Il 26 febbraio 1971 l’attore e cantante Fernandel muore consumato da un tumore nel suo appartamento sull’avenue Foch di Parigi. Popolarissimo anche in Italia dove il pubblico lo identifica con il personaggio cinematografico di Don Camillo, in Francia è un protagonista di primo piano della storia dello spettacolo. «Mi chiedete se sono legato a Don Camillo? Come potrei non amare quel personaggio? Pensate che avevo come partner Gesù Cristo...». Così Fernandel rispondeva a chi osava insinuare che in fondo vestire i panni del prete “da battaglia” della bassa padana nato dalla fantasia di Guareschi lo stesse annoiando. La noia nella sua concezione del lavoro non esiste perchè, come ripete mille volte nel corso della sua carriera, è felice di aver trasformato in un lavoro la più grande passione della sua vita: il palcoscenico. Attore, cantante, fantasista, intrattenitore, ballerino, fin dagli inizi della sua carriera non c’è ruolo nel quale non si sia sperimentato con buoni risultati. Famoso per le sue per le sue folgoranti battute («Il pastis è come le tette. Una non basta e tre sono troppe!» o «De Gaulle? Credo che sia l’unico francese che nel mondo è più popolare di me») Fernandel insieme a Jules Muraire, in arte Raimu, e Henri Allibert, in arte Alibert compone il cosiddetto “trio dei marsigliesi”, una piccola pattuglia di uomini di spettacolo provenienti dal meridione della Francia che, a partire dagli anni Trenta, è riuscita nel non facile compito di conquistare le scene di Parigi. Fernand Joseph Désiré Contandin, in arte Fernandel, nasce a Marsiglia l’8 maggio 1903. Il suo primo vagito risuona al n° 72 di Boulevard Chave nell’appartamento dove in quel periodo vive la sua famiglia. I suoi genitori tirano avanti come possono. Suo padre canta nei caffé concerto e l’intera famiglia vive ai margini del mondo dello spettacolo. «A cinque anni avevo già corso e giocato in tutte le quinte, i retroscena e i camerini dei migliori e dei peggiori luoghi di spettacolo di Marsiglia... Ero affascinato in particolare da tutto ciò che aveva a che fare con la canzone e spesso insieme a mio fratello Marcel giocavo a ripetere le pose e i gesti che mio padre faceva in scena. Giocavo ma imparavo perchè io eseguivo e mio fratello mi correggeva...». Il figlio di un artista poi non può perdere troppo tempo a scuola per cui il rapporto del piccolo Fernand con l’istruzione è saltuario e ricco di fughe e ravvedimenti. Il suo sogno resta sempre il palcoscenico dove debutta prestissimo interpretando al Teatro Chave il ruolo che più gli riesce in quel periodo, cioè quello di... bambino nel dramma “Marceau ou les enfants de la révolution”. È poco più di un gioco ma gli applausi del pubblico gli piacciono e rafforzano la sua convinzione che quella sia la strada giusta per lui. Poco tempo dopo arriva anche la sua prima esibizione canora. Avviene sul palcoscenico dello Scala, un locale che diventerà poi famoso con il nome di Eldorado, dove in una pausa dell’esibizione del padre canta M.lle Rose di fronte a un pubblico che l’applaude convinto. Il piccolo Fernand ci prende gusto. Canta un paio di brani in un gala al Châtelet, poi al Palace de Cristal quindi al Variétés in quello che lui stesso definirà in futuro «il primo tour della mia vita effettuato in una serie di locali che distano qualche centinaio di metri l’uno dall’altro». Di giorno la scuola e la sera sul palcoscenico. La sua famiglia non naviga nell’oro ma per un bambino di quell’epoca la vita potrebbe essere peggiore. Tutto sembra funzionare senza intoppi fino al 1915 quando alla vigilia di quella che i posteri chiameranno Prima Guerra Mondiale il padre viene chiamato sotto le armi. Fernand ha dodici anni e la sua vita cambia improvvisamente. La famiglia ha bisogno anche del suo aiuto per tirare avanti. Trova un posto come fattorino nell’agenzia di Rue St. Ferréol della Banque Nationale de Crédit e corre in giro per la città in cambio di 25 franchi al mese. Qui conosce Jean Manse, un amico che resterà con lui per tutta la vita. Terminata l’esperienza come fattorino, il giovane Fernand Contandin si adatta a una lunga serie di lavori passando dal saponificio Bellon alla cartiera Granger, alla società elettrica e tante altre esperienze. Nonostante le difficoltà, però, non abbandona il mondo dello spettacolo e affianca l’attività lavorativa con le esibizioni come cantante e caratterista nei caffé-concerto dove si diverte a mettere esageratamente in mostra il suo profilo equino e gioca a prendersi in giro. In quegli anni corteggia assiduamente Henriette, la sorella minore del suo amico Jean Manse. Proprio la madre dei due ragazzi diventa l’artefice inconsapevole del nome d’arte del ragazzo. Racconta lo stesso Fernandel che la donna, divertita dall’insistenza con il quale il giovane frequenta Henriette, quando lo vede arrivare lo saluta dicendo «Voilà le Fernand d’elle» (Ecco il suo (di Henriette) Fernand!). Proprio da questa frase nasce lo pseudonimo di Fernandel destinato ad accompagnarlo per sempre. Il 4 aprile 1925, a ventidue anni non ancora compiuti, sposa Henriette e poi parte per il servizio militare. Quando torna a casa è padre e non ha più un lavoro. La salvezza arriva da Louis Valette, il direttore dell’Odéon che lo scrittura per sostituire un’artista contestato dal pubblico. Lui sale sul palco e sciorina tutto il repertorio di canzoni e gags rodato nei caffé-concerto. Tra il pubblico che l’applaude con grande entusiasmo c’è Jean Faraud, il direttore della Paramount francese che gli propone un contratto per animare gli intervalli nelle sale gestite dalla sua società. L’avventura con la Paramount inizia il 19 marzo 1927 a Bordeaux, poi prosegue a Nizza, Lille e, dopo un lungo peregrinare nelle varie città francesi, nel dicembre del 1927 arriva finalmente al mitico Bobino di Parigi. La sua esibizione dura esattamente dodici minuti ma lascia il segno visto che gli frutta un contratto per ben diciannove settimane di animazione degli intervalli al cinema Pathé. Nel 1929 quando torna al Bobino è ormai un artista affermato. Nel 1931 fa il suo debutto cinematografico interpretando un piccolo ruolo nel film “Le Blanc et le noir”, seguito da una partecipazione a “On purge bébé” di Jean Renoir. Nello stesso anno Bernard Deschamps gli affida il ruolo del protagonista nel film “Le Rosier de Madame Huston”, dove interpreta per la prima volta il ruolo di giovanotto ingenuo che diventerà un po’ la sua specialità negli anni successivi. Nonostante il successo cinematografico Fernandel non lascia né la musica né gli spettacoli di varietà. Come lui stesso racconterà in seguito «Di giorno giravo e di sera mi esibivo in scena». Nel 1933 partecipa a un applaudissimo tour che lo porta in tutti i migliori teatri del territorio francese, dall’Eldorado di Marsiglia all’Elysée Palace di Vichy al Bobino e alle Folies-Bergère di Parigi. Interpreta anche numerose commedie musicali, molte delle quali finiranno poi sullo schermo. Nel 1934 Marcel Pagnol lo vuole nel suo film “Angéle” nel quale è costretto per la prima volta nella sua carriera a cimentarsi con successo in un ruolo drammatico. Il risultato è lusinghiero e ne rafforza il prestigio e la popolarità. Per esplicita ammissione di Fernandel «Grazie a Pagnol sono stato costretto a dimostrare innanzitutto a me stesso se avessi o no la stoffa dell’attore». Sempre nel 1934 torna con successo di fronte al difficile pubblico delle Folies-Bergère al fianco di una vedette come Mistinguett. Nella seconda metà degli anni Trenta il suo successo sembra destinato a non conoscere fine ma le nubi di guerra che s’addensano sulla Francia gli cambiano la vita. Richiamato sotto le armi viene aggregato al “servizio cinematografico” dell’esercito francese. La guerra diventa una tragedia con i terribili anni dell’occupazione tedesca, del governo collaborazionista e dello smembramento della nazione. Fernandel non collabora con i nuovi potenti ed è costretto a lasciare le scene. Torna da trionfatore dopo la Liberazione e la fine della guerra ritrovando immediatamente il successo sia nel cinema che nei teatri di varietà. Il pubblico non l’ha dimenticato. In Italia il suo nome è legato all’interpretazione di Don Camillo nei film della serie omonima tratta dai romanzi di Guareschi. Alla fine della carriera si cimenta nella regia e fonda insieme a Jean Gabin la casa di produzione Ga-Fer. Rock e Martello, ogni giorno una storia in musica
Quello che viene chiamato "rock" non è soltanto un genere musicale. È uno stato d'animo, un modo d'essere che incrocia la musica, il cinema, la letteratura, il teatro e la creatività in genere compresa quella destinata alla produzione industriale. Per chi è nato negli anni Cinquanta e Sessanta è un sottofondo, una colonna sonora di ogni momento della vita, di pensieri e ricordi. Esiste da sempre e aiuta a vivere meglio...
