30 aprile, 2013

1° maggio 2000 – Il concertone di Roma spostato per il Giubileo


C’è chi si scandalizza, chi protesta e chi grida al miracolo. Il “diabolico” Lou Reed insieme a un nutrito manipolo di personaggi di primo piano dello “star system” del rock e del pop mondiale darà lustro al Primo Maggio del 2000, giubilare e lontanissimo dal significato vero di questa giornata. Nel millennio che si apre i conflitti sembrano non avere più diritto d’esistenza. Quando non si può cancellarli li si nasconde sotto il tappeto, come si fa con la polvere nei salotti buoni. Il concerto dei “buoni sentimenti” del Primo Maggio a Tor Vergata corre e si alimenta sul filo della sottile eccitazione data, oltre che dai cantanti e dai musicisti, dalla ridda di annunci sulla presenza/non presenza di Woitila. Il Papa, “l’uomo in bianco” che abbracciava Pinochet “al di là della barricata” in Santiago dei Litfiba, benedice la giubilare riconciliazione universale in una sorta di gigantesco evento musicale che più che a una nuova Woodstock assomiglia, al massimo, a un grande Festival di Sanremo. Niente è lasciato al caso. La preparazione è stata accurata e minuziosa, frutto di un perfetto raccordo tra gli uffici stampa delle case discografiche, il management degli artisti e l’apparato dei media. Anticipazioni, mezze notizie, vecchie polemiche di cui nessuno si ricordava più: con la complice simpatia dei mezzi di comunicazione e la colpevole arrendevolezza dei vertici sindacali, l’evento ha preso corpo. Il Primo Maggio è diventato un elemento confuso sullo sfondo e il concerto ha iniziato a vivere di vita propria. La verità è che in quei giorni si è parlato di tutto fuorchè di quelle che sono le vere motivazioni della kermesse. In ballo non c’è l’universalità ecumenica della musica, la sua capacità di parlare alle coscienze, ma un colossale affare economico che va ben al di là del music business. C’è il lancio in grande stile di quel Giubileo che sul piano economico non sta producendo le entrate previste. Basta dare un’occhiata agli artisti e ai generi che sfilano sul palco di Tor Vergata per capire che attraverso il concerto del Primo Maggio si intende lanciare un formidabile messaggio promozionale in tutto il mondo, un lungo colorato spot sonoro capace di ridare slancio al business giubilare. Soldi, dunque, tanti soldi in nome della fratellanza universale e, magari, della remissione del debito ai paesi poveri. Soldi veri che arrivano dai diritti televisivi e soldi probabili dal rilancio del gigantesco indotto costruito intorno al Giubileo del Duemila. Le multinazionali della musica che hanno da tempo ingurgitato tra il silenzio generale, tutto l’apparato produttivo del nostro paese, fanno da sponsor interessato all’operazione. Il lungo spot vale anche per i loro artisti, per il rilancio di qualche asfittica star dal grande passato ma dalla modesta produzione, e per conquistare, senza troppa spesa, nuovi mercati. Non ci sono gesti trasgressivi, ma questa non è una novità. Già nei concerti del Primo Maggio organizzati dai sindacati c’erano stati clamorosi casi di esclusione nei confronti di chi aveva alzato il livello della critica (quelli dei Gang e di Elio e le Storie Tese, per esempio). Ci vorrebbe lo scomparso Ivan Graziani con il suo grido disperato «Tutto questo cosa c’entra con il rock & roll?» per interpretare i sentimenti di chi assiste impotente a un evento che riesce nello stesso momento a cancellare l’essenza del Primo Maggio, del rock e dei grandi concerti. C'è una lezione che deriva da questo fatto: non si può delegare alla musica un progetto di trasformazione della società, tantomeno ad artisti che, come direbbe Rino Gaetano «Partono tutti incendiari e fieri, ma quando arrivano sono tutti pompieri». Il tempo in quattro quarti del rock and roll ci può accompagnare, dare forza, consolare, ma «It’s only rock and roll», è solo rock and roll. Nient’altro. Non può cambiare il mondo. Quello è un impegno che ci si deve assumere direttamente e in prima persona, senza deleghe e scorciatoie, soprattutto in una giornata come il Primo Maggio.

30 aprile 2002 – Esce “Jamila” di Francesco Bruno e Agricantus


Martedì 30 aprile 2002 al quotidiano Il Manifesto viene allegato un Cd intitolato Jamila. Il brano che gli dà il titolo è frutto dell’incontro tra un talento compositivo limpido come quello di Francesco Bruno (cui si deve, tra l’altro Voglia e turnà di Teresa De Sio) e gli Agricantus, una delle più considerate formazioni europee della world music internazionale. Nel testi si dice: «…mais ces mots n’ont pas de sens/si tu vis e jamais ne penses/que tu peux changer d’ésprit/car l’avenir de notre monde est dans nos mains (Ma queste parole non hanno senso/se vivi e non pensi mai/che potrai cambiare il tuo modo di pensare/perché l’avvenire del nostro mondo è nelle nostre mani). È in francese, ma non tutta la canzone è stata scritta in quella lingua. Senza confini e senza frontiere, il testo di Jamila alterna passaggi in inglese, francese, dialetto siciliano e qualche brevissimo verso in italiano. Nel Cd del Manifesto, oltre al brano, che compare nella versione cantata degli Agricantus e in quella strumentale di Francesco Bruno c’è anche la traccia video dello spot realizzato dalla Società IM*MEDIA per Emergency, dal titolo “Guerra alla Guerra”, libero adattamento della filastrocca “Il Giornalista” tratta dall'opera "Filastrocche in cielo e in terra" i Gianni Rodari. Il ricavato delle vendite sarà devoluto interamente a Emergency per il finanziamento di un centro chirurgico in Sierra Leone..

28 aprile, 2013

29 aprile 1967 – La grande mobilitazione dell’underground londinese


Il 29 aprile 1967 l’underground londinese, stanco delle persecuzioni dei tutori dell’ordine pubblico e del fastidio con cui è vissuto dall’establishment musicale rompe gli indugi. Sono circa quaranta i gruppi che all'Alexander Palace danno vita a un gigantesco happening multimediale destinato a restare nella storia del rock. Si chiama “14 Hours Technicolour Dream” e vede tra i protagonisti Syd Barrett con i suoi Pink Floyd, Keith West e i Tomorrow, i Misunderstood di Tony Hill , gli scatenati Creation del chitarrista e sperimentatore Eddie Phillips, Hapshash & Coloured Hat, i Soft Machine, i Pink Fairies, i Social Deviants, Marc Bolan con i suoi John's Children, i Purple Gang, i Syn di Peter Banks e Chris Squire e una lunga sequenza di gruppi destinati a vivere soltanto quel momento di gloria. Nell'agosto dello stesso anno si terrà a St. Tropez il più grande love-in europeo, al quale parteciperanno gran parte dei gruppi del sottobosco inglese presenti alla “14 Hours Technicolour Dream”. La mobilitazione dell’Alexander Palace fa seguito a sei mesi intensi d’i attività iniziati il 23 dicembre del 1966 quando John Hopkins, su suggerimento di Steve Stoliman, il proprietario dell'etichetta underground ESP di New York, inaugura l'UFO Club, un'organizzazione che ogni domenica pomeriggio apre le sale del Marquee agli "Spontaneous Underground", uno spazio con palco, teatro, sala di proiezione e discoteca dove si esibiscono liberamente i gruppi del fertile tessuto underground. Sull’onda anche dell’iniziativa all'Alexander Palace le iniziative dell’UFO diventeranno il fulcro della vita artistica alternativa di Londra e nell'autunno del 1967 si trasferiranno nella più capiente Roundhouse, che però verrà quasi subito chiuso dalla polizia. Ma il seme ormai è gettato e la pianta crescerà da sola.

