19 aprile, 2022

19 aprile 2003 – Nascondersi non paga mai. Parola di Ani Di Franco

Il 19 aprile 2003 arriva nei negozi italiani l’album Evolve di Ani DiFranco. La cantante ha detto «Nascondersi non paga mai». E per dimostrarlo è tornata in sala di registrazione la ribelle, femminista, anticonformista e, in fondo, un po' comunista, alfiera di quel pugno di ragazze sospese tra la ribellione del punk e le radici del folk chiamate "riot grrrl". Evolve è il suo nuovo album che, come il precedente doppio Revelling Reckoning, dal folk sembra spostare la ricerca musicale verso umori funky. «I’m trying to evolve» (sto cercando di evolvere). In queste parole, che regalano il titolo al disco c'è il senso della vita e della carriera di Ani DiFranco, in continua fuga dai compromessi e dalle trappole della normalità quotidiana, non per snobismo o per scarso senso di responsabilità, ma perché vive le lezioni del femminismo e sa bene che il mondo si cambia cominciando da sé. Evolve è arrivato inaspettato, ad appena sei mesi dal doppio live So much shouting, so much laughter, smentendo quei critici che vedevano il live come la chiusura di una tappa del percorso musicale della cantautrice. Non è un caso che con lei nel disco ci sia la band che l'ha accompagnata negli ultimi concerti, composta da Julie Wolf, Jason Mercer, Daren Hahn e Hans Teuber più il trio di trombe formato da Ravi Best, Shane Endsley e Todd Horton. Che l'ultima tappa sia questa e dopo ci sia un ritorno alle esibizioni solitari con chitarra e sentimento? In fondo se anche fosse così a chi importa? Ani DiFranco fin dal debutto si è sempre sottratta alle regole del music business seguendo più l'ispirazione che gli uffici marketing. Oggi torna puntuale a regalarci una serie di preziose perle musicali condite da testi mai banali in un disco che spazia dal folk nero al talkin’ blues al jazz passando per le sue ballate tenere e cattive nello stesso tempo. L'uscita del disco e l'inevitabile campagna promozionale non le hanno impedito di prendere posizione sulla guerra che, come chi la conosce poteva immaginare, è stata dura, diretta e senza alcuna mediazione: «George W. Bush non è un presidente, l'America non è una vera democrazia. I mass media non mi prendono in giro e questa guerra fa schifo». Chiaro? Nessuno può permettersi di dubitare sulla capacità di discernimento della "riot grrrl", che, sia detto per inciso, nel 1999, ha inciso una versione de L'internazionale insieme a un altro folk singer, Utah Phillips, in un album dal titolo Fellow Workers (compagni lavoratori). Del resto chi può permettersi di farla tacere? Le minacce dello star system fanno il solletico a una come lei, che si autogestisce fin dal primo album, e, senza venire mai a patti con il music-business, è riuscita ugualmente a vendere milioni di dischi. La radicalità è parte essenziale della sua stessa concezione artistica, aggressiva quando è necessario («…ogni cosa può essere un’arma, se tu ti aspetti che lo sia»), ma capace di slanci solidaristici e di un rapporto profondo con gli emarginati del suo paese. L'America nella quale lei si riconosce è la stessa di Woody Guthrie e dei grandi folksinger di strada, anima e voce della lotta di classe e per i diritti civili. «Mi sento figlia dell’esperienza storica del folk. Ho cominciato come tanti folksinger a suonare nelle "coffee house" e il mio percorso è stato simile a moltissimi altri: son partita da una comunità ben definita per poi cercare di parlare al numero maggiore di persone possibile». Il suo ultimo album ne conferma la capacità straordinaria di leggere la realtà, di interpretarla e di non farsi trascinare nel gorgo dell'acquiescenza al buon senso comune. È un modo di capire la realtà per trasformarla, per scovarne le contraddizioni e farle esplodere. In politica si chiama "militanza", termine che conviene usare con giudizio quando si parla con lei, perché la risposta è già stata scritta: «Militanza è una parola che, in astratto, non mi dice niente, ma convengo che abbia un senso se significa una ricerca di identità forte».


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