Il 5 marzo 1955 Charlie Parker è di scena al Birdland per la seconda serata consecutiva. Il ritorno inaspettato dopo il lungo ricovero volontario presso il Bellevue Hospital di New York, lo vede accompagnato da un gruppo d'eccezione composto da Kenny Dorham, Mel Powell, Charlie Mingus e Art Blakey. Sembra un nuovo inizio della sua vita e della sua carriera ma non è così. Una settimana dopo il concerto, il 12 marzo muore a New York per un infarto cui il suo fisico indebolito affetto da cirrosi epatica e polmonite non aveva potuto resistere. Ha trentacinque anni. Il mondo del jazz e gli amici gli danno l'ultimo saluto ad Harlem, prima della sepoltura nella natia Kansas City. Charlie Parker lascia oltre ottanta album, testimonianza di una genialità che ha apportato fondamentali innovazioni alla musica jazz.Rock e Martello, ogni giorno una storia in musica
Quello che viene chiamato "rock" non è soltanto un genere musicale. È uno stato d'animo, un modo d'essere che incrocia la musica, il cinema, la letteratura, il teatro e la creatività in genere compresa quella destinata alla produzione industriale. Per chi è nato negli anni Cinquanta e Sessanta è un sottofondo, una colonna sonora di ogni momento della vita, di pensieri e ricordi. Esiste da sempre e aiuta a vivere meglio...
05 marzo, 2026
5 marzo 1955 - L'ultimo concerto di Charlie Parker
Il 5 marzo 1955 Charlie Parker è di scena al Birdland per la seconda serata consecutiva. Il ritorno inaspettato dopo il lungo ricovero volontario presso il Bellevue Hospital di New York, lo vede accompagnato da un gruppo d'eccezione composto da Kenny Dorham, Mel Powell, Charlie Mingus e Art Blakey. Sembra un nuovo inizio della sua vita e della sua carriera ma non è così. Una settimana dopo il concerto, il 12 marzo muore a New York per un infarto cui il suo fisico indebolito affetto da cirrosi epatica e polmonite non aveva potuto resistere. Ha trentacinque anni. Il mondo del jazz e gli amici gli danno l'ultimo saluto ad Harlem, prima della sepoltura nella natia Kansas City. Charlie Parker lascia oltre ottanta album, testimonianza di una genialità che ha apportato fondamentali innovazioni alla musica jazz.04 marzo, 2026
4 marzo 1945 – Femi Benussi, la Luna di Pasolini
Eufemia Benussi, in arte Femi Benussi, nasce il 4 marzo 1945 a Rovigno d'Istria. Dopo aver conseguito il diploma si iscrive all’Università. La sua aspirazione è quella di laurearsi in Lettere e Filosofia e di restare nel mondo della scuola, come ricercatrice o come insegnante. Come accade spesso il destino finisce per metterci lo zampino. La bella Eufemia, provata da una delusione d’amore, se ne va a Roma da una zia giusto per cambiare aria e rimettersi in sesto. Qui incontra il cinema e la sua vita cambia per sempre. Il suo debutto sullo schermo avviene con una piccola parte ne “Il boia scarlatto” diretto da Max Hunter, al secolo Massimo Pupillo. È il 1964 e la sua bellezza mediterranea non passa inosservata. Nel 1965 Pasquale Festa Campanile la scrittura per il suo “Una vergine per il principe” e l’anno dopo Pier Paolo Pasolini le affida il ruolo di Luna in “Uccellacci e uccellini”. A partire dagli anni Settanta diventa una delle icone del cinema italiano grazie anche alla sua naturalezza e alla disponibilità a interpretare scene di nudo. Quando il cosiddetto “cinema di genere” comincia a dare i primi segnali di crisi, Femi Benussi, riduce progressivamente la sua presenza sullo schermo fino a ritirarsi praticamente dalle scene all’inizio degli anni Ottanta.03 marzo, 2026
3 marzo 1967 – Cuchillo, l’eroe della generazione che voleva cambiare il mondo
Il 3 marzo 1967 viene proiettato per la prima volta in pubblico “La resa dei conti”, il primo western diretto da Sergio Sollima nel quale si racconta la storia di una caccia all’uomo cercando di dare voce alle ragioni della preda, alle sue paure e anche alle sue furbizie. Il film lancia un personaggio destinato a calamitare l’attenzione del pubblico giovanile dell’epoca. Si tratta del peone messicano Cuchillo, quella che sembra la la vittima predestinata, che diventa l’eroe dei giovani della fine degli anni Sessanta, in particolare di quelli più politicizzati, e viene citato anche in opere letterarie e teatrali. La frase con cui il peone messicano irride il suo cacciatore, «Non mi prenderai mai, Cuchillo se ne va!» diventa un sorta di tormentone presso una generazione che ha iniziato a mettere in discussione i rapporti con i genitori, con gli insegnanti e con le autorità in genere e che pochi mesi dopo comincerà a mettere in discussione l’intera struttura sociale e civile dell’Italia della ricostruzione e del dopoguerra. Il messicano capace di mettere nel sacco gli inseguitori si trasforma così nell'eroe preferito da molti giovani impegnati nei movimenti studenteschi e sociali di quel periodo di lotte e contestazioni che è destinato a restare nell’immaginario collettivo con il nome di Sessantotto. La sua popolarità è tale che il movimento politico d’estrema sinistra Lotta Continua lo adotta come simbolo. Proprio la popolarità di Cuchillo convincerà Sollima a riportare sullo schermo l’anno dopo il fortunato personaggio in “Corri uomo corri”.02 marzo, 2026
2 marzo 1991 – Serge Gainsbourg, il musicista che giocava a fare il diavolo
Il 2 marzo 1991 muore Serge Gainsbourg, uno dei personaggi più contraddittori e discussi della scena musicale e dello spettacolo francese. Si chiude così la vicenda di un artista che, pur non essendo il diavolo nella sua vita e nella sua produzione artistica ha giocato spesso ad assomigliare al sulfureo genio tentatore. Lo ha fatto fin dal primo giorno in cui è salito su un palcoscenico senza aver neppure compiuto undici anni vestito da diavoletto in una rivista della sensuale Fréhel. Come in un magico gioco di specchi tra le diverse pieghe del suo talento si può trovare di tutto, dalla musica alle arti figurative, dal gusto per la parola a quello per l’immagine alla voglia di stupire che non l’abbandona mai per tutta la vita. La sua scomparsa ha lasciato al mondo un’opera complessa e imponente nella quale la musica ha un ruolo fondamentale perché fa da collante al resto. Gainsbourg è uno chansonnier che sposta il proprio linguaggio musicale e letterario al di là di ogni limite immaginato. Scrive canzoni capaci di durare nel tempo contaminandosi con tutti i generi che incontra, dal pop britannico e statunitense al jazz, alle vibrazioni afro-cubane, al progressive fino al reggae, alla disco e al rap. Come se non bastasse nella sua lunga carriera scrive una quarantina di colonne sonore e lascia tracce di sè in quasi tutto il panorama musicale del dopoguerra. Nonostante una parte della critica sostenga che l’originalità del suo stile si manifesti in primo luogo nei testi è invece nella particolarità del lavoro d’arrangiamento e nella ricerca musicale che la differenza con tutti gli altri chansonniers si fa strutturale. Serge Gainsbourg nasce a Parigi il 2 aprile 1928 pochi istanti prima di Lilianne, la sua gemella. All’anagrafe è registrato come Lucien Ginzburg, figlio di Joseph e Ollia, una coppia di ebrei russi fuggiti una decina d’anni prima dalle terre degli zar in piena rivoluzione bolscevica. Il padre è pittore e musicista. Suona un po’ di tutto ma la sua specialità sembra essere il pianoforte classico, anche se a Parigi