26 aprile, 2013

28 aprile 1963 – Quando gli Stones non avevano grinta

Il 28 aprile 1963 i neonati Rolling Stones si esibiscono al Crowdaddy Club di Richmond, un locale gestito da quel Giorgio Gomelsky che in futuro diventerà il manager degli Yardbirds e dei Trinity di Brian Auger. Gli Stones hanno trovato da poco stabilità attorno all'ex cantante dei Blue Boys e dei Blues Incorporated di Alexis Korner, il non ancora ventenne Mick Jagger. Con lui ci sono due chitarristi: Brian Jones, anch'egli proveniente dalla band di Korner e Keith Richards, già suo compagno nei Blue Boys. La formazione è completata da un batterista non di primo pelo come Charlie Watts che ha sostituito nel ruolo l'inesperto Tony Chapman e il bassista Bill Wyman che stando ai pettegolezzi sarebbe stato scelto perché possiede un buon impianto di amplificazione. Da qualche tempo sono un l'attrazione fissa di un locale come il Crowdaddy Club frequentato da un gran numero di giovani. Pian Piano la loro popolarità arriva alle orecchie degli "addetti ai lavori" stimolando la curiosità di vari produttori o sedicenti tali. La sera del 28 aprile in sala ci sono anche Andrew Loog Oldham e il suo socio Eric Easton, due personaggi dotati di un discreto fiuto e di buone capacità manageriali. Ascoltano con attenzione gli Stones e, al termine della serata chiedono di poter parlare con i ragazzi. Quando Oldham si trova di fronte un timido Mick Jagger, non cerca giri di parole: «Siete bravini, ma non avete grinta. Tu Mick sembri impacciato e goffo. Lasciati andare, maledizione! Sbatti in faccia al pubblico tutto quello che hai, non avere paura di fargli male. La musica pop è sesso, solo sesso, e la devi sbattere in faccia al pubblico» Pur se l'inizio non è dei migliori la discussione con il gruppo procede poi su binari più tranquilli. I ragazzi non hanno nessuno che si occupi né dell'immagine né della produzione. «Se siete d'accordo potrei occuparmi io di voi. Mi piacerebbe diventare il vostro manager, a patto che accettiate le mie condizioni». Qualche giorno dopo Oldham diventa il manager dei Rolling Stones. La sua cura sarà drastica. Accentuerà i lati più aggressivi di Jagger e soci sia sul palco che fuori. Costringerà poi i media a occuparsi della band inventando sul loro conto notizie "fuori dalle righe" e qualche scandaletto. Il risultato andrà oltre le stesse previsioni dell'intelligente manager. In breve tempo, i poco grintosi Stones diventeranno uno dei simboli musicali della ribellione e, soprattutto, del gusto dell'eccesso e della provocazione per ben più di una generazione.

27 aprile 1968 – What a wonderful world


Il 27 aprile 1968 arriva al vertice della classifica britannica dei dischi più venduti What a wonderful world di Louis Armstrong. Nella seconda metà degli anni Sessanta il vecchio Satchmo, come affettuosamente il trombettista viene chiamato dagli appassionati di jazz, è sempre più rinchiuso nel ruolo di un monumento a se stesso. Da tempo afflitto da un doloroso e cronico disturbo al labbro che progressivamente tende ad aggravarsi si limita sempre più spesso a cantare piuttosto che suonare mentre la sua popolarità è alimentata più che altro dal mito del passato. Nel 1968 partecipa anche al Festival di Sanremo dove canta due insipidi motivetti. Proprio alla fine dell'ultimo decennio della sua vita con What a wonderful world prova per l'ultima volta l’ebbrezza del grande successo commerciale, una canzone inserita nella colonna sonora di "Al servizio segreto di sua maestà", uno dei peggiori film della serie dedicata all’agente 007, interpretato per l’occasione dall’anonimo e inespressivo attore australiano George Lazenby. Nonostante sia sostenuta da un arrangiamento ricco d’effetti per esaltarne i lati migliori, la voce di Armstrong nel brano appare stanca e lontana dalla brillantezza del passato. Al music business, però, interessa soltanto la possibilità di sfruttare fino all’ultimo un personaggio, ancor meglio se ormai condannato a essere l'ombra di se stesso. Il buon Satchmo non vive bene questa situazione e nel corso delle ormai sempre più rare esibizioni in pubblico si lascia spesso andare a improvvise crisi di pianto. Nonostante le copertine patinate, i passaggi televisivi, il primo posto in quasi tutte le classifiche europee e statunitensi, i fans più affezionati intuiscono che What a wonderful world è del canto del cigno di un artista le cui condizioni di salute si stanno aggravando giorno dopo giorno. Un paio di partecipazioni ai film musicali "Disney songs" ed "Hello Dolly" saranno gli ultimi appuntamenti della sua grande carriera.

26 aprile 1942 – Bobby Rydell ragazzo rassicurante


Il 26 aprile 1942 nasce a Philadelphia, in Pennsylvania, Bobby Rydell, destinato a diventare, insieme a Frankie Avalon e Fabian, uno dei tre rassicuranti idoli adolescenziali che accompagnano il boom discografico statunitense degli anni Cinquanta. Registrato all'anagrafe con il nome di Robert Louis Ridarelli che tradisce l'origine italiana della sua famiglia, il ragazzo comincia presto a respirare il profumo magico del primo rock and roll. A quindici anni forma una band insieme a un altro italoamericano come lui, Frankie Avallone, il futuro Frankie Avalon. Anche il nome del gruppo, Rocko & His Saints, denuncia le radici italiane di gran parte dei suoi componenti. Probabilmente la loro storia sarebbe finita lì se il music business statunitense non avesse deciso di creare i primi teen-idol con un duplice scopo: accompagnare la crescita delle vendite del disco con un prodotto destinato a un pubblico giovanile e costruire personaggi legati al rock & roll ma privi della carica eversiva tipica degli esponenti di questo genere. Ben sostenuto dalle trasmissioni televisive di Dick Clark, Bobby si impone come un rassicurante prototipo dell'adolescente medio americano sessualmente e politicamente innocuo. Il primo successo discografico arriva nel 1959 con Kissin' time. Da quel momento la sua avventura sembra non avere fine. I dischi volano nelle prima posizioni della classifica e anche Hollywood lo vuole per la versione cinematografica del musical "Ciao ciao Birdie", con Janet Leigh e Ann Margret. Come gli altri idoli adolescenziali, però, anche Bobby viene travolto dall'esplosione del beat e finisce per ritrovarsi ancor giovane nel circuito del revival nostalgico nonostante il tentativo di correre ai ripari pubblicando una mielosa versione della beatlesiana World without love. Nel 1986 si torna per un po' a parlare di lui quando Iggy Pop registra una versione del suo vecchio cavallo di battaglia Wild one, ma è soltanto un fuoco di paglia.

24 aprile, 2013

25 aprile 1970 – Muore Otis Spann, il pianista di Muddy Waters


Il 25 aprile 1970 un cancro al fegato chiude a quarant’anni la vita e la carriera del pianista blues Otis Spann, uno dei più famosi componenti della band di Muddy Waters. Nato a Belzoni, nel Mississippi, discepolo di Big Maceo è l'ultimo, in ordine anagrafico, dei grandi pianisti blues della scuola di Chicago. Nonostante la sua breve carriera ha il merito di essere stato il primo pianista a porsi il problema di rinnovare la lezione del blues elettrico di Chicago disancorandolo dai modelli a dodici battute della tradizione del Mississippi. Fino a quando il pianoforte non gli consente di ottenere l'indispensabile per vivere fa anche l'imbianchino. La sua scelta professionale si orienta verso i tasti bianchi e neri nel 1953 quando, dopo aver suonato con Louis Myers, entra a far parte della band di Muddy Waters, con cui resta fino al 1968. Il sodalizio con il grande Muddy non è basato soltanto su uno straordinario affiatamento musicale, ma anche su una solidissima amicizia. Quando nel 1968 se ne va per continuare come solista Waters e la band, privati del suo apporto, entrano in un periodo di crisi creativa. Nel corso della breve sua carriera il suo pianoforte si distingue in molti dischi dei protagonisti del rinnovamento del blues e del rock, da Chuck Berry a Bo Diddley, a Howlin' Wolf, a Paul Butterfield e Mike Bloomfield, ai Fleetwood Mac, a Eric Clapton, a Jimmy Page e molti altri. Negli anni Sessanta inizia a cantare. La sua voce rauca e "affumicata" che canta sui tempi lenti, mentre il piano distilla le armonie del blues, ne alimentare la leggenda. La prima interpretazione vocale su disco è Goodbye Newport blues inserita nell'album Muddy Waters at Newport del 1960. Due anni dopo la sua morte, l'8 settembre 1972 i suoi amici bluesman dedicheranno alla sua memoria l'Ann Arbor Blues & Jazz Festival. Ci saranno tutti, a partire dal vecchio amico Muddy Waters per arrivare a Howlin' Wolf, Freddie King, Junior Walker e moltissimi altri.

