No Mercy, No Fear (Nessuna pietà, niente paura) che contiene anche Wanksta il brano inserito nella colonna sonora del film di Emanem “8 Mile”. È l’inizio del successo planetario scandito dal già citato Get Rich or Die Trying che vende quasi un milione di copie nei primi cinque giorni e dal successivo The Massacre. Di sé dice: «A 12 anni mi è stato dato il passaporto per il ghetto, anche se ero ancora un bambino. Poiché ero solo, erano i miei compari più grandi della mia zona a prendersi cura di me. Qualcuno che occupava una posizione di potere un giorno mi ha detto: da questo momento non ti darò più il tuo pesce quotidiano... Ecco qui la tua canna da pesca. Non era una cattiveria perché lui conosceva solo quello stile di vita, quello del trafficante. Ma devo dire che è stato Eminem a salvarmi dalla strada. Se ti ci fermi troppo a lungo, la sua legge dice che alla fine ammazzerai qualcuno e allora verrai ammazzato a tua volta oppure finirai in galera. La musica per me è stata una via di fuga, una fuga dalla merda». Il 50 Cents che arriva in Italia è il solito spavaldo bullo di strada sicuro di sé che presentava così il suo ultimo album «Quando questo disco uscirà, sarà dura per gli altri andare in giro per il paese…» facendo capire che le regole della giungla del music business non sono diverse da quelle del marciapiede: «…sto ancora cercando di spazzare via la concorrenza dalla mia zona. Il titolo dell'album parla da sé: voglio che gli altri rapper si tolgano dalle palle...».24 settembre, 2026
24 settembre 1872 - Isidore Barbarin, fedele al jazz delle origini
Il 24 settembre 1872 nasce a New Orleans, in Louisiana, Isidore Barbarin, padre di Louis e di Paul suonatore di mellophon, corno e tuba, uno dei protagonisti del jazz delle origini. Nel 1889 a soli diciassette anni entra a far parte della Onward Brass Band con la quale resta fino al 1898. Successivamente suona nella prestigiosa Excelsior Brass Band diretta da Theogene V. Baquet, una formazione nella quale si avvicendano musicisti del calibro di Lorenzo Tio, John Robichaux, James Williams, George Baquet e Alphonse Picou. Chiusa l'esperienza con la Excelsior passa all'altrettanto celebre Tuxedo Brass Band di cui fanno parte i cornettisti Joe Howard e Louis Dumaine e il clarinettista Alphonse Picou che è già stato suo partner nella Excelsior. Di fronte all'irrompere sulla scena jazz di nuovi stili rifiuta di adeguarsi e continua imperterrito a darsi da fare nei locali di New Orleans. Dopo la seconda guerra mondiale in pieno clima New Orleans Revival, ha avuto l'opportunità di tornare alla ribalta Muore a New Orleans il 2 giugno 1960.23 settembre, 2026
23 settembre 1928 - Michel Gaudry, un disegnatore al contrabbasso
Il 23 settembre 1928 a Eu, nel dipartimento Seine Maritime, in Francia, nasce il contrabbassista Michel Gaudry. La sua prima educazione musicale avviene su strumenti diversi da quello che gli procurerà la fama. Quando è ancora un giovane studente di arti grafiche si dedica con passione allo studio del pianoforte e del clarinetto. Più grandicello, mentre lavora come disegnatore al Genio Civile, frequenta i club jazzistici di Parigi, soprattutto “Les Lorientais”, che in quel periodo è un po’ il regno di Claude Luter. Nelle lunghe serate parigine si innamora del contrabbasso e quando per lavoro è costretto a trasferirsi in Svizzarea decide di studiarlo sul serio. Si iscrive al conservatorio e si esercita esibendosi in un trio. Quando torna in Francia è pronto per il salto di qualità. Scritturato dal pianista Art Simmons inizia a suonare al Mars Club dove resta per moltissimi anni, accompagnando con il suo contrabbasso personaggi come Dexter Gordon, Lee