25 febbraio, 2020

25 febbraio 2007 – A Ennio Morricone un Oscar tardivo

Il 25 febbraio 2007, dopo cinque nomination infruttuose Ennio Morricone riceve finalmente il Premio Oscar alla carriera «...per i suoi magnifici e plurisfaccettati contributi nell'arte della musica per film...» dalle mani di Clint Eastwood, l’antico pistolero senza nome della “trilogia del dollaro”, icona dei film western di Sergio Leone. Pur senza impugnare una colt di fronte al cattivo di turno con il cappellone calato sugli occhi Ennio Morricone è uno dei personaggi fondamentali del western all’italiana. Le sue musiche, infatti, accompagnano il genere dalla nascita fino all’esaurimento. Sue, infatti, sono le musiche di "Duello nel Texas", "Le pistole non discutono" e, soprattutto, "Per un pugno di dollari", le tre produzioni della Jolly Film che nei primi anni Sessanta segnano l’inizio della grande avventura di quello che gli americani con disprezzo ribattezzeranno “spaghetti western”. In quel periodo nasce anche il rapporto con Sergio Leone, destinato a non interrompersi più fino alla morte del regista. Le sue musiche lasciano sulle storie di frontiera made in Italy un’impronta indelebile nonostante il numero, tutto sommato, modesto visto che sono poco più di una trentina i western le cui colonne sonore portano la sua firma. Hanno però due pregi. Il primo è l’inconfondibile sonorità nata dal gusto particolare per gli arrangiamenti che ha caratterizzato tutta la sua carriera. Il secondo è che caratterizzano l’intera storia del genere dall’inizio alla fine comprendendo anche gli omaggi postumi, come dimostra la sua firma insieme a quella di Max Casacci in calce alla colonna sonora del cortometraggio "L’ultimo pistolero" realizzato nel 2002 da Angelo Dominici. Ennio Morricone nasce il 10 novembre 1928 a Roma e si diploma in composizione nel 1954 con Goffredo Petrassi al Conservatorio di Santa Cecilia, dove nel 1946 si era già diplomato in Tromba e nel 1952 in Strumentazione per banda. Attento alle innovazioni e curioso elaboratore di sonorità caratterizza la produzione di una parte della nascente industria discografica italiana portando in primo piano, prima ancora dei grandi del rock, il suono del basso elettrico. La prima colonna sonora con la sua firma è quella de Il federale di Luciano Salce del 1961. Successivamente lavora con quasi tutti i grandi registi italiani, da Maselli a Leone, da Petri a Pontecorvo, a Bolognini, Pasolini, Montaldo, Tornatore e tanti altri. La sua attività spazia in campi molto diversi, dal teatro alla televisione alla musica cosiddetta “colta” dove negli anni Sessanta è fra gli animatori del Gruppo Improvvisazione Nuova Consonanza.


24 febbraio, 2020

24 febbraio 1994 - Jean Sablon, il primo crooner europeo

Il 24 febbraio 1994 in una clinica di Cannes-la-Bocca, nelle Alpi Marittime, muore Jean Sablon, il primo vero crooner europeo capace di entusiasmare un ambiente come quello statunitense, diffidente e spesso ostile nei confronti di tutto quello che arriva da fuori dei suoi confini culturali. “The french troubadour” o anche “The French Bing Crosby”, così lo chiamano gli americani, affascinati dalla sua capacità di saldare la canzone francese con le evoluzioni e le atmosfere dello swing. Lo chansonnier francese dal baffo malandrino, il sorriso da conquistatore perennemente stampato sul viso e la voce calda e carezzevole apprende le tecniche dei crooner d’oltreoceano prima ascoltandoli alla radio e poi soggiornando per un po’ negli Stati Uniti. Il suo principale modello è Jack Smith, chiamato anche “The whispering Jack” (il sussurrante Jack), uno dei primi grandi crooner della scena musicale nordamericana, anche se la personale amicizia con Bing Crosby non può non influenzarne impostazione e stile. Quando in Francia fatica ancora a farsi spazio per la diffidenza del pubblico nei confronti del suo stile decisamente innovativo, a Broadway compositori come George Gershwin e Cole Porter gli propongono i loro pezzi mentre il pubblico l’adora. Instancabile e curioso sperimentatore nel dopoguerra si diverte anche a esplorare territori nuovi dove il jazz incontra la canzone d’autore francese avvalendosi dell’amicizia e della collaborazione di strumentisti leggendari come il chitarrista Django Reinhardt, i violinisti Stéphane Grappelli e Léon Ferreri o il pianista Alec Siviane. La sua lezione influenzerà lo stile della generazione degli chansonnier degli anni Cinquanta e Sessanta. Interpreti come André Caveau, Yves Montand o Sacha Distel ammetteranno pubblicamente di essergli debitori. Jean Sablon viene spesso ricordato come “il cantante francese che per primo ha usato il microfono”. L’affermazione, suggestiva, non deve essere intesa in senso letterale. Non è il primo a cantare usufruendo dell’amplificazione, ma è sicuramente il primo a trattare il microfono come un vero e proprio strumento. Lo fa negli anni Trenta, in un periodo in cui molti personaggi dello spettacolo guardano a quello strano aggeggio elettrico con diffidenza quando non con aperta ostilità come la cantante Damia che parlando con un giornalista definisce il microfono come «Uno strumento che ha ucciso il nostro mestiere». In un mondo in cui la potenza e la capacità d’emissione sono stati per lungo tempo l’elemento principale per giudicare un cantante Jean Sablon sostiene che anche un sussurro può essere fondamentale nell’interpretazione di una canzone. In realtà si spinge più in là perché facendo tesoro della lezione appresa negli Stati Uniti pensa che le innovazioni tecnologiche, il microfono per primo, debbano servire a dare al pubblico che ascolta le canzoni dal vivo le stesse sonorità dei dischi o della radio. L’idea che l’esecuzione dal vivo sia una sorta di esercizio a se stante in cui le qualità vocali contano più del risultato sonoro gli sembra una bestemmia. Per lui l’elemento centrale dell’esibizione dal vivo è la cura delle sonorità, la ricerca della perfezione attraverso l’amalgama tra strumento e strumento e tra l’insieme degli strumenti e la voce. Quando nel 1936 al Mogador e al Bobino porta il microfono sul palco utilizzandolo per allargare la gamma delle sue espressioni vocali al sussurro confidenziale, il pubblico applaude ma l’ambiente musicale francese e soprattutto la critica storcono il naso. Viene chiamato con disprezzo «Il cantante senza voce» e sbeffeggiato da battute come quella che dice: «Jean Sablon si esibisce all’ABC. Si può assistere al suo spettacolo, ma non si è sicuri di ascoltarlo». Sono soltanto i contraccolpi di un ambiente tendenzialmente conservatore che fatica a digerire le innovazioni. A dispetto delle resistenze l’arrivo del microfono è destinato a rivoluzionare le tecniche d’interpretazione e Jean Sablon, il primo a capire le possibilità offerte ai cantanti dalle nuove tecniche d’amplificazione, resterà un fondamentale punto di riferimento per tutti i cantanti che arriveranno dopo di lui. Già nei primi anni Trenta Jean Sablon appare impegnato a rompere il muro che fino a quel momento ha tenuto sostanzialmente separati gli interpreti e i protagonisti della chanson dal jazz. Non è l’unico. Da Charles Trenet a George Brassens, a Henri Salvador sono molti gli chansonniers che si muovono in quella direzione. Mentre gli altri, però, sono più concentrati a catturare atmosfere o ad adattare ritmi, lui fa tesoro della lezione statunitense dello swing e tenta un approccio totale. Non a caso è il primo chansonnier a farsi accompagnare da una formazione jazz. La prima esperienza risale al 1931 quando registra brani come Que maravilla, Un cocktail e J’aime les fleurs insieme all’orchestra jazz di Gaston Lapeyronie. Nel 1933 i parigini già lo chiamano “Mister swing” e affollano i locali dove si esibisce con un trio d’eccezione formato dal pianista Alec Siniavine, dal clarinettista Endré Ekyan e dal chitarrista Django Reinhardt. Quando si esibisce sui palcoscenici dei music hall più famosi i musicisti che l’accompagnano non restano confinati nell’angusta “fossa” destinata all’orchestra, ma salgono con lui sul palco. La lezione del jazz si sente anche nella capacità di utilizzare la voce come uno strumento dialogando e fraseggiando con gli accompagnatori. La sua apertura nei confronti delle novità e la curiosità per le nuove tecnologie lo aiutano a capire le potenzialità offerte dalla radio. Gli ascoltatori lo scoprono per la prima volta nel 1933 quando viene radiodiffuso sulle onde di “Le Poste Parisien” un suo intero récital. Nel 1936 conduce una varietà tutto suo nel quale ospita personaggi come Fernandel o Maurice Chevalier. Il successo radiofonico è tale che il direttore della statunitense NBC viene di persona in Francia per proporgli di condurre “The magic key”, un programma di successo ritrasmesso in moltissimi paesi anglofoni. Come le ciliegie, una trasmissione tira l’altra. In Francia nel dopoguerra conduce vari programmi musicali e all’estero, dopo gli Stati Uniti lo vogliono anche in altri paesi, da Radio Hong Kong alla lunga sequenza di radio sudamericane che gli danno spazi, onori e gloria fino agli anni Novanta. Jean Sablon nasce il 25 marzo 1906 a Nogent-sur-Marne. La sua è una famiglia con il “vizio” della musica. Suo padre Charles, infatti, è un apprezzato compositore e capo-orchestra e sua sorella maggiore Germaine è cantante di music hall, pianista e compositrice molto popolare. Ancora adolescente, mentre studia pianoforte al prestigioso Lycée Charlemagne di Parigi, a diciassette anni già si esibisce nei locali notturni della capitale. Il suo primo successo discografico arriva nel 1933 con Ce petit chemin, un brano che porta la firma della sua amica ed estimatrice Mireille, una delle figure popolari della scena francese di quel periodo. Successivamente debutta al Casino de Paris in coppia con Mistinguett. Nel 1937 vince il Gran Prix du Disque con la canzone Vous qui passez sans me voir, scritta per lui da Charles Trenet e Johnny Hess. Sono anni di grande vivacità per il giovane Sablon che accetta le lusinghe che gli arrivano dall’altra parte dell’oceano e vola negli Stati Uniti. Broadway lo ama e personaggi come Cole Porter e George Gershwin stravedono per lui. Nei primi anni Quaranta torna in Francia ma, dopo l’occupazione nazista, preferisce andarsene di nuovo negli States. Le rutilanti luci dei palcoscenici statunitensi e la popolarità crescente non cancellano né la nostalgia né la voglia di rendersi utile alla sua patria. Per combattere i nazisti si arruola volontario nell’esercito francese di liberazione e il 20 novembre 1944 resta ferito in azione. Nel dopoguerra diventa uno dei cantanti francesi più popolari nel mondo e resta sulla breccia a lungo. Nel 1983 tiene il suo concerto d’addio a Rio De Janeiro, ma nel 1984 canta ancora la sua April in Paris in una serie televisiva e all’inizio degli anni Novanta partecipa a qualche trasmissione radiofonica.

