06 luglio, 2020

6 luglio 1940 – Gianfranca Montedoro, una catanese tra jazz e pop

Il 6 luglio 1940 nasce a Catania la cantante Gianfranca Montedoro, una delle più interessanti voci femminili degli anni Sessanta e Settanta. Sempre divisa tra jazz e musica leggera, muove i primi passi in varie formazioni dixieland romane. Nel 1961 partecipa al Festival Jazz di Saint Vincent con la band di Franco Ambrosetti e Gianfranco Tommaso, ma sviluppa anche un'interessante carriera parallela nella musica leggera, vincendo nel 1963, con la squadra della Sicilia, "Gran Premio", la trasmissione televisiva abbinata alla lotteria di Capodanno. Fra il 1964 e il 1965 gira l'Italia con jazzisti come Carlo Loffredo, Nunzio Rotondo, Gato Barbieri e molti altri. Quando nel nostro paese sbarca la bossa nova forma i Valiom 5, un gruppo composto da musicisti brasiliani. Nello stesso periodo presta la sua voce a varie colonne sonore cinematografiche. Alla fine degli anni Sessanta entra nella formazione dei Braintjchet, un gruppo di jazz-rock guidato dal tastierista belga Joe Vandrogenbroeck, con i quali partecipa al Festival Pop di Caracalla del 1971. Instancabile vagabonda nel 1972 partecipa alla formazione dei Living Music, un gruppo sperimentale di cui fanno parte, tra gli altri, Umberto Santucci, Andrea Carpi e Nino De Rose. Con questa band pubblica l'album To Allen Ginsberg e partecipa al Festival d'Avanguardia e Nuove Tendenze. Affascinata dalle esperienze di confine tra jazz, musica sperimentale e pop, non si risparmia. Il suo approccio non è freddo e distaccato. Non si fa problemi. Presta la sua voce a numerosissime opere di ricerca musicale, ma non disdegna di accompagnare in tour un personaggio di punta del pop come Mal, l'ex cantante dei Primitives. Nel 1975 realizza insieme ai Murple l'album Donna Circo, un'opera a metà tra teatro e musica con i testi di Paola Pallottino. Negli anni successivi, di fronte all'evoluzione del pop italiano e all'affermarsi di nuovi generi e tendenze, finirà per rifugiarsi sempre di più verso il jazz.

04 luglio, 2020

4 luglio 2002 – Il patrocinio dell’Unesco al Folkest

Il 4 luglio 2002 inizia il Folkest, più che un Festival musicale la manifestazione è un luogo dove John Trudell, il cantore dell'epopea e dei drammi dei nativi americani e le musiche zingare del serbo Goran Bragovic si prendono per mano mentre la fisarmonica diatonica del basco Kepa Junkera fa da controcanto a un tappeto di note israeliane e palestinesi. In questo mondo di barriere e ingiustizie planetarie fa bene al cuore sapere che non esiste davvero in un triangolo di terra compreso tra Friuli, Veneto e Istria. Assomiglia all'Isola che non c'è di Peter Pan, ma non è frutto della fantasia. Occidente e Oriente, Nord e Sud del mondo, infatti, si incontrano al Folkest 2002, considerato il più importante festival folk dell'Europa meridionale, dedicato in particolare alle culture etnicamente minoritarie. Dopo più di vent’anni di storia nel 2002 ottiene anche il patrocinio dell'Unesco. Oltre trenta comuni del Friuli Venezia Giulia, del Veneto e dell'Istria ex Yugoslava fanno da scenario agli eventi in programma. L'apertura avviene il 4 luglio con due concerti, quasi in contemporanea, degli irlandesi Niall O'Callanain & S. T. Band a San Quirino e della European Youth Folk Orchestra a Crevatini, in terra istriana. Alla faccia delle frontiere tracciate dagli uomini la musica fin dall'inizio si libra alta, in nome dell'incontro tra i popoli e le loro culture. Tra le ragioni del successo di questo appuntamento, oltre alla capacità di operare scelte artistiche senza compromessi, c'è da considerare anche lo straordinario scenario in cui si svolge. Il suo girovagare tra ville, castelli e antiche piazze ne fa una sorta di festival "zingaro" che si srotola, giorno dopo giorno, abbinando itinerari inconsueti ai suoni di tradizioni spesso dimenticate. Vent'anni di storia hanno consentito al Folkest di diventare adulto e gli interpreti meno noti godono della stessa accoglienza riservata ai grandi nomi, perché ormai del Folkest "ci si fida", e si sa che la qualità dell'offerta è sempre all'altezza. Le proposte del 2002 spaziano come sempre in tutto il mondo e fin dalle prime battute offrono più di una sorpresa con molte perle da conservare, in particolare quella European Youth Folk Orchestra, un gruppo formato da dodici tra i migliori giovani talenti del folk europeo, che ha fatto da apripista. Ogni artista porta il suo bagaglio e lo regala volentieri. Tanta Europa, nei primi giorni, con escursioni tra le atmosfere scozzesi e irlandesi e la presenza del "cavaliere elettrico" Massimo Bubola, seguito dagli spagnoli Azarbe. La serie degli ospiti è infinita: da Vinicio Capossela ai messicani Los de Abajo, dai leggendari cubani Los Van Van agli ottoni della Wedding & Funeral Band, al canto dell'israeliana Noa, alle suggestioni palestinesi dei Radiodervish e a tanti altri momenti di grande emozione. Piccolo esempio della globalizzazione solidale, il Folkest mescola le culture e la sapienza dei popoli in un'unica colonna sonora. Ogni diversità, lungi dall'essere nemica, è apprezzata e, insieme, costituisce l'humus che alimenta la vita stessa della manifestazione.

