26 luglio, 2014

10 agosto 1957 – Pasquale 'O Piattaro

Il 10 agosto 1957 al Morvillo, l’ospedale dei poveri di Napoli muore a quasi novantadue anni, in miseria e dimenticato, da tutti il cantante e chitarrista Pasquale Jovino. Popolarissimo in Europa all'inizio del secolo nell'ambiente musicale napoletano è conosciuto anche con il soprannome di Pasquale ‘O Piattaro. Prima di dedicarsi a tempo pieno alla musica, infatti, lavora come garzone in una bottega dove si decorano piatti. Un giorno, sorpreso dalle sue qualità vocali, il maestro Vergine decide di dargli i primi rudimenti di musica e tecnica vocale. Nei pomeriggi in casa del celebre maestro gli è compagno di studi un altro giovane di belle speranze che risponde al nome di Enrico Caruso. Pasquale non termina il corso. Scritturato da un gruppo folcloristico se ne va in Germania. Finita la tournée non torna a Napoli, ma resta a Berlino dove per quattro anni sbarca il lunario cantando canzoni napoletane in vari locali. Sono i primi anni del Novecento e il suo spirito curioso e vagabondo si lascia trasportare dalle varie compagnie teatrali. La sua voce risuona in Russia, in Ungheria e nelle due Americhe. Tornato in Europa ricomincia da capo accettando scritture nelle bettole di Marsiglia. Ancora una volta, però, la fortuna lo assiste. Notato da un impresario viene scritturato per una rivista che resta per sei mesi in cartellone alle Folies Bergère di Parigi. Nel 1910, a quarantacinque anni, decide di tornare a casa. Da quel momento la sua voce diventa il sottofondo musicale dei migliori caffè concerto e ristoranti di Napoli e Posillipo. Leggendaria resta la sua interpretazione di un classico come 'O guarracino, eseguito ogni volta con l'aggiunta di un finale diverso ispirato dal momento, dall'ambiente o dagli interlocutori. Si ritira dalle scene nel 1945, ormai settantacinquenne. Stanco, malato e senza una lira il cantante che ha fatto impazzire il pubblico di due continenti vive i suoi ultimi dodici anni tra gli stenti e la miseria più nera.

9 agosto 1972 - André Ekyan, il direttore dell’orchestra di Chez Maxim's

Il 9 agosto 1972 muore a Parigi il sassofonista, clarinettista e direttore d’orchestra André Ekyan, uno dei più importanti esponenti del jazz francese degli anni Trenta e Quaranta. Nato a Meudon il 24 ottobre 1907 con la sua musica elegante è stato uno degli alfieri dello spirito di Benny Carter sul suolo europeo. Dopo aver fatto parte dell'orchestra di Gregor et Ses Grégoriens e aver trascorso un anno presso Jack Hylton, all’inizio degli anni Trenta diventa il leader di un gruppo che si esibisce nei club di jazz di Montparnasse, prima a La Croix du Sud e poi al Boeuf Sur le Toit e, dopo un soggiorno in Svizzera da Ray Ventura nel 1941, al Jockey nella Parigi occupata con Léo Chauliac, Henri Crolla, Emmanuel Soudieux e Pierre Fouad. Dopo la fine della seconda guerra mondiale per oltre dieci anni diventa il direttore dell'orchestra di Chez Maxim's.




7 agosto 1991 - Arrivano gli albanesi!

Spinti dallo sfascio economico e sociale del loro paese dopo l’autodissoluzione del sistema a economia socialista, il 7 agosto 1991 migliaia di profughi albanesi sbarcano in Puglia. Le organizzazioni del volontariato, soprattutto quelle cattoliche, in prima fila nell’assistenza ai profughi, denunciano l’incapacità dell’Italia di far fronte ai suoi impegni di solidarietà e nel mondo si levano voci di critica per la inadeguatezza delle nostre strutture d’accoglienza. Nascono polemiche furibonde tra chi vorrebbe chiudere le frontiere e rimpatriare i profughi e chi, invece, ritiene che, con gli attuali assetti dell’economia mondiale, il numero dei disperati che dai paesi poveri si spostano verso i paesi più ricchi è destinato inevitabilmente a crescere. 17.758 saranno i profughi che chiederanno di restare in Italia con lo status di "rifugiati politici".

6 agosto 2006 - In 70.000 allo Stadio Olimpico per Madonna

Il 6 agosto 2006 settantamila fans in delirio accolgono Madonna allo stadio Olimpico di Roma per l’unica data italiana del suo “Confession Tour”. Dopo un Dj. Set che ha il compito di intrattenere più che per scaldare il pubblico alle 21,45 in punto si spengono tutte le luci da una grande palla di specchi da discoteca che si apre a fiore esce la star sulle note di una Future Lovers miscelata con grazia col vecchio hit di Donna Summer I Feel Love. Interamente in nero, è circondata da ballerini con abbigliamento sadomaso mentre immagini di cavalli al galoppo scorrono sugli schermi. In splendida forma nonostante i suoi quarantotto anni Madonna per tutta la durata dell’esibizione balla, suona la chitarra e canta come una ragazzina. Tra i momenti più attesi, annunciati e discussi del concerto c’è la “finta crocifissione” con la cantante che, appesa a una croce e con in testa una corona di spine canta Live To Tell. Nonostante i tentativi di dissuaderla Madonna lascia intatto l’impianto spettacolare del suo concerto anche nella città che ospita il Vaticano. L’intera esibizione romana è ricca di messaggi contro le guerre e contro le giustificazioni religiose che spesso le sottendono. Non mancano momenti altrettanto simbolici come quando, in Forbidden Love, con due ballerini che mostrano grandi tatuaggi con la stella di David e la mezzaluna araba lanciano messaggi di pace e riconciliazione o durante l’esecuzione di Isaac, quando il suono di un corno e un canto arabo preludono all’ingresso di una ballerina coperta da un burka che si spoglia progressivamente e a fine canzone resta in costume. Nella scaletta del concerto Madonna privilegia le composizioni più recenti rinunciando a facili autocelebrazioni.

5 agosto 1941 – Airto, un brasiliano con Miles Davis

Il 5 agosto 1941 nasce a Itaiopolis, in Brasile, il percussionista Airto, il cui nome completo è Airto Guimorvă Moreira. Da bambino studia chitarra e pianoforte, partecipando per la prima volta a un programma radiofonico quando ha soltanto di sei anni. A sedici anni inizia a suonare in vari locali brasiliani. Nel 1953 forma un proprio gruppo che schiera nella formazione anche il polistrumentista Hermeto Pascoal. Sempre con Pascoal forma il Quarteto Novo prima di trasferirsi a Los Angeles, dove studia con Moacir Santos. Nel 1970, trasferitosi a New York, comincia a suonare e incidere con Miles Davis, guadagnandosi in breve tempo una notevole reputazione come percussionista. Nel 1972 Chick Corea lo inserisce come batterista nella prima formazione dei suoi Return To Forever la cui cantante è Flora Purim, moglie dello stesso Airto e sua collaboratrice fin dai tempi del Quarteto Novo. Tra i molti jazzisti che hanno richiesto la sua collaborazione vanno citati anche Gato Barbieri, Stan Getz, “Cannonball” Adderley e Keith Jarrett. Dopo aver costituito un trio di scarso successo con Don Friedman e Reggie Workman, Airto ha formato dal 1973 vari gruppi sotto il proprio nome, collaborando anche nei dischi di sua moglie. Per tutti gli anni Settanta la totalità dei referendum indetti dalle riviste specializzate lo indica come il miglior percussionista jazz.

4 agosto 1979 - Insieme per ricordare Lowell George

Il 4 agosto 1979 più di ventimila persone affollano il Great Western Forum di Inglewood. Sono attratti da un cast di tutto rispetto, ma anche dal richiamo della solidarietà. Il concerto, infatti, è destinato a raccogliere fondi per aiutare la famiglia di Lowell George, il leader dei Little Feat morto pochi mesi prima in un motel di Arlington. L’autopsia ha accertato che la causa meccanica della morte è da attribuire a una crisi cardiaca, ma la vera responsabilità della sua fine è da ricercare nell’eccessiva confidenza con sostanze stupefacenti di varia natura. Al momento della sua morte i Little Feat non esistono più. Egli stesso ha annunciato la dissoluzione della band da lui formata alla fine del 1969 a Burbank, in California, una delle più originali degli anni Settanta con la sua mescola di rock, blues e funk supportata da testi ironici, graffianti e surreali. Litigioso e perennemente alle prese con i problemi derivati dalla sua passione per qualunque tipo di droga, Lowell George è una delle figure più emblematiche del fermento creativo dell’epoca. Quando muore non ha più un soldo e la famiglia rischia di pagare un prezzo molto alto alla sua vita surreale e sregolata. Per qualche tempo vari artisti cercano di aiutare come possono la vedova a tirare avanti, ma i debiti lasciati in eredità da George non possono essere saldati solo con la buona volontà. L’idea di chiamare a raccolta i fans è dei suoi ex compagni d’avventura dei Little Feat. Si scatena una gara di solidarietà alla quale aderiscono altri artisti e il 4 agosto in clima di forte emozione si esibiscono Jackson Browne, Linda Ronstadt, Bonnie Raitt, Emmylou Harris, Michael McDonald e Nicolette Larson. La parte del leone tocca, però, ai cinque componenti superstiti dei Little Feat, Paul Barrère, Billy Payne, Kenny Gradney, Sam Clayton e Richie Hayward che, al termine del lungo brano che conclude la manifestazione annunciano di poter consegnare alla vedova del loro ex compagno la somma di duecentotrentamila dollari.

3 agosto 1963 – L’ultima volta dei Beatles al Cavern

Il 3 agosto 1963, in una confusione indescrivibile di corpi sudati e con l'accompagnamento continuo delle urla assordanti dei ragazzi che accompagnano ogni loro brano, i Beatles si esibiscono nel locale che li ha visti nascere, crescere e diventare grandi: il Cavern Club di Liverpool. «Con questa fanno duecentosettantaquattro!» urla Paul McCartney aprendo le danze. I quattro ragazzi sono ormai popolarissimi in tutto il Regno Unito e la loro fama si sta allargando a macchia d’olio anche fuori dai confini britannici. A corroborare il loro buon umore c’è anche la notizia, arrivata poche ore prima dell’esibizione al Cavern del primo, timido, ingresso della loro From me to you nella classifica statunitense. Una folla indescrivibile li aspetta dalle prime ore del pomeriggio. Si può dire che tutta la popolazione di Liverpool al di sotto dei vent’anni occupi da ore le vie che portano al locale. L’affollamento crea non pochi problemi ai responsabili dell’ordine pubblico che temono incidenti e malori, anche perché il Cavern può contenere al massimo delle sua capienza reale, poco più di un centinaio di persone. In realtà la manifestazione di massa è molto diversa da quelle che stanno caratterizzando le esibizioni dei Beatles in tutto il territorio britannico. Più che uno dei tanti episodi di “Beatlemania”, in questo caso si può parlare di un entusiastico omaggio da parte dei giovani di Liverpool a quattro ragazzi come loro che ce l’hanno fatta a diventare famosi. Lo si vede fin dall’arrivo di George, Ringo, John e Paul. La folla li riconosce, li chiama per nome, scambia impressioni, ma non li soffoca. La stretta del pubblico è amichevole, rispettosa e affettuosa al tempo stesso, piena di ricordi e, per molti, di episodi di vita vissuta. Quando i Beatles iniziano a suonare tutti sanno di assistere a un evento che non si ripeterà più: troppo piccolo il Cavern per i quattro, troppo pericoloso sfidare oltre la sorte. Quello che si compie sotto gli occhi dei pochi fortunati che sono riusciti a entrare nel locale è una sorta di rito. I Beatles tornano per l’ultima volta nel locale da cui è partita la loro storia e i giovani della loro città li salutano per l'ultima volta perché sanno che le vicende dei quattro sono destinate a portarli lontano per sempre. È una cerimonia di ringraziamento e, insieme, di commiato, quella che si svolge al Cavern Club il 3 agosto 1963. Se ne rendono conto tutti, primi fra tutti i Beatles che, al termine della loro esibizione non sprecano tante parole. Si inchinano e salutano: «Ciao ragazzi. Ci vediamo!»

