Il 13 agosto 1914 a St. Jans-Molenbeek, nei pressi di Bruxelles, nasce Ivon Debie, l'unico pianista del mondo a suonare in assolo con Django Reinhardt. Dopo aver studiato privatamente il pianoforte per cinque anni, all'età di diciassette dà vita alla sua prima orchestra con un gruppo di appassionati. L’esperienza lo stimola a continuare su quella strada anche se non gli dà ancora la possibilità di guadagnare a sufficienza. Dal 1937 al 1940 di giorno lavora come contabile mentre di notte dirige una band che pian piano si conquista una discreta popolarità tanto da diventare l’orchestra di Fud Candrix. Tornato a casa dopo aver partecipato all’inutile tentativo di resistere allo strapotere delle truppe tedesche nei primi mesi di quella che sarebbe poi passata alla storia come la Seconda Guerra Mondiale, nel 1941 Debie inizia anche a frequentare il conservatorio di Bruxelles mentre gli occupanti tedeschi offrono ai componenti dell'orchestra Candrix due alternative: o lavorare nelle fabbriche in Germania o suonare con l'orchestra a Berlino. Trascorsi a Berlino alcuni mesi, l'orchestra Candrix torna a Bruxelles dove incide quattro dischi con Django Reinhardt. Il 16 aprile 1942 Debie accompagna Django Reinhardt in quattro “a solo” di violino e chitarra (Vous et Moi, Distraction, Studio 24, Blues en mineur) e poi forma una sua orchestra, suonando saltuariamente anche con Stan Brenders. Dopo la guerra forma vari gruppi, da un piccolo combo con Toots Thielemans nel 1946, a una grande orchestra di diciotto elementi che suona per l'esercito americano. Nel 1958 diventa direttore artistico della RCA del Belgio, dove lavorerà fino all’agosto 1979 quando si ritira definitivamente dalle scene musicali.Rock e Martello, ogni giorno una storia in musica
Quello che viene chiamato "rock" non è soltanto un genere musicale. È uno stato d'animo, un modo d'essere che incrocia la musica, il cinema, la letteratura, il teatro e la creatività in genere compresa quella destinata alla produzione industriale. Per chi è nato negli anni Cinquanta e Sessanta è un sottofondo, una colonna sonora di ogni momento della vita, di pensieri e ricordi. Esiste da sempre e aiuta a vivere meglio...
13 agosto, 2026
13 agosto 1914 - Ivon Debie, il pianista di Django Reinhardt
Il 13 agosto 1914 a St. Jans-Molenbeek, nei pressi di Bruxelles, nasce Ivon Debie, l'unico pianista del mondo a suonare in assolo con Django Reinhardt. Dopo aver studiato privatamente il pianoforte per cinque anni, all'età di diciassette dà vita alla sua prima orchestra con un gruppo di appassionati. L’esperienza lo stimola a continuare su quella strada anche se non gli dà ancora la possibilità di guadagnare a sufficienza. Dal 1937 al 1940 di giorno lavora come contabile mentre di notte dirige una band che pian piano si conquista una discreta popolarità tanto da diventare l’orchestra di Fud Candrix. Tornato a casa dopo aver partecipato all’inutile tentativo di resistere allo strapotere delle truppe tedesche nei primi mesi di quella che sarebbe poi passata alla storia come la Seconda Guerra Mondiale, nel 1941 Debie inizia anche a frequentare il conservatorio di Bruxelles mentre gli occupanti tedeschi offrono ai componenti dell'orchestra Candrix due alternative: o lavorare nelle fabbriche in Germania o suonare con l'orchestra a Berlino. Trascorsi a Berlino alcuni mesi, l'orchestra Candrix torna a Bruxelles dove incide quattro dischi con Django Reinhardt. Il 16 aprile 1942 Debie accompagna Django Reinhardt in quattro “a solo” di violino e chitarra (Vous et Moi, Distraction, Studio 24, Blues en mineur) e poi forma una sua orchestra, suonando saltuariamente anche con Stan Brenders. Dopo la guerra forma vari gruppi, da un piccolo combo con Toots Thielemans nel 1946, a una grande orchestra di diciotto elementi che suona per l'esercito americano. Nel 1958 diventa direttore artistico della RCA del Belgio, dove lavorerà fino all’agosto 1979 quando si ritira definitivamente dalle scene musicali.12 agosto, 2026
12 agosto 1982 - Il cantante che parlava sulle note alte
Il sorriso ironico e la carica vitale di Joe Tex, uno dei personaggi più emblematici della black music degli anni Sessanta e Settanta, si spengono il 12 agosto 1982. Colpito da un attacco cardiaco il quarantanovenne soulman muore a Navasota, in Texas, pochi giorni dopo la conclusione della "Soul Clan Revue", un lungo tour che l’ha visto esibirsi in compagnia di Wilson Pickett, Solomon Burke, Don Convay e altri veterani del soul. Cresciuto in un sobborgo di Houston, Joe Tex, all’anagrafe Joseph Arrington jr, per sopravvivere si adatta a fare di tutto: lustrascarpe, venditore di giornali, ballerino e cantante. Non dà molto credito alla possibilità che quella di cantante possa essere la sua professione futura. Si fa conoscere come autore e scrive successi per Jerry Butler ed Etta James, ma la svolta nella sua carriera inizia nel 1964 quando un impresario di country, Buddy Killen, gli propone di registrare una versione di Baby you're right di James Brown. Dotato di una voce rauca e inadatta alle note alte Joe è costretto a eliminare le parti difficili delle canzoni introducendo brani di parlato sulla musica. Il risultato non gli piace. Se ne va, ma prima si fa promettere che l’incisione non verrà mai utilizzata. Bugiardo matricolato, Killen, convinto delle qualità del ragazzo, gli dice di sì ma poi autorizza la pubblicazione del brano in un singolo che in pochi giorni scala la classifica dei dischi più venduti. È il successo. Con i primi quarantamila dollari Joe regala una casa alla sua vecchia nonna. Sono gli anni del grande successo del soul e lui ne diviene uno degli interpreti più originali con brani come Hold what you've got, A sweet woman like you, You're right Ray Charles e, soprattutto I gotcha. All'apice del successo, però, abbandona la scena musicale per diventare predicatore della Chiesa dei Musulmani Neri, con il nome di Joseph Hazziez. Tornerà sulle scene nel 1975 dopo la morte di Elijah Muhammad, il capo dei Musulmani Neri. I tempi, però, sono ormai cambiati. Ottiene un buon successo con Ain’t gonna bump no more, ma non riuscirà più a ripetersi sui livelli precedenti.