02 luglio, 2020

2 luglio 1928 - Line Renaud, la ragazza del music hall

Il 2 luglio 1928 a Pont de Nieppe nasce Line Renaud. «Dalle brume del Nord della Francia alle luci di Hollywood e di Las Vegas». Così è stata sintetizzata la straordinaria avventura di Line Renaud, l’applaudita vedette dei music-hall parigini che negli anni Cinquanta porta le atmosfere e le canzoni degli chansonniers francesi in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. Bionda “come un angelo” brucia le tappe e arriva presto al grande successo internazionale dopo aver precocemente conquistato il pubblico parigino del music-hall. Per la sua storia artistica Line Renaud ha finito per diventare un po’ l’elemento di contatto, il ponte attraverso il quale due mondi dello spettacolo apparentemente lontani come quella francese e quello angloamericano si incontrano. La sua voce regala al pubblico d’oltremanica e d’oltreoceano i brani migliori della canzone d’autore della sua terra e, in una sorta di ideale compensazione, porta in Francia le versioni nella lingua di casa dei grandi successi internazionali. Quando prima il cinema e poi la televisione la chiamano, lei non si tira indietro. Si impegna con la costanza e l’instancabile voglia di migliorarsi che da sempre l’hanno caratterizzata finendo per allargare la sua popolarità anche a un pubblico diverso da quello che l’ha scoperta attraverso le canzoni. Proprio il cinema e la televisione le consentono di superare indenne il passare del tempo e la morte del grande amore della sua vita affacciandosi al nuovo millennio con una ritrovata voglia di nuove avventure artistiche.Il 2 luglio 1928 a Pont de Nieppe, un borgo del Nord della Francia vicino alla città d’Armentières, nasce una bambina. Si chiama Jacqueline Enté e, come i personaggi delle favole, ha i capelli d’oro e le guance rosse e vellutate come i petali di rosa. La madre è una stenodattilografa, mentre suo padre fa il camionista e nel poco tempo che gli resta suona la tromba nella banda municipale. La musica incanta la piccola Jacqueline e i genitori la incoraggiano. A sette anni vince il suo primo concorso canoro. Sono anni difficili per tutti. Sull’Europa aleggiano nuove nubi di guerra e suo padre, come gran parte degli uomini in grado di portare un’arma, viene richiamato. Finirà prigioniero e la sua assenza da casa durerà cinque anni. A prendersi cura di Jacqueline restano tre donne: sua madre e le due nonne, una delle quali possiede un caffè ad Armentières nel quale la biondissima ragazzina spesso si esibisce cantando per gli avventori. Nelle intenzioni della famiglia la musica dovrebbe restare poco più di un hobby per la sempre meno piccola Jacqueline, ma come spesso succede il destino ha in serbo qualche sorpresa. Nel 1942 la ragazza legge su un giornale l’annuncio dell’apertura delle audizioni per entrare al Conservatorio di Lille. Nella sua beata ingenuità non fa caso al fatto che l’ammissione al Conservatorio è prevista soltanto per le interpreti di canto classico. Si presenta davanti alla commissione e canta Sainte-Madeleine e Mon âme au diable, due canzoni scritte da Loulou Gasté, uno dei più popolari compositori di quel periodo. Nonostante le premesse l’audizione sortisce comunque un effetto. Al termine dell’esibizione Jacqueline viene avvicinata dal direttore di Radio Lille che vorrebbe scritturarla. Superate le resistenze di mamma e nonne a quattordici anni firma un contratto biennale per interpretare sulle onde della radio le canzoni di Loulou Gasté. Sceglie anche un nome d’arte. Jacqueline Enté diventa così Jacqueline Ray. Come Dio vuole anche la guerra finisce e gli occupanti nazisti lasciano finalmente la Francia. Nell’entusiasmo del dopoguerra Radio Lille finisce per essere un orizzonte troppo limitato per le ambizioni di Jacqueline che decide di tentare la fortuna a Parigi. Nel 1945 ottiene la sua prima scrittura alle Folies Belleville, uno dei più prestigiosi music-hall di quel periodo. Josette Daydé, la vedette dello spettacolo, la rende in simpatia e quasi per farle un regalo decide di presentarle quel Loulou Gasté che è da sempre il suo idolo e del quale interpreta ogni sera le canzoni. L’incontro è fatale per entrambi. Jacqueline ha sedici anni, il compositore ne ha trentasette, ventuno in più, ma tra i due è amore a prima vista. Gasté decide anche di seguirla sul piano artistico. Le impone un cambiamento radicale dell’impostazione scenica, uno stile nuovo, vestiti diversi e, ciliegina sulla torta, anche un nome d’arte più facile da ricordare. Jacqueline, troppo lungo, si accorcia in Line mentre il cognome della nonna materna, Renaud, sembra fatto apposta per restare nella memoria. Scritturata da Radio Luxembourg fa il suo debutto in un programma musicale della domenica che arriva in tutte le case di Francia. Dopo aver registrato qualche brano con la Pacific, in breve tempo si ritrova con un buon contratto discografico con la Pathé Marconi. Tutto scorre così veloce che la ragazza fatica a raccapezzarsi. La prima canzone pubblicata con la prestigiosa etichetta è Ma cabane au Canada, un brano scritto per lei da Loulou Gasté che vince il premio destinato al miglior debutto del 1949 al Gran Prix du Disque. Nello stesso anno canta al Théâtre de l’Etoile aprendo un concerto di Yves Montand e parte per la sua prima tournée fuori dai confini francesi. Il 1950 la vede collezionare un successo dopo l’altro con brani come Ma petite folie o Etoile de neiges, versioni francesi di grandi successi statunitensi di quegli anni. L’anno vede anche il suo trionfo come vedette all’ABC, uno dei music-hall più importanti di Parigi e il matrimonio con Loulou Gasté. Molto apprezzata anche dal pubblico britannico la ragazza comincia ad catturare anche le attenzioni del cinema. Nel 1951 gira il suo primo film. È “Ils sont dans les vignes” di Robert Vernay cui seguono, l’anno dopo, “Paris chante toujours” di Pierre Montazel e nel 1953 “La route du bonheur” di Maurice Labro. Nel 1954 Line Renaud viene scritturata dal Moulin Rouge. La sua popolarità è tale che il celebre locale si garantisce il tutto esaurito per tutti e quattro i mesi in cui il suo nome resta in cartellone. Proprio al Moulin Rouge la vede per la prima volta il comico e intrattenitore Bob Hope che l’invita a partecipare ben cinque puntate del suo show televisivo, forse il più popolare della televisione statunitense di quel periodo. Il successo è immediato. Line canta nei locali più prestigiosi d’oltreoceano e registra anche un brano in duo con Dean Martin intitolato Relaxed-vous. Per tutti gli anni Cinquanta farà la spola tra la Francia e gli Stati Uniti passando anche un lungo periodo a Las Vegas dove il suo nome in cartellone affianca quelli di personaggi come Frank Sinatra o Louis Armstrong. Continua a mietere successi anche nel cinema e, a partire dalla fine degli anni Sessanta, in televisione dove si fa apprezzare per la sua capacità di intrattenitrice e showgirl. Proprio alla televisione francese conduce nel 1973 il varietà “Line direct”. Gli anni passano ma Line sembra non accorgersene e nel 1980 festeggia i trent’anni di carriera al Casino con una serata cui partecipa tutta Parigi. La ventenne principessa del music-hall ha lasciato il posto a una matura e consapevole donna di spettacolo che non disdegna di spendere il suo nome e impegnarsi per cause come la battaglia contro la diffusione dell’AIDS in Africa e nei paesi poveri del mondo. Il lavoro e l’amore del pubblico sono due alleati preziosi che le consentono di superare anche la più brutta sorpresa che il destino potesse farle. L’8 gennaio 1995 alle otto del mattino nella loro casa di Rueil Malmaison, si porta via Loulou Gasté, l’uomo della sua vita. La scomparsa lascia un vuoto immenso e più di mille canzoni. Negli ultimi anni il cinema e la televisione tendono a prevalere sull’attività canora di Line Renaud anche se, di tanto in tanto non disdegna di tornare in sala di registrazione come accade nel 2002 quando, insieme a Charles Aznavour, Nana Mouskouri, Garou e tanti altri registra l’album Feelings, un dolcissimo omaggio al marito scomparso.

