27 giugno, 2011

4 luglio 1971 – I Main Ingredient perdono per sempre il loro leader

Il 4 luglio 1971 muore di leucemia Donald McPherson, il leader del gruppo soul dei Main Ingredient. Cinque giorni dopo avrebbe compiuto trent’anni e da tempo combatteva la battaglia contro la malattia. La sua morte sembra chiudere la storia dei Main Ingredient, il gruppo vocale di cui è stato fondatore alla fine degli anni Cinquanta con i suoi amici Luther Simmons Jr. e Tony Sylvester. Per alcuni anni la loro non è stata una vita facile. Per necessità più che per scelta si adattano ad accompagnare i cantanti della scuderia Red Bird di Leiber & Stoller. Questo è il loro lavoro principale anche se ogni tanto riescono a ritagliarsi, a fatica, un piccolissimo spazio quando ottengono un buon successo con She blew a good thing con il nome di Poets. La loro disponibilità ad accettare un ruolo subalterno e, soprattutto, la loro costante necessità di sopravvivere, li costringe, però, a tornare nell’anonimo ruolo di accompagnatori vocali dei colleghi più fortunati. Solo nel 1966, in parte per il crescente successo ottenuto dal soul sulla scena musicale internazionale e, in parte, perchè i problemi di sopravvivenza sono ormai alle spalle, iniziano a pensare seriamente alla possibilità di proporsi in proprio. In un primo momento sembrano intenzionati a recuperare il vecchio nome di Poets, ma poi prevale la scelta di rompere i ponti con il passato. Nascono così i Main Ingredient. Come spesso accade, le buone intenzioni non bastano da sole a garantire il risultato. Per qualche tempo il gruppo fatica a trovare spazio in una scena, quella del soul, monopolizzata ormai da vecchi e nuovi personaggi che godono di maggiori simpatie presso le case discografiche. Più di una volta, di fronte alle delusioni e alle difficoltà, pensano di abbandonare tutto e tornare al vecchio, sicuro, mestiere degli accompagnatori vocali. Quando stanno per mollare arriva, improvviso, il successo, scandito da una serie di brani che entrano nelle classifiche dei dischi più venduti come I'm so proud, Spinnin' around e Black seeds keep on growing. La morte di McPherson interrompe però quella che sembrava una cavalcata trionfale. Dopo qualche tentennamento i suoi compagni decidono di continuare sostituendolo con Cuba Gooding e per un paio d’anni danno l'impressione di reggere bene alla perdita del loro leader. Nel 1974 l'addio di Sylvester, intenzionato a dedicarsi alla produzione, segna l'inizio del declino.

3 luglio 1972 - Muore Vittorio Mascheroni, il geniale maestro senza diploma

Il 3 luglio 1972 muore a Milano il settantaseienne Vittorio Mascheroni, uno dei più eclettici compositori della storia della canzone italiana. Da tutti chiamato "maestro", in realtà ha frequentato in gioventù il corso di composizione presso il conservatorio Giuseppe Verdi di Milano, ma ha abbandonato prima di conseguire il diploma. Nel 1915, ventenne di belle speranze, comincia a farsi conoscere nell'ambiente musicale milanese. Le sue prime composizioni sono brani strumentali d’ispirazione jazzistica destinati alle sale da ballo. Alla fine della prima guerra mondiale si dedica anche all’operetta componendo “La piccina del garage”, su un libretto di Leo Micheluzzi. Il suo talento non sfugge all’editore Carish che, dopo averlo scritturato, lo sostiene economicamente e l’incoraggia a comporre. Nel 1927 ottiene i primi successi con brani come Adagio Biagio e Tre son le cose che voglio da te i cui testi portano la firma del suo amico giornalista Angelo Ramiro Borella. Alla sua fertile vena compositiva si devono le musiche di brani come Tango della gelosia, Bombolo, Fiorin fiorello, Ziki-paki ziki-pu, Signorine non guardate i marinai e tanti altri. Eclettico e imprevedibile compone per il teatro di rivista, insieme a Luciano Ramo, la famosissima Lodovico interpretata da Vittorio De Sica, nello spettacolo "Za Bum - Le lucciole della città” di Falconi e Biancoli. Nel 1932, colpito dalla bellezza di Joséphine Baker compone per lei la modesta Come la neve destinata restare nella sua storia artistica quasi"un incidente di percorso". Insofferente alle restrizioni culturali del fascismo, poco prima dello scoppio della seconda guerra mondiale si ritira e solo dopo la Liberazione torna a comporre. Nella sua produzione del dopoguerra, caratterizzata da brani spesso in controtendenza rispetto alla tradizione, spicca Papaveri e papere, un brano sanremese del 1952 accusato di ironizzare sui notabili DC dell'epoca.

2 luglio 1960 - I ragazzi dalle magliette a righe

Il 2 luglio 1960 il MSI, erede diretto della tradizione fascista, apre a Genova, città martire della Resistenza, il suo VI Congresso. Il partito neofascista dal 25 marzo appoggia un governo monocolore democristiano guidato da Fernando Tambroni. Le sinistre, gli antifascisti e le organizzazioni partigiane lanciano un appello alla mobilitazione in difesa della democrazia “conquistata con il sangue dei nostri martiri”, contro il “risorgere dello spettro fascista”. Da parte loro i missini si sentono forti dell’appoggio dato al governo e delle assicurazioni ricevute, in materia di ordine pubblico, dallo stesso Tambroni. A dispetto della dura repressione migliaia di persone scendono in piazza in varie città d’Italia. Ne nascono violenti scontri che vedono protagonisti, per la prima volta nel dopoguerra, i giovani, subito ribattezzati "i ragazzi dalle magliette a righe" perché in gran parte indossano le colorate magliette estive a righe orizzontali di moda quell’anno sulle spiagge. La rivolta infuria a Genova come a Reggio Emilia, a Roma come a Catania. La polizia, in difficoltà a contenere le manifestazioni fa uso delle armi. Sei manifestanti vengono uccisi nel corso degli scontri in Emilia. Il cantautore torinese Fausto Amodei dedicherà a questi fatti la canzone Per i morti di Reggio Emilia, una delle più popolari canzoni politiche degli anni Sessanta. Il lungo braccio di ferro tra antifascisti e istituzioni dello Stato avrà termine il 19 luglio quando Tambroni rassegnerà le dimissioni da capo del governo.

1 luglio 1969 – Finisce l’epopea magica della Sun Records

Il 1° luglio 1969 Sam Phillips, il fondatore della Sun Records, vende la sua leggendaria etichetta a Shelby Singleton per una cifra imprecisata. L’atto di vendita riguarda una della case discografiche che più hanno segnato la storia del rock and roll. Fondata a Memphis nel 1952 questa piccola etichetta è stata, nel corso degli anni, il trampolino di lancio di artisti come, solo per citarne alcuni, Elvis Presley, Johnny Cash, Bobby “Blue” Bland, Ike Turner, Junior Parker, Conway Twitty, Jerry Lee Lewis, Roy Orbison, Carl Perkins, Charlie Rich e James Cotton. Chissà quale sarebbe stato il destino del rock and roll senza il coraggio e l’intraprendenza di Sam Phillips, un artigiano del disco che si definisce «un mancato difensore di criminali» perché non ha mai finito gli studi in legge. Nel 1941, infatti, si ritira dall’università di Florence, in Alabama, per dare un contributo al modesto bilancio della sua famiglia. Lavora come disc-jockey in varie emittenti dell’Alabama e del Tennessee fino a quando, nel 1946, cresce di grado e diventa annunciatore di una radio di Memphis. Quattro anni dopo, sfidando le critiche di chi lo invita a pensare alla famiglia, investe tutto quello che ha in un piccolo studio di registrazione al 706 dell’Union Avenue di Memphis. Ha un chiodo fisso in testa: far uscire la musica nera dal ghetto in cui è rinchiusa. Nel 1951 un disco di sua produzione, Rocket 88 di Jackie Brenston e Ike Turner entra nella classifica dei dischi più venduti. I soldi guadagnati vengono investiti nell’avventura della Sun che, nata nel 1952, ottiene i primi risultati l’anno dopo con il buon successo di Bear cat, un brano interpretato da Rufus Thomas. La grande occasione arriva però nel 1954 quando un ragazzone bianco varca le porte dei suoi studi per realizzare un disco da regalare a sua madre per il compleanno. È Elvis Presley. Sam ne intuisce le potenzialità, lo scrittura e poi grazie alla sagace e spavalda faccia tosta del “colonnello” Parker, manager del ragazzo, ne rivende a peso d’oro il diritti alla RCA Victor. Finalmente arrivano i soldi, tanti da perderci la testa! Ma Sam non è il tipo da perdersi per il denaro. Potenzia gli studi e lancia una serie incredibile di artisti. Negli anni Sessanta, però, l’arrivo del beat sembra mandare in soffitta il rock and roll. Per qualche tempo il vecchio lottatore resiste, poi cede. L’atto di vendita della Sun segnerà anche la fine di un’epoca.