Morgan e Billie Holiday. Passa poi ad altri club parigini, soprattutto al Blue Note dove suona con Kenny Drew e Art Taylor. La sua attività non si esaurisce nel jazz. Il suo contrabbasso accompagna anche molte stelle del varietà parigino, come Georges Moustaki, Barbara, Serge Gainsbourg e Joséphine Baker. In più è il contrabbassista della Swing Machine di Gérard Badini fin dall'epoca delta sua formazione. La grafica e il disegno, cioè quelle arti che dovevano essere il suo mestiere, invece, diventano il suo hobby: Michel Gaudry firma per molto tempo gran parte delle vignette umoristiche della rivista “Jazz Magazine”. 22 settembre, 2026
22 settembre 1922 - Blind Donald Dawson, il pianista non vedente che trovò la fortuna in Inghilterra
Il 22 settembre 1922 nasce a Cobleskill, New York, il pianista Blind Donald Dawson, all'anagrafe Donald Arthur Dawson. Rimasto orfano a tre mesi e praticamente cieco dalla nascita frequenta la Batavia School For The Blind, un istituto per non vedenti della vicina città di Buffalo. La sua menomazione non gli impedisce di coltivare la passione per la musica. Cominciato a esibirsi in pubblico nel 1940, a diciott'anni, suonando sia il pianoforte che il violino nelle feste e nei locali. Stabilitosi ad Albany, dal 1945 suona in un'orchestra locale come organista e pianista. Più tardi appare in veste di solista al Brass Rail di Troy. Dopo aver lavorato per molti anni con gruppi di soul music, nel 1973 scoperto da Kip Lornell ottiene un buon successo in Gran Bretagna pubblicando vari dischi con l'etichetta discografica Flyright. Muore a New York il 12 febbraio 1999.21 settembre, 2026
21 settembre 2002 - Peter Gabriel e l'album del plenilunio
Il 21 settembre 2002 arriva nei negozi l'album Up di Peter Gabriel. Spontaneità e improvvisazione sono due termini che non appartengono al vocabolario personale dell'ex leader dei Genesis che ha sempre cercato di non lasciare quasi niente al caso. Se fosse rivolto a qualcuno dei suoi colleghi un giudizio come questo suonerebbe negativo, ma nel suo caso non è così, anzi diventa l'indicatore di una ricerca costante e un'insoddisfazione di fondo così lontane dai tempi e dalle regole del music business da diventare quasi un gesto rivoluzionario. Son passati dieci anni da quando ha pubblicato l'ultimo disco compiuto, dieci anni nei quali ha trovato modo di cambiare idea più volte non solo sulla musica, ma anche sulla propria vita, visto che nel frattempo ha divorziato, ha trovato una nuova compagna, è diventato padre e, in concomitanza con la conclusione dell'album, ha deciso anche di risposarsi. Così, a distanza di sette anni dall'inizio della lavorazione è arrivato Up, un disco nuovo i cui brani al momento dell'uscita sono già quasi tutti stati testati da tempo via Internet. Il buon Peter racconta che gli undici pezzi sono stati scelti tra circa centotrenta, lasciando intendere che la sua ricerca non era orientata a selezionare il meglio del meglio, ma semplicemente a infilare una serie di temi musicali utili a dare un senso all'idea che aveva in mente. Visto il numero dei brani scartati e considerando che la musica è come il maiale (non si butta via niente) c'è chi sospetta che ci si debba attendere a breve termine una nuova serie di album. Conoscendo Peter, tutto può essere, ma non è detto. Per evitare figuracce non conviene dare per scontato niente quando si parla di un musicista che più volte ha preso a calci regole, gloria e logica per inseguire un sogno nuovo. Up è disponibile nei negozi a partire dal 21 settembre, in coincidenza con il plenilunio. Quella delle fasi lunari è una "flippa" che da tempo cattura l'attenzione dei frequentatori del suo