24 aprile 1902 - Rube Bloom, il pianista free lance


Il 24 aprile 1902 nasce a New York il pianista Rube Bloom. Fratello del trombettista Mickey Bloom è uno dei più noti free-lance della scena musicale della New York degli anni Venti e Trenta. Nel 1928 con Song of the Bayou vince il concorso per un nuovo motivo indetto dalla casa discografica Victor. Il suo brano, inciso da numerose orchestre, diventa grazie alla radio uno dei più popolari tra il 1928 e il 1930. Alla sua vena compositiva si debbono altri pezzi famosi come The man from the South, Truckin' don't worry about me, Fools rush in, Day in-day out e altri. Come pianista la sua mano accompagna quasi tutti i musicisti bianchi di New York di quel periodo da Mannie Klein a Red Nichols, a Tommy e Jimmy Dorsey, a Joe Venuti, a Eddie Lang, ad Adrian Rollini, a Benny Goodman e tanti altri. Fra le sue incisioni più significative ci sono quelle realizzate nel 1927 come solista o con il chitarrista Eddie Lang e quelle con il suo gruppo, i Bayou Boys, incise prevalentemente nel 1930. Free lance fino in fondo Rube Bloom partecipa anche a numerose sedute di incisione sotto il nome di altri musicisti come quelle del 1924 con i Cotton Pickers di Phil Napoleon, Miff Mole, Frankie Trumbauer, Red Nichols e Joe Tarto, o anche con i Sioux City Six, sempre del 1924 con Bix Beiderbecke alla cornetta, Miff Mole al trombone e Frankie Trumbauer al sax tenore, che segna, discograficamente, l'inizio del lungo sodalizio fra Bix e Trumbauer. C’è la sua mano anche nella registrazione discografica di Pretty trix di Joe Venuti, la versione jazzistica ideata dallo stesso venuti della celebre Mazurca Variata di Migliavacca. Negli anni Trenta e quaranta abbandona progressivamente le esibizioni per dedicarsi maggiormente alla composizione, all’arrangiamento e all’insegnamento.

22 aprile, 2013

23 aprile 1955 – Addio a Henry Busse, maestro della sordina


Il 23 aprile 1955, proprio alla vigilia del debutto del suo nuovo gruppo muore a Chicago il trombettista Henry Busse. Nato a Magdeburg, in Germania, il 19 maggio 1894 emigra negli Stati Uniti nel 1912 e fa le sue prime esperienze da professionista nell'orchestra di bordo di un transatlantico. Le sue doti di trombettista eclettico dal vibrato molto particolare, dalla sonorità morbida e da una notevole abilità nell'uso della sordina, vengono notate da Paul Whiteman che nel 1919 lo vuole con il suo gruppo come tromba solista. Con la band di Whiteman resta per molti anni contribuendo non poco al suo successo e lasciando segni importanti come il suo assolo in When day is done. Nel 1932 si trasferisce a Cincinnati per dare vita al progetto di formare un’orchestra di swing morbido piacevole da ascoltare e ballare. Passa poi allo Chez Paree di Chicago e per un decennio è tra i protagonisti della musica orchestrale da grandi ritrovi. Quando muore è ha appena formato un nuovo gruppo stabile per il Peabody Hotel di Chicago. Nel corso della sua lunga e fortunata carriera partecipa a vari film. Di lui restano numerose incisioni, tra le quali due notevoli versioni di Milenberg joys e Red hot Henry Brown con un gruppo hot formato da alcuni elementi della orchestra di Paul Whiteman. Tra le sue composizioni di maggior successo si ricordano Hot Lips e Wang Wang Blues.

21 aprile, 2013

22 aprile 1974 – Ken Russell inizia a girare Tommy


Il 22 aprile 1974 il regista Ken Russell inizia le riprese del film “Tommy”, una versione cinematografica dell’omonima opera rock creata da Pete Townshend per gli Who. A interpretare la parte del protagonista viene chiamato il cantante della stessa band Roger Daltrey, mentre Tina Turner è una splendida e memorabile Acid Queen. Al film partecipano anche Oliver Reed, Robert Powell, Paul Nicholas, Arthur Brown, Elton John, Eric Clapton, Jack Nicholson, Ann Margret e gli altri tre Who. L’approccio di Ken Russell con la storia è rispettoso delle musica e delle dinamiche di quella che lui stesso chiama “opera rock”. Supplendo con la fantasia e le invenzioni visive a qualche lacuna tecnica provocata dalla scarsa disponibilità finanziaria il regista fa procedere la storia per tappe progressive lasciando all’ossatura musicale il compito di dettare i tempi del racconto. Il risultato è un film visionario, decisamente lontano da altre opere del genere tratte dai musical. Ritenuto da una parte della critica una sorta di orgiastico omaggio al kitch del rock and roll più spettacolare il film appassionerà il pubblico giovanile che ne farà un lavoro di culto destinato a durare negli anni.

20 aprile, 2013

21 aprile 1973 – Billion Dollar Babies


Il 21 aprile 1973 il trasgressivo Alice Cooper, bersagliato dagli strali della critica benpensante di tutto il mondo, arriva al vertice della classifica degli album più venduti negli Stati Uniti con il suo Billion dollar babies. Finalmente convinta dalle vendite del precedente School's out la Warner Bros ha accettato di non porre limiti alla genialità creativa dell'oltraggioso artista. L'album è confezionato in un cartone trattato da una copertura plastica che fa assomigliare a un grosso portafoglio in similpelle. All'interno c'è un gigantesco assegno da due bilioni di dollari, mentre una foto ritrae il cantante vestito con un ambiguo satin bianco che tiene in braccio un neonato truccato con il suo caratteristico make-up di scena. A differenza del passato, però, la creatività della rockstar non è frenata dalle esigenze di produzione. Gli aspetti più raccapriccianti della sua invenzione fantastica, ricchi di richiami sessuali e grandguignoleschi, questa volta non sono pura decorazione esteriore. Con una buona dose di sarcasmo Alice Cooper punta i suoi strali sul consumismo e le piccole manie che assillano la società opulenta nordamericana. Lo show dal vivo che accompagna il lancio del disco è, se possibile, ancora più provocatorio delle canzoni. Grottesche scenografie portano sul palco dei suoi concerti le paure, le ossessioni e i riti maniacali della quotidianità della middle class statunitense. È nel corso di questo tour che compare il numero della ghigliottina, con la testa di Alice Cooper che rotola insanguinata sul palco, destinato a restare come uno degli effetti limiti della storia dei grandi concerti dal vivo. Per la prima volta i suoi eccessi attraggono l'attenzione di intellettuali e artisti distanti dall'ambiente musicale. Il più entusiasta è il pittore Salvador Dalì che lo proclama "re della confusione totale" e dedica alla sua genialità una scultura agghiacciante che riproduce un cervello da cui fuoriesce una stecca di cioccolato.

20 aprile 1951 – La difficile ascesa di Luther Vandross


Il 20 aprile 1951 nasce a New York il cantante soul Luther Vandross. Figlio di una cantante gospel e di un interprete di standard italoamericani, respira fin da piccolo nell'ambiente famigliare la passione per la musica. È ancora studente quando forma il suo primo gruppo con Carlos Alomar e Robin Clark. Nonostante gli inizi precoci la carriera non è in discesa per Luther Vandross. Per sopravvivere si adatta al lavori più disparati e più d'una volta medita di lasciar perdere la musica. La prima svolta avviene quando il suo vecchio amico Carlos Alomar, impegnato come chitarrista nella registrazione dell'album Young americans di David Bowie, gli trova una scrittura come corista. Impressionato dalle sue qualità Bowie gli affida anche gli arrangiamenti vocali. Da cosa nasce cosa e Luther si ritrova corista nel tour di promozione dell'album. Nel 1975 il suo brano Everybody rejoice (A brand new day) viene inserito nella colonna sonora del film "The wiz". L'anno dopo forma i Luther con i quali pubblica un paio d'album accolti con freddezza dal pubblico. Lo scarso successo discografico finisce per frustrare ancora una volta i sogni di Vandross che, non trovando etichette disposte a scritturarlo, si adatta a registrare jingles per spot televisivi. Solo nel 1979 le cose iniziano a girare per il verso giusto. Dopo aver cantato nell'album Sounds... and stuff like that! di Quincy Jones e nei cori di Le freak degli Chic, e di We are family delle Sister Sledge, cura gli arrangiamenti vocali di No more tears (enough and enough) per l'inedito duo formato da Barbra Streisand e Donna Summer. Da quel momento la sua carriera di autore, produttore e arrangiatore decolla, ma nessuno sembra ancora disposto a prenderlo sul serio come cantante. Sarà la Epic a rompere l'isolamento pubblicando il suo primo album da solista Never too much. Quasi quarantenne verrà finalmente inserito nel ristretto elenco delle migliori voci nere degli anni Ottanta.