30 giugno 1979 – L'ultimo disco dei Tubeway Army

Il 30 giugno 1979 i Tubeway Army arrivano al vertice della classifica britannica dei dischi più venduti con il brano Are friends electric?. Da tempo in crisi d'identità la band, ridotta ormai ai minimi termini, chiude con questo exploit la sua storia. Da qualche tempo, infatti, Gary Numan il leader, fondatore e principale ideologo del gruppo ha deciso di proseguire come solista più per necessità che per scelta. Proprio lui ha tentato fino all'ultimo di evitare la fine della band ma ha dovuto arrendersi alla realtà dei fatti. Il gruppo ha ormai una formazione inesistente composta dallo stesso Gary che, oltre a cantare, suona tastiere e chitarra, dal fedele e devoto bassista Paul Gardiner e dallo zio di questi, il batterista Jess Lidyard. Il primato in classifica chiude in gloria un'avventura iniziata nel 1977 quando il gruppo punk dei Lasers & The Ultimate Gang cambia nome in Tubeway Army. Per qualche tempo il sound e l'ispirazione non mutano ma il rapido declino del punk impone una svolta. Nella feroce discussione interna Gary Numan si contrappone ai compagni. Lui che sul piano giuridico detiene i diritti sull'utilizzo del nome pensa di fare dei Tubeway Army una band elettronica, in linea con le esperienze di gruppi come gli Ultravox! e i Kraftwerk. Gli altri però non ci stanno e tutti, tranne il bassista Paul Gardiner se ne vanno via sbattendo la porta per formare gli Station Bombers. Proprio da questa clamorosa scissione nasce il più grande successo della storia dei Tubeway Army. Nonostante la formazione raffazzonata tenuta insieme con il nastro adesivo la band, dopo un modesto album che ha per titolo il nome del gruppo, arriva al primo posto in classifica con Are friends electric? il cui successo fa volare alto anche l'album Replicas. Il successo non cambia il destino. La decisione di chiudere i battenti è già presa. Gary Numan continuerà come solista sulle strade del tecno pop e diventerà uno dei fenomeni commerciali più rilevanti del passaggio tra gli anni Settanta e gli Ottanta. Gli adolescenti ne faranno una bandiera e qualche critico in vena di eccessi parlerà di lui come di un "nuovo David Bowie".

29 giugno 1945 – Little Eva, la bambinaia di Carole King

Il 29 giugno 1945 nasce a Belhaven, nel North Carolina, Eva Narcissus Boyd. La neonata non lo sa, ma è destinata a diventare famosa in tutto il mondo con il nome di Little Eva. La sua è una famiglia numerosa, costretta a muoversi continuamente inseguendo il lavoro. Anche la piccola Eva non può permettersi di vivere tranquillamente la sua infanzia. Tutti devono dare il loro contributo per tirare avanti e la ragazzina si adatta alle necessità. Il lungo peregrinare li porta nel 1960 a New York, dove Eva, ormai quindicenne, riesce a farsi assumere dalle famiglie dei quartieri ricchi come bambinaia. Tra i suoi affezionati clienti ci sono anche Gerry Goffin e Carole King, in quel periodo marito e moglie, oltre che autori di successo. Favorevolmente impressionati dalla sua voce la convincono a sottoporsi a un provino il cui esito è più convincente del previsto. La diciassettenne Eva si ritrova così con un contratto discografico e un frettoloso nome d'arte: Little Eva. La ditta Goffin & King decide di affidare alla sua voce Locomotion, un brano inizialmente scritto per Dee Dee Sharp. La canzone ottiene uno straordinario successo arrivando al vertice delle classifiche in vari paesi. Decisi a sfruttare fino in fondo l'inaspettata gallina dalle uova d'oro discografici e produttori decidono di utilizzare l'immagine della ragazza per lanciare anche un ballo di moda con lo stesso nome della canzone. Il risultato è quello di legare per sempre a Locomotion il personaggio di Little Eva. L'esplosione del beat e l'ondata di rinnovamento che attraversa la musica pop mondiale, fanno il resto. Dopo lo scarso successo di brani come Keep your hands off my baby, Let's turkey trot e Old smokey locomotion, nel 1964 si chiude la sua avventura discografica. La ragazza non ha ancora diciannove anni ed è ormai considerata un reperto d'epoca. Negli anni successivi si tornerà a parlare di lei sull'onda della nostalgia ogni volta che Locomotion tornerà in classifica. È morta a New York il 10 aprile 2003.

28 giugno 1924 – Mammola Sandon, in arte Flo Sandon's

Il 28 giugno 1924 nasce a Vicenza Mammola Sandon, la futura Flo Sandon's. Figlia di un artigiano giramondo specializzato in vetrate per le chiese, pochi mesi dopo la nascita si ritrova a Cleveland, nell'Ohio, con la famiglia. Ci resta per dodici anni guadagnandosi l'appellativo di Flo, ricavato dalla contrazione della traduzione di Mammola in Flower (fiore). Quando torna in Italia il padre viene richiamato alle armi e parte per l'Africa. Lei si trasferisce a Roma con la madre. Vivace poliglotta che, oltre all'italiano e l'inglese, parla correttamente anche francese, spagnolo e tedesco, dopo la Liberazione offre i suoi servigi d'interprete alla Croce Rossa. Proprio nel 1945 debutta come cantante quasi per caso durante una festa di compleanno. Il primo a incoraggiarla a proseguire su quella strada è il maestro Clement Valentine. Nel 1946 dopo una breve esperienza nel quartetto vocale di Alessandro Alessandroni se ne va a Milano in cerca di fortuna. Qui ottiene il suo primo contratto discografico con la Telefunken (la futura Durium) per la quale incide in inglese una serie di celebri brani statunitensi. Nel 1947 la sua versione di Love letters vende duecentomila copie. È il primo successo discografico, ma segna anche il cambiamento definitivo del suo nome d'arte. In fase di composizione della copertina, infatti, il tipografo ha aggiunto inopinatamente la "s" del genitivo sassone al suo cognome che da Sandon diventa Sandon's. L'anno dopo spopola con Verde luna, il tema conduttore del film "Sangue e arena". Sono gli anni del suo maggior successo. Nel 1951 viene premiata con il Microfono d'argento e nel 1952 presta la voce a Silvana Mangano nel film "Anna" interpretando le canzoni T'ho voluto bene (Non dimenticar) e El negro Zumbon, che le valgono la consegna del primo disco d'oro assegnato dall'industria discografica italiana. L'anno successivo vince, in coppia con Carla Boni, il Festival di Sanremo, manifestazione che la vede ancora protagonista nel 1954 quando canta in duetto con Natalino Otto, il cantante che diventerà suo compagno di vita. Curiosa, intelligente e sperimentatrice cerca anche strade diverse dalla musica leggere e nel 1959 pubblica African ritual songs, un album con rarissime musiche africane. Dopo la morte di Natalino Otto ridurrà la sua attività iniziando una solitaria battaglia contro l'oscuramento storico e culturale della memoria del suo compagno, grande interprete di swing e protagonista della resistenza alla normalizzazione musicale del fascismo. Muore a Roma il 16 novembre 2006.

