30 settembre, 2013

1° ottobre 1908 – Nasce la Ford Model T


Il 1° ottobre 1908 un emozionato Henry Ford annuncia la nascita dell’auto dei suoi sogni. È la mitica Model T, che verrà soprannominato "Tin Lizzie" da milioni di americani. Un’automobile semplice nel funzionamento e brillante nelle prestazioni, destinata a essere insignita quasi cent’anni dopo del titolo di “Auto del secolo” da una giuria di esperti e giornalisti specializzati. Nei vent’anni di produzione la Ford costruirà 15.458.781 vetture del Modello T, un record che resterà imbattuto per oltre 50 anni! La capacità produttiva viene supportata da un’innovazione destinata a lasciare il segno quando Henry Ford adatta il concetto di catena di montaggio alla produzione automobilistica riuscendo ad abbattere i tempi di produzione a livelli mai visti prima. L’innovazione produttiva è affiancata da un’altra serie di innovazioni sul piano dei rapporti sociali: la casa automobilistica raddoppia la paga giornaliera dei suoi operai e riduce l’orario di lavoro a otto ore giornaliere. Anche la frase con cui Ford convince i riottosi soci è rimasta emblematica: «Se riduci le paghe, riduci il numero dei tuoi clienti». I parametri della linea di montaggio fordista trascinano tutta l’industria statunitense. La morte del fondatore, avvenuta nel 1947, non ferma la marcia della Ford Motor Company che, riorganizzata da Henry Ford II, rinnova la sfida al mercato con modelli di grande successo e suggestione come la Thunderbird del 1955, la Mustang lanciata nel 1964 e la celebre Fairlane. Viene potenziata anche la produzione europea che, nel 1976, vede il lancio della Fiesta, uno dei maggiori successi tutti i tempi di casa Ford con oltre 12 milioni di esemplari prodotti finora. A più di cent’anni dalla nascita la leggenda continua.


29 settembre, 2013

30 settembre 1950 – Natalità Zero


Il 30 settembre 1950 nasce a Roma Renato Fiacchini, destinato a ottenere un notevole successo con il nome di Renato Zero. Deciso a sfruttare l’immagine di personaggio ambiguo, sullo stile del David Bowie del periodo glam, debutta come cantante nel 1974 con l'album No mamma no, seguito l’anno dopo da Invenzioni. Dotato di grande carisma diventa protagonista, in breve tempo, di un vero e proprio culto di massa che decreta il successo delle sue canzoni e l'affollamento fino all'inverosimile dei suo spettacoli. Dopo Trapezio del 1976, gli album Zerofobia del 1977 e Zerolandia dell’anno dopo segnano la sua definitiva consacrazione tra i grandi della musica italiana. I suoi fans, da lui chiamati "sorcini" lo considerano il capo di una grande famiglia che viene raccolta sotto il tendone dei suoi spettacoli. I suoi successi di questo periodo non si contano. Verso la metà degli anni Ottanta il suo personaggio pare declinare, con l'affermarsi di nuovi miti e nuove mode musicali. Addirittura il 30 settembre del 1990 dichiara la sua intenzione di esibirsi per l'ultima volta in un grande concerto, ma non mantiene la parola. L'anno dopo, infatti, va al Festival di Sanremo dove presenta Spalle al muro, un brano scritto per lui da Mariella Nava che segna, a pochi mesi di distanza, un nuovo inizio della sua carriera. Nel 1995, recuperata la sua antica voglia di stupire torna a esibirsi in un lungo tour tutto esaurito. È un nuovo inizio.