2 agosto 1941 – Fabio Testi, da controfigura a protagonista

Il 2 agosto 1941 nasce a Peschiera del Garda, in provincia di Verona, Fabio Testi. Dopo essere stato scelto per interpretare una serie di filmati pubblicitari per una bibita popolarissima frequenta l’Accademia d’Arte Drammatica e inizia a lavorare nel cinema come controfigura e acrobata. In questo ruolo partecipa nel 1966 a “Il buono, il brutto e il cattivo”. È la prima esperienza nel western all’italiana, il genere nel quale ottiene le prime soddisfazioni come attore a partire dal 1967. Nel 1970 interpreta un giovane borghese della comunità ebraica innamorato di Micòl ne “Il giardino dei Finzi Contini” di Vittorio De Sica, trasposizione cinematografica del romanzo di Giorgio Bassani premiato con l'Oscar come miglior film straniero. L’anno dopo fa scalpore recitando alcune scene di nudo integrale in “Addio fratello crudele” di Giuseppe Patroni Griffi. Negli anni Settanta lavora con registi di primo piano come Pasquale Squitieri, Enzo G. Castellari, Lucio Fulci e Claude Chabrol che gli affida l’emblematico ruolo dell’anarchico Bonaventura Diaz in “Sterminate Gruppo Zero”. Negli anni Ottanta dopo la partecipazione a “Scemo di guerra” di Dino Risi e “Io e il duce” di Alberto Negrin riduce la presenza sul grande schermo alternandola a impegni nella fiction televisiva e in teatro.

1° agosto 1987 - Il ritorno al vertice di Bob Seger

Il 1 agosto 1987 Shakedown, tema conduttore del film "Beverly Hills Cop II" riporta al vertice della classifica il quarantaduenne Bob Seger, uno dei più grandi talenti del rock statunitense. L'exploit è del tutto casuale. Il brano, infatti, è stato scritto per Glenn Frey che, però, colpito da una laringite, si è fatto sostituire dal vecchio leone, reduce dal buon successo dell'album Like a rock. Il primo posto in classifica, al di là del valore reale del brano, premia un artista spesso messo ai margini del music business per le sue idee politiche radicali e per l'eccessiva passione per l'alcool e sostanze varie. Fin da giovanissimo inizia a frequentare l'ambiente del rock and roll con garage-bands come i Town ed i Decibel, diventando poi il tastierista degli Omens di Doug Brown. Il suo primo exploit risale alla metà degli anni Sessanta quando con lo pseudonimo di Beach Bumps regala agli hippie una dissacrante versione del brano militarista Ballad of the green berets. Forma quindi i Last Heard con gli ex componenti degli Omens, impegnandosi a fondo nel movimento pacifista. In questo, che è il periodo più fertile e interessante della sua carriera, pubblica brani come la famosa 2+2, una canzone contro la guerra del Vietnam, e Ramblin' gamblin' man, entrambe inserite nel suo primo album. Considerato uno scomodo e poco manovrabile rompiscatole fatica a trovare spazio sulla scena musicale. Più volte decide di abbandonare la musica, ma fortunatamente si fa sempre convincere a tornare sui suoi passi. Negli anni Settanta vive il periodo smagliante con la Silver Bullet Band, testimoniato da splendidi album come Live Bullet, Night moves e Stranger in town. Nel 1980 pubblica Against the wind, probabilmente il suo miglior album in assoluto. Tra alti e bassi resiste al passare del tempo anche grazie alla stima di artisti come Bruce Springsteen che gli danno una mano a sopravvivere. Il successo di Shakedown lo aiuta a continuare.

31 luglio 1990 – Fernando Sancho, il messicano dei western all’italiana

Il 31 luglio 1990 muore di cancro a Madrid Fernando Sancho. La sua immagine per gli appassionati del western all’italiana è quella del messicano per eccellenza. La sua faccia larga e baffuta con la risata pronta e spesso falsa è entrata nell’immaginario del pubblico e nella storia delle caratterizzazioni del genere come quella del bandito destinato fin dall’inizio a soccombere nel confronto con il protagonista. Nel decennio in cui si è sviluppata l’intera epopea del western all’italiana nessuno più di Fernando Sancho ha interpretato il ruolo del bandito messicano. Si racconta che gli stessi sceneggiatori dovendo tratteggiare questa figura nella fase di preparazione dei film la disegnassero direttamente su di lui attribuendo direttamente il suo nome al personaggio. Nato a Saragozza, in Spagna, il 7 gennaio 1916 fa la sua prima esperienza cinematografica nel 1944 quando a soli diciott’anni partecipa alla realizzazione di “Orosia”, un film spagnolo mai arrivato in Italia. Nel dopoguerra, come molti altri aspiranti attori, sbarca a Roma intenzionato a cercare fortuna a Cinecittà, in quel periodo cuore pulsante della cinematografia mondiale grazie anche al trasferimento sulle rive del Tevere di molte produzioni hollywoodiane. La sua faccia particolare e l’imponenza del suo fisco non sfuggono ai responsabili dei cast, sempre alla ricerca di caratteristi. Dopo aver partecipato a vari film, facendosi notare soprattutto in alcuni film mitologici come “Goliath contro i giganti” e soprattutto in “Arrivano i Titani”, viene scritturato anche per tre produzioni hollywoodiane come “Il Re dei Re” nel quale interpreta il pazzo, “Lawrence d’Arabia” (è lui il sergente turco che arresta Lawrence) e “55 giorni a Pechino”. Personaggio di grande cultura e con uno spiccato senso dell’umorismo è molto amato da registi e produttori perché sa mettere le sue abilità da caratterista al servizio delle storie. Negli ultimi anni della sua carriera diventa uno dei personaggi di culto dei film horror. Muore di cancro a Madrid il 31 luglio 1990. Tra le innumerevoli battute dei suoi personaggi western la più citata resta ancora oggi quella pronunciata nei panni di Gordon Watch nel film “Arizona Colt” di Michele Lupo: «Un giorno mio padre mi disse: quando sarò morto questo orologio sarà tuo. Cinque minuti dopo l’orologio era mio».

30 luglio 1960 - Arv Garrison, chitarrista di transizione

Il 30 luglio 1960 muore il chitarrista Arv Garrison. Registrato all’anagrafe con il nome di Arvin Charles Garrison, nasce a Toledo, in Ohio, il 17 agosto 1922 in una famiglia di musicisti. Il suo approccio agli strumenti a corda avviene senza alcun maestro. Il precoce Arv, infatti, impara da solo a nove anni a trarre suoni intonati dalle corde tese, dapprima utilizzando l’ukulele e in seguito passando alla chitarra. Dai dodici ai diciotto anni si fa le ossa suonando nelle feste da ballo con vari gruppo e successivamente dà vita a una propria formazione con la quale nel 1941 si esibisce al Kenmore Hotel di Albany. Dopo una permanenza nell’orchestra di Don Seat a Pittsburgh, costituisce un trio che prende il nome di Vivien Garry Trio, dal nome della contrabbassista Vivien Garry, moglie dello stesso Garrison. Chitarrista di transizione, inizialmente influenzato da Django Reinhardt, Garrison, partecipa anche a varie sedute d'incisione con i boppers, compresa quella diretta da Charlie Parker nel marzo 1946 nella quale vengono incisi Yardbird Suite, Ornithology e A Night In Tunisia. Negli anni Cinquanta torna nella sua città natale limitando le sue esibizioni ai locali della zona.

29 luglio 1948 - I cerchi olimpici sulle rovine di Londra

Il 29 luglio 1948 iniziano i Giochi Olimpici di Londra. Per il comitato olimpico è la quattordicesima edizione perché si sceglie di contare anche una XII e una XIII Olimpiade che non hanno avuto luogo. Nelle intenzioni originarie la loro organizzazione sarebbe toccata a Tokyo e Roma, ma la follia degli uomini ha voluto diversamente. Quando si deve scegliere la nazione deputata a ospitare la manifestazione, viene scartata la candidatura della neutrale e prospera Svizzera perché il mito olimpico, per rivivere, ha bisogno di un emblema di sofferenza e resurrezione. La Londra del 1948, con i suoi palazzi ancora sventrati è un simbolo più significativo delle verdi e quiete vallate elvetiche. Si ricomincia con quello che c’è, non si possono costruire nuovi impianti. Gli inglesi si arrangiano rattoppando Wembley e gli altri stadi, per gli sport acquatici può bastare il Tamigi e per il ciclismo ci si accontenta degli ampi viali del parco di Windsor. È un’Olimpiade povera ma dignitosa, come i tempi che le popolazioni dell’Europa stanno vivendo. I 4.311 atleti provenienti da cinquantanove nazioni sono ospitati in collegi, capannoni militari e camere di vecchi ospedali da guerra. Quasi a sottolineare l’aria di nuova fratellanza tra i popoli i concorrenti della nazioni con maggior disponibilità, dividono con gli atleti dei paesi meno fortunati le scorte alimentari. C’è, comunque, chi fa le cose in grande. La squadra statunitense arriva a Londra con una dispensa forte di cinquemila bistecche e quindicimila tavolette di cioccolato, mentre gli olandesi e i danesi possono contare su una mezzo milione di uova. Gli italiani sbarcano sulle coste britanniche con scorte di pasta, pomodoro e parmigiano, prodotti tipici di quella che ancora non viene chiamata “dieta mediterranea”. Tutti, comunque, possono contare sulla collaborazione dei pescatori inglesi che distribuiscono gratis agli atleti, nei giorni delle Olimpiadi, più di duemila tonnellate di pesce. La cerimonia d’apertura si svolge nello stadio di Wembley davanti a ottantamila spettatori. Fa molto caldo, la temperatura tocca punte superiori ai 40 gradi centigradi, ma è un caso perché nei giorni successivi pioverà sempre. Nel cuore degli inglesi permangono le ruggini e le ferite di una guerra troppo recente per essere dimenticata e la delegazione italiana viene spesso bersagliata da fischi e varie manifestazioni di ostilità. Il tifo non è mai dalla nostra parte, qualunque sia l’avversario. Tra le nazioni sconfitte, a differenza di Germania e Giappone, che sono state escluse dalle competizioni, l’Italia può partecipare per decisione di Winston Churchill, il quale è convinto che il nostro paese abbia già pagato a sufficienza i propri errori. Quando il re Giorgio VI apre i Giochi si librano nel cielo settemila colombe mentre un coro intona Non nobis Domine, un inno il cui testo porta la firma di Rudyard Kipling, l’autore de “Il libro della jungla”. Il giuramento olimpico viene pronunciato da un eroe di guerra, Donald Finley, quarantenne ostacolista e colonnello della RAF. L’Italia ha investito settantasei milioni di lire in una spedizione che comprende centottantotto uomini, diciannove donne e ottantotto dirigenti. Il nostro bottino finale sarà di otto medaglie d’oro, undici d’argento e sette di bronzo.