20 giugno, 2011

27 giugno 1980 – L'MLS protegge Bob Marley a San Siro

Il 27 giugno 1980 a Milano si tiene l'atteso concerto di Bob Marley. Da giorni si teme la presenza organizzata degli “autoriduttori”, gruppi di ragazzi che contestano il costo dei biglietti d’ingresso e tentano di entrare gratis la cui consistenza ha messo in difficoltà più di un servizio d'ordine. Per questo gli organizzatori del concerto si sono rivolti a un gruppo che a Milano ha fatto della sua capacità di "tenere la piazza" una delle caratteristiche principali: il Servizio d'Ordine dell'MLS, il Movimento Lavoratori per il Socialismo, erede dello storico Movimento Studentesco della Statale. La scelta crea non poche polemiche perché è la prima volta che un gruppo politico accetta di mettere il proprio servizio d'ordine a disposizione di un evento "privato". A destra c'è chi sostiene che si tratti, nei fatti, di una sorta di "legittimazione" di un gruppo "paramilitare e violento erede dei Katanga sessantottini". Non mancano però anche le critiche "da sinistra" per questa sorta di "mercificazione" della militanza. Incurante delle polemiche il servizio d'ordine intorno allo stadio è operativo fin dalla mattinata del 27 giugno. Sono circa cinquecento le persone impegnate, in gran parte militanti dell'MLS affiancati da qualche gruppo di “merce nera”, come vengono chiamati i volontari non politicizzati. Gli autoriduttori si sono dati appuntamento attraverso un volantinaggio a tappeto in una delle vie laterali allo stadio. Alle 17 arrivano le prime note della lunga kermesse musicale aperta dal bluesman Roberto Ciotti. Intorno alle 19, quando nel catino di San Siro inizia a suonare l'Average White Band, il gruppo degli autoriduttori fronteggia il cordone esterno del servizio d'ordine lanciando qualche slogan e molti insulti. Il primo assalto parte un'ora e mezza dopo e l’obiettivo è il cancello n. 23 dello stadio, che non può essere chiuso perché lesionato da mani ignote la notte precedente. Lo scontro con il servizio d’ordine è breve e violento e gli autoriduttori sono costretti a ritirarsi un po’ pesti. Maggior successo ha il tentativo delle 20.45 quando un centinaio di giovani arriva di corsa e si arrampica lungo le inferriate di recinzione dello stadio dal lato di Via Piccolomini, usando come piattaforma una FIAT 127 blu parcheggiata proprio lì dall'incauto proprietario per la felicità di uno dei tanti carrozzieri del capoluogo lombardo. Mezz'ora dopo arriva sul palco Bob Marley e da quel momento la cronaca lascia spazio alla musica.

26 giugno 1965 – Odoardo Spadaro, l’italiano che conquistò Parigi

Il 26 giugno 1965 a Careggi, un sobborgo di Firenze adagiato sulle pendici del monte Morello, muore a settant’anni Odoardo Spadaro, lo chansonnier italiano capace di conquistare un pubblico difficile e fondamentalmente nazionalista come quello francese. La sua scomparsa è un po' il simbolo della fine dell’epoca del teatro di rivista tradizionale con le sue scenografie rutilanti, le ballerine e i comici, da tempo soppiantato dalla commedia musicale. Autore e interprete di canzoni dai toni eleganti e dalla vena un po' malinconica Odoardo Spadaro nasce a Firenze in una famiglia della buona borghesia e frequenta il Regio Ginnasio Liceo "Dante Alighieri", all’epoca una delle scuole più esclusive del capoluogo toscano. Di quel periodo ama ricordare che mentre la famiglia voleva farne un avvocato, lui preferiva immaginarsi medico, anche se ai libri di testo preferiva il profumo un po' stantio dalle quinte teatrali. Dopo le prime esibizioni nel teatrino parrocchiale di Don Gallina frequenta la Regia Scuola di Recitazione di Luigi Rasi nel teatrino di Via Laura a Firenze. Nel 1912 si unisce alla compagnia drammatica De Sanctis-Borelli, ma ben presto capisce che la sua strada è il varietà. Scrive e interpreta, accompagnandosi al pianoforte, canzoni ironiche come Teatro lirico, Il pianista nordamericano o il Wagneriano nevrastenico. Dopo la prima guerra mondiale cerca fortuna all’estero. Nel 1927 conquista il Moulin Rouge di Parigi, al fianco della grande Mistinguette, di Jean Gabin e Viviane Romance e per oltre un decennio è uno degli artisti più amati dal pubblico parigino. Nel 1936 porta per primo in Italia il corpo di ballo delle Bluebells. Artista poliedrico passa indifferentemente dalla rivista alla prosa e all’operetta, non rinunciando al cinema come nel 1952 quando recita ne “La carrozza d’oro” di Jean Renoir. Alcune sue canzoni come La porti un bacione a Firenze, Il valzer della povera gente e Sulla carrozzella, sono immortali.

25 giugno 1988 – La morte prematura di Gigliola Negri

Il 25 giugno 1988 a Malgrate, in provincia di Como muore a soli trentaquattro anni Gigliola Negri, una delle più interessanti interpreti della canzone politica della seconda metà degli anni Settanta. Il suo debutto sul palcoscenico avviene nel 1975 al fianco di Arnoldo Foà in "Fischia il vento", uno spettacolo messo in scena in occasione del Trentennale della Resistenza e imperniato sul canzoniere antifascista italiano. Nel mese di novembre dello stesso anno tiene il suo primo recital brechtiano al conservatorio di Torino suscitando l’attenzione e i complimenti della critica, in particolare di Massimo Mila che le dedica una lusinghiera recensione. Nel 1976 partecipa al Festival Internazionale di musica contemporanea di Varsavia interpretando una cantata composta da Enrico Correggia su testi di Rafael Alberti. La sua popolarità si allarga a macchia d’olio anche al di fuori del ristretto numero di appassionati del genere. Negli anni successivi si esibisce in molte città italiane ed europee. La morte chiude prematuramente la sua carriera. Di lei restano un pugno di album: Gigliola Negri canta Garcìa Lorca, La lunga marcia di Mao Tse-Tung con musiche di Roberto Negri, Al gran verde che il frutto matura e, soprattutto, La diva dell’Empire, le musiche della Belle Epoque, registrato nel 1982 con Maurizio Fasoli al pianoforte.