si converte velocemente al jazz. Il piccolo Lucien impara presto a pigiare con le dita i tasti bianchi e neri e le sue frequentazioni del mondo dello spettacolo al seguito del padre diventano un fatto quasi abituale. Il primo debutto nel rutilante mondo delle riviste musicali avviene nel 1938 quando la grande Fréhel lo vuole sul palcoscenico con una buffa divisa da diavoletto. L’occupazione nazista di Parigi spinge i Ginzburg a spostarsi verso Limoges e quando tornano nella capitale la Liberazione è già avvenuta e Parigi è attraversata da grande fermento. Frequenta per un po’ l’Accademia della Belle Arti di Montmartre, insegna disegno, fa il precettore in una casa di piccoli ebrei rifugiati e suona dove, quando e come può, soprattutto jazz. Nel 1954 deposita i suoi primi sei brani alla Società degli Autori che l’ha appena iscritto con lo pseudonimo di Julien Grix. Tra essi ci sono Défense d’afficher che nel 1959 verrà cantata da Pia Colombo e Les amour perdues, destinato a entrare nel repertorio di Juliette Gréco. La sua popolarità intanto si allarga così come la cerchia di chi lo ascolta nelle serate del cabaret Chez Madame Arthur o al Milord l’arsouille dove accompagna la cantante Michèle Arnaud. In questo periodo cambia nome e diventa Serge Gainsbourg. Serge in omaggio alle sue origini russe e il cognome per ricordare il pittore britannico Gainsborough. Alla fine degli anni Cinquanta conosce un altro chansonnier di frontiera come Boris Vian che lo affascina e ne guida i gusti. Proprio sotto la guida di Vian pubblica per la Philips il suo primo album nel 1959, da cui arriva anche il primo grande successo con Le poinconnier de lilas destinato a vivere di nuove versioni anche nel futuro con i Frères Jacques, Jean Claude Pascal e Hugues Aufray. Dopo la morte di Vian, Gainsbourg comincia guardare molto oltre i limiti della chanson tradizionale e nel 1964 con l’album Gainsbourg percussion anticipa i gusti degli anni Settanta e gioca a recuperare i suoni afro del jazz in un periodo di beat trionfante. Le sue pulsioni innovative , però, per essere travolte sul piano mediatico finiscono dall’eco suscitata da Je t’aime, moi non plus, un divertimento musicale ricco di allusioni sessuali che lo farà entrare nella storia del costume. La canzone, inizialmente pensata per Brigitte Bardot e incisa con lei, finisce per diventare un mito nell’interpretazione con la sua compagna di allora, Jane Birkin, recuperata in tutta fretta dopo che la Bardot s’era chiamata fuori per inaspettati scrupoli. Se da una parte il brano gli regala la popolarità internazionale, dall’altra finisce per appiccicargli addosso come una divisa l’idea del sulfureo cantore di un erotismo spinto al limite della pornografia. Per la verità lui non se ne cura granché, anzi pare che ogniqualvolta si trovi nella necessità di far accendere i riflettori sulla sua attività torni volutamente a far frusciare la seta da lingérie di quell’ispirazione e di quel brano. Al di là e, forse, nonostante il successo di Je t’aime, moi non plus, Serge Gainsbourg continua la sua ricerca regalando pezzi di successo a personaggi come Petula Clark, Juliette Gréco, Dalida e tante altre protagoniste della scena musicale di quel periodo. Parallelamente si avventura in operazioni decisamente innovative come la realizzazione, nel 1971 del concept album Histoire de Melody Nelson, considerato dalla critica come «una sorta di monumento all’erotismo come elemento di sintesi tra purezza e morte». L’anno dopo ottiene ancora un buon successo con il singolo La decadanse, troppo simile a Je t’ame… per essere solo il frutto di una fortunata combinazione. Nonostante gli spiccioli di successo sta già lavorando a un nuovo progetto del tutto diverso. Nel 1975 pubblica Rock around the bunker, un concept album in cui lui, ebreo e perseguitato, affronta il tema del nazismo in chiave grottesca e di humour nero e l’anno dopo, in piena esplosione punk, torna sui suoi passi con L'homme à la tête de chou, un disco dalla poetica musicale simile a Histoire de Melody Nelson. Nel 1978 se ne va in Giamaica per registrare insieme alla band di Peter Tosh Aux armes et cetera, una versione reggae de La Marsigliese che gli procura qualche minaccia di morte da parte dei reduci delle associazioni paramilitari di destra della Guerra d'indipendenza algerina. Incapace di fermarsi, timoroso di farsi rinchiudere in un ruolo o in un genere, attraversa gli anni Ottanta da protagonista con lavori importanti come gli album Mauvaises nouvelles des étoiles o Love on the beat, varie colonne sonore e brani per artisti come Isabelle Adjani, Julien Clerc, Diane Dufresne e tanti altri ancora compresa la sua ex compagna Jane Birkin. In quel decennio non mancano neppure atteggiamenti ed esibizioni che fanno scandalo come la scelta di dare fuoco in diretta televisiva a una banconota francese (un reato per le leggi d’oltralpe) o un “fuori onda” sempre in diretta tv nel quale, in perfetto inglese, chiede a Whitney Houston, ospite con lui di un programma, di potersela portare a letto alla fine del programma in cui sono ospiti. Alla fine degli anni Ottanta Serge Gainsbourg comincia ad avere i primi problemi di salute. Il cuore fa le bizze ma è soprattutto il fegato a mostrare i segni di un precoce degrado. Nel 1988 festeggia i suoi sessant’anni lavorando a un album per Bambou, la sua compagna di quel periodo e partecipando a qualche festival, ma più che altro affrontando i problemi che gli derivano dalle sue condizioni di salute. Il 14 aprile 1989 viene operato al fegato. Nonostante le difficoltà crescenti non smette di lavorare. Regala le ultime perle della sua creatività a Vanessa Paradis, scrive per Joëlle Ursull la canzone White and black blues che si piazza seconda all’Eurofestival e, soprattutto, firma Amours des feintes, un nuovo album per Jane Birkin. È l’ultimo. Il 2 marzo 1991 Bambou trova il corpo senza vita del suo compagno. È stato ucciso dall’ennesima crisi cardiaca. Viene seppellito Parigi, nel Cimitero di Montparnasse, nel corso di una cerimonia in cui Catherine Deneuve legge il testo della sua canzone Fuir le bonheur de peur qu’il ne se sauve. 01 marzo, 2026
1° marzo 1933 - Guerrino Allifranchini, il vagabondo del jazz italiano
Il 1° marzo 1933 nasce a Romagnano Sesia, in provincia di Novara, Guerrino Allifranchini, uno dei personaggi più significativi del jazz italiano della seconda metà del Novecento. La sua storia musicale inizia nell’immediato dopoguerra quando, approfondisce privatamente lo studio del clarinetto, perfezionandosi poi a Novara e in seguito al conservatorio di Torino. Proprio negli anni torinesi si avvicina al jazz suonando con vari gruppi. Nel 1954 entra a far parte dell’orchestra di Bruno Canfora suonando il sassofono contralto e due anni dopo se ne va a Stoccolma, in Svezia, per cercare fortuna. Qui trova nuovi stimoli e nuovi esempi in vari sassofonisti locali come Rolf Billberg e Arne Domnerus. Nel 1960 torna in Italia alternando il sassofono al canto, prima con uno stile vicino a quello di Louis Armstrong e, successivamente, a quello di Fred Buscaglione. Nel 1968 ottiene un buon successo discografico con la sua versione di Avanti e indrè pubblicata su disco con lo pseudonimo di Alì Guerrino. L’anno dopo torna decisamente al jazz con il pianista Sante Palumbo e con il contrabbassista Giorgio Buratti. Incurante del passare del tempo nel nuovo millennio continua a soffiare sia nel sax che nel clarinetto insegnando l'arte ai giovani della Banda Musicale del suo paese natale e partecipando a vari festival internazionali di jazz con il quintetto dei Denner. Dal 2019 riduce ulteriormente e progressivamente la sua attività.28 febbraio, 2026