26 febbraio, 2026
26 febbraio 1971 – Fernandel, uno del trio dei marsigliesi
Il 26 febbraio 1971 l’attore e cantante Fernandel muore consumato da un tumore nel suo appartamento sull’avenue Foch di Parigi. Popolarissimo anche in Italia dove il pubblico lo identifica con il personaggio cinematografico di Don Camillo, in Francia è un protagonista di primo piano della storia dello spettacolo. «Mi chiedete se sono legato a Don Camillo? Come potrei non amare quel personaggio? Pensate che avevo come partner Gesù Cristo...». Così Fernandel rispondeva a chi osava insinuare che in fondo vestire i panni del prete “da battaglia” della bassa padana nato dalla fantasia di Guareschi lo stesse annoiando. La noia nella sua concezione del lavoro non esiste perchè, come ripete mille volte nel corso della sua carriera, è felice di aver trasformato in un lavoro la più grande passione della sua vita: il palcoscenico. Attore, cantante, fantasista, intrattenitore, ballerino, fin dagli inizi della sua carriera non c’è ruolo nel quale non si sia sperimentato con buoni risultati. Famoso per le sue per le sue folgoranti battute («Il pastis è come le tette. Una non basta e tre sono troppe!» o «De Gaulle? Credo che sia l’unico francese che nel mondo è più popolare di me») Fernandel insieme a Jules Muraire, in arte Raimu, e Henri Allibert, in arte Alibert compone il cosiddetto “trio dei marsigliesi”, una piccola pattuglia di uomini di spettacolo provenienti dal meridione della Francia che, a partire dagli anni Trenta, è riuscita nel non facile compito di conquistare le scene di Parigi. Fernand Joseph Désiré Contandin, in arte Fernandel, nasce a Marsiglia l’8 maggio 1903. Il suo primo vagito risuona al n° 72 di Boulevard Chave nell’appartamento dove in quel periodo vive la sua famiglia. I suoi genitori tirano avanti come possono. Suo padre canta nei caffé concerto e l’intera famiglia vive ai margini del mondo dello spettacolo. «A cinque anni avevo già corso e giocato in tutte le quinte, i retroscena e i camerini dei migliori e dei peggiori luoghi di spettacolo di Marsiglia... Ero affascinato in particolare da tutto ciò che aveva a che fare con la canzone e spesso insieme a mio fratello Marcel giocavo a ripetere le pose e i gesti che mio padre faceva in scena. Giocavo ma imparavo perchè io eseguivo e mio fratello mi correggeva...». Il figlio di un artista poi non può perdere troppo tempo a scuola per cui il rapporto del piccolo Fernand con l’istruzione è saltuario e ricco di fughe e ravvedimenti. Il suo sogno resta sempre il palcoscenico dove debutta prestissimo interpretando al Teatro Chave il ruolo che più gli riesce in quel periodo, cioè quello di... bambino nel dramma “Marceau ou les enfants de la révolution”. È poco più di un gioco ma gli applausi del pubblico gli piacciono e rafforzano la sua convinzione che quella sia la strada giusta per lui. Poco tempo dopo arriva anche la sua prima esibizione canora. Avviene sul palcoscenico dello Scala, un locale che diventerà poi famoso con il nome di Eldorado, dove in una pausa dell’esibizione del padre canta M.lle Rose di fronte a un pubblico che l’applaude convinto. Il piccolo Fernand ci prende gusto. Canta un paio di brani in un gala al Châtelet, poi al Palace de Cristal quindi al Variétés in quello che lui stesso definirà in futuro «il primo tour della mia vita effettuato in una serie di locali che distano qualche centinaio di metri l’uno dall’altro». Di giorno la scuola e la sera sul palcoscenico. La sua famiglia non naviga nell’oro ma per un bambino di quell’epoca la vita potrebbe essere peggiore. Tutto sembra funzionare senza intoppi fino al 1915 quando alla vigilia di quella che i posteri chiameranno Prima Guerra Mondiale il padre viene chiamato sotto le armi. Fernand ha dodici anni e la sua vita cambia improvvisamente. La famiglia ha bisogno anche del suo aiuto per tirare avanti. Trova un posto come fattorino nell’agenzia di Rue St. Ferréol della Banque Nationale de Crédit e corre in giro per la città in cambio di 25 franchi al mese. Qui conosce Jean Manse, un amico che resterà con lui per tutta la vita. Terminata l’esperienza come fattorino, il giovane Fernand Contandin si adatta a una lunga serie di lavori passando dal saponificio Bellon alla cartiera Granger, alla società elettrica e tante altre esperienze. Nonostante le difficoltà, però, non abbandona il mondo dello spettacolo e affianca l’attività lavorativa con le esibizioni come cantante e caratterista nei caffé-concerto dove si diverte a mettere esageratamente in mostra il suo profilo equino e gioca a prendersi in giro. In quegli anni corteggia assiduamente Henriette, la sorella minore del suo amico Jean Manse. Proprio la madre dei due ragazzi diventa l’artefice inconsapevole del nome d’arte del ragazzo. Racconta lo stesso Fernandel che la donna, divertita dall’insistenza con il quale il giovane frequenta Henriette, quando lo vede arrivare lo saluta dicendo «Voilà le Fernand d’elle» (Ecco il suo (di Henriette) Fernand!). Proprio da questa frase nasce lo pseudonimo di Fernandel destinato ad accompagnarlo per sempre. Il 4 aprile 1925, a ventidue anni non ancora compiuti, sposa Henriette e poi parte per il servizio militare. Quando torna a casa è padre e non ha più un lavoro. La salvezza arriva da Louis Valette, il direttore dell’Odéon che lo scrittura per sostituire un’artista contestato dal pubblico. Lui sale sul palco e sciorina tutto il repertorio di canzoni e gags rodato nei caffé-concerto. Tra il pubblico che l’applaude con grande entusiasmo c’è Jean Faraud, il direttore della Paramount francese che gli propone un contratto per animare gli intervalli nelle sale gestite dalla sua società. L’avventura con la Paramount inizia il 19 marzo 1927 a Bordeaux, poi prosegue a Nizza, Lille e, dopo un lungo peregrinare nelle varie città francesi, nel dicembre del 1927 arriva finalmente al mitico Bobino di Parigi. La sua esibizione dura esattamente dodici minuti ma lascia il segno visto che gli frutta un contratto per ben diciannove settimane di animazione degli intervalli al cinema Pathé. Nel 1929 quando torna al Bobino è ormai un artista affermato. Nel 1931 fa il suo debutto cinematografico interpretando un piccolo ruolo nel film “Le Blanc et le noir”, seguito da una partecipazione a “On purge bébé” di Jean Renoir. Nello stesso anno Bernard Deschamps gli affida il ruolo del protagonista nel film “Le Rosier de Madame Huston”, dove interpreta per la prima volta il ruolo di giovanotto ingenuo che diventerà un po’ la sua specialità negli anni successivi. Nonostante il successo cinematografico Fernandel non lascia né la musica né gli spettacoli di varietà. Come lui stesso racconterà in seguito «Di giorno giravo e di sera mi esibivo in scena». Nel 1933 partecipa a un applaudissimo tour che lo porta in tutti i migliori teatri del territorio francese, dall’Eldorado di Marsiglia all’Elysée Palace di Vichy al Bobino e alle Folies-Bergère di Parigi. Interpreta anche numerose commedie musicali, molte delle quali finiranno poi sullo schermo. Nel 1934 Marcel Pagnol lo vuole nel suo film “Angéle” nel quale è costretto per la prima volta nella sua carriera a cimentarsi con successo in un ruolo drammatico. Il risultato è lusinghiero e ne rafforza il prestigio e la popolarità. Per esplicita ammissione di Fernandel «Grazie a Pagnol sono stato costretto a dimostrare innanzitutto a me stesso se avessi o no la stoffa dell’attore». Sempre nel 1934 torna con successo di fronte al difficile pubblico delle Folies-Bergère al fianco di una vedette come Mistinguett. Nella seconda metà degli anni Trenta il suo successo sembra destinato a non conoscere fine ma le nubi di guerra che s’addensano sulla Francia gli cambiano la vita. Richiamato sotto le armi viene aggregato al “servizio cinematografico” dell’esercito francese. La guerra diventa una tragedia con i terribili anni dell’occupazione tedesca, del governo collaborazionista e dello smembramento della nazione. Fernandel non collabora con i nuovi potenti ed è costretto a lasciare le scene. Torna da trionfatore dopo la Liberazione e la fine della guerra ritrovando immediatamente il successo sia nel cinema che nei teatri di varietà. Il pubblico non l’ha dimenticato. In Italia il suo nome è legato all’interpretazione di Don Camillo nei film della serie omonima tratta dai romanzi di Guareschi. Alla fine della carriera si cimenta nella regia e fonda insieme a Jean Gabin la casa di produzione Ga-Fer. 25 febbraio, 2026