23 febbraio, 2020

23 febbraio 1942 – Il primo disco di Nilla Pizzi

Il 23 febbraio 1944 negli studi della Parlophone l’emiliana Adionilla Pizza registra con il nome d’arte di Nilla Pizzi il suo primo disco da solista. È passato soltanto un anno da quando la ragazza aveva vinto il concorso EIAR davanti a migliaia di concorrenti conquistandosi così un contratto per cantare ai microfoni della radio con l’orchestra di Carlo Zeme. È stato un anno ricco di soddisfazioni e di cambiamenti con il grande successo radiofonico della sua interpretazione di Casetta tra le rose e il passaggio all’orchestra prestigiosa di Cinico Angelini. Il 23 febbraio 1944 si presenta negli studi della Parlophone per registrare Alba della vita, un brano destinato a venir pubblicato su un 78 giri come lato B di Guarda un po’ di Dea Garbaccio. La strada sembra ormai in discesa, ma non è così. Il suo modo di cantare, considerato troppo “moderno” dalla censura fascista, unito ai suoi atteggiamenti insofferenti nei confronti delle imposizioni sul repertorio le costeranno l’allontanamento dalla radio e la rescissione del contratto discografico. Soltanto nel 1946, dopo la Liberazione, riprenderà il suo posto ai microfoni radiofonici e otterrà un nuovo contratto discografico con La Voce del Padrone. Nello stesso periodo pubblicherà anche per la Cetra e le etichette consociate Fon e Mayor, alcuni dischi con vari pseudonimi: Carmen Isa, Isa Merletti, Conchita Velez e Ilda Tulli. Il definitivo salto di qualità avverrà nel 1951 quando entrerà nella storia della musica italiana vincendo il primo Festival di Sanremo con Grazie dei fior.

21 febbraio, 2020

21 febbraio 1972 – Marie Dubas, l’ispiratrice di Edith Piaf

Il 21 febbraio muore Marie Dubas, la prima cantante “moderna” della storia della canzone francese per la sua capacità di rifuggire dagli schemi e di alternare, nelle sue esibizioni dal vivo, drammatiche citazioni prese in prestito dalla “chanson réaliste”, brani tradizionali, pezzi comici ed escursioni romantiche nella melodia più classica. Nonostante il successo il destino non è generoso con lei. Persecuzioni, malattie e qualche incomprensione di troppo ne hanno costellato l’intera carriera caratterizzata da grandi momenti di successo alternati a difficoltà quasi sempre non dipendenti dalla sua volontà. La sua personalità sulla scena, il suo modo di cantare, la sua capacità di fondere la teatralità dei gesti con una voce unica per drammaticità e coloriture hanno influenzato negli anni successivi moltissime altre cantanti francesi. A lei si sono in vario modo ispirate Anny Cordy, Mathé Althéry, Suzy Delayr, Juliette Gréco, Patachou, Anne Sylvestre, Sylvie Vartan e tante altre. A lei si è ispirata soprattutto la grande Edith Piaf, l’Usignolo di Francia che ha finito per assomigliarle non soltanto sul palcoscenico ma anche per il faticoso e sfortunato approccio alla vita. Marie Dubas nasce a Parigi il 3 settembre 1894. Suo padre è un sarto polacco d’origini ebree che ha dovuto lasciare il paese d’origine e trasferirsi nella capitale francese per sfuggire alle ricorrenti persecuzioni antisemite di quella terra. A differenza di molte altre protagoniste dello spettacolo francese dei primi anni del Novecento la sua infanzia non è costellata da stenti e privazioni. Pur non navigando nell’oro la famiglia Dubas può “regalare” alla figlia un’istruzione decente e soddisfare anche la sua passione per il palcoscenico consentendole di frequentare i corsi di recitazione tenuti da Paul Mounet al Conservatorio d’arte Drammatica di Parigi. Qui si fa notare per le sue capacità sceniche e, soprattutto, per la facilità con la quale riesce a gestire la propria gestualità in funzione della rappresentazione. Nel 1908, quando ha soltanto quattordici anni, viene reclutata dal teatro di Grenelle per vestire i panni di un personaggio di contorno del lavoro teatrale “Esmeralda”. Le frequentazioni assidue del palcoscenico non le impediscono però di continuare a seguire con buon profitto i corsi di teatro e, soprattutto, i corsi di canto che ha scoperto da poco e dai quali è rimasta affascinata. Non è facile ricostruire il momento preciso in cui nel destino di Marie Dubas la cantante ha definitivamente preso il posto dell’attrice. Con certezza si sa che nel 1917 il suo nome figura già con un buon rilievo sui manifesti che annunciano le esibizioni canore del cabaret Le Perchoir. Nel 1920 Marie Dubas viene scritturata dal Théâtre Cluny, uno dei templi dell’operetta francese. Qui trova modo di mettere a frutto contemporaneamente le qualità d’attrice e quelle di cantante. L’anno dopo, nel mese di luglio del 1921 il suo nome fa bella mostra di sé al fianco di Maurice Chevalier sul cartellone della rivista musicale “Dans un fateuil” in programmazione al Casino de Paris, locale in cui resta anche l’autunno seguente quando va in scena una nuova rivista con Mistinguett. In quel periodo la rivista le consente di farsi conoscere ma la sua vera passione restano le commedie musicali e l’operetta. Nel 1923 insieme a Yvonne Printemps è una delle due protagoniste de “L’amour masqué”, una commedia musicale scritta da Sacha Guitry e nel mese di marzo del 1924 è una straordinaria Tutù nell’operetta “La danza delle libellule” di Franz Léhar. La ragazza stupisce la critica, entusiasma il pubblico e non si risparmia. Proprio le intense sollecitazioni alle quali sottopone le corde vocali le provocano un grave abbassamento della voce. Se la cava con molto riposo e un grande spavento, ma i medici le consigliano di limitare lo sfruttamento dell’apparato vocale se non vuole ritrovarsi per sempre afona. Con qualche rimpianto decide di abbandonare gli eccessi richiesti dall’impostazione lirica dell’operetta e reimposta la sua voce in modo da far coincidere l’abbassamento della tonalità con nuovi colori e nuove scelte interpretative. Nella primavera del 1927 è pronta per tornare ad affrontare il pubblico con un nuovo repertorio. Dopo una lunga tournée di rodaggio che la porta a esibirsi per tutta l’estate in un gran numero di teatri e cabaret della provincia francese, il 23 settembre 1927, canta per la prima volta davanti al pubblico competente ed esigente dell’Olympia. Nonostante le paure della vigilia ottiene un successo straordinario. Proprio quella sera esegue per la prima volta Pedro! un brano di Jean Rodor e Joseph Grey che sembra fatto apposta per esaltare le sue straordinarie capacità interpretative e che è destinato a restare uno dei grandi cavalli di battaglia della sua carriera. Il successo dell’Olympia segna una svolta decisiva nella carriera di Marie Dubas, il cui nome appare ormai a caratteri cubitali nei locali più importanti della Parigi notturna. Nel 1928 è una delle stelle fisse del Folies-Wagram e l’anno dopo torna al Casino du Paris e 25 al 29 novembre all’Empire. Nel 1930 si esibisce prima al Concert-Mayol con Lucienne Boyer e poi al Moulin de la Chanson. L’anno dopo il pubblico dell’Empire ascolta per la prima volta la sua esecuzione di Le doux caboulot, un altro dei suoi brani destinati a diventare immortali. Intelligente e accorta nelle sue scelte, Marie Dubas capisce che è tempo di offrire al pubblico qualcosa di più di una più o meno lunga sequenza di canzoni. Il 20 marzo 1933 sul palcoscenico del Théâtre des Champs-Elysées presenta per la prima volta una nuova forma di récital alternando brani musicali di generi diversi con la lettura e la recitazione di poesie e di brani letterari. Inizia un periodo trionfi straordinari che sembrano destinati a non finire mai mentre molti brani del suo repertorio diventano un punto di riferimento per altre interpreti. Nel mese di giugno del 1939 Marie Dubas si imbarca su un transatlantico che deve portarla in Sudamerica dove è attesa da una lunga tournée. Proprio mentre è dall’altra parte del mondo in Europa i venti di guerra si trasformano in realtà. Nel mese di settembre la Francia è coinvolta in quella che i posteri chiameranno la seconda guerra mondiale e rapidamente occupata dalle truppe della Germania nazista. Mentre il conflitto s’allarga, lei preoccupata dalla mancanza di notizie dei suoi cari tenta di rientrare in patria con molta difficoltà. Nel 1940 approda in Portogallo da dove scopre che in Francia per gli ebrei non sono tempi facili. Il 3 ottobre di quello stesso 1940 il governo collaborazionista di Vichy proclama il primo decreto contro tutte le persone d’origine ebrea residenti sul suolo francese. Il nome di Marie Dubas viene inserito in una lunga lista di artisti cui non è più consentito esibirsi né in pubblico né alla radio. La cantante non si dà per vinta e alterna concerti in Nordafrica con brevi incursioni canore nelle zone libere di Francia. Con il passare del tempo la sua situazione si fa sempre più difficile e nel mese di luglio del 1942, dopo essere scampata per un soffio a una retata di nazisti e collaborazionisti si rifugia in Svizzera dove ritrova la sua amica Renée Lebas. Proprio dai microfoni dell’emittente radiofonica di Ginevra canta per la prima volta il triste brano autobiografico Ce soir je pense à mon pays scritto da Philippe Gérard su un testo di François Reichenbach. Alla sconfitta dei nazisti ritorna a Parigi e scopre che sua sorella è stata fucilata e suo nipote è stato deportato. Il 19 gennaio 1945 torna in scena all’ABC e nel mese di marzo del 1946 si esibisce nuovamente sul palcoscenico de l’Etoile. Per una decina d’anni continua a cantare anche se la sua vena è sempre più malinconica Provata dai drammi e dalle fatiche viene anche colpita dal morbo di Parkinson. Nel 1958 lascia le scene con una frase che oggi è divenuta celebre: «Ho pagato troppo cara la mia popolarità. Questo mestiere mi sta uccidendo...». Muore il 21 febbraio 1972 e il suo corpo viene inumato al Père Lachaise, uno dei cimiteri degli artisti dell’ospitale Parigi.