28 febbraio 1990 – Quando a Sanremo tornarono gli stranieri
Il Festival di Sanremo del 1990 si svolge dal 28 febbraio al 3 marzo. L'edizione ripropone, molti anni dopo i primi interessanti esperimenti, l’accoppiata tra artisti italiani e stranieri. La trovata finisce per funzionare anche questa volta probabilmente grazie alla presenza di alcuni interpreti internazionali di grande valore come Miriam Makeba, Ray Charles, Jorge Ben, Toquinho, Dee Dee Bridgewater e La Toya Jackson, oltre ai redivivi Village People e America. Come ampiamente previsto (addirittura c’è chi l’annuncia con un giorno d’anticipo) vince il brano Uomini soli, interpretato dai Pooh e da Dee Dee Bridgewater, davanti all’accoppiata tra Ray Charles e Toto Cutugno con Gli amori e ai sorprendenti Amedeo Minghi e Mietta che con Vattene amore sono destinati a scalare le classifiche di vendita nonostante l’infelice accoppiamento con l’ex bambina-prodigio Nikka Costa.27 febbraio, 2026
27 febbraio 1906 - Chester Boone, la tromba di Houston
Il 27 febbraio 1906 a Houston, nel Texas, nasce il trombettista Chester Boone. Il ragazzo inizia a suonare nell'orchestra della scuola della sua città nei primi anni Venti e poco tempo dopo entra nella Richardson's Jazz Band al Lincoln Pool. Tra il 1929 e il 1932 fa parte delle orchestre di Dee Johnson e di Cassino Simpson. Sul finire del 1932 forma un proprio gruppo con il quale ottiene un notevole successo all'Harlem Grill di Houston. Trasferitosi a New York nei primi mesi del 1937, suona con varie orchestre locali, compresa quella di Louis Jordan. In quegli anni partecipa a varie registrazioni con Lloyd Phillips e Sammy Price. Nel 1940 è al fianco di Kaiser Marshall e l'anno successivo, dopo aver suonato con Horace Henderson, suona con Buddy Johnson. Proprio con la formazione di Johnson, che in quegli anni gode di una vasta popolarità, prende parte a diverse sedute di incisione per la Decca mettendosi in luce sia come trombettista che come cantante. Sempre per la Decca registra vari brani sotto il proprio nome con un’orchestra che comprende tra gli altri il clarinettista Buster Smith e il sassofonista George Johnson. Dal 1943 al 1946 suona con Luis Russell e nell'area del Pacifico con la U.S.O. Band. A partire dalla fine degli anni Quaranta preferisce non assumere impegni stabili ed esibirsi come free-lance. 26 febbraio, 2026
26 febbraio 1971 – Fernandel, uno del trio dei marsigliesi
Il 26 febbraio 1971 l’attore e cantante Fernandel muore consumato da un tumore nel suo appartamento sull’avenue Foch di Parigi. Popolarissimo anche in Italia dove il pubblico lo identifica con il personaggio cinematografico di Don Camillo, in Francia è un protagonista di primo piano della storia dello spettacolo. «Mi chiedete se sono legato a Don Camillo? Come potrei non amare quel personaggio? Pensate che avevo come partner Gesù Cristo...». Così Fernandel rispondeva a chi osava insinuare che in fondo vestire i panni del prete “da battaglia” della bassa padana nato dalla fantasia di Guareschi lo stesse annoiando. La noia nella sua concezione del lavoro non esiste perchè, come ripete mille volte nel corso della sua carriera, è felice di aver trasformato in un lavoro la più grande passione della sua vita: il palcoscenico. Attore, cantante, fantasista, intrattenitore, ballerino, fin dagli inizi della sua carriera non c’è ruolo nel quale non si sia sperimentato con buoni risultati. Famoso per le sue per le sue folgoranti battute («Il pastis è come le tette. Una non basta e tre sono troppe!» o «De Gaulle? Credo che sia l’unico francese che nel mondo è più popolare di me») Fernandel insieme a Jules Muraire, in arte Raimu, e Henri Allibert, in arte Alibert compone il cosiddetto “trio dei marsigliesi”, una piccola pattuglia di uomini di spettacolo provenienti dal meridione della Francia che, a partire dagli anni Trenta, è riuscita nel non facile compito di conquistare le scene di Parigi. Fernand Joseph Désiré Contandin, in arte Fernandel, nasce a Marsiglia l’8 maggio 1903. Il suo primo vagito risuona al n° 72 di Boulevard Chave nell’appartamento dove in quel periodo vive la sua famiglia. I suoi genitori tirano avanti come possono. Suo padre canta nei caffé concerto e l’intera famiglia vive ai margini del mondo dello spettacolo. «A cinque anni avevo già corso e giocato in tutte le quinte, i retroscena e i camerini dei migliori e dei peggiori luoghi di spettacolo di Marsiglia... Ero affascinato in particolare da tutto ciò che aveva a che fare con la canzone e spesso insieme a mio fratello Marcel giocavo a ripetere le pose e i gesti che mio padre faceva in scena. Giocavo ma imparavo perchè io eseguivo e mio fratello mi correggeva...». Il figlio di un artista poi non può perdere troppo tempo a scuola per cui il rapporto del piccolo Fernand con l’istruzione è saltuario e ricco di fughe e ravvedimenti. Il suo sogno resta sempre il palcoscenico dove debutta prestissimo interpretando al Teatro Chave il ruolo che più gli riesce in quel periodo, cioè quello di... bambino nel dramma “Marceau ou les enfants de la révolution”. È poco più di un gioco ma gli applausi del pubblico gli piacciono e rafforzano la sua convinzione che quella sia la strada giusta per lui. Poco tempo dopo arriva anche la sua prima esibizione canora. Avviene sul palcoscenico dello Scala, un locale che diventerà poi famoso con il nome di Eldorado, dove in una pausa dell’esibizione del padre canta M.lle Rose di fronte a un pubblico che l’applaude convinto. Il piccolo Fernand ci prende gusto. Canta un paio di brani in un gala al Châtelet, poi al Palace de Cristal quindi al Variétés in quello che lui stesso definirà in futuro «il primo tour della mia vita effettuato in una serie di locali che distano qualche centinaio di metri l’uno dall’altro». Di giorno la scuola e la sera sul palcoscenico. La sua famiglia non naviga nell’oro ma per un bambino di quell’epoca la vita potrebbe essere peggiore. Tutto sembra funzionare senza intoppi fino al 1915 quando alla vigilia di quella che i posteri chiameranno Prima Guerra Mondiale il padre viene chiamato sotto le armi. Fernand ha dodici anni e la sua vita cambia improvvisamente. La famiglia ha bisogno anche del suo aiuto per tirare avanti. Trova un posto come fattorino nell’agenzia di Rue St. Ferréol della Banque Nationale de Crédit e corre in giro per la città in cambio di 25 franchi al mese. Qui conosce Jean Manse, un amico che resterà con lui per tutta la vita. Terminata l’esperienza come fattorino, il giovane Fernand Contandin si adatta a una lunga serie di lavori passando dal saponificio Bellon alla cartiera Granger, alla società elettrica e tante altre esperienze. Nonostante le difficoltà, però, non abbandona il mondo dello spettacolo e affianca l’attività lavorativa con le esibizioni come cantante e caratterista nei caffé-concerto dove si diverte a mettere esageratamente in mostra il suo profilo equino e gioca a prendersi in giro. In quegli anni