28 settembre, 2013

29 settembre 1924 – Il giovane Armstrong a New York


Il 29 settembre 1924 il Roseland Ballroom di New York, il locale da ballo più prestigioso della metropoli statunitense, ha in cartellone l’orchestra di Fletcher Henderson. In sé non è un evento particolare. Pur essendo una band popolarissima in quel periodo, infatti, l’orchestra di Henderson è quasi di casa al Roseland, per cui la sua esibizione non suscita particolare entusiasmo fra gli abituali frequentatori del locale. Accolta dagli applausi di rito la band parte con sua sigla, ma i più attenti si accorgono che c’è una novità nella formazione. Si tratta di un giovane trombettista nero cui Henderson lascia nel corso della serata sufficiente spazio per mettersi in mostra. Il suo nome è Louis Daniel Armstrong e ha da poco compiuto ventiquattro anni. Originario di New Orleans, città dove la musica è quasi un elemento costitutivo come l’aria o l’acqua del Mississippi, ha mosso i suoi primi passi sotto la guida di Mr. Davis, un maestro di musica molto famoso nei primi anni del Novecento. Armstrong arriva a New York da Chicago, città nella quale si è trasferito quando è stato ingaggiato dalla Creole Jazz Band di King Oliver. Proprio nel gruppo di Oliver ha incontrato la pianista Lil Hardin, un personaggio chiave della sua vita che si è innamorata di lui e lo ha aiutato a migliorare il suo patrimonio tecnico perfezionandone lo stile e la padronanza dello strumento. L’Armstrong che debutta il 29 settembre al Roseland Ballroom è un artista sicuro di sé e che ha ben chiari in testa gli obiettivi da raggiungere. La sua presenza, però, crea non pochi problemi a un gruppo orchestrale composto in gran parte da permalosi e affermati solisti come Buster Bailey, Charlie Green, Don Redman e Coleman Hawkins. Soprattutto quest’ultimo che, malgrado la giovane età, è già protagonista delle scene musicali di Broadway non accoglie con entusiasmo l’arrivo di Louis. Fortunatamente non la pensa così il capo-orchestra Fletcher Henderson, abituato a lavorare con grandi artisti e impermeabile ai mugugni. È lui che ha proposto ad Armstrong di entrare nel suo gruppo. Ne intuisce le qualità e lo stima al punto da lasciargli, fin dalla serata del debutto, uno spazio vocale. Proprio il 29 settembre, infatti, per la prima volta nella sua carriera Louis Armstrong si esibisce in un breve inserto vocale nel brano Everybody loves my baby.

27 settembre, 2013

28 settembre 1953 - L'eclettico Jim Diamond


Il 28 settembre 1953 nasce a Glasgow, in Scozia, Jim Diamond, uno dei più eclettici e sorprendenti personaggi del rock degli anni Settanta e dei primi anni Ottanta. Scopre la musica grazie al fratello maggiore, Lawrence, batterista e a sedici anni è già musicista a tempo pieno. Nel 1975 entra per la prima volta in uno studio di registrazione con i Bradley e due anni dopo pubblica l'album Bandit con la band omonima, in quel periodo composta, oltre che da lui, dal chitarrista James Litherland, dal bassista Cliff Williams e dal batterista Graham Bond. Successivamente canta nella band di Alexis Korner, con cui realizza nel 1978 l'album Just easy poi cambia paese e stile. Se ne va a Los Angeles, dall'altra parte dell'oceano, per formare un gruppo heavy con Carmine Appice, ex batterista dei Vanilla Fudge e di Rod Stewart, e con Earl Slick, ex chitarrista di David Bowie. All'inizio degli anni Ottanta torna in Gran Bretagna deciso a impegnarsi solo nella composizione e nella produzione. Se ne sta tranquillo per poco. Nel 1982, infatti, forma il duo dei PhD con il tastierista Tony Hymas, pubblicando un album e un paio di singoli di successo. La sua proverbiale irrequietezza non gli consente di godere a lungo dei risultati raggiunti. Colpito da un'epatite che lo costringe a cancellare il tour promozionale dell'album Is it safe? scioglie i PhD e decide di continuare da solo. In due anni raggiunge i migliori risultati di tutta la sua carriera. Nel 1984 pubblica l'album Double crossed e arriva al vertice della classifica britannica con il singolo I should have know better, confermandosi l'anno dopo con Hi-ho silver. Sempre nel 1986 partecipa al progetto dei Crowd, un gruppo di cinquanta popolari musicisti riunitisi per incidere il brano You'll never walk alone il cui ricavato va alle famiglie degli spettatori morti nel 1985 nello stadio di Bradford. È l'ultimo vero sussulto. Da quel momento preferisce continuare come autore e produttore con qualche ritorno senza troppe ambizioni.