sito ufficiale, ormai divenuto una sorta di club dei lunatici. Anche la messa in rete della anticipazioni dei brani ha coinciso con le fasi di luna piena. Il lavoro di ricerca si sente fin dal primo brano, quel Darkness, nel quale ci si ritrova a visitare la "casa nel bosco", che contiene le paure e le fantasie della fanciullezza. L'intero disco è una sorta di lungo viaggio interiore, appoggiandosi a situazioni esterne (spesso poco più di un pretesto musical-letterario) alla ricerca di quell'equilibrio che il musicista dice di aver trovato. Anche dal punto di vista musicale la ricerca è complessa e attraversa l'intera esperienza di Peter Gabriel, non escluso qua e là qualche richiamo, pur se non rivendicato, al periodo dei Genesis. Una curiosità per gli intenditori è rappresentata da More than this, forse il più positivo e ottimista dell'intero album, di cui si racconta che Peter abbia scritto anche la partitura per la chitarra, uno strumento che non ha mai imparato a suonare e che usa in modo decisamente naïf, con manipolazioni e campionamenti d'ogni tipo. A far da trailer al lavoro è stato scelto The Barry Williams Show, un brano che mette alla berlina la cosiddetta "TV verità" e stabilisce un collegamento tra le disfunzioni comportamentali e la televisione di massa. «La televisione è gradevole, ma pericolosa e, come accade per i medicinali, va assunta in dose giusta. Io se resto esposto al tubo catodico per più di mezz'ora divento uno zombie». Il disco è tutto suo. Per la prima volta s'è occupato interamente della produzione, anche se nella fase finale del missaggio ha chiesto un aiutino a Tchad Blake, cui si è aggiunto Stephen Hague per il missaggio di I Grieve. Sempre per non lasciare niente al caso ha radunato una serie di musicisti navigati come il chitarrista David Rhodes, il bassista Tony Levin e il contrabbasso di Danny Thompson, più la solita serie di batteristi e percussionisti che lui, ex batterista, non manca mai di schierare: Manu Katche, Ged Lynch, Dominic Greensmith, Will White, Ged Lynch, Mahut Dominique e Hossam Ramzy. Tra le voci che intervengono ci sono quelle dello scomparso Nusrat Fateh Ali Khan, di sua figlia Melanie e degli arzilli anzianotti che compongono i Blind Boys of Alabama. Tra gli ospiti, infine, sono ancora da citare il chitarrista Daniel Lanois e l'immancabile Peter Green, uno suoi miti adolescenziali.20 settembre, 2026
20 settembre 2003 - Gordon Mitchell, il Maciste più amato dal pubblico
Il 20 settembre 2003 muore l'attore Charles Pendleton, in arte Gordon Mitchell. Ha ottant'anni. Nasce infatti a Denver, in Colorado, il 29 giugno 1923. Dopo il divorzio dei suoi genitori si trasferisce con la madre a Inglewood, in California. Infanzia e giovinezza trascorrono tra le fatiche degli studi e la passione per la palestra dove inizi a praticare il culturismo. Allo scoppio della seconda guerra mondiale parte per il fronte dove viene catturato dai tedeschi e rinchiuso in un campo di prigionia da cui esce soltanto al termine del conflitto. Tornato a casa, dopo essersi laureato in biologia e anatomia inizia a lavorare come insegnante. Richiamato sotto le armi per la guerra di Corea, dopo il congedo definitivo si trasferisce a Santa Monica, in California, dove entra a far parte del ristretto gruppo dei più famosi culturisti di quel periodo. Nel 1955 debutta nel cinema con una piccola parte non accreditata in "L’uomo dal braccio d’oro" di Otto Preminger e l’anno dopo viene scritturato da Cecil B. De Mille per "I dieci comandamenti" nel quale interpreta il ruolo di uno dei torturatori di Charlton Heston. A partire dagli anni Sessanta arriva in Italia e diventa una delle stelle dei peplum facendosi apprezzare come uno dei più amati interpreti del ruolo di Maciste. Con l’esaurirsi del filone passa a generi diversi come il western, il poliziesco e la fantascienza. Federico Fellini gli affida una parte in "Satyricon" e John Huston lo scrittura per il suo "Riflessi in un occhio d'oro". Non abbandonerà mai il cinema fino alla morte che lo coglie a Marina del Rey, in California, il 20 settembre 2003.19 settembre, 2026