11 agosto, 2026
11 agosto 1966 - Vade retro Lennon!

L’11 agosto 1966 all’Astor Towers Hotel di Chicago si svolge una burrascosa conferenza stampa dei Beatles, sbarcati negli Stati Uniti per esibirsi in quello che è destinato a essere il loro ultimo tour oltreoceano. Per una volta, però non sono i giornalisti a creare grattacapi ai quattro ragazzi di Liverpool. Anzi, c’è chi rileva come siano “più o meno le stesse del tour precedente”. Quello che disturba è la presenza vociante e aggressiva fuori dall’albergo di varie organizzazioni cristiane integraliste che alzano cartelli in cui si chiede a John Lennon di pentirsi e alle autorità americane di espellere i “blasfemi inglesi”. Allieta l’ambiente un grande falò di dischi e manifesti della band in puro stile Ku Klux Klan. La ragione di tanto trambusto è da ricercare in una non recentissima intervista rilasciata da John Lennon a Maureen Cleave, una giornalista dell’”Evening Standard”, nella quale il musicista rileva, tra l’altro, che “i Beatles sono oggi più conosciuti nel mondo di quanto non sia Gesù Cristo.” In quello stesso 11 agosto, mentre si sta svolgendo la conferenza stampa, un’associazione conservatrice di Memphis chiede che venga annullato il concerto che i quattro di Liverpool dovrebbero tenere nella città. In caso contrario si promettono disordini e contestazioni, oltre che la dannazione eterna per i responsabili del sacrilegio. E mentre il Sudafrica, che non ha mai sopportato John Lennon per il suo impegno antiapartheid, coglie l’occasione per mettere al bando i dischi dei Beatles, i vertici della Chiesa Cattolica tentano di riportare un po’ tutti alla realtà. Su “L’Osservatore Romano” e il “Catholic Herald” compaiono due editoriali molto simili che rilevano come, pur se sbagliate nel tono, le dichiarazioni Lennon siano sostanzialmente vere. Forse perché non leggono, ma più probabilmente perché non capiscono, varie organizzazioni di estrema destra, non tutte a sfondo confessionale, si daranno appuntamento a Memphis il 20 agosto, data del concerto dei Beatles in quella città, per limitarsi a bersagliare con frutta marcia e immondizia la band. I disordini promessi finiranno lì.
10 agosto, 2026
10 agosto 1957 – La triste fine di Pasquale Jovino
Il 10 agosto 1957 al Morvillo, l’ospedale dei poveri di Napoli muore a quasi novantadue anni, in miseria e dimenticato, da tutti il cantante e chitarrista Pasquale Jovino. Popolarissimo in Europa all'inizio del secolo nell'ambiente musicale napoletano è conosciuto anche con il soprannome di Pasquale ‘O Piattaro. Prima di dedicarsi a tempo pieno alla musica, infatti, lavora come garzone in una bottega dove si decorano piatti. Un giorno, sorpreso dalle sue qualità vocali, il maestro Vergine decide di dargli i primi rudimenti di musica e tecnica vocale. Nei pomeriggi in casa del celebre maestro gli è compagno di studi un altro giovane di belle speranze che risponde al nome di Enrico Caruso. Pasquale non termina il corso. Scritturato da un gruppo folcloristico se ne va in Germania. Finita la tournée non torna a Napoli, ma resta a Berlino dove per quattro anni sbarca il lunario cantando canzoni napoletane in vari locali. Sono i primi anni del Novecento e il suo spirito curioso e vagabondo si lascia trasportare dalle varie compagnie teatrali. La sua voce risuona in Russia, in Ungheria e nelle due Americhe. Tornato in Europa ricomincia da capo accettando scritture nelle bettole di Marsiglia. Ancora una volta, però, la fortuna lo assiste. Notato da un impresario viene scritturato per una rivista che resta per sei mesi in cartellone alle Folies Bergère di Parigi. Nel 1910, a quarantacinque anni, decide di tornare a casa. Da quel momento la sua voce diventa il sottofondo musicale dei migliori caffè concerto e ristoranti di Napoli e Posillipo. Leggendaria resta la sua interpretazione di un classico come 'O guarracino, eseguito ogni volta con l'aggiunta di un finale diverso ispirato dal momento, dall'ambiente o dagli interlocutori. Si ritira dalle scene nel 1945, ormai settantacinquenne. Stanco, malato e senza una lira il cantante che ha fatto impazzire il pubblico di due continenti vive i suoi ultimi dodici anni tra gli stenti e la miseria più nera.09 agosto, 2026
9 agosto 1951 - Juri Camisasca, da cantautore a monaco e ritorno
Il 9 agosto 1951 a Melegnano, in provincia di Milano nasce il cantautore Juri Camisasca. Registrato all'anagrafe con il nome di Roberto Camisasca fa il suo debutto discografico nel 1974 con l'album La finestra dentro e nello stesso periodo collabora con Franco Battiato nei suoi esperimenti di ricerca sonora. Entra poi a far parte del Telaio Magnetico, una formazione storica dell'avanguardia italiana che, oltre a lui, comprende Franco Battiato, Mino Di Martino, Terra Di Benedetto, Roberto Mazza e Lino "Capra" Vaccina. Nel 1979 decide di ritirarsi in un monastero benedettino dove resta per una decina d'anni. Nel 1987 senza lasciare il monastero partecipa, come voce solista, all'opera di Battiato "La Genesi". Nel 1988 pubblica l'album di canti sacri Te Deum. All'inizio del 1989 interrompe, dopo dieci anni, il ritiro monastico e riprende l'attività musicale, tornando a comporre per Alice, Giuni Russo, Franco Battiato e Milva oltre a collaborare sempre con Battiato alle musiche per l'opera teatrale "I Persiani". Nel 1992 pubblica l'album Il Carmelo di Echt. Nel 2005 recita nel secondo film di Franco Battiato "Musikanten" e nel 2007 prende parte anche al terzo film dello stesso Battiato "Niente è come sembra".