26 settembre, 2013

27 settembre 1966 – Nasce Jovanotti


Considerato agli esordi poco più di una geniale invenzione dell’industria discografica e bersagliato come l’interprete della superficialità disimpegnata degli anni Ottanta, Jovanotti riesce, nel tempo, ad affinare la sua tecnica e a riempire i suoi brani di contenuti, fino a diventare interprete impegnato e colto, senza mai perdere il successo commerciale. Il suo vero nome è Lorenzo Cherubini e nasce a Roma il 27 settembre 1966. Inizia giovanissimo a lavorare come disc jockey e conduttore radiofonico. Nel 1987 debutta come cantante su suggerimento di Claudio Cecchetto che lo convince a interpretare brani disimpegnati che si rivolgono a un pubblico di adolescenti come 1...2...3... casino, Siamo o non siamo un bel movimento? , Go Jovanotti go e Gimme Five. Nel 1988 pubblica l'album Jovanotti for president che vende più di cinquecentomila copie e fa di lui uno dei più grandi fenomeni commerciali della fine degli anni Ottanta. Nel 1989 partecipa al Festival di Sanremo con l'ironica Vasco, una rassicurante e un po' codina presa in giro di Vasco Rossi, cui segue l'album La mia moto, un disco in cui la dance music lascia trasparire qua e là riferimenti alla cultura hip hop, non sufficienti però a conquistare il pubblico più esigente che vede in lui un simbolo della superficialità degli anni Ottanta. Non a caso il brano che dà il titolo all’album viene ripreso dal gruppo ragamuffin veneto dei Pitura Freska che lo incidono con un nuovo testo pesantemente ironico nei confronti del cantante. Nel 1990 realizza l'album Giovani Jovanotti cui collaborano musicisti come Keith Emerson, Billy Preston, Mick Talbot, Pino Palladino e i Memphis Horms, che segna una svolta nella sua carriera. A partire dal 1991 con l’album Una tribù che balla la sua produzione si fa via via più matura e ricca sia dal punto di vista musicale che da quello dei contenuti. Nonostante qualche problema di credibilità, soprattutto all’inizio degli anni Novanta, a lui va riconosciuto l'indubbio merito di aver saputo fondere in modo efficace l’esperienza della canzone italiana con le nuove tendenze della musica internazionale, contribuendo a un grande rinnovamento generazionale della musica popolare del nostro paese.


25 settembre, 2013

26 settembre 1991 – I Pogues con sorpresa a New York


Il 26 settembre 1991 i cronisti guardano divertiti il pubblico che si accalca davanti ai botteghini del Beacon Theatre di New York. Sembra che si siano dati convegno i tipi più strani. C’è il cinquantenne rubizzo con la maglietta verde dell’Irlanda accanto al giovane punk un po’ démodé con i capelli a cresta e alla ragazza vestita con la bandiera scozzese. Le giacche, le cravatte, le scarpe lucidate di fresco e gli abiti lunghi da grande occasione si mescolano con indifferenza a minigonne, calzoni da jogging, scarpe da ginnastica e anfibi militari. L’occasione per l’insolito e stravagante raduno non è una festa mascherata, ma il primo di due concerti annunciati da tempo dei Pogues, una band britannica nata dalla ceneri del punk che propone un folk rock ruvido e singolare, una sorta d'incrocio tra generi diversi, dal rockabilly al country, al folk irlandese e scozzese passati attraverso una sorta di tritatutto e riproposti con l’energia del punk dei primi tempi. Il gruppo si forma a Londra nel 1983 con il nome di Pogue Ma Hone (espressione che in gaelico significa «baciami il culo»). Ne fanno parte Shane MacGowan, James Fearnley, Spider Stacy, Jem Finer e Andrew Ranken. Pochi mesi dopo, quando firmano il loro primo contratto discografico con la Stiff, sono costretti a cambiare il nome nel più semplice e meno problematico The Pogues. Ampliano anche la formazione con l’arrivo della bassista Caitlin O'Riordan. La loro attività va di pari passo con l’impegno politico e sociale. Innumerevoli sono i concerti di solidarietà con vari movimenti di liberazione, soprattutto con i sandinisti del Nicaragua, e le iniziative contro il razzismo. Nel 1985 gli ambienti musicali britannici accolgono con un po’ di preoccupazione l’annuncio che il loro secondo album si intitola Rum, sodomy and the lash, una definizione della vita nella marina militare inglese presa a prestito da una frase di Winston Churchill. Naturalmente, nonostante il crescente successo, la vita interna della band è tutt’altro che rose e fiori, tanto che le liti e i cambiamenti nella formazione sono all’ordine del giorno. Il concerto al Beacon Theatre di New York del 26 settembre 1991 segna il ritorno dei Pogues negli Stati Uniti dopo un’assenza di tre anni. Nel breve tour precedente la band aveva colpito il pubblico schierando in formazione a sorpresa, fin dalla prima esibizione, un ospite di riguardo: l’ex chitarrista dei Clash Joe Strummer che aveva irrobustito la scaletta dei concerti con le scatenate versioni di due brani del suo vecchio gruppo come London calling e I fought the law. Per qualche tempo si è parlato di un suo ingresso a tempo pieno nei Pogues, ma l’episodio che non ha avuto seguito e la collaborazione non si è più ripetuta. Qualcuno, però, giura di aver visto Strummer entrare nei camerini del teatro. I giornalisti sono qui soprattutto per quello, ma anche perché, in genere, quando sono di scena i Pogues qualcosa da raccontare c’è sempre. Con notevole ritardo e con la faccia furba della grandi occasioni Shane MacGowan si presenta sul palco. Rivolto alla platea annuncia con aria solenne: «Ascoltando la nostra musica potete capire quanto a noi piacciano le belle tradizioni. Nel tour precedente avevamo invitato a suonare con noi un amico come ospite provvisorio. Una di quelle teste calde del punk, un tipo un po’ strano che si chiamava Joe Strummer. Ve lo ricordate? Per restare fedeli alla tradizione anche questa volta abbiamo una sorpresa, ma non si tratta di un ospite. È uno strumentista destinato a restare a lungo con noi. La grande famiglia dei Pogues ha un nuovo componente. Accoglietelo bene, mi raccomando, è un pivellino timido e ha bisogno di essere incoraggiato!» Inutile dire che si tratta sempre di Joe Strummer. MacGowan non ha mentito sull’intenzione del chitarrista di far parte a tempo pieno del gruppo, ma il suo pacato discorsetto iniziale non può evitare che l’arrivo dell’ex Clash apra qualche crepa nei rapporti interni. La prima vittima di questa situazione è proprio lui: MacGowan. Due mesi dopo, infatti, si ferisce seriamente in Giappone mentre sta smaltendo i postumi di una colossale sbronza a base di sakè. Preoccupati dall’imminente avvio di un lungo tour britannico, i Pogues chiedono a Strummer di assumere la leadership del gruppo in attesa del ritorno di MacGowan. Joe accetta e l’altro, offeso, annuncia ai quattro venti l’intenzione di lasciare quegli ingrati dei suoi ex compagni e di continuare come cantante solista. Nessuna delle decisioni prese sarà definitiva e la formazione del gruppo cambierà spesso e volentieri perché quando si tratta dei Pogues non c’è mai niente di definitivo.

