31 luglio, 2013

1 agosto 1950 – Si ferma il cuore di Alvin Mouse Burroughs

Il 1° agosto 1950 a Chicago, nell'Illinois, muore per un'improvvisa crisi cardiaca il batterista Mouse Burroughs, all'anagrafe Alvin Burroughs. Non ha ancora compiuto trentanove anni. Nato a Mobile, in Alabama, cresce nei sobborghi di Pittsburgh e fin da piccolo passa gran parte del suo tempo a percuotere barattoli, pentole, scatole di cartone e tutto ciò che può produrre un suono. Quando qualcuno gli mette tra le mani una batteria capisce che quella sarà la sua vita. A sedici anni suona a Sharon in Pennsylvania insieme a un altro giovane e promettente strumentista che risponde al nome di Roy Eldridge. Nel 1929, quando non ha ancora diciannove anni, ottiene la sua prima importante scrittura. Viene, infatti, chiamato a Kansas City per essere inserito nella formazione dei Blue Devils del contrabbassista Walter Page, considerata una delle migliori formazioni di quel periodo e destinata a diventare la culla della futura orchestra di Count Basie. È sua la batteria che si ascolta in Blue Devil blues e Squabblin’, due delle incisioni più conosciute della band di Page. La sua avventura musicale è, però solo all'inizio. Ben presto se ne va anche da Kansas City e dopo un breve periodo alla corte di Alphonso Trent, si trasferisce a Chicago dove suona con Walter Fuller, Omer Simeon, Budd Johnson e molti altri protagonisti del circuito jazz di quella città. Nel 1938 prende parte a una seduta di incisione organizzata e diretta dal vibrafonista Lionel Hampton, che, non disponendo ancora in quel periodo di una formazione stabile, si affida di volta in volta a gruppi di musicisti reperiti sulla piazza chicagoana. L’anno dopo se ne va a New York per suonare con l'importante orchestra di Earl Hines in sostituzione di Wallace Bishop. Il suo nome è stato suggerito al grande Hines da tre suoi strumentisti, Fuller, Simeon e Johnson, vecchi compagni di Burroughs a Chicago. Con questa orchestra il batterista registra per la Bluebird tra il mese di luglio del 1939 e l’inizio del 1941 una lunga serie di dischi che lo fanno conoscere a livello internazionale. Nonostante i successi la sua inquietudine artistica lo porta a nuove migrazioni. Nel 1941 suona con l’orchestra di Milton Larkin al “Rhumboogie” di Chicago e nel 1942 passa alla formazione di Benny Carter. Dopo un periodo in proprio, nel 1945 entra a far parte del gruppo di Red Allen dove rimane fino al 1946. Nel 1949 diventa il batterista del quartetto di George Dixon con il quale resta fino alla crisi cardiaca che lo uccide.

31 luglio 1967 - Fuori gli Stones dalle galere!

Dopo una mobilitazione senza precedenti dei più popolari personaggi del beat britannico, il 31 luglio 1967 la Corte d'Appello di Londra libera dal carcere Mick Jagger e Keith Richards dei Rolling Stones. Cosa ci fanno in prigione due protagonisti di primo piano della musica pop di quel periodo? Facciamo un passo indietro fino al 29 giugno, quando il giudice Lesley Block condanna Jagger a tre mesi di reclusione e cinquecento sterline di multa e Richards a un anno di carcere più cento sterline di multa. L’imputazione è di detenzione e uso di marijuana. La sentenza è immediatamente operativa. Mick Jagger viene rinchiuso nel carcere di Brixton e Keith Richards in quello di Warmwood Scrubs. La notizia fa rapidamente il giro di Londra e immediata scatta la solidarietà. Alla faccia delle finte rivalità e nonostante gli inviti alla prudenza dei loro discografici, i primi a prendere pubblicamente posizione sono gli Who, che, convocata in fretta e furia una conferenza stampa, annunciano l’intenzione di pubblicare un disco con due brani degli Stones, Under my thumb e The last time per “mantenere desta l'attenzione del pubblico” sul lavoro del gruppo. Tre giorni dopo la sentenza il prestigioso Times in un editoriale firmato da William Rees-Moog parte dalla carcerazione dei due artisti per attaccare duramente il sistema giudiziario britannico. La mobilitazione raggiunge il culmine quando, cinque giorni prima del processo d’appello, lo stesso Times ospita in un’intera pagina a pagamento un appello per la legalizzazione della marijuana firmato da tutti e quattro i Beatles, dal loro manager Brian Epstein e da altri personaggi della scena musicale britannica. Questo è il clima nel quale il 31 luglio si svolge l’udienza conclusiva dell’appello. Tra il tripudio dei presenti, dopo la lettura della sentenza il giudice, Lord Parker, con motivazioni tecniche diverse, revoca la condanna al carcere e ordina l’immediata liberazione dei due musicisti.