28 luglio 1979 – Il sogno della 2-Tone

Il 28 luglio 1979 con il singolo Gangsters degli Specials per la prima volta le classifiche britanniche ospitano un disco della 2-Tone, la casa discografica autogestita dalla band, il cui logo, un omino bianco e nero, è diventato da tempo il simbolo del movimento ska. Più che un'etichetta la 2-Tone è un laboratorio dello ska, la musica nata dalla mistura tra la secca essenzialità del punk e la ritmica armonia delle musiche giamaicane. Per i giovani ribelli e antirazzisti delle metropoli britanniche la 2-Tone è l'emblema di un rinnovamento musicale capace di mescolare culture diverse. Nata dalla geniale e fertile inventiva di Jerry Dammers, il leader degli Specials, ha una struttura del tutto improbabile. Non c'è una vera e propria sala di registrazione. I primi nastri vengono praticamente registrati tutti, o quasi, nel suo appartamento a Coventry. Non c'è una programmazione né uno staff che si occupi del marketing. La principale e, per molto tempo, unica forma di promozione sono i concerti e il nutrito sottobosco di fanzine del movimento ska, fogli autoprodotti che passano di mano in mano. Soltanto l'anno prima gli Specials, pur di salvaguardare l'integrità artistica dell'etichetta, hanno rifiutato di firmare un ricco contratto proposto loro da Bernie Rhodes, il manager dei Clash. La 2-Tone non è soltanto Specials. Si può dire che tutti i principali gruppi del movimento ska partano dall'etichetta dell'omino bianco e nero «di sinistra e contro ogni razzismo». La lista è lunghissima e comprende dai Selecter ai Madness, dai Beat agli Swingin' Cats, alle Bodysnatchers, a Rico, un trombonista giamaicano onnipresente considerato una sorta di portafortuna. E quando la destra si scatena, da questo gruppo nasce l'idea della resistenza militante contro le violenze del National Front. Non tutti resisteranno per sempre alle lusinghe del mercato e anche la 2-Tone finirà. L'esperienza resterà però una delle pagine più belle della musica britannica.

27 luglio 1968 – Luglio, col bene che ti voglio...

Quando si pensa all'estate del sessantotto, cioè l'anno in cui anche in Italia inizia soffiare forte il vento di un cambiamento per molti versi epocale, si fa fatica a ricordare che una delle canzoni più cantate, ballate e vendute di quel periodo possa essere stata Luglio di Riccardo Del Turco. Eppure dopo aver vinto il concorso "Un disco per l'estate" la canzoncina indolente e sonnacchiosa proprio il 27 luglio 1968 arriva al vertice della classifica dei dischi più venduti in Italia. Il suo interprete, presentato come un debuttante, una sorta di barista prestato alla musica è in realtà un personaggio tutt'altro che sconosciuto agli addetti ai lavori. Negli anni Cinquanta, infatti, era stato il cantante dell'orchestra di Riccardo Rauchi. Il pigro Del Turco ha un rapporto contraddittorio con la musica e più d'una volta ha lasciato tutto per tornare dietro al banco del suo bar nel centro storico di Firenze. Conosce bene, però, i trucchi del mestiere. Incide tutta d'un fiato la canzoncina scritta insieme a Bigazzi nella casa di quest'ultimo a Punta Ala. Le parole non sono granché, ma l'insieme è accattivante e gradevole. Il risultato è uno straordinario successo di pubblico che continua anche quando il sole dell'estate ha lasciato il posto all'autunno. Il brano, infatti, vincerà anche la Gondola d'Oro alla Mostra Internazionale di Musica Leggera di Venezia, uno dei premi più prestigiosi di quel periodo, riservato alle canzoni dominatrici del mercato. Il successo di Luglio non si fermerà nei confini italiani. La canzone infatti conquisterà una posizione di rilievo anche nella classifica britannica. Artefici dell'exploit saranno quei Tremeloes che qualche anno prima erano stati preferiti ai Beatles dai cervelloni della Decca. La loro versione, intitolata I'm gonna try, porterà il brano di Riccardo Del Turco sul mercato anglosassone alimentando l'inspiegabile fascino di una canzone nata per essere consumata nel breve spazio di qualche settimana.


25 luglio, 2014

26 luglio 1956 - Affonda l’Andrea Doria

Il 26 luglio 1956 al largo di Terranova affonda l’Andrea Doria, il transatlantico più moderno e lussuoso della flotta italiana, in servizio sulla rotta per gli Stati Uniti da soltanto tre anni. Lo spiacevole ruolo di killer del fiore all’occhiello della nostra marina tocca al piroscafo svedese Stockholm che, complice un banco di nebbia, sperona la lussuosa nave a bordo della quale ci sono più di millecinquecento persone tra passeggeri ed equipaggio. Richiamate dai messaggi radio convergono sulla zona centinaia di imbarcazioni che, in una gara contro il tempo, tentano di recuperare i naufraghi.. Alla fine i morti saranno cinquantuno. La foto del viso terrorizzato di una delle sopravvissute, la piccola Maria Paladino di quattro anni, fa il giro del mondo e diventa il simbolo della tragedia.

25 luglio 2003 - Patti, Carmen e Paola insieme a Napoli

Quello che si svolge il 25 luglio 2003 a Napoli non è il concerto dell’anno, ma gli assomiglia molto. In quella che dovrebbe essere, infatti, la serata conclusiva del Neapolis Festival, nella suggestiva cornice dell’ex Italsider di Bagnoli, il programma prevede l’esibizione tre cantautrici, tre “strani frutti” del rock che salgono una dopo l’altra su un palcoscenico rigorosamente al femminile. Le tre protagoniste hanno nomi nobili per chi pratica l’araldica musicale. Si chiamano, infatti, Patti Smith, Carmen Consoli e Paola Turci. Tre voci, tre mescole diverse tra musica e poesia, tre storie profondamente diverse. Apre la serata Paola Turci, impegnata a proporre i brani di “Questa parte di mondo”, l’album che ha segnato una nuova tappa nella sua carriera portandola definitivamente via dalle secche popperecce sulle quali rischiava di incagliarsi. Dopo di lei tocca a Carmen Consoli. La cantantessa si è dichiarata orgogliosa di poter dividere lo stesso palco con Patti Smith, uno dei suoi miti e, per molto tempo, l’inarrivabile esempio di un modo nuovo di concepire il rapporto tra musica e parole. Infine i riflettori sono tutti per lei, Patti Smith, la sacerdotessa del rock, che conduce il pubblico di Napoli in un viaggio musicale senza tempo, ripercorrendo i suoi successi di trent’anni di attività, sempre in bilico tra punk e new wave, songwriting e canzone di protesta.