18 aprile, 2013

19 aprile 1928 – Alexis Corner, padre del London Blues


Il 19 aprile 1928 a Parigi, in Francia, nasce Alexis Korner considerato, insieme a Cyril Davies, l'artefice della diffusione del blues in Gran Bretagna e caposcuola di quel genere che ancora oggi viene chiamato London Blues. Di padre austriaco e di madre greco-turca, Korner ha lasciato la Francia con i genitori e si è trasferito oltremanica nel 1939 quando ha soltanto undici anni. Schivo e un po' brontolone, ama ironizzare su chi vede in lui il profeta del blues: «Se io sono il padre del blues britannico Cyril Davies è la madre. Non so se lui sarà contento di questa distribuzione dei ruoli…» In realtà la sua opera di divulgazione si rivelerà fondamentale in tutta l'evoluzione musicale degli anni Sessanta. La musica britannica deve a lui e a Davies la conoscenza e lo studio dell'opera di grandi artisti come Big Bill Broonzy, Muddy Waters, John Lee Hooker, Brownie McGhee, Sonny Terry, Memphis Slim e Otis Spann. Nel 1955 i due suonano al Roundhouse, un Club del West End londinese che verrà considerato il tempio del London Blues. Nel 1961 formano la Blues Incorporated, un gruppo destinato a tenere a balia gran parte dei protagonisti della grande stagione del rock britannico. Nella sua formazione passeranno, tra gli altri, Mick Jagger, Art Wood, Charlie Watts, Long John Baldry, Jack Bruce, Ginger Baker, Ron Jones, Graham Bond, Keith Richards, Eric Burdon, Paul Jones, Lee Jackson, Danny Thompson, Hughie Flint, John McLaughlin, Terry Cox, John Surman, Dick Heckstall-Smith, Dave Holland e Mike Westbrook. Il sodalizio di Alexis Korner con Davies finisce nel 1962 dopo una banale lite sull'utilità o meno di introdurre una sezione fiati nella line-up del gruppo. Cyril se ne va per formare la Cyril Davies Blues Band, mentre Korner prosegue per la sua strada. Nel 1967 dà vita ai Free At Last con Marsha Hunt, Hughie Flint, Victor Brox (poi sostituito dal futuro Led Zeppelin Robert Plant), Gerry Conway, Binky McKenzie e Cliff Barton. Due anni dopo è sul palco di Hyde Park con il chitarrista danese Peter Thorup, per dare il suo contributo al concerto dei Rolling Stones in memoria di Brian Jones. Sempre nel 1969 forma i New Church, una band destinata a durare lo spazio di un respiro, cui segue l'esperienza della big band dei CCS (Collective Consciousness Society) e degli Snape. Una lunga serie di album da solista precederà la sua morte per tumore, che avviene nel 1984 in una distratta Parigi, la città che gli aveva dato i natali.

17 aprile, 2013

18 aprile 1973 - Willie Smith, la morte del leone


Il 18 aprile 1973 muore a New York il settantacinquenne pianista e compositore Willie "The Lion" Smith uno dei primi e più autorevoli esponenti dello stride jazz. La sua tecnica ha influenzato un gran numero di pianisti, primo fra tutti Duke Ellington che, non a caso, gli ha dedicato una sua splendida composizione intitolata Portrait of The Lion. Registrato all’anagrafe con il nome di William Henry Joseph Bonaparte Bertholoff, a quattro anni resta orfano di padre e la madre trova un nuovo compagno in un certo signor Smith che aggiunge ai suoi lunghissimi dati anagrafici un nome in più. Proprio la madre, pianista, è la sua prima maestra di musica. Da lei impara le tecniche di base sufficienti a diventare organista nella chiesa del quartiere newyorkese dove vivono. Dotato di un talento naturale per la tastiera scopre ben presto di poterlo sfruttare adeguatamente. A quindici anni inizia a ottenere i primi ingaggi come pianista prima a New York, poi ad Atlantic City e a Newark. In pochi anni diventa una delle attrazioni fisse di locali come il Leroy's, lo Small's e il Garden Of Joy conquistandosi rapidamente una buona reputazione e una notevole popolarità. Nel 1920 entra a far parte dei Jazz Hounds, la band di Mamie Smith, con i quali partecipa alla storica registrazione di Crazy blues. Dopo aver lavorato per qualche anno in varie riviste musicali e spettacoli di vaudeville, dà vita a una propria band con la quale suona al Capitol Palace, al Rhythm Club e in altri celebri cabaret di New York. Chiusa l'esperienza in gruppo tra la fine degli anni Venti e l'inizio degli anni Trenta si esibisce come solista prima di essere ingaggiato per partecipare a varie sedute di registrazione di Clarence Williams. Durante gli anni Trenta si esibisce spesso con un gruppo che porta il suo nome e di cui fanno parte strumentisti di prim'ordine come Ed Allen, Cecil Scott, Buster Bailey, Frank Newton, Pete Brown e John Kirby. Con stessa compagnia registra vari dischi per la Decca. Nel 1939 accetta una proposta dell'etichetta Commodore e realizza da solo al pianoforte una sorta di antologia personale di tutti i brani che l'hanno reso famoso da Echoes of spring a Passionette. La sua carriera non conosce soste né cali di tensione. Attivissimo alla testa di proprie band e instancabile anche nell'attività di solista lascia il segno in varie edizioni del festival di Newport sia negli anni Cinquanta che negli anni Sessanta.

16 aprile, 2013

17 aprile 1974 – Un'overdose toglie Vinnie Taylor agli Sha Na Na


Il 17 aprile 1974 il chitarrista Vinnie Taylor degli Sha Na Na, all’anagrafe Chris Donald, muore per overdose a venticinque anni nell’Holiday Inn di Charlottesville in Virginia. Taylor non è uno dei membri fondatori della band nata nel 1969 dall'ex sassofonista dei Danny and The Juniors Lenny Baker e divenuta famosa in tutto il mondo per la sua entusiasmante partecipazione al Festival di Woodstock. La morte di Taylor arriva in un periodo difficile per il gruppo. Sempre nel 1974, infatti, anche i due tastieristi Screamin' Scott Symon e John Bauman vengono messi fuori combattimento. Il primo per un esaurimento nervoso e il secondo da un collasso. La band sembra arrivata al capolinea, ma non è così. Dopo un periodo piuttosto anonimo gli Sha Na Na torneranno al successo nel 1978 partecipando al film "Grease" con John Travolta e Olivia Newton-John.

15 aprile, 2013

16 aprile 1972 – La prima volta dell’Electric Light Orchestra


Il 16 aprile 1972 l’Electric Light Orchestra suona per la prima volta in concerto al Fox & Greyhound Pub di Croydon. Il pubblico può finalmente vedere dal vivo la band nata l’anno prima da una costola dei Move. La storia dell’Electric Light Orchestra, infatti, inizia nel 1971 quando Roy Wood, leader dei Move, idoli del pop inglese, mette in pratica l'idea di un gruppo che mescoli componenti classiche in una struttura sonora d'atmosfera sinfonico-progressiva filtrando il tutto con il rock. Con lui ci sono il batterista Ben Bevan e il chitarrista Jeff Lynne. Dopo la buona accoglienza riservata dal pubblico a Electric Light Orchestra, il primo album molto sperimentale da cui viene anche estratto il singolo 10538 Ouverture, il 16 aprile si mostrano in pubblico. È l’inizio di una storia lunga e tormentata. Pochi mesi dopo Roy Wood e Jeff Lynne litigano sulle prospettive e Wood se ne va dando vita ai Wizzard. Lynne e Bevan, invece, continuano e trasformano la ELO in una sorta di orchestra rock con elementi classici, aggregando al gruppo il violinista Wilf Gibson, il bassista Michael d'Albuquerque, il tastierista Richard Tandy e i violoncellisti Mike Edwards e Colin Walker. È solo la prima scossa di un gruppo che alterneràmomenti di grande successo a profonde liti e ricomposizioni nell’organico.