20 febbraio, 2020

20 febbraio 1958 - L'Italia chiude le case di tolleranza

Il 20 febbraio 1958 viene definitivamente approvata la legge che abolisce in Italia le case di tolleranza firmata dalla socialista Merlin. Si chiude così una lunga vicenda iniziata molto tempo prima. La senatrice Lina Merlin, infatti, presenta per la prima volta il suo progetto di Legge per l’abrogazione delle Case di Tolleranza nel 1949, tra lo scetticismo e l’aperta ostilità di molti parlamentari, tanto sui banchi della destra che su quelli della stessa parte politica di cui la Merlin è espressione. Fa epoca il discorso pronunciato dal socialista Gaetano Pieraccini, medico e antropologo, in dissenso dalla sua compagna di partito il 16 novembre 1949 che esordisce annunciando «Il mio discorso sarà forse un po’ lungo e particolareggiato; d’altra parte credo di essere il solo a difendere il bordello e quindi mi vorrete scusare…» e poi aggiunge che «…le anguille quando entrano in amore fanno un lunghissimo viaggio di migliaia di chilometri; vanno tutte quante a trovare il loro letto di nozze. Consideri, onorevole Merlin, quanto è potente lo stimolo sessuale!». La citazione testimonia il senso di una lunga battaglia che, nonostante le premesse dieci anni dopo vedrà anche Pieraccini unire il suo voto a quelli a favore della chiusura dei “bordelli”. In ogni caso la proposta di legge del 1949 non fa molta strada e decade con la fine della prima legislatura. Viene ripresentata in Senato nel 1953 dove, dopo lunghe e faticose discussioni, viene approvata in commissione il 21 gennaio 1955. Nel mese d’ottobre dello stesso anno passa alla Camera. Dopo un lungo e faticoso iter nelle commissioni viene votata dallo stesso organo all’inizio del 1958 e diventa legge il 20 febbraio 1958.