23 luglio, 2014

24 luglio 1937 – Pierette, una stella italiana nella Marsiglia delle gang

Il 24 luglio 1937 nasce a Nichelino, in provincia di Torino, Piera Bensi, destinata a conquistare una grande popolarità in Francia con il nome d’arte di Pierette. La grande epopea degli chansonnier non sarebbe riuscita a superare i limiti del tempo e dello spazio se non avesse potuto contare su una lunga sequenza di interpreti capaci di innervarne le canzoni con nuovo vigore, nuovo slancio e nuovi stili. È stato scritto che qual grande periodo musicale è figlio anche della capacità della Francia di influenzare e inglobare artisti provenienti da paesi diversi come il danese Ulmer, l’armeno Aznavour, il belga Brel, il russo Gainsbourg, l’americana Josephine Baker, l’ebreo greco Georges Moustaki, gli italiani Montand, Reggiani, Rina Ketty e molti altri. Tutti francesi eppure tutti “stranieri”. È difficile per chi vive al di fuori dei confini francesi capire e assimilare i concetti di una cultura che è, insieme, nazionalista e aperta alle innovazioni e ai contributi esterni. Sembra un paradosso ma è la realtà. In parte una delle ragioni che stanno alla base di questo perenne laboratorio di cultura è la leggendaria ospitalità della Francia che, dalla rivoluzione in poi, non ha quasi mai negato un tetto e un posto dove rifugiarsi ai perseguitati di tutto il mondo. Grazie al “diritto d’asilo” arrivano nel “territorio libero” francese personaggi come la Baker, Moustaki, Aznavour o Montand. Altri invece vengono attratti dalla vivacità di un tessuto artistico che non alza muri ma si apre ai figli di tante culture aiutandoli a innestarsi sulla tradizione e a regalarle nuova linfa. Come è già stato scritto la Francia non è l’unico paese che nel corso della sua storia ha aperto le frontiere a profughi e popoli diversi, integrandoli e inserendoli nel proprio tessuto sociale, ma è l’unico la cui struttura culturale, soprattutto quella musicale, ha saputo attingere e innervarsi di nuove sfumature senza perdere contatto con le radici. In parte è accaduto negli Stati Uniti con il rock & roll, nato dalla fusione tra le musiche dei coloni bianchi e i ritmi degli schiavi neri, ma è stato un fenomeno per molti aspetti casuale e irripetibile. In Francia invece è proprio la struttura del sistema culturale che riesce ad attirare nuovi stimoli grazie alla sua duttilità inserendo nella schiera degli chansonnier i “nuovi francesi” provenienti da varie parti del mondo. Se oggi la polvere del tempo non è ancora riuscita a coprire e a cancellare brani scritti quasi un secolo fa il merito non è soltanto della straordinaria vivacità delle composizioni ma anche della capacità degli interpreti di mescolare il nuovo con l’antico, i ritmi moderni con la melodia della tradizione, realizzando una fusione che appare ogni volta miracolosa. Un’importanza fondamentale assumono anche le voci delle cantanti, les chanteuses, melodiose creatrici di emozioni capaci di filtrare le canzoni attraverso la loro sensibilità aggiornandole e adeguandole alle esigenze del pubblico e dello scorrere del tempo. A loro Jean Cocteau rivolge l’omaggio poetico più famoso dell’epoca degli chansonnier: «Parigi cesserebbe di essere Parigi se lo strascico notturno del suo lungo vestito/non fosse inghirlandato da queste meravigliose cantanti…/ragazze che ne interpretano l’anima poetica con grande amore e profondità». Sono proprio queste “meravigliose cantanti” a possedere il segreto e la magia di fermare il tempo. Sono le loro voci che rendono immortali i brani degli chansonnier riproponendoli a un pubblico di uomini e di donne che in qualche caso non erano neppure nati quando venivano composte. A loro va il merito di non aver rinchiuso in un museo le emozioni in musica di un periodo fantastico. Tra queste cantanti c’è Pierette, la voce che nei locali della turbolenta e affascinante Marsiglia degli anni Settanta ha ridato nuova vita e nuovo splendore a un repertorio che rischiava di essere cancellato dal delirio della disco-music. Come spesso accade la carriera artistica della giovane Piera inizia quasi per caso negli anni Cinquanta quando partecipa più per gioco che per convinzione a un concorso canoro per dilettanti e lo vince. Della giuria fanno parte alcuni personaggi di spicco del mondo musicale dell’epoca. Tra loro ci sono gli autori Giovanni D’Anzi, Carlo Alberto Rossi e Norberto Caviglia che hanno parole di elogio per la ragazza e le pronosticano un futuro luminoso in qualità di cantante: «Lei ha talento. Lo metta a frutto». Piera non se lo fa dire due volte. Tenace e determinata inizia non si sottrae alla fatica dello studio e dell’esercizio vocale. Tanto impegno dà subito i primi risultati e la ragazza vince il festival della canzone piemontese che si svolge a Torino al Teatro Alfieri. È il viatico definitivo per il mondo della canzone e Pierette diventa una delle cantanti più presenti sui cartelloni dei locali torinesi. Il suo repertorio attinge alla tradizione melodica di tutto il mondo e, in particolare, alle suggestioni che arrivano dalla Francia degli chansonnier. Nel 1961 mentre si esibisce al Moulin Rouge di Torino si accorge che tra il pubblico c’è Gilbert Bécaud, uno dei suoi autori preferiti. Pierette decide di cambiare la scaletta e anticipare un paio di brani composti dall’importante spettatore. Con un po’ di emozione intona le prime note e le prime parole di Le mur (Y a toujours un côté du mur à l'ombre/Mais jamais nous n'y dormirons ensemble/Faut s'aimer au soleil/Nus comme innocents/Se moquant des saintes âmes qui grondent nos vingt ans...) poi si rilassa e la sua voce diventa ferma, sicura e seducente come sempre. Al termine Bécaud l’applaude convinto. Lei ringrazia e si lancia in Croque mitoufle, un brano scritto da Bécaud nel 1958 e inserito nella colonna sonora del film omonimo diretto da Claude Barma nel quale il cantante recita al fianco di Michel Roux, Micheline Luccioni e Mireille Granelli. Al termine dell’esibizione Gilbert Bécaud si complimenta con lei e la invita ad andare a Parigi, ma la ragazza è costretta a declinare l’invito perchè i suoi impegni non glielo permettono. Il rifiuto opposto da Pierette all’invito di Bécaud per un’esibizione parigina non è frutto di spocchia o presunzione. La cantante, infatti in quel periodo ha già sottoscritto una serie di contratti che prevedono anche la sua esibizione di fronte a Mohammad Reza Pahlavi, l’ultimo Scià di Persia. A dividere gli impegni con lei ci sono anche personaggi di fama internazionale come Jacqueline François, la più famosa interprete di Mademoiselle de Paris, Harold Nicholas e altri. Pierette allaccia anche una fraterna amicizia con Farah Diba, la terza e ultima moglie del sovrano persiano. In quel periodo incontra poi il musicista Carlo Alessandri, un uomo che si rivela determinante per la sua carriera artistica e per la sua vita sentimentale. Pierette, infatti, entra a far parte della sua formazione orchestrale come voce solista e nel 1965 lo sposa. Proprio con l’ensemble di Alessandri si esibisce in moltissimi locali notturni di vari paesi europei. Negli anni Settanta, con un ritardo di una decina d’anni sull’invito di Bécaud arriva finalmente in Francia. Dopo una lunga serie di applaudite esibizioni al cabaret Le Rêve di Parigi si trasferisce sulle sponde del Mediterraneo diventando una delle stelle di prima grandezza delle notti musicali di Marsiglia. Il grande successo marsigliese di Pierette coincide con un periodo molto turbolento della città meridionale francese. Il clima che si vive nei locali è molto simile a quello portato sul grande schermo nel 1972 dal regista Josè Giovanni con il film “La scoumoune”, uscito in Italia con il titolo de “Il clan dei marsigliesi” e interpretato da Claudia Cardinale, Jean-Paul Belmondo e Michel Constantin. La malavita e le gang erano una componente stabile delle serate nei locali. «Erano i padroni della notte e c’era sempre un tavolo a loro riservato anche quando il locale era stracolmo di pubblico». Così ricorda quegli anni Pierette che si esibisce soprattutto al mitico Real Club di rue de Catalans. Negli anni Ottanta la sua attività diminuisce progressivamente fino al ritiro dalle scene. Oggi Pierette vive tra “le vieux port” di Marsiglia e la residenza della sua famiglia di origine a Rivanazzano, in provincia di Pavia.

23 luglio 1992 – Arletty la collaborazionista

Il 23 luglio 1992 muore Arletty, una delle protagoniste, nel bene e nel male, dello spettacolo francese del Novecento. La sua vita è stata ricca di contraddizioni e di sbagli. La donna ha sbagliato ma, se paragonata ad altri protagonisti del suo tempo, ha pagato in misura certamente superiore agli sbagli commessi. Arletty l’altera, la bella e la traditrice, dopo essere stata la luminosa stella capace di scaldare il cuore della gente di Francia diventa la reietta e viene rinchiusa in un carcere con l’infamante accusa di aver collaborato con i nazisti. Per sua ammissione la vita non è stata tenera con lei ma nemmeno troppo maligna. Ogni volta che si è ritrovata nella polvere ha avuto la caparbietà ma anche la possibilità di risorgere. Grande attrice, ha saputo trasferire con naturalezza nella canzone quella straordinaria capacità interpretativa che le permetteva di brillare sul palcoscenico dei teatri e sullo schermo cinematografico. Amato o detestato, osannato o disprezzato il suo personaggio non ammette mezze misure e divide i sentimenti dei francesi. Suo malgrado Arletty è diventata un po’ il simbolo vivente delle contraddizioni anche drammatiche della Francia del Novecento. Léonie Bathiat, la futura Arletty, nasce il 15 maggio 1898 a Courbevoie. Suo padre Michel lavora nell’azienda dei tram, mentre la madre, Marie Dautreix, fa la lavandaia. Entrambi sognano un destino tranquillo e una vita serena per la piccola Léonie e con qualche sacrificio riescono a pagarle gli studi presso una scuola di stenografia. La sua vita trascorre apparentemente lineare con le emozioni e i sogni che caratterizzano l’adolescenza di migliaia di ragazze come lei. Le nubi che s’addensano sull’Europa, però, finiranno per cambiare in qualche modo il suo destino. Nel 1914 la guerra, quel massacro che i posteri chiameranno Prima Guerra Mondiale dopo averne messa in cantiere una seconda, le porta via il suo primo amore. La morte di Ciel, Cielo, come lei lo ha soprannominato per il blu intenso dei suoi occhi, la segna per sempre e l’accompagna per tutta la vita. «In quel momento ho deciso: non mi sposerò mai, non avrò alcun bambino perchè non voglio essere nè vedova di guerra ne madre di un soldato». Due anni dopo anche suo padre se ne va. Non se lo porta via la guerra ma un incidente. Travolto da un tram del deposito dove lavora lascia la famiglia nelle mani del destino. A diciott’anni la ragazza cerca allora di darsi da fare. Lavora un po’ come impiegata, ma soprattutto accetta la corte di un suo coetaneo, Jacques Georges Levy, rampollo di una famiglia di banchieri e innamorato perso di lei. È lui a introdurla nei salotti parigini e a farle conoscere il mondo del teatro. Il palcoscenico colpisce la sua immaginazione e la convince che quella deve essere la sua vita. Jacques George Levy diventa rapidamente un ricordo per la giovane Léonie che per sbarcare il lunario lavora come indossatrice a Parigi da Poiret con il nome d’arte di Arlette. Proprio nell’ambiente della moda conosce Paul Guillame, il gallerista che ha saputo intuire e valorizzare prima di tutti la genialità di pittori come Picasso e Modigliani. Tra i due nasce un’amicizia preziosa e la ragazza gli confida il suo sogno di lavorare in teatro. Per un tipo sveglio come Guillame darle una mano non è un problema. Una chiacchierata con il direttore del Théâtre des Capucines è sufficiente a cambiare la sua vita. Sui manifesti il nome d’arte da indossatrice, Arlette, viene modificato nel più esotico ed evocativo Arletty. È l’inizio di una lunga carriera. Per tutti gli anni Venti le sue canzoni e la sua straordinaria capacità interpretativa caratterizzano alcune tra le commedie musicali e le riviste di maggior successo. La popolarità di cui gode alla fine del decennio rende quasi inevitabile l’incontro con il cinema dove debutta nel 1930 interpretando un piccolo ruolo al fianco di Victor Boucher nel film “Douceur de vivre” diretto da René Hervil. La sua interpretazione viene notata da Jean Choux che le affida un ruolo di primo piano accanto al popolare Jean Coquelin nel lungometraggio “Un chien qui rapporte”. Negli stessi anni anche la sua carriera teatrale è costella da successi strepitosi come “Un soir de réveillon” al Bouffes-Parisiens, un’operetta di Sacha Guitry, e soprattutto “Le Bonheur mesdames” con Michel Simon che viene replicato ben cinquecento volte consecutive nonostante le liti tra Arletty e il suo compagno di scena. A completare il periodo magico c’è anche il successo di pubblico del lungometraggio “Pensione Mimosa” del belga Jacques Feyder. Proprio durante la lavorazione di questo film, l'attrice conosce il ventottenne Marcel Carné, all'epoca assistente alla regia di Feyder, che nel 1938 la chiama a interpretare, “Albergo Nord” con Louis Jouvet, e l’anno dopo la vuole in “Alba tragica” al fianco di Jean Gabin. Il successo di critica e pubblico ottenuto da questi film fanno di Arletty una delle attrici più popolari e pagate della Francia di quel periodo. All’inizio degli anni Quaranta proprio con Marcel Carné Arletty gira i due film destinati a regalarle l’immortalità artistica. Il primo è “L'amore e il diavolo”, girato nel 1942 con al suo fianco Alain Cuny e il secondo è “Amanti perduti” con Jean-Louis Barrault girato più o meno nello stesso periodo ma caduto sotto gli strali della censura degli occupanti nazisti e presentato al pubblico soltanto nel 1945 dopo la Liberazione. I due lungometraggi, nati dalla collaborazione di Carné con il poeta Jacques Prévert, sono considerati ancora oggi quanto di meglio abbia prodotto il realismo francese di quegli anni. È all’apice del successo quando si ritrova in una sorta di girone infernale apparentemente senza uscita. Come dicevano gli antichi, l’eccesso di fortuna finisce per suscitare l’invidia degli dei. Nell’estate del 1944, subito dopo la liberazione di Parigi, Arletty viene catturata e rinchiusa nel campo di prigionia di Drancy, a due passi da Parigi. L’accusa che le viene rivolta è la più infamante che in quel periodo si possa immaginare: collaborazionismo con le forze di occupazione naziste della città. In realtà la sua colpa vera è quella di essersi innamorata di un ufficiale tedesco di stanza nella capitale, ma il tribunale è inflessibile. Dopo 120 giorni nel carcere di Fresnes sconta un paio d’anni di libertà vigilata con l’impegno di stare lontana da Parigi. Gli amici però non l’abbandonano, neppure quelli più impegnati politicamente, a partire da Jacques Prévert. Capiscono che la sua colpa è stata soltanto quella d’innamorarsi e l’aspettano. Scontata la sua pena, a partire dal 1947 Arletty torna a lavorare, soprattutto in teatro dove ritrova il suo pubblico e l’antico successo. Più faticoso è il rientro nel cinema. Nel 1948 Marcel Carné la scrittura per il suo “La Fleur de l'âge” un film mai terminato per il fallimento della produzione. Le prime interpretazioni degne di nota sono del 1953 ne “Il grande gioco” di Robert Siodmak che la vede al fianco di una giovanissima Gina Lollobrigida e in “Aria di Parigi” di Marcel Carné con Jean Gabin. Quando nella sua vita tutto sembra tornato a posto, il destino ha in serbo un’altra brutta sorpresa. Arletty viene colpita da una grave forma di cecità progressiva. Lei reagisce con l’energia di chi è abituato a far fronte alle avversità, ma pian piano finisce per arrendersi all’ineluttabile. Nel 1962 chiude con il cinema interpretando “Viaggio a Biarritz” diretto da Gilles Grangier. Nonostante la perdita della vista lavora ancora in teatro per qualche anno prima di lasciare definitivamente le scene. Il suo ritiro non assume mai le caratteristiche dell’abbandono. Negli anni seguenti resta in contatto con il pubblico rilasciando interviste, raccontando la sua vita e commemorando gli amici scomparsi. Nel 1971 pubblica “La défense”, un’autobiografia ricca di aneddoti sconosciuti e considerazioni sulla vita. L’unica regola che si dà è quella di comparire il meno possibile in video, anche per lasciare ai suoi ammiratori l’immagine splendida degli anni migliori. Il canale di comunicazione con il pubblico resta affidato principalmente alla sua voce. Muore a Parigi il 23 Luglio del 1992 all'età di novantaquattro anni.

