28 ottobre, 2011

31 ottobre 1937 - Nasce Tom Paxton, folksinger e studente modello

Il 31 ottobre 1937 nasce a Chicago, nell’Illinois, il folksinger Tom Paxton. A dieci anni si trasferisce con la famiglia in Oklahoma dove compie l'intero corso di studi mettendosi in evidenza come una sorta di "studente modello". Quando si laurea non ha ancora compiuto ventidue anni, ma ha il difetto di occuparsi troppo da vicino dei problemi politici e sociali. Appassionato di musica, compone e canta canzoni che si richiamano alla tradizione folk statunitense. I suoi modelli sono i folksinger impegnati sul fronte dei diritti civili e sindacali, come Woody Guthrie e Pete Seeger. Dopo la laurea delude i genitori che sognano per lui un impiego tranquillo e va al Greenwich Village di New York. Nei primi anni Sessanta il suo nome figura tra i collaboratori delle riviste "Sing Out!" e "Broadside", oltre che sui cartelloni dei locali, in particolare del Gaslight dove si esibisce come folk-singer. Qui incontra anche Margaret Ann Cummings, una delle più popolari attiviste del movimento degli studenti che nel 1963 diventa sua moglie e, dicono i maligni, da quel momento, lo condiziona verso scelte sempre più radicali. I discografici amano più le sue canzoni che lui tanto che solo nel 1965, a ventotto anni, riesce a pubblicare il suo primo album Ramblin' boy, seguito da molti altri. Il successo commerciale non è tra i suoi obiettivi e, puntualmente, non arriva, ma la nicchia dei suoi estimatori si allarga. Impegnato nella lotta contro la guerra del Vietnam e soggetto a pressioni notevoli nel 1971 decide di cambiare aria. Se ne va in Gran Bretagna dove pubblica album come How come the sun, Peace will come e New songs for old friends. Quando le acque si calmano torna negli Stati Uniti e se ne va a vivere nella comunità rurale di Long Island continuando a pubblicare di tanto in tanto qualche disco. Negli anni successivi la critica rivaluterà il suo lavoro inserendolo nel ristretto numero dei più prestigiosi autori folk degli anni Sessanta.

29 ottobre 1970 – Muore Duane Allman


Il 29 ottobre 1970 Duane Allman, leader con il fratello Gregg della Allman Brothers Band, viene investito da un camion mentre sta rincasando dopo la festa di compleanno di Linda, la moglie di Berry Oakley, il bassista della sua band. Scagliato sull’asfalto dopo un volo di una cinquantina di metri Duane, ventiquattrenne, muore dopo tre ore di agonia nella sala rianimazione del Macon Medical Center. La sua fine lo consacra alla leggenda e alle speculazioni discografiche. Il gruppo decide di continuare ugualmente sotto la guida del fratello Gregg. La morte di Duane non attenua il successo della band ma ne impoverisce la classe. Nonostante lo straordinario successo di vendite, un album milionario come Brothers And Sisters sembra vivacchiare su canzoncine sofisticate ma deboline che amalgamano bene senza troppa fantasia limitandosi a un country blues più scolastico che convinto. L’assenza del virtuosismo di Duane favorirà una sorta di contrapposizione tra il bluesistico Dicky Betts e Gregg Allman, più disposto a cedere al lato commerciale e alle suggestioni in chiave country che porterà la formazione storica a sciogliersi per un po' e a rinascere poi sull'onda di nuove suggestioni.