19 febbraio, 2020

19 febbraio 2001 - Charles Trenet, il più grande chansonnier del Novecento


Nella notte tra il 18 e il 19 febbraio 2001 muore Charles Trenet. C'è chi l'ha definito il più grande chansonnier del ventesimo secolo, anche se è difficile stabilire una classifica in un genere che ha conosciuto il suo miglior momento proprio nel Novecento. Certamente Charles Trenet è stato uno dei giganti de la "chanson", la moderna canzone francese. Un attacco cerebrale in un ospedale di Creteil, spegne per sempre quel sorriso e quella gioia di vivere che l'avevano fatto entrare nel cuore di milioni di persone. «Sono entrato nell'infanzia a diciannove anni e non ne sono più uscito… prima ero troppo serio…» Quando muore ha 87 anni e per almeno sessanta è stato per tutti "le fou chantant”, il cantante folle, per l'esuberanza e la gioia che sprigionava nei suoi concerti. Quando nessuno ancora aveva inventato la parola cantautore lui è stato autore, compositore e interprete. Fin dal periodo in cui muove i primi passi nel teatro di rivista si impone come una sorta di trovatore moderno, capace di far incontrare la poesia con i ritmi derivati dal jazz. Un critico francese ha detto che nelle canzoni di Charles Trenet sembra che «Verlaine abbia incontrato Duke Ellington e insieme abbiano deciso di scrivere canzoni». Con lui muore un pezzo importante del Novecento musicale. A diciannove anni è già popolare nella Parigi notturna. A ventuno, affiancato dall'inseparabile amico Johnny Hess ottiene il suo primo contratto discografico. È il 1933 e i due, che si chiamano Charles et Johnny, nel giro di un paio d'anni registrano ben quindici dischi a settantotto giri. Ci vogliono ancora quattro anni prima che Charles recuperi il suo cognome, ridiventi Charles Trenet e realizzi, sotto l'ala protettiva di Maurice Chevalier, Je chante, il suo primo successo come solista. Da quel momento la crescita della sua popolarità diventa geometrica. Nel 1938 vince il "Prix du disque" e tutta Parigi impazzisce per questo giovane che mescola swing e poesia, tradizioni e rinnovamento attingendo a piene mani dalla straordinaria ed effimera vivacità di un periodo che vive con la stessa intensità il Fronte Popolare, il jazz e il surrealismo. In breve tempo assurge a mito e le sue canzoni, Je chante, Y'a d'la joie, Le soleil et la lune, La mer, Douce France e tante altre diventano la fonte d'ispirazione primaria per gran parte dei protagonisti della canzone francese contemporanea, da Georges Brassens, che lo ha sempre considerato suo padre spirituale, a Jacques Higelin. Nel 1978 pubblica un libro di memorie, "I miei anni giovanili", e annuncia di voler cantare fino a quando la salute lo regge. Quando, nel 1991, viene invitato in Italia al Premio Tenco, lui non si accontenta del ruolo di "ospite di riguardo". Si lancia in una indiavolata e travolgente esibizione nella quale ripropone le sue più famose canzoni senza dimenticarsi neanche un accenno di tip tap. «Ha settantotto anni, ma la voglia di vivere è quella di un ragazzino!» osservano i cronisti e la voce, impostata e senza incertezze appare del tutto immune al passare del tempo. Con il trascorrere degli anni diventa una sorta di icona immortale, un prestigiatore della canzone capace di estrarre dal cilindro sempre nuove sorprese. Nel novembre del 1999, a ottantasei anni compiuti, accetta di esibirsi ancora una volta a Parigi, di fronte a un pubblico emozionato più di lui. Nessuno fa più caso alla sua età. Nessuno pensa a lui come a qualcuno di passaggio. Quando ormai tutti cominciano a credere che sia davvero immortale, nella primavera del 2000 un ictus aggredisce il suo corpo. L'eterno ragazzo reagisce con la forza dello spirito e con una straordinaria voglia di vivere. Viene ricoverato ad aprile nell'ospedale americano di Neuilly-sur-Seine, dove resta per un mese e mezzo. Quando viene dimesso accetta di buon grado le faticose terapie di riabilitazione, e ride delle indiscrezioni dei giornali popolari sul suo abbandono definitivo delle scene. Per il suo ritorno in pubblico sceglie un evento eccezionale come l'ennesimo concerto di un altro grande personaggio della canzone francese: Charles Aznavour. In occasione della prima parigina della tournée di Aznavour arriva a sorpresa tra il pubblico. Si muove con qualche difficoltà ma sorride e appare lucido. Risponde con arguzia ai cronisti che gli si affollano intorno. «Sono obbligato a essere qui, visto che Aznavour ha rilevato le edizioni musicali Raoul Breton, che hanno in catalogo tutte le mie canzoni… è lui il mio padrone ora, non potevo mancare, non me l'avrebbe perdonata…». Le sue parole sono accompagnate dal solito sorriso ammiccante. Trova anche il tempo di alludere scherzosamente all'ictus che l'ha colpito. A un giornalista che gli chiede come abbia trovato Aznavour risponde «Senza difficoltà». Seduto tra gli invitati assiste al concerto nelle vicinanze del primo ministro Lionel Jospin e dà appuntamento a tutti per un suo prossimo ritorno in scena. Per la prima volta nella sua vita non manterrà la parola. Un attacco cerebrale glielo impedisce per sempre. Juliette Gréco alla notizia della sua scomparsa invita tutti a non piangerlo. «Io conservo di lui dei ricordi solari. Non servono le lacrime né le orazioni funebri: sarebbe come riconoscere la morte, e Trenet è la vita. Bisogna semplicemente cantare, e lui sentirà la nostra riconoscenza e il nostro amore».


18 febbraio, 2020

18 febbraio 1965 – Nasce la Giulia Sprint GTA


«Una vittoria al giorno con la macchina di tutti i giorni». Con questo slogan l’Alfa Romeo il 18 febbraio 1965 presenta ad Amsterdam la Giulia Sprint GTA. Il modello, aggressivo e potente, nasce con l’esplicita intenzione di lasciare un segno nelle corse riservate alla categoria Turismo. La vettura deriva dalla Giulia Sprint CT, disegnata nel 1963 da Nuccio Bertone e presentata nello stesso anno prima ad Arese e poi a Francoforte che ha ottenuto uno straordinario successo di pubblico e di critica al punto che la rivista inglese “Car & Driver”, in genere restia a utilizzare toni eccessivi, scrive «Guidare questa macchina è divertimento puro». La Giulia Sprint GTA (A significa Alleggerita) ne sviluppa le potenzialità sportive e nasce con l’intenzione esplicita di essere una formidabile protagonista delle corse da Turismo. L’impegno progettuale è notevole. L’alleggerimento della vettura viene ottenuto grazie all’impiego di una lega chiamata Peraluman 25 e composta di alluminio, magnesio, manganese, rame e zinco a elevata resistenza meccanica. Con questo materiale il peso a secco si riduce così di oltre 200 Kg rispetto alla normale versione GT. Le qualità della GTA non si riducono, però, soltanto alla maggior leggerezza. Le sue caratteristiche da competizione vengono ancora più esaltate dall’elaborazione dell’Autodelta, la squadra corse Alfa Romeo, che apporta numerose modifiche non solo al motore ma anche ai gruppi meccanici. I preparatori che più si dannano l’anima per migliorarne le prestazioni si chiamano Conrero, Bosato, Facetti e Angelici. Le vetture destinate alle competizioni hanno le valvole più piccole, il differenziale autobloccante, il roll bar e altre dotazioni specifiche che ne perfezionano la trasformazione. Non è un modello alla portata di tutte le tasche visto che se il prezzo della GTA standard è di lire 2.955.000 le versioni destinate alle competizione raddoppiano il loro valore che sale a lire 5.033.000. Sono soldi ben spesi visto che i successi sportivi non si contano con piazzamenti di gran lunga superiori a quelli di automobili ben più qualificate e una lunga serie di primi posti assoluti nelle difficili gare in salita dove sembra non avere rivali. Fin dall’esordio, che avviene il 20 marzo del 1966 a Monza, centra la vittoria. Quell’anno vince tutto quello che c’è da vincere, dalle 4 ore di Sebring alle 6 Ore del Nurburgring, al circuito del Mugello e poi ancora in Germania, Gran Bretagna, Olanda e Francia. Questa sequenza di successi le vale la conquista, nel 1966, del Challenge Europeo Marche per vetture da turismo guidata da Andrea De Adamich. Al trofeo l’imbattibile GTA si abbona anche negli anni successivi vincendolo a mani basse anche nella stagione 1967 sempre con De Adamich e nel 1969 con Spartaco Dini. Tra il 1966 e il 1968 la vettura sembra non avere rivali in grado di mettere in discussione la sua superiorità. L’elenco dei risultati ottenuti dai piloti della Casa e dei privati al volante della GTA è incredibile: centinaia di vittorie, decine di titoli nazionali (perfino negli Stati Uniti e un Sudamerica), tre Challenge Europei e un campionato europeo della montagna con Ignazio Giunti, soltanto per citare quelli più significativi. Nonostante i successi i progettisti dell’Autodelta non rinunciano a migliorare ulteriormente la vettura. Tra il 1967 e il 1968 una decina di esemplari vengono ulteriormente potenziati con l’adozione di un particolare sistema di sovralimentazione. Sono le GTA-SA, sigla nella quale SA sta per sovralimentata, che dominano le gare di categoria in vari paesi d’Europa, soprattutto in Belgio, Francia e Germania, ottenendo risultati di rilievo. Un’ulteriore evoluzione, a partire dal 1968, è rappresentata dalla GTA 1300 Junior. Questa vettura, nata nel 1968 conferma la supremazia dell’Alfa Romeo nelle competizioni Turismo. Costruita in 447 esemplari domina fra le vetture della sua cilindrata per quattro anni consecutivi aggiudicandosi il titolo assoluto nel 1971 e nel 1972. All’inizio degli anni Settanta fa il suo debutto la 1750 GTA-M (M sta per “Maggiorata”) che vince il Campionato Europeo nel 1970 con il pilota tedesco Toine Hezemans. La stessa vettura l’anno dopo, pur senza nessuna variazione, viene ribattezzata 2000 GTA-M e rivince il titolo nella sua classe. La lunga cavalcata della GTA è, però, arrivata alla fine. Nuovi modelli si affacciano alle corse e l’evoluzione tecnica non si ferma. Nonostante la fine del suo dominio la GTA resta nel mito dell’automobilismo mondiale e sopravvive ancora oggi in alcuni esemplari perfettamente restaurati e sempre oggetto di ammirazione per i numerosi appassionati e cultori delle Alfa Romeo di razza.


17 febbraio, 2020

17 febbraio 1977 - Lama vattene!

Il 17 febbraio 1977 Luciano Lama, segretario generale CGIL, viene duramente contestato dagli autonomi e dal movimento degli “indiani metropolitani” mentre è impegnato in un comizio all’Università di Roma. L’evento dimostra come tra le frange più radicali dei movimenti giovanili e la sinistra, in particolare il Partito Comunista e i sindacati, si stia aprendo un solco di diffidenza che sfocia sempre più spesso in azioni di aperta ostilità. I grandi entusiasmi suscitati dalla vittoria elettorale delle sinistre nel 1975 e nel 1976 stanno progressivamente lasciando il posto alla delusione per un cambiamento che tarda ad arrivare e per un’azione politica che appare sempre più impacciata e prigioniera di equilibrismi istituzionali e di potere. Le conseguenze di questa situazione porteranno una parte dei giovani protagonisti delle grandi lotte dei primi anni Settanta ad abbandonare l’impegno politico e sociale, mentre le frange più radicali ed esasperate si faranno tentare dalla tragica esperienza della lotta armata.