21 luglio, 2014

22 luglio 1977 - Richie Kamuca se ne va alla vigilia del compleanno

Il 22 luglio 1977 alla vigilia del suo quarantasettesimo compleanno muore a Los Angeles, in California, il sassofonista Richie Kamuca, all’anagrafe Richard Kamuca. Nato a Philadelphia, in Pennsylvania, il 23 luglio 1930, è un talento precoce tanto che a soli vent’anni viene scritturato da Stan Kenton con il quale resta fino al 1953 in una delle più belle formazioni della sua orchestra che schiera musicisti come Conte Candoli, Maynard Ferguson, Frank Rosolino, Bill Russo, Lee Konitz, Bill Holman, Bob Gioga, Sal Salvador o Stan Levey. Dal 1954 al 1955 va con la band di Woody Herman dando vita, insieme a Bill Perkins, Arno Marsh e Phil Urso, a una sezione sax di notevole valore. Nel 1957 suona nelle formazioni di Chet Baker e di Maynard Ferguson e, sul finire dell'anno, come gran parte dei musicisti di Kenton e di Herman, entra nei Lighthouse All Stars di Howard Rumsey. La collaborazione con Rumsey prosegue anche nel 1958 e successivamente Kamuca suona nelle formazioni di Shorty Rogers e di Shelly Manne. Nel 1962 lascia la California e si trasferisce a New York dove viene ingaggiato da Gerry Mulligan per una big band che, tra alterne vicende, rimane in vita quasi quattro anni. Successivamente viene scritturato da Gary McFarland e poi forma un quintetto a suo nome che dirige insieme a Roy Eldridge pur senza mai cessare le collaborazioni, soprattutto in studio di registrazione, con Kenton, Lee Konitz, con Zoot Sims, Al Cohn e Jimmy Rushing. Nel 1972 torna a Los Angeles e ricomincia a lavorare nei circoli jazzistici della zona entrando anche a far parte della big band del trombettista Bill Berry senza rinunciare però a qualche esperienza in proprio. A partire dal 1975 la sua attività diminuisce progressivamente per i problemi creati da un tumore che lo porta alla morte.

20 luglio, 2014

21 luglio 1990 - Il muro di Roger Waters dietro il muro di Berlino

Sono almeno duecentomila gli spettatori che il 21 luglio 1990 assistono dal vivo alla messa in scena di “The wall” (Il muro) davanti a ciò che resta del muro di Berlino in Potzdamer Platz, di fronte alla Porta di Brandeburgo, in quella che fino a pochi mesi prima era terra di nessuno tra la parte occidentale e quella orientale della città. L’opera, un classico dei Pink Floyd, dovrebbe essere, nelle intenzioni degli organizzatori, più che una celebrazione della caduta del muro, uno spettacolare ponte di culture lanciato tra due parti d’Europa che si stanno riunendo. Non a caso le immagini più forti della rappresentazione sono quelle delle guerre che hanno insanguinato il nostro continente, viste come un orpello di un passato nato dalla stupidità degli uomini. La sua messa in scena, curata dallo stesso autore, l’ex Pink Floyd Roger Waters, è destinata a diventare un esempio di “concerto europeo” da contrapporre ai ridondanti e, spesso, leziosi quanto monocordi “eventi” di scuola statunitense. Nella stesura spettacolare non c’è solo il rock. Ci sono anche i cori e le orchestre dell’Armata Rossa e della Radio di Berlino Est, ad affiancare un cast eccezionale che comprende, tra gli altri, Bryan Adams, la Band (senza Robbie Robertson), James Galway, gli Hooters, Cyndi Lauper, Ute Lemper, Joni Mitchell, Van Morrison, Sinead O’Connor, gli Scorpions, Marianne Faithfull, l’ex chitarrista dei Thin Lizzy Snowy White e gli attori Tim Curry e Albert Finney. Europei sono anche gli evidenti richiami al mondo delle arti figurative della scenografia, i riferimenti al cabaret e anche le atmosfere musicali, alle quali collabora il direttore d’orchestra Michael Kamen. Oltre ai duecentomila convenuti a Berlino, sono più di due miliardi gli spettatori che assistono, in mondovisione, per più di due ore a uno spettacolo che non annoia grazie ai frequenti colpi di scena e a una tensione interna che si materializza nell’attesa prima della costruzione e poi della distruzione del muro.

18 luglio, 2014

20 luglio 1979 - La Tom Robinson Band si scioglie, ma non è la fine del mondo

«Ebbene sì, la Tom Robinson Band non esiste più. Ciascuno di noi, da oggi, prenderà strade diverse. Vi prego, però, di evitare domande commemorative e di avere il senso della misura. Al mondo avvengono sicuramente fatti più gravi dello scioglimento di un gruppo musicale...» Così, con tranquillità e senza isterismi, Tom Robinson leader e frontman, conferma, il 20 luglio 1979, lo scioglimento di una delle band di punta del combat rock britannico, da lui formata nel 1976 insieme al chitarrista Danny Kustow, al tastierista Mark Ambler e al batterista Dolphin Taylor. Pochi mesi dopo la sua formazione il gruppo balza al vertice delle classifiche britanniche dei dischi più venduti con il singolo 2-4-6-8 Motorwatin. Il successo, lungi dal divenire una stucchevole affermazione della propria bravura, consente ai quattro di rafforzare la propria libertà espressiva. «Più ho successo e più riesco a fare quello che voglio. Non so se mi piace il mondo dello spettacolo. Vedo troppe persone alternative sul palco e conformiste nella vita. Io sono antifascista, socialista e omosessuale. Lo sarei anche se non fossi un musicista...» dice Tom Robinson commentando il successo di brani come Don't take no for answer e Up against the wall. Militante della sinistra laburista è tra i promotori, con i Clash e gli Steeel Pulse della campagna “Rock Against Racism”, destinata, tra l’altro, a raccogliere fondi a favore delle vittime delle violenze dei fascisti del National Front. Incapace di atteggiamenti compromissori, diviene anche una bandiera e un simbolo dell’orgoglio gay dopo aver cantato la sua omosessualità nel brano (Sing, if you're) Glad to be gay. La Tom Robinson Band conferma le caratteristiche di gruppo diverso e lontano dalle esagerazioni anche nel momento del suo scioglimento, che avviene senza drammi né polemiche. Il suo leader vivrà varie esperienze artistiche fino a restare affascinato, nella seconda metà degli anni Ottanta, dalla musica leggera italiana, di cui tradurrà in inglese i brani più significativi.

19 luglio 2002 – L’ordinanza contro Trincale

È il 19 luglio 2002. Provate a immaginare tra i mille problemi della città di Milano qual è quello che tormenta di più i sogni del Sindaco Gabriele Albertini? La disoccupazione, il traffico, le nuove povertà, l'ambiente… Macché il problema principale si chiama Franco Trincale, di professione cantastorie, "reo" di disturbare con le sue canzoni la gente per bene che vota a destra e deplora ogni "disordine". L'attivo Sindaco di Milano, infatti, il 19 luglio prende carta e penna (si fa per dire) e scrive, anzi scolpisce, un’ordinanza con cui si stabilisce di vietare l'uso di «impianti di amplificazione per l'esercizio di attività musicali disciplinate dal vigente Regolamento comunale degli artisti di strada nelle aree pedonali di Piazza Duomo, C.so Vittorio Emanuele e Via Dante». Indovinate chi si esibisce in quelle aree pedonali? Franco Trincale. La cosa, se non fosse una vera e propria persecuzione contro un artista che ha il torto di aver mai piegato la testa di fronte a nessuno, sarebbe ridicola. Non è così. In realtà è un attacco contro la libertà di espressione artistica e un atto di insofferenza contro i "fastidiosi" cantastorie che "osano" prendere in giro il potere. Mentre crescono gli attestati di solidarietà nei confronti di Franco Trincale, la questione arriva in Parlamento grazie a un'interrogazione presentata dai senatori, Pizzinato, Togni, Pagliarulo, Donati, Dalla Chiesa e Piloni ai Ministri della Cultura e dell'Interno. Alla fine vince Trincale, ma il braccio di ferro sarà lungo e ricco di nuovi tentativi di limitarne la libertà.