24 giugno 1935 – Carlos Gardel, un tanghéro tolosano

Il 24 giugno 1935 un aereo si schianta al suolo nella zona di Medellin, in Colombia. La dinamica dell'incidente non lascia speranze: i passeggeri sono tutti morti e tra loro c'è Carlos Gardel, il tolosano del tango, un vero e proprio mito vivente che ha affascinato con le sue note il vecchio e il nuovo continente. La notizia della sua scomparsa, nonostante l'epoca e le difficoltà di comunicazione, fa il giro del mondo e getta nel lutto migliaia di ammiratori. Ai suoi funerali la polizia è costretta a fare gli straordinari per contenere una folla immensa calcolata in oltre venticinquemila persone che vogliono porgergli l’estremo saluto nella improvvisata camera ardente allestita al Luna Park di Buenos Aires. Le sue spoglie vengono tumulate al cimitero La Chacarita e la sua tomba diventa meta di costanti pellegrinaggi, mentre in tutto il Sudamerica vengono eretti un numero incredibile di monumenti alla sua memoria. Una tale popolarità non è usurpata. L’opera di Carlos Gardel è, infatti, fondamentale nella diffusione del Tango all’inizio del Novecento. Gli storici non hanno dubbi nell'attribuire alla sua cultura musicale e alla sua passione il merito dell’espansione di questa musica fuori dai confini dell’Argentina. L'aspetto più incredibile della sua vicenda artistica è che lui non è argentino, ma francese, anche se la sua data di nascita precisa sia ancora oggi un mistero. Sembra sia nato a Tolosa, in Francia, l’11 dicembre 1890 e che, giovanissimo, sia emigrato a Buenos Aires. Proprio nel capoluogo argentino nel 1911 incontra il cantante Razzano con il quale forma il duo Gardel-Razzano. Qualche anno dopo incide Mi noche triste, ancora oggi considerato uno dei brani storici del tango, ma la sua opera più importante riguarda il lavoro di composizione, ricerca e diffusione. Sull’onda della popolarità in campo musicale nel 1931 anche il cinema si accorge di lui e gli affida una parte nel film “Luces de Buenos Aires”, ma il grande schermo non aggiunge granché alla sua fama. Di lui resta il ricordo di una voce «nata per il Tango», roca e inconfondibile. Cinquant'anni dopo la sua morte il regista Fernando Ezequiele Solanas lo farà rivivere o, meglio, ne farà rivivere il fantasma nel film "Tangos – L’esilio di Gardel", una “tanghédia”, cioè un musical con la scansione del racconto epico costruito interamente sul ritmo del tango. La colonna sonora verrà affidata a quello che in molti hanno indicato come il vero erede di Gardel: Astor Piazzolla.

19 giugno, 2011

23 giugno 1971 – Censura RAI per Mauro Lusini

Il 23 giugno 1971 Mauro Lusini diventa uno dei cantautori italiani più censurati dalla RAI per ragioni politiche. La sua canzone America primo amore viene esclusa dalla diffusione radiofonica e televisiva. L'ha deciso la RAI che con il povero Lusini sembra avere un conto aperto. Sei anni prima, infatti, in occasione del Festival delle Rose, la censura aveva orrendamente tagliato un'altra sua composizione intitolata C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones. Il gesto censorio si era però tramutato in un colpo di fortuna, visto che il brano aveva venduto più di un milione di copie nell'interpretazione di Gianni Morandi e aveva avuto anche l'onore di essere presentato, in italiano, al raduno dell'Isola di Wight da Joan Baez. Per la verità la versione originale, interpretata da lui, non aveva superato le ottomila copie vendute, ma il successo come autore era stato innegabile. Di fronte all'ennesima censura, però, Mauro Lusini non accetta più né tagli né modifiche. Preferisce farsi oscurare piuttosto di rinunciare alle sue idee. In più la decisione dei censori non ha alcun fondamento. Il brano non è di quelli destinati a restare nella storia. America primo amore racconta la disillusione di una generazione cresciuta all'ombra del mito americano, ma non ha l'impatto emozionale di C'era un ragazzo…, eppure la RAI decide di censurarla. È evidente che il cantautore toscano è ormai sotto tiro e che la sua decisione di non piegarsi rischia di pesare sulla sua carriera. Sarà così. Qualche tempo dopo abbandonerà le scene. Quando tornerà lo farà prima in veste d'autore e poi di produttore. Tra il 1978 e il 1982, infatti, accetterà di produrre Nada, un altro personaggio scomodo della musica leggera italiana. Farà anche parte di una delle tante formazioni dei Goblin e nel 1986 con Alberto Radius, e Bernardo Lanzetti, darà vita per qualche tempo ai Cantautores, anche se la sua fama resterà per sempre legata a C'era un ragazzo

22 giugno 1909 – Mouse Randolph, il free-lance della tromba

Il 22 giugno 1909 nasce a St. Louis, nel Missouri, il trombettista Mouse Randolph, all'anagrafe Irving Randolph. La sua scuola è la strada o, meglio, l'emulazione dei trombettisti che vagano per le polverose strade del Sud degli Stati Uniti. Il piccolo Mouse assimila presto la lezione, anche se la mancanza di un vero maestro gli lascerà qualche imperfezione stilistica. Quando è ancora convinto che la differenza tra un musicista e un vagabondo non sia poi moltissima, ottiene il suo primo importante ingaggio professionale. Ha diciannove anni e si ritrova a far parte della prestigiosa orchestra di Fate Marable. Non ci resta per molto. Prima della fine del 1928 fa altre due esperienze importanti. La prima è con i Norman Mason's Carolina Melodists e l'altra con la band di Floyd Campbell. Il suo nome comincia a farsi notare tra gli addetti ai lavori e il buon Mouse non ha mai problemi a trovare qualcuno che lo faccia suonare. Dopo una breve parentesi con le formazioni di Alphonse Trent e di Frank Terry, nel 1931 entra a far parte di quella di Andy Kirk. Tre anni dopo è ormai un musicista affermato e conteso da personaggi come Benny Carter e Fletcher Henderson. Quest'ultimo affida proprio a lui il ruolo da solista nella registrazione di Shanghai Shuffle, pur avendo in formazione Red Allen. Suonerà poi con Cab Calloway, Ella Fitzgerald e Don Redman prima di entrare a far parte del sestetto di Edmond Hall. Negli anni Cinquanta fa parte in vari periodi nella band del sassofonista Eddie Barefield, anche se non disdegna qualche tour con l'orchestra latino-americana di Marcelino Guerra. Nel 1955 suona con Bobby Medera e nel 1958 è nella formazione di Henry "Chic" Morrison. Progressivamente l'organizzazione rigorosa delle orchestre gli diventerà sempre più stretta tanto che giungerà a definirsi un "free-lance del jazz". Nel 1961 registrerà una delle sue migliori esecuzioni in una seduta di incisione per la Yorkshire organizzata e diretta da Harry Dial.

21 giugno 1971 – Ehi guru, fottiti e lascia spazio alla musica!

Il 21 giugno 1971 da tutti gli Stati Uniti convergono a migliaia i giovani in Louisiana per assistere al Celebration of Life Festival, una lunga maratona di musica alla quale partecipano gruppi e artisti di spicco come i Pink Floyd, i Beach Boys, Miles Davis e B.B. King. L'evento si colloca in un periodo particolare. Da un po' di tempo, infatti, ciò che resta del movimento hippie e pacifista è diviso in due tronconi. Da una parte c'è quella componente che, sull'onda del "flower power", ha finito per rifugiarsi sempre più in una sorta di individualismo di massa, finalizzato alla felicità interiore e sostanzialmente assente dalle grandi questioni sociali che avevano caratterizzato alla fine degli anni Sessanta la cultura giovanile. Da tempo la mescola di filosofie orientali e amore per la natura ha perso la carica antagonista iniziale per trasformarsi in una sorta di indifferenza ideologica che ha trovato nei mass media una notevole cassa di risonanza. Dall'altra parte ci sono le comuni hippie più politicizzate, le uniche contro le quali continua e essere attivo l'apparato repressivo e la campagna mediatica di disinformazione. Proprio queste si sono impegnate in uno sforzo notevole contro le ipotesi di fuga dalla realtà, non lesinando critiche aspre ai loro "fratelli separati". In questa situazione il Celebration of Life Festival da appuntamento tradizionale per le varie comunità hippie si trasforma in un confronto tra le opposte tendenze. Per prevenire disordini c'è un notevole dispiegamento di forze dentro e fuori dal luogo dove si svolge il concerto. Diversamente da analoghe situazioni, però, le comuni più radicali evitano il confronto violento e rispolverano l'ironia. Quando il guru Yogi Bahjan sale sul palco per la solita predicozza sulla pace interiore e chiede un minuto di silenzio, dal pubblico si alza una voce che urla «Fuck you, let’s boogie!» (Fottiti, diamoci sotto (con la musica)!). Una gigantesca risata seppellisce definitivamente il tentativo.