25 febbraio 2007 – A Ennio Morricone un Oscar tardivo
24 febbraio, 2026
24 febbraio 1994 - Jean Sablon, il primo crooner europeo
Il 24 febbraio 1994 in una clinica di Cannes-la-Bocca, nelle Alpi Marittime, muore Jean Sablon, il primo vero crooner europeo capace di entusiasmare un ambiente come quello statunitense, diffidente e spesso ostile nei confronti di tutto quello che arriva da fuori dei suoi confini culturali. “The french troubadour” o anche “The French Bing Crosby”, così lo chiamano gli americani, affascinati dalla sua capacità di saldare la canzone francese con le evoluzioni e le atmosfere dello swing. Lo chansonnier francese dal baffo malandrino, il sorriso da conquistatore perennemente stampato sul viso e la voce calda e carezzevole apprende le tecniche dei crooner d’oltreoceano prima ascoltandoli alla radio e poi soggiornando per un po’ negli Stati Uniti. Il suo principale modello è Jack Smith, chiamato anche “The whispering Jack” (il sussurrante Jack), uno dei primi grandi crooner della scena musicale nordamericana, anche se la personale amicizia con Bing Crosby non può non influenzarne impostazione e stile. Quando in Francia fatica ancora a farsi spazio per la diffidenza del pubblico nei confronti del suo stile decisamente innovativo, a Broadway compositori come George Gershwin e Cole Porter gli propongono i loro pezzi mentre il pubblico l’adora. Instancabile e curioso sperimentatore nel dopoguerra si diverte anche a esplorare territori nuovi dove il jazz incontra la canzone d’autore francese avvalendosi dell’amicizia e della collaborazione di strumentisti leggendari come il chitarrista Django Reinhardt, i violinisti Stéphane Grappelli e Léon Ferreri o il pianista Alec Siviane. La sua lezione influenzerà lo stile della generazione degli chansonnier degli anni Cinquanta e Sessanta. Interpreti come André Caveau, Yves Montand o Sacha Distel ammetteranno pubblicamente di essergli debitori. Jean Sablon viene spesso ricordato come “il cantante francese che per primo ha usato il microfono”. L’affermazione, suggestiva, non deve essere intesa in senso letterale. Non è il primo a cantare usufruendo dell’amplificazione, ma è sicuramente il primo a trattare il microfono come un vero e proprio strumento. Lo fa negli anni Trenta, in un periodo in cui molti personaggi dello spettacolo guardano a quello strano aggeggio elettrico con diffidenza quando non con aperta ostilità come la cantante Damia che parlando con un giornalista definisce il microfono come «Uno strumento che ha ucciso il nostro mestiere». In un mondo in cui la potenza e la capacità d’emissione sono stati per lungo tempo l’elemento principale per giudicare un cantante Jean Sablon sostiene che anche un sussurro può essere fondamentale nell’interpretazione di una canzone. In realtà si spinge più in là perché facendo tesoro della lezione appresa negli Stati Uniti pensa che le innovazioni tecnologiche, il microfono per primo, debbano servire a dare al pubblico che ascolta le canzoni dal vivo le stesse sonorità dei dischi o della radio. L’idea che l’esecuzione dal vivo sia una sorta di esercizio a se stante in cui le qualità vocali contano più del risultato sonoro gli sembra una bestemmia. Per lui l’elemento centrale dell’esibizione dal vivo è la cura delle sonorità, la ricerca della perfezione attraverso l’amalgama tra strumento e strumento e tra l’insieme degli strumenti e la voce. Quando nel 1936 al Mogador e al Bobino porta il microfono sul palco utilizzandolo per allargare la gamma delle sue espressioni vocali al sussurro confidenziale, il pubblico applaude ma l’ambiente musicale francese e soprattutto la critica storcono il naso. Viene chiamato con disprezzo «Il cantante senza voce» e sbeffeggiato da battute come quella che dice: «Jean Sablon si esibisce all’ABC. Si può assistere al suo spettacolo, ma non si è sicuri di ascoltarlo». Sono soltanto i contraccolpi di un ambiente tendenzialmente conservatore che fatica a digerire le innovazioni. A dispetto delle resistenze l’arrivo del microfono è destinato a rivoluzionare le tecniche d’interpretazione e Jean Sablon, il primo a capire le possibilità offerte ai cantanti dalle nuove tecniche d’amplificazione, resterà un fondamentale punto di riferimento per tutti i cantanti che arriveranno dopo di lui. Già nei primi anni Trenta Jean Sablon appare impegnato a rompere il muro che fino a quel momento ha tenuto sostanzialmente separati gli interpreti e i protagonisti della chanson dal jazz. Non è l’unico. Da Charles Trenet a George Brassens, a Henri Salvador sono molti gli chansonniers che si muovono in quella direzione. Mentre gli altri, però, sono più concentrati a catturare atmosfere o ad adattare ritmi, lui fa tesoro della lezione statunitense dello swing e tenta un approccio totale. Non a caso è il primo chansonnier a farsi accompagnare da una formazione jazz. La prima esperienza risale al 1931 quando registra brani come Que maravilla, Un cocktail e J’aime les fleurs insieme all’orchestra jazz di Gaston Lapeyronie. Nel 1933 i parigini già lo chiamano “Mister swing” e affollano i locali dove si esibisce con un trio d’eccezione formato dal pianista Alec Siniavine, dal clarinettista Endré Ekyan e dal chitarrista Django Reinhardt. Quando si esibisce sui palcoscenici dei music hall più famosi i musicisti che l’accompagnano non restano confinati nell’angusta “fossa” destinata all’orchestra, ma salgono con lui sul palco. La lezione del jazz si sente anche nella capacità di utilizzare la voce come uno strumento dialogando e fraseggiando con gli accompagnatori. La sua apertura nei confronti delle novità e la curiosità per le nuove tecnologie lo aiutano a capire le potenzialità offerte dalla radio. Gli ascoltatori lo scoprono per la prima volta nel 1933 quando viene radiodiffuso sulle onde di “Le Poste Parisien” un suo intero récital. Nel 1936 conduce una varietà tutto suo nel quale ospita personaggi come Fernandel o Maurice Chevalier. Il successo radiofonico è tale che il direttore della statunitense NBC viene di persona in Francia per proporgli di condurre “The magic key”, un programma di successo ritrasmesso in moltissimi paesi anglofoni. Come le ciliegie, una trasmissione tira l’altra. In Francia nel dopoguerra conduce vari programmi musicali e all’estero, dopo gli Stati Uniti lo vogliono anche in altri paesi, da Radio Hong Kong alla lunga sequenza di radio sudamericane che gli danno spazi, onori e gloria fino agli anni Novanta. Jean Sablon nasce il 25 marzo 1906 a Nogent-sur-Marne. La sua è una famiglia con il “vizio” della musica. Suo padre Charles, infatti, è un apprezzato compositore e capo-orchestra e sua sorella maggiore Germaine è cantante di music hall, pianista e compositrice molto popolare. Ancora adolescente, mentre studia pianoforte al prestigioso Lycée Charlemagne di Parigi, a diciassette anni già si esibisce nei locali notturni della capitale. Il suo primo successo discografico arriva nel 1933 con Ce petit chemin, un brano che porta la firma della sua amica ed estimatrice Mireille, una delle figure popolari della scena francese di quel periodo. Successivamente debutta al Casino de Paris in coppia con Mistinguett. Nel 1937 vince il Gran Prix du Disque con la canzone Vous qui passez sans me voir, scritta per lui da Charles Trenet e Johnny Hess. Sono anni di grande vivacità per il giovane Sablon che accetta le lusinghe che gli arrivano dall’altra parte dell’oceano e vola negli Stati Uniti. Broadway lo ama e personaggi come Cole Porter e George Gershwin stravedono per lui. Nei primi anni Quaranta torna in Francia ma, dopo l’occupazione nazista, preferisce andarsene di nuovo negli States. Le rutilanti luci dei palcoscenici statunitensi e la popolarità crescente non cancellano né la nostalgia né la voglia di rendersi utile alla sua patria. Per combattere i nazisti si arruola volontario nell’esercito francese di liberazione e il 20 novembre 1944 resta ferito in azione. Nel dopoguerra diventa uno dei cantanti francesi più popolari nel mondo e resta sulla breccia a lungo. Nel 1983 tiene il suo concerto d’addio a Rio De Janeiro, ma nel 1984 canta ancora la sua April in Paris in una serie televisiva e all’inizio degli anni Novanta partecipa a qualche trasmissione radiofonica.23 febbraio, 2026
23 febbraio 1966 – Billy Kyle, sottovalutato in vita rivalutato da morto