29 luglio, 2013

30 luglio 2004 - I Têtes de Bois tornano sulla strada


Il 30 luglio 2004 i Têtes de Bois presentano il loro nuovo lavoro intitolato Pace e male. Visto il successo ottenuto con l’album Ferré, l’amore e la rivolta potevano vivacchiare di rendita sfruttando ancora per un po’ il “giocattolo” Ferré attingendo alla corposa produzione del cantautore francese, ma il gruppo non è fatto così. Il suo volo non è quello degli uccelli rapaci che girano in tondo attorno alla preda. Non ci sono prede, ma passioni, nel cuore di questa band che da tempo viaggia lungo le imperscrutabili rotte degli stormi migranti. «Ferré ce l’abbiamo sempre vicino, è nel nostro cuore e nella nostra musica – ci dice Andrea Satta, la voce del gruppo non solo sul palco – viaggia con noi sulle nuove strade. È un amico vivo, un compagno d’avventure, e gli amici e i compagni non si mummificano nel ricordo». E così dopo due anni ci regalano Pace e male, un doppio album che ha il sapore della strada, degli spazi liberi, il gusto del confronto e della contaminazione unito alla leggerezza del pensiero aperto. «In questa avventura abbiamo imbarcato un sacco di amici, ciascuno dei quali ha regalato un pezzo di sé». Sono davvero tanti e diversi gli apporti in voci, idee e suoni, un lungo elenco che comprende musicisti come Daniele Silvestri, Mauro Pagani, Ugolino e Antonello Salis, attori come Paolo Rossi e Marco Paolini, giornalisti ad assetto variabile come Gianni Mura e un ex ciclista, Davide Cassani. Come sempre il lavoro dei Têtes de Bois fa impazzire gli ostinati amanti delle classificazioni rigide. C’è di tutto, rock, classica, teatro, strada, un caleidoscopio musicale in cui tutto si mescola senza violenza per generare nuovi e differenti colori. È musica colta che parla della realtà quotidiana, la racconta attraverso piccole storie che in cui vive la forza dei grandi temi, dal lavoro (Buongiorno Arturo) alla guerra, all’imperialismo (Abbasso Nixon), alla critica sociale. A ben vedere è proprio questa capacità di raccontare la realtà minuta attraverso il linguaggio poetico l’eredità vera di Ferré, un modo di farlo rivivere rifuggendo dagli scimmiottamenti delle cover. È anche un modo di legare il presente con il passato senza trasformare quest’ultimo in un album di fotografie, perché, come ricorda Andrea Satta, la memoria è un elemento strategico nella battaglia per cambiare lo stato delle cose possibili: «La memoria è l’elemento che può fare la differenza in un mondo in cui il video, i sistemi di comunicazione e di persuasione di massa tendono a cancellare la capacità di discernere e di pensare. Anche l’indignazione è pilotata. Spesso mi sorprendo a pensare che quando non ci sarà più mio padre che è stato in campo di concentramento anche il nazismo diventerà una figurina innocua. Mi fa paura un mondo in cui i mass media controllano anche la nostra capacità critica, scegliendo i temi sui quali scatenare l’indignazione dell’opinione pubblica. Il nostro lavoro sulle storie, sulle piccole vicende quotidiane è un modo di recuperare la memoria guardando avanti, di uscire dal sapere enciclopedico, la vera tragedia della cultura di questo tempo che riduce a sintesi e cancella la molteplicità». Chissà, forse è per questo che l’album è doppio, per non cadere nella trappola della sintesi forzata…

29 luglio 1974 – Don't call me Mama anymore!