08 agosto, 2026
8 agosto 1970 - Grazie, piccola Bessie. Janis
L’aveva promesso a se stessa e lei è una che mantiene le promesse. Janis Joplin nell’estate del 1970 è ormai una cantante di successo, sia pur tormentata da una serie lunghissima di angosciosi problemi esistenziali. Da poco ha debuttato con la Full Tilt Boogie Band e tra pochi giorni deve iniziare le sedute di registrazione del suo nuovo album. Da tempo, però, continua a dire agli amici di voler saldare un misterioso debito. Approfittando di un momento di pausa nei suoi impegni, l’8 agosto 1970 fa collocare a sue spese una lapide di ringraziamento e di saluto sulla tomba della grande cantante Bessie Smith, l’Imperatrice del blues che riposa dal 1937 nel cimitero di Mount Lawn presso Derby, in Pennsylvania. Lo fa senza grande clamore, ma la notizia trapela ugualmente. A chi gliene chiede la ragione Janis spiega “L’ho sentita molte volte vicino a me. Devo tutto a lei: il mio modo di cantare, la mia passione per la musica, i suoni e i colori della mie interpretazioni. È stata Bessie Smith l’esempio che ho scelto quando ho cominciato a cantare e lei mi ha insegnato la strada.” Stimolata sull’argomento si lascia poi andare a una serie di considerazioni violente contro la vergogna della discriminazione razziale. Sono parole di fuoco che bollano l’intera società americana. Il razzismo, a suo dire, è una vergogna che dovrebbe pesare come un macigno su tutti i bianchi che vivono negli Stati Uniti. Le parole di Janis non sono generiche manifestazioni di solidarietà a favore dell’integrazione razziale, ma si riferiscono direttamente alle scandalose circostanze che hanno provocato la morte di Bessie Smith, sulle quali, peraltro, nessuno ha mai aperto un’inchiesta degna di questo nome. La morte della cantante viene solitamente attribuita a un generico “ritardo nei soccorsi”, quando non a “circostanze oscure”. Eppure non c’è niente di più vergognosamente chiaro delle circostanze che hanno determinato la morte di Bessie Smith. Siamo nel 1937. Mentre è impegnata in una lunga tournée nel Sud degli Stati Uniti, la cantante viene coinvolta, nella notte tra il 25 e il 26 settembre, in un terribile incidente stradale nelle vicinanze di Clarksdale, nello stato del Mississippi. Come si può immaginare non sono ancora molte, negli anni Trenta, le auto che viaggiano di notte, per cui passa molto tempo prima che qualcuno si accorga dell’incidente. Ali occhi dei primi soccorritori le condizioni della cantante appaiono molto gravi tanto che si decide di non attendere l’ambulanza per trasportarla al pronto soccorso del più vicino ospedale. La lunga corsa contro il tempo di Bessie Smith è, però, solo all’inizio. Pur essendo stato avvertito per tempo e avendo preparato il necessario per prendersi cura della ferita, il personale di turno dell’ospedale si rifiuta di accettare il corpo martoriato della cantante quando si accorge che è nera. In quegli anni in molti stati del Sud vige ancora un rigido regime di separazione razziale e viene considerato un fatto del tutto normale per una clinica riservata ai bianchi rifiutare di prendersi cura a un corpo sofferente dalla pelle nera. A nulla valgono le violente proteste dei più decisi tra i soccorritori, accusati dai loro interlocutori di aver perso del tempo prezioso per non aver voluto portare subito la ferita nel più lontano ospedale per neri. In ogni caso è “evidente” che i medici e gli infermieri della clinica “bianca” non c’entrano perché Bessie Smith non è un problema loro. Gli stupefatti soccorritori risalgono sulle auto e tentano una nuova disperata corsa verso l’ospedale afro-americano di Clarksdale. Dopo una notte intera senza soccorsi, le cure dei medici non possono far altro che alleviare i dolori dell’agonia. Alle prime ore dell’alba la donna che era stata insignita del titolo di “Imperatrice del blues” e applaudita in tutti gli States cessa di vivere. Questa è la storia che con le sue parole Janis Joplin tenta di far rivivere nella coscienza dell’America degli anni Settanta. Ci riesce, ma solo per il breve spazio di un respiro, perché poi, si sa, la vita continua.07 agosto, 2026
7 agosto 1963 - Charlie Love, una cornetta dell'old jazz