16 febbraio, 2020

16 febbraio 1957 – Il settimo sigillo

Il 16 febbraio 1957 esce nelle sale svedesi il film “Det sjunde inseglet” di Ingmar Bergman, conosciuto nel nostro paese con il titolo “Il settimo sigillo”, ispirato alla piéce teatrale “Pittura su legno” scritta dallo stesso Bergman nel 1955 per la sua compagnia teatrale. Girato nel 1956 a Hovs Hallar, nella riserva naturale di Scania, il lungometraggio racconta la lunga partita a scacchi tra la morte, interpretata da Bengt Ekerot e Antonius Block, un cavaliere tornato dalle crociate stanco e disilluso che ha il volto di Max Von Sydow. “Il settimo sigillo” segna una tappa fondamentale nella storia del cinema e consacra definitivamente il talento di Bergman. L’aspetto curioso della vicenda è che la partita non è né leale né lineare, visto che alla fine la morte sarà costretta a barare per avere ragione del suo avversario. Negli stessi luoghi dove è stato girato “Il settimo sigillo” Ingmar Bergman ambienterà successivamente anche il film “L'ora del lupo” del 1968.

15 febbraio, 2020

15 febbraio 1910 - Walter Fuller, trombettista e qualche volta cantante

Il 15 febbraio 1910 a Dyersburg, nel Tennessee nasce Walter Fuller, un trombettista che non disdegna di usare la voce. Comincia a suonare la tromba da ragazzo sotto la guida del padre appassionato suonatore di mellophone nelle brass band della zona in cui vivono. La musica diventa presto il suo mestiere. A soli quattordici anni, nel 1924, viene ingaggiato da una troupe che organizza riviste destinate al pubblico di colore, il circuito T.O.B.A. la cui vedette in quel periodo è Ma Rainey. Nel 1925 si trasferisce a Chicago dove entra nell’organico dell'orchestra di Sammy Stewart con la quale si sposta a New York nel corso del 1929 per suonare al celebre Savoy Ballroom, ove ottiene un notevole successo personale. Rientra quindi a Chicago chiamato a far parte dei Vogue Vagabonds di Irene Eadie. Nel 1931 viene ingaggiato da Earl Hines con cui lavora ininterrottamente sino al 1941, salvo una breve parentesi a cavallo tra il 1937 e il 1938 con Horace Henderson. Tra i tanti dischi registrati da Fuller con l’orchestra di Hines sono degni di nota Rosetta, per la splendida parte vocale e Bubbling Over dove esegue dei felicissimi passaggi con la tromba in uno stile simile a quello del suo modello Louis Armstrong. Nel 1941, lasciato Hines, mette in piedi una propria orchestra con la quale continua a esibirsi al Grand Terrace di Chicago. Nel 1944 va al Radio Room di Los Angeles e l'anno successivo al Downbeat di Chicago prima di trasferirsi in California stabilendosi a San Diego dove si esibisce per molti anni consecutivi al Club Royal.

14 febbraio, 2020

14 febbraio 1965 – È un bel giovane moro, si chiama Lucio Battisti

Il 14 febbraio 1965 Lucio Battisti, alla ricerca di un contratto discografico, entra per la prima volta alla Ricordi di Milano per un provino. Con questo semplice gesto prende il via l’avventura solistica di Lucio Battisti, il figlio di Dea e Alfiero Battisti che ha imparato da solo a suonare la chitarra. Prima di bussare alla Ricordi ha fatto una lunga gavetta iniziata dopo aver conseguito il diploma di elettrotecnico quando ottiene dai genitori il permesso di dedicarsi seriamente alla musica. Non si sente un cantante. La sua passione è la chitarra e il primo gruppo in cui suona si chiama i Mattatori ed è di Napoli. Poi vengono i Satiri e, infine, i Campioni di Roby Matano, l'ex gruppo di Tony Dallara, con i quali pubblica anche un singolo che contiene i brani Tu non ridi più, cover di Look through any window degli Hollies, e Non farla piangere, cover di Don't make my baby blue degli Shadows. Proprio in quel periodo Lucio compone brani come Se rimani con me che verrà poi inciso dai Dik Dik e Non chiederò la carità, destinato a restare nella storia della produzione battistiana con un nuovo testo scritto da Mogol e con il titolo di Mi ritorni in mente. Quando arriva in Ricordi viene notato da Christine Leroux, contitolare delle edizioni Musicali El & Chris e cacciatrice di talenti per conto della stessa casa discografica milanese. È proprio lei la prima a credere nel talento del giovane di Poggio Bustone e a farlo incontrare con Mogol. Il primo disco non sarà un evento discografico anche se i due brani conosceranno un buon successo interpretati da altri. Per una lira diventerà una hit dei Ribelli e Dolce di giorno scalerà le classifiche con i Dik Dik. «Un bel giovane, alto e moro dallo sguardo penetrante». Così il cantante viene descritto dalla scheda biografica diffusa dalla sua casa discografica, la Ricordi, in occasione della pubblicazione di Dolce di giorno/Per una lira, il suo primo disco a 45 giri come solista. Nella stessa scheda c’è anche una presentazione artistica che recita «Le sue composizioni sono strane, anticonformiste, eppure trattano essenzialmente dei problemi dei giovani. Lucio parla ai giovani usando il loro linguaggio».

12 febbraio, 2020

12 febbraio 1944 - Claudia Mori, una donna di talento

Il 12 febbraio 1944 nasce a Roma Claudia Moroni destinata a diventare famosa con il nome d’arte di Claudia Mori. Nel 1959 a soli quindici anni è la protagonista del film “Cerasella” ispirato all’omonima canzone cui seguono varie esperienze cinematografiche alcune decisamente di rilievo come la partecipazione a “Rocco e i suoi fratelli” di Luchino Visconti. Nel 1961 debutta anche come cantante pubblicando il suo primo disco Non guardarmi. Nel 1963 sul set del film "Uno strano tipo" diretto da Lucio Fulci incontra Adriano Celentano, destinato a diventare suo marito. La sua attività di cantante da quel momento si fa più intensa e ricca di soddisfazioni. Spesso si esibisce in coppia con il marito, come nel caso de La coppia più bella del mondo nel 1967 e di Chi non lavora non fa l'amore, il discusso brano con il quale i due vincono il Festival di Sanremo nel 1970. Nel 1975 arriva al vertice della classifica dei dischi più venduti con Buona sera dottore. Oltre a quelle citate, fra le canzoni interpretate da lei sono da ricordare anche Trenta donne nel West, Che scherzo mi fai e Un'altra volta chiudi la porta. Oggi è divenuta una manager discografica di talento.