corteggia assiduamente Henriette, la sorella minore del suo amico Jean Manse. Proprio la madre dei due ragazzi diventa l’artefice inconsapevole del nome d’arte del ragazzo. Racconta lo stesso Fernandel che la donna, divertita dall’insistenza con il quale il giovane frequenta Henriette, quando lo vede arrivare lo saluta dicendo «Voilà le Fernand d’elle» (Ecco il suo (di Henriette) Fernand!). Proprio da questa frase nasce lo pseudonimo di Fernandel destinato ad accompagnarlo per sempre. Il 4 aprile 1925, a ventidue anni non ancora compiuti, sposa Henriette e poi parte per il servizio militare. Quando torna a casa è padre e non ha più un lavoro. La salvezza arriva da Louis Valette, il direttore dell’Odéon che lo scrittura per sostituire un’artista contestato dal pubblico. Lui sale sul palco e sciorina tutto il repertorio di canzoni e gags rodato nei caffé-concerto. Tra il pubblico che l’applaude con grande entusiasmo c’è Jean Faraud, il direttore della Paramount francese che gli propone un contratto per animare gli intervalli nelle sale gestite dalla sua società. L’avventura con la Paramount inizia il 19 marzo 1927 a Bordeaux, poi prosegue a Nizza, Lille e, dopo un lungo peregrinare nelle varie città francesi, nel dicembre del 1927 arriva finalmente al mitico Bobino di Parigi. La sua esibizione dura esattamente dodici minuti ma lascia il segno visto che gli frutta un contratto per ben diciannove settimane di animazione degli intervalli al cinema Pathé. Nel 1929 quando torna al Bobino è ormai un artista affermato. Nel 1931 fa il suo debutto cinematografico interpretando un piccolo ruolo nel film “Le Blanc et le noir”, seguito da una partecipazione a “On purge bébé” di Jean Renoir. Nello stesso anno Bernard Deschamps gli affida il ruolo del protagonista nel film “Le Rosier de Madame Huston”, dove interpreta per la prima volta il ruolo di giovanotto ingenuo che diventerà un po’ la sua specialità negli anni successivi. Nonostante il successo cinematografico Fernandel non lascia né la musica né gli spettacoli di varietà. Come lui stesso racconterà in seguito «Di giorno giravo e di sera mi esibivo in scena». Nel 1933 partecipa a un applaudissimo tour che lo porta in tutti i migliori teatri del territorio francese, dall’Eldorado di Marsiglia all’Elysée Palace di Vichy al Bobino e alle Folies-Bergère di Parigi. Interpreta anche numerose commedie musicali, molte delle quali finiranno poi sullo schermo. Nel 1934 Marcel Pagnol lo vuole nel suo film “Angéle” nel quale è costretto per la prima volta nella sua carriera a cimentarsi con successo in un ruolo drammatico. Il risultato è lusinghiero e ne rafforza il prestigio e la popolarità. Per esplicita ammissione di Fernandel «Grazie a Pagnol sono stato costretto a dimostrare innanzitutto a me stesso se avessi o no la stoffa dell’attore». Sempre nel 1934 torna con successo di fronte al difficile pubblico delle Folies-Bergère al fianco di una vedette come Mistinguett. Nella seconda metà degli anni Trenta il suo successo sembra destinato a non conoscere fine ma le nubi di guerra che s’addensano sulla Francia gli cambiano la vita. Richiamato sotto le armi viene aggregato al “servizio cinematografico” dell’esercito francese. La guerra diventa una tragedia con i terribili anni dell’occupazione tedesca, del governo collaborazionista e dello smembramento della nazione. Fernandel non collabora con i nuovi potenti ed è costretto a lasciare le scene. Torna da trionfatore dopo la Liberazione e la fine della guerra ritrovando immediatamente il successo sia nel cinema che nei teatri di varietà. Il pubblico non l’ha dimenticato. In Italia il suo nome è legato all’interpretazione di Don Camillo nei film della serie omonima tratta dai romanzi di Guareschi. Alla fine della carriera si cimenta nella regia e fonda insieme a Jean Gabin la casa di produzione Ga-Fer. 25 febbraio, 2026
25 febbraio 2007 – A Ennio Morricone un Oscar tardivo
24 febbraio, 2026
24 febbraio 1994 - Jean Sablon, il primo crooner europeo
Il 24 febbraio 1994 in una clinica di Cannes-la-Bocca, nelle Alpi Marittime, muore Jean Sablon, il primo vero crooner europeo capace di entusiasmare un ambiente come quello statunitense, diffidente e spesso ostile nei confronti di tutto quello che arriva da fuori dei suoi confini culturali. “The french troubadour” o anche “The French Bing Crosby”, così lo chiamano gli americani, affascinati dalla sua capacità di saldare la canzone francese con le evoluzioni e le atmosfere dello swing. Lo chansonnier francese dal baffo malandrino, il sorriso da conquistatore perennemente stampato sul viso e la voce calda e carezzevole apprende le tecniche dei crooner d’oltreoceano prima ascoltandoli alla radio e poi soggiornando per un po’ negli Stati Uniti. Il suo principale modello è Jack Smith, chiamato anche “The whispering Jack” (il sussurrante Jack), uno dei primi grandi crooner della scena musicale nordamericana, anche se la personale amicizia con Bing Crosby non può non influenzarne impostazione e stile. Quando in Francia fatica ancora a farsi spazio per la diffidenza del pubblico nei confronti del suo stile decisamente innovativo, a Broadway compositori come George Gershwin e Cole Porter gli propongono i loro pezzi mentre il pubblico l’adora. Instancabile e curioso sperimentatore nel dopoguerra si diverte anche a esplorare territori nuovi dove il jazz incontra la canzone d’autore francese avvalendosi dell’amicizia e della collaborazione di strumentisti leggendari come il chitarrista Django Reinhardt, i violinisti Stéphane Grappelli e Léon Ferreri o il pianista Alec Siviane. La sua lezione influenzerà lo stile della generazione degli chansonnier degli anni Cinquanta e Sessanta. Interpreti come André Caveau, Yves Montand o Sacha Distel ammetteranno pubblicamente di essergli debitori. Jean Sablon viene spesso ricordato come “il cantante francese che per primo ha usato il microfono”. L’affermazione, suggestiva, non deve essere intesa in senso letterale. Non è il primo a cantare usufruendo dell’amplificazione, ma è sicuramente il primo a trattare il microfono come un vero e proprio strumento. Lo fa negli anni Trenta, in un periodo in cui molti personaggi dello spettacolo guardano a quello strano aggeggio elettrico con diffidenza quando non con aperta ostilità come la cantante Damia che parlando con un giornalista definisce il microfono come «Uno strumento che ha ucciso il nostro mestiere». In un mondo in cui la potenza e la capacità d’emissione sono stati per lungo tempo l’elemento principale per giudicare un cantante Jean Sablon sostiene che anche un sussurro può essere fondamentale nell’interpretazione di una canzone. In realtà si spinge più in là perché facendo tesoro della lezione appresa negli Stati Uniti pensa che le innovazioni tecnologiche, il microfono per primo, debbano servire a dare al pubblico che ascolta le canzoni dal vivo le stesse sonorità dei dischi o della radio. L’idea che l’esecuzione dal vivo sia una sorta di esercizio a se stante in cui le qualità vocali contano più del risultato sonoro gli sembra una bestemmia. Per lui l’elemento centrale dell’esibizione dal vivo è la cura delle sonorità, la ricerca della perfezione attraverso l’amalgama tra strumento e strumento e tra l’insieme degli strumenti e la voce. Quando nel 1936 al Mogador e al Bobino porta il microfono