Il 7 agosto 1963 muore a New Orleans, in Louisiana, Charlie Love, una delle più significative cornette del jazz delle origini. Nato a Plaquemine, in Louisiana, nel 1885. Comincia a suonare la cornetta da ragazzo sotto la guida del padre, solista di cornetta e di trombone nella Pickwick Brass Band e proprio in una orchestra diretta dal padre ottiene il suo primo ingaggio. Della stessa formazione fa parte anche Dennis Williams, fratello del più celebre Clarence. Successivamente entra nella Plaquemine Brass Band prima di trasferirsi, nel 1915, a Vera Cruz alla testa di una sua orchestra. Nel 1917 suona con la Caddo Jazz Band prima a Shreveport e poi a Chicago. Rientrato a New Orleans si esibisce con la Excelsior e con la Tuxedo Brass Band e nel 1925 viene chiamato a sostituire Andrew Kimball nell'orchestra di Robichaux al Lyric Theatre. Questo ingaggio gli consente di farsi notare dalla critica che cominci a parlare di lui come dell'erede di Edward Clem, uno dei più espressivi trombettisti blues di New Orleans. Durante gli anni della depressione suona con il batterista Henry Russ, il sassofonista Sport Young e il trombonista Boots Young. Nel dopoguerra ritorna alla ribalta con la jazz band del clarinettista Louis Nelson Delisle e negli anni Cinquanta suona all'Happy Landing alla testa di una sua formazione che comprende Joe Avery, Emile Barnes, Albert Glenny e Albert Jiles. Proprio con Albert Jiles all'inizio degli anni Sessanta forma la Love Jiles Ragtime Orchestra con la quale ripropone le vecchie partiture di Robichaux ripresentando al pubblico l'originale "ragtime orchestrale".06 agosto, 2026
6 agosto 1932 - Maria Rosaria Pariso, in arte Maria Paris
Il 6 agosto 1932 nasce a Napoli Maria Rosaria Pariso, destinata a diventare una delle voci più importanti della musica napoletana con il nome di Maria Paris. Bambina prodigio non ha ancora compiuto undici anni quando debutta come cantante nella compagnia di bambini Rossaldi. Dopo una lunga esperienza nel teatro di rivista, nel 1953 partecipa al Festival di Napoli portando in finale 'O core vò fa sciopero con Carla Boni e Mannaggia 'o suricillo, con Katyna Ranieri. L’anno dopo, in coppia con il duo Carla Boni-Gino Latilla vince la rassegna partenopea con 'E stelle 'e Napule. Pur essendo molto amata dal pubblico napoletano nella seconda metà degli anni Cinquanta sembra destinata a un precoce declino ma nel 1958 torna al Festival di Napoli conquistando il secondo posto con Tuppe tuppe mariscià, in coppia con Nicla di Bruno. Anche il cinema si accorge di lei e le affida ruoli importanti in film non soltanto musicali. Nel 1963 vince di nuovo il Festival di Napoli con Jammo jà, in coppia con Nicla Di Bruno e nel 1967 è terza con Pulecenella ’o core ’e Napule, insieme ad Aurelio Fierro. Tra le centinaia di canzoni interpretate, oltre alle citate sono da ricordare Viene viene ammore, Mandulinata a Napule, Cha cha cha cu’ Mariarosa, Luna ’e Marechiaro, Come facette mammeta e Ciento catene. Muore il 3 maggio 2018.05 agosto, 2026
5 agosto 1975 - Stevie Wonder, il ragazzo del ghetto diventa miliardario

C’è chi pensa sia una vergogna, chi invece sostiene che è la rivincita di un ragazzo nero non vedente contro il suo destino. In ogni caso la notizia è di quelle che sembrano nate apposta per far discutere. Il 5 agosto 1975 Stevie Wonder rinnova il contratto discografico con la Motown per sette anni. Per quel che riguarda l’entità finanziaria del contratto, non vengono emessi comunicati ufficiali, ma voci bene informate parlano di una cifra che si aggira intorno ai tredici milioni di dollari. È una somma da capogiro, un record per quegli anni, il più ricco contratto mai stipulato fino ad allora tra un artista e una casa discografica. Non resterà né l’unico, né il più alto, ma tredici milioni di dollari sono decisamente troppi, anche per un personaggio come Wonder cui sembrava che la vita non dovesse regalare nulla. Nato prematuro a Saginaw, nel Michigan, Steveland Morris, questo è il suo vero nome, perde l’uso della vista per il malfunzionamento della sua incubatrice. È l’ultimo di tre fratelli e la madre, Lula Hardway, giura a se stessa di non fargli pesare la sua condizione. Mantiene il giuramento anche quando il padre se ne va. Stringe i denti e con i tre figli si trasferisce a Breckenridge, uno dei quartieri più poveri di Detroit. Il piccolo Stevie passa il tempo con il gioco che più gli piace: la musica. Il suo primo strumento musicale è una batteria giocattolo con la quale batte il tempo delle canzoni della radio. I regali dei vicini arricchiscono la sua strumentazione. Il piccolo canterino anima con la sua voce il quartiere finché, un giorno, un altro ragazzo del ghetto, Gerald White parla di lui a suo fratello Ronnie, che canta nei Miracles di Smokey Robinson. “Fammi sentire quello che sai fare con la voce, ragazzo!” Quello che ascolta lo lascia di stucco. Lo porta negli studi della Motown per farlo ascoltare da Brian Holland. A dodici anni Stevie Wonder ottiene così il suo primo contratto discografico. D’ora in poi la sua famiglia non avrà più problemi economici.