19 settembre 1927 - Peter Van Wood, tra canzone e astrologia
Il 19 settembre 1927 a L’Aia, in Olanda, nasce Peter Van Wood. All’età di quattordici anni comincia a suonare la chitarra prima da autodidatta e poi al Conservatorio Reale d'Olanda dove riesce a farsi ammettere pur essendo ancora giovanissimo grazie al suo talento precoce. In quel periodo conosce e resta affascinato dalle tecniche dei grandi chitarristi di scuola jazz d’oltreoceano. Parallelamente agli studi accumula esperienza sul campo suonando in concerti classici o nelle piccole formazioni jazz che si esibiscono nei locali della sua città. A diciannove anni se ne va in Gran Bretagna trovando ingaggi sia come solista di musica classica che come chitarrista jazz. Instancabile giramondo si esibisce a lungo anche a Parigi e a Lisbona vince un prestigioso concorso internazionale di chitarristi davanti a oltre seicento concorrenti. All’inizio degli anni Cinquanta arriva in Italia ed entra nel trio di Renato Carosone con Gegé Di Giacomo alla batteria. Il successo ottenuto con il gruppo lo stimola a cercare una strada personale. Nel 1954 forma un trio a suo nome e, dopo aver ottenuto un contratto discografico con la Fonit, compone e interpreta una lunga serie di canzoni di successo. Alla fine degli anni Sessanta alla sua attività musicale affianca quella che fino a quel momento era stata soltanto un hobby: l’astrologia. In veste d’astrologo compila gli oroscopi dei giornali più popolari di quel periodo. Più o meno negli stessi anni apre anche l’Amsterdam 19, un locale in Galleria Passarella a Milano dove si esibisce come cantante e chitarrista. Nonostante l’attività d’astrologo Peter Van Wood non abbandona la musica. Nel 1974 pubblica l’album Guitar magic e nel 1982 interpreta la sigla del programma televisivo della “Domenica sportiva”. Nel 2007 cita in giudizio i Coldplay sostenendo che il loro brano Cocks è un plagio della sua Caviar & champagne. È sufficiente ascoltare Butta la chiave, la sua canzone più famosa, per capire il talento e la capacità innovativa di questo ragazzone olandese allampanato che dopo aver girato tutto quasi tutto il mondo si è stabilito in Italia. In quel brano, infatti, viene proposto in chiave molto italiana il “call and response” tra solista e strumento di chiara derivazione jazz. Arrivato nel nostro paese alla fine degli anni Cinquanta contribuisce non poco a innovarne stili, impostazione e sonorità, prima nel trio con Gegè Di Giacomo e Renato Carosone guidato da quest’ultimo e successivamente con una propria formazione a tre. Di tutti i protagonisti di quel periodo Peter Van Wood è quello meno dotato dal punto di vista vocale. In lui non c’è niente del classico interprete dalla voce impostata, a volte vigorosa, ma sempre perfettamente alta e squillante. La sua voce è chiara ma tutt’altro che potente e in qualche momento, complice la difficoltà di cantare in una lingua che non è la sua, evidenzia qualche incertezza e sembra addirittura perdersi sulle sfumature. In questo senso anticipa quello che avverrà negli anni Sessanta quando i cantanti, complice la larga e totale diffusione dell’uso del microfono, presteranno molta meno attenzione alla pasta sonora dell’emissione e ne cureranno di più i dettagli