30 giugno, 2020

30 giugno 1953 – La Corvette, l’auto della Route 66

Il 30 giugno 1953 esce dalla fabbrica di Flint, nel Michigan, una località non lontana da Detroit, il primo esemplare della Corvette. Lo guida Tony Kleiber, un dipendente della Chevrolet che passa alla storia come la prima persona che abbia guidato una Corvette di serie. Alla fine dell’anno saranno trecento le vetture prodotte, tutte di colore bianco latte. Nel dicembre del 1953 inizia il trasloco della produzione, destinata a essere trasferita nello stabilimento di St. Louis nel Missouri. In pochi immaginano che quel modello finirà per superare di molto il milione di esemplari venduti, mantenendo intatto il suo fascino fino alla nascita del nuovo millennio. Con la Corvette il sogno americano inizia a viaggiare su quattro ruote. Nell’immaginario collettivo questa vettura evoca Hollywood, le corse lungo la Route 66, i viaggi on the road, l’illusione di una potenza infinita accompagnata da una tecnologia innovativa che supera i confini del tempo. La sua storia inizia in quello stesso 1953 che vede la fine della Guerra di Corea e l’uscita del primo numero di Playboy. Sono gli anni che seguono il grande conflitto mondiale e molti soldati americani che avevano vissuto in Gran Bretagna in attesa del D-Day che avrebbe portato alla resa finale della Germania, sono tornati in patria accompagnati dal fascino veloce dei modelli sportivi inglesi: MG su tutti, ma anche Triumph, Austin-Healey e Jaguar. Il successo delle auto sportive d’oltreoceano stimola l’idea di una risposta americana. La sfida viene raccolta da due uomini, Harley Earl, responsabile dello Style Center della GM, oltre che l’ideatore delle enormi pinne della Cadillac, e Ed Cole, ingegnere capo della Chevrolet, appassionato di vetture sportive. In poche settimane i due costruiscono un modellino tridimensionale che nel giugno 1952 viene presentato alla direzione della General Motors. Il debutto in pubblico della Corvette avviene il 17 gennaio 1953 nel lussuoso salone da ballo del famoso Waldorf Astoria Hotel di New York, che ospitava il General Motors Motorama con vari modelli del gruppo, diretto da Charles Wilson. Il prototipo ottiene un grande successo e, sei mesi più tardi, il 30 giugno, il primo esemplare esce dalla fabbrica di Flint. Inizia così l’avventura della Corvette.

28 giugno, 2020

28 giugno 1888 - Chicken Henry, dal pianoforte al trombone per necessità

Il 28 giugno 1888 nasce a New Orleans, in Louisiana, Chicken Henry, uno dei personaggi più interessanti del jazz delle origini. Oscar Henry, questo è il suo vero nome, inizia a suonare il pianoforte quando ha dodici anni sotto la guida di Louise Adler, una delle più stimate insegnanti di New Orleans. Dopo aver frequentato vari corsi di perfezionamento presso la Straight University Chicken Henry fa il suo debutto professionale come pianista nei bordelli della sua città intorno al 1906. Deciso a fare del pianoforte la sua unica fonte di sostentamento nel 1913 si trasferisce a Chicago esibendosi in vari club del South Side. Proprio quando si parla di lui come di uno dei solisti di maggior talento nel 1919 resta coinvolto in un grave incidente nel quale perde l’uso di varie dita. Intenzionato a non abbandonare l’ambiente musicale è costretto ad abbandonare il pianoforte per il trombone. Continua a lavorare come trombonista a Chicago fino all’inizio degli anni Trenta anche se la sua capacità professionale non è neppure paragonabile a quella dimostrata al pianoforte. Nel 1932 rientra a New Orleans dove si esibisce in vari cabaret con numerosi gruppi tra cui quello di Paul Beaullieu. Nel 1935 assieme a Louis Nelson entra a far parte della W.P.A. Brass Band di Louis Dumaine. Il suo ultimo importante ingaggio è quello con la brass band di Kid Howard poi di lui si perdono le tracce.

27 giugno, 2020

27 giugno 1924 - Jean Fanis, pianista di bottega

Il 27 giugno 1924 nasce a Wépion, in Belgio, il pianista Jean Fanis. Suo padre e suo nonno hanno un laboratorio-bottega dove vendono e aggiustano ogni genere di tastiera. Per lui è quasi inevitabile cominciare già da bambino a pigiare con le dita sui tasti bianchi e neri. Dopo aver preso lezioni private di pianoforte va alla scuola di musica e al conservatorio di Namur dove lo sorprende lo scoppio della seconda guerra mondiale. Dopo lo sbarco degli alleati in Normandia e la liberazione dai tedeschi inizia a suonare in vari locali. All’Alpha club incontra il vibrafonista Sadi con il quale suona, insieme a Francy Boland e Chris Kellens nei club delle truppe statunitensi acquartierate in Belgio. Si reca poi con Sadi ad Anversa, dove abita con il batteri sta Rudy Frankel e dove incontra Jack Sels con il quale si trasferisce in Germania, sempre per suonare nei club dell'esercito a stelle e strisce. Obbligato da un disturbo alla vista a tornare in Belgio va a vivere a Bruxelles e a partire dal 1952 diventa il pianista fisso della Rose Noire, il club di jazz più noto della città. Nel 1956 decide di cambiare aria. Con il batterista Al Jones e il bassista Roger Vanhaverbeke forma un trio destinato a diventare anche il nucleo centrale del quintetto di Jack Sels e del quartetto di Sadi. A partire dagli anni Sessanta suona con quasi tutti i grandi protagonisti della scena jazz europea e statunitense non disdegnando di tanto in tanto di compiere qualche incursione nel pop e nel rock. A partire dal 1977 torna quasi esclusivamente al jazz come solista.