04 agosto, 2026
4 agosto 1940 - Timy Yuro, la voce bianca del rhythm and blues
Il 4 agosto 1940 nasce a Chicago la cantante Timy Yuro, all'anagrafe Rosemary Timothy Yuro. Dotata di una grande estensione vocale inizia a cantare rhythm and blues nel ristorante che i suoi genitori hanno aperto a Los Angeles. È la fine degli anni Cinquanta e pian piano la sua popolarità si allarga anche al di fuori della ristretta cerchia dei clienti del ristorante. Considerata una delle giovani rivelazioni più interessanti di quel periodo sottoscrive un contratto discografico con la Liberty Records ed esordisce nel 1961 con Hurt un ballata in stile R&B lanciata da Roy Hamilton che ottiene un grandissimo successo commerciale. La conferma arriva con l'album Make the World Go Away del 1963 e con il brano Down in the valley. Il suo successo, basato più sulla grinta, sulle capacità vocali e sulla carica interpretativa che sui risultati commerciali, si affievolìsce. Nel 1976 i Manhattans rilanciano Hurt in versione disco-music e molti disc-jockey in Gran Bretagna utilizzano la sua voce campionata per alcuni remix di successo. Sull'onda della rinnovata popolarità torna a cantare ma nei primi anni Ottanta le viene diagnosticato un tumore alle corde vocali. Viene operata, ma perde la sua potente voce. Il suo ultimo disco, Timi Yuro sings Willie Nelson, è del 1984. Nonostante le cure alla fine il cancro vince e Timi muore nella sua casa di Las Vegas il 30 marzo 2004. 03 agosto, 2026
3 agosto 1963 – L’ultima volta dei Beatles al Cavern
Il 3 agosto 1963, in una confusione indescrivibile di corpi sudati e con l'accompagnamento continuo delle urla assordanti dei ragazzi che accompagnano ogni loro brano, i Beatles si esibiscono nel locale che li ha visti nascere, crescere e diventare grandi: il Cavern Club di Liverpool. «Con questa fanno duecentosettantaquattro!» urla Paul McCartney aprendo le danze. I quattro ragazzi sono ormai popolarissimi in tutto il Regno Unito e la loro fama si sta allargando a macchia d’olio anche fuori dai confini britannici. A corroborare il loro buon umore c’è anche la notizia, arrivata poche ore prima dell’esibizione al Cavern del primo, timido, ingresso della loro From me to you nella classifica statunitense. Una folla indescrivibile li aspetta dalle prime ore del pomeriggio. Si può dire che tutta la popolazione di Liverpool al di sotto dei vent’anni occupi da ore le vie che portano al locale. L’affollamento crea non pochi problemi ai responsabili dell’ordine pubblico che temono incidenti e malori, anche perché il Cavern può contenere al massimo delle sua capienza reale, poco più di un centinaio di persone. In realtà la manifestazione di massa è molto diversa da quelle che stanno caratterizzando le esibizioni dei Beatles in tutto il territorio britannico. Più che uno dei tanti episodi di “Beatlemania”, in questo caso si può parlare di un entusiastico omaggio da parte dei giovani di Liverpool a quattro ragazzi come loro che ce l’hanno fatta a diventare famosi. Lo si vede fin dall’arrivo di George, Ringo, John e Paul. La folla li riconosce, li chiama per nome, scambia impressioni, ma non li soffoca. La stretta del pubblico è amichevole, rispettosa e affettuosa al tempo stesso, piena di ricordi e, per molti, di episodi di vita vissuta. Quando i Beatles iniziano a suonare tutti sanno di assistere a un evento che non si ripeterà più: troppo piccolo il Cavern per i quattro, troppo pericoloso sfidare oltre la sorte. Quello che si compie sotto gli occhi dei pochi fortunati che sono riusciti a entrare nel locale è una sorta di rito. I Beatles tornano per l’ultima volta nel locale da cui è partita la loro storia e i giovani della loro città li salutano per l'ultima volta perché sanno che le vicende dei quattro sono destinate a portarli lontano per sempre. È una cerimonia di ringraziamento e, insieme, di commiato, quella che si svolge al Cavern Club il 3 agosto 1963. Se ne rendono conto tutti, primi fra tutti i Beatles che, al termine della loro esibizione non sprecano tante parole. Si inchinano e salutano: «Ciao ragazzi. Ci vediamo!» 02 agosto, 2026
2 agosto 1896 - Natty Dominique, instabile eroe del jazz delle origini
Il 2 agosto 1896 nasce a New Orleans, in Louisiana, il trombettista Natty Dominique, uno dei personaggi leggendari del jazz delle origini. Il suo modo di suonare è fortemente ispirato alla linea e allo stile di trombettisti come Freddie Keppard, del quale riprende le cadenze e la ricchezza dell'eloquio. Zio di Don Albert e cugino di Barney Bigard, Natty esordisce nella sua città natale nel 1912 con l'Imperial Brass Band di Emmanuel Perez prima di trasferirsi a Chicago seguendo il flusso migratorio degli afroamericani verso i centri industriali del nord degli Stati Uniti. Nel 1914 è con Jimmie Noone. Nonostante la scarsa documentazione discografica di quel periodo le testimonianze storiche raccontano di una rapida evoluzione stilistica destinata a completarsi nel 1923 quando entra nel gruppo di Jelly Roll Morton, l'artista che si è autodefinito l'inventore del jazz. Chiusa nel 1924 l'esperienza con Morton, dopo un breve periodo di permanenza nell'orchestra di Carroll Dickerson, Natty Dominique si unisce al clarinettista Johnny Dodds con il quale vive certamente l'esperienza più esaltante e positiva della sua carriera di musicista. Gli assoli realizzati utilizzando come base di lancio il forte potenziale lirico che Dodds sa sprigionare dal blues, risultano fra gli esempi più significativi dello stile New Orleans per tromba. Vari problemi psichici perseguitano la sua carriera e ne rendono difficoltoso il cammino artistico. Per larga parte degli anni Trenta, infatti, scompare dalla scena jazzistica finendo dopo varie traversie a lavorare come facchino all'aeroporto di Chicago. Torna a suonare nel 1940 per un breve periodo e poi scompare fino al 1952 quando lo si vede di nuovo in scena nella formazione di Baby Dodds. Non ci resta per molto. Ancora una volta scompare nel nulla senza lasciare tracce consistenti. Molte sono le storie che si raccontano sulla sua vicenda artistica, ma diventa difficile distinguere tra verità, leggenda e pura fantasia. Muore il 30 agosto 1982.01 agosto, 2026