25 settembre 1956 – Nasce Adelmo Fornaciari, in arte Zucchero


Il 25 settembre 1956 a Roncocesi, in provincia di Reggio Emilia, nasce Adelmo Fornaciari, destinato a grandi fortune artistiche con il nome di Zucchero. Quando, nel 1981, vince il Concorso per voci nuove di Castrocaro, Zucchero ha già alle spalle anni di oscuro lavoro in vari gruppi di musica da ballo. Partecipa poi alle edizioni del 1982 e del 1983 del Festival di Sanremo con due brani di stucchevole pop melodico come Una notte che vola via e Nuvola, non particolarmente brillanti né originali. L’inizio della sua metamorfosi artistica avviene nel 1985 con la presentazione proprio sul palcoscenico sanremese del brano Donne, accompagnato dalla Randy Jackson Band. Pur non particolarmente fortunata con le giurie, la canzone attira l’interesse di pubblico e critica sul lavoro del cantautore e sul suo album Zucchero & the Randy Jackson Band. L’anno dopo arriva anche il successo commerciale con Rispetto che prelude alla definitiva esplosione nel 1987 dell’album Blue's, che vende oltre un milione di copie e lo fa conoscere in tutto il mondo. Si apre così un periodo ricco di collaborazioni di prestigio con artisti di valore internazionale come Joe Cocker, Eric Clapton, Al Di Meola, Miles Davis, Rufus Thomas, Solomon Burke, Paul Young, Sting, i Queen e Luciano Pavarotti. Vari album milionari lo consacrano come uno dei più importanti interpreti della scena musicale internazionale, tanto da essere invitato nel 1992 al mega show in memoria di Freddy Mercury a Londra e, nel 1994, al remake del Festival di Woodstock.