18 luglio 1988 - L’ultima corsa di Nico

Lunedì 18 luglio 1988 i soccorritori non pensano certo che quella signora bionda trovata in coma sul ciglio di una strada assolata nell’entroterra di Ibiza sia una persona famosa. La donna è sdraiata accanto alla bicicletta con il volto segnato dagli evidenti segni di una caduta e all’accettazione del Pronto Soccorso viene registrata con il nome di Christa Paffgen, nata il 16 ottobre 1938 a Colonia, in Germania. Così risulta dai documenti che porta con sé. C’è un’emorragia cerebrale in corso, i medici si riservano la prognosi, ma non s’illudono sulle possibilità di sopravvivenza: è triste ma rientra nella tragica normalità degli incidenti stradali. Non resta che prendere contatto con la famiglia. È normale routine per un presidio ospedaliero collocato in una zona turistica. Questa volta però non è così normale perché la vittima non è una persona qualunque. Dopo le prime telefonate alla ricerca dei famigliari un nugolo di petulanti e sudaticci inviati rompe la quiete degli asettici corridoi. Infermieri e medici scoprono così che il corpo sofferente e il viso tumefatto della signora bionda sono quelli di Nico, la conturbante musa dell’underground degli ultimi anni Sessanta, la cui voce cantilenante e ipnotica è divenuta il simbolo di un’epoca. Nata in Germania, studia in Francia e in Italia, conosce perfettamente cinque lingue e inizia a lavorare come modella prendendo parte, ancora adolescente, al film "La dolce vita" di Federico Fellini. L’esplosione del beat la vede a Londra nell’entourage dei Rolling Stones. Il primo a intuirne le non comuni qualità è il chitarrista Jimmy Page, non ancora leader dei non ancora costituiti Led Zeppelin, che nel 1965 la produce in un singolo senza successo, ma il suo vero pigmalione è Andy Warhol. Il sommo pontefice dell’underground newyorkese la incontra per la prima volta nel 1967 al Blue Angel Lounge di New York, dove la ragazza sta passando la serata in compagnia del suo amico Bob Dylan, e resta colpito dalla sua inquietante e ambigua sensualità. È Warhol che la impone ai Velvet Underground, la band di Lou Reed e John Cale, rimasti senza cantante dopo il forfait di Maureen “Mo” Tucker. L’irrequieta Nico caratterizza con la sua voce la più straordinaria stagione del gruppo, ma non per questo accetta l’idea di fossilizzarsi in un genere o in un personaggio. Dopo poco più di un anno decide di continuare da sola e se ne va. Nuove collaborazioni ed esperienze sempre diverse preludono, nei primi anni Settanta a un lungo silenzio che dura fino agli anni Ottanta quando, non si sa se per nostalgia o per reale convinzione, torna sulla scena musicale. Personaggio di culto, interprete dell’angoscia esistenziale dell’intellettualità americana alla fine degli anni Sessanta, percorre fino in fondo le strade oscure del rock decadente, anticipando di una decina d’anni quel genere che verrà chiamato dark rock. Le sono compagni in questo viaggio grandi musicisti, ma anche sostanze pericolose che rischiano di lasciare segni indelebili e definitivi sul suo corpo e sulla sua psiche. Negli anni Ottanta l’inquietudine esistenziale si fa meno struggente. La ricerca musicale si allarga verso nuovi orizzonti e anche la sua vita, a partire dal 1982, sembra ritrovare serenità accanto a un nuovo compagno, il poeta John Cooper Clarke, con il quale va a vivere in una casa di campagna nei dintorni di Manchester. Pochi giorni prima dell’incidente si esibisce in concerto a Berlino con John Cage e i Faction. Gli sforzi dei medici di salvarla si rivelano vani e mentre scendono le prime ombre della sera cessa di vivere. Il suo compagno vuole che il corpo inanimato di Nico riposi lontano dalla solarità accecante e chiassosa del Mediterraneo, così estranea al suo ombroso percorso musicale, e ne dispone l’immediato trasporto in Inghilterra. Con lei scompare uno dei personaggi più singolari del rock internazionale e tanto coerente da non approfittare mai dell’alone di leggenda che l’ha circondata per tutta la vita.

17 luglio, 2014

17 luglio 1976 – A Montreal il primo boicottaggio di un'Olimpiade

Alla vigilia dell’apertura dei giochi olimpici di Montreal, prevista per il 17 luglio 1976, entra per la prima volta nel linguaggio sportivo un termine nuovo: boicottaggio. La prima nazione ad annunciare la sua rinuncia a partecipare ai giochi per protesta è Taiwan che, non potendo utilizzare dopo il riconoscimento della Cina Popolare la dizione "Repubblica di Cina" se ne va. Il comitato organizzatore non dà troppo peso al gesto e lascia fare senza tentare alcuna mediazione. Non ci si rende conto dell’importanza che i giochi stanno assumendo anche come formidabile cassa di risonanza per azioni clamorose e gesti propagandistici. L’inerzia e l’incomprensione fanno sì che nubi ben più nere inizino ad addensarsi sui giochi canadesi. La Tanzania chiede l'esclusione dalle gare della Nuova Zelanda, accusata di aver intrattenuto rapporti sportivi con il Sudafrica razzista, e, di fronte al rifiuto degli organizzatori se ne va. Con lei lasciano l'Olimpiade ventisei paesi africani, la Guyana e l'Iraq, ma l’elenco rischia d’allungarsi. Da più parti si chiede che vengano ridotti a quattro i cerchi olimpici che simboleggiano i cinque continenti, vista l'assenza dell'Africa. Iniziano febbrili quanto tardive trattative diplomatiche per salvare i giochi finché, in extremis, si riesce a garantire la presenza del Senegal e della Costa d'Avorio. Il quinto cerchio dell’Olimpiade è salvo.

15 luglio, 2014

15 luglio 1935 – Gianni Garko, dall’Oscar a Sartana, alla televisione e al teatro

Il 15 luglio 1935 a Zara in Croazia nasce Giovanni Garcovich destinato a diventare un attore popolarissimo con il nome d’arte di Gianni Garko. Nel 1948 si trasferisce con la famiglia a Trieste dove negli anni successivi si avvicina al teatro frequentando i corsi del locale Teatro Nuovo. Dopo essere stato ammesso all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico” si trasferisce a Roma dove nel 1958 debutta in teatro in “Veglia la mia casa, angelo” diretto da Luchino Visconti. Nello stesso anno partecipa allo sceneggiato televisivo “L’isola del tesoro” diretto da Anton Giulio Majano ed esordisce anche nel cinema in “Pezzo, capopezzo e capitano”. È il primo di una lunga serie di pellicole dirette da moltissimi registi tra i quali Franco Rossi, Pier Paolo Pasolini e Gillo Pontecorvo. Proprio quest’ultimo lo sceglie tra i protagonisti di “Kapo”, il lungometraggio che entra nelle nomination per l’Oscar nel 1962. È anche uno dei pochi attori italiani che partecipano alla mitica serie televisiva “Spazio 1999”. Per gli appassionati del western all’italiana Gianni Garko è, soprattutto Sartana. Lo è naturalmente, come Franco Nero è naturalmente Django e Giuliano Gemma è Ringo. Pur essendo personaggi fortunati e protagonisti di decine di film con interpreti spesso diversi sono rimasti impressi nell’immaginario collettivo con un volto preciso che ha fatto inevitabilmente diventare gli altri semplici imitazioni. Nel caso del rapporto tra Garko e Sartana ha i contorni della leggenda. L’attore veste i panni di Sartana fin dal suo debutto nel western all’italiana, addirittura due anni prima del primo fortunato film della serie, nato nel 1968 dalla geniale creatività di Frank Kramer, alias Gianfranco Parolini. Garko, infatti, in “1.000 dollari sul nero” è il “vilain” cattivo e infido che dopo averne combinate di tutti i colori viene ucciso dal fratello “buono” Anthony Steffen. Il nome di quel malvagio personaggio è proprio Sartana, anche se è ben diverso dal sanguinario giustiziere con lo stesso nome che gli regalerà un’incredibile popolarità. Il suo approccio con western all’italiana non si ferma lì. Tra i personaggi cui presta il volto e la recitazione sciolta e disinvolta, ci sono anche Camposanto e Spirito Santo, altre due creature di Giuliano Carnimeo, alias Anthony Ascott, instancabile creatore di “tipi da western”. Il grande successo popolare ottenuto con il western all’italiana non ne attenua l’impegno che lo vede lavorare a progetti teatrali per i diritti umani e civili. A partire dagli anni Novanta dirada le presenze sul grande schermo privilegiando la televisione e il teatro. In Tv presta il suo volto a Pierfrancesco Moretti, uno dei più amati personaggi della serie “Vivere”, mentre in teatro spicca la sua presenza nella versione di “Tre sorelle” di Anton Checov messa in scena da Luca Ronconi.”.

16 luglio 1966 – Nascono i Cream

Il 16 luglio 1966, nella Londra deserta di mezza estate nascono i Cream, destinati a diventare il gruppo più famoso e più popolare della storia del blues revival. I loro componenti non sono novellini, ma tre protagonisti del circuito blues londinese sempre meno underground. Guidato dalla chitarra di Eric “Slowhand” Clapton, già con John Mayall e poi con gli Yardbirds, il trio schiera il polipercussionista Ginger Baker alla batteria e Jack Bruce l’ex bassista dei Bond e dell’Alex Korner Band. I Cream portano sui grandi palchi dei concerti rock le esperienze nei fumosi club londinesi, alzando il volume ai massimi livelli. Nel 1966 il loro primo album, Fresh Cream, ottiene un successo incredibile. Le distorsioni e il wah-wah di Clapton su una ritmica incalzante fanno il giro del mondo. L’anno dopo raddoppiano i risultati sul piano commerciale con Disraeli Gears, un album prodotto da Felix Pappalardi che ammorbidisce i suoni in chiave pop. La loro popolarità è supportata dalle devastanti esibizioni dal vivo che con le lunghe concessioni all’improvvisazione, aprono un nuovo mondo agli adolescenti ancora troppo costretti dalla rigida ripetitività del beat. I tre si integrano a meraviglia. Ciascuno porta sul palco una personalità diversa e insieme cambiano gli stereotipi della musica di consumo. Nel 1968 il doppio Wheels Of Fire metà registrato in studio e metà dal vivo, segna il punto più alto della loro carriera e, insieme, l’inizio della fine. Pochi mesi dopo l’album Goodbye dà il segno dell’imminente separazione. I tre, per evitare di restare prigionieri di una sorta di agonia autocelebrativa, decideranno di separarsi ufficialmente dopo un indimenticabile concerto d’addio.

13 luglio, 2014

14 luglio 1973 – L'ultima volta al vertice per i Camaleonti

Il 14 luglio 1973 i Camaleonti arrivano per la quinta volta nella loro storia al vertice della classifica dei singoli più venduti in Italia con Perché ti amo. Il brano, un'accattivante, ma un po' stucchevole, melodia scritta da Totò Savio consacra definitivamente il paroliere Giancarlo Bigazzi che, per l'occasione non si è troppo spremuto (Perché ti amo/io non lo so/ma stai sicura/che non dormirò). Rappresenta però una sorta di canto del cigno per la band milanese, arrivata al capolinea di un'involuzione stilistica iniziata alcuni anni prima con la separazione dal suo primo cantante e frontman Riki Maiocchi. Nati all'inizio degli anni Sessanta nel Santa Tecla, uno dei locali di culto del rock milanese, con il già citato Maiocchi, il bassista Gerry Manzoli, il chitarrista Livio Macchia, il tastierista Tonino Cripezzi e il batterista Paolo De Ceglie, sono per qualche tempo una delle più genuine espressione del garage beat dell'area alternativa milanese. Nei primi dischi e, soprattutto, nei concerti, i cinque entusiasmano i giovani rocker del capoluogo lombardo con le loro ruvide versioni di brani inglesi e americani. Il primo successo discografico è, nel 1965, Sha-la-la-la la, versione dell'omonimo brano di Paul Clarence. La popolarità finisce per innescare o, forse, accelerare un processo di revisione interna. Persa per strada la roca voce blues di Riki Maiocchi che viene sostituita da quella più melodica e perbene di Tonino Cripezzi, la band cambia rapidamente impostazione e casa discografica. Chiude in un cassetto il garage beat degli inizi e si avvia su una strada decisamente commerciale abbracciando progressivamente un pop melodico di grande successo. All'inizio degli anni Settanta sotto la spinta dei cambiamenti in atto nella canzone italiana la popolarità dei Camaleonti è in declino. Nel 1973 il successo di Perché ti amo sembra inaugurare una nuova stagione per quello che è ormai divenuto uno dei gruppi simbolo del pop melodico italiano, ma non sarà così.