15 aprile 1967 – Totò ci lascia


Colto da un malore sul set del film "Capriccio all’italiana" Totò muore nella sua casa di Roma il 15 aprile 1967, intorno alle tre e mezzo del mattino per una devastante serie di attacchi cardiaci. Alle 11,20 del 17 Aprile 1967 la salma è trasportata nella chiesa di Sant'Eugenio in Viale delle Belle Arti. Sulla bara ci sono la sua bombetta e un garofano rosso. La cerimonia ufficiale è limitata ad una semplice benedizione perché le autorità religiose non possono accettare la suo convivenza con la Faldini senza matrimonio. Nel pomeriggio la salma arriva a Napoli accolta, già all'uscita dell'autostrada e alla Basilica del Carmine, da una folla enorme. Totò viene sepolto nella cappella De Curtis al Pianto, il cimitero di Capodichino sulle alture di Napoli. Finisce qui la storia di uno dei più importanti personaggi dello spettacolo italiano. Totò nasce il 15 febbraio 1898 nel rione Sanità, a Napoli, al n. 109 di via Santa Maria Antesaecula. Figlio di Anna Clemente, viene registrato con il nome di Antonio Clemente perché il padre naturale, Giuseppe De Curtis, figlio di un marchese e costretto a dipendere dalle finanze del genitore perché senza lavoro, non può riconoscerlo pena la perdita del sostegno finanziario indispensabile a sopravvivere. Totò cresce tra i vicoli di Napoli, e per i compagni delle avventure d’infanzia il suo nome è già quello che poi diverrà quello artistico. Finite le elementari se ne va in collegio dove un insegnante boxando per scherzo con lui gli rompe il setto nasale definendo inconsapevolmente quella che sarà una linea caratteristica della sua maschera comica. Quando sale sul palcoscenico porta ancora i calzoni corti. A quindici anni debutta in uno dei piccoli teatri di Napoli. Con il nome d’arte di Clerment, derivato dalla storpiatura del suo cognome. Dopo l’interruzione dovuta alla Prima Guerra Mondiale, cui partecipa come fante, torna al teatro e nel 1928 finalmente può fregiarsi del cognome del padre diventando Antonio De Curtis visto che il suo genitore è diventato agente teatrale e si è reso economicamente indipendente dalla famiglia. Trasferitosi con la famiglia a Roma diventa uno dei protagonisti del teatro di varietà allargando pian piano a tutta Italia la popolarità del suo personaggio: una marionetta disarticolata, con la bombetta, il tight fuori misura, le scarpe basse e le calze colorate. Alle soddisfazioni della vita artistica fanno da contraltare le tragedie sentimentali come il suicidio per amore suo di Liliana Castagnola, una famosa cantante di café-chantant che si uccide nella notte del 3 dicembre del 1931 ingerendo barbiturici dopo una lite. Il drammatico episodio segnerà per sempre la vita di Totò che, oltre a far seppellire Liliana nella tomba di famiglia dei De Curtis imporrà il suo nome anche alla figlia avuta nel 1933 da Diana Bandini Lucchesi Rogliani. Nello stesso anno Antonio De Curtis viene adottato dal marchese Francesco Maria Gagliardi Focas, che gli concede il suo nome, in cambio di un vitalizio. In quel periodo forma anche una propria compagnia attraversando da dominatore gli anni d'oro dell'avanspettacolo. Anche il cinema si accorge di lui e nel 1937 lo chiama a interpretare "Fermo con le mani!", il suo primo film cui segue due anni dopo "Animali pazzi". Non ottengono un grande successo, ma segnano l’inizio di una carriera destinata a dargli nuove soddisfazioni a partire dal 1947 con "I due orfanelli". La carriera cinematografica segna tutta la seconda parte della sua vita d’attore, che lo porterà ad essere protagonista di centodue film, trascurando definitivamente il teatro. Anche dal punto di vista sentimentale si apre una nuova epoca, segnata dalla felicità e dall’amore per la giovanissima Franca Faldini, che non sposerà mai ma l’accompagnerà fino alla fine dei suoi giorni. La vita di Totò si chiude sul lavoro.

13 aprile, 2013

14 aprile 1934 – La piccola Loretta del Kentucky


La famiglia Webb non ha il tempo né la voglia di festeggiare quando, il 14 aprile 1934, viene al mondo la piccola Loretta. A Butcher Holler, nel Kentucky, la crisi morde forte e lavoro non ce n'è per nessuno. Chi può immaginare che la mocciosa che si aggira tra le case sporca e con i capelli arruffati diventerà uno dei più grandi personaggi del country statunitense con il nome d'arte di Loretta Lynn? La bambina impara a suonare la chitarra dai vagabondi di strada e si diverte a strimpellare per gli amici. La vita, però, sembra non avere tempo per i suoi sogni. Le affibbiano un marito quando non ha ancora compiuto quattordici anni e prima ancora di aver capito bene cosa le sia successo si ritrova madre di quattro figli. Le resta la consolazione della chitarra e delle canzoni che pian piano diventano quasi un lavoro. Si offre ai locali in cambio di qualche soldo e di un pasto per sé e per i figli, conosce vari musicisti e forma anche una band, i Trailblazers, mentre la sua popolarità cresce. Alla fine degli anni Cinquanta arriva anche il primo contratto discografico e, inaspettato, nel 1960 il primo grande successo con Honky tonk girl. I tempi duri sono ormai lontani. I suoi dischi scalano regolarmente le classifiche e i soldi non sono più un problema. Nel 1972 è la prima donna della storia a potersi fregiare del titolo di "artista country dell'anno", un evento in un mondo di uomini rudi e col cappello da cow boy. Nel 1975 la sua canzone The pill viene censurata ed esclusa dalla programmazione radiofonica e televisiva ma lei non si scompone, preferisce togliersi la soddisfazione di far vincere per quattro volte il titolo di "duo country dell'anno" ai suoi duetti con Conway Twitty. La mocciosa arruffata e sporca è diventata un'artista celebrata e miliardaria che investe i suoi guadagni in una catena di negozi tipici e in una società di edizioni musicali e di spettacoli. Il pubblico la ama e glielo fa capire anche quando la sua autobiografia "Coal miner's daughter" diventa uno dei libri più venduti. Analoga accoglienza riceve il film omonimo (in Italia "La ragazza di Nashville"), interpretato da una Sissy Spacek in stato di grazia che vincerà anche l'Oscar. Negli anni Ottanta la sua stella sembra offuscarsi di fronte alle fluorescenti star di quel decennio, ma lei non se ne cura. Pubblica qualche disco e vive un po' appartata, ma non è al capolinea. Nel 1993 farà di nuovo gridare al miracolo con Honky tonk angels un album realizzato insieme a Dolly Parton e Tammy Wynette.

12 aprile, 2013

13 aprile 1967 - Varsavia si infiamma per i Rolling Stones

Sarà un caso, ma i veri guai giudiziari per i Rolling Stones iniziano proprio nel 1967, l'anno in cui dimostrano la loro disponibilità a suonare nei paesi dell'Est accettando di esibirsi a Varsavia. Non sono la prima rockband britannica che accetta l'invito delle autorità dei paesi del "socialismo reale" (i primi sono stati qualche anno prima i Manfred Mann), ma certamente la loro è una presenza che non può passare inosservata. L'invito rivolto dalle autorità polacche alla più provocatoria band del panorama mondiale rischia di compromettere anche il lavoro dei media che tendono ad accreditare l'immagine dell'Europa dell'Est come di un'enorme caserma grigia e impermeabile alle novità. Per questo Mick Jagger e compagni sono sottoposti a più d'una pressione da parte degli ambienti politici britannici perché annullino il concerto di Varsavia. E che le pressioni non siano soltanto verbali lo prova la prima perquisizione nelle loro case e la prima denuncia per possesso di droga, che hanno luogo un paio di mesi prima della partenza per la Polonia. I Rolling Stones, però, hanno la testa più dura delle autorità britanniche. Pur precisando che «Non c'è niente di politico. Noi suoniamo per i giovani che sono uguali dovunque…», si presentano puntuali sul palco allestito nel Palazzo della Cultura di Varsavia il 13 aprile 1967 accolti da migliaia di fans in delirio. Va peggio all'esterno dove la polizia usa le maniere forti, con manganelli e lacrimogeni, per contenere l'assalto di duemila giovani senza biglietto che cercano di entrare. Le scaramucce degenerano in scontri ripetuti fino al termine del concerto. L'eccezionalità dell'avvenimento attira nel Palazzo della Cultura molti giornalisti che per la prima volta assistono a un'esibizione dei Rolling Stones e abbondano in colore descrivendo l'ambiente come una bolgia infernale in stato d'assedio. Le critiche più accese si appuntano sulla violenta repressione all'esterno, che viene considerata emblematica dei rapporti tra l'autoritarismo dello stato e il desiderio di libertà delle giovani generazioni. Diversi saranno i commenti dei Rolling Stones: «Il concerto? Eccezionale. Gli incidenti? Normali episodi di esuberanza giovanile e ottusità della polizia. Sono successi episodi simili a Blackpool, a Belfast, a l'Aia, a Toronto, a Rochester, a Vienna, a Parigi e ad Halsinborg… Non c'è niente di nuovo. I giovani sono esuberanti in tutto il mondo e la polizia non brilla per comprensione in nessun paese del mondo…».