23 settembre, 2013

24 settembre 2004 – Stradarolo, migliaia di scarpe appese al cielo


Dalla sera del 24 settembre 2004 e per tre giorni un lungo filo di acciaio viene sospeso tra i vicoli e le piazze dei paesi di Genazzano e Zagarolo. Attaccate al filo, illuminate nella notte, ci sono migliaia di scarpe usate provenienti da tutto il mondo. Ciascuna di esse ha una storia, è stata cercata, è arrivata per posta, è stata scambiata dai bambini nelle scuole. Rappresentano l’impronta dei passi, del lento avanzare dell’umanità sulle polverose strade della storia. Dove c’è un’impronta di una scarpa, lì c’è il segno della vita e del passaggio di una persona. A Genazzano e Zagarolo sono migliaia i passi sospesi nel cielo per accompagnare l’edizione 2004 di “Stradarolo”, la rassegna artistica ideata qualche anno prima dai Têtes de Bois e divenuta uno degli appuntamenti culturali più interessanti della penisola. A Stradarolo le arti si confondono, la danza si mescola con la poesia e la musica con l’illusione della parola e delle immagini. E se chiedete ai Têtes de Bois di spiegarvi la scelta del tema “Passi”, delle scarpe appese, vi rispondono con una visione: «C’è un passo che appartiene a ogni uomo, un verso, una piega ed è appeso sopra la tua testa, è arte e testimonianza. La scarpa di un uomo che forse oggi è felice, è triste, è in carcere, è morto per la libertà o per amore o per dolore, è un assassino o un torturatore, una donna che è diventata madre o magari vive da poche ore a poche metri da te e a migliaia dalla compagna sperduta della scarpa che vedi appesa». Non servono altre parole per capire che la suggestione visiva trova solidi agganci nella mente e nel cuore. Tu chiamale, se vuoi, emozioni… In mezzo a tutto c’è una tavola rotonda visionaria, grande sette metri, una tovaglia di lenzuola usate e cucite disegnate dai bambini con piedi colorati. È un simbolo d’incontro tra persone che tengono il passo ma non mancano di memoria. Intorno si parla, si canta, si suona, si raccontano passione e compassione, passi e passeggiate, storie spassose e sogni appassiti. Tutto comincia il 24 settembre al Ponte di Genazzano con “The bridge”, uno spettacolo aereo di danza acrobatica e prosegue il 25 e il 26 con le presenze o, per restare in tema, i passaggi musicali e parlati di Sergio Endrigo, Francesco Di Giacomo del Banco del Mutuo Soccorso, Ricky Gianco, Marco Paolini e i Mercanti di Liquore, Giuseppe Cederna, Giancarlo Dotto, Luca Madonia, Enzo Pietropaoli, Pinomarino, Giovanna Summo, Massimo Pasquini, Giampaolo Ceroni, Canio Loguercio, Emilio Casalini, Jonathan Giustini, Tiziana Dal Pra, Giovanni Lo Cascio, Francesco Lo Cascio, la Banda dei Falsari e l’astronauta Guidoni in diretta telefonica… C’è anche la radio, con un’edizione in loco del programma “Radioscrigno” condotto da Dario Salvatori.