11 febbraio, 2020

11 febbraio 1925 – Aristide Bruant, il poeta dal tabarro

L’11 febbraio 1925 muore Aristide Bruant, universalmente considerato un po' il “padre nobile”, l’antesignano degli chansonnier. Alcuni suoi brani in particolare hanno dato origine alla cosiddetta “chanson sociale”. Quasi tutti i protagonisti della canzone francese del Novecento gli sono in qualche modo debitori, non soltanto quelli che più manifestamente si sono abbeverati alla sua inesauribile fonte inserendo nel proprio repertorio brani da lui composti. Anche la sua figura alta, avvolta nel “tabarro”, il lungo mantello nero a copertura totale, resa immortale da Tolouse-Lautrec, non passa inosservata e negli anni a cavallo tra Ottocento e Novecento ispira gran parte degli interpreti maschili dei cabaret di tutta Europa, Italia compresa. A quell’immagina sembra ispirarsi, per esempio, nel nostro paese Gino Franzi, lo “scettico blu”, il fustigatore dei vizi e delle differenze di classe, dominatore dei palcoscenici negli anni Venti e Trenta, la cui popolarità è tale da renderlo praticamente inattaccabile anche dalla solerte e invasiva censura fascista. Aristide Bruant non è soltanto uno chansonnier, ma scrittore, poeta e animatore oltre che gestore di Cabaret divenuti rapidamente il luogo di ritrovo di artisti e creativi d’ogni risma e inclinazione. Nel suo lavoro artistico scompare la distinzione tra canzone colta, ballata popolare e critica sociale. Cessa anche la separazione tra musica e poesia in una sorta di ponte simbolico tra la Francia di fine Ottocento e quella dei trovatori che si esibivano nelle corti feudali. Tutto, per Aristide Bruant, può diventare canzone, dai sentimenti alla descrizione di un luogo, alla rabbia per le ingiustizie, alla denuncia, alla critica sociale. La struttura dei suoi brani è spesso quella tipica dei cantastorie, basata sul “rimodellamento”, una tecnica che prevede di comporre testi diversi su un pugno di melodie sempre uguali. Con qualche approssimazione si dice che nella sua carriera abbia dedicato una canzone a ogni quartiere di Parigi. Aristide Louis Armand Bruand, questo è il nome vero del futuro Aristide Bruant, nasce a Courtenay il 6 maggio 1851. La sua infanzia trascorre tranquilla in una famiglia della media borghesia che non ha problemi finanziari. Al piccolo Aristide non manca nulla e l’unica preoccupazione di quel periodo sono i severi insegnanti che accompagnano il suo corso di studi regolari a Sens. Quando arriva per la prima volta a Parigi ha soltanto dodici anni. Sono i suoi genitori a portarlo con loro nella capitale francese dove si sono trasferiti provvisoriamente nel tentativo di risolvere una serie di difficoltà economiche nate da alcuni errori nella gestione del patrimonio famigliare. Il bambino ascolta i discorsi preoccupati dei suoi genitori sul patrimonio famigliare che si sta rapidamente consumando. Pur se non ne capisce ancora interamente il significato ne coglie il senso d’angoscia e di preoccupazione. Quelle sensazioni resteranno per sempre impresse nella sua memoria e saranno alla base di molte tra le composizioni più drammatiche e vivide di critica sociale. Purtroppo la permanenza nella capitale francese non serve a migliorare le condizioni economiche della famiglia Bruand né a risolverne i problemi. Ben presto la situazione precipita. Dopo anni di tranquillità economica i Bruand sono costretti a darsi da fare per sopravvivere. Anche per il piccolo Aristide a Parigi la vita cambia in peggio da un giorno all’altro. Non ci sono soldi per continuare gli studi e la sua nuova scuola è la strada del quartiere popolare dove la sua famiglia si è trasferita. Ben presto però il tempo per i giochi nella via si riduce fino a quasi scomparire. Anche lui deve dare il proprio contributo alla sopravvivenza della famiglia. Aristide si ritrova così a fare piccole commissioni per un procuratore legale, un vecchio amico di suo padre che cerca di dare una mano alla famiglia Bruand. Non è un gran lavoro e, soprattutto, non gli dà nessuna soddisfazione. Per questa ragione nel 1858, a diciassette anni, decide di fare di testa sua e si fa assumere come apprendista in una gioielleria. Nell’Europa turbolenta di quegli anni le guerre non sono certo una rarità. All’alba del 1870 scoppia quella che resterà nella storia come Guerra Franco Prussiana. La vita a Parigi si fa ancora più dura e la famiglia Bruand decide di tornare a Courtenay mentre Aristide, arruolato dall’esercito, partecipa alla guerra con la divisa dei “franchi tiratori”. Quando la guerra finisce trova un posto di lavoro come spedizioniere in una compagnia ferroviaria del Nord della Francia. Più o meno nello stesso periodo inizia a scrivere le prime canzoni e a cantarle in pubblico. La data della sua prima esibizione si è persa nel tempo e le fonti divergono. C’è chi dice che Aristide abbia cominciato a cantare le sue canzoni nei cabaret a partire dal 1873 e chi invece sostiene che il debutto sulle scene sia avvenuto due anni dopo, nel 1875. Di certo c’è che in quel periodo il cantante sostituisce la “d” del cognome con la “t” diventando per sempre Aristide Bruant. Il suo primo repertorio è composto quasi esclusivamente da canzoni leggere, divertenti e in qualche caso salaci e licenziose. Comincia a pensare di chiudere il suo rapporto con la compagnia ferroviaria per dedicarsi esclusivamente alla canzone quando, nel 1880, l’esercito si accorge che, nonostante la sua partecipazione alla guerra Franco Prussiana, Aristide non ha ancora saldato completamente il suo debito con la divisa. Alla sua ferma militare mancano, infatti, ben ventotto giorni! Richiamato passa un mesetto scarso nei ranghi del 113° Reggimento di stanza a Melun. Approfitta dalla sosta per comporre alcune canzoni, compresa la famosa V’là l’cent-treizième qui passe dedicata ai suoi commilitoni. Chiusa la parentesi militare riprende la vita di sempre cantando nei cabaret e nei caffé concerto. Nel 1880 conosce e diventa amico di Jules Jouy, un operaio, poeta, chansonnier e attivista politico destinato ad avere un ruolo importante nella sua evoluzione artistica e nel suo destino. È proprio lui infatti a trovargli la prima scrittura al cabaret Chat Noir di Boulevard Rochechouart, in quel periodo di proprietà di Rodolphe Salis, un uomo attento alle novità che dà spesso spazio ai nuovi artisti della zona di Montmartre. Aristide Bruant e le sue canzoni diventano un’attrazione fissa del locale. La relativa tranquillità della sua vita dura poco. Un giorno un paio di teppistelli mettono a soqquadro il Chat Noir uccidendo un cameriere e malmenando il proprietario che, spaventato, decide di chiudere il locale e riaprirlo in Rue Laval, una zona decisamente più tranquilla. Aristide coglie l’occasione, rileva i locali lasciati liberi da Rodolphe Salis e apre un proprio cabaret, il Mirliton. È il 1894 quando i primi tre clienti del locale entrano e vengono accolti da... insulti e imprecazioni lanciate loro da Bruant in persona. Nasce così la leggenda del Mirliton, un locale alla moda, ritrovo di artisti e abitatori della notte disposti a farsi maltrattare dalle imprecazioni e dai lazzi di Aristide Bruant. La popolarità del poeta e chansonnier cresce a dismisura in tutta Parigi grazie anche ai manifesti realizzati dal suo amico Tolouse-Lautrec. Non si dedica solo alla canzone. In quegli anni lavora alla realizzazione di un vero e proprio dizionario dell’Argot, l’idioma della strada che lui considera una vera e propria lingua sviluppatasi parallelamente al francese insegnato nelle scuole. Il suo è un lavoro serio di ricerca che viene però snobbato dalle istituzioni culturali ufficiali poco disposte a dare spazio a un personaggio eclettico come lui. Aristide vive male questa situazione e dopo la lunghissima e trionfale tournée in Francia e in vari paesi europei del 1895 decide di dedicare sempre meno tempo alla musica per occuparsi di più di scrittura e di ricerca. Nonostante i propositi non lascia mai completamente il palcoscenico sul quale torna di tanto in tanto per offrire al pubblico applauditissimi récital mescolando i suoi vecchi brani con nuove canzoni. L’ultimo concerto è del 1924, qualche mese prima della morte che avviene a Parigi l’11 febbraio 1925.

10 febbraio, 2020

10 febbraio 1966 – Caro Bob Marley, ti decidi a baciarmi?

Il 10 febbraio 1966, Bob Marley e Alvarita Constantia Anderson, detta Rita, si sposano. È la conclusione di una storia cominciata qualche tempo prima. Tutto inizia quando Bob Marley insieme a Bunny Livingston e Peter Tosh, suoi inseparabili amici e compagni negli Wailers, assiste a un’audizione organizzata dal loro impresario e “padre artistico” Clement “Coxsone” Dodd, padre padrone dello Studio One. Da tempo quella vecchia volpe pensa a una sorta di versione femminile degli Wailers e crede di aver trovato la soluzione. L'oggetto della sua attenzione è un trio di ragazze di cui a Trench Town parlano tutti molto bene e che si è specializzato in cover dei grandi successi delle donne della Motown. L’esibizione delle Soulettes, questo è il nome del tre pulzelle, lo convince definitivamente. Dopo aver siglato il contratto con il trio decide di affidarlo alle cure di Marley perché lo segua nel lavoro in studio e lo aiuti a trovare i brani adatti per il debutto discografico. Le ragazze, Alvarita “Rita” Constantia Anderson, Marlene “Precious” Gifford e Constantine “Dream” Walker conoscono bene gli Wailers e, tranne Rita che mantiene un atteggiamento distaccato e un po’ aristocratico, le altre due danno l'impressione di essere molto eccitate ed emozionate all’idea di dover lavorare con il cantante di quello che è il loro gruppo preferito. Se Bob è molto professionale nel rapporto con loro, non così accade per Bunny e Peter che, appena possono, le coinvolgono nelle loro strampalate session di canti, balli e scherzi. «Qui si lavora, non siete state scritturate per divertirvi» è la frase con la quale Marley gela ogni tentativo della compagnia di divertirsi un po’. Il suo senso di responsabilità non è particolarmente apprezzato dalle ragazze, ma i risultati si vedono presto. Il loro primo disco, una versione di I love you baby, interamente riscritta da Bob scala velocemente la classifica di vendita. Come è già accaduto anche per gli Wailers, le Soulettes diventano così ospiti quotidiane dello Studio One. Lo prevede l’aggiornamento contrattuale imposto da Coxsone, che non ama perdere di vista i suoi artisti. La quotidianità dei contatti sembra solleticare la fantasia di Peter e Bunny che cambiano registro e sottopongono le ragazze a un corteggiamento ogni giorno più serrato e pressante. L’unico a non cambiare le sue abitudini è Bob. Il ragazzo è chiuso in se stesso e non partecipa alla sarabanda di follie dei compagni. La verità è che per lui le Soulettes non sono tutte e tre uguali. Si è innamorato di Rita, ma ha paura di rivelarsi perché teme un rifiuto. Le scrive brevi lettere farcite di pensieri, considerazioni, piccole riflessioni e gliele fa recapitare da Bunny. Poi, quando la incontra allo studio, la scruta in silenzio per capire cosa pensi. Questa storia non va avanti per molto. È la ragazza la prima a prendere l’iniziativa: «Bob, anche tu mi piaci, ma sono stanca di leggere solo i tuoi biglietti. Vuoi deciderti a baciarmi o aspetti che io scelga un altro?». Pochi mesi dopo, il 10 febbraio 1966, si sposano.