e la carica emozionale, adattando i brani alle peculiarità delle voci fino a far diventare parte dell’espressione canora anche i sussurri più flebili. Se nell’utilizzo della voce attinge ad alcune sperimentazioni jazz adattandole un po’ alle sue caratteristiche, sul piano strumentale può essere considerato un innovatore assoluto visto che è tra i primi in Europa a comprendere le potenzialità offerte dall’elettrificazione della chitarra utilizzando echi, riverberi e varie applicazioni per ottenere nuove sonorità. Muore a Roma il 10 marzo 2010.18 settembre, 2026
18 settembre 1929 - Teddi King, una delle voci più amate prima del rock and roll
Il 18 settembre 1929 a Boston, nel Massachusetts, nasce Theodora King, destinata a diventare con il nome d'arte di Teddi King, una delle voci femminili più amate dal pubblico statunitense prima della rivoluzione del rock and roll. Fin da giovane studia pianoforte e canto e mentre frequenta le scuole superiori entra a far parte di vari gruppi e compagnie teatrali. La svolta nella sua vita arriva quando vince un concorso per giovani cantanti organizzato da Dinah Shore. Il concorso le apre le porte della scena musicale dell'epoca. Dopo aver cantato con le formazioni di George Graham e Jack Edwards, entra per la prima volta in sala di registrazione accompagnata dal gruppo di Nat Pierce. Dal punto di vista commerciale il disco è un piccolo fiasco ma grazie alla diffusione radiofonica fa conoscere Terri al di fuori dell'area di Boston e le procura varie scritture. In breve tempo canta con Beryl Booker, Jimmy Jones e Ruby Braff ma soprattutto firmare un robusto e ben remunerato contratto con la RCA per la quale incide vari dischi di successo. Tra gli episodi più significativi della sua carriera c'è l'incontro con il pianista londinese George Shearing, avvenuto negli studi di registrazione della Storyville. Il jazzista impressionato dalle doti vocali di Teddi la convoca in sala di incisione per la registrazione di cinque brani e la scrittura per la tournée del suo trio nei Caraibi nel maggio del 1953. Con l'irrompere del rock and roll l'attività solistica della cantante si riduce progressivamente mentre si manifestano i primi problemi causati da ricorrenti disturbi cardiaci. Negli anni Settanta si ritira definitivamente. Muore a New York il 18 novembre 1977.17 settembre, 2026
17 settembre 1958 – Herbie Fields l'incompreso
Il 17 settembre 1958 muore suicida a Miami, in Florida, il saxoclarinettista Herbert “Herbie” Fields. Nato a Elizabeth, nel New Jersey, il 24 maggio 1919, fra il 1936 e il 1938 ottiene il primo ingaggio professionale con l'orchestra di Fred Allen quando è ancora studente alla Juilliard School of Music di New York. Nel 1939 dirige un'orchestra insieme al pianista e arrangiatore George Handy e successivamente dopo un breve periodo con quella di Woody Herman, suona col trio di Leonard Ware e nel 1941 approda nella band di Raymond Scott. Nel periodo del servizio militare dirige la banda di Fort Dix e dopo il congedo, capeggia un proprio gruppo che scioglie verso la fine del 1944. Nel dicembre di quell’anno entra nell'orchestra di Lionel Hampton con la quale rimane fino al febbraio del 1946. Chiusa l’esperienza con Hampton dà vita a una nuova formazione a suo nome nella quale suonano anche il trombettista Neal Hefti e il batterista Tiny Kahn. Negli anni Cinquanta, deluso dalla progressiva marginalizzazione cui viene sottoposto da parte dell’ambiente del jazz si rifugia in Florida dedicandosi quasi esclusivamente alla musica commerciale. Le difficoltà a trovare spazio lo portano a ricorrenti crisi depressive fino al 17 settembre 1958 quando muore dopo aver ingerito una dose massiccia di barbiturici.16 settembre, 2026