sul palco utilizzandolo per allargare la gamma delle sue espressioni vocali al sussurro confidenziale, il pubblico applaude ma l’ambiente musicale francese e soprattutto la critica storcono il naso. Viene chiamato con disprezzo «Il cantante senza voce» e sbeffeggiato da battute come quella che dice: «Jean Sablon si esibisce all’ABC. Si può assistere al suo spettacolo, ma non si è sicuri di ascoltarlo». Sono soltanto i contraccolpi di un ambiente tendenzialmente conservatore che fatica a digerire le innovazioni. A dispetto delle resistenze l’arrivo del microfono è destinato a rivoluzionare le tecniche d’interpretazione e Jean Sablon, il primo a capire le possibilità offerte ai cantanti dalle nuove tecniche d’amplificazione, resterà un fondamentale punto di riferimento per tutti i cantanti che arriveranno dopo di lui. Già nei primi anni Trenta Jean Sablon appare impegnato a rompere il muro che fino a quel momento ha tenuto sostanzialmente separati gli interpreti e i protagonisti della chanson dal jazz. Non è l’unico. Da Charles Trenet a George Brassens, a Henri Salvador sono molti gli chansonniers che si muovono in quella direzione. Mentre gli altri, però, sono più concentrati a catturare atmosfere o ad adattare ritmi, lui fa tesoro della lezione statunitense dello swing e tenta un approccio totale. Non a caso è il primo chansonnier a farsi accompagnare da una formazione jazz. La prima esperienza risale al 1931 quando registra brani come Que maravilla, Un cocktail e J’aime les fleurs insieme all’orchestra jazz di Gaston Lapeyronie. Nel 1933 i parigini già lo chiamano “Mister swing” e affollano i locali dove si esibisce con un trio d’eccezione formato dal pianista Alec Siniavine, dal clarinettista Endré Ekyan e dal chitarrista Django Reinhardt. Quando si esibisce sui palcoscenici dei music hall più famosi i musicisti che l’accompagnano non restano confinati nell’angusta “fossa” destinata all’orchestra, ma salgono con lui sul palco. La lezione del jazz si sente anche nella capacità di utilizzare la voce come uno strumento dialogando e fraseggiando con gli accompagnatori. La sua apertura nei confronti delle novità e la curiosità per le nuove tecnologie lo aiutano a capire le potenzialità offerte dalla radio. Gli ascoltatori lo scoprono per la prima volta nel 1933 quando viene radiodiffuso sulle onde di “Le Poste Parisien” un suo intero récital. Nel 1936 conduce una varietà tutto suo nel quale ospita personaggi come Fernandel o Maurice Chevalier. Il successo radiofonico è tale che il direttore della statunitense NBC viene di persona in Francia per proporgli di condurre “The magic key”, un programma di successo ritrasmesso in moltissimi paesi anglofoni. Come le ciliegie, una trasmissione tira l’altra. In Francia nel dopoguerra conduce vari programmi musicali e all’estero, dopo gli Stati Uniti lo vogliono anche in altri paesi, da Radio Hong Kong alla lunga sequenza di radio sudamericane che gli danno spazi, onori e gloria fino agli anni Novanta. Jean Sablon nasce il 25 marzo 1906 a Nogent-sur-Marne. La sua è una famiglia con il “vizio” della musica. Suo padre Charles, infatti, è un apprezzato compositore e capo-orchestra e sua sorella maggiore Germaine è cantante di music hall, pianista e compositrice molto popolare. Ancora adolescente, mentre studia pianoforte al prestigioso Lycée Charlemagne di Parigi, a diciassette anni già si esibisce nei locali notturni della capitale. Il suo primo successo discografico arriva nel 1933 con Ce petit chemin, un brano che porta la firma della sua amica ed estimatrice Mireille, una delle figure popolari della scena francese di quel periodo. Successivamente debutta al Casino de Paris in coppia con Mistinguett. Nel 1937 vince il Gran Prix du Disque con la canzone Vous qui passez sans me voir, scritta per lui da Charles Trenet e Johnny Hess. Sono anni di grande vivacità per il giovane Sablon che accetta le lusinghe che gli arrivano dall’altra parte dell’oceano e vola negli Stati Uniti. Broadway lo ama e personaggi come Cole Porter e George Gershwin stravedono per lui. Nei primi anni Quaranta torna in Francia ma, dopo l’occupazione nazista, preferisce andarsene di nuovo negli States. Le rutilanti luci dei palcoscenici statunitensi e la popolarità crescente non cancellano né la nostalgia né la voglia di rendersi utile alla sua patria. Per combattere i nazisti si arruola volontario nell’esercito francese di liberazione e il 20 novembre 1944 resta ferito in azione. Nel dopoguerra diventa uno dei cantanti francesi più popolari nel mondo e resta sulla breccia a lungo. Nel 1983 tiene il suo concerto d’addio a Rio De Janeiro, ma nel 1984 canta ancora la sua April in Paris in una serie televisiva e all’inizio degli anni Novanta partecipa a qualche trasmissione radiofonica.23 febbraio, 2026
23 febbraio 1966 – Billy Kyle, sottovalutato in vita rivalutato da morto
Il 23 febbraio 1966 muore a Youngstown, in Ohio, il pianista Billy Kyle. Registrato all’anagrafe con il nome di William Osborne Kyle nasce a Philadelphia, in Pennsylvania, 14 luglio 1914. Il suo incontro con il jazz avviene a sedici anni quando comincia a suonare in vari gruppi della zona di Philadelphia fresco di studi di pianoforte classico. Proprio questo tipo di studi gli lascia una traccia precisa, originale e molto piacevole, nel tocco e nello stile. Nel 1936 riunisce per breve tempo una propria orchestra, poi suona con le formazioni di Lucky Millinder, John Kirby, Sy Oliver e Roy Eldridge. All'inizio degli anni Cinquanta è a New York nell’orchestra che accompagna la famosa operetta “Guys and Dolls”. Nel 1953 inizia la più lunga esperienza della sua carriera, entrando a far parte del gruppo All Stars di Louis Armstrong. Sottovalutato in vita dopo la sua morte Kyle viene rivalutato dalla critica al punto che molti pianisti moderni, fra i quali Lennie Tristano, lo citano fra i loro ispiratori e precursori.22 febbraio, 2026
22 febbraio 1968 – I Genesis, cinque diciottenni di belle speranze

Sono tutti studenti diciottenni i cinque componenti dei Genesis, un gruppo sconosciuto che il 22 febbraio 1968 pubblica per la prestigiosa Decca Records il suo primo singolo: un morbido brano acustico intitolato The silent sun. Il prodotto non sembra di quelli destinati a restare nella storia del rock e negli uffici della casa discografica inglese c’è chi storce il naso: «Dilettanti senza futuro. Ma chi li ha trovati?» La scoperta del gruppo, avvenuta quasi per caso, si deve a Jonathan King, uno degli uomini del reparto artistico della Decca. La storia inizia, infatti, qualche mese prima quando King resta colpito da uno dei tanti nastri quotidianamente inviati alla casa discografica da artisti desiderosi di farsi conoscere. Rintraccia il recapito della band che ancora non ha un nome e invita i suoi componenti a farsi sentire. Scopre così che il gruppo è formato da cinque allievi della Charterhouse Public School di Godalming nel Surrey che in precedenza facevano parte di due diverse band scolastiche: i Garden Wall e gli Anon. Il cantante si chiama Peter Gabriel, il tastierista Tony Banks, il batterista Chris Stewart e i chitarristi Anthony Phillips e Mike Rutherford. Jonathan King ha l’impressione che dietro alla timidezza e all’aria un po’ dimessa dei ragazzi ci siano idee e preparazione. Li invita quindi a continuare e li