27 ottobre, 2011

28 ottobre 1961 – Brian Epstein e il disco quasi introvabile

Il 28 ottobre 1961 la città di Liverpool si è svegliata sotto un cielo plumbeo e gonfio che minaccia pioggia. Brian Epstein è solo nel suo negozio di dischi quando il suono del campanello posto sopra la porta d’entrata rompe il silenzio ovattato e annuncia una visita. Si affaccia dal retrobottega e vede una faccia conosciuta. È quella di Raymond Jones, un ragazzo del quartiere che spesso si intrufola nel negozio per scambiare quattro chiacchiere o ascoltare le ultime novità discografiche. Sono rare le volte in cui la sua visita si conclude con un acquisto. Dal piglio con cui è entrato sembra, però, che questa volta abbia in mente un disco preciso. «Scusa Brian, non hai per caso My Bonnie? È stato inciso da un gruppo di ragazzi di qua, di Liverpool, che suonano spesso al Cavern. Si chiamano Beatles, li conosci?» Epstein è perplesso. Non ha mai sentito parlare di quella band di quel nome, o, meglio, non ne ha mai sentito parlare prima di quel giorno, perché Raymond è solo il primo di una lunga lista di clienti che chiedono il disco. Cerca nei cataloghi e poi conferma: «Ti metto in nota, ma non so se riesco a procurarmelo. È stato inciso in Germania e non è di questi… Beatles. È di Tony Sheridan. I Beatles sono soltanto il gruppo d’accompagnamento». Il giovane Jones vuole comunque il disco. Quando se ne va a Epstein resta la curiosità di saperne di più sul fantomatico gruppo di Liverpool. Gli annunci di un quotidiano gli confermano che si esibiscono al Cavern, una sorta di cantina dove si ritrovano i giovani dei quartieri popolari della città. Una sera ci va. Tra il fumo e la fioca illuminazione del locale resta impressionato dalla scarna immediatezza e dalla capacità comunicativa dei quattro ragazzi: John Lennon, Paul McCartney, George Harrison e Pete Best. Più per gioco che per effettiva convinzione si presenta e chiede di diventare il loro manager. «Io mi accontento del 25% di percentuale su tutte le vostre entrate. Ci state?» I ragazzi, che non hanno niente da perdere e soprattutto non hanno mai avuto un manager, accettano convinti che un negoziante di dischi abbia più possibilità di loro di parlare con una casa discografica. Inizia così una delle più straordinarie avventure del rock internazionale: quella di un quartetto di giovani scanzonati capace di influenzare la musica di tutto il mondo.

30 ottobre 1970 - Gli Hotlegs, quelli di Neanderthal


Il 30 ottobre 1970 i Moody Blues aprono con un concerto alla Festival Hall di Londra il loro nuovo tour. Il buon momento del gruppo basterebbe da solo a garantire un discreto afflusso di pubblico, ma sia per gli spettatori che per la stampa c'è un motivo d'interesse in più. I manifesti infatti annunciano tra i gruppi di supporto gli Hotlegs, protagonisti di uno straordinario successo internazionale con il brano-tormentone Neanderthal man. Successo a parte, nessuno ha mai pensato che esistessero davvero, e neppure la loro casa discografica ha mai smentito le voci che parlavano di un gruppo fantasma. La notizia dell'esibizione dal vivo, per di più in tour, suscita, quindi, una giustificabile curiosità. La formazione che si presenta sul palco comprende il batterista Eric Stewart, già dei Mindbenders, il chitarrista Kevin Godley e il bassista Lol Creme. Il trio è lo stesso che negli Strawberry Studios ha registrato per la Fontana Neanderthal man ma quello che gli spettatori non sanno è che il brano è stato davvero registrato per caso e che nessuno di loro aveva l'intenzione di dare vita a un gruppo. Il successo ha spinto la loro casa discografica a dare continuità all'esperimento. Che si tratti di un lavoro "in progress" lo dimostra anche il fatto che la formazione a tre diventerà un quartetto a metà del tour con l'ingresso in formazione del bassista Graham Gouldman e il conseguente passaggio fisso di Creme alla chitarra. La band nata per caso pubblicherà anche un album dal titolo Think school stinks. Al termine del tour gli Hotlegs si scioglieranno e il loro affiatamento sarà la base del successivo grande successo dei 10CC. Nonostante tutto la sigla servirà per firmare nel 1971 una sorta di album postumo dal titolo Songs. Sarà poi riesumata nel 1976, a cinque anni dalla scomparsa ufficiale del gruppo, come firma dell'album You didn't like it, registrato da Stewart, Godley, Creme e Gouldman, più il tastierista Mike Timoney e il violinista Baz Barker.