13 giugno, 2011

20 giugno 1987 – Lisa l'ispanica

Il 20 giugno 1987 al vertice della classifica statunitense dei singoli più venduti svetta il brano Head to one, la cui interpretazione è firmata dai Lisa Lisa & Cult Jam. Il brano, estratto dall'album Spanish Fly, porta per la quarta volta nelle classifiche di vendita la band nata nei quartieri ispanici di New York. Il risultato smentisce poi le previsioni di quei critici che avevano considerato Lisa Lisa & Cult Jam poco più di una meteora nata casualmente nel vorticoso mondo della dance. Il gruppo nasce nella prima metà degli anni Ottanta quando la sua leader indiscussa, Lisa Velez, incontra Mike Hughes e Alex "Spanador" Mosley, che fino a quel momento hanno raggranellato qualche soldo suonando come musicisti di studio. I tre si mettono insieme e iniziano a proporsi, senza risultato, a varie case discografiche. Rassegnati stanno per chiudere bottega quando incontrano i Full Force, una band formata dai fratelli Lou, Paul e Brian George con Gerry Charles, Junior Clarke e Curt Bedeau, di cui si dice un gran bene. I due gruppi uniscono gli sforzi e, proprio grazie alla relativa popolarità dei Full Force, nel 1985 pubblicano l'album Lisa Lisa & Cult Jam with Full Force con tre singoli dance di successo. Mentre per i Full Force la strada diventa facile, Lisa Lisa & Cult Jam vengono considerati un po' come dei miracolati cui è toccato in sorte il biglietto vincente della lotteria. Faticano a trovare qualcuno che creda nelle loro possibilità e soltanto nel 1987 riescono a pubblicare il loro primo album da soli: Spanish fly. Sostenuta dal tifo delle comunità ispaniche la band vola alta. Arriva al vertice delle classifiche con Head to one e si ripete con Lost in emotion. La band dell'orgogliosa Lisa Velez ce l'ha fatta. Nel 1990 dedicherà alla sua gente l'album Straight outta hell's kitchen prendendo in prestito il nomignolo sprezzante con cui i benpensanti newyorkesi chiamano il quartiere dove è nata: Hell's kitchen (cucina dell'inferno).

19 giugno 1977 – Nazi scatenati contro Paul Cook

Il 19 giugno 1977 il batterista Paul Cook dei Sex Pistols esce dalla stazione della metropolitana di Shepherds Bush. Pensieroso e un po' assonnato non si avvede di un gruppo di persone che lo sta seguendo. Sono sei ragazzi corpulenti dall'aria strafottente che a grandi falcate cercano di raggiungerlo. Lo chiamano: «Bastardo, hey bastardo!» Paul, che ha sentito le voci ma non ha capito le parole, si volta per la curiosità. Immediatamente i sei lo circondano. Sono neonazisti. Appartengono a quel microcosmo variegato cresciuto all'ombra del National Front che ha deciso di combattere una personale battaglia contro gli immigrati, i punk, i tossicodipendenti e gli omosessuali. Cook è visibilmente spaventato, ma trova la forza di mandarli a farsi fottere. «Sei un punk bastardo, checca e drogato, adesso ti ammazziamo!». Improvvisamente nelle loro mani compaiono spranghe di ferro e coltelli. Il batterista dei Sex Pistols evita il primo colpo di coltello, ma non può far nulla contro le spranghe. Ferito scivola lentamente a terra urlando e chiedendo aiuto. Qualcuno chiama la polizia, alcuni passanti intervengono, i nazi scappano. Il buon Cook è come un cencio lavato e sanguina un po' dovunque. «Non è niente» dice ai primi soccorritori, ma viene trasportato a forza in ospedale. Il bilancio finale del pestaggio sarà di una quindicina di punti di sutura e una lunga serie di contusioni e lacerazioni varie. L'aggressione fa parte di una campagna feroce scatenata dall'estrema destra contro i punk e, soprattutto, contro i Sex Pistols. Il giorno prima il cantante del gruppo Johnny Rotten e il tecnico Bill Price sono caduti in un altro agguato neonazista nel parcheggio del Pegasus Hotel. Rotten ha avuto la peggio ed è stato ferito al viso e alle mani. Non sarà l'ultima aggressione nei confronti dei Sex Pistols né l'ultimo esempio di violenze contro i punk da parte dell'estrema destra. Ben presto, però, gli aggrediti inizieranno a reagire in modo organizzato ed efficace.

18 giugno 1980 – Per la prima volta sullo schermo le avventure dei fratelli Blues

Il 18 giugno 1980 a New York viene proiettato per la prima volta in pubblico il film “The blues brothers”, una commedia musicale che ha per protagonisti John Belushi e Dan Aykroyd.
Il film, che racconta le avventure dei fratelli Jack ed Elwood Blues alla ricerca di fondi per salvare dalla chiusura l’orfanotrofio nel quale sono stati allevati, riporta all’attenzione del pubblico di tutto il mondo un genere, come il blues, che sembrava definitivamente oscurato dall’avvento delle nuove mode musicali. Del cast fanno parte alcuni ‘mostri sacri’ della storia della musica internazionale come Aretha Franklin, Ray Charles, James Brown, John Lee Hooker e Cab Calloway.

17 giugno 1948 – Incidente alla RAI, Silvana Fioresi perde la voce

Poco dopo le 13 del 17 giugno 1948 negli studi RAI di Roma in Via Asiago l’orchestra del maestro Armando Fragna sta eseguendo una serie di brani musicali. In quel periodo tutto si svolge in diretta e al microfono si alternano, uno dopo l'altro, le voci soliste della formazione, tra cui spiccano i nomi di Silvana Fioresi e Claudio Villa. Alle 13,13 un boato interrompe il programma. È esploso il compressore che alimenta l'impianto dell'aria condizionata. Tra le fiamme, il fumo e i gas, operai, impiegati, tecnici, musicisti e cantanti cercano disperatamente di mettersi in salvo nel dedalo di studi e corridoi. L'intervento tempestivo dei vigili del fuoco evita il peggio, ma il bilancio finale è ugualmente impressionante: nove ustionati, duecento feriti e un numero incalcolabile di intossicati dai gas ammoniacali. Tra questi c'è la cantante Silvia Fioresi, svenuta e soccorsa da Claudio Villa e dal regista Riccardo Mantoni. Le condizioni della cantante non sono gravi, ma l'esposizione ai gas ammoniacali sembra aver compromesso in modo definitivo le sue corde vocali. I primi medici che la visitano scuotono la testa. La sua carriera sembra finita lì. All'anagrafe il suo cognome è La Rosa, e suo padre è il violinista Adriano La Rosa. Nata a Genova nel 1921, a nove anni emigra con la famiglia a El Salvador. Tornata in Italia si diploma in pianoforte e canto al Conservatorio di Torino e nel 1940 debutta alla radio, insieme a Norma Bruni e Aldo Donà, interpretando Besame. La sua voce ricca di swing è ormai popolarissima quando, alla fine del 1943, lascia la musica. Dopo la Liberazione, però, torna sui suoi passi e riprende l'attività a Milano con le orchestre di Gorni Kramer e di Luciano Zuccheri. L'incidente del 17 giugno pare troncare per sempre le sue velleità, ma lei non s'arrende. Siccome i gas hanno intaccato solo in parte il suo apparato vocale, decide di sottoporsi a una lunga e faticosa terapia di rieducazione fonetica. Un anno dopo ha recuperato quasi completamente le potenzialità vocali originarie e ricomincia a cantare. Non resterà, però, in Italia. Scritturata per una breve tournée sudamericana rimarrà nel Nuovo Continente per quasi vent'anni diventando una delle interpreti più apprezzate. I suoi dischi arriveranno al vertice delle classifiche di vendita in Argentina, Cile, Brasile, Uruguay, Columbia, Venezuela e Repubblica Dominicana. Tornerà in Italia soltanto nel 1967 e nel 1971 registrerà una serie di dischi antologici con Dino D'Alba.