11 luglio, 2014

13 luglio 1985 - L’ingombrante santificazione di Bob Geldof

“Un giorno Dio voleva trovare una soluzione al problema della carestia in Africa e, probabilmente per sbaglio, ha bussato alla porta di Bob Geldof. Quando questo irlandese trasandato ha aperto la porta, dopo qualche perplessità deve aver pensato: Oh, al diavolo, andrà bene anche lui!”. In questo modo singolare la rivista “Life” esprime il proprio ammirato stupore nei confronti dell’iniziativa di Bob Geldof, il cantante dei Bootown Rats, principale artefice della mobilitazione del rock a favore delle popolazioni africane colpite dalla carestia. Il 13 luglio 1985 sono un miliardo e mezzo i telespettatori di tutto il mondo che assistono al “Live Aid”, il più grande concerto benefico della storia della musica rock. E non è casuale che l’organizzatore sia proprio un artista non di primissimo piano e da tempo impegnato sui problemi sociali del suo paese. L’ambiente, infatti, è diffidente nei confronti dei grandi nomi, dopo le truffe e le vergognose speculazioni del “Concerto per il Bangladesh” organizzato anni prima da George Harrison e divenuto famoso perchè nessuno dei soldi raccolti era arrivato a destinazione. In molti ci provano, ma solo Geldof ce la fa e porta quasi in contemporanea su due palchi costruiti negli Stadi di Wembley e di Filadelfia in sedici ore del megaconcerto quasi tutti i vecchi e nuovi personaggi del rock e del pop mondiale. Il successo dell’evento provoca un effetto imitazione e nei mesi successivi una pioggia di dollari si riverserà sugli organismi internazionali impegnati nella lotta contro la carestia africana. Il Live Aid resta nella storia del rock ma rischia di cambiare per sempre la vita del suo ideatore. Bob Geldof, ribattezzato “Santo Bob” viene anche proposto per il Premio Nobel per la Pace e per qualche tempo non riesce più a trovare qualcuno che ne prenda sul serio le ambizioni e le qualità artistiche. L’immagine salvifica che lo accompagna finisce per pesare come un macigno sulla sua carriera di cantante, costringendolo a ripartire quasi da zero e finisce per farlo sempre più assomigliare a una tranquillizzante immaginetta.

12 luglio 1963 - Una pallottola nel cuore di Gino Paoli

Il cantautore Gino Paoli viene ricoverato alle 18.30 del 12 luglio 1963 al pronto soccorso dell’ospedale genovese di San Martino con una ferita d’arma da fuoco alla “regione parasternale destra”. La prognosi è riservata e i medici disperano di salvarlo. I giornali sostengono che il cantante, in preda a una forte crisi depressiva, ha deciso di farla finita e si è sparato al cuore. Paoli, invece, sostiene che si tratta di un colpo accidentale partito mentre stava pulendo l’arma. Contrariamente alle previsioni la vicenda ha un felice epilogo. La pallottola si è incastrata in un punto non vitale del cuore, per cui non è neppure necessario procedere alla sua estrazione. Dopo una lunga convalescenza il cantautore riprenderà a lavorare.

10 luglio, 2014

11 luglio 1949 – Danny Polo, il clarinettista che amava l'Europa

L'11 luglio 1949 all'Illinois Masonic Hospital di Chicago muore il clarinettista e sassofonista Danny Polo, uno dei migliori ed eclettici musicisti di sezione, oltre che ottimo solista. Ha quarantotto anni. Il giorno prima è stato colto da un improvviso malore mentre era impegnato con l'orchestra di Claude Thornhill all'Edgewater Hotel di Chicago. Figlio d'arte (suo padre è clarinettista) nasce a Clinton, nell'Indiana, e fin dai primi anni d'età inizia soffiare negli strumenti ad ancia. A otto anni veste la divisa di una banda della sua città. Negli anni successivi forma una coppia inseparabile con un suo amico d'infanzia, il pianista Claude Thornhill, lo stesso che gli sarà accanto anche nel suo ultimo concerto. A Chicago, nel 1923, ottiene i primi ingaggi professionali con l'orchestra di Elmer Schoebel al Midway Gardens cui segue un breve periodo nella band di Merritt Brunies. Tra il 1924 e il 1925 lavora in Florida e a New York con varie orchestre da ballo. Nell'inverno del 1926 sostituisce per tre mesi Don Murray nell'orchestra di Jean Goldkette e nell'estate successiva si lascia tentare dall'idea di andarsene via per un po'. Insieme al batterista Dave Tough, lascia gli Stati Uniti per un lungo soggiorno europeo durante il quale suona con le band del banjoista George Carhart, di Lud Gluskin e con quella di Arthur Briggs, senza rinunciare a una breve esperienza in proprio. All'inizio degli anni Trenta è a Londra con il gruppo di Bert Ambrose. Nel 1935 torna negli Stati Uniti, ma non può resistere alla nostalgia per l'Europa. Nel 1938 torna a Parigi al fianco di Ambrose e poi si aggrega alla band di Ray Ventura. Lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale lo costringe a rientrare in patria. Lo fa malvolentieri anche se riesce a suonare con alcuni tra i migliori gruppi del periodo, come quelli di Joe Sullivan e di Jack Teagarden. Alla fine della guerra rientra nell'orchestra del suo amico Claude Thornhill con la quale resta fino alla morte.

09 luglio, 2014

10 luglio 1968 - I Nice bruciano la bandiera USA

Il 10 luglio 1968 nel corso di un loro partecipatissimo concerto alla Royal Albert Hall di Londra i Nice bruciano e calpestano la bandiera statunitense. Il gesto avviene durante l'esecuzione di una versione molto “psichedelica” di America, il brano di Leonard Bernstein tratto dal musical "West side story". La band, che in quel periodo è composta dal bassista Keith “Lee” Jackson, proveniente dai T.Bones come il tastierista Keith Emerson, dal chitarrista Dave O'List, già con gli Attack e dal batterista Brian "Blinky" Davison ex Mark Leeman Five, è solita eseguire il pezzo di Bernstein insieme a una serie di evoluzioni improvvisative intitolate Second emendment. In quel 10 luglio alla dissacrazione musicale viene aggiunta la provocazione visiva. Quella bandiera USA che brucia sul palco vuole essere, secondo quanto annunciato dallo stesso Keith Emerson “di un segno di protesta per l’ignobile guerra in Vietnam”. Il gesto che attira sui Nice molte simpatie da parte dei movimenti pacifisti finisce per costare caro sul piano professionale. La band, infatti, viene messa al bando dal locale, uno dei luoghi più prestigiosi per la musica dal vivo britannica.

9 luglio 2006 - Campioni del mondo!

Il 9 luglio 2006 l'Italia vince per la quarta volta il campionato del mondo di calcio. La finale, che si gioca all'Olympiastadion di Berlino, vede di fronte le rappresentative nazionali di Italia e Francia. Proprio i transalpini vanno in vantaggio a soli sei minuti dall’inizio con Zidane che mette a segno un calcio di rigore concesso per un fallo di Materazzi su Malouda. È poi lo stesso Materazzi a pareggiare il conto al 19' con un gran colpo di testa su corner di Pirlo. La partita si chiude sull'1-1. Si va ai tempi supplementari durante i quali Zidane viene espulso per aver colpito con testata al petto il difensore italiano Materazzi. Alla fine dei supplementari il risultato non cambia pertanto il titolo deve essere assegnato ai calci di rigore. Tocca all’Italia cominciare. Per primo calcia Pirlo e segna. Poi per la Francia c'è Wiltord che non sbaglia. Va a segno anche Materazzi con un sinistro rasoterra, mentre il francese Trezeguet calcia sulla traversa. Dopo quelli messi a segno da De Rossi e Del Piero per l’Italia e da Abidal e Sagnol per la Francia il rigore decisivo per gli azzurri è affidato ai piedi di Grosso che segna e consacra la vittoria della nazionale italiana. Al terzo posto si classifica la Germania battendo al Gottlieb-Daimler-Stadion di Stoccarda il Portogallo per 3-1.

08 luglio, 2014

8 luglio 1965 - Willie Dennis, tra melodia e violenza espressiva

L’8 luglio 1965 muore in un incidente stradale il trombonista Willie Dennis. William De Berardinis, questo è il suo vero nome, nasce a Philadelphia, in Pennsylvania, il 10 gennaio 1926 e i suoi primi passi con la musica li muove più seguendo l’istinto che le lezioni degli insegnanti. Per tutta la vita racconterà di aver imparato da solo i segreti del trombone. Negli anni Quaranta suona nelle orchestre di Elliott Lawrence, Claude Thornhill e Sam Donahue prima di suonare passare in quella di Benny Goodman per la tournée europea del 1958. Nello stesso anno se ne va anche in America Latina con Woody Herman. Insofferente ai legami troppo lunghi si diverte a suonare in piccole formazioni con gran parte dei grandi protagonisti del jazz di quel periodo, da Howard McGhee a Charlie Ventura, da Coleman Hawkins a Lennie Tristano a Kai Winding. Proprio con Winding dà vita al gruppo di quattro trombonisti (gli altri due sono J. J. Johnson e Benny Green) ideato da Charlie Mingus. Nel 1959 entra nel quintetto di Buddy Rich, con Phil Woods al sassofono contralto. All'inizio degli anni Sessanta fa parte della Concert Jazz Band di Gerry Mulligan. La morte improvvisa ne chiude la carriera. In possesso di una tecnica eccezionale, Dennis riusciva a fondere una grande sensibilità melodica con la violenza espressiva ricavata dal lungo contatto con Mingus.