Il 23 febbraio 1966 muore a Youngstown, in Ohio, il pianista Billy Kyle. Registrato all’anagrafe con il nome di William Osborne Kyle nasce a Philadelphia, in Pennsylvania, 14 luglio 1914. Il suo incontro con il jazz avviene a sedici anni quando comincia a suonare in vari gruppi della zona di Philadelphia fresco di studi di pianoforte classico. Proprio questo tipo di studi gli lascia una traccia precisa, originale e molto piacevole, nel tocco e nello stile. Nel 1936 riunisce per breve tempo una propria orchestra, poi suona con le formazioni di Lucky Millinder, John Kirby, Sy Oliver e Roy Eldridge. All'inizio degli anni Cinquanta è a New York nell’orchestra che accompagna la famosa operetta “Guys and Dolls”. Nel 1953 inizia la più lunga esperienza della sua carriera, entrando a far parte del gruppo All Stars di Louis Armstrong. Sottovalutato in vita dopo la sua morte Kyle viene rivalutato dalla critica al punto che molti pianisti moderni, fra i quali Lennie Tristano, lo citano fra i loro ispiratori e precursori.22 febbraio, 2026
22 febbraio 1968 – I Genesis, cinque diciottenni di belle speranze

Sono tutti studenti diciottenni i cinque componenti dei Genesis, un gruppo sconosciuto che il 22 febbraio 1968 pubblica per la prestigiosa Decca Records il suo primo singolo: un morbido brano acustico intitolato The silent sun. Il prodotto non sembra di quelli destinati a restare nella storia del rock e negli uffici della casa discografica inglese c’è chi storce il naso: «Dilettanti senza futuro. Ma chi li ha trovati?» La scoperta del gruppo, avvenuta quasi per caso, si deve a Jonathan King, uno degli uomini del reparto artistico della Decca. La storia inizia, infatti, qualche mese prima quando King resta colpito da uno dei tanti nastri quotidianamente inviati alla casa discografica da artisti desiderosi di farsi conoscere. Rintraccia il recapito della band che ancora non ha un nome e invita i suoi componenti a farsi sentire. Scopre così che il gruppo è formato da cinque allievi della Charterhouse Public School di Godalming nel Surrey che in precedenza facevano parte di due diverse band scolastiche: i Garden Wall e gli Anon. Il cantante si chiama Peter Gabriel, il tastierista Tony Banks, il batterista Chris Stewart e i chitarristi Anthony Phillips e Mike Rutherford. Jonathan King ha l’impressione che dietro alla timidezza e all’aria un po’ dimessa dei ragazzi ci siano idee e preparazione. Li invita quindi a continuare e li scrittura per un paio di dischi, incurante dello scetticismo di altri responsabili della produzione della Decca. Il singolo pubblicato il 22 febbraio 1968 passa inosservato, quasi a dar ragione agli scettici e non avrà miglior fortuna neppure il successivo The silent sun. Deciso a non ammettere lo sbaglio King convince Peter Gabriel e compagni a lavorare a un album, From Genesis to Revelation, che viene rapidamente stroncato dalla critica nonostante brani decisamente originali come Am I very wrong?. Stanco e demoralizzato King getta la spugna mentre i ragazzi, ormai senza più contratto discografico, tornano agli studi. Tony Banks e Mike Rutherford sembrano i più decisi a chiudere definitivamente con la musica, ma Gabriel non demorde. Un po’ per divertimento, un po’ perché nessuno ha di meglio da fare il gruppo, con qualche cambiamento, non si scioglie e continua a suonare. Due anni dopo sotto la guida carismatica di Peter Gabriel saranno proprio Banks e Rutherford, insieme al chitarrista Steve Hackett e al batterista Phil Collins a fare dei Genesis uno dei gruppi più originali tra i protagonisti del rock progressivo dei primi anni Settanta.
21 febbraio, 2026
21 febbraio 1976 - Il bis sanremese di Peppino Di Capri

Il 21 febbraio 1976 Peppino Di Capri vince per la seconda volta nella sua carriera il Festival di Sanremo con Non lo faccio più. La manifestazione, pur lontana dai fasti di un tempo, sembra lentamente recuperare prestigio. Qualche stupore destano le eliminazioni di personaggi come Rosanna Fratello, che interpreta in modo molto sensuale il brano Il mio primo rossetto e Romina Power, in gara con Noi due, una canzone scritta da lei stessa insieme al marito Al Bano, entrambe alla vigilia considerate sicure protagoniste della rassegna sanremese. Crescono anche le vendite dei dischi, grazie soprattutto a Linda bella Linda dei Daniel Sentacruz Ensemble, destinata a diventare il ‘tormentone’ musicale della primavera del 1976. Questa edizione del Festival ha poi anche il pregio di riproporre all’attenzione del pubblico Peppino Di Capri, uno dei geniali protagonisti della canzone italiana degli ultimi anni Cinquanta e dei primi Sessanta. Nato nel 1939 a Capri, il cantante, il cui vero nome è Giuseppe Faiella inizia molto presto a suonare nei night club e a sedici anni vince, con la sua band, i Rockers una gara televisiva per voci nuove. Nel 1959 entra per la prima volta nella classifica dei dischi più venduti con Nun è peccato, il primo di una lunghissima serie di successi. Formidabile interprete di un’azzeccata miscela tra il dialetto partenopeo e i ritmi d’oltreoceano stabilisce un vero e proprio record entrando, dal 1959 al 1964, per ben trentaquattro volte consecutive in hit parade. Nel 1963 dopo aver dominato la vetta della classifica con la sua versione di Don't play that song, vince il Cantagiro. Nel 1970 trionfa in quella che resta nella storia come l’ultima edizione del Festival di Napoli con Me chiamme ammore, in coppia con Gianni Nazzaro. A partire dal 1971 la sua storia artistica si incrocerà più volte con quella del Festival di Sanremo.
20 febbraio, 2026
20 febbraio 2004 - One mind one vote
Il 20 febbraio 2004 negli Stati Uniti parte la campagna “One mind one vote”, una mente un voto. Si tratta di una iniziativa che vede la mobilitazione di vari esponenti della black music per convincere i giovani coloured, in particolare afro e ispanoamericani, a registrarsi e a votare per le Elezioni Presidenziali che si svolgeranno nel mese di novembre. Negli Stati Uniti, infatti, la registrazione al voto è obbligatoria per poter esercitare il diritto di recarsi alle urne. I promotori della campagna, l’impresario Russell Simmons e i rappers LL Cool J, Run dei Run-DMC e Jadakiss, si sono dati l’ambizioso obiettivo di convincere almeno due milioni di giovani a non disertare le urne. Al loro fianco si muove anche un programma radiofonico condotto da Doug Banks che intende promuovere un lungo tour di spettacoli nelle periferie delle città più importanti degli States. L’iniziativa, pur non essendo legata direttamente alla campagna elettorale di alcun candidato specifico, non riscuote molte simpatie negli ambienti conservatori, visto che né Bush né la guerra in Iraq sembrano riscuotere tanti consensi tra i ragazzi dei ghetti. Polemiche a parte i promotori della campagna sostengono che la loro è una battaglia di civiltà e che i giovani non possono più permettersi di «lasciare che altri decidano il loro futuro senza fare niente».19 febbraio, 2026
19 febbraio 2001 - Charles Trenet, la gioia di vivere
Nella notte tra il 18 e il 19 febbraio 2001 muore Charles Trenet. C'è chi l'ha definito il più grande chansonnier del ventesimo secolo, anche se è difficile stabilire una classifica in un genere che ha conosciuto il suo miglior momento proprio nel Novecento. Certamente Charles Trenet è stato uno dei giganti de la "chanson", la moderna canzone francese. Un attacco cerebrale in un ospedale di Creteil, spegne per sempre quel sorriso e quella gioia di vivere che l'avevano fatto entrare nel cuore di milioni di persone. «Sono entrato nell'infanzia a diciannove anni e non ne sono più uscito… prima ero troppo serio…» Quando muore ha 87 anni e per almeno sessanta è stato per tutti "le fou chantant”, il cantante folle, per l'esuberanza e la gioia che sprigionava nei suoi concerti. Quando nessuno ancora aveva inventato la parola cantautore lui è stato autore, compositore e interprete. Fin dal periodo in cui muove i primi passi nel teatro di rivista si impone come una sorta di trovatore moderno, capace di far incontrare la poesia con i ritmi derivati dal jazz. Un critico francese ha detto che nelle canzoni di Charles Trenet sembra che «Verlaine abbia incontrato Duke Ellington e insieme abbiano deciso di scrivere canzoni». Con lui muore un pezzo importante del Novecento musicale. A diciannove anni è già popolare nella Parigi notturna. A ventuno, affiancato dall'inseparabile amico Johnny Hess ottiene il suo primo contratto discografico. È il 1933 e i due, che si chiamano Charles et Johnny, nel giro di un paio d'anni registrano ben quindici dischi a settantotto giri. Ci vogliono