09 giugno, 2011

16 giugno 1967 – A Monterey si suona gratis

Il 16 giugno 1967 con il brano Enter the young gli Association aprono il Monterey Pop Festival, destinato a restare nella storia, oltre che come l'antesignano dei grandi raduni di massa della generazione hippy, come un primo segnale evidente di un'epoca di grandi cambiamenti. Organizzato da un singolare trio composto da John Philips dei Mamas & Papas, Paul Simon e Lou Adler per un pubblico stimato, alla vigilia, intorno alle settemila persone, attirerà, invece, oltre cinquantamila giovani e con la sua svolta musicale progressista contribuirà, nonostante i dubbi degli esperti di mercato, a far uscire il rock dai ristretti recinti delle musiche di culto. Farà conoscere al mondo, anche grazie al film realizzato nei tre giorni della manifestazione dal regista D.A. Pennebaker, la chitarra lancinante di Jimi Hendrix, la carica devastante degli Who e gli innovativi suoni delle band nate nel movimento hippy di San Francisco, prima fra tutte Janis Joplin con i suoi Big Brother & The Holding Company. Segnerà anche la consacrazione di Otis Redding, profeta di un soul che, senza rompere con le sue radici nere, abbatte le barriere razziali per parlare ai giovani di tutti i colori. A Monterey la generazione hippy sceglie poi i suoi nuovi eroi e li acclama sul campo, come accade ai Buffalo Springfield, a Simon & Garfunkel e alla Paul Butterfield Band, arrivati in punta di piedi e ripartiti con l'investitura ufficiale. La kermesse inizia nel primo pomeriggio del 16 giugno. Dopo gli Association salgono sul palco Lou Rawls e Johnny Rivers, cui seguono gli Animals di Eric Burdon riformatisi quasi per l'occasione. La chiusura della giornata celebra la santificazione di Simon & Garfunkel. Tra le curiosità del secondo giorno di Festival, dedicata al blues, ci sarà l'improvvisa defezione di vari artisti neri, sostituiti in tutta fretta dai bianchissimi Canned Heat e Janis Joplin, ma a rimettere la cose a posto ci penserà, a notte inoltrata, l'esplosivo Otis Redding. Nel terzo e ultimo giorno le note di Jimi Hendrix infiammeranno la platea a tal punto che i Buffalo Springfield, incaricati della chiusura, faticheranno non poco a convincere tutti della necessità di sgombrare l'area prima dell'alba. Alla fine, tirate le somme, gli organizzatori potranno contare su un utile di duecentomila dollari che verranno immediatamente devolute in beneficenza, come annunciato da tempo. Agli artisti, invece, non toccherà un soldo, perché i patti erano chiari fin dall'inizio: « A Monterey si suona gratis».

15 giugno 1937 – Waylon Jennings il fortunato

Il 15 giugno 1937 a Littlefield, nel Texas, nasce il bassista e cantante Waylon Jennings. Protagonista dell'esplosione del rock and roll diventa famosissimo per la fortuna che lo assiste quando nella notte tra il 2 e il 3 febbraio 1959 rinuncia a salire sull'aereo noleggiato da Buddy Holly e sopravvive così all'incidente che costa la vita allo stesso Buddy, a Big Bopper e a Ritchie Valens. Miracolato dalla sorte continua nella carriera da solista, non disdegnando di collaborare con altri strumentisti e gruppi. Negli anni Sessanta quando il rock and roll delle origini entra in crisi sotto i colpi del vento nuovo che arriva dalla Gran Bretagna, lui non si scompone. Si sposta sulla linea più tradizionale del country e si diverte a introdurre qua e là venature di rock sui brani più conosciuti della tradizione. Visto che la formula funziona ci prende gusto. Nel 1965 entra nella classifica dei singoli più venduti negli Stati Uniti con tre brani, Green river, MacArthur Park e Only daddy that'll walk the line. Nel 1966 anche Hollywood si accorge di lui e lo chiama a interpretare il film "Nashville rebel". Ormai il country è il suo territorio preferito, nonostante qualche rimpatriata nostalgica nel rock and roll delle origini come quella negli anni Settanta al fianco dei Crickets, l'ex band di Buddy Holly. Nel 1978 in coppia con Willie Nelson vince il premio della critica per il miglior duo country dell'anno. Pur essendo uno dei simboli tipici di quel country che fatica a evolversi perché diffidente nei confronti delle innovazioni, non verrà mai considerato un reazionario dai nuovi e più incendiari interpreti delle giovani generazioni. Anzi, le sue vicende di vita, il suo passato da rockabilly e la sua disponibilità gli garantiranno un notevole rispetto. Lui, riconoscente e un po' marpione, presterà volentieri la sua esperienza a tutti quelli che glielo chiederanno da Los Lobos a Emmylou Harris, da Hank Williams a Jessi Colter, a molti altri.

14 giugno 1947 – Brubeck, un cognome ingombrante

Il 14 giugno 1947 nasce a San Francisco in California il tastierista e polistrumentista Darius Brubeck, il primo figlio del pianista Dave Brubeck, uno dei pilastri della storia del jazz. Per la verità lui si chiama David Darius Brubeck, ma per non essere confuso con un ingombrante monumento come suo padre decide di utilizzare quasi esclusivamente il proprio secondo nome. Già in questo particolare è evidente come per molto tempo abbia avuto il problema di "smarcarsi" dal padre e costruirsi una carriera in proprio. Nel 1961, a cinque anni, inizia a prendere lezioni di pianoforte. Più tardi studia tecnica strumentale, armonia e composizione con maestri come Darius Milhaud, Gordon Smith e Donald Martino. Eclettico e interessato ad allargare le sue conoscenze frequenta anche i corsi di etnomusicologia e storia delle religioni. In quel periodo viene attratto particolarmente dalla cultura indiana. Non avendo a disposizione cattedre specifiche chiede e ottiene di poter studiare privatamente, gli strumenti, le forme e le strutture musicali dell'India. Verso la fine degli anni Sessanta, quando ormai ha terminato gli studi e le varie specializzazioni, decide di dare vita al Darius Brubeck Ensemble, una band che schiera in formazione anche i suoi fratellini Chris e Daniel. Ottiene un buon successo, ma è infastidito dal costante paragone con il padre. Pian piano, però, con il crescere della sicurezza nei propri mezzi, finisce per affrancarsi dall'ingombrante genitore. Non lo vede più come un pericoloso concorrente e si fa solleticare dall'idea di farne un partner. Nel 1972 il suo Darius Brubeck Ensemble si unifica con il Dave Brubeck Trio. Nascono così i Two Generations of Brubeck, un gruppo a base famigliare nel quale Darius suona spesso il sintetizzatore dialogando con il pianoforte del padre. Paradossalmente l'esperienza gli toglie per sempre di dosso l'ombra delle virtù paterne. Ospite fisso di vari Festival di Newport vince anche una lunga serie di importanti premi come compositore.