26 giugno, 2020

26 giugno 1939 – Marisa Terzi da cantante ad autrice di successo

Il 26 giugno 1939, a Berceto in provincia di Parma nasce Marisa Terzi. Allieva del mastro Paolo Cavazzini mostre particolari doti vocali e una spiccata passione per il jazz. Nel 1956, a diciassette anni, vince il Festival del Jazz di Reggio Emilia con Moonlight in Vermont, un classico del repertorio di Backburn. La sua presenza scenica e le sue caratteristiche vocali ne fanno un’interprete ideale anche per le canzoni destinate al pubblico più giovane. Nel 1961 si fa apprezzare alla Sei Giorni della Canzone di Milano con il divertente brano La pazza nel pozzo. L’anno dopo conquista la seconda posizione nella classifica finale del Festival della Canzone Jazz di Saint Vincent con Gentleman scritta da Gian Carlo Testoni e Carlo Alberto Rossi. Proprio con quest’ultimo, abbandonata l’attività di cantante, inizia a collaborare assiduamente come autrice. Il sodalizio con Carlo Alberto Rossi non sarà soltanto limitato all’esperienza professionale e nel 1977 culminerà anche nel matrimonio. Tra le canzoni di successo che portano la sua firma ci sono brani come Se tu non fossi qui, Tu che non sorridi mai e tante altre, tra cui You are my love, registrata da Mina nell'album Finalmente ho conosciuto il Conte Dracula nel 1985.

25 giugno, 2020

25 giugno 2004 – New Orleans? è in Svizzera

Il 25 giugno 2004 inizia un'edizione particolarmente ricca di JazzAscona, la più importante manifestazione musicale europea dedicata al jazz tradizionale e classico e una delle principali del mondo. Da vent’anni nella seconda metà di giugno New Orleans è in Svizzera, a non più di una dozzina di chilometri dal confine italiano sulle sponde di un lago le cui onde appaiono indifferenti alle frontiere. Accade nella cittadina di Ascona dove da vent’anni confluiscono decine di migliaia di appassionati. Per la 20th Anniversary Celebration, l’edizione del 2004, gli organizzatori hanno fatto le cose in grande. Fino al 4 luglio il festival ospita trecento musicisti in circa duecento concerti. Ogni giorno le esibizioni iniziano alle 11 del mattino e terminano alle 5 del giorno dopo per un totale di centottanta ore ininterrotte di jazz. Cinque sono i palchi allestiti sul lungolago per una manifestazione che oltre a vari eventi speciali, offre imprevedibili sorprese, tipiche dei grandi raduni jazz. Non c’è divisione tra pubblico e artisti e la possibilità di intrattenersi con i musicisti prima e dopo i concerti non è un privilegio per pochi, ma la normalità. Gli artisti stessi, poi, vivono il festival nelle piazze ed è normale vederli salire sul palco per unirsi ai propri colleghi in appassionate jam session. Il programma del Ventennale è stato costruito con un occhio a tre elementi fondamentali: la tradizione, l’affezione e le passioni del pubblico e le nuove realtà. Il richiamo alla tradizione ha ispirato l’idea di richiamare molti musicisti “storici”, quelli che nelle prime edizioni hanno contribuito a costruire l’immagine del Festival, da Lillian Bouttée a Bob French, da The Wolverines a Storyville Shakers e Thomas L'Etienne. Per soddisfare le passioni delle migliaia di inguaribili innamorati ci sono poi alcuni dei grandi mattatori che hanno animato le esibizioni negli ultimi anni, da Leroy Jones a Ed Polcer, da Englebert Wrobel a Swing Cats e ancora Earl Conway e Marc Richard. Per il filone dedicato alle nuove realtà vanno in scena alcuni giovani musicisti che continuano a perpetuare la tradizione del jazz di New Orleans ma che, insieme, possiedono una versatilità tale da potersi destreggiare con tutti i generi musicali. Tra questi spiccano i nomi di Niki Harris, Barbara Morrison, Herlin Riley, Joan Faulkner e Isla Eckinger. L’Italia sarà rappresentata da Dado Moroni. Non mancano alcune figure leggendarie del jazz americano che regalano ad Ascona un pezzettino del loro genio, come Plas Johnson, Rhoda Scott, Warren Vaché, Wendell Brunious, Eddie Locke o il già citato Bob French. Il ventesimo compleanno è infine l'occasione per il Festival di rendere omaggio a tre giganti della storia del jazz, di cui nel 2004 ricorre il centenario della nascita: Count Basie, Fats Waller e Coleman Hawkins. Proprio l’omaggio alle carriere dei tre giganti è il filo conduttore dei dieci giorni del festival

24 giugno, 2020

24 giugno 1950 – Il primo mondiale di calcio con gli Inglesi

Dopo la parentesi drammatica della seconda guerra mondiale il 24 giugno 1950 inizia in Brasile la quarta edizione del campionato mondiale di calcio. Alla manifestazione, che dura fino al 16 luglio, partecipa per la prima volta l’Inghilterra, che, considerandosi maestra in questo sport, ha sempre rifiutato confronti ufficiali con paesi ritenuti calcisticamente sottosviluppati. La presunzione, però, non paga e gli inglesi vengono subito eliminati dopo un’umiliante sconfitta con gli Stati Uniti. All’Italia campione in carica non va meglio. Perde all’esordio con la Svezia per 3 a 2 e chiude la sua avventura con un’inutile successo per 2 a 0 con il Paraguay. Il mondiale, dopo una drammatica partita con i padroni di casa del Brasile, viene vinto dall’Uruguay.

23 giugno, 2020

23 giugno 1965 – I Beatles alla Stazione Centrale di Milano

Il 23 giugno 1965 i Beatles arrivano in Italia. Quando i quattro ragazzi di Liverpool sbarcano alla Stazione Centrale di Milano ci sono tremila ragazzi e ragazze ad accoglierli. L’accompagnatore ufficiale del gruppo è il giovane Gianni Minà e l’organizzatore del tour è Leo Weatcher. La band tiene complessivamente otto concerti, uno pomeridiano e uno serale che si svolgono il 24 giugno al Vigorelli di Milano, il 26 giugno al Palasport di Genova e il 27 e il 28 giugno al teatro Adriano di Roma. In ciascuna di queste esibizioni i Beatles suonano per poco più di mezz’ora preceduti da una lunga serie di artisti italiani. Nel concerto milanese prima dei Fab Four salgono sul palco Le Ombre, i New Dada, Angela, Guidone e gli Amici, Fausto Leali con i Novelty e Peppino di Capri accompagnato per l’occasione dai Giovani Giovani, il gruppo di Pino Donaggio. Nonostante il successo del tour la televisione italiana non darà spazio ai Beatles fino al 25 marzo 1966 quando, dopo molte resistenze, andrà finalmente in onda un miniconcerto di mezz'ora. Le ostilità tra innovatorie conservatori non finiranno lì perché la decisione rinfocolerà le polemiche di una parte dell'opinione pubblica che protesterà per il «..cattivo esempio dato da questi ragazzi dai capelli lunghi. ..»