scrittura per un paio di dischi, incurante dello scetticismo di altri responsabili della produzione della Decca. Il singolo pubblicato il 22 febbraio 1968 passa inosservato, quasi a dar ragione agli scettici e non avrà miglior fortuna neppure il successivo The silent sun. Deciso a non ammettere lo sbaglio King convince Peter Gabriel e compagni a lavorare a un album, From Genesis to Revelation, che viene rapidamente stroncato dalla critica nonostante brani decisamente originali come Am I very wrong?. Stanco e demoralizzato King getta la spugna mentre i ragazzi, ormai senza più contratto discografico, tornano agli studi. Tony Banks e Mike Rutherford sembrano i più decisi a chiudere definitivamente con la musica, ma Gabriel non demorde. Un po’ per divertimento, un po’ perché nessuno ha di meglio da fare il gruppo, con qualche cambiamento, non si scioglie e continua a suonare. Due anni dopo sotto la guida carismatica di Peter Gabriel saranno proprio Banks e Rutherford, insieme al chitarrista Steve Hackett e al batterista Phil Collins a fare dei Genesis uno dei gruppi più originali tra i protagonisti del rock progressivo dei primi anni Settanta.
21 febbraio, 2026
21 febbraio 1976 - Il bis sanremese di Peppino Di Capri

Il 21 febbraio 1976 Peppino Di Capri vince per la seconda volta nella sua carriera il Festival di Sanremo con Non lo faccio più. La manifestazione, pur lontana dai fasti di un tempo, sembra lentamente recuperare prestigio. Qualche stupore destano le eliminazioni di personaggi come Rosanna Fratello, che interpreta in modo molto sensuale il brano Il mio primo rossetto e Romina Power, in gara con Noi due, una canzone scritta da lei stessa insieme al marito Al Bano, entrambe alla vigilia considerate sicure protagoniste della rassegna sanremese. Crescono anche le vendite dei dischi, grazie soprattutto a Linda bella Linda dei Daniel Sentacruz Ensemble, destinata a diventare il ‘tormentone’ musicale della primavera del 1976. Questa edizione del Festival ha poi anche il pregio di riproporre all’attenzione del pubblico Peppino Di Capri, uno dei geniali protagonisti della canzone italiana degli ultimi anni Cinquanta e dei primi Sessanta. Nato nel 1939 a Capri, il cantante, il cui vero nome è Giuseppe Faiella inizia molto presto a suonare nei night club e a sedici anni vince, con la sua band, i Rockers una gara televisiva per voci nuove. Nel 1959 entra per la prima volta nella classifica dei dischi più venduti con Nun è peccato, il primo di una lunghissima serie di successi. Formidabile interprete di un’azzeccata miscela tra il dialetto partenopeo e i ritmi d’oltreoceano stabilisce un vero e proprio record entrando, dal 1959 al 1964, per ben trentaquattro volte consecutive in hit parade. Nel 1963 dopo aver dominato la vetta della classifica con la sua versione di Don't play that song, vince il Cantagiro. Nel 1970 trionfa in quella che resta nella storia come l’ultima edizione del Festival di Napoli con Me chiamme ammore, in coppia con Gianni Nazzaro. A partire dal 1971 la sua storia artistica si incrocerà più volte con quella del Festival di Sanremo.
20 febbraio, 2026
20 febbraio 2004 - One mind one vote
Il 20 febbraio 2004 negli Stati Uniti parte la campagna “One mind one vote”, una mente un voto. Si tratta di una iniziativa che vede la mobilitazione di vari esponenti della black music per convincere i giovani coloured, in particolare afro e ispanoamericani, a registrarsi e a votare per le Elezioni Presidenziali che si svolgeranno nel mese di novembre. Negli Stati Uniti, infatti, la registrazione al voto è obbligatoria per poter esercitare il diritto di recarsi alle urne. I promotori della campagna, l’impresario Russell Simmons e i rappers LL Cool J, Run dei Run-DMC e Jadakiss, si sono dati l’ambizioso obiettivo di convincere almeno due milioni di giovani a non disertare le urne. Al loro fianco si muove anche un programma radiofonico condotto da Doug Banks che intende promuovere un lungo tour di spettacoli nelle periferie delle città più importanti degli States. L’iniziativa, pur non essendo legata direttamente alla campagna elettorale di alcun candidato specifico, non riscuote molte simpatie negli ambienti conservatori, visto che né Bush né la guerra in Iraq sembrano riscuotere tanti consensi tra i ragazzi dei ghetti. Polemiche a parte i promotori della campagna sostengono che la loro è una battaglia di civiltà e che i giovani non possono più permettersi di «lasciare che altri decidano il loro futuro senza fare niente».19 febbraio, 2026
19 febbraio 2001 - Charles Trenet, la gioia di vivere
Nella notte tra il 18 e il 19 febbraio 2001 muore Charles Trenet. C'è chi l'ha definito il più grande chansonnier del ventesimo secolo, anche se è difficile stabilire una classifica in un genere che ha conosciuto il suo miglior momento proprio nel Novecento. Certamente Charles Trenet è stato uno dei giganti de la "chanson", la moderna canzone francese. Un attacco cerebrale in un ospedale di Creteil, spegne per sempre quel sorriso e quella gioia di vivere che l'avevano fatto entrare nel cuore di milioni di persone. «Sono entrato nell'infanzia a diciannove anni e non ne sono più uscito… prima ero troppo serio…» Quando muore ha 87 anni e per almeno sessanta è stato per tutti "le fou chantant”, il cantante folle, per l'esuberanza e la gioia che sprigionava nei suoi concerti. Quando nessuno ancora aveva inventato la parola cantautore lui è stato autore, compositore e interprete. Fin dal periodo in cui muove i primi passi nel teatro di rivista si impone come una sorta di trovatore moderno, capace di far incontrare la poesia con i ritmi derivati dal jazz. Un critico francese ha detto che nelle canzoni di Charles Trenet sembra che «Verlaine abbia incontrato Duke Ellington e insieme abbiano deciso di scrivere canzoni». Con lui muore un pezzo importante del Novecento musicale. A diciannove anni è già popolare nella Parigi notturna. A ventuno, affiancato dall'inseparabile amico Johnny Hess ottiene il suo primo contratto discografico. È il 1933 e i due, che si chiamano Charles et Johnny, nel giro di un paio d'anni registrano ben quindici dischi a settantotto giri. Ci vogliono ancora quattro anni prima che Charles recuperi il suo cognome, ridiventi Charles Trenet e realizzi, sotto l'ala protettiva di Maurice Chevalier, Je chante, il suo primo successo come solista. Da quel momento la crescita della sua popolarità diventa geometrica. Nel 1938 vince il "Prix du disque" e tutta Parigi impazzisce per questo giovane che mescola swing e poesia, tradizioni e rinnovamento attingendo a piene mani dalla straordinaria ed effimera vivacità di un periodo che vive con la stessa intensità il Fronte Popolare, il jazz e il surrealismo. In breve tempo assurge a mito e le sue canzoni, Je chante, Y'a d'la joie, Le soleil et la lune, La mer, Douce France e tante altre diventano la fonte d'ispirazione primaria per gran parte dei protagonisti della canzone francese contemporanea, da Georges Brassens, che lo ha sempre considerato suo padre spirituale, a Jacques Higelin. Nel 1978 pubblica un libro di memorie, "I miei anni giovanili", e annuncia di voler cantare fino a quando la salute lo regge. Quando, nel 1991, viene invitato in Italia al Premio Tenco, lui non si accontenta del ruolo di "ospite di riguardo". Si lancia in una indiavolata