ancora quattro anni prima che Charles recuperi il suo cognome, ridiventi Charles Trenet e realizzi, sotto l'ala protettiva di Maurice Chevalier, Je chante, il suo primo successo come solista. Da quel momento la crescita della sua popolarità diventa geometrica. Nel 1938 vince il "Prix du disque" e tutta Parigi impazzisce per questo giovane che mescola swing e poesia, tradizioni e rinnovamento attingendo a piene mani dalla straordinaria ed effimera vivacità di un periodo che vive con la stessa intensità il Fronte Popolare, il jazz e il surrealismo. In breve tempo assurge a mito e le sue canzoni, Je chante, Y'a d'la joie, Le soleil et la lune, La mer, Douce France e tante altre diventano la fonte d'ispirazione primaria per gran parte dei protagonisti della canzone francese contemporanea, da Georges Brassens, che lo ha sempre considerato suo padre spirituale, a Jacques Higelin. Nel 1978 pubblica un libro di memorie, "I miei anni giovanili", e annuncia di voler cantare fino a quando la salute lo regge. Quando, nel 1991, viene invitato in Italia al Premio Tenco, lui non si accontenta del ruolo di "ospite di riguardo". Si lancia in una indiavolata e travolgente esibizione nella quale ripropone le sue più famose canzoni senza dimenticarsi neanche un accenno di tip tap. «Ha settantotto anni, ma la voglia di vivere è quella di un ragazzino!» osservano i cronisti e la voce, impostata e senza incertezze appare del tutto immune al passare del tempo. Con il trascorrere degli anni diventa una sorta di icona immortale, un prestigiatore della canzone capace di estrarre dal cilindro sempre nuove sorprese. Nel novembre del 1999, a ottantasei anni compiuti, accetta di esibirsi ancora una volta a Parigi, di fronte a un pubblico emozionato più di lui. Nessuno fa più caso alla sua età. Nessuno pensa a lui come a qualcuno di passaggio. Quando ormai tutti cominciano a credere che sia davvero immortale, nella primavera del 2000 un ictus aggredisce il suo corpo. L'eterno ragazzo reagisce con la forza dello spirito e con una straordinaria voglia di vivere. Viene ricoverato ad aprile nell'ospedale americano di Neuilly-sur-Seine, dove resta per un mese e mezzo. Quando viene dimesso accetta di buon grado le faticose terapie di riabilitazione, e ride delle indiscrezioni dei giornali popolari sul suo abbandono definitivo delle scene. Per il suo ritorno in pubblico sceglie un evento eccezionale come l'ennesimo concerto di un altro grande personaggio della canzone francese: Charles Aznavour. In occasione della prima parigina della tournée di Aznavour arriva a sorpresa tra il pubblico. Si muove con qualche difficoltà ma sorride e appare lucido. Risponde con arguzia ai cronisti che gli si affollano intorno. «Sono obbligato a essere qui, visto che Aznavour ha rilevato le edizioni musicali Raoul Breton, che hanno in catalogo tutte le mie canzoni… è lui il mio padrone ora, non potevo mancare, non me l'avrebbe perdonata…». Le sue parole sono accompagnate dal solito sorriso ammiccante. Trova anche il tempo di alludere scherzosamente all'ictus che l'ha colpito. A un giornalista che gli chiede come abbia trovato Aznavour risponde «Senza difficoltà». Seduto tra gli invitati assiste al concerto nelle vicinanze del primo ministro Lionel Jospin e dà appuntamento a tutti per un suo prossimo ritorno in scena. Per la prima volta nella sua vita non manterrà la parola. Un attacco cerebrale glielo impedisce per sempre. Juliette Gréco alla notizia della sua scomparsa invita tutti a non piangerlo. «Io conservo di lui dei ricordi solari. Non servono le lacrime né le orazioni funebri: sarebbe come riconoscere la morte, e Trenet è la vita. Bisogna semplicemente cantare, e lui sentirà la nostra riconoscenza e il nostro amore».
18 febbraio, 2026
18 febbraio 1965 – Nasce la Giulia Sprint GTA

«Una vittoria al giorno con la macchina di tutti i giorni». Con questo slogan l’Alfa Romeo il 18 febbraio 1965 presenta ad Amsterdam la Giulia Sprint GTA. Il modello, aggressivo e potente, nasce con l’esplicita intenzione di lasciare un segno nelle corse riservate alla categoria Turismo. La vettura deriva dalla Giulia Sprint CT, disegnata nel 1963 da Nuccio Bertone e presentata nello stesso anno prima ad Arese e poi a Francoforte che ha ottenuto uno straordinario successo di pubblico e di critica al punto che la rivista inglese “Car & Driver”, in genere restia a utilizzare toni eccessivi, scrive «Guidare questa macchina è divertimento puro». La Giulia Sprint GTA (A significa Alleggerita) ne sviluppa le potenzialità sportive e nasce con l’intenzione esplicita di essere una formidabile protagonista delle corse da Turismo. L’impegno progettuale è notevole. L’alleggerimento della vettura viene ottenuto grazie all’impiego di una lega chiamata Peraluman 25 e composta di alluminio, magnesio, manganese, rame e zinco a elevata resistenza meccanica. Con questo materiale il peso a secco si riduce così di oltre 200 Kg rispetto alla normale versione GT. Le qualità della GTA non si riducono, però, soltanto alla maggior leggerezza. Le sue caratteristiche da competizione vengono ancora più esaltate dall’elaborazione dell’Autodelta, la squadra corse Alfa Romeo, che apporta numerose modifiche non solo al motore ma anche ai gruppi meccanici. I preparatori che più si dannano l’anima per migliorarne le prestazioni si chiamano Conrero, Bosato, Facetti e Angelici. Le vetture destinate alle competizioni hanno le valvole più piccole, il differenziale autobloccante, il roll bar e altre dotazioni specifiche che ne perfezionano la trasformazione. Non è un modello alla portata di tutte le tasche visto che se il prezzo della GTA standard è di lire 2.955.000 le versioni destinate alle competizione raddoppiano il loro valore che sale a lire 5.033.000. Sono soldi ben spesi visto che i successi sportivi non si contano con piazzamenti di gran lunga superiori a quelli di automobili ben più qualificate e una lunga serie di primi posti assoluti nelle difficili gare in salita dove sembra non avere rivali. Fin dall’esordio, che avviene il 20 marzo del 1966 a Monza, centra la vittoria. Quell’anno vince tutto quello che c’è da vincere, dalle 4 ore di Sebring alle 6 Ore del Nurburgring, al circuito del Mugello e poi ancora in Germania, Gran Bretagna, Olanda e Francia. Questa sequenza di successi le vale la conquista, nel 1966, del Challenge Europeo Marche per vetture da turismo guidata da Andrea De Adamich. Al trofeo l’imbattibile GTA si abbona anche negli anni successivi vincendolo a mani basse anche nella stagione 1967 sempre con De Adamich e nel 1969 con Spartaco Dini. Tra il 1966 e il 1968 la vettura sembra non avere rivali in grado di mettere in discussione la sua superiorità. L’elenco dei risultati ottenuti dai piloti della Casa e dei privati al volante della GTA è incredibile: centinaia di vittorie, decine di titoli nazionali (perfino negli Stati Uniti e un Sudamerica), tre Challenge Europei e un campionato europeo della montagna con Ignazio Giunti, soltanto per citare quelli più significativi. Nonostante i successi i progettisti dell’Autodelta non rinunciano a migliorare ulteriormente la vettura. Tra il 1967 e il 1968 una decina di esemplari vengono ulteriormente potenziati con l’adozione di un particolare sistema di sovralimentazione. Sono le GTA-SA, sigla nella quale SA sta per sovralimentata, che dominano le gare di categoria in vari paesi d’Europa, soprattutto in Belgio, Francia e Germania, ottenendo risultati di rilievo. Un’ulteriore evoluzione, a partire dal 1968, è rappresentata dalla GTA 1300 Junior. Questa vettura, nata nel 1968 conferma la supremazia dell’Alfa Romeo nelle competizioni Turismo. Costruita in 447 esemplari domina fra le vetture della sua cilindrata per quattro anni consecutivi aggiudicandosi il titolo assoluto nel 1971 e nel 1972. All’inizio degli anni Settanta fa il suo debutto la 1750 GTA-M (M sta per “Maggiorata”) che vince il Campionato Europeo nel 1970 con il pilota tedesco Toine Hezemans. La stessa vettura l’anno dopo, pur senza nessuna variazione, viene ribattezzata 2000 GTA-M e rivince il titolo nella sua classe. La lunga cavalcata della GTA è, però, arrivata alla fine. Nuovi modelli si affacciano alle corse e l’evoluzione tecnica non si ferma. Nonostante la fine del suo dominio la GTA resta nel mito dell’automobilismo mondiale e sopravvive ancora oggi in alcuni esemplari perfettamente restaurati e sempre oggetto di ammirazione per i numerosi appassionati e cultori delle Alfa Romeo di razza.