16 settembre 1903 – Buck McFarland, il pianista “barrelhouse”
Il 16 settembre 1903 nasce ad Alton, nell’Illinois, il pianista e cantante Thomas McFarland, più conosciuto come Buck McFarland detto "Barrelhouse" dal genere di cui è una delle maggiori espressioni, cioè la cosiddetta “barrelhouse music”. Il suo modo di suonare il pianoforte come fosse uno strumento percussivo e la voce carica di immediatezza espressiva accompagnata da un’esecuzione vigorosa e piena di swing rappresentano infatti le più tipiche caratteristiche di questo genere. Stabilitosi, durante l'infanzia, con la sua famiglia a St. Louis nel Missouri inizia a suonare la batteria intorno al 1920 e, qualche anno dopo, entra a far parte dell’orchestra di Charlie Creath. Dopo un tour con la Georgia Smart Set si dedica al pianoforte e inizia a esibirsi nei vari club della zona, dove ha l’occasione di conoscere Henry Brown e Peetie Wheatstraw. Successivamente dà vita a un proprio gruppo, i Buck's Jazz Hounds, e poi di lui non si sa più nulla fino al 1961 quando viene rintracciato da Charles O'Brien che gli trova nuove scritture e nuovi contratti. Buck, però, muore a Detroit, nel Michigan, nel 1962, pochi mesi dopo aver registrato il suo ultimo album per la Folkways. 15 settembre, 2026
15 settembre 1977 – Driftin' Slim, una leggenda se ne va
15 settembre 1977 muore a Los Angeles, in California, il leggendario bluesman Driftin’ Slim. Cantante, armonicista e chitarrista blues nasce ad Atlanta, in Georgia, il 24 febbraio 1919 e all’anagrafe è registrato con il nome di Elmon Mickle. Eccellente cantastorie è un leggendario “one man band” conosciuto anche con gli pseudonimi di Drifting Smith, Harmonica Harry e Model T Slim. Impara a suonare l'armonica da John Lee “Sonny Boy” Williamson, destinato a rimanere a lungo il suo maggior ispiratore e con lui lavora spesso durante i primi anni Quaranta nei locali di Little Rock, in Arkansas. Nel 1951 forma un proprio gruppo con i chitarristi Baby Face Turner, Junior Crippled, Red Brooks e con Bill Russell alla batteria. Con questa band incide per la Modern i suoi primi brani My Little Machine e Down South Blues. L'anno dopo registra con Ike Turner Good Morning Baby e My Sweet Woman per la RPM. Dopo la morte di Brooks inizia a esibirsi da solo come nell'area di Los Angeles. Nel 1959 registra alcuni dischi con il suo vero nome. All'inizio degli anni Settanta le sue cattive condizioni di salute lo costringono ad abbandonare la vita musicale attiva. La sua ultima esibizione pubblica avviene al Folk Music Festival di San Diego del 1971. Nel 1977 ci lascia per sempre. 14 settembre, 2026
14 settembre 1973 – La musicalità istintiva di Alessandro Canino
Il 14 settembre 1973 nasce a Firenze il cantante Alessandro Canino. Figlio di un musicista trova nel padre un alleato quando decide di avvicinarsi al mondo della musica, per il quale dimostra un precoce interesse e un grande talento. Il ragazzo studia con Walter Savelli e inizia prestissimo a esibirsi in vari locali di Firenze. Nel 1992 Alessandro debutta nella categoria “Nuove Proposte” del Festival di Sanremo con la canzone Brutta cui segue il suo primo album Alessandro Canino. Brutta diventa uno dei successi commerciali dell’anno e Canino vince il Telegatto come Miglior Artista Emergente decretato dal pubblico di “Vota la Voce”. Negli anni successivi torna ancora al Festival di Sanremo presentando nel 1993 Tu tu tu tu tu e nel 1994 Crescerai. Dotato di una musicalità istintiva si conferma successivamente come uno dei più promettenti cantautori del nuovo panorama pop italiano.
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