13 giugno 1970 – In the summertime

Il 13 giugno 1970 schizza al vertice della classifica britannica dei singoli più venduti In the summertime, una canzoncina senza pretese destinata a lasciare un segno indelebile nella storia del pop per i suoi suoni sporchi e per l'utilizzo di strumenti inusuali, compreso il soffio cadenzato nel collo di una damigiana e lo sfregamento di una grattugia. Il disco venderà sei milioni di copie e arriverà al primo posto nelle classifiche di ben ventisei paesi, Italia compresa. Ne sono interpreti i Mungo Jerry, una band formata l'anno precedente dal cantante e chitarrista Ray Dorset insieme a Paul King, anche lui esperto di strumenti a corde, al tastierista Colin Earl e al bassista Mike Cole. Manca un batterista ma la scelta non è casuale. I Mungo Jerry, infatti, nascono nella mente di Dorsey come una sorta di band povera, sulla falsariga delle jug band statunitensi, a strumentazione variabile e arricchita dall'uso musicale di oggetti d'uso comune. Il successo così rapido e inatteso finirà per mettere in crisi la stessa band. Mentre i discografici tentano di sfruttare la formula con un altro paio di singoli, il gruppo non regge la pressione. Pochi mesi dopo il successo di In the summertime Mike Cole se ne va, sostituito rapidamente dal bassista John Godfrey. Non è finita, perché nel 1972 il primo calo di vendite allarma la casa discografica che chiede loro di "elettrizzare" maggiormente i suoni. Colin Earl e Paul King non ci stanno e salutano la compagnia. Dorset "normalizzare" la formazione con il batterista Tim Reeves e il tastierista Jon Pope. È l'inizio della crisi definitiva. A partire dal 1974 i Mungo Jerry sono praticamente una sigla che nasconde il solo Ray Dorset con il supporto di musicisti di studio. Nel 1977 Dorset convincerà Colin Earl a seguirlo nel tentativo di ridare vita alla band con il bassista Chris Warnes e il batterista Pete Sullivan, ma ormai lo spazio loro riservato è soltanto quello della nostalgia e del revival.

12 giugno 1963 – Muore la tromba della Yerba Buena

Il 12 giugno 1963 muore di cancro a Montreal, in Canada, il quarantaseienne trombettista Bob Scobey. Registrato all'anagrafe con il nome di Robert Alexander Scobey nasce a Tucumcari, nel New Mexico, nel 1916. Due anni dopo con la famiglia si trasferisce a Stockton, in California, dove inizia a soffiare in una cornetta quando non ha ancora compiuto nove anni. A quattordici passa alla tromba e perfeziona gli studi musicali al Berklee College. Se si escludono varie esibizioni con gruppi improvvisati la sua vera attività professionale inizia nel 1936 quando ottiene la prima scrittura da un orchestra da ballo di San Francisco. Due anni dopo conosce il jazz e ne resta affascinato al punto da diventare uno dei principali esponenti di quello che verrà chiamato "San Francisco style". L'artefice principale della conversione è Lu Watters, che diviene un suo inseparabile compagno d'avventure musicali. Proprio con Watters e Turk Murphy partecipa alla costituzione della Yerba Buena Jazz Band, tra i gruppi più originali di San Francisco e di tutto il movimento revivalistico del dopoguerra. Il successo, anche discografico, della Yerba Buena, nasce dalla capacità di riproporre con arrangiamenti spettacolari i classici di Oliver e di Morton rispettandone lo spirito e, per quanto possibile, i suoni originali. L'esperienza, però, non dura. Nel 1947 forma una propria jazz band destinata a ospitare una lunga serie di musicisti di qualità come, tra gli altri, Jack Buck, Wally Rose, Burt Bales, Clancy Hayes, Bob Mielke, Bill Napier, Bob Short, Ralph Sutton, Abe Lincoln e Warren Smith. Nel 1962 si avventura con la sua band in un lungo tour che tocca vari paesi Europei e fa storcere il naso ai puristi del jazz per il contesto in cui si esibisce: lo show sportivo degli Harlem Globetrotters, i funamboli del basket. Il cancro non lo spaventa. Suona fino alla morte. Nel 1976 la sua compagna pubblicherà una biografia intitolata "He rambled' till cancer cut him down".

11 giugno 2004 – Nasce l’Emu, la prima etichetta pubblica italiana dopo anni di privatizzazioni

L’11 giugno 2004 dopo anni, anzi decenni, un Ente pubblico ha deciso di diventare editore musicale e discografico. L’Ente è l’Università di Siena che pubblica Foglie in ira dei Dedalo, il primo album prodotto dalla EMU, la neonata etichetta musicale universitaria. C’era una volta in Italia una delle industrie discografiche pubbliche più importanti del mondo. Nata nei primi anni del Novecento aveva accompagnato la diffusione della musica popolare, ne aveva guidato le innovazioni tecniche, anticipando e qualche volta determinando i gusti del pubblico. La sua esistenza era stata anche un punto di riferimento importante per lo sviluppo delle iniziative private. C’era una volta, perché adesso non c’è più. La sbornia privatizzatrice e liberista degli ultimi vent’anni ne ha fatto strame. Tutto è stato messo in vendita e pezzi interi di un catalogo che era, prima di tutto, una parte importante della storia e della cultura del nostro paese, sono scomparsi, volatilizzati nel mercato dei collezionisti e, in qualche caso, perduti in qualche magazzino polveroso. Quasi a dimostrare come ci fosse un nesso inscindibile tra il polo pubblico e l’iniziativa privata, pochi anni dopo l’avvio della furia privatizzatrice, anche la grande industria discografica privata collassa e diventa preda delle major multinazionali. In breve tempo il nostro si trasforma in un paese musicalmente periferico e colonizzato. Sopravvive a stento un arcipelago di medie, piccole e piccolissime strutture di produzione, spesso alimentate dalla passione e da poco altro. Nella calura della desolazione è improvvisamente arrivato un refolo fresco e frizzante. Il primo album prodotto dalla EMU non è una sperimentazione, ma la conclusione di un lungo percorso dell’Ateneo nel campo della comunicazione e dello spettacolo. «EMU nasce proprio dalla volontà di incidere sulla produzione musicale immettendo sul mercato prodotti di qualità che prescindano dalla loro immediata commerciabilità, coerentemente con le nostre finalità istituzionali che sono appunto culturali e non di lucro» dice Monica Granchi, curatrice del progetto. Questa storia del pubblico che ridiventa editore ha colto di sorpresa un po’ tutti, compresa la SIAE che non aveva neppure i moduli adeguati a raccogliere la richiesta di licenza da parte di un’Università, cioè di un “soggetto non iscrivibile alla Camera di Commercio”. L’Ateneo senese rivendica con orgoglio e consapevolezza la decisione di avviarsi «in un cammino imprenditoriale che è la manifestazione tangibile di un progetto culturale che ha le sue radici in una storia lunga otto secoli, in una comunità che apprende, insegna, fa ricerca, pronta ad accogliere le innovazioni, a trarre ispirazione in modelli avanzati, senza paura di perdere la propria identità».

06 giugno, 2011

10 giugno 1940 – C’è la guerra, niente musica americana!

Il 10 giugno 1940, mentre Benito Mussolini annuncia che l’Italia fascista ha dichiarato guerra alla Francia e alla Gran Bretagna, un provvedimento specifico vieta di ballare in pubblico e procede alla chiusura dei locali notturni. Da tempo, nel suo processo di normalizzazione della cultura e dello spettacolo, il regime fascista alterna provvedimenti durissimi a momenti di liberalizzazione di fatto. Più si stringono i rapporti con la Germania nazista e maggiori si fanno le restrizioni alla libertà di espressione, non solo in campo musicale. Dopo la promulgazione delle famigerate leggi razziali si è assistito a un progressivo giro di vite contro tutto ciò che può essere occasione di scambio di idee o che appare, sia pur velatamente, "straniero". La dichiarazione di guerra peggiora ancora la situazione. Un bando apposito comunica agli italiani che la "musica americana" o anche solo "d’ispirazione americana" debba intendersi categoricamente proibita. Dopo gli autori di origine ebrea vengono anche il jazz viene cancellato, nonostante uno dei figli di Mussolini, Romano, riscuota la stima dei musicisti che lo considerano uno dei più promettenti esponenti del genere. Di fronte all'attacco inizia la resistenza. Con fantasia e genialità c’è chi aggira i divieti, spesso rischiando la carriera e, in qualche caso, la vita stessa. Uno dei personaggi più singolari del periodo fascista è il jazzista Luigi Redaelli che, con lo pseudonimo di Pippo Starnazza, se ne frega dei divieti e continua a cantare in un inglese strampalato e inventato riproponendo al pubblico classici proibiti come Dinah, Sweet Sue o St. Louis blues. Lo fa giocando sull'ironia. Con una buffa voce da nero americano, un inglese maccheronico con un forte accento milanese e le smorfie della sua faccia di gomma confonde le idee della censura provinciale e ignorante dell’italietta fascista che vede in lui più una macchietta che un grande batterista jazz quale egli è. Si costruisce un personaggio unico come la grancassa della sua batteria, sulla quale sono dipinti un buffo ritratto e lo scudetto dell’Inter. Al di là degli aspetti più coloriti, il suo lavoro resta un momento di resistenza importante perché, oltre a mantenere in vita un genere musicale che si vuol cancellare, dà la possibilità a vari strumentisti di continuare a lavorare nonostante la censura.