21 giugno, 2020

21 giugno 2000 – Marianne Faithfull, la biondina è diventata rossa

«Canto perché amo Brecht e il comunismo». La frase, buttata lì da Marianne Faithfull nel corso di un'intervista a Marinella Venegoni de La Stampa e pubblicata il 21 aprile 2000 è di quelle destinate a colpire, a dare una forte emozione e a lasciare un segno. La cantante in quel periodo è in Italia per esibirsi a Ravenna nei "Sette peccati capitali" e la sua performance, diffusa in diretta dal Terzo canale di Radiorai, ottiene critiche lusinghiere. E così anche finalmente anche i media italiani, non tutti per la verità, cancellano l'immagine fastidiosa di quella cantante biondina, in genere definita "musa dei Rolling Stones" e destinata a far parlare più le cronache mondane e quelle giudiziarie che i critici musicali. La biondina non ancora diciottenne che cantava con la vocina tenera e la protezione dei Rolling Stones As tears go by e partecipava al Festival di Sanremo per ripetere distrattamente C'è chi spera insieme a Riki Maiocchi è morta da tempo. Non esiste più. È stata seppellita insieme alla vita disordinata degli anni in cui i produttori facevano di lei quello che volevano. Era l'epoca degli eccessi e dell'amicizia con sostanze pericolose che più d'una volta l'a portano a sfiorare la morte. Il meccanismo la stritola. Ha poco più di vent'anni quando lascia le scene per entrare in un circuito virtuoso e perverso di disintossicazioni, case di cura e ricadute. Ne riemerge a trenta, ma è profondamente cambiata. Con la biondina è morta anche la vocina di un tempo, trasformatasi un timbro roco e sensuale che l'ha costretta ad abbassare di un ottava la partitura di Anna nei "Sette peccati capitali" di Berthold Brecht e Kurt Weill. Eppure in quasi tutti i servizi che presentano l'appuntamento di Ravenna, l'immagine di Marianne Faithfull era coperta da quella dell'esile ragazza bionda degli anni Sessanta destinata, più che altro, a soddisfare le esigenze sessuali delle nascenti star del rock. C'è poi chi ha trovato modo di polemizzare anche con la scelta di abbassare di un ottava la partitura, forse ignorando che già Lotte Lenya, considerata una delle più grandi interpreti della brechtiana Anna, nel 1955 l'aveva abbassata di un quarto. Anche se l'Italia lo scopre solo in quel momento, sono anni che Marianne Faithfull interpreta Brecht e, soprattutto, sono anni che guarda con occhio distaccato il mondo del music business e che risponde in modo provocatorio alle domande stupide: «Il punk? Ricordo soltanto che Sid Vicious e io avevamo lo stesso spacciatore…». Quando riemerge dal tunnel della disperazione e degli eccessi stanno finendo gli anni Settanta. Il suo personaggio non piace ai "padroni della musica", ma soprattutto non piace ai produttori la sua pretesa di avere un cervello. Lei non molla. Nel 1979 pubblica con l’etichetta indipendente Island lo splendido album Broken english nel quale rielabora alcuni scritti di Ulrike Meinhof, non per affinità politica ma perché vorrebbe che tutti capissero come a volte non si diventa terroristi per scelta, ma per bisogno d'amore: «Sono gli stessi blocchi emotivi che ti rendono tossicomane a farti diventare terrorista». I testi delle canzoni (nel disco c'è anche una trascinante versione elettrica della lennoniana Working class hero) non piacciono però alla EMI, distributrice della Island, che boicotta l'album e ne penalizza il successo. Marianne non s’arrende e continua per la sua strada. Cerca e trova la collaborazione di vecchi e nuovi amici come la coppia Jagger-Richards e Tom Waits, ma i ristretti confini della musica pop non le bastano più. Si innamora di Brecht e attraverso i suoi lavori scopre il comunismo, la voglia di cambiare le cose e di combattere le ingiustizie. L'impegno sociale le procura nuovi problemi. Da tempo, infatti, si è trasferita negli Stati Uniti e le autorità di quel paese, così indulgenti nei confronti dei suoi eccessi esistenziali, fanno fatica a tollerare l'impegno sociale e politico. Vengono rispolverate le sue vecchie storie di droga e una lunghissima serie di microreati connessi. In breve tempo si ritrova tra le mani un foglio di via che le intima di tornare immediatamente nella natìa Gran Bretagna. Di nuovo accorrono in suo aiuto gli amici veri, artisti e non, che, inventando sempre nuove ragioni per ottenere dilazioni e rinvii, le consentono nel 1989 di realizzare il suo sogno: cantare le musiche di Berthold Brecht e Kurt Weill nella St. Ann’s Cathedral di Brooklyn. Da quel momento Brecht entra nella vita personale e artistica della cantante in modo totalizzante e ne condiziona non solo il repertorio, ma anche l'impostazione vocale. Nel giugno del 2000 anche l'Italia la scopre. Merito dell'intervista di Marinella Venegoni che supera anche i limiti della nuova immagine e propone, finalmente sotto la luce giusta, un personaggio che ha attraversato spesso da vittima e qualche volta da protagonista gli ultimi quarant'anni della scena musicale internazionale. Lo fa evitando le tinte acide del rotocalco e con un grande rispetto per l'artista e la persona, cercando e fornendo informazioni in una sorta di scambio alla pari.


20 giugno, 2020

20 giugno 1964 – O Gorizia tu sei maledetta

È il 20 giugno 1964 quando il "Nuovo Canzoniere Italiano" mette in scena al teatro Caio Melisso di Spoleto nell'ambito del Festival dei Due Mondi lo spettacolo "Bella ciao". La scaletta prevede che Michele L. Straniero (la elle è un vezzo che indica il secondo nome, Luciano) intoni Gorizia, un brano nato nelle trincee della prima guerra mondiale, raccolto da Cesare Bermani e dedicato alla battaglia di Gorizia dell'agosto del 1916, costata la vita a quasi centomila soldati tra austriaci e italiani. L'esecuzione fila via liscia fino ai versi «Traditori signori ufficiali/che la guerra l'avete voluta/scannatori di carne venduta/e rovina della gioventù», al termine dei quali scoppia un pandemonio o, come racconta trent'anni dopo lo stesso Straniero «un tumulto provocato da chi esige l'interruzione dello spettacolo... I dissenzienti non vogliono intendere ragioni. Gorizia non si tocca, la Grande Guerra nemmeno. Questi qui sono una banda di comunisti, il Festival è caduto in mano ai rossi, bisogna farli tacere e cacciarli via. Un facinoroso particolarmente acceso tenta la scalata al palco: ma Giovanna Marini, già alta e imponente di suo come una matrona romana, lo ferma di botto levandogli sul capo la sua superba e preziosa mandòla. In un palco Giorgio Bocca - tra i sostenitori più convinti - ribatte da par suo ad una "carampana" che squittisce dissenso. Dal fondo della sala una voce stentorea proclama: "Signori ufficiali, attenti!"». La storia non si fermerà lì. Due giorni dopo, infatti, Straniero e i suoi compagni d'avventura verranno denunciati per vilipendio delle Forze Armate.