22 settembre, 2013

23 settembre 1970 – Adieu Bourvil


All’una di notte del 23 settembre 1970 a Parigi chiude gli occhi e se ne va Bourvil. Pur essendo considerato in tutto il mondo uno dei caratteristi più apprezzati del cinema francese non è un frequentatore casuale della canzone e le sue interpretazioni non sono da considerarsi come un fenomeno estemporaneo nato per sfruttare la sua popolarità d’attore ai margini dell’epopea degli chansonniers. Il povero diavolo un po’ stordito che il mondo intero ha conosciuto sullo schermo come compagno d’avventure di Louis De Funés è soltanto una parte, universalmente più nota, della grande versatilità artistica di un uomo che è stato amico e ammiratore di Georges Brassens. Il rapporto di Bourvil con la canzone è solido e duraturo, non un flirt stagionale nato sull’onda di un periodo di particolare effervescenza e non è un caso se ancora pochi mese prima di morire registra con Jacqueline Maillan un’esilarante parodia della famosa Je t’aime, moi non plus, il successo della coppia formata da Serge Gainsbourg e Jane Birkin. Ed è proprio la musica la compagna inseparabile con la quale divide ogni istante della sua vita, dagli esordi nei cabarets negli anni dell’occupazione, al grande successo cinematografico, fino ai giorni della malattia che lo porterà alla morte. Bourvil nasce il 27 luglio 1917 a Prétot-Vicquemare e viene registrato all’anagrafe con il nome di André Robert Raimbourg. Quando la madre lo mette al mondo suo padre è lontano, richiamato al fronte per combattere una guerra assurda e sanguinosa che i posteri chiameranno prima Guerra Mondiale. Come centinaia di migliaia di suoi compagni lascia sogni, speranze e, soprattutto, la vita nelle trincee. Non torna più. Suo figlio André cresce così a Bourville, un paese della Normandia, orfano senza aver mai neppure conosciuto l’uomo che gli ha dato il cognome. A scuola se la cava con facilità. Dotato di un’intelligenza vivace e di una memoria di ferro riesce a eccellere abbastanza agevolmente nelle materie di studio, nonostante dal punto di vista disciplinare le autorità scolastiche abbiano più di una riserva sul suo comportamento. Gli piace fare il buffone per i suoi compagni e non disdegna di esibirsi nelle feste scolastiche anche se, come racconta lui stesso, «...avevo dieci, undici anni e talvolta intonavo canzoni un po’ troppo salaci e scollacciate...». L’inevitabile arrivo di qualche punizione fa parte dei rischi... artistici. Crescendo impara a suonare prima la fisarmonica e poi la cornetta e si esibisce quando può in canzoni divertenti come Ignace o La caissière du Grand café, “rubate” al repertorio del suo idolo Fernandel. A vent’anni trova modo di unire l’utile al dilettevole prestando servizio militare come ... trombettista nella banda del 24° Reggimento di Fanteria a Parigi. La divisa gli resta appiccicata più del previsto perchè la Germania nazista invade la Francia e l’esercito è mobilitato per resistergli. Non ci sono congedi né licenze e André viene trasferito con il suo reggimento ad Arzacq, sui Pirenei. Qui incontra il fisarmonicista Etienne Lorin destinato a diventare suo amico e compagno d’avventure musicali per lungo tempo. Nel 1940 la Francia si arrende alla ferocia nazista e l’esercito viene smobilitato. André, dopo aver scelto il nome d’arte di Andrel, in omaggio a Fernandel, se ne va a Parigi a cercare fortuna nel mondo dello spettacolo insieme al suo amico Etienne. La musica non basta per vivere e per un po’ il giovane si adatta a fare l’idraulico e altri mestieri. Alla sera si esibisce nei cabarets parigini con spettacoli di gag e canzoni composte insieme all’inseparabile Etienne. Il suo nome d’arte è ormai diventato quello, definitivo, di Bourvil, quasi un omaggio al paese della Normandia che l’ha visto crescere, ma la sua attività nel mondo dello spettacolo resta frenetica, spezzettata e tutt’altro che esaltante. Passa dall’attività di presentatore al Préludes di Pigalle a quella di comico popolare al Libertys e fa l’intrattenitore musicale per il Petit Casino. Proprio la diversità dei ruoli, che in genere rischia di essere un elemento negativo nella scalata verso il successo, finisce per arricchire straordinariamente il suo bagaglio artistico. La prima svolta nella sua carriera arriva quando Pierre-Louis Guérin, l’impresario di Tino Rossi, lo scrittura per il Club, un locale di cui è direttore artistico. Il contratto prevede che Bourvil ci resti per una settimana ma il successo è tale che, di rinnovo in rinnovo, continuerà a esibirsi su quel palcoscenico per quasi un anno! La sua popolarità attira anche l’attenzione di Jean-Jacques Vital, uno dei personaggi più influenti del mondo radiofonico, che lo vuole con sè a Radio Luxembourg. Nel 1946 Bourvil firma il suo primo contratto discografico e registra per la Pathè alcuni monologhi e una serie di canzoni come Timichiné la pou pou e Houpetta la bella, due esempi di ironiche prese in giro della vena esotico-romantica che caratterizza il repertorio di chansonniers come Tino Rossi. Il primo grande successo discografico arriva però con Les crayons, una irresistibile e sarcastica rivisitazione della chanson réaliste il cui testo porta la sua firma e la musica quella del suo inseparabile amico e fisarmonicista Etienne Lorin. Il brano, che Bourvil canta anche nel film “La ferme du pendu” di Jean Dréville, finisce per aprirgli anche le porte del cinema. Nel 1946 il compositore Bruno Coquatrix, futuro direttore dell’Olympia, lo scrittura per una tournée con l’orchestra di Ray Ventura e nello stesso anno Bourvil vede per la prima volta il suo nome sui manifesti come attrazione principale all’ABC al fianco di Georges Ulmer. Ormai divenuto una vedette del music hall debutta con successo anche nell’operetta che in quel periodo è una delle forme spettacolari di maggior successo. Proprio nell’ambiente dell’operetta incontra Pierrette Bruno, la compagna di una serie di duetti indimenticabili, ma anche altri personaggi destinati ad accompagnarlo per gran parte della sua carriera, come Luis Mariano, Georges Guétary o Annie Cordy. La sua immagine comica non aliena da qualche pungente affondo satirico è l’aspetto che maggiormente cattura il pubblico e che regala a Bourvil grandi successi con canzoni come La tactique du gendarme e À bicyclette. In realtà nel suo repertorio non mancano momenti diversi, ricchi di tenerezza e sentimento e spesso sottolineati da interpretazioni di grande suggestione come quelle di Le petit bal perdu, una canzone scritta da Robert Nyel e entrata poi nel repertorio di Juliette Gréco, o La tendresse. All’elenco c’è anche da aggiungere La ballade irlandaise, uno struggente e delicato brano scritto da Emil Stern su un testo di Eddy Marnay che Bourvil interpreta quasi per scommessa visto che nessun altro sa o vuole misurarsi con la sua complessità interpretativa. Il successo inaspettato della sua versione lo spinge ad affiancare sempre più spesso al lato comico del suo repertorio canoro una serie di momenti più riflessivi con canzoni ricche di poesia e talvolta anche di impegno sociale. A ben vedere la sua storia musicale contrasta un po’ con quella del paesanotto cocciuto e pasticcione che ha di lui il pubblico che l’ha conosciuto soltanto nei film di De Funés. Bourvil è un artista vero e, come tale, capace di non farsi condizionare da lusinghe e santificazioni, soprattutto a partire dal dopoguerra quando, grazie al successo, le risorse per vivere non sono più un problema. I suoi strali satirici vengono spesso messi al servizio di cause nobili come quando minaccia di non esibirsi se prima non vengono riconosciute le richieste sindacali dei dipendenti dell’ABC. I suoi spettacoli e le sue canzoni sono un dito puntato contro l’imbecillità e l’arroganza degli uomini, soprattutto di quelli che detengono, magari ingiustamente, posizioni di potere. Nel 1968 si accorge di avere un nemico potentissimo come la Sindrome di Kahler, una malattia mortale che uccide progressivamente attaccando il midollo osseo, ma non si arrende. Resta sulla breccia fino all’ultimo terminando di girare proprio poche settimane prima di morire lo splendido e drammatico film “I senza nome” di Jean Pierre Melville. All’una di notte del 23 settembre 1970 a Parigi chiude gli occhi e se ne va.