11 aprile, 2013

12 aprile 1940 – L'irrequieto Herbie Hancock


Il 12 aprile 1940 nasce a Chicago, nell’Illinois, il pianista e compositore Herbie Hancock, all'anagrafe Herbie Jeffrey Hancock. A sette anni incontra il pianoforte ed è amore a prima vista anche se complesso. Se da una parte frequenta assiduamente le lezioni e si applica con buoni risultati allo studio della tecnica classica, dall'altra non perde occasione di picchiare con foga sui tasti seguendo i dischi di George Shearing e Oscar Peterson. Nel 1956, appena sedicenne, forma una big band di diciassette elementi di cui cura personalmente gli arrangiamenti. Nel frattempo completa gli studi, specializzandosi in composizione e per mantenersi suona nei piccoli club di Chicago. Come nelle favole il suo debutto sulla scena del grande jazz avviene per caso. Una sera d'inverno del 1960 sostituisce il pianista del gruppo del trombettista Donald Byrd, rimasto bloccato da una nevicata. Dopo il concerto Byrd gli propone di restare con lui. È l'inizio di una carriera ricca di successi e soddisfazioni. Due anni dopo pubblica per la leggendaria Blue Note il suo primo album Takin' off e successivamente entra a far parte del gruppo di Miles Davis, che lascerà soltanto nel 1968. Negli anni Settanta la sua tecnica pianistica e le sue capacità d'improvvisazione vengono esaltate dalle nuove sonorità elettroniche create dall'industria musicale. Nel 1973 pubblica per la CBS pubblicando Headhunters, un album che, oltre a farlo conoscere da tutto il mondo, resta ancora oggi un disco fondamentale nell'evoluzione del jazz-funk. Spesso accusato dai puristi del jazz di essere eccessivamente commerciale, non rinuncia mai a sorprendere alternando momenti di sperimentazione pura ad altri in cui la sua vena pare indulgere verso sonorità più facili e universali. Negli anni Ottanta con l'album Future shock sembra orientarsi decisamente verso il funk computerizzato, anche grazie alla collaborazione dei Material di Bill Laswell, ma è un'incursione di breve durata. Incapace di resistere al gusto del cambiamento un paio d'anni dopo forma i VSOP II, un gruppo acustico che schiera i fratelli Wynton e Brandford Marsalis ai fiati. Quando il regista Bernard Tavernier gli chiede di realizzare la colonna sonora del film "Round midnight" chiama a raccolta, i migliori jazzisti disponibili. Il risultato è una lunga e fantastica serie di session cui partecipano, oltre ai VSOP, Bobby McFerrin, John McLaughlin, Chet Baker, Billy Higgins e Dexter Gordon che verrà premiata con l'Oscar.

10 aprile, 2013

11 aprile 1989 – Muore Dave di Sam & Dave, il duo dinamite


L'11 aprile 1988 nei pressi di Syracuse, in Georgia, un sessantunenne nero muore in un incidente stradale. I dati riportati sui documenti svelano che si chiama Dave Prater e che è nato a Ocilla nel 1937. Nomi e date non dicono granché ai soccorritori, ma qualcuno riconosce nella foto un volto noto. È quello di Dave Porter, componente, insieme a Sam Moore, di Sam & Dave, un duo tra i più famosi del panorama soul degli anni Sessanta. Il loro primo incontro risale al 1958 quando al King of Hearts di Miami decidono di cantare insieme. Nel 1960 firmano il loro primo contratto discografico con la Roulette, ma l'appuntamento con il successo è rinviato di almeno un lustro. Il "duo dinamite" esplode, infatti nel 1965 quando Jerry Wexler che li scrittura per la mitica Stax. Il loro primo successo è You don't know like I know, seguito da Hold on I'm coming, un brano che innervosisce un po' i censori per il suo titolo giudicato troppo allusivo. La canzone che li renderà immortali è però Soul man pubblicata nel 1967 e composta da Isaac Hayes e dallo stesso Dave Porter. Nello stesso anno Sam & Dave vengono proclamati dalla critica "il miglior gruppo di rhythm and blues dal vivo". Da quel momento i successi non si contano più, almeno fino al 1970 perché, in quell'anno i rapporti interni alla coppia sembrano entrare in crisi. Sam e Dave si separano, decisi a tentare, ciascuno per conto proprio, l'avventura solistica, ma i risultati deludenti li convincono a tornare sui loro passi prima ancora di rendere irreparabile la rottura. Nel 1971, a soli diciotto mesi dall'annuncio della separazione, il duo Sam & Dave si riforma, ma l'epoca d'oro del soul e del rhythm and blues sembra ormai definitivamente conclusa. La nuova fase della loro carriera è stanca e ripetitiva con frequenti cambiamenti d'etichetta. Ridotti a esibirsi nel circuito del revival, tornano improvvisamente alla ribalta nel 1979 quando i Blues Brothers pubblicano una loro versione di Soul man e i Clash li vogliono al loro fianco nel tour statunitense. La ritrovata popolarità nuoce al duo che nel 1981 si separa per l'ennesima volta. Non convinto della decisione nel 1982 Dave forma con il cantante Sam Daniels una seconda versione di Sam & Dave. Sam Moore, meno nostalgico, preferisce collaborare con vari artisti di quel periodo come gli Eurythmics ed Elvis Costello, anche se nel 1982, torna a interpretare Soul man per la colonna sonora del film omonimo in coppia con Lou Reed. La morte di Dave tacita per sempre le voci su una loro ennesima riunione.

09 aprile, 2013

10 aprile 1970 - Ralph Escudero se ne va


Il 10 aprile 1970 a Puerto Rico muore il basso tuba e contrabbassista Ralph Escudero. Nato a Manati, Puerto Rico, il 16 luglio 1898 e registrato all’anagrafe con il nome di Rafael Escudero inizia a studiare musica da bambino con Fernando Cellejo e Fermin Ramirez. Il suo strumento è il basso tuba ma lui fa pratica anche al contrabbasso già a dodici anni quando suona nell'orchestra scolastica. Trasferitosi a New York raggranella qualche soldo suonando sia con l’orchestra sinfonica della New Amsterdam Musical Association che nella band che accompagna la cantante Lucille Hegamin. Dopo un giro teatrale con la rivista “Shuffle Along” di Noble Sissle ed Eubie Blake, viene ingaggiato dal complesso del clarinettista Wilbur Sweatman nel quale suona, nei primi mesi del 1923, al fianco di Duke Ellington e Sonny Greer. Proprio con il gruppo di Sweatman viene ascoltato da Fletcher Henderson che lo scrittura per la sua orchestra con la quale resta fino alla fine del 1926. L’anno dopo Don Redman assunse la direzione musicale dei McKinney's Cotton Pickers e lo chiama nella sua orchestra. Ci resta per qualche anno e poi viene sostituito da Billy Taylor. Instancabile vagabondo resta nel giro per tutti gli anni Trenta e Quaranta prima nell'area di New York dove suona, fra gli altri, col gruppo di Kaiser Marshall e in quello itinerante di W.C. Handy, e poi in California. Dopo la fine della Seconda Guerra mondiale torna nella sua terra natìa e si stabilisce a San Juan di Puerto Rico dove suona in orchestre da ballo e sinfoniche fino a pochi mesi prima di morire.