26 ottobre, 2011

27 ottobre 1999 – L'ultimo concerto di Lester Bowie

Il 27 ottobre 1999 al New Morning di Parigi è di scena il trombettista Lester Bowie, uno dei grandi protagonisti dell'epopea del free-jazz, con il suo gruppo Brass Fantasy. Il concerto è seguito con grande attenzione da un pubblico di appassionati. Bowie appare stanco e provato. Più d'una volta abbandona la scena per riposarsi ma i suoi interventi solistici sono di altissimo livello come sempre. Il pubblico lo capisce e lo sostiene con caldi applausi a scena aperta. Non è un mistero che il trombettista sia da tempo ammalato di cancro al fegato, anche se la lunga battaglia per la vita ne ha rallentato ma non fermato l'attività artistica. Gli spettatori del New Morning non lo sanno, ma stanno assistendo all'ultimo concerto del grande jazzista. Qualche giorno dopo la tappa londinese del suo tour europeo verrà infatti annullata a causa di un improvviso peggioramento delle sue condizioni di salute. Ricoverato in un ospedale di Londra chiederà di poter tornare a casa, negli Stati Uniti. Verrà accontentato e l'8 novembre morirà a New York. Si chiude così, a cinquantotto anni la storia di un personaggio determinante nel rinnovamento del linguaggio jazzistico del dopoguerra. Figlio di un trombettista a soli cinque anni inizia a studiare musica con lo strumento del padre. A dieci anni è già attivamente impegnato con orchestre scolastiche e con la banda della sua comunità religiosa. A vent'anni ha già suonato con quasi tutti i principali esponenti della scena musicale di Saint Louis e per un per un breve periodo ha anche diretto un quintetto hard bop. Negli anni seguenti accompagna in varie tournée del sud e del centro degli Stati Uniti molti musicisti di rhythm and blues, tra cui Oliver Sain, Little Minton, Albert King e Jerry Brown. Nella primavera del 1966 il suo orizzonte musicale si allarga dopo una breve esperienza nella Experimental Band di Muhal Richard Abrams. Qui conosce Roscoe Mitchell, che lo vuole con sé nell'Art Ensemble insieme a Malachi Favors e a Philip Wilson. Da quel momento diventa uno dei protagonisti di quella corrente che qualche anno più tardi verrà chiamata free-jazz. Nel 1968 contribuisce in modo determinante alla formazione del B.A.G. (Black Artists Group), una sorta di organizzazione degli strumentisti neri parallela alla potente Association of Advancement of Creative Music. Esponente di primo piano dell'Art Ensemble of Chicago caratterizza con la sua tromba l'esplosione del jazz negli anni Settanta.

25 ottobre, 2011

26 ottobre 1991 – La quarta volta di Belinda Carlisle

Il 26 ottobre 1991 l’album Live your life to be free di Belinda Carlisle entra nella classifica dei dischi più venduti in Gran Bretagna. Quattro album pubblicati e quattro successi: questo è il bilancio della carriera solista dell’ex cantante e fondatrice delle Go-Go’s a otto anni di distanza dallo scioglimento della band. È una bella risposta a chi nel 1984, all’annuncio della sua intenzione di non abbandonare la scena musicale dopo il dissolvimento del gruppo le aveva pronosticato «una carriera fatta più di fotografie sui calendari e su riviste patinate che di canzoni…». Belinda può finalmente togliersi qualche soddisfazione nei confronti di chi ha sottovalutato il suo talento. D’altra parte che le sue qualità non consistono soltanto in un visino d’angelo su un fisico da pin up è chiaro fin dal 1978 quando a Los Angeles insieme alla chitarrista Jane Wiedlin dà vita a un gruppo rock di sole donne con l’altra chitarrista Charlotte Caffey, la bassista Kathy Valentine e la batterista Gina Shock. Gli inizi non sono facili e le loro prospettive non vanno oltre una lunga serie di contratti a gettone nei club della loro città. La fortuna però le aiuta. Una sera suonano nel “Whisky a Go-go” di Los Angeles e vengono notate dai Madness, impegnati in un breve tour statunitense, che le invitano a seguirli in Gran Bretagna. Quando sbarcano sul suolo britannico non hanno nemmeno un nome, visto che fino a quel momento si sono adattate a quelli coniati per loro dai proprietari dei locali. Scritturate dall’etichetta alternativa Stiff decidono di chiamarsi Go-Go’s in onore del luogo in cui hanno conosciuto i Madness. Il loro successo è rapidissimo. Nel 1981 il primo album, Beauty and the beat, arriva al vertice della classifica statunitense e il loro successo sembra inarrestabile. La favola finisce invece nel 1984 quando le ragazze si separano intenzionate a percorrere strade diverse. Belinda Carlisle sceglie di diventare cantante solista. In pochi pensano che possa farcela: è troppo carina per avere cervello! Non l’aiuta nessuno. L’unica che le dà davvero una mano è la sua compagna d’avventura nelle Go-Go’s Charlotte Caffey, che, pur impegnata con una nuova band, quando serve suona e canta con lei. Lo scetticismo non la scuote. S’impegna a fondo e ce la fa, alla faccia di chi diceva che non avesse talento