09 febbraio, 2020

9 febbraio 1942 – Barbara Donald, la trombettista che suona con Coltrane


Il 9 febbraio 1942 a Minneapolis, nel Minnesota, nasce Barbara Kay Donald. A nove anni inizia a studiare la cornetta e poi passa alla tromba. Trasferitasi a Los Angeles prosegue la sua formazione musicale perfezionandosi in vari ottoni e nel canto. Tra i suoi maestri figura anche Little Benny Harris. A partire dal 1960, a soli diciotto anni, si dedica a tempo pieno alla musica dando inizio a una carriera destinata a regalarle numerose soddisfazioni sia come leader di propri gruppi che come strumentista in orchestre jazz come quella di Chuck Cabot e in vari gruppi di rock & roll. Negli anni Sessanta suona al fianco di solisti come Dexter Gordon, Gene Russell, Stan Cowell e Burt Wilson. Nel 1962 sposa il pianista norvegese Ole Calmeyer da cui divorzia nel 1965 per unirsi al sassofonista Sonny Simmons. Da quel momento lavora quasi esclusivamente con il marito con il quale suona e incidere con musicisti come Michael White, Clifford Jordan, Richard Davis, Cecil McBee, Billy Higgins, Charles Moffett, Prince Lasha, Roland Kirk, Lonnie Liston Smith, John Hicks e tanti altri. Nel 1965 la trombettista lavora anche con John Coltrane. Muore il 23 marzo 2013 a Olympia, nello stato di Washington.




06 febbraio, 2020

6 febbraio 1965 – La prima volta dei Righteous Brothers


Il 6 febbraio 1965 sia in Gran Bretagna che negli Stati Uniti al vertice delle classifiche dei dischi più venduti c’è il brano You've lost that lovin' feelin' dei Righteous Brothers. È il primo grande successo del duo formato da Bill Medley e Bobby Hatfield, due ragazzoti che, dopo aver iniziato in band diverse, hanno unito i loro destini in un’unica ditta nel 1962. Considerati i successori degli Everly Brothers, fanno il loro debutto discografico nel 1963 con l'album Righteous Brothers e con il singolo Little latin lupe lu catturando l'attenzione del pubblico per l'impasto e la pulizia delle loro voci. Tra il 1963 e il 1964 i Righteous Brothers portano in classifica brani come Fanny Mae, Koko Joe e Try and find yourself another man, ma è solo nel 1965 che, sotto l'abile guida di Phil Spector centrano il grande successo internazionale con You've lost that lovin' feelin' e Unchained melody, divenuti poi due classici degli anni Sessanta. Il loro successo viene poi confermato da singoli come Just once in my life e Soul and inspiration. Nel 1967 i due fondatori si separano. Medley prosegue come solista mentre Bobby Hatfield tiene vivo il nome dei Righteous Brothers con Jimmy Walker come nuovo socio. Non è però la fine del sodalizio originale. Nel 1974, infatti, Medley e Hatfield tornano insieme come Righteous Brothers ottenendo un notevole successo con l'album Give it to the people e con il singolo Rock 'n' Roll heaven. È la prima di una lunga serie di riunificazioni occasionali del duo grazie al periodico recupero dei loro brani di successo.


31 gennaio, 2020

31 gennaio 1937 - Philip Glass, un minimalista nella new age


Il 31 gennaio 1937 nasce a Baltimora il tastierista Philip Glass forse il più osannato esponente del movimento minimalista e uno degli iniziatori della "new age music". Diplomatosi alla Juilliard School, nel 1964 si stabilisce a Parigi dove avvia una ricerca particolare influenzato dalla musica tibetana e dal sitarista indiano Ravi Shankar, oltre che, per la parte teorica del suo lavoro, dalla pedagoga musicale francese Nadia Boulanger. Proprio l'adattamento della musica di Ravi Shankar per il film "Chappaqua" è considerato il primo lavoro di rilievo della sua carriera. Tornato a New York all'inizio degli anni Settanta lavora con La Monte Young, Terry Riley e Steve Reich. Successivamente forma il Philip Glass Ensemble e diventa rapidamente uno dei maggiori esponenti di quel movimento minimalista che ha preso avvio dall'album In C di Terry Riley pubblicando album come Music in similar motion & music in 5ths nel 1973, Music in 12 parts 1 & 2 nel 1974, North star nel 1977 e molti altri. Tra le sue creazioni musicali legate alle immagini hanno particolare importanza la colonna sonora del film "Toscando", l'opera Einstein on the beach (, composta nel 1976 insieme al direttore d'orchestra Robert Wilson, Satyaghra nel 1979 sulla vita di Gandhi) e Akhnaten nel 1984 sulla vita del faraone Ajnatòn. In quest'ultima Glass utilizza ben sei voci soliste più l'orchestra e i cori della Stuttgart State Opera. Philip Glass è stato il primo artista, dopo Igor Stravinsky, a firmare un contratto discografico esclusivo con la CBS Masterworks. Nel 1984 Philip compone la musica per la cerimonia d'apertura delle Olimpiadi di Los Angeles e nel 1986 pubblica Songs from liquid days con la collaborazione di David Byrne, Laurie Anderson, Suzanne Vega, Paul Simon per i testi e con alcune interpretazioni di Linda Ronstadt, Douglas Perry e del Kronos Quartet. Nel 2015 ha pubblicato la propria Autobiografia, dal titolo "Parole senza musica".