08 aprile, 2013

9 aprile 2003 – Shakira contro la guerra in Iraq

«Sono contro la guerra. Non dimentico che le bombe e i missili non cascano sopra manichini di cartone, ma su persone vere, che spesso sono bambini e madri. I padroni del mondo hanno dimenticato l’amore, ma noi dobbiamo tornare a quello perché è l’unico modo di sopravvivere. Abbiamo bisogno di nuovi leader, leader che parlino di amore, come Gandhi e Martin Luther King. Ciascuno però deve fare la sua parte. Io faccio la mia perché sono convinta che filosofi, i giornalisti, gli scrittori e gli artisti di questa generazione, proprio perché hanno un grande potere mediatico, hanno il dovere di parlare alla gente per risvegliarla, per prevenire disastri futuri». Firmato Shakira. Quando all'elenco degli artisti schierati contro la guerra si è aggiunto il suo nome c'è stata un po' di sorpresa e qualcuno, storcendo il naso, ha pensato a una boutade mediatica inventata da qualche ufficio stampa, mentre i giornali schierati sul versante guerrafondaio hanno accolto la notizia con frizzi, lazzi e allusioni di cattivo gusto. Queste reazioni, lungi dall'essere fondate, hanno dimostrato una volta di più la sostanziale ignoranza di gran parte della scena musicale italiana su ciò che avviene oltre i confini delimitati dagli uffici stampa delle major. Shakira non è un'invenzione a tavolino, né una bambola prestata a un managing disinvolto, ma una cantautrice sveglia con una storia artistica importante. Tra i suoi estimatori e amici c'è anche un certo Gabriel Garcia Marquez che nel 2002 scriveva: «È difficile essere quello che è oggi Shakira, non solo per il suo genio o il suo valore, ma anche per il miracolo rappresentato da una maturità inconcepibile per la sua età». Il suo nome è arabo e significa "piena di grazia" e lei lo porta come segno distintivo della sua caratteristica multiculturale. Shakira Isabel Mebarak Ripoll, infatti, nasce a Barranquilla, in Colombia, da madre colombiana e padre libanese. Inizia a cantare giovanissima e dopo un paio di dischi d'assaggio, nel 1996, a diciannove anni pubblica Pies descalzos (Sueños blancos), un album che vende più di tre milioni di copie, in cui, oltre all'amore, guarda ai temi importanti della realtà colombiana, schierandosi dalla parte di chi ogni giorno lotta per sopravvivere. I testi, scritti di suo pugno, sono evocativi e simbolici e affondano le loro radici nella storia del suo popolo («appartieni a una razza antica/dai piedi nudi/e dai sogni bianchi… hai cercato di costruire un mondo preciso/perfetto nei particolari/nello spazio e nel tempo/ma io sono il disordine vivente…»). Tre anni dopo il quarto album Dónde están los ladrones?, tuttora considerato il suo miglior lavoro in assoluto, la consacra definitivamente grazie a brani come Ojos así, Octavo dia, Ciega, sordomuda e quello che dà il titolo al disco. Da quel momento gli uffici marketing della Sony cominciano a pensare a un suo lancio internazionale. Il resto è storia nota: il primo album in inglese Laundry service fa conoscere a tutto il mondo la mescola di rock, musica latina e sonorità mediorientali delle sue canzoni. A parte il colore dei capelli (nei primi dischi è di un nero profondo), la nuova realtà non ne cambia né il carattere né le idee e ben presto il music business si trova a fare in conti con la sua sostanziale indipendenza. Dopo l'11 settembre è uno dei tanti bersagli dell'ondata di intolleranza sospesa tra razzismo e maccartismo che si abbatte sulla cultura statunitense. Gli strali della censura si abbattono sui suoi "passi di danze arabe a piedi nudi " nei concerti. La Sony l'invita ad astenersi «per non offendere la sensibilità dell'opinione pubblica statunitense dopo gli attentati» ma lei lo fa sapere in giro provocando robuste reazioni in tutta la comunità latina degli States. La sua presa di posizione contro la guerra suscita nuove polemiche e un vespaio di reazioni. «Mi sento come la ragazza terribile che si preferisce non invitare alle feste, ma chi se ne frega. La gente mi appoggia e questo conta più di ogni critica». E a chi sostiene che in fondo la politica non dovrebbe interessarla risponde decisa: «Sono nata e cresciuta in Colombia, un paese sotto la costante minaccia della violenza armata. A cinque anni non avevo davanti agli occhi solo le immagini degli eroi di Walt Disney, ma anche quelle della guerriglia e delle truppe paramilitari e so com’è il mondo veramente. Questo non significa che voglio candidarmi alle elezioni presidenziali, ma ho una mia opinione sulla politica».

07 aprile, 2013

8 aprile 1978 - Addio Damned! Però ripensandoci….


I Damned suonano a al Rainbow Theatre di Londra in quello che dovrebbe essere il loro concerto d’addio. In realtà lo scioglimento della band è destinato a non essere messo in pratica e a diventare quasi soltanto il primo della loro turbolenta storia. Figli del primo nucleo punk di Londra i Damned nascono nel 1976 dalle ceneri dei Subterraneans. Il loro scopritore è Nick Lowe, produce il loro primo singolo, New Rose, considerato il primo brano punk pubblicato su disco. La loro popolarità viene rafforzata nei primi mesi del 1977 dal singolo Neat Neat Neat e dall’album Damned Damned Damned. Due sono i pregi principali del gruppo: il primo di essere stati il primo gruppo punk a registrare su vinile e il secondo di non essersi mai presi troppo sul serio. Il concerto d’addio chiude soltanto un primo periodo della band che due anni dopo è di nuovo in pista con il doppio Black Album (1980). Negli anni successivi, persa per strada la carica eversiva del punk, svilupperanno nuovi suoni sottilmente psichedelici fino a centrare il grande successo commerciale.

05 aprile, 2013

7 aprile 1990 – The power of Snap!


Il 7 aprile 1990 al vertice della classifica dei singoli più venduti in Gran Bretagna c'è The power, un brano dance le cui note di copertina sostengono sia interpretato dagli Snap! In quel periodo nessuno crede che esista davvero un gruppo con quel nome. Infatti Snap! è una delle tante sigle nate per firmare la produzione di musica da discoteca, costruita in sala di registrazione miscelando rap, dance, house, funky e tanti altri generi e sottogeneri. Lo scopo è quello di costruire brani il cui unico requisito è la ballabilità. Il problema degli interpreti si pone soltanto in caso di successo, altrimenti una sigla vale l'altra. Il successo di The power rende perciò necessario dare consistenza spettacolare e televisiva alla sigla Snap!. Viene così inventato un trio composto da un "macho" e quattro ragazze. Il "macho" è Turbo B, all'anagrafe Durron Maurice Butler, un ex pugile con (dicono le biografie) un'esperienza come istruttore di "full contact" per le truppe americane di stanza in Germania. Le quattro ragazze sono, invece, sua cugina Jackie Harris, due sconosciute coriste presentate come Jackie H. e Beverly Broan e la cantante Penny Ford. Quest'ultima è l'unica componente a poter vantare una discreta carriera. Figlia del produttore Gene Reid e della cantante Carolin Ford, ha debuttato come solista nel 1986 e per un breve periodo ha sostituito Lorena Shelby nelle Klymaxx. Trovata la formula ideale, per qualche tempo le azioni del gruppo vanno decisamente bene. I dischi di successo si susseguono uno dopo l'altro mentre gli interpreti prendono sempre più confidenza con il loro ruolo di star. Il periodo buono finirà nel 1992 con il fiasco dell'album The madman's return. Nonostante il buon successo del singolo Rhythm is a dancer la produzione decide di non rischiare ed elimina l'unico maschio. Il povero macho Turbo B viene così sostituito dalla avvenente Nikki Harris, una delle due coriste di Madonna. Il cambiamento non serve però a ridare slancio al progetto. Siccome i creatori di questo tipo di prodotti non possono aspettare, gli Snap! vengono accantonati per far spazio a nuovi progetti più vendibili. L'unica capace di trarre profitto dall'esperienza degli Snap! sarà Penny Ford. Chiusa la parentesi ricomincerà come solista. Non avrà la fortuna del gruppo, ma saprà districarsi affiancando all'attività in proprio lunghi periodi come corista di studio e in concerto. Gli altri spariranno praticamente nel nulla.