17 febbraio, 2026
17 febbraio 1977 - Lama vattene!
Il 17 febbraio 1977 Luciano Lama, segretario generale CGIL, viene duramente contestato dagli autonomi e dal movimento degli “indiani metropolitani” mentre è impegnato in un comizio all’Università di Roma. L’evento dimostra come tra le frange più radicali dei movimenti giovanili e la sinistra, in particolare il Partito Comunista e i sindacati, si stia aprendo un solco di diffidenza che sfocia sempre più spesso in azioni di aperta ostilità. I grandi entusiasmi suscitati dalla vittoria elettorale delle sinistre nel 1975 e nel 1976 stanno progressivamente lasciando il posto alla delusione per un cambiamento che tarda ad arrivare e per un’azione politica che appare sempre più impacciata e prigioniera di equilibrismi istituzionali e di potere. Le conseguenze di questa situazione porteranno una parte dei giovani protagonisti delle grandi lotte dei primi anni Settanta ad abbandonare l’impegno politico e sociale, mentre le frange più radicali ed esasperate si faranno tentare dalla tragica esperienza della lotta armata. 16 febbraio, 2026
16 febbraio 1957 – Il settimo sigillo
Il 16 febbraio 1957 esce nelle sale svedesi il film “Det sjunde inseglet” di Ingmar Bergman, conosciuto nel nostro paese con il titolo “Il settimo sigillo”, ispirato alla piéce teatrale “Pittura su legno” scritta dallo stesso Bergman nel 1955 per la sua compagnia teatrale. Girato nel 1956 a Hovs Hallar, nella riserva naturale di Scania, il lungometraggio racconta la lunga partita a scacchi tra la morte, interpretata da Bengt Ekerot e Antonius Block, un cavaliere tornato dalle crociate stanco e disilluso che ha il volto di Max Von Sydow. “Il settimo sigillo” segna una tappa fondamentale nella storia del cinema e consacra definitivamente il talento di Bergman. L’aspetto curioso della vicenda è che la partita non è né leale né lineare, visto che alla fine la morte sarà costretta a barare per avere ragione del suo avversario. Negli stessi luoghi dove è stato girato “Il settimo sigillo” Ingmar Bergman ambienterà successivamente anche il film “L'ora del lupo” del 1968.
15 febbraio, 2026
23 febbraio 1942 – Il primo disco di Nilla Pizzi
Il 23 febbraio 1944 negli studi della Parlophone l’emiliana Adionilla Pizza registra con il nome d’arte di Nilla Pizzi il suo primo disco da solista. È passato soltanto un anno da quando la ragazza aveva vinto il concorso EIAR davanti a migliaia di concorrenti conquistandosi così un contratto per cantare ai microfoni della radio con l’orchestra di Carlo Zeme. È stato un anno ricco di soddisfazioni e di cambiamenti con il grande successo radiofonico della sua interpretazione di Casetta tra le rose e il passaggio all’orchestra prestigiosa di Cinico Angelini. Il 23 febbraio 1944 si presenta negli studi della Parlophone per registrare Alba della vita, un brano destinato a venir pubblicato su un 78 giri come lato B di Guarda un po’ di Dea Garbaccio. La strada sembra ormai in discesa, ma non è così. Il suo modo di cantare, considerato troppo “moderno” dalla censura fascista, unito ai suoi atteggiamenti insofferenti nei confronti delle imposizioni sul repertorio le costeranno l’allontanamento dalla radio e la rescissione del contratto discografico. Soltanto nel 1946, dopo la Liberazione, riprenderà il suo posto ai microfoni radiofonici e otterrà un nuovo contratto discografico con La Voce del Padrone. Nello stesso periodo pubblicherà anche per la Cetra e le etichette consociate Fon e Mayor, alcuni dischi con vari pseudonimi: Carmen Isa, Isa Merletti, Conchita Velez e Ilda Tulli. Il definitivo salto di qualità avverrà nel 1951 quando entrerà nella storia della musica italiana vincendo il primo Festival di Sanremo con Grazie dei fior.15 febbraio 1910 - Walter Fuller, trombettista e qualche volta cantante
Il 15 febbraio 1910 a Dyersburg, nel Tennessee nasce Walter Fuller, un trombettista che non disdegna di usare la voce. Comincia a suonare la tromba da ragazzo sotto la guida del padre appassionato suonatore di mellophone nelle brass band della zona in cui vivono. La musica diventa presto il suo mestiere. A soli quattordici anni, nel 1924, viene ingaggiato da una troupe che organizza riviste destinate al pubblico di colore, il circuito T.O.B.A. la cui vedette in quel periodo è Ma Rainey. Nel 1925 si trasferisce a Chicago dove entra nell’organico dell'orchestra di Sammy Stewart con la quale si sposta a New York nel corso del 1929 per suonare al celebre Savoy Ballroom, ove ottiene un notevole successo personale. Rientra quindi a Chicago chiamato a far parte dei Vogue Vagabonds di Irene Eadie. Nel 1931 viene ingaggiato da Earl Hines con cui lavora ininterrottamente sino al 1941, salvo una breve parentesi a cavallo tra il 1937 e il 1938 con Horace Henderson. Tra i tanti dischi registrati da Fuller con l’orchestra di Hines sono degni di nota Rosetta, per la splendida parte vocale e Bubbling Over dove esegue dei felicissimi passaggi con la tromba in uno stile simile a quello del suo modello Louis Armstrong. Nel 1941, lasciato Hines, mette in piedi una propria orchestra con la quale continua a esibirsi al Grand Terrace di Chicago. Nel 1944 va al Radio Room di Los Angeles e l'anno successivo al Downbeat di Chicago prima di trasferirsi in California stabilendosi a San Diego dove si esibisce per molti anni consecutivi al Club Royal.14 febbraio, 2026
14 febbraio 2007 - Con “Notte prima degli esami – Oggi” nasce il “newquel”
Il 14 febbraio 2007, giorno di San Valentino, arriva nelle sale cinematografiche italiane “Notte prima degli esami – Oggi” un film che riprende i personaggi e la formula del fortunato e omonimo lungometraggio uscito nelle sale l’anno precedente collocandoli però in un altro periodo storico. Non si tratta di un “prequel”, cioè il racconto dei fatti che hanno preceduto gli eventi narrati nel film precedente né un “sequel”, cioè la narrazione del seguito. Come definirlo? Nella conferenza stampa di presentazione il regista Fausto Brizzi conia il termine di “newquel” spiegandolo così: «Io aggiorno la storia. È come se fosse un’istantanea di due periodi completamente diversi». Per meglio far comprendere le sue intenzioni allo spettatore sui titolo di testa mette il protagonista Luca, interpretato da Nicolas Vaporidis, di fronte alle commissioni di varie sessioni dell’esame di maturità ambientate in epoche diverse. Il ragazzo, indipendentemente dalle diverse ambientazioni, appare imbarazzato e reticente come sempre perché in fondo i veri protagonisti del film sono loro, gli esami di maturità, anno dopo anno così uguali eppure così diversi. Come già accaduto per il primo film della serie anche "Notte prima degli esami – Oggi" arriva nelle sale il 14 febbraio 2007, giorno di San Valentino, festa degli innamorati. Ad accompagnarlo ci sono due iniziative editoriali decisamente curiose. La prima è un libro, pubblicato dalla Mondadori, con il “Diario di Luca e Azzurra” direttamente tratto dalla sceneggiatura del film e la seconda è ancora più singolare. Nel numero di “Topolino” che arriva in edicola nello stesso giorno d’uscita del film, infatti, c’è una storia a fumetti intitolata “Qui Quo Qua e il giorno prima degli esami” il cui soggetto è stato scritto dallo stesso Fausto Brizzi, regista del film.13 febbraio, 2026
13 febbraio 1977 - Cicciolina a Radio Luna
Il 13 febbraio 1977 Radio Luna, un’emittente privata di Roma, inaugura il primo programma radiofonico dall’erotismo spinto ed esplicito. Si intitola “Voulez-vous coucher avec moi?” (Vuole venire a letto con me?) e va in onda a tarda ora, da mezzanotte alle due. È interamente dedicato alle telefonate a sfondo erotico degli ascoltatori e delle ascoltatrici con le quali interagisce una voce femminile che li apostrofa con l’appellativo confidenziale di “Cicciolini” e “Ciccioline”. La voce in questione è quella di Elena (Ilona) Anna Staller, una ragazza ungherese figlia di un funzionario del Ministero dell’Interno e di un’ostetrica, sbarcata in Italia dopo una rapidissima carriera di modella culminata con l’elezione a Miss Ungheria. La giovane Ilona nel nostro paese incontra Riccardo Schicchi, destinato a diventare uno dei top manager del settore pornografico, che intuisce di avere tra le mani una fortuna. Le costruisce addosso il personaggio di ingenua tentatrice e inizia a promuoverla ovunque. “Voulez-vous coucher avec moi?” segna l'inizio di una lunghissima carriera che la vedrà diventare una delle più ammirate pornostar e la porterà anche in Parlamento nel gruppo del Partito Radicale.12 febbraio, 2026
12 febbraio 1919 – Ferruccio Valcareggi, l’allenatore della staffetta