24 ottobre, 2011

25 ottobre 1986 – Bello, impossibile e primo


Il 25 ottobre 1986 arriva al vertice della classifica dei singoli più venduti in Italia il brano Bello e impossibile, interpretato da Gianna Nannini che ne è anche l'autrice insieme a Pianigiani. Definito dalla critica del tempo come «il più elettrizzante singolo della storia artistica della cantautrice alla nitroglicerina» e compreso nel fortunato album Profumo rimarrà in testa alla hit parade italiana per cinque settimane e si rivelerà un successo dalle proporzioni inaspettate totalizzando ben ventitré settimane complessive di permanenza nella classifica dei dischi più venduti. L'exploit della cantante senese non si ferma all'interno dei confini italiani. Nell'inverno a cavallo tra il 1986 e il 1987 mezza Europa canta in italiano un ritornello che sembra fatto apposta per essere facilmente memorizzato e cantato in coro. Dal punto di vista musicale la canzone rappresenta la sintesi più alta raggiunta fino a quel momento tra la linea melodica tradizionale della canzone italiana e la struttura ritmica del rock. Il gioco è intelligente e decisamente fuori dalla norma. Il segreto del successo del brano è da ricercare proprio nel suo essere insieme innovativo e conservatore. Se gli si toglie il supporto di basso, batteria e chitarra rivela una trascinante costruzione "a stornello" in linea con la più classica tradizione melodico-popolare del nostro paese. Parlare di word music è forse troppo, ma il meccanismo è sicuramente quello: strutture ritmiche moderne innestate su una melodia in linea con lo sviluppo musicale del paese dove nasce. Non è la prima volta che la ragazzaccia di Siena tenta esperimenti simili, anzi c'è chi sostiene, non senza ragione, che quasi tutta la sua produzione abbia queste caratteristiche. A supportare la scalata al successo del brano c'è anche un geniale videoclip realizzato da una coppia di esperti nel genere come i Torpedo Twins che fanno dimenticare la precedente, negativa esperienza con Michelangelo Antonioni per la canzone Fotoromanza. Per il pubblico italiano Bello e impossibile ha poi un altro elemento di novità nel testo che capovolge la tradizionale costruzione della storia delle canzoni d'amore al femminile. Per la prima volta il maschio è visto come oggetto passivo di un desiderio irrazionale e quasi esclusivamente sensuale. La rottura con il passato è netta e senza alcuna spiegazione aggiuntiva. Le ragazze degli anni Ottanta la percepiscono, vi si riconoscono e decretano il successo del brano.

23 ottobre, 2011

24 ottobre 1978 – Keith Richards condannato a suonare per beneficenza

Un muro umano di fotografi, cameramen e cronisti presidia il 24 ottobre 1978 il Palazzo di Giustizia di Toronto in Canada, mentre la polizia fatica a contenere una folla di curiosi che continua a crescere di numero. Sono centinaia le persone che cercano di entrare nella sala dove si sta svolgendo l’udienza conclusiva di un processo che vede sul banco degli imputati il chitarrista Keith Richards dei Rolling Stones, accusato di detenzione di sostanze stupefacenti. I fatti contestati risalgono al 29 febbraio 1977, quando una squadra speciale della polizia canadese, allertata da una telefonata anonima, aveva fatto irruzione nella camera occupata dalla rockstar all’Harbour Castle Hotel di Toronto, rinvenendo ventidue grammi di eroina e cinque di cocaina. Arrestato immediatamente, il chitarrista era poi stato rilasciato dopo il pagamento di venticinquemila dollari di cauzione. L’accusa, vista la quantità di droga sequestrata è di detenzione a scopo di spaccio, ma fin dal primo momento Richards faceva capire che la sua linea di difesa sarebbe stata quella di chiedere la derubricazione del reato in detenzione per consumo personale. La vicenda, vista la popolarità del protagonista attira l’attenzione dei media che mettono in risalto come la legislazione contro la diffusione e il consumo di stupefacenti sia inadeguata e ingiusta. «Solo i poveri vanno in galera. I ricchi no», è il leit-motiv di una campagna che vede anche le associazioni antiproibizioniste prendere posizione contro gli effetti di una normativa che ritengono devastante sul piano sociale. Il reato contestato al chitarrista dei Rolling Stones prevede un pena che consiste in periodo di reclusione che può arrivare fino a diciotto mesi, convertibile in una sanzione monetaria o in lavori socialmente utili, e una multa salata, però tutti sanno che le sue pressoché illimitate possibilità economiche lo rendono, nei fatti, diverso dal piccolo spacciatore squattrinato. I ricchi possono pagarsi la libertà, i poveri possono scegliere tra la galera o un periodo lavorativo al servizio della collettività. Per queste ragioni quando il giudice Lloyd Graburn entra nell’aula del Palazzo di Giustizia per la lettura della sentenza, c’è un silenzio carico di tensione. «Io credo – dice il giudice – che i legislatori di questo stato abbiano in mente una giustizia capace di equità e in grado di costituire un punto di riferimento certo per tutti i cittadini. Questo impone a noi, che ci troviamo a dover giudicare i reati e a comminare le pene, di valutare bene le conseguenze che i nostri atti possono avere non solo per l’imputato, ma anche per la società. Guai se si pensasse che le legge non è uguale per tutti». In conclusione decide di accettare la tesi del “consumo personale” ma di trattare Keith Richards come tutti gli altri. Lo obbliga a sottoporsi a un trattamento disintossicante e gli impone di prestare la sua capacità lavorativa al servizio della collettività determinandone anche le modalità: entro sei mesi deve tenere un concerto di beneficenza in un luogo di sua scelta purché sul territorio canadese. Il ricavato dell’esibizione deve essere destinato a un istituto di assistenza ai ciechi, il Canadian National Institute for Blind. Non c’è, quindi, possibilità di convertire la pena in una sanzione monetaria. È una sentenza emblematica perché, pur non comportando pene particolarmente pesanti, equipara una persona dalle notevoli possibilità finanziarie al piccolo spacciatore squattrinato attribuendo un valore monetario al lavoro. Il chitarrista si sottoporrà di buon grado a quanto disposto dal giudice e il 22 aprile 1979 terrà il concerto previsto dalla sentenza nel Civic Auditorium di Ottawa accompagnato dai New Barbarians, un gruppo composto dall’altro chitarrista dei Rolling Stones Ron Wood, dal bassista Stanley Clarke, dall’ex tastierista dei Faces Ian McLagan e dall’ex batterista dei Meters Ziggy Modeliste.