e travolgente esibizione nella quale ripropone le sue più famose canzoni senza dimenticarsi neanche un accenno di tip tap. «Ha settantotto anni, ma la voglia di vivere è quella di un ragazzino!» osservano i cronisti e la voce, impostata e senza incertezze appare del tutto immune al passare del tempo. Con il trascorrere degli anni diventa una sorta di icona immortale, un prestigiatore della canzone capace di estrarre dal cilindro sempre nuove sorprese. Nel novembre del 1999, a ottantasei anni compiuti, accetta di esibirsi ancora una volta a Parigi, di fronte a un pubblico emozionato più di lui. Nessuno fa più caso alla sua età. Nessuno pensa a lui come a qualcuno di passaggio. Quando ormai tutti cominciano a credere che sia davvero immortale, nella primavera del 2000 un ictus aggredisce il suo corpo. L'eterno ragazzo reagisce con la forza dello spirito e con una straordinaria voglia di vivere. Viene ricoverato ad aprile nell'ospedale americano di Neuilly-sur-Seine, dove resta per un mese e mezzo. Quando viene dimesso accetta di buon grado le faticose terapie di riabilitazione, e ride delle indiscrezioni dei giornali popolari sul suo abbandono definitivo delle scene. Per il suo ritorno in pubblico sceglie un evento eccezionale come l'ennesimo concerto di un altro grande personaggio della canzone francese: Charles Aznavour. In occasione della prima parigina della tournée di Aznavour arriva a sorpresa tra il pubblico. Si muove con qualche difficoltà ma sorride e appare lucido. Risponde con arguzia ai cronisti che gli si affollano intorno. «Sono obbligato a essere qui, visto che Aznavour ha rilevato le edizioni musicali Raoul Breton, che hanno in catalogo tutte le mie canzoni… è lui il mio padrone ora, non potevo mancare, non me l'avrebbe perdonata…». Le sue parole sono accompagnate dal solito sorriso ammiccante. Trova anche il tempo di alludere scherzosamente all'ictus che l'ha colpito. A un giornalista che gli chiede come abbia trovato Aznavour risponde «Senza difficoltà». Seduto tra gli invitati assiste al concerto nelle vicinanze del primo ministro Lionel Jospin e dà appuntamento a tutti per un suo prossimo ritorno in scena. Per la prima volta nella sua vita non manterrà la parola. Un attacco cerebrale glielo impedisce per sempre. Juliette Gréco alla notizia della sua scomparsa invita tutti a non piangerlo. «Io conservo di lui dei ricordi solari. Non servono le lacrime né le orazioni funebri: sarebbe come riconoscere la morte, e Trenet è la vita. Bisogna semplicemente cantare, e lui sentirà la nostra riconoscenza e il nostro amore».
18 febbraio, 2026
18 febbraio 1965 – Nasce la Giulia Sprint GTA

«Una vittoria al giorno con la macchina di tutti i giorni». Con questo slogan l’Alfa Romeo il 18 febbraio 1965 presenta ad Amsterdam la Giulia Sprint GTA. Il modello, aggressivo e potente, nasce con l’esplicita intenzione di lasciare un segno nelle corse riservate alla categoria Turismo. La vettura deriva dalla Giulia Sprint CT, disegnata nel 1963 da Nuccio Bertone e presentata nello stesso anno prima ad Arese e poi a Francoforte che ha ottenuto uno straordinario successo di pubblico e di critica al punto che la rivista inglese “Car & Driver”, in genere restia a utilizzare toni eccessivi, scrive «Guidare questa macchina è divertimento puro». La Giulia Sprint GTA (A significa Alleggerita) ne sviluppa le potenzialità sportive e nasce con l’intenzione esplicita di essere una formidabile protagonista delle corse da Turismo. L’impegno progettuale è notevole. L’alleggerimento della vettura viene ottenuto grazie all’impiego di una lega chiamata Peraluman 25 e composta di alluminio, magnesio, manganese, rame e zinco a elevata resistenza meccanica. Con questo materiale il peso a secco si riduce così di oltre 200 Kg rispetto alla normale versione GT. Le qualità della GTA non si riducono, però, soltanto alla maggior leggerezza. Le sue caratteristiche da competizione vengono ancora più esaltate dall’elaborazione dell’Autodelta, la squadra corse Alfa Romeo, che apporta numerose modifiche non solo al motore ma anche ai gruppi meccanici. I preparatori che più si dannano l’anima per migliorarne le prestazioni si chiamano Conrero, Bosato, Facetti e Angelici. Le vetture destinate alle competizioni hanno le valvole più piccole, il differenziale autobloccante, il roll bar e altre dotazioni specifiche che ne perfezionano la trasformazione. Non è un modello alla portata di tutte le tasche visto che se il prezzo della GTA standard è di lire 2.955.000 le versioni destinate alle competizione raddoppiano il loro valore che sale a lire 5.033.000. Sono soldi ben spesi visto che i successi sportivi non si contano con piazzamenti di gran lunga superiori a quelli di automobili ben più qualificate e una lunga serie di primi posti assoluti nelle difficili gare in salita dove sembra non avere rivali. Fin dall’esordio, che avviene il 20 marzo del 1966 a Monza, centra la vittoria. Quell’anno vince tutto quello che c’è da vincere, dalle 4 ore di Sebring alle 6 Ore del Nurburgring, al circuito del Mugello e poi ancora in Germania, Gran Bretagna, Olanda e Francia. Questa sequenza di successi le vale la conquista, nel 1966, del Challenge Europeo Marche per vetture da turismo guidata da Andrea De Adamich. Al trofeo l’imbattibile GTA si abbona anche negli anni successivi vincendolo a mani basse anche nella stagione 1967 sempre con De Adamich e nel 1969 con Spartaco Dini. Tra il 1966 e il 1968 la vettura sembra non avere rivali in grado di mettere in discussione la sua superiorità. L’elenco dei risultati ottenuti dai piloti della Casa e dei privati al volante della GTA è incredibile: centinaia di vittorie, decine di titoli nazionali (perfino negli Stati Uniti e un Sudamerica), tre Challenge Europei e un campionato europeo della montagna con Ignazio Giunti, soltanto per citare quelli più significativi. Nonostante i successi i progettisti dell’Autodelta non rinunciano a migliorare ulteriormente la vettura. Tra il 1967 e il 1968 una decina di esemplari vengono ulteriormente potenziati con l’adozione di un particolare sistema di sovralimentazione. Sono le GTA-SA, sigla nella quale SA sta per sovralimentata, che dominano le gare di categoria in vari paesi d’Europa, soprattutto in Belgio, Francia e Germania, ottenendo risultati di rilievo. Un’ulteriore evoluzione, a partire dal 1968, è rappresentata dalla GTA 1300 Junior. Questa vettura, nata nel 1968 conferma la supremazia dell’Alfa Romeo nelle competizioni Turismo. Costruita in 447 esemplari domina fra le vetture della sua cilindrata per quattro anni consecutivi aggiudicandosi il titolo assoluto nel 1971 e nel 1972. All’inizio degli anni Settanta fa il suo debutto la 1750 GTA-M (M sta per “Maggiorata”) che vince il Campionato Europeo nel 1970 con il pilota tedesco Toine Hezemans. La stessa vettura l’anno dopo, pur senza nessuna variazione, viene ribattezzata 2000 GTA-M e rivince il titolo nella sua classe. La lunga cavalcata della GTA è, però, arrivata alla fine. Nuovi modelli si affacciano alle corse e l’evoluzione tecnica non si ferma. Nonostante la fine del suo dominio la GTA resta nel mito dell’automobilismo mondiale e sopravvive ancora oggi in alcuni esemplari perfettamente restaurati e sempre oggetto di ammirazione per i numerosi appassionati e cultori delle Alfa Romeo di razza.