1° agosto 1987 - Il ritorno al vertice di Bob Seger
Il 1 agosto 1987 Shakedown, tema conduttore del film "Beverly Hills Cop II" riporta al vertice della classifica il quarantaduenne Bob Seger, uno dei più grandi talenti del rock statunitense. L'exploit è del tutto casuale. Il brano, infatti, è stato scritto per Glenn Frey che, però, colpito da una laringite, si è fatto sostituire dal vecchio leone, reduce dal buon successo dell'album Like a rock. Il primo posto in classifica, al di là del valore reale del brano, premia un artista spesso messo ai margini del music business per le sue idee politiche radicali e per l'eccessiva passione per l'alcool e sostanze varie. Fin da giovanissimo inizia a frequentare l'ambiente del rock and roll con garage-bands come i Town ed i Decibel, diventando poi il tastierista degli Omens di Doug Brown. Il suo primo exploit risale alla metà degli anni Sessanta quando con lo pseudonimo di Beach Bumps regala agli hippie una dissacrante versione del brano militarista Ballad of the green berets. Forma quindi i Last Heard con gli ex componenti degli Omens, impegnandosi a fondo nel movimento pacifista. In questo, che è il periodo più fertile e interessante della sua carriera, pubblica brani come la famosa 2+2, una canzone contro la guerra del Vietnam, e Ramblin' gamblin' man, entrambe inserite nel suo primo album. Considerato uno scomodo e poco manovrabile rompiscatole fatica a trovare spazio sulla scena musicale. Più volte decide di abbandonare la musica, ma fortunatamente si fa sempre convincere a tornare sui suoi passi. Negli anni Settanta vive il periodo smagliante con la Silver Bullet Band, testimoniato da splendidi album come Live Bullet, Night moves e Stranger in town. Nel 1980 pubblica Against the wind, probabilmente il suo miglior album in assoluto. Tra alti e bassi resiste al passare del tempo anche grazie alla stima di artisti come Bruce Springsteen che gli danno una mano a sopravvivere. Il successo di Shakedown lo aiuta a continuare. 31 luglio, 2026
31 luglio 1887 - Peter Bocage dal violino alla tromba
Il 31 luglio 1887 nasce ad Algiers, in Louisiana, Peter Bocage, uno dei personaggi più significati della storia del jazz. Fratello maggiore del banjoista Charles che suonerà anche al suo fianco nell'orchestra di Armand J. Piron, inizia la sua attività professionale a New Orleans intorno al 1909 come violinista della Superior Orchestra di Billy Marrero e della Bob Frank's Peerless Orchestra, affermandosi come uno dei migliori violinisti di New Orleans. Qualche tempo dopo studia la cornetta sotto la guida del professor Brookhaven e, proprio nella nuova veste di cornettista, viene ingaggiato dalla Onward Brass Band e dalla Tuxedo dove ha al suo fianco le prime cornette Manuel Perez e Oscar Celestin. Lavora quindi con Joe Oliver al Lala's e al Club 25 prima di raggiungere la SS Capitol Orchestra di Fats Marable nell'estate del 1918 nella quale diventa prima cornetta. Pochi mesi dopo entra a far parte dell'appena formata orchestra di Armand Piron, ingaggiata dal Trachina's Restaurant di Spanish Fort sul lago Ponchartrain. Con questa formazione suona ininterrottamente per nove anni esibendosi saltuariamente anche come trombonista e partecipando a diverse sedute di incisione per la Victor e la Columbia a New York nel 1923 e nel 1924. Negli anni successivi rientra a New Orleans dove suona con varie brass band, compresa anche la Zenith Brass Band con cui registra dei dischi per la Circle. Nel 1944 viene chiamato a sostituire Bunk Johnson al Savoy di Boston per lavorare a fianco di Bechet. Tra il 1949 e il 1954 è al Mama Lou's, un noto ristorante di New Orleans, nel 1955 con il fratello Charlie al Jefferson City Buzzard's Hall, uno dei dancing più rinomati della città. All'inizio degli anni Sessanta forma i Creole Serenaders, un gruppo di cui fanno parte Louis Cottrell, Paul Barnes, Manuel Sayles, Charlie Love, Joe Robichaux e altri ottimi elementi. Muore il 3 dicembre 1967.30 luglio, 2026
30 luglio 1936 - Buddy Guy, un blues aggressivo tra passato e presente
Il 30 luglio 1936 nasce a Lettsworth, in Louisiana, Buddy Guy, uno dei migliori rappresentanti del blues moderno di Chicago. Il suo stile, ricco di richiami e citazioni prese dal classico blues degli stati del Sud da cui proviene, fa di lui uno del "campioni" di quell’aggressività verbale tipica della scuola sudista. Passa l'infanzia a Baton Rouge, nei pressi di New Orleans e impara a suonare la chitarra giovanissimo poi si sposta nell'Illinois e per un po' si stabilisce a Chicago seguendo il percorso classico dei grandi bluesmen provenienti dal sud profondo e razzista. Proprio a Chicago viene notato da Magic Sam che lo aiuta a registrare i primi dischi grazie alla stima e soprattutto gli apre le porte dei maggiori club della città come il Theresa's, il Curley's Bar, il Big John's e l’Apex Club. Alla fine degli anni Sessanta è ormai popolarissimo e vive da protagonista il rinnovato interesse per il blues dei giovani europei suonando anche al fianco dei Rolling Stones.29 luglio, 2026