6 aprile 1923 – Canal Street blues

Il 6 aprile 1923 in un precario studio di registrazione di Richmond, nello stato dell'Indiana, viene incisa per la prima volta Canal Street blues. Composto da Louis Armstrong e King Oliver il brano è dedicato a una delle più famose strade della storia del jazz che con i suoi cinquantun metri di larghezza è anche una delle vie urbane più ampie del mondo. Si trova a New Orleans e divide in due la città dal Mississippi a Metaire Road. La sua prima registrazione è curata dalla Creole Jazz Band di King Olivier, di cui è seconda cornetta Louis Armstrong che da meno di un anno ha lasciato il mestiere di scaricatore di carbone per dedicarsi interamente alla musica e sta cogliendo i primi risultati del suo lavoro. La seduta di registrazione del 6 aprile, oltre a Canal Street blues, vede la prima incisione di un altro brano di Armstrong, Dippermouth blues, destinato a diventare un classico con il titolo di Sugar foot stomp. Tutto il periodo passato dall'allegra banda della Creole Jazz Band negli studi di Richmond resterà nella leggenda del jazz. In quegli angusti e umidi locali inizia la storia d'amore tra Louis Armstrong e la pianista Lil Hardin, che qualche anno dopo diventerà la sua seconda moglie, ma nascono anche i primi contrasti artistici tra lo stesso Armstrong e il suo "vate" King Oliver. L'ambiente e la situazione, poi, sono quanto di più incredibile si possa immaginare. Il locale che ospita le sedute di registrazione è vicino alla ferrovia e i musicisti sono costretti a interrompersi ogni volta che, sbuffando e sferragliando, passa un treno. Al termine del passaggio riprendono l'esecuzione dal punto esatto dove hanno lasciato. Come se non bastasse, le esibizioni della band avvengono davanti a un pubblico di curiosi e appassionati che intervengono rumorosamente nelle pause con osservazioni, pareri e critiche che fanno spazientire King Oliver. Pur adeguandosi alle direttive del suo capo-orchestra, anche Armstrong non perde occasione per rimarcare il suo punto di vista, sostenuto nella sua battaglia da altri componenti della band che gli sono amici e parteggiano per lui come Johnny Dodds, Honoré Dutrey e Baby Dodds, oltre, ovviamente a Lil Hardin. Le giornate passano così tra discussioni, liti, interruzioni e lunghe jam session destinate al pubblico presente mentre il lavoro di registrazione procede a rilento. Nonostante tutto le incisioni di Richmond resteranno una testimonianza importante sia delle qualità di King Oliver e della sua band che del genio di Louis Armstrong.

04 aprile, 2013

5 aprile 1944 – Evan Parker, sassofono solista


Il 5 aprile 1944 nasce a Bristol, in Gran Bretagna, il sassofonista Evan Parker. Legato fin da adolescente al mondo dello spettacolo dove ottiene i suoi primi ingaggi professionali come ballerino, inizia a studiare seriamente sassofono a partire dal 1958, quando compie i quattordici anni, sotto la guida di James Knott. Eclettico ed estroso suona il sax contralto fino a quando si ispira a Paul Desmond, ma non appena scopre John Coltrane non esita a passare prima al soprano e poi al tenore. Muove i suoi primi passi nel modern jazz facendosi apprezzare come strumentista, ma non ancora ventenne approda al free da cui si lascia conquistare definitivamente. Nel 1966, dopo le prime esperienze con John Stevens e Derek Bailey entra a far parte dello Spontaneous Music Ensemble. L'anno dopo si dedica a vari progetti con alcuni improvvisatori tedeschi, come Peter Kowald e Peter Brotzmann, con i quali incide vari dischi. Nel 1969, dopo un breve periodo al fianco di Manfred Schoof, entra nel trio di Alexander Von Schlippenbach, che diviene poi un quartetto. Quasi nello stesso periodo suona anche con Pierre Favre e finisce per costituire, insieme ad altri esponenti britannici del jazz più radicale la Music Improvisation Company, una sorta di band ufficiale della corrente. Nel 1970 accetta anche di far parte, quando richiesto, di due importanti orchestre internazionali come la Globe Unity e la Brotherhood of Breath con le quali registra vari dischi e tiene numerosi concerti in giro per il mondo. Dello stesso anno è anche la nascita del duo con il batterista Paul Lytton il cui lavoro in studio verrà raccolto in tre dischi. Nel 1971 realizza il sogno di dar vita a una propria etichetta discografica fondando, insieme a Derek Bailey, la Incus. Gli anni Settanta lo vedono molto attivo e impegnato in progetti con i suoi Bailey, Lytton, Von Schlippenbach e Stevens, oltre che con la London Jazz Composer's Orchestra. Progressivamente, però, la sua attività si orienta verso le "solo performance", in cui studio, sperimentazione ed esecuzione spettacolare diventano tutt'uno, come emerge dalla testimonianza di album come Saxophone solos e Monoceros. Alla fine degli anni Settanta è ormai considerato uno dei più originali strumentisti nari e cresciuti nel free jazz, tanto che viene addirittura coniato il termine "formula Evans" per definire l'originalità di uno stile nel quale la proposta sperimentale non esclude l'emotività.

02 aprile, 2013

3 aprile 1976 - "Disco lady" di Johnny Taylor, il primo di platino


Il 3 aprile 1976 arriva per la prima volta al vertice della classifica dei dischi più venduti il singolo Disco lady interpretato da Johnnie Taylor, destinato a passare alla storia per essere stato il primo disco di platino dell'industria discografica degli Stati Uniti. Taylor è un interprete di lungo corso che inizia a cantare gospel dall'età di otto anni in varie corali di Memphis e del Kansas e a quattordici anni è già famoso a Chicago negli Highway Q.C. Qui conosce Sam Cooke di cui prende successivamente il posto nei Soul Stirrers dopo aver militato in altri gruppi ancora come i Five Echoes. Chiamato anche “il filosofo del soul” inizia la sua carriera da solista nei primi anni Sessanta e arriva al successo nel 1969 con l'album Who's making love e con i singoli Who's making love e Take care of your homework. Da quel momento per tutti gli anni Settanta centra una lunga serie di successi, culminata nel 1976 proprio con il singolo Disco lady che vende oltre due milioni di copie ed è il primo disco beneficiato dalla decisione delle case discografiche di premiare con il disco di platino le vendite milionarie.

4 aprile 1990 – La Divina se ne va


Il 4 aprile 1990 muore, all’età di sessantaquattro anni, Sarah Vaughan, una delle più grandi cantanti jazz del mondo, soprannominata "The Divine" (La Divina). Solo l'anno prima aveva ricevuto il prestigioso riconoscimento del Grammy Award alla carriera. Nata il 27 marzo 1924 a Newark, nel New Jersey, a differenza di molti altri suoi colleghi jazzisti, non ha alle spalle un'esistenza tormentata o problematica, se si eccettuano i normali alti e bassi che caratterizzano un po' la vita di tutti gli artisti. Suo padre è un falegname che si diletta a esibirsi nel tempo libero come chitarrista blues, mentre la madre è corista di gospel nella chiesa del quartiere. Proprio quest'ultima la porta con sé fin da piccola e le insegna a cantare. In breve tempo diventa la beniamina del quartiere, ma la madre ha in mente altri progetti per lei. Sogna una figlia concertista classica e la iscrive a un corso di pianoforte. La giovane Sarah non ama la musica colta. Preferisce frequentare la compagnia dei suoi coetanei che strimpellano in improvvisati complessini jazz e, a diciott'anni, all'insaputa dei genitori si iscrive a un concorso per giovani talenti che si svolge nel famoso Apollo Theatre di Harlem. Qui la sua esibizione attira l'attenzione di Billy Eckstine, il cantante della Big Band di Earl Hines che parla con toni entusiastici della ragazza al leader dell'orchestra. Qualche tempo dopo il grande Hines la invita a entrare nella sua formazione come cantante e seconda pianista. Sarah accetta. In quel periodo il mondo del jazz è attraversato dalla forte ventata innovativa del be-bop. La cantante, affascinata dai "boppers" vive una lunga serie di esperienze artistiche al fianco di musicisti come Charlie Parker, Dizzy Gillespie, Benny Green, Wardell Gray e Little Benny Harris. Gelosa della sua indipendenza, Sarah Vaughan chiusa nel 1944 l'esperienza orchestrale con Eckstine, che ha ereditato la formazione di Hines, non accetterà più di avere un ruolo subordinato. Farà uno strappo alla regola soltanto nel 1945 quando per un paio di mesi si unirà alla band di John Kirby. Nel corso della sua carriera lavora con quasi tutti i grandi del jazz, da Miles Davis a Oscar Peterson, a Leonard Feather, Stuff Smith, Count Basie, Cannonball Adderley e tanti altri. Il suo stile è unico: impostato su un fraseggio ricco di articolazioni sofisticate tende a riprodurre gli stili solistici dei grandi musicisti. La sua morte priva il jazz di una delle più originali e brillanti interpreti del jazz del dopoguerra.