9 giugno 1916 – Les Paul l'inventore

Il 9 giugno 1916 a Waukesha, una cittadina del Wisconsin nasce Les Paul, all'anagrafe Lester William Polfuss, chitarrista destinato all'immortalità non tanto per le sue qualità artistiche, quanto per aver convinto la Gibson a produrre una chitarra elettrica di sua invenzione, la Les Paul Guitar, uno dei modelli che hanno fatto la storia del rock. Autodidatta, inizia, ancora adolescente, a suonare la chitarra e l'armonica con il nome d'arte di Rhubarb Red. Nel 1932 è a Chicago dove, già con il nome di Les Paul forma con il cantante Joe Wolverton un duo che ottiene un buon successo e qualche scrittura dalle varie emittenti radiofoniche della zona. Nel 1938 se ne va a New York per suonare la chitarra elettrica con Fred Waring & His Pennsylvanias, ma l'esperienza si rivela deludente e l'anno dopo torna a Chicago. Qui lavora ancora negli ambienti radiofonici prima di salire sul pullman che lo porta in California insieme alla sua fida chitarra. Proprio sotto il sole californiano nasce il Les Paul Trio, che lo impone all'attenzione della critica come uno dei più dotati chitarristi jazz di quel periodo, nonostante il suo stile risenta delle evidenti influenze di Django Reinhardt. La buona tecnica supplisce, però, alla scarsa originalità, visto che Norman Granz lo vuole nel gruppo di strumentisti che registrano un gran numero di brani pubblicati sotto la sigla Jazz At The Philarmonic. Accanto a lui ci sono personaggi di primo piano come Illinois Jacquet, Nat King Cole, Johnny Miller, Lee Young e tanti altri. Nel 1946, sotto la spinta di Bing Crosby apre un proprio studio di registrazione dove sperimentò nuove tecniche di sovrapposizione dei suoni con registratori ad otto piste. In questo periodo rischia anche di perdere in un incidente stradale l'arto destro, ricucito a fatica da un chirurgo che si dichiara suo ammiratore. La leggenda vuole che siano state proprio le difficoltà nell'uso dell'arto a suggerirgli la progettazione di una nuova chitarra. Nel 1949 sposa la cantante Mary Ford con la quale forma un duo che ottiene un buon successo discografico proprio grazie alle tecniche di sovrapposizione dei suoni. La sua popolarità resta comunque legata al famoso modello di chitarra che, snobbato negli anni Cinquanta al momento della sua prima realizzazione, diventerà uno dei preferiti dai grandi chitarristi del rock and roll prima e del rock poi. Muore a New York il 12 agosto 2009.

8 giugno 1991 – More than words per gli Extreme

L'8 giugno 1991 arriva al vertice della classifica dei singoli più venduti negli Stati Uniti More than words una ballata acustica di insolita dolcezza per la band che la propone. Il brano rappresenta infatti l'anomala consacrazione commerciale degli Extreme, uno dei più interessanti gruppi di heavy metal del periodo. Formati a Boston, nel Massachusetts dal cantante Gary Cherone, dal chitarrista portoghese Nuno Bettencourt, dal bassista Pat Badger e dal batterista Paul Geary alla fine degli anni Ottanta faticano non poco a imporsi. All'inizio scelgono di chiamarsi The Dream ma, poi, anche su consiglio del loro manager, propendono per un nome decisamente più adeguato al loro genere e lo cambiano in Extreme. Il loro primo album risale al 1989 e si intitola, semplicemente, Extreme. L'accoglienza di pubblico e critica è un po' freddina. I quattro vengono tacciati di «scarsa originalità». Non va meglio al singolo Kid ego. L'anno dopo ci riprovano. Il destino del secondo album Pornograffitti non sembra diverso da quello del precedente: scarse vendite e sostanziale indifferenza anche nei confronti dei brani estratti dallo stesso album e pubblicati in due singoli. I ragazzi, però, non demordono. Convincono il produttore a pubblicare in singolo anche un altro brano contenuto in Pornograffitti, all'inizio considerato poco più di un riempitivo. È More than words. Il disco vola nelle classifiche statunitensi e britanniche e, a quasi un anno di distanza dalla sua uscita, rilancia anche l'album. Catapultati sulla scena internazionale e inseriti a furor di popolo nel cast del concerto in memoria di Freddie Mercury allo stadio di Wembley in Londra, gli Extreme si fanno furbi. Diluiscono l'impostazione heavy in un sound più ampio e maestoso, smussandone le asperità e riuscendo così ad ottenere un perfetto equilibrio tra la ballata e l'hard rock, con l'aggiunta di qualche richiamo classicheggiante e si garantiscono così un buon periodo di successi.

7 giugno 1969 – In centoventimila all'Hyde Park per i Blind Faith

Il 7 giugno 1969, dopo aver completato la registrazione del primo album, i Blind Faith fanno il loro debutto dal vivo con un concerto gratuito in Hyde Park di fronte a centoventimila spettatori. L'affollamento è incredibile, ma non inatteso, vista la gigantesca campagna promozionale che ha accompagnato le notizie dell'avvenuta costituzione di una band che sulla carta sembra destinata a un grandissimo successo. È, infatti, una sorta di supergruppo composto da alcuni tra i migliori strumentisti della scena rock britannica di quel periodo: i chitarristi Steve Winwood dei Traffic ed Eric Clapton dei Cream, il batterista Ginger Baker dei Cream e il bassista Rick Grech dei Family. L'imponente sforzo pubblicitario e promozionale che ha accompagnato la loro costituzione e la registrazione dell'album non ha influenzato soltanto il "popolo del rock", ma anche i musicisti che sono presenti in gran numero al loro debutto dal vivo. In Hyde Park si riconoscono volti noti come quelli di Mick Jagger, Mick Fleetwood, Donovan, Chas Chandler già degli Animals, Mitch Mitchell e Noel Redding dei Jimi Hendrix Experience, Jim Capaldi e Chris Wood dei Traffic, Terry Hicks degli Hollies e Mike Hogg dei Manfred Mann. Il compito di scaldare il pubblico viene affidato a un Richie Havens un po' frastornato dall'eccezionalità dell'evento. Poi tocca ai Blind Faith che presentano gran parte dei brani del loro album appena terminato. L'esibizione infiamma il pubblico che sottolinea con applausi e ululati i passaggi in cui maggiormente emergono i talenti individuali dei componenti della band. Particolarmente applauditi sono l'assolo percussionistico di Baker in Do what you like e quello al violino di Rick Grech in Sea of joy, ma tutto il concerto viene vissuto dai centoventimila presenti in modo entusiasmante. Non è così per i musicisti. Le aspettative suscitate dall'imponente sforzo promozionale che sostiene il progetto dei Blind Faith e le ossessive aspettative del pubblico turbano il delicato equilibrio psicologico dei componenti tanto che sia Winwood che Clapton parleranno con disagio di questa esperienza. I Blind Faith si scioglieranno alla fine della loro prima tournée consegnando alla storia uno splendido album e il ricordo di un'avventura che poteva finire diversamente.