29 gennaio, 2020

29 gennaio 1959 – Jula De Palma scandalizza l'italietta bigotta

Alle ore 22,20 di giovedì 29 gennaio 1959 sul palcoscenico del Festival di Sanremo sale Jula De Palma, all’anagrafe registrata con il nome di Iolanda De Palma, una ragazza milanese di ventisette anni che da tempo non fa dormire sonni tranquilli a bigotti e moralisti. Cinque anni prima, infatti, in un’intervista rilasciata al settimanale “Sorrisi e Canzoni” quando le era stato chiesto se ammettesse il divorzio, invece di allinearsi alla tesi ufficiale dell’indissolubilità del matrimonio o trincerarsi dietro a un riserbo sospetto (il massimo della dissociazione consentito in quel periodo) aveva candidamente risposto: «Si, nel senso di non creare situazioni illegali in un matrimonio sbagliato». Nata nell’ambiente del jazz e scoperta da Lelio Luttazzi, che a soli diciotto anni l’ha aiutata a entrare nel ristretto gruppo dei cantanti della Rai, si è conquistata stima e simpatia per il suo stile ispirato alle grandi vocalist del jazz e la voce carica di sensualità. Considerata una delle più innovative cantanti della musica leggera italiana di quel periodo è però insofferente alle limitazioni. Per questa ragione piace molto al pubblico e meno a impresari e manager che vivono ogni sua esibizione pubblica con il fiato sospeso. Nonostante tutto in quella serata del 29 gennaio 1959 non ci sembrano esserci motivi di preoccupazione. Jula De Palma deve cantare Tua, una canzone composta da Pallesi e Malgoni che in gara viene eseguita anche dalla voce tranquilla di Tonina Torrielli, l’ex operaia di una fabbrica dolciaria soprannominata “la caramellaia di Novi Ligure”. Eppure quando la ragazza sale sul palcoscenico del Festival succede qualcosa di particolare. La sensualità sbarca per la prima volta sul proscenio del festival musicale più popolare d’Italia. Fin dalle prime note la sua voce si muove su tonalità inusuali, di derivazione jazzistica. Profonda e sensuale, quasi impercettibile sussurra confidenziale «Tua, tra le braccia tue...» in solitudine, accompagnata soltanto dal contrabbasso. È una voce nuda, cioè senza accompagnamento orchestrale, che si riveste progressivamente con l’ingresso successivo dei vari strumenti. Dopo il contrabbasso tocca alla batteria, che entra in punta di... spazzola, per non turbare l’atmosfera e poi via via gli altri ma senza mai coprire la voce che, come un serpentello, si avviluppa alle note con grazia tentatrice. La sua straordinaria interpretazione, ricca di sensualità, viene accusata di essere «...scandalosa al limite dell’offesa al pudore». L’accusa oggi può far sorridere ma nell’Italia bigotta degli anni Cinquanta c’è poco da scherzare. Alla Rai e ai giornali arriva una lunga serie di lettere di protesta. Una tra le molte che vengono rese pubbliche finisce per restare emblematica dell’epoca. È di una donna che si definisce “una sposina” e chiede addirittura l’intervento della magistratura contro la “scandalosa cantante” perchè il suo modo di cantare potrebbe configurare il reato di “istigazione all’adulterio”. Un incauto critico giornalista scrive che la ragazza ha eseguito la canzone «...come se fosse in camera da letto» e altri non perdono l’occasione per rilevare come il morbido e leggero vestito da sera indossato per l’occasione assomigli a una camicia da notte. Insomma sulla testa della povera Jula De Palma si scatena una vera e propria tempesta mediatica che rischia di travolgerla. Poi finalmente il Festival finisce con Tua che si piazza al quarto posto. Le polemiche invece continuano ancora per un po’ anche se la casa discografica della cantante accetta di modificare il passaggio «Tua/sulla bocca tua/finalmente mia...» in «Tua/ogni istante tua/dolcemente tua...». Se l’accorgimento consente al disco di evitare rischi non così accade a Jula De Palma che da quel momento si vede oggetto di censure ripetute. Non viene bandita dalla scena radiotelevisiva italiana come accadrà a Mina, ma nei suoi confronti l’Italia bigotta e codina dell’epoca mette in atto una serie di “ritorsioni” e “dispetti” che finiscono per condizionarne la carriera. Per anni le viene attribuita la fama di essere un “personaggio incontrollabile” sul piano caratteriale e una cantante troppo snob per il grande pubblico. In realtà è una delle pochissime interpreti che dopo essere arrivate alla musica pop dal jazz non tradiscono le proprie origini ma tentano di mettere in relazione i due differenti generi musicali. Nonostante tutto nella sua lunga carriera partecipa a varie manifestazioni musicali e pubblica molti dischi, tra cui due divertenti EP intitolati Quando una ragazza si chiama Jula 1 e Quando una ragazza si chiama Jula 2 oltre a un album ispirato al jazz dei suoi primi anni intitolato Whisky e Dixie. Nel 1972 dà l’addio al palcoscenico con un recital al Teatro Sistina di Roma accompagnata dall’orchestra di Gianni Ferrio e nel 1974 si esibisce per l’ultima volta in televisione cantando una divertente versione di Tulipan con Raffaella Carrà e Mina nel programma “Milleluci”. Qualche tempo dopo decide di lasciare l'Italia con il marito Carlo Lanzi per stabilirsi in Canada. Le sue qualità interpretative e la sua ecletticità musicale le valgono il rispetto della critica e un buon successo di pubblico. A dispetto delle emarginazioni e delle censure con il passare degli anni la sua figura artistica è stata rivalutata anche nel confronto con le interpreti più popolari dell'epoca.


21 gennaio, 2020

21 gennaio 2005 – I Chemical Brothers non sono i salvatori della dance music

Il 21 gennaio 2005 esce in contemporanea in tutto il mondo Push the button un album siglato da Ed Simons e Tom Rowlands, in arte Chemical Brothers. Qualche settimana prima dell’uscita del disco i due “fratelli chimici” fanno un salto ai Magazzini Generali di Milano e si prestano a commentare un lavoro che sposta un po’ più in là il terreno di sperimentazione e di incontro tra le diverse culture musicali. Alla mescola tra dance e rock sulla quale negli anni precedenti hanno costruito il loro successo aggiungono molti elementi spiccatamente orientali ed etnici, come si può notare dal singolo Galvanize, in rotazione sulle radio qualche tempo prima, nel quale la voce di Q-Tip si muove su toni apocalittici, regalando terrore ed euforia al tempo stesso. L’album contiene anche un pezzo più marcatamente politico come Left righ. Se gliene si chiede ragione i due rispondono che la dance, posto che la loro possa ancora essere considerata dance, si muove nella realtà del mondo e nessuno può evitare di prendere posizione. «Il mondo intorno a noi è cambiato. Non siamo più negli anni Novanta, non ha più senso promuovere solo il divertimento e la fuga dalla realtà». I fratelli chimici sostengono anche che il destino del mondo è nelle mani di tutti e non ci si può chiamare fuori. Lo stesso titolo dell’album Push the button vuole essere, insieme, un monito e un invito «È un’espressione volutamente ambigua. L’idea di pigiare un bottone può assumere connotazioni negative se si pensa al rischio di una guerra nucleare; ma anche positive, se lo si intende come un invito a far accadere le cose, a essere protagonisti e, soprattutto, a diventare padroni della propria vita». A parte Q-Tip, gli altri ospiti del disco, pur non essendo nomi popolarissimi per il grande pubblico, sono stati scelti perché funzionali al nuovo disegno musicale dei Chemical Brothers. Tra loro spiccano il rapper Anwar Superstar, Kele Okereke dei Bloc Party e i Magic Numbers. Come sempre, però, nessuno di loro, salvo sorprese, salirà sul palco ad affiancare i due fratelli nel tour che partirà tra qualche settimana. I fratelli chimici non cambiano idea sulla musica dal vivo. Restano legati alle loro origini underground e agli stilemi della club culture. «Che senso ha portarci sul palco un batterista o un cantante? La band siamo noi, con le nostre idee e con i nostri suoni. Da sempre ci affascina molto di più l’idea di creare un ambiente coinvolgente, quasi da club, anche quando suoniamo in grossi spazi. E, come è ovvio, il risultato dipende molto dalle reazioni, dalle vibrazioni del pubblico. Quando abbiamo suonato a Imola siamo saliti sul palco subito dopo i Red Hot Chili Peppers, eppure siamo riusciti a intrattenere lo stesso pubblico, pur con una proposta musicale molto diversa». Non si scompongono nemmeno quando qualcuno ricorda che secondo i giornali britannici la dance è ormai giunta al capolinea. Abbozzano e tirano diritti per la loro strada: «È un punto di vista che non ci tocca. Noi facciamo quello che abbiamo sempre fatto: individuiamo spazi vuoti nella musica che sentiamo in giro e cerchiamo di riempirli. Tutto qui. Non chiedeteci di essere i salvatori della dance music».

14 gennaio, 2020

14 gennaio 1941 - Lolo Bellonzi, dalla fanfara al jazz


Il 14 gennaio 1941 nasce a Nizza il batterista Lolo Bellonzi, all’anagrafe registrato con il nome di Charles. A sette anni picchia sul tamburo di una banda paesana, quella che tecnicamente si chiama “fanfara”. Fino a tredici anni è quella la sua scuola principale. Studia anche la fisarmonica, ma il fascino che esercitano su di lui le percussioni è irresistibile. Nel 1956 grazie anche ai consigli di Barney Wilen, comincia a dedicarsi al jazz. Alla fine degli anni Cinquanta suona sulla Costa Azzurra con vari gruppi anche se la musica è più un hobby che un mestiere. La svolta nella sua vita arriva nel 1960 quando rompe gli indugi e va a Parigi per diventare un batterista a tempo pieno. Nella capitale suona con molti musicisti statunitensi in club che hanno fatto la storia del jazz, come il Tabou, il Cameleon, il Chat-qui-Pêche, il Club Saint-Germain o il Mars Club. Fa anche parte del quintetto di Georges Arvanitas. Suona poi al Blue Note con Bud Powell, Johnny Griffin, Dexter Gordon, Lou Bennett, Kenny Drew e molti altri. Dal 1965 al 1968 è il batterista del trio di Martial Solal con cui si esibisce in numerosi concerti. In seguito lascia il jazz e diventa il batterista del cantante Claude Nougaro ma non è un addio definitivo perchè a partire dal 1979 riprende la sua attività nel campo del jazz suonando con Kay Winding, Harry Edison e con il trio di Maurice Vander.