17 febbraio, 2026
17 febbraio 1977 - Lama vattene!
Il 17 febbraio 1977 Luciano Lama, segretario generale CGIL, viene duramente contestato dagli autonomi e dal movimento degli “indiani metropolitani” mentre è impegnato in un comizio all’Università di Roma. L’evento dimostra come tra le frange più radicali dei movimenti giovanili e la sinistra, in particolare il Partito Comunista e i sindacati, si stia aprendo un solco di diffidenza che sfocia sempre più spesso in azioni di aperta ostilità. I grandi entusiasmi suscitati dalla vittoria elettorale delle sinistre nel 1975 e nel 1976 stanno progressivamente lasciando il posto alla delusione per un cambiamento che tarda ad arrivare e per un’azione politica che appare sempre più impacciata e prigioniera di equilibrismi istituzionali e di potere. Le conseguenze di questa situazione porteranno una parte dei giovani protagonisti delle grandi lotte dei primi anni Settanta ad abbandonare l’impegno politico e sociale, mentre le frange più radicali ed esasperate si faranno tentare dalla tragica esperienza della lotta armata. 16 febbraio, 2026
16 febbraio 1957 – Il settimo sigillo
Il 16 febbraio 1957 esce nelle sale svedesi il film “Det sjunde inseglet” di Ingmar Bergman, conosciuto nel nostro paese con il titolo “Il settimo sigillo”, ispirato alla piéce teatrale “Pittura su legno” scritta dallo stesso Bergman nel 1955 per la sua compagnia teatrale. Girato nel 1956 a Hovs Hallar, nella riserva naturale di Scania, il lungometraggio racconta la lunga partita a scacchi tra la morte, interpretata da Bengt Ekerot e Antonius Block, un cavaliere tornato dalle crociate stanco e disilluso che ha il volto di Max Von Sydow. “Il settimo sigillo” segna una tappa fondamentale nella storia del cinema e consacra definitivamente il talento di Bergman. L’aspetto curioso della vicenda è che la partita non è né leale né lineare, visto che alla fine la morte sarà costretta a barare per avere ragione del suo avversario. Negli stessi luoghi dove è stato girato “Il settimo sigillo” Ingmar Bergman ambienterà successivamente anche il film “L'ora del lupo” del 1968.
15 febbraio, 2026
23 febbraio 1942 – Il primo disco di Nilla Pizzi
Il 23 febbraio 1944 negli studi della Parlophone l’emiliana Adionilla Pizza registra con il nome d’arte di Nilla Pizzi il suo primo disco da solista. È passato soltanto un anno da quando la ragazza aveva vinto il concorso EIAR davanti a migliaia di concorrenti conquistandosi così un contratto per cantare ai microfoni della radio con l’orchestra di Carlo Zeme. È stato un anno ricco di soddisfazioni e di cambiamenti con il grande successo radiofonico della sua interpretazione di Casetta tra le rose e il passaggio all’orchestra prestigiosa di Cinico Angelini. Il 23 febbraio 1944 si presenta negli studi della Parlophone per registrare Alba della vita, un brano destinato a venir pubblicato su un 78 giri come lato B di Guarda un po’ di Dea Garbaccio. La strada sembra ormai in discesa, ma non è così. Il suo modo di cantare, considerato troppo “moderno” dalla censura fascista, unito ai suoi atteggiamenti insofferenti nei confronti delle imposizioni sul repertorio le costeranno l’allontanamento dalla radio e la rescissione del contratto discografico. Soltanto nel 1946, dopo la Liberazione, riprenderà il suo posto ai microfoni radiofonici e otterrà un nuovo contratto discografico con La Voce del Padrone. Nello stesso periodo pubblicherà anche per la Cetra e le etichette consociate Fon e Mayor, alcuni dischi con vari pseudonimi: Carmen Isa, Isa Merletti, Conchita Velez e Ilda Tulli. Il definitivo salto di qualità avverrà nel 1951 quando entrerà nella storia della musica italiana vincendo il primo Festival di Sanremo con Grazie dei fior.15 febbraio 1910 - Walter Fuller, trombettista e qualche volta cantante
Il 15 febbraio 1910 a Dyersburg, nel Tennessee nasce Walter Fuller, un trombettista che non disdegna di usare la voce. Comincia a suonare la tromba da ragazzo sotto la guida del padre appassionato suonatore di mellophone nelle brass band della zona in cui vivono. La musica diventa presto il suo mestiere. A soli quattordici anni, nel 1924, viene ingaggiato da una troupe che organizza riviste destinate al pubblico di colore, il circuito T.O.B.A. la cui vedette in quel periodo è Ma Rainey. Nel 1925 si trasferisce a Chicago dove entra nell’organico dell'orchestra di Sammy Stewart con la quale si sposta a New York nel corso del 1929 per suonare al celebre Savoy Ballroom, ove ottiene un notevole successo personale. Rientra quindi a Chicago chiamato a far parte dei Vogue Vagabonds di Irene Eadie. Nel 1931 viene ingaggiato da Earl Hines con cui lavora ininterrottamente sino al 1941, salvo una breve parentesi a cavallo tra il 1937 e il 1938 con Horace Henderson. Tra i tanti dischi registrati da Fuller con l’orchestra di Hines sono degni di nota Rosetta, per la splendida parte vocale e Bubbling Over dove esegue dei felicissimi passaggi con la tromba in uno stile simile a quello del suo modello Louis Armstrong. Nel 1941, lasciato Hines, mette in piedi una propria orchestra con la quale continua a esibirsi al Grand Terrace di Chicago. Nel 1944 va al Radio Room di Los Angeles e l'anno successivo al Downbeat di Chicago prima di trasferirsi in California stabilendosi a San Diego dove si esibisce per molti anni consecutivi al Club Royal.
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