Il 29 luglio 1974 muore improvvisamente nel suo appartamento di Londra, stroncata da un infarto, Cass Elliott, più conosciuta con il nome di Mama Cass, una delle componenti, insieme a John Phillips, Holly Michelle Gillian e Denny Doherty, di uno dei gruppi storici della ventata pacifista hippie degli anni sessanta: i Mamas & Papas. La grossa e simpatica Cass, che non ha ancora compiuto trentun anni, da tempo soffriva di disturbi legati alla sua obesità, ma alla sua morte iniziano a circolare le voci più disparate. Alcuni tabloid parlano di overdose, altri di soffocamento da cibo, ma la realtà è quella che i suoi pochi amici avevano intuito fin dall'inizio: il grande corpo della cantante ha finito per soffocare il suo fragile cuore. Nata a Baltimora, nel Maryland, si trasferisce giovanissima a New York dove studia musica e recitazione. All'inizio degli anni Sessanta canta con i Big Three ed è considerata una delle migliori voci del Greenwich Village. È proprio in questo periodo che la sua obesità, portata quasi con ostentazione, diventa uno degli elementi caratteristici del suo personaggio, quasi quanto la sua voce. Quando prende il via l'esperienza dei Mamas & Papas diventa per tutto il mondo "Mama" Cass. Vive con entusiasmo l'avventura della band e quando si conclude patisce più dei suoi tre compagni l'inevitabile strascico di polemiche e tensioni. Ciononostante arrotola le maniche e riprende la carriera da dove l'aveva lasciata al momento della formazione dei Mamas & Papas. Tra i membri del disciolto gruppo storico è sicuramente quella che raccoglie i migliori risultati come solista. Nel 1968 pubblica con successo il singolo Dream a little dream of me, seguito dall'album omonimo. I vari tentativi di rimettere in piedi i Mamas & Papas la portano a sospendere per un paio d'anni le iniziative solistiche. Torna in sala di registrazione nel 1971 per contribuire con la sua voce alla realizzazione dell'album Dave Mason and friend dell'ex Traffic Dave Mason e due anni dopo pubblica nuovamente come solista, il singolare e ironico The road is no place for a lady (La strada non è un posto per una signora). La sua ironia sembra in linea con il suo personaggio di cicciona simpatica, ma i problemi fisici iniziano a farla entrare in conflitto con se stessa e con quel fisico ingombrante. Pochi mesi prima di morire dà alle stampe il suo nuovo album Don't call me Mama anymore (Non chiamarmi più Mama). È un grido disperato destinato a perdersi nel vuoto.

26 luglio, 2013

28 luglio 1962 – Eddie Costa, il pianista con la passione del vibrafono


Il 28 luglio 1962 a New York muore in un incidente automobilistico il trentaduenne pianista e vibrafonista Eddie Costa. Si chiude così prematuramente la carriera di uno dei più promettenti strumentisti di quel periodo. Nato ad Atlas il 14 agosto 1930 Edwin James Costa, questo è il suo nome completo, inizia giovanissimo a studiare pianoforte. Ben presto, però scopre il vibrafono e, senza abbandonare gli studi pianistici, decide di dedicarsi anche al nuovo strumento, di cui impara l'uso da solo mettendo a frutto le tecniche apprese sulla tastiera del pianoforte. A diciassette anni esordisce con il trio di Frank Victor suonando un paio di anni nei club della Pennsylvania, ma ben presto decide che la vita di provincia non fa per lui. Sempre con il gruppo di Victor se ne va a New York dove incontra Joe Venuti con il quale sembra destinato a far coppia fissa quando arriva, in parte inaspettata, la chiamata di leva. Il servizio militare blocca la sua carriera per due anni, dal 1951 al 1952, ma non ne cancella la popolarità. Dopo il congedo suona in quasi tutti i migliori locali del circuito jazz con le formazioni di Sal Salvador, Johnny Smith, Tal Farlow, Kai Winding e Don Elliott. Parallelamente forma un suo trio con il quale partecipa al festival di Newport del 1957. Alla fine degli anni Cinquanta suona più volte nella grande orchestra di Woody Herman. Considerato da pubblico e critica come uno del giovani di maggior talento del nuovo jazz, nel 1957 vince anche il referendum indetto dalla rivista specializzata Down Beat come miglior "new star" dell'anno. Non sceglie tra i suoi due strumenti, ma cerca di assimilare il meglio di ciascuno per migliorare il proprio bagaglio tecnico. Suona il piano in uno stile originalissimo chiaramente derivato dallo studio del vibrafono, utilizzando, per esempio, la mano sinistra per creare suggestivi unisoni di ottave. La sua tecnica al vibrafono non è da meno e si caratterizza per l'originalità di un tappeto sonoro che non rinuncia alle tentazioni ritmiche. Non è un caso che un grande chitarrista come Tal Farlow quando può contare sul suo apporto rinuncia alla batteria. Il suo rapporto con i chitarristi in genere è però speciale tanto che nella sua brevissima carriera suona praticamente con tutti i più grandi: da Farlow a Smith, da Wayne a Salvador, a Joe Puma. L'incidente mortale lascia per sempre in sospeso l'interrogativo sulle sue possibili future evoluzioni.