23 ottobre 1951 – Muore il cornettista Charlie Creath, un caposcuola dimenticato

Il 23 ottobre 1951 muore a Chicago nell’Illinois il leggendario cornettista Charlie Creath registrato all’anagrafe con il nome di Charles Cyril Creath. Ha sessantun anni e da tempo si è ritirato dalle scene musicali. La sua morte non fa notizia, eppure fino agli anni Quaranta la sua è stata una figura di primaria importanza del jazz statunitense. Nato nel 1890 a Ironton, nel Missouri, non ha ancora sedici anni quando ottiene il suo primo ingaggio professionale con la Pop Adam’s Circus Band. Dopo aver formato a Seattle un’orchestra con il suo nome, nel 1918 si trasferisce a St. Louis dove il suo stile diventa modello e fonte d’ispirazione per un nutrito gruppo di cornettisti che negli anni successivi verranno raggruppati dalla critica sotto il nome “scuola di St. Louis”: Dewey Jackson, Bob Shoffner, Shirley Clay, Leonard Davis, Ed Allen e Albert Snaer. Il suo lavoro ottiene sempre maggiori consensi e la sua orchestra è una delle poche, negli anni Venti, capace di confrontarsi da pari a pari con le migliori jazz bands di New Orleans. Tra il 1924 e il 1927 registra insieme al gruppo una serie di dischi per la Okeh destinati a far conoscere in tutto il mondo il jazz di St. Louis, considerato dalla critica più elaborato e raffinato di quello della scuola di New Orleans , senza nulla perdere in grinta e in calore. In questo senso il suo lavoro anticipa la futura evoluzione del jazz orchestrale attribuendo una importanza notevole all’arrangiamento. Nel 1926 il pianista Fate Marable lo chiama a far parte della prestigiosa Capitol SS (SteamShip) Orchestra con la quale resterà per lungo tempo fino a diventarne nel 1935 il co-leader insieme allo stesso Marable. Pur avendo da poco passato i cinquant’anni Creath si sente vecchio. L’ambiente del jazz è ormai molto diverso da quello pionieristico che ha conosciuto all’inizio della sua carriera. Più il tempo passa e meno riesce a capire i cambiamenti del suo mondo. «Il jazz era libertà. Le uniche regole le davano gli arrangiatori e i direttori d’orchestra. Adesso anche chi non capisce un accidente si sente in dovere di darti qualche consiglio e, se produce i tuoi dischi o ti fa da manager, qualche ordine». Scappa e se ne va a Chicago dove apre un locale notturno. Per qualche tempo continua a suonare per gli avventori, ma poi decide di ritirarsi definitivamente.