22 settembre 1937 - Ennio Sangiusto, il triestino che ha importato il twist


Il 22 settembre 1937 nasce a Trieste Ennio Reggente, destinato a godere di una buona popolarità negli anni Cinquanta con il nome d'arte di Ennio Sangiusto. Muove i suoi primi passi artistici nella sua città, dove frequenta corsi di canto, musica e danza. Per lungo tempo non si muove da Trieste dove s'accontenta di sbarcare il lunario esibendosi in vari locali che quasi mai lo pagano in denaro. Il suo destino sembra cambiare quando riesce a strappare un regolare contratto dalla sede triestina della Rai che lo scrittura come cantante melodico - moderno. La routine quasi impiegatizia, però, non fa per lui. Appena ha racimolato il denaro necessario saluta tutti e se ne va. Il suo lungo girovagare per l'Europa si ferma a Marsiglia dove, più per necessità che per aspirazione, decide di fermarsi per qualche tempo. Per sopravvivere accetta di esibirsi in veste di cantante e ballerino in locali non proprio di prim'ordine. Qui incontra strumentisti che propongono i nuovi ritmi che arrivano d'oltreoceano e modifica profondamente il suo repertorio. Il vecchio cantante melodico moderno lascia spazio a un brillante intrattenitore capace di confrontarsi con melodie e ritmi che affondano le loro radici nel repertorio tradizionale afrocubano e nelle sonorità derivate dal jazz strumentale. A Marsiglia impara anche il twist, una nuova danza arrivata dagli Stati Uniti dove è stata lanciata dal nero Chubby Checker. Quando ancora nessuno crede che quel "movimento selvaggio" possa attecchire in Italia, lui ne diffonde i passi e ne interpreta le prime canzoni, anche se negli anni successivi altri si attribuiranno il merito dell'affermazione del twist nel nostro paese. La sua carica di simpatia e la sua voce molto ritmata ne fanno l'interprete ideale di una lunga serie di brani destinati al successo. Scanzonato e sorridente non pare mai prendersi sul serio, quasi che cantare e ballare sia per lui più un'esigenza personale che una professione. Indimenticabili restano le sue interpretazioni di brani come Ay che calor, una sorta di cha cha cha dalle accentuate sfumature melodiche e, soprattutto, la curiosa versione di Lanterna blu, un vecchio slow ripresentato nell'inedita veste di un samba melodico. All'inizio degli anni Sessanta sotto l'incalzare di nuove mode la sua popolarità inizia declinare. Tenterà di risalire la china nel 1963 partecipando al festival di Sanremo con un paio di canzoni tra cui l'innovativa e ironica La ballata del pedone una sorta di sceneggiata in musica che viene sonoramente bocciata dalle giurie.