27 luglio 1992 – Gli Erasure non disarmano


Sono tanti i fans che accolgono all’Hammersmith Odeon di Londra il 27 luglio 1992 gli Erasure nel concerto che conclude l’ennesimo tour britannico di uno dei gruppi più importanti della fine degli anni Ottanta. Il successo della tournée ha smentito i corvi che parlavano di loro come di un duo ormai in disarmo, senza più nulla da dire e, nei fatti, alla vigilia dello scioglimento. C’è anche chi ha scritto che la partecipazione al doppio album “Red Hot & Blue” del 1991, una compilation per raccogliere fondi da destinare alle cure dei malati di AIDS, fosse da considerarsi il loro canto del cigno. Il concerto all’Hammersmith Odeon assume così un significato particolare per una coppia nata dall’idea dell'instabile e perennemente insoddisfatto Vince Clarke, famoso per la sua capacità di creare e, con la stessa facilità, abbandonare a se stesse band di grande successo. Nella sua intensa carriera, infatti, dà il suo apporto fondamentale alla nascita e ai primi successi di gruppi come i Depeche Mode e gli Yazoo che lascia prima ancora di poter godere i risultati del suo lavoro. Irrequieto al limite del masochismo, nel 1983 tenta di dar vita con Eric Radcliffe a un progetto chiamato The Assembly: un album con dieci canzoni interpretate da altrettanti cantanti. L'idea, però, si scontra con gli interessi delle case discografiche e con i vincoli contrattuali degli interpreti per cui, nonostante l’ingente mole di materiale registrato, vede la luce soltanto il singolo Never never interpretato da Feargal Sharkey. Dall’ennesimo fallimento nascono gli Erasure, un duo composto da lui e dal cantante Andy Bell, reperito con un’inserzione sulla rivista "Melody Maker". L’esperimento diventa la più longeva esperienza di Clarke, forse stimolato dal clamoroso insuccesso che caratterizza il debutto discografico della coppia con il singolo Who needs love like that alla fine del 1985. Non meglio va ai due dischi successivi. Gli Erasure devono aspettare l’album Wonderland nel 1986 per trovare credito e consensi. Dopo essere stati proclamati “miglior gruppo del 1989” diminuiscono progressivamente la produzione discografica. Per questo quando iniziano il tour britannico del 1992 in pochi credono che manterranno gli impegni. Il concerto dell’Hammersmith Odeon smentisce tutti e diventa un tributo ai fans che hanno creduto in loro.