19 giugno, 2020

19 giugno 1950 - Ray Lovelock, il cantante mancato

Il 19 giugno 1950 da madre italiana e padre inglese nasce a Roma nel quartiere San Giovanni Raymond John Lovelock destinato a diventare con il nome di Ray Lovelock, il "biondino" per eccellenza, uno dei personaggi più amati dalle adolescenti degli ultimi anni Sessanta e di primo piano del cinema di genere italiano degli anni Settanta. La sua popolarità nasce quando presta corpo e volto alla pubblicità di un motorino in un “Carosello”, come si chiamano all’epoca i cortometraggi pubblicitari televisivi inseriti nell’omonimo spazio serale nel quale la televisione italiana a canale unico confina i messaggi commerciali. Il ragazzo ha ambizioni artistiche ma non ha ancora scelto la sua strada tra cinema, televisione e musica. Nel 1967, anno in cui fa il suo esordio cinematografico con il western all’italiana “Se sei vivo spara”, tenta anche la strada della carriera musicale. Con la chitarra, i blue jeans e il ciuffo biondo che gli cade sulla fronte si presenta sul palco del Piper per un’esibizione che sembra aprirgli le porte della musica pop. Al termine del concerto, infatti, il manager di una casa discografica, seriamente colpito dalle sue ballate country rock in inglese, lo mette sotto contratto per tre anni. Proprio in quel periodo, però, la vita di Ray Lovelock svolta decisamente verso il cinema e la musica resterà per sempre un hobby o un elemento di ulteriore caratterizzazione delle sue performance sullo schermo come accade in “Le regine” di Tonino Cervi nel quale canta accompagnandosi con la chitarra brani folk o in “Pronto ad uccidere” di Franco Prosperi dove canta il tema principale I’m startin’ tomorrow. Muore a Trevi il 10 novembre 2017.


18 giugno, 2020

18 giugno 1982 – Roberto Calvi, l’uomo del Banco Ambrosiano

Il 18 giugno 1982 a Londra, sotto il Blackfriars Bridge, il Ponte dei Frati Neri, viene trovato impiccato il banchiere italiano Roberto Calvi. La sua morte suscita scalpore sia per le modalità che per il personaggio. Roberto Calvi, infatti, è uno dei personaggi chiave della finanza degli anni Settanta. Divenuto presidente del Banco Ambrosiano nel 1975 in breve tempo si ritrova a capo di un impero grazie anche si suoi legami con la loggia massonica P2 e ai collegamenti con lo IOR, la banca del Vaticano guidata da monsignor Paul Marcinkus. La sua attività economica e finanziaria diventa uno snodo importante non soltanto per il riciclaggio dei soldi sporchi della criminalità organizzata, ma anche per operazioni internazionali “coperte”: dalla fornitura di armi all’Argentina nella guerra contro la Gran Bretagna per le Falkland-Malvine, al sostegno della dittatura di Somoza e al finanziamento del sindacato cattolico polacco Solidarnosc. Il meccanismo finanziario su cui si regge l’impero, costituito da una lunga serie di società di comodo, finisce per incrinarsi e nel 1981 Calvi viene arrestato. Dopo la scarcerazione fugge all’estero convinto di poter raddrizzare la situazione minacciando di raccontare la verità sulle vicende che lo hanno visto protagonista. Il tentativo finisce a Londra con il ritrovamento del suo corpo penzolante impiccato sotto un ponte del Tamigi.

16 giugno, 2020

16 giugno 1952 - Gino Vannelli, il tenoretto del pop

Il 16 giugno 1952 nasce Montreal in Canada il cantante Gino Vannelli. Questo canadese di origine italiana con la voce da tenore leggero, tra la seconda metà degli anni Settanta e i primi anni Ottanta diventa uno degli interpreti di maggior successo negli Stati Uniti. Alla sua popolarità non sono estranei il fascino latino e soprattutto un’astuta scelta dei brani del suo repertorio, arrangiati dal fratello Joe. Talento precoce viene scritturato negli anni del liceo dalla RCA anche se il primo successo arriva nel 1973 quando pubblica per la A&M l'album Crazy life, realizzato sotto le attente cure di Herb Alpert. È l’inizio di un grande exploit commerciale segnato da album come Powerful people nel 1974, Storm at sunup nel 1975, The gist of the Gemini nel 1976, A pauper in Paradise nel 1977, Brother to brother nel 1978 e Nightwalker nel 1981. Uno dei musicisti della sua band, il batterista Graham Lear si unisce poi ai Santana. Nel lungo brano A pauper in Paradise, della durata di sedici minuti e inserito nell'album omonimo, Gino si fa accompagnare dalla Royal Philarmonic Orchestra. All’inizio degli anni Ottanta, dopo la pubblicazione dell'antologico The best of il suo personaggio inizia a logorarsi. Lui non si preoccupa più di tanto. Torna in Canada e dirada concerti e dischi centrando ancora qualche importante risultato commerciale come accade nel 1985 con il successo mondiale di Black Cars.