21 settembre, 2013

21 settembre 1980 - Il malore di Marley


La mattina del 21 settembre 1980 Bob Marley è a New York, dove la sera prima si è esibito al Madison Square Garden. Sua moglie Rita gli chiede di accompagnarla, come ogni giorno, a una funzione nella Chiesa Ortodossa d’Etiopia della città, ma Bob risponde che non se la sente. Non sta bene. Si sente strano e molto confuso. Deciso a scuotersi dallo strano torpore che lo opprime chiede a un gruppo di tecnici e compagni di tournée di accompagnarlo a fare un po’ di jogging nel Central Park. Sta correndo da qualche minuto quando, improvvisamente, cade a terra privo di sensi. Soccorso dagli amici che lo stanno accompagnando si riprende ma è profondamente turbato e sente il collo irrigidirsi in una posizione innaturale. Viene visitato da un’équipe medica che gli diagnostica quello che probabilmente Bob intuiva già da tempo: il suo cervello è stato aggredito da una massa tumorale. I medici sono ugualmente spietati per quel che riguarda la probabile evoluzione della malattia: la sua speranza massima di vita è di tre settimane. Marley accoglie in silenzio la sentenza. Non fa commenti e decide di continuare il tour statunitense e di partire ugualmente per Pittsburg dove è programma il concerto successivo a quello di New York. Quando Rita viene a conoscenza della sua condizione cerca in tutti i modi di impedire l’esibizione, ma invano. Nonostante il dolore Bob resterà sul palco per un'ora e mezza. Le sue condizioni di salute peggioreranno rapidamente tanto da vincerne anche la cocciuta determinazione ad andare avanti. Il tour verrà sospeso con un comunicato stampa che attribuirà la cancellazione delle date restanti a un non meglio precisato “stato d’esaurimento” di Bob Marley. Da quel momento inizierà una solitaria battaglia contro la morte fidando quasi esclusivamente sulla sua volontà e sulle risorse interiori di cui dispone. Smentirà le previsioni dei medici che gli avevano dato solo tre settimane di vita, ma non ce la farà a sconfiggere la malattia.


20 settembre, 2013

20 settembre 1950 – Loredana Berté, una stella

Il 20 settembre 1950 a Bagnara Calabra, in provincia di Reggio Calabria, nasce Loredana Berté. La ragazza debutta giovanissima sulle scene come corista e ballerina nel gruppo delle Collettine che accompagna Rita Pavone. Successivamente partecipa a musical come "Orfeo 9", "Ciao Rudy" e la versione italiana dello scandaloso, per l’epoca, "Hair". Nel 1974 il suo primo album come solista, Streaking, suscita accese polemiche per la foto di copertina che la ritrae nuda e per gli accenni di turpiloquio in alcuni brani. Interprete inquieta fa della provocazione una costante della sua carriera, incorrendo spesso nei fulmini della censura. Non fa eccezione il suo primo singolo di successo, Sei bellissima, per lungo tempo escluso dalle programmazioni radiofoniche e televisive della Rai a causa del testo, giudicato troppo audace. La definitiva consacrazione arriva nel 1979 con il grande successo commerciale dell'album Bandabertè, trascinato dal reggae del singolo E la luna bussò. Nel 1982 vince il Festivalbar con Non sono una signora e, nell'autunno dello stesso anno, pubblica l'album Traslocando che, tanto per cambiare, suscita polemiche per la copertina in cui compare vestita da suora e truccata di tutto punto. Si conferma poi interprete di valore con canzoni di notevole spessore musicale e artistico, ma all’inizio degli anni Novanta vari problemi personali si sommano alla fama di “personaggio scomodo” fino a renderle sempre più difficili i rapporti con il mondo discografico italiano. Con il nuovo millennio trova nuovi stimoli e nuove persone che credono nelle sue possibilità e inaspettatamente torna al successo.