26 luglio 1943 – Mick Jagger, la pietra che rotola anche da sola


Il 26 luglio 1943, a Dartford, in Gran Bretagna, nasce Mick Jagger, il leader carismatico dei Rolling Stones, capace di interpretare fino in fondo il ruolo di discusso e sorprendente uomo-immagine di uno dei gruppi più graffianti, spettacolari e provocatori della storia del rock. Come e meglio degli altri Stones Mick è riuscito a brillare anche di luce propria al di fuori dell’attività del gruppo. In questo, più che nelle, spesso ripetitive, avventure discografiche della sua band, c’è, forse, il segreto di un longevità artistica che non si nutre soltanto di nostalgia. Parallelamente alle vicende degli Stones riesce, infatti, a sviluppare, con intelligenza ed equilibrio, esperienze individuali. L'esordio di Jagger come solista avviene nel 1970, mentre la sua band è all'apice del successo, con Memo from Turner, un brano della colonna sonora di "Performance", il film che segna il suo debutto come attore. L’esperienza si ripete poco tempo dopo con la colonna sonora di "Ned Kelly", il suo secondo film. Incurante delle raccomandazioni dei produttori, che temono che il suo comportamento possa alimentare le ricorrenti voci di scioglimento degli Stones, non rinuncia neppure alla collaborazione con altri artisti. Alla fine degli anni Settanta dà una mano al nuovo profeta giamaicano del reggae Peter Tosh interpretando con lui il brano Don't look back, inserito nell'album Bush doctor dello stesso Tosh. Nel 1984 registra con Michael Jackson State of shock e, l'anno successivo, canta con David Bowie una infiammata versione di Dancing in the street, un brano soul degli anni Sessanta. Si dice sia stato lui a convincere un refrattario Bowie ad accompagnarlo in occasione del Live Aid, il concerto organizzato da Bob Geldof per raccogliere fondi per le popolazioni etiopiche. Alla fine l’attività di solista convince anche il music business tanto che, alla fine degli anni Ottanta, quando stipula il miliardario contratto con gli Stones, la CBS prevede l’obbligo per Jagger di realizzare alcuni dischi in proprio. Il dovere contrattuale sembra però spegnere la creatività di Mick che nei primi due album, molto pubblicizzati, non aggiunge niente di nuovo al lavoro degli anni precedenti. Ritroverà la vecchia grinta nel 1993 quando realizzerà Wandering spirit con la collaborazione di un gran numero d’amici, tra i quali Lenny Kravitz, Billy Preston, Flea dei Red Hot Chili Peppers e Doug Wimbish dei Living Colour.



25 luglio, 2013

25 luglio 1981 – Gli Orchestral Manoeuvres In The Dark


Il 25 luglio 1981, quasi un anno dopo la sua prima pubblicazione in Gran Bretagna, il brano Enola gay arriva al vertice della classifica dei singoli più venduti in Italia. Sia pur in ritardo il disco ha un successo commerciale più eclatante di quello ottenuto in patria, dove non è andato oltre l'ottavo posto in classifica. Gli interpreti del brano si fanno chiamare Orchestral Manoeuvres In The Dark. Dietro questa sigla si nascondono, in realtà, due ingegneri del suono di Liverpool, Paul Humphreys e Andy McCluskey, provenienti dall'esperienza della cool wave. Definiti, forse con un po' di precipitazione, "alfieri della tecno pop", con il loro sound, basato su un ampio uso di tutte le soluzioni tecnologiche più avanzate disponibili in campo musicale, tende a superare gli angusti limiti di una definizione schematica. Enola gay è uno dei brani del loro secondo album Organisation, realizzato con la collaborazione di un gruppo di strumentisti che comprende, tra gli altri, il percussionista Malcolm Holmes, il sassofonista Martin Cooper e il tastierista Michael Douglas, un trio che li supporta anche nelle esibizioni dal vivo. Quando Enola gay arriva al vertice della classifica italiana in patria la band ha già pubblicato il nuovo album, Architecture and morality, con i singoli Souvenir e Joan of Arc (Maid of Orleans). Chi pensa che gli Orchestral Manoeuvres In The Dark, il cui nome si è nel frattempo accorciato in O.M.D. siano destinati a ripetersi all'infinito si sbaglia. Nel 1983 con l'album Dazzle ship e il singolo Genetic engeneering, i due di Liverpool inizieranno a prendere le distanze dalle facili tentazioni del pop. Non sarà, però, una scelta definitiva. Per qualche anno alterneranno brani decisamente sperimentali e ostici a parentesi commerciali. Alla fine degli anni Ottanta Humphreys se ne andrà per formare i Listening Pool. Quella degli Orchestral Manoeuvres In The Dark diventerà così una sigla nelle mani del solo McCluskey.