Ferruccio Valcareggi nasce a Trieste il 12 febbraio 1919 e debutta nel mondo del calcio come mezzala della Triestina, squadra con la quale gioca per la prima volta in serie A nel 1938. Nel 1940 passa alla Fiorentina dove rimane per tre stagioni per poi passare al Bologna e ritornare quindi alla Fiorentina. Nel corso della sua lunga carriera gioca poi nella Lucchese, nel Vicenza e nel Piombino dove nel 1953 inizia la carriera di allenatore. Passa poi ad allenare il Prato e per il suo lavoro riceve l’ambito riconoscimento del “Seminatore d'oro”, l’Oscar degli allenatori. La sua avventura con la nazionale inizia nel 1966 quando, dopo la disfatta della squadra azzurra nei mondiali inglesi, la federazione intenzionata a rimuovere il condottiero della sfortunata spedizione Edmondo Fabbri con figure nuove chiama lui ed Helenio Herrera. Nominato responsabile tecnico della squadra azzurra nel 1968 vince il Campionato d'Europa. Due anni dopo diventa vice campione del mondo nei mondiali del Messico e viene licenziato dopo l’eliminazione dell’Italia ai campionati del mondo del 1974. La sua ultima esperienza su una panchina è con la Fiorentina, dove subentra a De Sisti nel campionato 1984/85. Proprio a Firenze muore il 2 novembre 2005.11 febbraio, 2026
11 febbraio 1925 – Aristide Bruant, il poeta del tabarro
L’11 febbraio 1925 muore Aristide Bruant, universalmente considerato un po' il “padre nobile”, l’antesignano degli chansonnier. Alcuni suoi brani in particolare hanno dato origine alla cosiddetta “chanson sociale”. Quasi tutti i protagonisti della canzone francese del Novecento gli sono in qualche modo debitori, non soltanto quelli che più manifestamente si sono abbeverati alla sua inesauribile fonte inserendo nel proprio repertorio brani da lui composti. Anche la sua figura alta, avvolta nel “tabarro”, il lungo mantello nero a copertura totale, resa immortale da Tolouse-Lautrec, non passa inosservata e negli anni a cavallo tra Ottocento e Novecento ispira gran parte degli interpreti maschili dei cabaret di tutta Europa, Italia compresa. A quell’immagina sembra ispirarsi, per esempio, nel nostro paese Gino Franzi, lo “scettico blu”, il fustigatore dei vizi e delle differenze di classe, dominatore dei palcoscenici negli anni Venti e Trenta, la cui popolarità è tale da renderlo praticamente inattaccabile anche dalla solerte e invasiva censura fascista. Aristide Bruant non è soltanto uno chansonnier, ma scrittore, poeta e animatore oltre che gestore di Cabaret divenuti rapidamente il luogo di ritrovo di artisti e creativi d’ogni risma e inclinazione. Nel suo lavoro artistico scompare la distinzione tra canzone colta, ballata popolare e critica sociale. Cessa anche la separazione tra musica e poesia in una sorta di ponte simbolico tra la Francia di fine Ottocento e quella dei trovatori che si esibivano nelle corti feudali. Tutto, per Aristide Bruant, può diventare canzone, dai sentimenti alla descrizione di un luogo, alla rabbia per le ingiustizie, alla denuncia, alla critica sociale. La struttura dei suoi brani è spesso quella tipica dei cantastorie, basata sul “rimodellamento”, una tecnica che prevede di comporre testi diversi su un pugno di melodie sempre uguali. Con qualche approssimazione si dice che nella sua carriera abbia dedicato una canzone a ogni quartiere di Parigi. Aristide Louis Armand Bruand, questo è il nome vero del futuro Aristide Bruant, nasce a Courtenay il 6 maggio 1851. La sua infanzia trascorre tranquilla in una famiglia della media borghesia che non ha problemi finanziari. Al piccolo Aristide non manca nulla e l’unica preoccupazione di quel periodo sono i severi insegnanti che accompagnano il suo corso di studi regolari a Sens. Quando arriva per la prima volta a Parigi ha soltanto dodici anni. Sono i suoi genitori a portarlo con loro nella capitale francese dove si sono trasferiti provvisoriamente nel tentativo di risolvere una serie di difficoltà economiche nate da alcuni errori nella gestione del patrimonio famigliare. Il bambino ascolta i discorsi preoccupati dei suoi genitori sul patrimonio famigliare che si sta rapidamente consumando. Pur se non ne capisce ancora interamente il significato ne coglie il senso d’angoscia e di preoccupazione. Quelle sensazioni resteranno per sempre impresse nella sua memoria e saranno alla base di molte tra le composizioni più drammatiche e vivide di critica sociale. Purtroppo la permanenza nella capitale francese non serve a migliorare le condizioni economiche della famiglia Bruand né a risolverne i problemi. Ben presto la situazione precipita. Dopo anni di tranquillità economica i Bruand sono costretti a darsi da fare per sopravvivere. Anche per il piccolo Aristide a Parigi la vita cambia in peggio da un giorno all’altro. Non ci sono soldi per continuare gli studi e la sua nuova scuola è la strada del quartiere popolare dove la sua famiglia si è trasferita. Ben presto però il tempo per i giochi nella via si riduce fino a quasi scomparire. Anche lui deve dare il proprio contributo alla sopravvivenza della famiglia. Aristide si ritrova così a fare piccole commissioni per un procuratore legale, un vecchio amico di suo padre che cerca di dare una mano alla famiglia Bruand. Non è un gran lavoro e, soprattutto, non gli dà nessuna soddisfazione. Per questa ragione nel 1858, a diciassette anni, decide di fare di testa sua e si fa assumere come apprendista in una gioielleria. Nell’Europa turbolenta di quegli anni le guerre non sono certo una rarità. All’alba del 1870 scoppia quella che resterà nella storia come Guerra Franco Prussiana. La vita a Parigi si fa ancora più dura e la famiglia Bruand decide di tornare a Courtenay mentre Aristide, arruolato dall’esercito, partecipa alla guerra con la divisa dei “franchi tiratori”. Quando la guerra finisce trova un posto di lavoro come spedizioniere in una compagnia ferroviaria del Nord della Francia. Più o meno nello stesso periodo inizia a scrivere le prime canzoni e a cantarle in pubblico. La data della sua prima esibizione si è persa nel tempo e le fonti divergono. C’è chi dice che Aristide abbia cominciato a cantare le sue canzoni nei cabaret a partire dal 1873 e chi invece sostiene che il debutto sulle scene sia avvenuto due anni dopo, nel 1875. Di certo c’è che in quel periodo il cantante sostituisce la “d” del cognome con la “t” diventando per sempre Aristide Bruant. Il suo primo repertorio è composto quasi esclusivamente da canzoni leggere, divertenti e in qualche caso salaci e licenziose. Comincia a pensare di chiudere il suo rapporto con la compagnia ferroviaria per dedicarsi esclusivamente alla canzone quando, nel 1880, l’esercito si accorge che, nonostante la sua partecipazione alla guerra Franco Prussiana, Aristide non ha ancora saldato completamente il suo debito con la divisa. Alla sua ferma militare mancano, infatti, ben ventotto giorni! Richiamato passa un mesetto scarso nei ranghi del 113° Reggimento di stanza a Melun. Approfitta dalla sosta per comporre alcune canzoni, compresa la famosa V’là l’cent-treizième qui passe dedicata ai suoi commilitoni. Chiusa la parentesi militare riprende la vita di sempre cantando nei cabaret e nei caffé concerto. Nel 1880 conosce e diventa amico di Jules Jouy, un operaio, poeta, chansonnier e attivista politico destinato ad avere un ruolo importante nella sua evoluzione artistica e nel suo destino. È proprio lui infatti a trovargli la prima scrittura al cabaret Chat Noir di Boulevard Rochechouart, in quel periodo di proprietà di Rodolphe Salis, un uomo attento alle novità che dà spesso spazio ai nuovi artisti della zona di Montmartre. Aristide Bruant e le sue canzoni diventano un’attrazione fissa del locale. La relativa tranquillità della sua vita dura poco. Un giorno un paio di teppistelli mettono a soqquadro il Chat Noir uccidendo un cameriere e malmenando il proprietario che, spaventato, decide di chiudere il locale e riaprirlo in Rue Laval, una zona decisamente più tranquilla. Aristide coglie l’occasione, rileva i locali lasciati liberi da Rodolphe Salis e apre un proprio cabaret, il Mirliton. È il 1894 quando i primi tre clienti del locale entrano e vengono accolti da... insulti e imprecazioni lanciate loro da Bruant in persona. Nasce così la leggenda del Mirliton, un locale alla moda, ritrovo di artisti e abitatori della notte disposti a farsi maltrattare dalle imprecazioni e dai lazzi di Aristide Bruant. La popolarità del poeta e chansonnier cresce a dismisura in tutta Parigi grazie anche ai manifesti realizzati dal suo amico Tolouse-Lautrec. Non si dedica solo alla canzone. In quegli anni lavora alla realizzazione di un vero e proprio dizionario dell’Argot, l’idioma della strada che lui considera una vera e propria lingua sviluppatasi parallelamente al francese insegnato nelle scuole. Il suo è un lavoro serio di ricerca che viene però snobbato dalle istituzioni culturali ufficiali poco disposte a dare spazio a un personaggio eclettico come lui. Aristide vive male questa situazione e dopo la lunghissima e trionfale tournée in Francia e in vari paesi europei del 1895 decide di dedicare sempre meno tempo alla musica per occuparsi di più di scrittura e di ricerca. Nonostante i propositi non lascia mai completamente il palcoscenico sul quale torna di tanto in tanto per offrire al pubblico applauditissimi récital mescolando i suoi vecchi brani con nuove canzoni. L’ultimo concerto è del 1924, qualche mese prima della morte che avviene a Parigi l’11 febbraio 1925. 10 febbraio, 2026
10 febbraio 1966 – Caro Bob Marley, ti decidi a baciarmi?