29 luglio 1948 - I cerchi olimpici sulle rovine di Londra
Il 29 luglio 1948 iniziano i Giochi Olimpici di Londra. Per il comitato olimpico è la quattordicesima edizione perché si sceglie di contare anche una XII e una XIII Olimpiade che non hanno avuto luogo. Nelle intenzioni originarie la loro organizzazione sarebbe toccata a Tokyo e Roma, ma la follia degli uomini ha voluto diversamente. Quando si deve scegliere la nazione deputata a ospitare la manifestazione, viene scartata la candidatura della neutrale e prospera Svizzera perché il mito olimpico, per rivivere, ha bisogno di un emblema di sofferenza e resurrezione. La Londra del 1948, con i suoi palazzi ancora sventrati è un simbolo più significativo delle verdi e quiete vallate elvetiche. Si ricomincia con quello che c’è, non si possono costruire nuovi impianti. Gli inglesi si arrangiano rattoppando Wembley e gli altri stadi, per gli sport acquatici può bastare il Tamigi e per il ciclismo ci si accontenta degli ampi viali del parco di Windsor. È un’Olimpiade povera ma dignitosa, come i tempi che le popolazioni dell’Europa stanno vivendo. I 4.311 atleti provenienti da cinquantanove nazioni sono ospitati in collegi, capannoni militari e camere di vecchi ospedali da guerra. Quasi a sottolineare l’aria di nuova fratellanza tra i popoli i concorrenti della nazioni con maggior disponibilità, dividono con gli atleti dei paesi meno fortunati le scorte alimentari. C’è, comunque, chi fa le cose in grande. La squadra statunitense arriva a Londra con una dispensa forte di cinquemila bistecche e quindicimila tavolette di cioccolato, mentre gli olandesi e i danesi possono contare su una mezzo milione di uova. Gli italiani sbarcano sulle coste britanniche con scorte di pasta, pomodoro e parmigiano, prodotti tipici di quella che ancora non viene chiamata “dieta mediterranea”. Tutti, comunque, possono contare sulla collaborazione dei pescatori inglesi che distribuiscono gratis agli atleti, nei giorni delle Olimpiadi, più di duemila tonnellate di pesce. La cerimonia d’apertura si svolge nello stadio di Wembley davanti a ottantamila spettatori. Fa molto caldo, la temperatura tocca punte superiori ai 40 gradi centigradi, ma è un caso perché nei giorni successivi pioverà sempre. Nel cuore degli inglesi permangono le ruggini e le ferite di una guerra troppo recente per essere dimenticata e la delegazione italiana viene spesso bersagliata da fischi e varie manifestazioni di ostilità. Il tifo non è mai dalla nostra parte, qualunque sia l’avversario. Tra le nazioni sconfitte, a differenza di Germania e Giappone, che sono state escluse dalle competizioni, l’Italia può partecipare per decisione di Winston Churchill, il quale è convinto che il nostro paese abbia già pagato a sufficienza i propri errori. Quando il re Giorgio VI apre i Giochi si librano nel cielo settemila colombe mentre un coro intona Non nobis Domine, un inno il cui testo porta la firma di Rudyard Kipling, l’autore de “Il libro della jungla”. Il giuramento olimpico viene pronunciato da un eroe di guerra, Donald Finley, quarantenne ostacolista e colonnello della RAF. L’Italia ha investito settantasei milioni di lire in una spedizione che comprende centottantotto uomini, diciannove donne e ottantotto dirigenti. Il nostro bottino finale sarà di otto medaglie d’oro, undici d’argento e sette di bronzo.28 luglio, 2026
28 luglio 1979 – Il sogno della 2-Tone
Il 28 luglio 1979 con il singolo Gangsters degli Specials per la prima volta le classifiche britanniche ospitano un disco della 2-Tone, la casa discografica autogestita dalla band, il cui logo, un omino bianco e nero, è diventato da tempo il simbolo del movimento ska. Più che un'etichetta la 2-Tone è un laboratorio dello ska, la musica nata dalla mistura tra la secca essenzialità del punk e la ritmica armonia delle musiche giamaicane. Per i giovani ribelli e antirazzisti delle metropoli britanniche la 2-Tone è l'emblema di un rinnovamento musicale capace di mescolare culture diverse. Nata dalla geniale e fertile inventiva di Jerry Dammers, il leader degli Specials, ha una struttura del tutto improbabile. Non c'è una vera e propria sala di registrazione. I primi nastri vengono praticamente registrati tutti, o quasi, nel suo appartamento a Coventry. Non c'è una programmazione né uno staff che si occupi del marketing. La principale e, per molto tempo, unica forma di promozione sono i concerti e il nutrito sottobosco di fanzine del movimento ska, fogli autoprodotti che passano di mano in mano. Soltanto l'anno prima gli Specials, pur di salvaguardare l'integrità artistica dell'etichetta, hanno rifiutato di firmare un ricco contratto proposto loro da Bernie Rhodes, il manager dei Clash. La 2-Tone non è soltanto Specials. Si può dire che tutti i principali gruppi del movimento ska partano dall'etichetta dell'omino bianco e nero «di sinistra e contro ogni razzismo». La lista è lunghissima e comprende dai Selecter ai Madness, dai Beat agli Swingin' Cats, alle Bodysnatchers, a Rico, un trombonista giamaicano onnipresente considerato una sorta di portafortuna. E quando la destra si scatena, da questo gruppo nasce l'idea della resistenza militante contro le violenze del National Front. Non tutti resisteranno per sempre alle lusinghe del mercato e anche la 2-Tone finirà. L'esperienza resterà però una delle pagine più belle della musica britannica.27 luglio, 2026
27 luglio 1968 – Luglio, col bene che ti voglio...