07 luglio, 2014

7 luglio 1967 - Alle figlie della rivoluzione non piace Hendrix

Il 7 luglio 1967 è un venerdì. Jimi Hendrix è in viaggio verso Jacksonville, in Florida, con i suoi Experience, dove il giorno dopo l’attende, al Coliseum, il primo concerto di una lunga tournée con i Monkees, i freschi e puliti idoli dei teen-ager locali. È il suo primo tour nella nazione dove è nato, quell’America che non lo ama troppo, che detesta la sua musica nervosa e la mescola di razze che porta nel sangue, metà nero e metà pellerossa. Non è un caso che siano stati gli europei a scoprirlo e a dargli la possibilità di farsi conoscere in tutto il mondo. Il suo manager è un inglese, il ruvido Chas Chandler, già bassista degli Animals, che ha creduto in lui e lo ha aiutato anche economicamente nei momenti duri. In Europa ha colto i suoi primi successi e ora, con l’aureola della gloria, torna nel suo paese per una lunga serie di concerti. Non lo convince l’idea di essere accoppiato ai Monkees, un gruppo dolciastro nato a tavolino come risposta americana ai Beatles, ma i contratti sono contratti e lui è uno di parola. Nel tardo pomeriggio di quel 7 luglio 1967, al suo arrivo a Jacksonville trova, però, la città tappezzata da manifesti che lo contestano. Sono firmati da un gruppo di destra chiamato “Associazione delle figlie della rivoluzione americana” e chiedono ai “veri americani” di mobilitarsi contro le sue esibizioni, considerate “oltraggiose” e “pornografiche”. Non sono minacce vuote. I luoghi dove si deve esibire vengono presidiati da gruppi di manifestanti che danno alle fiamme i suoi manifesti. La contestazione spaventa gli organizzatori della tournée che, dopo aver tentato qualche formale resistenza in nome della “libertà d’espressione”, danno il benservito al buon Jimi e lo rimandano a casa.

04 luglio, 2014

6 luglio 1940 – Gianfranca Montedoro, una catanese tra jazz e pop

Il 6 luglio 1940 nasce a Catania la cantante Gianfranca Montedoro, una delle più interessanti voci femminili degli anni Sessanta e Settanta. Sempre divisa tra jazz e musica leggera, muove i primi passi in varie formazioni dixieland romane. Nel 1961 partecipa al Festival Jazz di Saint Vincent con la band di Franco Ambrosetti e Gianfranco Tommaso, ma sviluppa anche un'interessante carriera parallela nella musica leggera, vincendo nel 1963, con la squadra della Sicilia, "Gran Premio", la trasmissione televisiva abbinata alla lotteria di Capodanno. Fra il 1964 e il 1965 gira l'Italia con jazzisti come Carlo Loffredo, Nunzio Rotondo, Gato Barbieri e molti altri. Quando nel nostro paese sbarca la bossa nova forma i Valiom 5, un gruppo composto da musicisti brasiliani. Nello stesso periodo presta la sua voce a varie colonne sonore cinematografiche. Alla fine degli anni Sessanta entra nella formazione dei Braintjchet, un gruppo di jazz-rock guidato dal tastierista belga Joe Vandrogenbroeck, con i quali partecipa al Festival Pop di Caracalla del 1971. Instancabile vagabonda nel 1972 partecipa alla formazione dei Living Music, un gruppo sperimentale di cui fanno parte, tra gli altri, Umberto Santucci, Andrea Carpi e Nino De Rose. Con questa band pubblica l'album To Allen Ginsberg e partecipa al Festival d'Avanguardia e Nuove Tendenze. Affascinata dalle esperienze di confine tra jazz, musica sperimentale e pop, non si risparmia. Il suo approccio non è freddo e distaccato. Non si fa problemi. Presta la sua voce a numerosissime opere di ricerca musicale, ma non disdegna di accompagnare in tour un personaggio di punta del pop come Mal, l'ex cantante dei Primitives. Nel 1975 realizza insieme ai Murple l'album Donna Circo, un'opera a metà tra teatro e musica con i testi di Paola Pallottino. Negli anni successivi, di fronte all'evoluzione del pop italiano e all'affermarsi di nuovi generi e tendenze, finirà per rifugiarsi sempre di più verso il jazz.

5 luglio 1946 - La prima volta del bikini

È il 5 luglio 1946 quando alla piscina Molitor di Parigi viene mostrato in pubblico un costume a due pezzi: una mutanda che lascia scoperto l’ombelico e un reggiseno che valorizza in modo prepotente il petto. L’ideatore è un designer svizzero che si chiama Louis Réard e i modelli sono stati realizzati dal couturier Jacques Heim. I due hanno faticato un po’ a trovare le modelle disposte a indossare quel costume nel defilé della “prima”. Nessuna professionista della moda, infatti, se la sente di mostrarsi in pubblico con un costume così succinto. Alla fine gli organizzatori hanno un improvviso colpo di genio reclutando elementi adatti alla parte nel meno altezzoso mondo delle spogliarelliste. Le ragazze sfilano di fronte agli occhi sorpresi di un pubblico scelto per l’occasione ed entrano nella storia. Una in particolare colpisce la fantasia dei presenti e anche degli assenti che l’ammirano in fotografia sui rotocalchi di mezzo mondo. Si chiama Micheline Bernardini, diventa la prima star del costume a due pezzi e nei mesi successivi alla sfilata riceve ben cinquantamila proposte di matrimonio. Al momento della sua nascita ufficiale il costume a due pezzi che i suoi ideatori inizialmente avevano pensato di chiamare Atome viene ribattezzato con il nome di Bikini, preso in prestito dall’omonimo atollo della Micronesia. La scelta nasce dalla suggestione e dalla preoccupazione suscitata nel mondo intero dalla scelta degli Stati Uniti di far esplodere in via sperimentale due bombe all’idrogeno sugli isolotti di quell’atollo. Mai nome è stato più azzeccato. L’effetto che il costume a due pezzi avrà sul costume dell’epoca si rivelerà davvero esplosivo.

4 luglio 2002 – Il patrocinio dell’Unesco al Folkest

Il 4 luglio 2002 inizia il Folkest, più che un Festival musicale la manifestazione è un luogo dove John Trudell, il cantore dell'epopea e dei drammi dei nativi americani e le musiche zingare del serbo Goran Bragovic si prendono per mano mentre la fisarmonica diatonica del basco Kepa Junkera fa da controcanto a un tappeto di note israeliane e palestinesi. In questo mondo di barriere e ingiustizie planetarie fa bene al cuore sapere che non esiste davvero in un triangolo di terra compreso tra Friuli, Veneto e Istria. Assomiglia all'Isola che non c'è di Peter Pan, ma non è frutto della fantasia. Occidente e Oriente, Nord e Sud del mondo, infatti, si incontrano al Folkest 2002, considerato il più importante festival folk dell'Europa meridionale, dedicato in particolare alle culture etnicamente minoritarie. Dopo più di vent’anni di storia nel 2002 ottiene anche il patrocinio dell'Unesco. Oltre trenta comuni del Friuli Venezia Giulia, del Veneto e dell'Istria ex Yugoslava fanno da scenario agli eventi in programma. L'apertura avviene il 4 luglio con due concerti, quasi in contemporanea, degli irlandesi Niall O'Callanain & S. T. Band a San Quirino e della European Youth Folk Orchestra a Crevatini, in terra istriana. Alla faccia delle frontiere tracciate dagli uomini la musica fin dall'inizio si libra alta, in nome dell'incontro tra i popoli e le loro culture. Tra le ragioni del successo di questo appuntamento, oltre alla capacità di operare scelte artistiche senza compromessi, c'è da considerare anche lo straordinario scenario in cui si svolge. Il suo girovagare tra ville, castelli e antiche piazze ne fa una sorta di festival "zingaro" che si srotola, giorno dopo giorno, abbinando itinerari inconsueti ai suoni di tradizioni spesso dimenticate. Vent'anni di storia hanno consentito al Folkest di diventare adulto e gli interpreti meno noti godono della stessa accoglienza riservata ai grandi nomi, perché ormai del Folkest "ci si fida", e si sa che la qualità dell'offerta è sempre all'altezza. Le proposte del 2002 spaziano come sempre in tutto il mondo e fin dalle prime battute offrono più di una sorpresa con molte perle da conservare, in particolare quella European Youth Folk Orchestra, un gruppo formato da dodici tra i migliori giovani talenti del folk europeo, che ha fatto da apripista. Ogni artista porta il suo bagaglio e lo regala volentieri. Tanta Europa, nei primi giorni, con escursioni tra le atmosfere scozzesi e irlandesi e la presenza del "cavaliere elettrico" Massimo Bubola, seguito dagli spagnoli Azarbe. La serie degli ospiti è infinita: da Vinicio Capossela ai messicani Los de Abajo, dai leggendari cubani Los Van Van agli ottoni della Wedding & Funeral Band, al canto dell'israeliana Noa, alle suggestioni palestinesi dei Radiodervish e a tanti altri momenti di grande emozione. Piccolo esempio della globalizzazione solidale, il Folkest mescola le culture e la sapienza dei popoli in un'unica colonna sonora. Ogni diversità, lungi dall'essere nemica, è apprezzata e, insieme, costituisce l'humus che alimenta la vita stessa della manifestazione.

02 luglio, 2014

3 luglio 1925 - Ted Van Dongen, l’olandese autodidatta

Il 3 luglio 1925 nasce ad Amsterdam, in Olanda, il chitarrista Ted Van Dongen. Autodidatta, nel 1942 collabora con Red Debroy e Harry de Groot, e nel 1943 con Carel Alberts sr. Tra il 1944 e il 1945 suona con Johnny Meyer ed Enno Stam, mentre nel 1946 è al fianco di Jack Louis, che lascia nel 1947 per aggregarsi al gruppo di Mat Mathews. Tra il 1947 e il 1952 se ne va in Lussemburgo per suonare con Jean Roderes, e successivamente collabora con Jenny Arlton. Nel 1953 suona con Don Byas, Jam Corduwener, Frans Poptie e Cor Steijn. Nel 1954 è con Eddy Sanchez nella sua tournée in Svezia e nel 1955 suona con Ted Powder e lo Swiss Air Trio. Nel 1956 è al fianco di John Faber, e l'anno dopo torna con Ted Powder, per accompagnarlo in una tournée svedese. Nel 1959 lascia Powder e torna a collaborare con Harry de Groot e Frans Popsie, esibendosi soprattutto in concerti radiofonici. Tra il 1959 e il 1964 lavora con The Four Lads, un’orchestra svizzera che gode di notevole popolarità in Olanda, Germania e Finlandia. A partire dal 1965 preferisce evitare impegni lunghi e inizia a lavorare soprattutto come freelance.

2 luglio 1962 - Stefano Sconocchia, in arte Borgia

Il 2 luglio 1962 nasce a Roma Stefano Sconocchia destinato a diventare un cantautore popolare soprattutto negli anni Ottanta con il nome di Stefano Borgia. La sua attività in campo musicale inizia a diciassette anni quando lo zio Giulio Todrani, conosciutissimo personaggio della scena musicale romane oltre che padre della cantante Giorgia, lo accompagna dall’abile Toto Torquati per realizzare alcuni provini. Resta nell’ambiente e si fa apprezzare soprattutto come compositore fino a quando, nel 1985, dopo aver vinto un concorso per giovani talenti, partecipa al Festival di Sanremo con la canzone Se ti senti veramente un amico. L’anno dopo pubblica l’album Piccole cose. In quel periodo inizia anche a collaborare con Toto Cutugno, che diventa il suo produttore. Nel 1989 torna a Sanremo come interprete con il brano Sei tu piazzandosi al secondo posto nella sezione Emergenti e come autore de Le mamme, la canzone interpretata da Toto Cutugno. Nel 1992 vince il Premio Rino Gaetano con l’album La terra,il mare, il cielo. Negli anni successivi privilegia più il lavoro come autore che quello di interprete.