Il 10 febbraio 1966, Bob Marley e Alvarita Constantia Anderson, detta Rita, si sposano. È la conclusione di una storia cominciata qualche tempo prima. Tutto inizia quando Bob Marley insieme a Bunny Livingston e Peter Tosh, suoi inseparabili amici e compagni negli Wailers, assiste a un’audizione organizzata dal loro impresario e “padre artistico” Clement “Coxsone” Dodd, padre padrone dello Studio One. Da tempo quella vecchia volpe pensa a una sorta di versione femminile degli Wailers e crede di aver trovato la soluzione. L'oggetto della sua attenzione è un trio di ragazze di cui a Trench Town parlano tutti molto bene e che si è specializzato in cover dei grandi successi delle donne della Motown. L’esibizione delle Soulettes, questo è il nome del tre pulzelle, lo convince definitivamente. Dopo aver siglato il contratto con il trio decide di affidarlo alle cure di Marley perché lo segua nel lavoro in studio e lo aiuti a trovare i brani adatti per il debutto discografico. Le ragazze, Alvarita “Rita” Constantia Anderson, Marlene “Precious” Gifford e Constantine “Dream” Walker conoscono bene gli Wailers e, tranne Rita che mantiene un atteggiamento distaccato e un po’ aristocratico, le altre due danno l'impressione di essere molto eccitate ed emozionate all’idea di dover lavorare con il cantante di quello che è il loro gruppo preferito. Se Bob è molto professionale nel rapporto con loro, non così accade per Bunny e Peter che, appena possono, le coinvolgono nelle loro strampalate session di canti, balli e scherzi. «Qui si lavora, non siete state scritturate per divertirvi» è la frase con la quale Marley gela ogni tentativo della compagnia di divertirsi un po’. Il suo senso di responsabilità non è particolarmente apprezzato dalle ragazze, ma i risultati si vedono presto. Il loro primo disco, una versione di I love you baby, interamente riscritta da Bob scala velocemente la classifica di vendita. Come è già accaduto anche per gli Wailers, le Soulettes diventano così ospiti quotidiane dello Studio One. Lo prevede l’aggiornamento contrattuale imposto da Coxsone, che non ama perdere di vista i suoi artisti. La quotidianità dei contatti sembra solleticare la fantasia di Peter e Bunny che cambiano registro e sottopongono le ragazze a un corteggiamento ogni giorno più serrato e pressante. L’unico a non cambiare le sue abitudini è Bob. Il ragazzo è chiuso in se stesso e non partecipa alla sarabanda di follie dei compagni. La verità è che per lui le Soulettes non sono tutte e tre uguali. Si è innamorato di Rita, ma ha paura di rivelarsi perché teme un rifiuto. Le scrive brevi lettere farcite di pensieri, considerazioni, piccole riflessioni e gliele fa recapitare da Bunny. Poi, quando la incontra allo studio, la scruta in silenzio per capire cosa pensi. Questa storia non va avanti per molto. È la ragazza la prima a prendere l’iniziativa: «Bob, anche tu mi piaci, ma sono stanca di leggere solo i tuoi biglietti. Vuoi deciderti a baciarmi o aspetti che io scelga un altro?». Pochi mesi dopo, il 10 febbraio 1966, si sposano.09 febbraio, 2026
9 febbraio 2002 – Raiz debutta in teatro
Dopo aver portato con successo sul palcoscenico dei teatri d'Italia i Sud Sound System in "Acido Fenico - Ballata per Mimmo Carunchio camorrista" i Cantieri Teatrali Koreja continuano a far incontrare teatro e musica. Il 9 febbraio 2002 presentano "Brecht’s dance" un lavoro teatrale nel quale fa il suo debutto come attore e cantante Raiz, voce e frontman degli Almamegretta. Lo spettacolo, ispirato a tre opere di Brecht, “Baal”, “L’opera da tre soldi” e “Il cerchio di gesso del Caucaso”, è una sorta di viaggio nella "fatica di vivere" tra adolescenze rabbiose e disperate. Scritto da Gianluigi Gherzi e diretto da Salvatore Tramacere ha visto un apporto diretto di Raiz già nella fase di elaborazione. Il leader degli Almamegretta, infatti, ha riletto insieme a Paolo Polcari le canzoni de “L’opera da tre soldi” ispirandosi, oltre che alla musica di Kurt Weill, anche alla fascinazione di Brecht per l'Asia. Il linguaggio brechtiano viene riproposto non con intento calligrafico, ma come lettura viva della realtà di oggi. Del resto, come dice il regista Salvatore Tramacere «Bertolt Brecht aveva già capito nel suo tempo che il teatro doveva incontrare la musica e cercare insieme di costruire un linguaggio nuovo». La sfida vera è quella di reggere l'impatto con «l’ambiguità e la complessità del nostro tempo». L'opera verrà presentata presso i Cantieri Teatrali di Lecce a partire dall'11 febbraio. Non sarà un evento isolato, ma una parte significativa del progetto “I giorni di Brecht", una serie di spettacoli, mostre, convegni e feste dedicati al grande maestro che richiameranno nella città pugliese artisti, docenti universitari, critici ed esperti.08 febbraio, 2026
8 febbraio 1967 – A Pisa la prima occupazione
Nel 1967 con le prime occupazioni delle Università inizia il periodo della contestazione. I primi in assoluto sono i pisani. L’8 febbraio 1967 gli studenti della città della torre pendente occupano l’università “La Sapienza”, ma in molti atenei italiani tira un’aria nuova che chiede il rinnovamento dell’intero sistema universario. Vengono messi in discussione programmi, metodi, orari, costo e diritti di rappresentanza. Le risposte che i giovani ottengono da parte delle autorità universitarie oscillano tra autoritarismo e insofferenza. Si pensa che il movimento sia una sorta di “ballon d’essai” destinato a esaurirsi in breve tempo, ma non è così. Nell’inverno seguente i giovani universitari di tutta Italia si passano la parola. Il 24 febbraio 1968 le università italiane occupate sono già ventisette. L’ondata di nuove occupazioni è iniziata il 10 gennaio 1968 a Torino, quando gli studenti hanno invaso Palazzo Campana, sede delle facoltà umanistiche del capoluogo piemontese per protestare contro un insegnamento considerato vecchio e classista. Il 1° marzo a Valle Giulia gli studenti di architettura di Roma impegnano la polizia in durissimi scontri con centinaia di feriti da entrambe le parti. Il 16 marzo, sempre a Roma un gruppo di neofascisti assalta l’Università occupata. Il bilancio degli scontri è di un centinaio di feriti. Il 26 marzo anche a Milano gli studenti si scontrano con la polizia: una settantina i feriti e cinquantuno gli arrestati, tra cui Mario Capanna, destinato a diventare uno dei leader della rivolta studentesca. Nel capoluogo lombardo il 24 maggio scatta l’occupazione dell’università Cattolica e il 29 quella della Statale.
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