Quando si pensa all'estate del sessantotto, cioè l'anno in cui anche in Italia inizia soffiare forte il vento di un cambiamento per molti versi epocale, si fa fatica a ricordare che una delle canzoni più cantate, ballate e vendute di quel periodo possa essere stata Luglio di Riccardo Del Turco. Eppure dopo aver vinto il concorso "Un disco per l'estate" la canzoncina indolente e sonnacchiosa proprio il 27 luglio 1968 arriva al vertice della classifica dei dischi più venduti in Italia. Il suo interprete, presentato come un debuttante, una sorta di barista prestato alla musica è in realtà un personaggio tutt'altro che sconosciuto agli addetti ai lavori. Negli anni Cinquanta, infatti, era stato il cantante dell'orchestra di Riccardo Rauchi. Il pigro Del Turco ha un rapporto contraddittorio con la musica e più d'una volta ha lasciato tutto per tornare dietro al banco del suo bar nel centro storico di Firenze. Conosce bene, però, i trucchi del mestiere. Incide tutta d'un fiato la canzoncina scritta insieme a Bigazzi nella casa di quest'ultimo a Punta Ala. Le parole non sono granché, ma l'insieme è accattivante e gradevole. Il risultato è uno straordinario successo di pubblico che continua anche quando il sole dell'estate ha lasciato il posto all'autunno. Il brano, infatti, vincerà anche la Gondola d'Oro alla Mostra Internazionale di Musica Leggera di Venezia, uno dei premi più prestigiosi di quel periodo, riservato alle canzoni dominatrici del mercato. Il successo di Luglio non si fermerà nei confini italiani. La canzone infatti conquisterà una posizione di rilievo anche nella classifica britannica. Artefici dell'exploit saranno quei Tremeloes che qualche anno prima erano stati preferiti ai Beatles dai cervelloni della Decca. La loro versione, intitolata I'm gonna try, porterà il brano di Riccardo Del Turco sul mercato anglosassone alimentando l'inspiegabile fascino di una canzone nata per essere consumata nel breve spazio di qualche settimana.26 luglio, 2026
26 luglio 1959 - Rosa Moretti, il soprano leggero di Napoli

Il 26 luglio 1959 la cantante e attrice Rosa Moretti muore a Napoli, la città dove è nata il 24 giugno 1904. Dotata di una voce da soprano leggero di ampia estensione a soli diciotto anni è già popolare come cantante nei salotti napoletani. Debutta nel 1928 a Radio Napoli con l’orchestra di Tito Petralia. Popolarissima anche negli Stati Uniti, in Canada e nel Sudamerica, dove compie varie tournée, nel dopoguerra sceglie di dedicarsi quasi esclusivamente alla sceneggiata. Alla metà degli anni Cinquanta lascia le scene e il 26 luglio 1959 muore nella sua Napoli. Tra le sue interpretazioni più famose sono da ricordare Dicitenciello vuie, L'addio, Chiove, ’O mese d’ ’e rrose, Ndringhete ndrà e ’Na sera 'e maggio. Sua figlia Isa Danieli in qualche modo ne ha seguito le orme.
25 luglio, 2026
25 agosto 1973 – Gli Stories, un gran gruppo, non una cover band
Il 25 agosto 1973 al vertice della classifica dei dischi più venduti negli Stati Uniti c'è Brother Louie, un brano che ha già conosciuto un buon successo in Gran Bretagna nella versione degli Hot Chocolate. Il disco che sta dominando le classifiche statunitensi, pur simile a quello britannico, non è eseguito dalla stessa band. Artefici del successo negli States sono gli Stories, un gruppo di cui pochi, fino a quel momento, hanno sentito parlare. Per evitare i soliti sospetti di essere un "gruppo fantasma", i quattro Stories si cimentano in una lunga serie di concerti e di conferenze stampa. Tutti possono verificare così che la band esiste da poco più di un anno ed è stata fondata dal tastierista Michael Brown, già con Left Banke e i Montage. Suoi compagni d'avventura sono il cantante e bassista Ian Lloyd, il chitarrista Steve Love e il batterista Bryan Madey. Pochi mesi dopo la loro costituzione pubblicano il singolo I'm coming home e l'album Stories, passati inosservati, o quasi, ai più. All'inizio del 1973, quando gli Stories non hanno ancora compiuto un anno, Michael Brown, confermando la sua fama d'artista irrequieto, dichiara chiusa la storia del gruppo e se ne va. I suoi compagni non ci stanno. Lo sostituiscono con il tastierista Kenny Bichel e riprendono a darsi da fare. L'assenza del leader-fondatore li penalizza dal punto di vista creativo e per far fronte agli obblighi contrattuali con la loro etichetta decidono di interpretare un brano già conosciuto. La scelta cade su Brother Louie degli Hot Chocolate che, a sorpresa, diventa un successo. Il disco fortunato non cambia il loro destino. Nonostante i risultati saranno per sempre considerati niente di più di una buona "cover band". Persi per strada Love e Lloyd, sostituiti dal chitarrista Rich Ranno e dal bassista Kenny Aaronson pubblicheranno ancora qualche disco, tra cui Mamy Blue, versione del successo dei Pop Tops, e nel 1975 finiranno per separarsi definitivamente.
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