12 giugno, 2020

14 giugno 1994 – Mouloudji, le déserteur

Il 14 giugno 1994, due mesi dopo la sua ultima esibizione pubblica si spegne a Parigi Mouloudji. Figlio dell’Africa e dell’Europa, amico di Prévert, Sartre, Robert Desnos e Raymond Quenot, Mouloudji, è uno degli chansonnier più impegnati sul piano sociale e politico e partecipa da protagonista al rinnovamento della canzone d’autore francese del dopoguerra. Artista a tutto tondo è attore di cinema e teatro, autore, pittore e, ovviamente, cantante. Il grande pubblico lo ascolta cantare la sua prima canzone nel film “Jenny, la regina della notte” di Marcel Carné. Ha soltanto quattordici anni e tante cosa da raccontare. Il rapporto con il cinema non verrà più meno, mentre quello con la musica per molto tempo sarà limitato alle esibizioni dal vivo o poco più. Nonostante le affermazioni in campo cinematografico il mondo della canzone, cioè quel complicato sistema di interessi, diritti, locali ed edizioni che ieri come oggi controlla e regola gli interessi economici di questo settore, non lo ama. Ci vogliono anni prima che l’industria discografica francese decida di mettere su disco la carica provocatoria e sfrontata delle sue canzoni. Popolarissimo nei locali parigini più alternativi, amato da un pubblico non numerosissimo ma fedele e affezionato riesce a pubblicare il suo primo disco quando ha quasi trent’anni. Pur essendo autore di brani importanti destinati a regalare il successo ad altri protagonisti della scena musicale francese quasi per uno scherzo della sorte resta nella memoria collettiva per un brano non suo, Le déserteur di Boris Vian, di cui è stato il primo e il più apprezzato interprete. Mouloudji, il cui nome completo è Marcel Mouloudji, nasce a Parigi il 16 settembre 1922, Suo padre è un muratore emigrato algerino arrivato nella capitale francese dalla regione di Cabila, più precisamente da Sidi Aïch, per lavorare in cantieri dove costruisce case che quelli come lui probabilmente non abiteranno mai. Quando s’è accorto che le cose andavano così s’è iscritto al partito comunista nella speranza di cambiarle. A Parigi ha anche conosciuto una donna dalla pelle bianca come il latte che arriva dalla Bretagna e non si perde una messa nella chiesa cattolica del suo quartiere. Dall’unione tra due realtà così diverse nasce Mouloudji, simbolo vivente dell’inutilità delle barriere tra popoli diversi. La sua infanzia trascorre nelle strade del XIX arrondissement della capitale francese dove con il fratello André raggranella qualche soldino ingegnandosi ogni giorno a inventare un lavoretto o cantando canzoni per i passanti. Mentre i ragazzi crescono la madre oltre alla chiesa comincia a frequentare un po’ troppo l’alcol finendo per scivolare lentamente nella follia. Il punto di riferimento del piccolo Mouloudji diventa allora il padre che qualche volta lo porta con sé anche alle manifestazioni da lui vissute con passione perché, come confesserà anni dopo, gli sembrano ogni volta una grande festa. Proprio in questi ambienti nel 1935 conosce Sylvain Atkine, personaggio chiave del Gruppo Ottobre, una delle strutture più importanti dell’esperienza del teatro politico francese. La vitalità dell’ambiente teatrale lo affascina e pian piano la recitazione sostituisce i giochi e le avventure di strada. A tredici anni è considerato un po’ la mascotte da protagonisti di primo piano della teatro francese come Jean-Louis Barralt o Roger Blin. In quell’ambiente scopre anche la poesia e la letteratura grazie all’impegno di maestri come Marcel Duhamel e Charles Dullin. Grazie allo studio e soprattutto alla tenacia, nel 1936 a soli quattordici anni debutta sul palcoscenico interpretando “Le Tableau des Merveilles” un lavoro ispirato a Cervantes e adattato in francese da Jacques Prévert. Proprio grazie a Prévert nello stesso anno fa il suo debutto nel cinema partecipando al film “Jenny, la regina della notte” di Marcel Carné. Due anni dopo la sua interpretazione del personaggio di Macroy nel film “Gli scomparsi di Saint-Agil” di Christian-Jacque entusiasma pubblico e critica. A sedici anni è già una piccola vedette del cinema francese. La fine del Fronte Popolare, l’occupazione nazista della Francia e la nascita del governo collaborazionista e la seconda guerra mondiale costringono il giovane comunista Mouloudji a trovare ogni giorno nuovi trucchi per sopravvivere e lavorare senza dare troppo nell’occhio. Per un ragazzo intorno ai vent’anni non è uno scherzo ma lui ce la fa un po’ mettendo a frutto gli insegnamenti della strada ma soprattutto grazie alla rete di solidarietà messa in campo dal mondo dello spettacolo per resistere. Se suo fratello lo salva dal reclutamento forzato nelle strutture di lavoro obbligatorio, l’appoggio di Francis Lemarque gli consente di esibirsi come cantante, spesso sotto nomi diversi, nei ritrovi parigini più legati alla Resistenza, dal Boeuf sur le Toit al reticolo di ritrovi di Saint-Germain-des-Prés. Le vicende vissute in quel periodo vengono raccolte in una sorta di diario che, pubblicato, nel 1945 con il titolo di “Enrico” riceverà il prestigioso Prix de la Pléiade. Proprio nel 1943, cioè nel periodo in cui vive in semi-clandestinità, Mouloudji conosce una donna destinata ad avere un ruolo fondamentale nella sua vita. Si chiama Louise Fouquet, ma nell’ambiente è conosciuta come Lola. Diventa sua moglie e poi sua agente, ruolo che rivestirà per molti anni fino al 1969 quando le loro strade torneranno a dividersi. A poco più di vent’anni ha già raccolto consensi nel teatro, nel cinema, nella letteratura e anche nella pittura, ma non nella musica che put continuando a essere l’attività artistica più amata da Mouloudji, è anche quella che gli dà meno soddisfazioni. Nonostante tutto lui non demorde e nel dopoguerra si esibisce nei cabaret parigini con un repertorio nel quale le sue canzoni si mescolano a quelle di Boris Vian e alle poesie in musica di Prévert. Il successo, gli applausi e la popolarità cinematografica finiscono per convincere l’industria discografica a dargli fiducia. Il 19 gennaio 1951, nell’anno delle sue ventotto primavere, entra per la prima volta in uno studio d’incisione accompagnato dall’instabile ensemble di Philippe-Gérard. In quel giorno vengono registrati brani destinati a una lunga vita come Rue de lappe, Si tu t’imagines e Barbara. Il primo a capire le potenzialità di Mouloudji è quel geniaccio della scena parigina che risponde al nome di Jacques Canetti, già direttore della scalcinata Radio Cité, scopritore di talenti e condottiero indiscusso del cabaret Les Trois Baudets, che lo scrittura e lo accompagna verso il successo. È proprio Canetti a convincerlo a registrare il brano Comme un p’tit coquelicot con il quale vince il Grand Prix de Disque nel 1953. Nonostante il successo Mouloudji non abbandona l’impegno politico e, in quegli anni che vedono i francesi impantanati nella guerra d’Indocina, mette le sue canzoni e la sua voce al servizio della causa antimilitarista. Nel 1954 incide Le déserteur, la canzone di Boris Vian ancora oggi considerata tra i brani più vivi del movimento contro ogni guerra. Lui la canta sul palco del Theatre de l’Oeuvre mello stesso giorno in cui la guerra dell’Indocina si conclude con la sconfitta francese a Dien Bien Phu. La sua esibizione provoca uno scandalo. Censurata e messa al bando dalle radio allineate con il governo riesce comunque a essere diffusa dalle antenne di Europe 1. Da quel momento il suo nome resta per sempre legato a questo brano sia per chi lo seguirà con simpatia e passione nella sua carriera che per il potere politico e per l’industria discografica che non perderanno occasione per censurarlo ed emarginarlo. Negli anni Sessanta pensa anche di abbandonare e nel 1966 apre un negozio da parrucchiere, ma nonostante tutto non smetterà mai di cantare. Non si arrende nemmeno nel 1992 quando, a settant’anni, perde per una malattia parte della voce. Imposta diversamente il suo canto e continua imperterrito fino al mese d’aprile del 1994 quando tiene il suo ultimo concerto nei pressi di Nancy.