23 luglio, 2013

24 luglio 1987 - "La Bamba", il rock chicano di Ritchie Valens


Venerdì 24 luglio 1987 viene presentato in prima visione negli Stati Uniti il film “La bamba” di Taylor Hackford, ispirato alla vita del cantautore e chitarrista Ritchie Valens, interpretato sullo schermo da Lou Diamond Phillips. Il titolo della pellicola è preso a prestito alla sua canzone più conosciuta, una rielaborazione in chiave rock and roll di un brano tradizionale messicano. La presentazione del film riapre una vecchia polemica tra i critici anglofoni e la comunità degli immigrati di lingua ispanica, in particolare quelli di origine messicana. Questi ultimi accusano di colonialismo culturale e anche di razzismo quella parte della critica che continua a considerare minore il genere di musica elaborato da Ritchie e a chiamarlo con l’appellativo di “tex-mex”. Le radio ispanoamericane di Los Angeles guidano l’offensiva contro la discriminazione: «Quel genere è nostro, affonda le radici nella nostra tradizione, è ‘rock chicano’. Se non vi piace non ascoltatelo, ma smettetela di gettare merda su tutto ciò che non è in linea con la vostra barbosa tradizione anglosassone. Questo paese è anche nostro!». Chi, molto probabilmente non avrebbe mai pensato di diventare una bandiera, è Richard Steven Valenzuela, in arte Ritchie Valens, il protagonista involontario di questa disputa. Nato a Pacoima, un sobborgo d’immigrati perduto nella periferia della grande Los Angeles il 13 maggio 1941. Chitarrista acustico istintivo e buon cantante, viene scoperto dal produttore Bob Keene in una festa scolastica. Scritturato per pochi dollari, nel 1958, ancora adolescente arriva al successo con brani che mescolano la gioiosa armonia latina della tradizione messicana con le nuove strutture ritmiche del rock and roll. Il destino non gli consente di godere a lungo della popolarità. Il 3 febbraio 1959, infatti, non ancora diciottenne, muore in un incidente aereo insieme ad altre due star del rock and roll come Buddy Holly e Big Bopper, con i quali è impegnato in una tournée nel Midwest.


22 luglio, 2013

23 luglio 1974 – Muore Gene Ammons


Il 23 luglio 1974 il sassofonista Gene Ammons muore a Chicago, nell’Illinois, la città dove è nato il 14 aprile 1925. Figlio del celebre pianista di boogie-woogie Albert Ammons, ha vissuto una esistenza complicata dall'uso e soprattutto dall'abuso di stupefacenti che talvolta lo hanno costretto anche al silenzio. Cresciuto al fianco del padre in una Chicago che sta vivendo uno dei periodi musicalmente più interessanti della sua storia, Gene diventa uno dei protagonisti del rinnovamento della musica jazz. A diciassette anni è nell'orchestra di King Kolax e dal 1944 al 1947 fa parte integrante della Star Orchestra di Billy Eckstine, una delle formazioni più celebri d'America di quegli anni. Proprio in quel periodo il sassofono di Ammons inizia a innestarsi nel processo di rottura degli schemi tradizionali assimilando anche la lezione di Lester Young. Il suo stato di perenne tensione e d’irrequietezza, per molti versi non dissimile da quello che porta alla morte Parker, fa sì che nel 1948 Ammons lasci Eckstine e cominci a lavorare con piccoli gruppi indipendenti, più adatti al suo carattere volubile e all'insicurezza che la sua situazione psichica gli provoca. Nel 1949 sostituisce Stan Getz nel gruppo di Woody Herman, ma non resiste a lungo alla rigida disciplina dei quella band. L’anno dopo è con Sonny Stitt in una sorta tenor battle a due sassofoni. Le esibizioni dei due al Birdland di New York, una parte delle quali è stata registrata e pubblicata su disco, sono rimaste nell’immaginario dei cultori di jazz come emblematiche della componente più “folle” della stagione del bop. Per un tipo inquieto come Ammons, però, il linguaggio del be bop non è un punto d’arrivo, ma il passaggio verso nuove forme espressive che lo portano prima a sperimentare il cool jazz e poi nel territorio meno accidentato e più meticciato del rhythm & blues.