11 giugno, 2020

11 giugno 1930 - Johnny Glasel dalla tromba alla composizione


L’11 giugno 1930 nasce a New York il trombettista Johnny Glasel. Comincia a studiare musica da ragazzo perfezionandosi alla Yale School Of Music e, successivamente, all’Università della stessa Yale. Le sue prime esperienze con il mondo del jazz risalgono all'immediato dopoguerra quando entra a far parte della Scarsdale Jazz Band, un gruppo formato da studenti e diretto da Bob Wilber che prende il nome dall'omonimo quartiere di New York. Con questo gruppo, del quale fanno parte elementi del valore di Ed Hubble, Bob Mielke, Dick Wellstood, Glasel registra, ad appena 15 anni di età, i suoi primi dischi per la Riverside, tra cui China Boy che contiene un suo notevole intervento solistico. All'inizio degli anni Cinquanta si riconverte alla musica classica lavorando regolarmente con la New Haven Symphony Orchestra e con vari gruppi di musica da camera. A riportarlo al jazz è ancora una volta Bob Wilber, che lo inserisce in The Six, il gruppo con cui suona al Jimmy Ryan's, il celebre cabaret di New York. Nel 1956 viene ingaggiato dall'orchestra di Glenn Miller, all'epoca diretta da Ray McKinley. Alla fine di quell’anno forma una propria orchestra con la quale si esibisce in vari locali di New York, avvalendosi della collaborazione del pianista-arrangiatore Dick Cary. Verso la fine degli anni Cinquanta suona con l'orchestra di Bill Russo, ma progressivamente i suoi interessi si spostano verso la composizione di musiche per film e riviste.

07 giugno, 2020

9 giugno 1991 – Un incontro fortunato per i Radiohead

Il 9 giugno 1991 Keith Wozencroft, un rappresentante di dischi della EMI, è particolarmente loquace e allegro. Al commesso del negozio di Oxford che gliene chiede la ragione risponde: «Sto per cambiare settore, mi mettono a caccia di nuovi talenti». Il commesso risponde: «Davvero? Pensa che fortuna, io suono in un gruppo. Ci chiamiamo On A Freeday e raggranelliamo qualche soldo intrattenendo la gente nei locali della zona. Io sono il bassista». Poi gli consegna un demo. Wozencroft ascolta le registrazioni, più che dai suoni dei ragazzi rimane colpito da quella che chiama “la loro intelligenza musicale” e si dà da fare. Trova nuovi ingaggi e cerca di far conoscere la band nel giro dei locali e degli addetti ai lavori. In breve tempo il gruppo viene scritturato dalla EMI. Il commesso di Oxford che fa il bassista per hobby si chiama Colin Greenwood. Un anno dopo il la band pubblica il suo primo disco. È un EP che si intitola Drill e, cedendo alle insistenze di manager e discografici i ragazzi hanno accettato di cambiare nome. Gli On A Freeday vengono ribattezzati Radiohead prendendo in prestito titolo di una canzone dei Talking Heads incisa nell'album True Stories. Inizia così la storia di una delle rockband più geniali dell’ultimo decennio del Novecento.

05 giugno, 2020

5 giugno 1954 - Peter Erskine, l’allievo di Stan Kenton

Il 5 giugno 1954 nasce a Somers Point, in New Jersey, il batterista Peter Erskine. Il suo primo incontro con la musica avviene da bambino quando il padre, un affermato psichiatra che da giovane aveva suonato il contrabbasso, lo iscrive a uno dei corsi estivi diretti da Stan Kenton. Peter continua per diverso tempo a frequentarli studiando con Alan Dawson e Dee Barton. Negli anni successivi entra a far parte dell'orchestra di Stan Kenton, che affianca anche come insegnante nei seminari. Quando l’esperienza al fianco di Kenton arriva alla fine per qualche tempo si offre come batterista free lance suonando tra gli altri con Joe Farrell e Freddie Hubbard e a partire dal 1975 entra a far parte della big band di Maynard Ferguson, con la quale registra anche una fortunatissima versione di Gonna Fly Now, il tema del film “Rocky”. Chiusa l’esperienza con Ferguson nel 1978 diventa il batterista dei Weather Report, il più famoso gruppo di jazz-rock. Il suo affiatamento con il bassista Jaco Pastorius è ritenuto l’elemento fondamentale del successo della band. Successivamente suona anche con Mike Brecker, Mike Mainieri, Don Grolnick e Eddie Gomez negli Steps Ahead.

04 giugno, 2020

4 giugno 1955 – Carosone inaugura la Bussola

Il 4 giugno 1955 a Focette, in Versilia, si inaugura la Bussola. Il compito di fare da intrattenitori è affidato a Renato Carosone e alla sua mitica orchestra. Il locale, di proprietà di Sergio Bernardini, è destinato a diventare uno dei templi della musica leggera italiana. Carosone, che sta vivendo in quel periodo uno dei migliori momenti della sua carriera, attira migliaia di ammiratori per un’inaugurazione che si trasforma in uno dei più importanti avvenimenti mondani dell’anno. Ci resta per l’intera stagione estiva con un compenso, tutt’altro che disprezzabile per l’epoca, di 160.000 lire a sera. Il cantante napoletano resterà molto legato al locale di Bernardini tanto da sceglierlo per il suo ritorno nel 1975, quindici anni dopo il suo addio alle scene. La Bussola diventa uno dei locali alla moda, punto d’incontro per i vecchi e i nuovi ricchi dell’Italia del boom. Anche i componenti dello staff del locale diventano famosi come le star della musica, soprattutto il direttore di sala Aldo Bellandi, lo chef Carletto Pirovano e l’amministratore Antonio Favilla. Nell’arco di un decennio sul palco della Bussola passano quasi tutti i grandi protagonisti della musica leggera italiana e internazionale, da Louis Armstrong a Neil Sedaka, dai Platters ad Adriano Celentano, da Peppino Di Capri a Don Marino Barreto jr., a Milva, Ella Fitzgerald, Domenico Modugno, Gilbert Bécaud e tantissimi altri, compresa Mina che proprio qui muove i suoi primi passi verso la gloria.